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Enoriflessioni

Metti una sera a cena a Farra d’Isonzo

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Sei aziende, un’idea comune e alta dei vini friulani

Metti una sera a cena in Friuli Venezia Giulia, ma che dico, in Collio, anzi in quell’angolo speciale del Collio che corrisponde al nome di Farra d’Isonzo, 1600 abitanti circa, tante vigne, tanti cinghiali che un super cacciatore come Luciano e altri parimenti agguerriti abbattono tra mille difficoltà burocratiche create da uno stato italiano (stato lo scrivo con la minuscola, perché non merita di essere nominato come un vero Stato, non ne ha né la dignità né l’autorità), avvitato follemente su se stesso, e tu, reduce da una settimana da sogno in Croazia, incontri un vecchio, caro amico. Che ti fa conoscere altri tuoi amici che “rischiano” seriamente (loro non lo sanno ancora) di diventare amici tuoi.

Metti una sera a cena, in un posto bellissimo immerso nel verde, tra le vigne, l’Osteria Borgo Colmello, regno del pirotecnico Willi, personaggio quasi da Zelig, dove rilassarti, mangiare benissimo (orzotto, ravioli con le prugne, agnello, un prosciutto da sballo) e bere in maniera splendida, insieme a Fulvio Bressan, sì proprio quel Bressan, quello che i radical chic e gli ipocriti e farisei politicamente corretti considerano brutto sporco e cattivo, l’amico dell’ex ministra abbronzata oggi ritornata nell’anonimato da cui era ingiustificatamente uscita, al tuo avvocato, Diego Sburlino, based in Brescia, ma “rock” carnico di origini, che ci ha raggiunto nel meraviglioso buen retiro di Fulvio, e ad un gruppo di quattro produttori che insieme a Bressan e ad un quinto, Borgo Conventi, che quella sera non poteva essere con noi, hanno deciso di fare.

Hanno stabilito che a Farra si farà e si farà la nobilitate di un’idea alta del vino friulano, hanno scelto liberamente, nessuno li ha costretti, di unire le forze come Contado, di proporsi e raccontarsi insieme come comunità viva di idee e forze e realtà aziendali diverse legate da un sogno comune. Un Collio ed un Friuli del vino che volino alto e rivendichino il diritto di questa grande terra da vini bianchi ma anche rossi, di ritrovare uno spazio importante nella mappa delle terre da vino che sanno presentarsi e comunicare.

Metti insieme attorno ad un tavolo Fulvio Bressan, ovvero il Re del Pignolo, l’imperatore dello Schioppettino, un virtuoso del Pinot nero, del Verduzzo, del Moscato rosa, Giovanni Puiatti, uno che ha la Champagne nel cuore e come punto di riferimento e produce metodo classico sorprendenti nella sua Villa Parens, e poi l’atletico e scattante Edi Clementin, uno al quale Bartolomeo Colleoni fa un baffo, uno che dirige con pugno di ferro e tanto amore una realtà importante, un milione e mezzo di bottiglie, 150 ettari vitati, come Jermann e vuole riportarla e sono certo saprà farlo (Silvio Jermann sa benissimo che occorre lasciarlo lavorare come vuole, che ne trarrà solo risultati importanti) ad antichi splendori, quando vini come il Vintage Tunina rappresentavano la crème de la crème dei vini bianchi italiani.

E poi metti anche altri due soggetti che meriterebbero ognuno un post, Giuseppe Lucido, nomen omen, lucido conducator di una realtà importante come Tenuta Villanova e che in passato ha lavorato anche nella tua Bergamo, e soprattutto, la grande scoperta della serata trascorsa in allegria e relax e brain storming e confronto di idee e visioni, Carlo M. Fossaluzza, un intellettuale prestato al vino, studi profondi nientemeno che di estetica che oltre a dirigere da qualche tempo Colmello di Grotta, studia, approfondisce, si interroga, sperimenta viti resistenti, cerca nuove strade e mostra un’intelligenza tale che se fossi una donna potresti anche innamorarti di lui, delle sue visioni, del suo saper e voler volare alto nelle vette del pensiero.

Metti una sera discutendo di cento cose, con Puiatti che ti mette subito a tuo agio e ti stupisce con due suoi metodo classico che Diego Sburlino, mio vicino di tavolo, ed io non finivamo di ammirare per la loro anima, per la capacità e la sapienza rara di unire complessità, freschezza, nerbo acido ad una salinità profonda e poi se ne esce, mentre discutiamo del fenomeno (a volte da baraccone) vini naturali, bio, biodinamici, con una battuta fulminante da standing ovation: non cedere al bio, ma concediti il logico (ovvero il vino buono che quando lo versi il bicchiere si vuota e non resta semipieno mentre tu cerchi di capire cosa volesse dire il produttore e dove volesse andare).

