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Degustazioni

Alberelli di Giodo Sicilia Doc Nerello Mascalese 2016

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Il vino dell’Etna di Carlo Ferrini

L’Etna, la Muntagna come la chiamano quelli del posto, è la nuova grande frontiera, è la sfida immensa, è la terra promessa del vino italiano. Non c’è altra zona vinicola d’Italia, Langhe e Montalcino a parte, che abbia le stesse potenzialità ed eserciti un simile fascino in chi ne assaggi i vini… E così accanto alle aziende storiche dell’Etna, quelle che ne hanno fatto conoscere la grandezza enoica, parlo di Benanti e di Barone di Villagrande, sono progressivamente emerse, impossibile citarli tutti, sono tantissimi, tutta una serie di piccole e grandi aziende agricole che esprimono vini splendidi, da fuori di testa. Penso a Graci, a Feudo Cavaliere, ai vini di Salvo Foti, a Pietradolce, Piano dei Daini, l’elenco sarebbe infinito…

Sull’Etna, sui suoi vari versanti, sono arrivati in tanti, dal belga Cornelissen con il suo Magma dal prezzo inarrivabile, al Barone Franchetti di Passopisciaro, che da anni organizza quella rassegna, Contrade dell’Etna, cui non ho mai potuto partecipare e che anche quest’anno sarà organizzata da lui, mentre il  Consorzio vini dell’Etna, di cui è presidente Antonio Benanti a maggio organizzerà – era ora! – una propria manifestazione.

Sono arrivati, meglio tardi che mai, ma con risultati sinora non entusiasmanti, i grandi nomi del vino siculo come Planeta e Donnafugata, Firriato e Cusumano, e altri, e sono arrivati anche i piemontesi, da Oscar Farinetti e suo figlio Andrea al barolista di Serralunga d’Alba Davide Rosso che era stato il primo a pensare a questa operazione. E naturalmente anche le Roi Angelo Gaja, che é uscito da poco con i primi vini, un bianco 2018 e un rosso 2017, fatti nell’azienda che ha in società con Graci e che si chiamerà.. mistero….

E sono arrivati anche i vari winemaker, gli “stregoni” del fare vino… E’ arrivato Riccardo Cotarella, il presidente degli enologi italiani e internazionali, l’amico di Michel Rolland, mister Merlot, che è consulente di diverse aziende tra cui Terrazze dell’Etna, dove cura originali metodo classico non solo da Nerello Mascalese o Carricante, ma da Chardonnay e Pinot nero.

Ed è approdato all’Etna, producendo un suo rosso da alcuni anni (io però le emozioni più grandi dai vini della Muntagna le ho avute sinora da bianchi e rosati e da un paio di Pinot nero fantastici come questo di Al Cantara…) anche un celebre collega di Cotarella, anche lui innamorato della Sicilia, dove ha già lavorato, a Tasca d’Almerita ad esempio, e del Merlot. Uno che al suo attivo consulenze importanti per aziende come San Leonardo, Fonterutoli, Poliziano, Casanova di Neri, Masciarelli, Il Pollenza, Tenuta di Ghizzano, per citarne solo alcune.

Il personaggio in oggetto si chiama Carlo Ferrini, è fiorentino, ha 65 anni, il baffo un tempo biondo ora con sfumature bianche e occhi azzurri, e dopo aver curato vini per tanti, cosa che continua a fare, ha deciso di mettersi in gioco in proprio. Nel 2002 ha acquista la prima particella di terreno a Montalcino e così inizia una nuova sfida, un’avventura, ma soprattutto è il coronamento di una passione. Produce a Montalcino il suo Brunello, dal 2013, con Sangiovese del Podere, maturazione di due anni e mezzo in piccoli legni francesi da 700 litri, seguita da 18 mesi di affinamento in bottiglia, e poi un Toscana Rosso, annate 2016 e 2017 che si affina in botti da 500 e 2500 litri, ma poi Ferrini ha voluto salire sulla Muntagna, insieme alla figlia Bianca, trent’anni, “un passato da pallanuotista e una formazione in agraria in Italia e in marketing negli Stati Uniti”.

Come ha raccontato al Corriere della Sera che l’ha intervistato, è salito a 850 metri di altezza sull’Etna, per creare “un Nerello Mascalese dedicato al suo passato. L’ha chiamato Alberelli di Giodo. La prima parte del nome indica la forma delle vecchie viti, di 70-80 anni, che ha trovato sul vulcano. La seconda parola è l’acronimo dei nomi dei genitori, Giovanna e Donatello. «Casalinga lei, operaio dei trasporti lui, mi hanno dato tutto», ricorda. Ho solo un ettaro e mezzo di terra lavica, dove si sprofonda nella cenere — racconta Ferrini, che dal 2002 è sbarcato anche a Montalcino (Brunello e un Rosso Igt) —, ho messo assieme diversi piccoli appezzamenti. Non ho ancora una cantina, mi aiuta Michele Faro di Pietradolce. Ho puntato tutto sull’eleganza, l’Alberelli è un vino femminile e intenso».

