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Enoriflessioni

Tre bottiglie, tre modo di essere e raccontare Barolo

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Albeisa, bordolese e la volgarità e la mancanza di gusto e cultura al potere…

Guardate con attenzione questa foto. Non date peso al fatto che due siano ancora piene e e una vuota. E non date importanza alle annate, che nel caso della bottiglia vuota a sinistra è un normale, non indimenticabile, 2013, mentre le altre due sono rispettivamente una buona annata, un 2012, e una grandissima annata, 1999.

La differenza vera la fa il tipo di bottiglia, quello che quel determinato tipo di bottiglia rappresenta nella storia del vino supremo, IL vino, il vino che più amo, che ne è protagonista: RE Barolo.

Dimentichiamo la bottiglia a vuota a sinistra – del resto come vedremo è la meno importante (eufemismo) delle tre che ho voluto ritrarre insieme. Concentriamoci sulla bottiglia al centro, che è la bottiglia della tradizione, quella più comunemente usata, l’Albeisa. Una bottiglia che, come leggiamo sul sito Internet dedicato, “dal ‘700 dà forma a vino delle Langhe”.  Leggiamo.. “La storia di questa bottiglia nasce già nel ‘700 quando i produttori del circondario Albese vollero per i propri vini un contenitore unico e distinguibile che li nobilitasse al pari delle più note borgognotte e bordolesi d’Oltralpe. L’ambizioso progetto venne affidato alle sapienti mani dei maestri vetrai delle antiche Vetrerie di Poirino, che coniarono la sua forma, tracciando la linea della sua riconoscibile spalla. Prodotta a mano, pezzo per pezzo, divenne subito un elegante accessorio delle tavole nobiliari e borghesi, alimentando la sua notorietà e diffusione”.

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Questo il passato, ma venendo a tempi più recenti, ad un’epoca in cui il successo e la notorietà universale del Barolo (e del “fratello” Barbaresco) erano ancora nella mente degli Dei, c’è stato un personaggio geniale che ha dato vita moderna alla bottiglia albeisa, una di quelle menti illluminate che mancano oggi al mondo del Barolo e del vino albese. “È nel 1973 che grazie all’intuizione di 16 produttori albesi, ispirati dal visionario Renato Ratti, la bottiglia ALBEISA viene riprodotta e regolamentata tramite un preciso Statuto che mai prima era stato messo in atto per disciplinare e controllare l’utilizzo di un contenitore. L’innovazione, unica nel suo genere, non è quella di riprodurre una vecchia bottiglia ma quella di legarla ad un territorio e di regolamentarne il suo utilizzo all’interno del territorio stesso.

La nuova versione del 1973 riporta in modo chiaro ed esplicito il suo nome, grazie ad un rilievo sul vetro ripetuto per 4 volte ad altezza della spalla, in modo da poterlo scorgere da qualsiasi parte la si guardi. Il suo utilizzo è tutelato dall’”Associazione dei Produttori dell’Albese” che ne indica la possibilità di impiego; nonché fornisce un dettaglio sulle varietà e le DOC/DOCG che essa può contenere. Un legame forte e diretto tra quello che Le Langhe producono ed il contenitore con il quale questo nuovo prodotto pronto per viaggiare il Mondo”.

Il “progetto Albeisa” voluto da Renato Ratti oggi “conta circa 300 produttori di grandi vini che esportano nelle tavole di tutto il mondo quasi 18 milioni di bottiglie”.

Chi usa oggi l’Albeisa per il Barolo (oltre che per il Barbaresco e gli altri vini di Langa)? L’elenco è lunghissimo e lo potete trovare in ordine alfabetico qui. E mi spiace dirlo agli amici dell’Albeisa è assolutamente incompleto e lacunoso.

Se penso ai Barolo che più amo, salvo rarissime eccezioni sono tutti in Albeisa: ne cito a caso un elenco che non vuole essere onnicomprensivo e completo. Giuseppe Mascarello alias Monprivato, Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi, Brezza, Elio Grasso, Cavallotto, Giacomo Conterno (Monfortino), Accomasso, Oddero, Borgogno, Barale, Elvio Cogno, Sobrero, Giacomo Fenocchio, Castello di Verduno, Fratelli Alessandria, Marcarini, Giovanni Rosso, Sordo, Vietti, Aurelio Settimo, Ascheri, Vajra, Trediberri, Fortemasso, Ferdinando Principiano, Palladino, Baudana, Boasso, Poderi Aldo Conterno, le selezioni di Terre del Barolo, Castello di Perno…

Ma ci sono anche molti Barolo in albeisa che non mi fanno impazzire: Sandrone, Monfalletto Cordero di Montezemolo, Chiara Boschis, La Spinetta…

Torniamo alla nostra foto e alla bottiglia alla sinistra. E’ una bordolese. Non è ovviamente la bottiglia identitaria del Barolo (e del Barbaresco) ed è una bottiglia che se ci faccio mente locale utilizzano, non ho mai approfondito il discorso e non so perché abbiano scelto questa bottiglia invece dell’albeisa, in tantissimi. Molti nomi noti. Produttori di Barolo che non mi piacciono affatto, anzi, come Elio Altare, Clerico e Conterno Fantino, per citare i leader di quei Barolo boys che tentarono di uccidere il Barolo, e altri che non mi entusiasmano o mi lasciano tiepido: Gaja, Ceretto, Pio Cesare, Marchesi di Barolo, Corino,  Rocche dei Manzoni, Prunotto, Boroli, Damilano.

