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Enovarie

Toscana Pinot nero rosato Lyncurio 2018 Castello di Potentino

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e.. Toscana rosato 2019 San Lorenzo. La Toscana in rosa

Maremma cane, che forti ‘sti toscani! Non si accontentano più di produrre uno dei più intriganti vini bianchi italiani, la Vernaccia di San Gimignano, di dare lezioni al mondo intero sul tema Sangiovese con il Brunello di Montalcino, tutte le varianti possibili sul tema Chianti, di aver dato vita, con i Super Tuscan dapprima made in Bolgheri poi estesi a tutto il territorio regionale, ad un’idea di vino prezioso, costoso, pretenzioso fatto con le uve bordolesi. Non si accontentano di produrre, ad esempio con un vignaiolo come Stefano Amerighi, una delle più interessanti interpretazioni della Syrah in terra italiana, e di proporre ai palati più raffinati uno dei più grandi vini “da meditazione” dell’universo mondo, il meraviglioso Vin Santo. Oppure di aver creato, a poca distanza da Lucca, con una denominazione poco nota come Montecarlo (che prende il nome dall’omonimo villaggio), un’idea di bianchi e di rossi con uve internazionali nata dalla passione di un nobiluomo come il conte Magnani, che portò dalla Francia marze di Viognier, Sémillon, Roussanne, Marsanne, Syrah…

Nella patria di Montanelli, Dante, Boccaccio (purtroppo anche di quel bischero fiorentino di Renzi) da qualche anno, spinti dal nuovo interesse che questi vini che sanno essere meravigliosi incontrano, un interesse che qualcuno chiama trend e che ho timore sia piuttosto una moda, si sono messi, con uve diverse, a produrre vini in rosa, rosati, con uve diverse.

Lo fanno con il Sangiovese ovviamente, splendidamente nella Maremma del Morellino di Scansano come fa la Fattoria di Magliano con il suo Illario, oppure, e io ho qualche perplessità sulla scelta di questo vitigno aromatico, con l’Aleatico, all’Elba la Fattoria delle Ripalte e in Maremma la Fattoria Aldobrandesca dei marchesi Antinori. O ancora con il Canaiolo, con risultati da standing ovation, la mia cara amica Elisabetta Fagiuoli nel paradiso di Montenidoli a San Gimignano. O con la Syrah, come ha fatto per la prima volta il bravissimo Gabriele da Prato nel suo Podere Concori vicino a Lucca con il suo Flos Concori di cui conto di parlarvi presto.

Ma poteva forse mancare, pensando alla Borgogna, un rosato da Pinot nero con i controfiocchi?

Fatta questa lunga introduzione, eccomi qui a parlarvi, ognuno meriterebbe un articolo, di due vini che illustrano ognuno a modo suo, in modo magnifico, la new wave e la vitalità dei vini rosa made in Tuscany.

Con il primo necessita un antefatto. Correva il caldissimo, torrido anno 2003 quando gli amici Alberto ed Ettore Falvo, all’epoca proprietari della più bella tenuta di quel posto splendido che è Montepulciano in Toscana, Avignonesi (poi venduta nel 2008 alla compagnia Maritime Belge) in quanto proprietari anche di una bellissima società di importazione e distribuzione di vini italiani ed esteri (la maison de Champagne Duval-Leroy ad esempio), conoscendo la mia avversione per i vini base Sangiovese barricati mi dissero: abbiamo un vino che fa per te. E così scoprii l’esistenza non solo di un ottimo vino affinato non in carati ma in botti grandi, ma l’esistenza di un villaggio bellissimo che non conoscevo, Seggiano (celebrato anche per l’olio extravergine Dop da cultivar olivastra seggianese e per ottimo pecorino prodotto dal caseificio locale) posto ai piedi del Monte Amiata a 40 chilometri scarsi da Montalcino, di una tradizione vitivinicola che risale all’epoca etrusca e di una produttrice del tutto speciale. Una donna, simpaticissima, brava, inglese.

Detto in breve, leggete qui, articolo del 2003 sul mio adorato primo sito Internet, Wine Report, scoprii un Sangiovese di alta collina stupendo, Charlotte Horton, la sua artefice ed un posto, dove sono tornato più volte, spostandomi da Montalcino, assolutamente stupendo e unico.

Ora al Castello di Potentino Charlotte oltre al Sangiovese lavora anche su Alicante / Grenache e Pinot nero e da quest’ultimo ottiene un eccellente vino stile Bourgogne, il Piropo, e questo rosato di cui voglio parlarvi, che si chiama Lyncurio, ovvero “la pietra di lince, una pietra curativa mitologica, il colore dell’ambra pallida fortemente associato al dio del vino, Bacco”. Si tratta di un Pinot nero vinificato in bianco fermentato e maturato (5 mesi) in tini di acciaio inossidabile da 20 ettolitri con controllo della temperatura, da uve Pinot nero provenienti da un vigneto posto a 380 metri d’altezza.

