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Degustazioni

Vigneti delle Dolomiti Vernatsch Römigberg 2018 Alois Lageder

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Ascoltando Schubert e ricordando il Süd Tirol..

In questo mese di aprile che, come scriveva il celebre poeta inglese T.S. Eliot  in The Waste Land, “è il più crudele di tutti i mesi, genera lillà dalla terra morta, mescola memoria e desiderio, desta radici sopite con pioggia di primavera”, abbiamo tutti voglia di primavera e di rinascere dopo questi ultimi mesi terribili di coronavirus, e personalmente, parlando di vino, ho grande desiderio di freschezza, di vini giovani che sprigionino energia.

E quando penso a questi vini mi viene immediatamente in mente un vino e un’uva cui sono molto legato. Perché tornando indietro, illo tempore, è il primo vino che ho veramente bevuto e ordinato in bottiglia, dopo qualche assaggio di Lambrusco e Dolcetto di Dogliani (era quello dei Poderi Einaudi dell’ex Presidente della Repubblica, quel galantuomo liberale dell’economista Luigi Einaudi) fatto a casa con mio padre.

Correva l’anno 1982 e con quella che sarebbe diventata mia moglie l’anno successivo, decidemmo di andare in vacanza in estate in Alto Adige. Avevo visto una pubblicità su Il Giornale (direttore Indro Montanelli, non Sallusti…) che reclamizzava un Hotel appena aperto in una località sopra Bressanone, Luson / Lusen. Costo della pensione completa 16.500 lire.

E così decidemmo di andarci, in treno, perché non avevo ancora la patente nonostante avessi già 26 anni. Scoprimmo e fu amore a prima vista, la bellezza del Süd Tirol e l’accoglienza e l’ospitalità di quello che oggi è diventato – guardate qui – un bellissimo hotel con tutti i confort, ma che allora era solo un piccolo hotel al limitare di un bosco che quell’anno brulicava di funghi porcini meravigliosi. Li si trovava a qualsiasi ora del giorno e tornammo a casa, dopo dieci giorni, con due chili di funghi fatti seccare in balcone.

In quell’Hotel, il Lusnerhof della famiglia di Franz Hinteregger, avevano una carta dei vini e fu così che Eliana ed io iniziammo ad ordinare al nostro tavolo Blauburgunder e Vernatsch di una kellereigenossenchaft che all’epoca mi era totalmente sconosciuta, ma dove in seguito tornai, in auto, un sacco di volte, alla corte del Presidente-Re Luis Raifer. Parlo di Colterenzio, o Schreckbichl come si leggeva allora sulle etichette dove dominava il tedesco.

Da quel momento ho amato la Vernatsch o Schiava, e ne ho bevuta, nei tanti anni di vacanze estive trascorse con la famiglia in provincia di Bolzano e con tutte le visite che poi una volta iniziata l’attività di giornalista del vino ho fatto su per monti, colline e valli, forse qualche ettolitro.

Non ho i dati, ma all’epoca erano tantissimi, credo almeno un migliaio o più, gli ettari vitati di Vernatsch. Oggi sono 684 ettari, ovvero il 12% superficie vitata,(alcuni dati forniti dall’amico Thomas Augscholl della IDM Sudtirol per riflettere sul calo della superficie dedicata a Schiava: 1978, 3570 ettari, 1988, 3077, 1998, 2362, 2003, 1877) contro 478 di Lagrein, 470 di Pinot nero, 191 di Merlot e 157 di Cabernet. Oggi per il 62% la superficie vitata altoatesina è destinata a vini bianchi (tanto Pinot grigio e poi Chardonnay, Gewürztraminer, Sauvignon, ecc) ma allora la Schiava (nome italiano della varietà di uva) correva a fiumi.

Tutta questa lunga premessa per dire che recentemente mi è venuta voglia di Vernatsch (a novembre ho bevuto un paio di bottiglie di Santa Maddalena, ma lì ci può essere anche un po’ di Lagrein e Santa Maddalena, collina vitata che domina Bolzano, è un universo a parte), e che ho pensato che per rifarmi la bocca e ritrovare il piacere antico dovessi concedermi il lusso di una Vernatsch con i controfiocchi. Che venisse da un terroir speciale e da un posto magico.

