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Degustazioni

Langhe Freisa 2018 Cascina Sciulun Franco Conterno

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Una delizia piemunteis per vincere feroce calura e canine malinconie

Non bastasse la consapevolezza di essere entrato e uscito velocemente, troppo, in e da una storia da film, con una sceneggiatura degna di una pellicola di François Truffaut, Louis Malle o Bertrand Tavernier, e l’amarezza devastante di sentirmi toccato dall’ala baudelairiana dell’imbecillità e di essere in qualche modo stato sedotto e abbandonato, il mio ritorno a Stezzano (periferia di Bergamo) dopo la quattro giorni paradisiaca e infernale di Paris, è stato devastante per l’impatto inatteso, à Paris il clima era ben altro.., con la feroce calura africana.

Sabato ho boccheggiato, girando in costume da bagno per casa, cercando refrigerio nell’amato Mozart, nel Così fan tutte, nelle Nozze di Figaro, nei Concerti per pianoforte, il K 466 soprattutto, che ho ascoltato in quattro diverse interpretazioni, Geza Anda, Murray Perahia, Hélène Grimaud e Rudolf Serkin.

Ieri, domenica, messa in moto la mia berlina, che non pensate sia una Mercedes o chissà quale fuoriserie, bensì una sciccosissima bicicletta, senza cambi, ma con cestino e sacche posteriori perfette per portare meco qualche bottiglia di Barolo o di Champagne, regalo del mio amico Andrea Farhat, mi sono deciso ad andare a fare una piccola spesa (devo risparmiare, à Paris, preso com’ero dal mio rêve d’amour, dal mio splendido Liebestraum, ho scialato tra rose, poesie di Eluard, boxer fru fru, Bandol rosé e Champagne) da Aldi.

A me piace molto entrare in questi negozi della celebre catena tedesca (che preferisco persino a Lidl) perché frutta e verdura sono fresche e di ottima qualità e incredibilmente economiche e trovo sempre qualcosina di buono da portare a casa e gustare, che sia pane carasau, marmellate d’arance, zuppe di verdure made in Deutschland, speck della Foresta nera. Come sempre non stagionato ma con quel gusto affumicato che a me piace tanto anche quando bevo il thé, Lapsang Souchong di Fortnum and Mason, of course…

Ieri mattina, dopo aver augurato il benvenuto a Stesà, entrambi con mascherina d’ordinanza, ad una bella stuzzicante vicina che si è installata da un mesetto al secondo piano nella casa proprio di fronte alla mia e che avevo già avvistato dal mio osservatorio posto sul balcone della cucina, non ho saputo resistere ad un’insana tentazione.

Non preoccupatevi, non mi sono portato a casa una bambola di gomma, che Aldi al momento non propone, ma un qualcosa di più erotico e sensuale (perlomeno per i miei gusti di goloso gourmand pessimo cuoco e con ex moglie cuoca sopraffina) ovvero non una, bensì due confezioni da tre etti ciascuna di salsiccia… Direte voi, ma è matto Ziliani, con il caldo che fa, invece di riso in insalata, vitello tonnato, la solita bresaola valtellinese ma da carne di zebù brasiliani, verdure di stagione e una mozzarella, si mette nel piatto la grassa salsiccia?

Ebbene sì, a me la ciccia, oltre che nelle donne, che amo rotonde e curvy, con le curve al posto giusto, non magre e segaligne o con silhouttes da modelle quasi anoressiche, piace gustarla, assaporarla, mordicchiarla con studiata lentezza e la salsiccia mi piace in tutti i modi… Certo, quella che mi sono portato a casa non era la suprema salsiccia di Bra, quella che mangio sempre, insieme a palate di carne cruda all’albese, tonno di coniglio, tajarin, ravioli del plin, panna cotta e bunet, ogni volta che vado in Langa, ma una normalissima (e nemmeno speciale) salsiccia di un salumificio nella bassa mantovana.