Ma anche produttori di vini che adoro, come il Barolo Falletto e Rocche di Bruno Giacosa, il Monvigliero, il Cannubi, l’Acclivi di Comm.G.B.Burlotto, i vari cru di Roberto Voerzio, Massolino, Guido Porro, Ettore Germano, Gigi Rosso, Gagliasso, il Bussia ed il Dardi Le Rose dei Poderi Colla, i vini di Luca Roagna, Cascina Bruni, Brovia, Canonica, continua, continua.

Teobaldo (Baldo) Cappellano, che pur era uno dei re dei tradizionalisti, il tenace difensore, fino alla fine, della tradizione nel Barolo, (formava un meraviglioso trio d’attacco e di testimonianza e orgoglio contadino con Bartolo Mascarello e Beppe Rinaldi) difesa con i suoi vini, con i suoi interventi pubblici, stranamente non scelse l’albeisa per i suoi meravigliosi Barolo Otin Fiorin Pié franco Michet, Otin Fiorin Pié Franco Rupestris, ma preferì la bordolese.

Ed eccoci, infine, alla terza foto, quella della bottiglia vuota, a sinistra… Che dire? La forma della bottiglia dice tutto, dice della necessità di ricorrere ad un contenitore stravagante per farsi notare, dice dello strafregarsene altamente del fatto che si tratta di Barolo e non di un vino qualsiasi, della mancanza totale di cultura, educazione, rispetto della storia, delle tradizioni, dell’identità del Barolo che la scelta di questa bottiglia palesa.

Cosa aspettarsi del resto da un produttore che ha scelto, non si sa grazie a quali permessi ottenuti dal Comune di Barolo, di costruire un’orripilante cantina in forma di doppia scatola da scarpe sovrapposta in un luogo sacro come la collina dei Cannubi?

Cosa aspettarsi se non volgarità, incultura, assenza di gusto e di misura da chi definisce quel calcio in faccia all’estetica e al buon gusto “la prima cantina vitivinicola pop“, o ancora “una dichiarazione d’amore verso l’estetica pop”?

Guardatevele ancora le foto delle bottiglie scelte dai proprietari di questa cantina esempio perfetto dei mala tempora che currunt e della deriva di una parte del Barolo sul sito Internet di questa “cantina vitivinicola pop”!

Se riuscirete a bloccare i conati di vomito, se non sarete travolti dall’indignazione, se non vi verrà un desiderio irrefrenabile di sperare che qualche eco terrorista una notte si manifesti e faccia giustizia, allora avrete capito il senso di quella fotografia da cui siamo partiti, la mia solenne incazzatura, da barolista in servizio permanente effettivo dal marzo 1984, che Re Barolo ama sopra ogni altro vino.

Viva il Barolo, che sopravviverà al coronavirus e anche ad incivili e cialtroni di ogni tipo, ad astemi più o meno pentiti…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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3 Commenti

3 Commenti

  1. Simone Castelli

    22/03/2020 at 13:07

    Grazie per questo articolo. Ne sentivo il bisogno. In primo luogo per una lista di produttori di Barolo che ho già fatto mia ( Voerzio l ho conosciuto anni fa e amato i suoi vini, i rossi tutti!)
    Inoltre sono d accordo con te in merito all importanza rivestita anche dall estetica.

  2. Roberto Pairetti

    23/03/2020 at 09:46

    Buongiorno Sig. Ziliani,
    ma il Consorzio di Tutela non ha il dovere di vigilare che anche i contenitori in cui viene commercializzato il Barolo rispondano a determinate caratteristiche? E poi il Disciplinare è esplicito con gli articoli 1 e 3:
    1. Le bottiglie nelle quali vengono confezionati e commercializzati i vini a denominazione di origine controllata e garantita «Barolo», di cui all’art. 1, devono essere di forma albeisa o corrispondenti ad antico uso e tradizione, di vetro scuro con dispositivi di chiusura ammessi dalla vigente normativa in materia.
    3. E’ vietato il confezionamento e la presentazione in bottiglie, che possano trarre in inganno il consumatore o che siano comunque tali da offendere il prestigio del vino.

    E poi una considerazione: io abito nel centro storico di un piccolo paesino del Torinese e quando ho ristrutturato casa ho dovuto sottostare a una marea di vincoli..neanche abitassi a Venezia. Vorrei capire come hanno fatto a dare i permessi per costruire quella struttura in una zona patrimonio dell’UNESCO, visto che non si armonizza per niente con il paesaggio.
    Saluti

  3. Giancarlob

    23/03/2020 at 21:03

    Mah….mi viene in mente la bottiglia di un amaro piuttosto che di un vino. La trovassi negli scaffali non mi verrebbe voglia di comprarla, a partire dal nome dell’ azienda, L’Astemia. Chissà poi quanto se la farà pagare per lo sforzo di marketing che c’è dietro.

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