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Degustazioni

Langhe bianco 2018 Ferdinando Principiano

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Un Timorasso di Langa d’altura che convince

Avevo proprio un gran desiderio di tornare a trovare dopo molti anni Ferdinando Principiano nella sua cantina alla periferia di Monforte d’Alba sulla strada che conduce a Castiglione Falletto e dopo l’incontro di giovedì scorso, 25 giugno, al quale questo vignaiolo autentico, appassionato e coraggioso, innamorato della propria terra, “modernista pentito” e contadino critico, si è presentato con il consueto entusiasmo e molto disponibile a raccontarsi, devo dire di essere molto soddisfatto di averlo rivisto.

Con lui, che nel 2003, dopo essere entrato nella cantina di famiglia dieci anni prima, ha avuto le palle di dire ciau ciau e te saludi alla “banda” di Langa In e ai magheggi di diversi dei suoi membri in vigna e in cantina, per convertirsi ad una filosofia produttiva fondata sulla genuinità e sulla tradizione, cambiare radicalmente rotta, eliminando le barrique (ovviamente fornite da un “rinoceronte”) e utilizzando grandi botti di rovere di Slavonia, eliminando tutti i prodotti di sintesi, abbandonando l’uso di anidride solforosa, i discorsi non sono mai banali. E gli assaggi dei suoi vini, che ti presenta con umiltà, ricchezza di dettaglia, con una passione divorante che trapela da ogni parola, facendoti cogliere come per lui fare vino sia un lavoro complesso e meditato in ogni aspetto, sono sempre di grande interesse.

Che si tratti dei suoi Barolo, Boscareto, Ravera di Monforte, Barolo di Serralunga in magnum, oppure degli altri, la Freisa Chila, la Barbera d’Alba, il Nebbiolo, il Dosset, l’Alta Langa Leonardo, realizzato con metodo solo uva da Pinot nero e Chardonnay, o il Metodo classico Extra Brut Rosé Belen da uve Barbera.

Nelle Langhe, visitando come ho fatto la scorsa settimana diverse aziende ascolti tante parole, tutte interessanti, ma da pochi produttori (gli altri direi siano stati Luca Roagna e Roberto Voerzio) ho sentito ragionare di anidride solforosa, lieviti indigeni e vitalità del suolo dei suoi 16 ettari vitati. I suoi Dolcetto e Barbera sono prodotti senza aggiunta di anidride solforosa all’imbottigliamento. Lui lavora ancora, in pieno 2020, ancora all’antica: “pigia l’uva con i piedi e mantiene i raspi nel mosto, usa solo lieviti indigeni ed esegue rimontaggi manuali. Tutto questo senza volersi fregiare di nessuna certificazione o di etichette perché, per lui, è il risultato che conta.

Ci saranno tempo e modo di parlare qui dei Barolo di Ferdinando, che ha una bellissima moglie spagnola (chapeau!) e su Lemillebolleblog delle sue bollicine sorprendenti, ma oggi voglio parlarvi, visto che il Timorasso è un tema che mi appassiona (leggete qui se ve lo siete perso il mio pezzo sullo sbarco di un team di barolisti top nei Colli Tortonesi) e che la settimana scorsa ho avuto modo di degustare le prime prove di Timorasso di Luca Currado (Vietti) e di Luca Roagna (applausi ad entrambi) e un fenomenale Derthona Scaldapulce 2019 di Borgogno in divenire, del Timorasso, pardon, Langhe bianco che Principiano ha scelto di produrre non nella patria di Walter Massa come i suoi colleghi barolisti, bensì in Langa, da una vigna posta a 750 metri di altezza. Vigna giovane, alla quale bisogna dare tempo per esprimersi appieno ma che mostra già segni chiari di essere una vigna piantata nel posto giusto e condotta nel migliore dei modi.

A differenza da Roagna Principiano non ha scelto la strada della vinificazione e dell’affinamento in legno, ma dell’acciaio. Raccolta e selezione manuale dei grappoli, pigiadiraspatura delle uve, fermentazione spontanea del mosto che avviene in contenitori di acciaio inox utilizzando esclusivamente lieviti indigeni, quindi malolattica e affinamento per 10 mesi in acciaio e quindi imbottigliamento senza chiarifiche e filtrazioni.

Il risultato pur senza entusiasmarmi (un terroir non si inventa e i Colli Tortonesi continueranno ad essere ancora per molti anni l’heimat di quella prodigiosa uva bianca che è il Timorasso – bevuto mercoledì scorso con Massa e Oscar Farinetti un magnum di Montecitorio 2012 di Walter da urlo…), mi ha convinto di trovarmi di fronte ad un vinificatore di primario valore, ad un vignaiolo di quelli giusti, ad una persona che vale la pena di conoscere e andare a trovare in cantina se passate (ovviamente con il giusto preavviso e prenotazione telefonica o via mail) da Monforte d’Alba. Dove, scusate se mi ripeto, è d’obbligo, se vi piace mangiare bene in un posto caldo e accogliente, un pranzo o una cena nel mio ristorante del cuore, Felicin, da Silvia e Nino e dai loro figli.

Il vino, lo ripeto, è giovane e va visto in prospettiva, ma provatelo, perbacco, questo Langhe bianco 2018 e lasciate parlare, magari versandolo in un bicchiere ampio come il nuovo bicchiere di Riedel che ho utilizzato stasera riassaggiando il vino una volta tornato nell’afa africana di Bergamo, il colore paglierino scarico brillante di grande luminosità, il naso sottile, inconfondibilmente timoraschesco, giocato tra note di fiori bianchi, agrumi, miele, pesca noce, accenni di noce moscata, una chiara mineralità salata e pietrosa, a comporre un insieme di grande fragranza ed eleganza.

In bocca il vino è vivo, vitale, nervoso, di grande verticalità eppure ampio e caldo e di piena soddisfazione, con un ottimo controllo della componente alcolica visto che i gradi dichiarati in etichetta sono solo 11.

Anche in questo caso (sto diventando forse troppo buono?) come non esclamare, ai suma, ci siamo?

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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