Metti una sera, pochi giorni prima di ferragosto, bevendo l’Extra Brut Grand Cret (calibrata sintesi di un 85% di Ribolla gialla e un 15% di Chardonnay, cuvée di uve di quattro diverse annate, 2014, 2015, 2016 e 2017), e poi il suo Pas Dosé di Pinot nero, annata 2015, 48 mesi sui lieviti, bolla cremosa e succosa, agrumi, erbe aromatiche, rosa e una spruzzatina di piccoli frutti rossi.

Metti una sera a celebrare l’eleganza suprema del Pinot bianco (buono, ma deve acquisire più carattere il 2019 di Jermann), a rimpiangere che in Friuli Venezia Giulia se ne pianti poco ad appannaggio del Pinot grigio (buono e molto grasso il 2019 di Tenuta Villanova, più profondo e multidimensionale il 2017, affinato per il 70% in acciaio e per il 30% in anfore di ceramica microporosa, da vigne di 35 anni, con cloni alsaziani di Colmello di Grotta) e, vergogna!, della Glera.

Metti una sera, mentre calano le tenebre e affiora un po’ di stanchezza (è un periodo che di notte non riesco a dormire più di tre, quattro ore, poi mi sveglio e penso ad una cocente delusione parisienne, a mille progetti), a finire la serata con un coro da Halleluia haendeliano, con un Tuba Mirum da Requiem di Mozart, un tonitruante finale di Sinfonia di Mahler o di Bruckner, con il trionfale, immenso, proprio come il cuore di chi con infinita pazienza e amore l’ha prodotto, Pignolo 2004 di Fulvione, da pochi mesi in commercio, vino per pochi eletti, per gli happy few che in Italia e soprattutto nel mondo sapranno decifrarne la grandezza.

Metti una sera, tra una bocca cremosa e un gusto infinito, aromi in continua evoluzione e amplificazione di pepe nero, alloro, liquirizia, sfumature selvatiche, marasca matura e terra e sale e ampiezza senza fine (e pensi che sono pochi i rossi italiani, al di là delle Langhe del Barolo e qualcosa di Montalcino, altro che Sassicaia e bolgherate varie!, che possono essergli paragonabili) del figlio (enoico) prediletto, del manifesto di Fulvio, una cosa che non si può pensare di descrivere e che ogni appassionato serio di Bacco deve aver bevuto almeno una volta nella vita.

Metti una sera ringraziando i potenti Dei di trovarti in quel momento in quel posto, benedicendo i disegni del caso che nel giro di un anno ti hanno riportato dalla semi agonia alla pienezza della vita e dello strano mestiere di cronista del vino, che è la tua vita ed il tuo destino, e che lo sarà fino alla fine dei tuoi giorni, ormai è talmente chiaro che lo capirebbe persino dei minus habens come l’attuale ministro degli Esteri, l’ex titolare del Ministero degli interni, oppure quella marionetta con pochette che siede, non si sa come e perché, a Palazzo Chigi.

Metti una sera, indimenticabile, come sono state tutte le cinque giornate trascorse a fine giugno in Langa, i due giorni tra Montalcino e Seggiano, i cinque giorni à Paris, la settimana in Croazia, con la chiara consapevolezza che a Farra d’Isonzo, dove si farà la nobilitate dei vini del Collio, dove sei cavalieri di Bacco hanno unito le loro forze a difesa e vanto del Contado, tu ritornerai presto.

E darai il tuo modesto contributo, di penna, di idee, di esperienza, di capacità di sogno, di poesia (eh sì signori miei, per raccontare il vino oggi, per marcare netta la nettissima siderale distanza dai furbi e spregiudicati wine influencer, un po’ di poesia, cultura, buone letture e mente allenata sono indispensabili) perché codesto Contado, questa Farra d’Isonzo sappiano presentarsi e offrirsi al mondo con orgoglio, dignità e caparbietà. Perché siano parte di quel sogno che unisce come un filo rosso ideale tutti gli appassionati di vini veri, di vini che esprimono e sono segno potente di una terra, in Italia e nel mondo….

 

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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14 Commenti

14 Commenti

  1. Antonio

    13/08/2020 at 23:38

    Bene articolo molto interessante su una zona a me sconosciuta. Interessante soprattutto l’affinamento in anfore di ceramica microporosa…avremo da parlare, e parecchio, il 22…

  2. Antonio

    14/08/2020 at 07:05

    La visita che facemmo a Fulvio Bressan l’anno scorso, presentandoci a casa sua con camper d’ordinanza, fu grandiosa. I vini già li conoscevamo bene, berli insieme a lui ci ha permesso di approfondire la visione e la filosofia che c’è loro dietro. Soprattutto abbiamo toccato con mano la generosità, lo spirito e la profonda umanità di Fulvio. Buon fine estate Ziliani, metà della mia cantina è composta dai vini da lei recensiti positivamente 😉

    • Franco Ziliani

      14/08/2020 at 08:19

      grazie, ma solo metà??? Io voglio che lei liberi l’altra metà della cantina da vini che non ho consigliato, prodotti da cantine che, come accade con tutti i giornalisti del vino, mi hanno profumatamente pagato perché scrivessi bene di loro.