E poi, lo confesso, la salsiccia l’ho scelta perché oltre a ridere di un possibile titolo tipoCome combattere la calura africana a Bergamo? Semplice, programmando per cena 500 grammi di salsiccia e una bottiglia piemunteis”, avevo voglia, sete, desiderio, brama, necessità, scegliete voi, dopo quattro giorni parigini e tre precedenti a Montalcino e dintorni con la mia editor Katarina Andersson, di bere piemunteis.

Non ho avuto il fegato di stappare una buta di Barolo, ma avevo nel mirino da due settimane un Langhe Freisa 2018 che avevo chiesto al produttore, Franco Conterno, un cognome che è una garanzia, di farmi provare, per vedere se aggiungerla al mio Olimpo dei Langhe Freisa dove di recente avevo aggiunto quella dei miei amici Denise Beltracchini e Massimo Benevelli accanto a quelle, supreme, di Cavallotto, Giuseppe Mascarello, Comm. G.B.Burlotto, Giuseppe Rinaldi, Bartolo Mascarello, Brezza.

Allora è andata così… Sempre in tanga, pardon, boxerino da spiaggia, dopo aver assaggiato un Franciacorta Pas Dosé piacevole di cui vi racconterò oggi su Lemillebolleblog, mi sono messo ai fornelli e nella pentola antiaderente ho fatto andare lentamente la salsiccia.

Quindi mi sono stappato con calma la bottiglia di vino ottenuto da quel vitigno che secondo la divina Anna Schneider, nostra ampelografa dei sogni, sarebbe la mamma o il babbo del Nebbiolo, e già dal primo sguardo al vino che scendeva nel bicchiere di Riedel, e dalla prima “snasata” ho cominciato a dimenticare le amarezze parigine, la tranvata assestatami sul muso da Elle, la mie canine malinconie (la definizione, geniale, è del grande Ennio Flaiano). E bravo Conterno, boia fauss, ho esclamato.

Io i vini di questa piccola azienda di Monforte d’Alba, nella Bussia, che oggi ospita al suo interno un agriturismo, li conosco da diciassette anni. Li avevo elogiati, en passant, su WineReport, poi mi piacevano così tanto, soprattutto il Barolo Pugnane, che erano spesso tra i Barolo che selezionavo per le mie serate Barolo che conducevo illo tempore per una celebre associazione delle sommellerie italiana, (Associazione che adoro, mentre ne disprezzo con tutto me stesso gli attuali vertici), e che avevo proposto a Prato, Mantova e persino in Franciacorta. Serate Barolo entusiasmanti a Como, Brescia, Firenze, in Veneto, Trentino, Caserta, Palermo e persino a Londra, davanti a tre master of wine come Jancis Robinson, Nicolas Belfrage e Tim Atkin.

Cascina Sciulun è un antico podere piemontese, un edificio, costruito nella metà del XIX secolo e ampliato negli anni ’40 del Novecento, da sempre appartenuto alla famiglia Conterno, una famiglia le cui radici affondano nei decenni, all’epoca difficile del nonno Pietro che scelse di destinare i 18 ettari di terreni di proprietà alla coltivazione di vigneti di Nebbiolo, inizialmente da vendere ad altre cantine per la vinificazione e in seguito destinati a dar vita a vini a proprio marchio.

L’attività è passata poi al figlio Giacomo e, da questi, al nipote Franco, il quale ha preso il timone della cantina nel 1995 insieme con la moglie Vilma e che ha dato il proprio nome e la propria identità all’azienda. Negli ultimi anni sono entrati in azienda i due figli di Franco, Daniele e Andrea, “che seguendo le orme del nonno hanno portato freschezza e innovazione in cantina e nei vigneti, e continuano l’attività famigliare lavorando, con passione e dedizione, i vigneti di proprietà”.

