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Degustazioni

Slow wine ed il Telegraph riscoprono la grandezza del Dolcetto: non è mai troppo tardi..

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E io vi consiglio un Dogliani Dolcetto da standing ovation…

E’ sempre bello accogliere le pecorelle nere che tornano all’ovile.. E’ giusto riservare loro un sorriso e un abbraccio e compiacersi che si siano ravvedute.. E’ quindi con piacere che scopro che anche una guida dei vini firmata dalla costola vinosa di un movimento, Slow Food, che in passato essendo coautore e coeditore, con il Gambero rosso, di una famigerata guida, Vini d’Italia, che premiava i Dolcettoni più assurdi e imbevibili, autentici “alieni enologici” abbia “scoperto”, con un articolo pubblicato sul loro sito Internet, l’acqua bagnata. Ovvero che il Dolcetto, vitigno e vino identitario piemontese come pochi altri, è un piccolo grande vino da riscoprire.

Che i suoi vigneti non vanno spiantati per essere sostituiti da più modaiola e facile Barbera, o chissà da che. O da Nebbiolo che se quelli che sono venuti prima nel tempo non hanno piantato in quel posto invece del Dolcetto ci sarà pure un motivo, no?

Per cui sorridiamo pure a questo sconosciuto collaboratore di Slow wine, Gabriele Rosso di Busca vicino a Saluzzo, che cura l’editing della guida ed è appassionato di vino, che annota e confessa “Devo ammettere che fino a un paio di anni fa guardavo al Dolcetto come probabilmente fa il 90% dei bevitori nostrani. Un vino stritolato dalle sue contraddizioni, difficile da amare. Non lo capivo”. Che ricorda di non aver capito, io lo facevo mentre lui probabilmente giocava con i soldatini, “la corsa al Dolcettone doglianese, il vino importante che si faceva anche un po’ scontroso, che voleva imitare i vicini di successo senza – ahilui – averne la stoffa. Non capivo la corsa al Nebbiolo dei dianesi. Non capivo dove e se correva Ovada perché praticamente non la conoscevo, ma in questo caso era tutta colpa mia, e forse anche un po’ del mondo della critica enologica”.

E non capiva “perché i produttori dovessero fare serie interminabili di tripli carpiati per addomesticare una materia bizzosa, difficile da gestire in cantina e difficile da vendere una volta varcate le sue porte. Intuivo infatti come i mercati esteri potessero guardare con sospetto un vino che si chiama Dolcetto ma non è affatto dolce”.

Rosso, un cognome molto diffuso nell’albese, sinonimo di vini di qualità a Castiglione Falletto e Diano d’Alba, ma anche a Serralunga d’Alba, dice che “ho dovuto fare pace con l’amaro, e ci sono riuscito. Perché il classico finale amarognolo del Dolcetto richiede pazienza e un po’ di applicazione. Ma una volta che ci si mette d’accordo, che in bocca si rivela come l’amico che per farti dispetto ti dà un pizzicotto, e a te viene da ridere e al dolore non ci pensi, beh a quel punto è fatta: senza patimenti ne bevi una bottiglia, e non ci pensi più”.

Peccato che celebri la sua personalissima pace con vini di produttori a me conosciuti solo a lui e a pochi altri, magari migliori dei tanti produttori di Dolcetto ai quali, in 35 anni di attività (e la mia prima volta in Langa, nel 1984, fu per un Dolcetto d’Alba, per intervistare il cunt Paolo Cordero di Montezemolo al Monfalletto) ho dedicato centinaia di articoli. Ne cito solo alcuni qui di seguito, cui tengo molto: uno, due, tre. Anzi, quattro, cinque, sei.

Sorrido al suo invito a non spiantare e vigne e a dedicare al Dolcetto “tutta l’attenzione che merita, “perché il Dolcetto è una fetta importantissima della storia enologica e contadina del Piemonte meridionale”.

Beati giovani che si sentono al centro del mondo e scoprono l’acqua calda! Mi consola invece vedere che della grandezza del Dolcetto e del suo ruolo fondamentale nel quadro dei vini piemontesi, e albesi in particolare, si accorgono anche in UK, come dimostra questo eccellente articolo che la wine writer Victoria Moore ha pubblicato non sulla Gazzetta di Roccacannucia, ma sul Telegraph.

E mi fa piacere che tra i Dolcetto d’Alba che lei ha scelto per illustrare il suo discorso sulla necessità di riscoprire Dolcetto ci sia, accanto a quello di Vajra, anche quello di un produttore che adoro non per il Dolcetto ma per il Verduno Pelaverga ed il Barolo Monvigliero, ovvero Comm. G.B. Burlotto.