I vini di Ferrini a Montalcino e sull’Etna hanno etichette bellissime, quelle del vino dell’Etna, che è Doc Sicilia e non Etna rosso, vede protagonista “l’omino-vitigno, che impersona il Nerello Mascalese e che sulla vetta del vulcano sembra sostenere da solo il mondo del vino perché interpreta in purezza le vigne dell’Etna”.

Quella del Brunello “racchiude in sé un piccolo racconto: un omino stilizzato che raffigura il Sangiovese sostiene il mondo enologico perché a Montalcino è l’unico interprete della denominazione”, mentre quella del Giodo Rosso Toscana “racconta una storia diversa del piccolo uomo–vitigno Sangiovese. Qui vive all’interno del cerchio–mondo enologico perché la sua denominazione è aperta ad ogni tipo di uvaggio e ad ogni blend”.

Sono etichette d’autore firmate da Aldo Segat, titolare di uno studio a Milano che ha già realizzato bellissime etichette per Castello della Sala, Poliziano, Nittardi, Istine, Sapaio, Castiglion del Bosco, Pietradolce, Cirelli.

A me non interessa la piccola notizia che Alberelli di Giodo 2016 abbia avuto 94/100 da WineAdvocate, 94 punti da jamessuckling.com, 93 punti da Decanter ed è il vincitore del premio “Esordio Vincente” della guida DoctorWine con 97 punti. E non mi interessa nemmeno un dato significativo, il fatto cioè che la sua produzione sia di seimila bottiglie vendute al prezzo piuttosto importante di 50 euro.

Nell’accostarmi a questa sua annata di esordio, avevo anche il 2017 da assaggiare ma ho preferito puntare sull’annata più vecchia, mi interessava concentrare l’attenzione sul fatto che le uve arrivassero da una vigna di poco più di un ettaro a circa 950 metri di altitudine dove si trovano preziose piante pre-fillossera tra gli 80 e i 100 anni d’età e coltivate con intensità di 5000 piante ettaro ad alberello”.

Mi interessano dati come l’altitudine, l’esposizione a nord, ideale per il Nerello e il terreno nero di pomice del Vulcano che dovrebbero permettere di ottenere un corpo e un frutto unici, e poi che la resa per ettaro è di 50 quintali, la fermentazione è stata svolta in acciaio con 20 giorni di contatto con le bucce. E che l’affinamento di 12 mesi sia avvenuto in legni francesi piccoli da 5 e 7 hl e non in botti da 500 e 2500 litri come nel caso dell’Igt fatto a Montalcino, dove, leggo sul sito Internet di Giodo e sulla scheda tecnica del vino, che “il Sangiovese si esprime con esemplare finezza. L’apporto del legno è minore rispetto al Brunello e lascia voce a profumi avvolgenti e alla freschezza di frutti rossi”.

Al mio assaggio sono rimasto ammirato, ma non conquistato, ho ammirato la perizia tecnica del vino, la sua fattura impeccabile, ma il vino non ha acceso la mia fantasia, non ha parlato al mio cuore. E mi ha fatto venire in mente il titolo di un celebre libro del grande scrittore veneto Goffredo Parise, L’eleganza frigida

Colore rubino brillante luminoso, un naso dove l’eleganza ed il frutto prevalgono sulla potenza e sull’estrazione, e subito la sensazione di un vino ancora giovane, con una leggera speziatura in evidenza e note selvatiche di piccoli frutti neri e pietra.

Attacco in bocca ampio, caldo e snello, grande costruzione, ampio e carnoso sul palato, pieno e consistente, largo, ma tende leggermente ad asciugare sul finale, ancora con un filo di legno di troppo. Un vino che non si distende, che resta in sé e distante, freddo, si fa ammirare ma non ti emoziona e non ti porta dentro. Tecnicamente impeccabile. Un vino che mi ha fatto pensare ad una magnifica canzone di Bovio e De Curtis (Totò) Tu ca nun chiagne, quando dice “Comm’è bella ‘a muntagna stanotte, bella accussi, nun l’aggio vista maje…”

Io vorrei molto che la prossima volta che assaggerò Alberelli, sia una bottiglia che mi faccia sognare e cantare “voglio a te! Voglio a te! Chist’uocchie te vonno, n’ata vota, vedé….”…

https://youtu.be/Pweg9YzZzZg

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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