L’azienda Franco Conterno comprende 28 ettari di vigneti, dislocati nei territori di Monforte d’Alba, Barolo, Castiglione Falletto, Novello e Madonna di Como. Le etichette recano i nomi di prestigiosi vigneti: Bussia e Panerole. Gli ettari vitati sono destinati alla coltivazione di Nebbiolo Lampia e Nebbiolo Michet, Barbera, Dolcetto, Merlot, Freisa e Chardonnay. L’elevazione delle vigne varia da 250 a 400 metri. Franco Conterno produce annualmente dalle 120 alle 150 mila bottiglie, la maggior parte delle quali destinate all’affinamento, quattro etichette Docg, Barolo Pietrin, Barolo Panerole, Barolo Riserva Bussia e Barolo Riserva Sette7anni –, mentre i vini D.O.C. sono la Barbera d’Alba Superiore, il Dolcetto d’Alba, il Langhe Nebbiolo, il Langhe Rosso, il Langhe Bianco, il Langhe Nascetta, il Langhe Freisa e il Langhe Chardonnay.

Il Langhe Freisa che ho scolato (due terzi di bottiglia) in allegria, divorando oltre mezzo chilo di salsiccia, pane toscano di Montalcino e peperoni in agrodolce (acquistati sempre da Aldi) nasce da un vigneto, Pugnane, nella mia amata Castiun Falàt, ovvero Castiglione Falletto, su terreni ricchi di argilla e sabbia, affinamento solo in acciaio per tre mesi, produzione di 80 quintali per ettaro, fermentazione con mosto a contatto delle bucce per 4-7 giorni con continue follature giornaliere e successivamente svinatura con un residuo zuccherino di 6-7 g/l circa. 3000 bottiglie prodotte e d’estate (quindi ieri) l’accortezza di servirlo freddo a temperatura quasi di frigo.

Un vino schietto, sincero, ruspante (come in fondo sono io, oltre che inguaribile romantico e fondamentalmente pirla) che mi ha gratificato in pieno: colore rubino brillante luminoso, naso inconfondibilmente “freisesco”, con note selvatiche, pepate, di terra, liquirizia, viola a fondersi in freschezza con un frutto vivo e succoso che richiama la marasca e il ribes nero.

Bocca golosa, fresca, viva, pimpante, con il tannino che si fa piacevolmente sentire e morde appena, il frutto rotondo al punto giusto senza essere ruffiano, la consistenza terrosa che si unisce al sale e alla spinta nervosa di quell’acidità che rende i vini del “mio” Piemonte food friendly come nessun altri al mondo…

E Freisa dunque è stata, in questo avvio di agosto speso a casa aspettando con curiosità un viaggio in Croazia per sapere tutto, dal vivo, di Coral Wine, poi un incontro poco prima di Ferragosto con un geniale compositore e direttore d’orchestra, il Maestro Alessandro Valtulini e con la cara Mara Grisoni di MaNi Magazine, un lettore a me caro come Francesco Guffanti. E poi, subito dopo, in Franciacorta, con il caro amico Antonio Tomassini, romano based in London oggi impegnato nell’operazione Eythrope wine, aspettando un inizio settembre, una tre giorni in Valtellina, che potrebbe essere, chissà, tocco ferrò, una chiave di svolta nella mia complicatissima e senza tempo per annoiarmi o tirare il fiato novella vita. Dopo le angosce e il silenzio lacerante del 2019… E la disavventura parisienne…

Forza e coraggio (lo dico in primis a me stesso), intanto godetevi la splendiderrima Hélène Grimaud, meravigliosa 51 enne di Aix-en-Provence farci toccare il cielo della musica con una suprema interpretazione del Primo Concerto per pianoforte di Johannes Brahms… Divina, potrei anche innamorarmi di lei: a ridaiié!

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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2 Commenti

2 Commenti

  1. Antonio Tomassini

    03/08/2020 at 08:39

    Da provare assolutamente questo Langhe Freisa e grazie per la citazione.

    • Franco Ziliani

      03/08/2020 at 14:24

      doverosa, tu sei un amico e una persona in gamba che ho il privilegio raro di aver conosciuto. Arrivederci al 21 nella zona spumantistica bresciana…

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