Charlotte Horton così racconta le sue vigne: “il vigneto del Castello di Potentino è situato sulle pendici della vetta più alta della Toscana, il Monte Amiata, un vulcano spento. La nostra valle è bassa e riparata. Ciò significa che in estate abbiamo giornate calde ma notti fredde mentre l’aria scende dalla montagna. La terra è vulcanica, geologicamente molto nuova e ricca di minerali. Questa mineralità crea un vino particolarmente sapido e raffinato, con bouquet sottili e un corpo ricco ma non pesante. È per questo dono della natura che abbiamo chiamato il nostro primo vino Sacromonte, in onore del sacro monte degli Etruschi. I vini del Castello di Potentino sono rappresentativi del delicato rapporto tra natura e uomo, terra e clima; una simbiosi basata su osservazione e rispetto, sensibilità e disciplina”.

Parlerò prossimamente del Pinot nero vinificato in rosso e dei fantastici vini base Sangiovese, intanto beccatevi la descrizione del rosato Lyncurio: colore melograno scarico – tramonto, brillante, luminoso, naso finissimo, teso, sapido, molto elegante, con note di lampone e ribes in evidenza, di rosa ed erbe aromatiche. Bocca fresca, viva, succosa, di calibrata vinosità, molto persistente, con una vena acida che spinge e vivacizza la materia fruttata e una vena sapido minerale bella espressione del terroir di Potentino a Seggiano.

E ora passiamo dalle pendici dell’Amiata alla poco distante (sono solo 23 chilometri) Montalcino, con il Toscana rosato 2019 di San Lorenzo, il consueto gioiellino (io anni fa scrissi della prima uscita, di annata 2014) di quel tosco schietto, di quel figlio della bellissima terra ilcinese (guardate il filmato sul sito Internet) che è Luciano Ciolfi, conduttore, insieme al padre Paolo, di quella bellissima realtà, a Montalcino, chiamata SanLorenzo. Da cui arrivano ogni anno tra i migliori Rosso di Montalcino e Brunello di Montalcino (anche riserva, che porta il nome del nonno Bramante), prodotti nel celebre borgo senese.

Per il racconto dell’azienda rileggetevi l’articolo che ho già segnalato, questo, voglio solo segnalarvi che il buon Ciolfi dispone di vigneti digradanti che partono da un’altezza di poco inferiore ai 500 metri, con esposizioni differenti, che assicurano perfette maturazioni delle uve e la salvaguardia di un buon livello di acidità. Il Rosato, ottenuto dal salasso di una piccola parte delle uve destinate al Rosso di Montalcino dove è rimasto a contatto con le bucce per poche ore è stato messo a fermentare in barriques usate (niente malolattica) e vi è rimasto fino a maggio, con imbottigliamento in estate.

Il risultato mi ha pienamente convinto con l’edizione 2019 così come mi aveva convinto in pieno l’edizione di esordio, la 2014.

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E confrontando le mie note di degustazioni attuali con quelle di cinque anni fa, ho pensato, ritrovandomici in pieno, di riproporvele pari pari (e non per pigrizia). Colore intenso, un cerasuolo melograno, profumo che è una sinfonia di profumi, una succosa polifonia di ciliegia e ribes, di erbe aromatiche e macchia mediterranea, un tocco di liquirizia nera, di mora di rovo, di terra umida, di sale e pietra finemente in armonia tra loro, a costituire un insieme che ha freschezza e profondità, fragranza e succo.

E che buona, che golosa, viva, pimpante, ricca, la bocca, piena, ben polputa, con un frutto ben maturo, rotondo al punto giusto senza tentazioni piacione o zuccherose, con una salda struttura tannica che innerva il vino e si fa giustamente sentire, una magnifica acidità che dà energia, slancio e verticalità al vino, che lo fa apprezzare e gustare sorso dopo sorso, lasciando la bocca pulita e fresca, suscitando il desiderio, irrefrenabile e contagioso, di continuare a gustarlo. Insomma un vino fedele espressione di Montalcino e del suo trionfante Sangiovese.

Maremma cane, con rosati ‘osì bboni la Toscana può reggere il confronto, sul tema vini in rosa, con Abruzzo, Puglia e Garda. Anche se la Sicilia, con i rosati dell’Etna, la Calabria, le Marche, l’Alto Adige, ed il “mio” amato Piemonte non stanno certo a dormire!

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
http://www.lemillebolleblog.it/  

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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