  3. Giovanni

    15/08/2020 at 11:58

    L’Europa è piena di buoni e ottimi vini, possiamo evitare di comprare vini da produttori Fascisti e lasciar perdere enologi che li decantano!

    • Franco Ziliani

      15/08/2020 at 12:01

      pubblico il suo commento imbecille per documentare quanti cretini, lei uno di quelli, ci siano al mondo. Lei é un patetico nostalgico comunista, un caso umano. P.S.. Io non sono enologo, stordito !

      • Giancarlob

        15/08/2020 at 20:32

        Penso che Franco abbia detto abbastanza. Leggere commenti come quelli di Giovanni fa cascare i zebedei: ma si può essere così ottusi ? Spero per lui che volesse solo provocare, unico modo per giustificare quanto scritto, altrimenti fossi in lui andrei da uno psicoterapeuta…..

  4. Simone N

    15/08/2020 at 15:13

    Un comunista militante come il sottoscritto, non ha nessun problema a riconoscere la grandezza dei vini di Bressan. Li compravo anni fa, quando non li conosceva nessuno e costavano un pugno di euro, e continuo a comprarli adesso perché i suoi rossi trasbordano personalità e goduria.
    Quanto al resto, le razze non esistono. Non è opinione è fatto scientifico. A tutti voi, consiglierei vivamente la lettura di Don Carlo. Scegliete voi il libro e se trovate qualcosa di più attuale, vi sfido a farmelo sapere.
    Amorevolmente,
    Simone Nannurelli

    • Franco Ziliani

      15/08/2020 at 17:51

      Compagno Simone, le razze esistono eccome e Bressan e io ringraziamo gli dei di non essere della razza e del colore dell’ex ministra.
      La razza bianca ha espresso Dante, Michelangelo, Goethe, Beethoven, Mozart, Voltaire, Cervantes, ecc.
      La razza della Kyenge grandi giocatori di basket, jazzisti, nessuno Schopenhauer o Chopin o Nietzsche.
      Punto a capo

  5. Simone N

    15/08/2020 at 18:57

    Caro Ziliani,
    esiste il razzismo, becero costrutto sociale, ma le razze non esistono. Non è una mia idea, è un dato di fatto confermato dalla scienza moderna. Senza scomodoare i premi Nobel, mi permetto di consigliare la lettura dello splenidido libro di Luigi e Francesco Cavalli Sforza “CHI SIAMO. LA STORIA DELLA DIVERSITA’ UMANA” Mondadori. Anche in edizione Oscar.
    Senza voler approfondire, perchè non è questa la sede, e procedendo con l’accetta, mi permetta di ricordare che per un marxista, quella tra fascismo e democrazia è una falsa contrapposizione, in quanto entrambi sono involucri dello stesso dominio di classe. Se la democrazia è la forma perfetta attraverso cui la dittatura del capitale impone la sua legge, quella fascista è una forma imperfetta a cui storicamente hanno fatto ricorso borghesie deboli come quella nostrana.
    Tornando a Bressan. I vini si valutano a prescindere dalle posizioni politiche di chi li produce. A Bressan si può rimproverare l’ingenuità delle dichiarazioni dell’epoca ma l’ostracismo cui è stato sottoposto, rimane inaccettabile.
    Se la memoria non mi tradisce, ricordo uno strepitoso Crown Domains 2003, tra i migliori Cabernet italiani mai bevuti e lo Schioppettino 2006, assolutamente al vertice della tipologia.
    Con i migliori Saluti
    il Compagno Simone

  6. Giuseppe

    16/08/2020 at 11:19

    Buongiorno Franco,
    vorrei chiederle gentilmente un consiglio.
    Non avendo mai provato i vini di Bressan ma essendo estremamente curioso e volendo rimediare al più presto; quale sarebbe la migliore bottiglia da cui partire?
    Un cordiale saluto.

  7. Roberto

    16/08/2020 at 13:40

    Onore a Bressan, per la franchezza delle Sue posizioni e per il coraggio delle Sue idee. Sbaglio o proprio slow Wine lo mise al bando?
    Cosa c’entrano i suoi vini con l’orientamento politico? Forse, il fatto di avere la pelle colorata vale come scudo da ogni critica?
    Il politicamente corretto é una marmellata immangiabile,indigesta per le persone libere.
    A parte la presunzione nascosta sotto il bon ton, ho apprezzato l’onestà intellettuale dell’intervento di Simone N
    Grazie Franco per questo articolo e per il racconto dell’esperienza.

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