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Enoriflessioni

Oltrepò Pavese, che fare? Il punto di vista di Sara Zambianchi

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E’ già passato oltre un mese, era il 21 gennaio, dall’esplosione dell’ennesimo scandalo del vino in Oltrepò Pavese, quello che ha visto coinvolta la Cantina di Canneto Pavese, una cantina sociale grande, ma senza pretese… Ne ho scritto qui, aprendo un dibattito che ho sempre cercato di tenere vivo su questo blog, e che potete leggere grazie a questo link, e dopo essermi incazzato, aver denunciato l’ignavia e l’indifferenza di molti, aver ricordato che in tanti erano coinvolti, che c’è chi non poteva non sapere quello che accadeva a Canneto, chi aveva inserito quella Cantina sociale dalla qualità e dai sistemi discutibili accanto ad ottime aziende nel fantomatico Distretto, ma per venirne fuori e proporre, dopo il fango, un’immagine reale di come si lavora in Oltrepò Pavese, di come ci si sforzi di fare qualità in una situazione ambientale stile Palermo anni Ottanta, mi sono inventato questa trovata, #unbuonoltrepoalgiorno che mi ha sinora portato a segnalare su Lemillebolleblog una serie di metodo classico oltrepadani di assoluta qualità.

Ma la discussione continua e l’interrogativo è, che fare? Come agire per proporre all’Italia e al mondo un’immagine positiva e vincente dell’Oltrepò Pavese del vino?

Ho pertanto pensato di interpellare e dare la parola ad una giovane donna coraggiosa che sulla stampa locale oltrepadana ha preso posizioni molto chiare e molto dure. Ho chiesto un intervento ospite alla dottoressa Sara Zambianchi, enologo, Laureata in Scienze Agrarie – Viticoltura ed Enologia (UNICATT), PhD student Agrisystem (Università Cattolica del Sacro Cuore, PC), Coordinatore Regionale per la Lombardia dell’associazione “Città del Vino”, sommelier AIS, nonché consigliere comunale con delega all’Agricoltura e al Turismo de. Comune di Pietra de’ Giorgi, un borgo dove hanno sede importanti cantine oltrepadane come Scuropasso e Giorgi di Vistarino.

Ecco il punto di vista di questa ragazza, che pubblico integralmente e che sottopongo alla vostra attenzione. Buona lettura!

Devo ammettere che, al tempo dello smart working e delle fake news una visione obbiettiva della realtà desta scalpore specie se sei dell’ Oltrepò Pavese!

Sto parlando di quel meraviglioso triangolo collinare che si sviluppa al di là del fiume Po, un vasto territorio proteso, come ad abbracciare, Liguria ed Emilia-Romagna nel quale gli appennini cominciano a fare capolino sulle impervie alture collinari dell’Oltrepò montano.

Si, questo è il mio, il nostro Oltrepò Pavese che tanto ha da dare ma che noi, suoi interpreti, non riusciamo a capire, cogliere e divulgare.

Quando si pensa all’Oltrepò Pavese non bisogna immaginarlo su modello “campagna toscana”, naturalizzato in colline dolcemente pettinate da dorate spighe di grano, lunghi viali costeggiati da cipressi e composti filari di Sangiovese ordinatamente sfalciati come giardini all’inglese ma bensì, liberati da questi stereotipi di bellezza ci si deve lasciar trasportare in una realtà d’altri tempi, nella quale un bizzarro animo “rock-vintage” dell’oltrepadano svela un territorio per sua natura un po’ caotico, indeciso, e con una visione del marketing diametralmente opposta a quella standard.

E sì, perché un turista che decide di farsi una bella gita fuori porta deve mettere in conto che per raggiungere il nostro territorio: non può utilizzare un’autostrada, deve attraversare il Ponte della Becca a senso alternato per continui lavori e deve fare lo slalom per evitare i crateri che puntualmente si aprono sulle nostre strade. Ecco che in un secondo l’Oltrepò Pavese, che vanterebbe una posizione strategica tra le principali metropoli del nord, si trova etichettato come una zona inospitale all’accoglienza dei villeggianti.

Capite bene che per chi vive, lavora e cerca di promuovere questo territorio non è gioco facile!