Ho trovato la risposta (che poteva arrivarmi anche da un prodotto top a me caro dell’altra cantina produttori di Cornaiano, la Gschleier von alten reben di Girlan) nel vino di uno dei migliori produttori storici dell’Alto Adige, una delle persone più intelligenti del mondo del vino che abbia conosciuto, un precursore, un pioniere (della biodinamica, dei vini naturali, delle cantine costruite con biomateriali e fatte funzionare con energia naturale e rinuncia all’uso di pompe ma lavorando su più livelli e sfruttando la forza di gravità) un uomo di cultura, tanto che per anni è stato presidente del Museion, il Museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano. Parlo di Alois Lageder, produttore biodinamico certificato Demeter.

E allora, avendo letto che aveva prodotto una Vernatsch a Caldaro da un vigneto, il Römigberg, celeberrimo per la produzione di uno dei suoi vini simbolo, il Cabernet Cor Römigberg, ho chiesto ad Alois di farmi sognare con il suo vino, da vigne allevate con la forma tradizionale della pergola perché, dice “considerato il riscaldamento climatico, e il tenore alcolico tendenzialmente sempre più elevato che esso determina nei vini, siamo convinti che la pergola protegga meglio gli acini a buccia sottile, accentuando la freschezza e la leggerezza dei vini ottenuti. Vinifichiamo questo vino giocando ogni anno sulla diversità dei vari fattori che caratterizzano la vigna”.

E’ un posto magico il Römigberg, posto, come racconta il bel sito Internet aziendale, “sulle rive nord-occidentali del Lago di Caldaro si ergono dei pendii spettacolari, ed è lì che si estendono i vigneti più pregiati di questa zona. Una combinazione più unica che rara di terreni e caratteristiche microclimatiche diverse, fa sì che sugli otto ettari di quest’apprezzamento, di nostra esclusiva proprietà, si creino delle condizioni pressoché ideali per dar vita a un vero e proprio “organismo completo”, dove si realizza in pieno il principio antroposofico della convivenza fra l’uomo, gli animali e le piante. Qui, infatti, varie mucche, asini e pecore brucano l’erba che cresce sotto le viti, gli ulivi e i nespoli. Ma anche api, galline, oche e pavoni sono parte integrante di questo habitat particolare”.

E fantastica, nella sua immediatezza e semplicità, che non è sinonimo di banalità, anzi, questa Vernatsch Römigberg che non so perché venga proposta come Vigneti delle Dolomiti IGP. Ho bevuto l’annata 2018, perché la 2019 non è ancora pronta. Un bottiglia impreziosita da una bellissima e artistica etichetta, sulla cui retro vengono riportati alcuni dati significativi: vigne da 9 a 75 anni di età poste da 250 a 330 metri di altezza, resa di 39 ettolitri e vendemmia fatta il 30 agosto.

Colore rubino scarico brillante ( il colore della Schiava non è quello del Lagrein ed è più tenue di quello del Pinot nero) di grande luminosità e brillantezza, naso caratteristico, inconfondibile, molto fragrante e delicato dove dominano il lampone ed il ribes e sfumature floreali.

La bocca è quella di una Vernatsch come Bacco comanda, con il frutto ben bilanciato e dinamizzato da una fresca acidità e poi quella vena di mandorla leggermente e piacevolmente amara che dà nerbo e una punta di contrasto alla dolcezza bilanciata del lampone.

Un gran bel vino, primaverile, estivo, perfetto su tutto (suo abbinamento ideale una minestra d’orzo con carré affumicato) che vi consiglio di bere ascoltando questo aureo capolavoro del mio compositore preferito, l’austriaco Franz Schubert, il quartetto per pianoforte e archi in la maggiore D 667, il Forellequintett del 1819, quando l’autore non aveva nemmeno ventidue anni. Questa esecuzione live, con la mia violoncellista del cuore, Jacqueline Du Pré, è incantevole…

https://youtu.be/ZZdXoER96is

Prosit dunque, zum wohl!

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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