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Enovarie

Dolcetto d’Alba Priavino 2018 Roberto Voerzio

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Si può lavorare in vigna sul Dolcetto (inteso come uva) proprio come se fosse un Nebbiolo, ma che dico, un Nebbiolo da Barolo? E così facendo, riducendo le rese per ettaro a un chilogrammo, chilogrammo e mezzo massimo, non si rischia di ottenere più che un Dolcetto, un vino che storicamente era destinato alla beva quotidiana e quindi doveva avere piacevolezza immediata, un Dolcettone “da guide” (e da allocchi) che si fatica a bere?

Tranquilli, si può benissimo, come dimostra uno dei più noti, importanti e blasonati barolisti (ancora più importante se si considera che le sue vigne sono solo a La Morra e non a Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba o Barolo….) uno che ha in qualche modo seguito il percorso, cronologico, dei cosiddetti Barolo boys, (la cantina nasce nel 1986) pur non avendo nulla da condividere con i loro furori “barric(q)adieri”, con i loro eccessi e le loro furbizie più da magliari in certi casi che da produttori di vino.

Sto parlando di quel “ricciolone” di Roberto Voerzio (alias Barolo Brunate, Cerequio, La Serra, Fossati Case Nere, Sarmassa, Torriglione, Rocche dell’Annunziata Torriglione, Barbera Pozzo dell’Annunziata) famoso non solo per i suoi vini che hanno conquistato il mondo e si sono imposti presso gli appassionati internazionali nonostante i loro prezzi diciamo “sostenuti”, ma anche, e posso testimoniarlo, avendo “camminato” più volte con lui le sue magnifiche vigne, per il suo modo di gestire le vigne, di praticare severe (qualcuno dice anche troppo) selezioni dei grappoli, con rese che vanno da un minimo di 500 a 1,500 chilogrammi per ettaro.

I Barolo di Roberto Voerzio sono Barolo monumentali, gli unici tra quelli affinati in barrique con i quali io sia riuscito, negli anni, a stabilire un feeling. Non sono vini facili o ruffiani i suoi, non concedono nulla alle mode, ma sono vini che già buoni giovani diventano grandi con il tempo. Come dice il loro artefice “non è il tempo che lo fa diventare grande, ma il tempo esalta le grandi qualità iniziali. Per questo diciamo che il nostro Barolo, la Barbera d’Alba riserva Pozzo dell’Annunziata e il Merlot andrebbero bevuti non prima di 5-6 anni di affinamento in bottiglia per poi evolversi lentamente nell’arco di 20-30 anni purché conservati nelle condizioni ottimali”.

Sono vini che nascono da un dialogo continuo con le sue vigne, da un’attenta osservazione della natura, da un rispetto assoluto di quello che ogni anno regala al produttore, nel bene o nel male. Roberto non ama parlare di “annate piccole”, lui, ne parlavamo al telefono recentemente, riesce a difendere anche le ragioni (più evidenti in grandi vini come i suoi, oppure in quelli di Bruno Giacosa, che lui ama e rispetta tantissimo, come il Monprivato di Mauro Mascarello e il Monfortino di Giacomo Conterno) di un’annata, torrida e non adatta al Nebbiolo, come il 2003. Roberto dice: “bisogna apprezzare la differenza delle stagioni climatiche che per fortuna non sono decise dall’uomo ! Non è segno di rispetto per quello che ci dà la natura dire che il 2003 non è un’annata buona. È presunzione dell’essere umano che vorrebbe tutto a suo piacere. Ma per fortuna la natura non ascolta nessuno e premia chi sa ascoltarla e interpretarla nel miglior modo”.

Voerzio si guarda bene dal definire i suoi come “vini naturali”, sono categorie di cui diffida, ma nei suoi vini “il contenuto di solfiti è all’imbottigliamento solitamente inferiore al 50% della quantità permessa dalla legge”.

Torniamo al punto di partenza, il Dolcetto. Roberto ne produce uno (circa 12 mila bottiglie) chiamato Priavino, che fa solo affinamento in acciaio, da uve provenienti da due vigneti in La Morra, La Pria e Pissota, due delle tre migliori vigne da Dolcetto. La produzione, manco si trattasse di Nebbiolo da Barolo è di un chilo di uva per pianta. La vinificazione prevede 20/25 giorni di macerazione di mosto fiore, partenza con lieviti naturali. Temperatura di fermentazione tra 28 e 35 gradi, due classici rimontaggi manuali al giorno, poi si svina, si lascia sgocciolare circa un’ora e poi via in acciaio, una leggera chiarifica con colla di pesce a giugno 2019, tre travasi e imbottigliamento a fine agosto 2019 alla vecchia maniera, aspettando la luna piena calante.

Il risultato è un Dolcetto d’Alba (13 gradi) di quelli che mi piacciono tanto, che quando ne stappi una bottiglia va via allegramente e se hai l’accortezza di lasciarne in bottiglia quattro dita il giorno dopo (si tratta sempre del “fund de la buta”) è ancora più buono.

Bellissima intensità di colore, rubino violaceo brillante profondo, naso fitto, denso, carnoso, succoso, profumato di viola, ciliegia, liquirizia e terra, profumi di grande fragranza e “trasparenza”, con nitide sfumature ognuna delle quali distintamente percepibile.

Al gusto pieno, terroso, polputo, vivacizzato e spinto da una bellissima acidità fresca e viva, con una tessitura che ti fa pensare (adesso Roberto chissà cosa dirà…) alla finezza elegante di Castiglione Falletto, mentre invece sei “solo” a La Morra…

Un Dolcetto d’Alba 2018 che puoi gustare ora ma che sono certo che lasciano qualche anno in cantina sarà ancora migliore…

Mi resta sempre un dubbio amletico: se Roberto Voerzio riesce a fare simili miracoli a La Morra chissà cosa avrebbe combinato se avesse avuto a che fare con le uve di Vigna Rionda, Francia, Falletto, Monprivato, Villero o della parte migliore della Bussia o dei Cannubi?

Lo scopriremo, a Bacco piacendo, nella prossima vita..

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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4 Commenti

4 Commenti

  1. mennella

    06/05/2020 at 16:25

    Che bello trovare quasi quotidianamente articoli su vinoalvino.
    Oggi sono a andato a rileggere le note su una degustazione del 2004 sui vini di Vacqueiras.

    gm

  2. Giancarlob

    09/05/2020 at 16:02

    “E così facendo, riducendo le rese per ettaro a un chilogrammo, chilogrammo e mezzo massimo…”: mi pare un po’ poco……

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