Madre natura ci ha dato molto, forse troppo ma a quale prezzo? 

Un vecchio proverbio dice che “chi ha pane non ha denti”: nella semplicità di queste parole viene rappresentato pittorescamente ciò che da secoli succede in questo territorio.

L’ Oltrepò Pavese vanta grandi ricchezze come: una grande biodiversità che ospita oltre 200 specie di farfalle (più dell’intera Inghilterra), la composizione dei terreni che lo rendono appetibile alla coltivazione di differenti varietà di uve, la possibilità di estendere le proprie vigne su differenti piani altimetrici, una sapiente conoscenza delle pratiche agronomiche tramandate dalle generazioni di viticoltori più anziani rinnovate dall’introgressione delle moderne tecnologie.

Tutto questo è Oltrepò Pavese; è culla del Pinot nero in tutte le sue vesti: spumante, fermo, rosso e rosato, del tenace Riesling, della Croatina, del corposo Buttafuoco, dei gioviali Moscato e Sangue di giuda.

Un territorio prodigioso che regala nettari per ogni occasione: dall’antipasto al dolce, tutto in 13500 ettari di vigneti.

Arrivati a questo punto è lecito domandarsi perché, un territorio dalle grandi potenzialità rimanga intrappolato nei suoi confini senza decollare come hanno fatto altre denominazioni.

Prendere consapevolezza dei propri errori è il primo passo per poter riparare ad essi ed uscire da questo limbo perché, checché se ne dica, qualche passo falso in questi anni passati è stato commesso.

Da oltrepadana, figlia di un viticoltore, mi duole dover constatare che il mio territorio vive il suo tempo sempre al tramonto e con il freno a mano tirato.

D’altronde, stiamo pagando lo scotto di un passato che non ha saputo guardare con lungimiranza lo scenario futuro, ma neanche furbescamente ha preso spunto da altre denominazioni per creare un progetto territoriale.

Purtroppo, “l’egemonia del trasporto in cisterna” ha fatto l’occhiolino a chi negli anni ha avuto il controllo di masse critiche di prodotto, il quale, invece di diversificarle in previsione di un miglioramento della qualità della denominazione ha preferito massificarle fornendole ad altre zone produttive meno fortunate di noi ma con ben più capacità imprenditoriale.

Il risultato si è concretizzato in una grave e perseverata mancanza del link territorio-denominazione che ha contribuito e sta contribuendo a mantenere l’ Oltrepò Pavese nell’oblio.

Nonostante questa nuova cornice delineatasi nel 2014, anno zero per gran parte del territorio, un discreto numero di viticoltori continua a credere che la massificazione del prodotto, senza troppo preoccuparsi delle varietà e della qualità di esso, sia la carta vincente.

Ciò lo ha dimostrato anche il recente episodio intervenuto ad inizio 2020; a conti fatti, sono già due “anno zero” per lo stesso territorio. 

Quanti ne dovremo avere ancora prima che la base capisca che l’unica soluzione a questo nostro problema è produrre vino di qualità, dalle corrette varietà del territorio come indicato da disciplinare di produzione? 

Per raccogliere i primi frutti ci vorrà tempo, denaro, investimenti e pazienza ma questa, al momento, risulta l’unica strada percorribile per rendere l’ Oltrepò Pavese un territorio unito e orgoglioso del proprio prodotto.

Fortunatamente già abbiamo sul campo aziende che lavorano pedissequamente per mostrare il volto più bello del nostro Oltrepò Pavese ferito.

Sono aziende che con la loro passione e perseveranza vincono competizioni, medaglie, degustazioni e attraverso esse fanno innamorare anche i consumatori più scettici; si tratta di esempi da seguire e supportare perché in Oltrepò Pavese sono ancora poche quelle realtà che scelgono di crederci, mettendosi in prima linea come “ambasciatori” del bere di qualità.

Questo tipo di maturità imprenditoriale che dovrebbe essere familiare a tutto il territorio, per qualche strano motivo, si manifesta solo in alcune realtà che faticano ad emergere perché si portano ai loro piedi il fardello di un’area frammentato e per certi versi incapace di riorganizzarsi il futuro.