E io che faccio per dare il mio modesto contributo alla riscoperta del Dolcetto? Semplice, continuo a stappare e gustare ottimi Dolcetto. Ho già scritto dell’ottimo Dolcetto d’Alba di Benevelli, che produce anche Barolo di cui vi parlerò presto ed un Langhe Freisa che mi ha entusiasmato, mi sono gustato, trovandolo impeccabile, quello di un’azienda di cui vi parlerò presto e che ha una storia meravigliosa da raccontare, il Castello di Perno dell’ex parlamentare Gregorio Gitti, e voglio parlarvi, con tutto l’entusiasmo che merita, di una scoperta che ho fatto grazie ad un amico lettore, Maurizio Fattori. Uno che di vini e di ristorazione ne sa.

Si tratta di una piccola cantina di Clavesana, siamo nel cuore della zona di produzione del Dolcetto di Dogliani, dove operano, in regime di poesia applicata al vino, due fratelli, Ivan e Mauro Gallo. L’azienda, come si legge sul suo sito Internet, “sorge sulle colline delle Langhe, in Frazione Lo Sbaranzo, nel territorio di Clavesana in provincia di Cuneo. Produce vini con uve provenienti da vigneti situati nel Comune di Clavesana.
L’azienda a conduzione familiare risale al 1795 con la nascita dell’antenato Giuseppe Gallo , contadino benestante e abile viticoltore.
Ormai alla quinta generazione, la gestione dell’azienda è affidata al giovane produttore Ivan Aldo Gallo.

Attualmente l’Azienda Vitivinicola Gallo, coltiva esclusivamente vigneti di Dolcetto e Barbera e dal 2017 si avvale della preziosa collaborazione di quel bravissimo enologo che è Piero Ballario, consulente ad esempio di Forte Masso e Marchesi di Gresy e di molte altre aziende, come potete vedere qui.

Come sono i vini di questa piccola realtà contadina? Commoventi per sincerità, piacevolezza, capacità di raccontare la terra dove nascono, di esaltare le caratteristiche varietali, il legame stretto, il matrimonio d’amore tra varietà autoctone utilizzate (Dolcetto, Barbera, (e per il bianco Gallus un mix inconsueto di Dolcetto, Favorita, Arneis e Moscato che varia a seconda delle annate e delle indicazioni di Ballario) e le colline dove nascono.

Le etichette sono quelle che sono, tra il naif, il poetico, l’artistico, e talvolta come nel caso del rosato (di Dolcetto) Galuparia, riportano composizioni pittoriche che Mauro Gallo, il fratello che si occupa di fare i vini, dipinge non con l’inchiostro, ma con il succo d’uva.

I Gallo hanno un’idea chiara, che piacerebbe sicuramente anche al Rosso di Slow wine, se mai mettesse piede in cantina, sono solo 49 chilometri di distanza da dove abita alla cantina di Gallo, e dire che mi piace che loro pensino al Dolcetto come ad un “vino secco, color rosso rubino, dal gusto soave e delicato, ottimo ad ogni pasto, perfetto per bersi in piacevole compagnia”.

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Loro, oltre a produrre ad un fantastico Langhe Barbera Galet, onorano il Dolcetto in ogni sua forma. Come Dolcetto base, il Briccotto, con un incredibile  Dogliani Docg Galantom che ho bevuto di cinque anni, impeccabile, fresco, succoso, pimpante, con ancora anni davanti, con un più impegnativo ma esemplare Dogliani Superiore Vigna Garino, e persino, oltre al rosato Galuparia già citato, con un inconsueto e sorprendente vino rosso, Alessia, che viene prodotto “con le uve migliori destinate al Dolcetto superiore e per una quota di circa il 20% con uve provenienti da una vendemmia tardiva. Quindi diraspapigiatura, fermentazione a cappello emerso con rimontaggi giornalieri, svinatura a fine fermentazione alcolica, fermentazione malolattica successiva a quella alcolica e leggero affinamento in botte, mica barrique, per circa sei mesi”.

Un’assoluta squisitezza, un capolavoro, una cosa rara e geniale, che solo un poeta come Gallo poteva inventarsi. E questo è uno dei molti volti possibili di quell’universo meraviglioso che è il Dolcetto. Che sia Alba, Dogliani, Acqui, Asti, Ovada, Diano, Langhe, Langhe Monregalesi, Monferrato, Colli Tortonesi, Pinerolese, Piemonte, poco conta. E’ Duset, e che Bacco lo benedica…

Azienda agricola Gallo Ivan Aldo

Frazione Lo Sbaranzo

Clavesana CN

Tel. 0173 790248 3332254954 – 3382774263

E-mail ciao@gallopiemonte.it

Sito Internet www.gallopiemonte.it

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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