È importante che in nostro territorio svesta i panni del “damigianaro” o di quello che fornisce le cisterne che vengono etichettate altrove; è ora che si coltivi un po’ di sano orgoglio per questa terra, per renderla un’area nella quale fare il viticoltore è un onore e non un obbligo, nel quale le generazioni future potranno avere lavoro e portare avanti sacrifici della propria dinastia.

Solo noi oltrepadani, da veri conoscitori del nostro ambiente, possiamo lavorare per creare quel valore aggiunto che ci permette di rimanere sul territorio a fare ciò che meglio sappiamo fare: i viticoltori!

Non lasciamo che il volto delle nostre magnifiche colline cambi, tramutandosi in un confusionale abbandono delle vigne, delle aziende e del sapere!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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5 Commenti

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  1. Oltrepadano annoiato

    27/02/2020 at 16:43

    caro Ziliani, ho letto il testo che definire un articolo sarebbe un’impresa. E’ un compitino scolastico, una serie di banalità e di cose ovvie. Perché l’hai pubblicato? La cosa migliore dell’articolo sono le foto della ragazza, che é molto carina e fotogenica. Sulla sua pagina Facebook ce ne sono altre più intriganti.
    Sara Zambianchi…ma è la stessa che presta i propri servizi negli stand della mega cantina Terre d’Oltrepo in giro per le fiere ? Dalla fiera di paese al Vinitaly, l’ho sempre vista a sbicchierare i vini del Cantinone.
    Delle due l’una, o ha una sorella gemella, o è stata folgorata sulla via di Broni..
    Vedi Franco, il più grande problema dell’Oltrepò è questo: la figlia di un socio di Terre d’Oltrepò, intrisa di mentalità vecchia e inutile, guadagna gli onori della cronaca in forza di una laurea e di attestato di Sommelier. Il solo fatto di scrivere delle ovvietà è, di per sé, un elemento di novità che merita attenzione. Significa che non c’è nulla dietro.
    In Oltrepò l’ovvio e l’inutile sono notizie da prima pagina!
    Perdonami la franchezza e la mia richiesta di pubblicare senza firma queste mie riflessioni.. Sono oltrepadano e produco vino, ma preferisco non espormi..

    • Franco Ziliani

      27/02/2020 at 19:34

      caro Oltrepadano (perché annoiato?) lei é un po’ troppo cattivo… Perché non avrei dovuto pubblicare l’intervento di Sara Zambianchi? Ha visto le sue foto? E’ tanto fotogenica e carina e impreziosisce con il suo bel visino questo blog dove parlando di Oltrepò Pavese ho pubblicato foto di brutti ceffi… Quelli del Distretto, quelli che non potevano non sapere. Il genero di Rampini, ad esempio… Meglio la tenera Sara con le sue divagazioni poetiche che Fabiano Giorgi, non trova?

  2. Patrizio Chiesa

    27/02/2020 at 18:58

    Franco ma è la stessa Sara Zambianchi che qualche mese fa metteva in vendita sul marketplace di Facebook damigiane vuote? Sono arrivato a leggere sino al rock-vintage e mi è bastato. Cercare di far passare il degrado urbano, i capannoni grigi e le frane, anche nei vigneti, come come risorse ci vuole una gran fantasia, ma anche qualcosa d’altro… ma così abbiamo risolto un problema, non dovremmo più paragonarci a nulla e nessuno, il nostro territorio deve essere valorizzato elevando “il brutto”… pertanto ci sta anche il vino fatto con l’acqua. MA PER FAVORE!

    • Franco Ziliani

      27/02/2020 at 19:35

      amico carissimo, a volte riesci ad essere più cattivo e più stronzo del tuo amico Ziliani… lo conosci?
      ti abbraccio

  3. Simkne

    28/02/2020 at 00:43

    …dalla foto sembrerebbe giovane, ma scrive e pensa come una di 72anni cui la vita ha tolto ormai molto.
    Non sono questi gli oltrepadani che risolleveranno il mio amato Oltrepò che passa dal grande pinot nero bollicinoso alla damigiana (si!) di goduriosa croatina. SVEGLIA

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