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Editoriali

Cari colleghi giornalisti del vino, markette necesse est! E anche ovest..

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Il giornalismo del vino sempre più nella m…a non solo in Italia. Il più furbo e forse capace di tutti noi, Robert Parker, geniale inventore del sistema della valutazioni in centesimi dei vini è andato in dorata pensione e ci si chiede, come ha fatto The Drink Business, se quel sistema di valutazione abbia giovato o danneggiato la causa e la cultura del vino e quale sarà nel dopo Parker il racconto sul vino espresso sinteticamente con valutazioni su base 100.

In Italia le troppe guide stanno economicamente in piedi con lo sputo, le varie riviste rimaste in vita, su carta e sul Web, sopravvivono facendo le nozze con i fichi secchi o scegliendo “altre vie”.

In Germania, Svizzera e Austria le varie riviste di un tempo sono progressivamente svanite. In UK Decanter (di cui fui collaboratore anni fa) il business funziona solo grazie alla edizione cinese e ai vari award ed eventi che egregiamente organizza, mentre le altre riviste, da Harpers a The Drink Business stanno in piedi perché si occupano anche di spirits e si rivolgono non al pubblico degli appassionati ma al trade. I simpatici amici di Glass of bubbly, i coniugi Walkey, ci provano, e si concentrano anche loro sull’organizzazione di trophies ed eventi. Bene organizzati, come ho avuto modo di verificare più volte.
La più raffinata ed esclusiva di tutte, The World of Fine Wine, cui ho collaborato e del cui Editorial board teoricamente dovrei ancora far parte insieme al marchese Piero Antinori, vivacchia. E si è ridotta a pubblicare nella versione on line elogi di un Brunello di Montalcino fatto dal baffo dei flying winemaker italici, Carlo Ferrini.

Ci era rimasta la France, patria del vino di qualità, culla della civiltà del vino che si è espresso con il classement del 1855, con il sistema delle appellations cui si sono poi ispirati tutti, da noi italiani sino alla Spagna alla Germania.

Ma anche la Francia, dove i consumi di vino calano, insidiati dalla birra, dagli alcolici, dove le expéditions de Champagne continuano a calare da oltre dieci anni (ne parlavo oggi con un piccolo récoltant manipulant che mi ha telefonato per incrociare il nostro punto di vista sulla questione) e dove il Prosecco impazza (non sono più i francesi di una volta), le cose per il giornalismo del vino vanno malaccio. Le guide dei vini sono meno numerose che da noi, di riviste in edicola ne sono rimaste diverse, alcune dedicate a tematiche regionali, dalla Bourgogne a Bordeaux.

C’era un’istituzione, la gloriosa Revue du Vin de France, fondata nel 1927 e acquistata nel 2004 dal gruppo Marie Claire, e organizzatrice di concorsi ed eventi. Eccellenti e di gran successo, come ho avuto modo di verificare nel febbraio di tre anni fa a Parigi.

Però anche nella gloriosa RVF, come racconta un articolo della rivista specializzata Vitisphére le cose non vanno bene, anzi… Sette collaboratori hanno lasciato la rivista e non prendono più parte al comité de dégustation, e “c’è inquietudine nella squadra. Non siamo affatto rassicurati da un gruppo che sembra progettare una fine vita della rivista”, confida un collaboratore…

On est dans la merde, donc… E se le cose vanno avanti così, cari colleghi giornalisti del vino, non ci sono alternative. O ci mettiamo allegramente a far marchette, come già fanno tanti di noi, oppure ci conviene, per assicurarci il pane quotidiano (a meno di non aver sposato mogli o mariti ricchi) riciclarci come idraulici, elettricisti, pony express, badanti, ecc. O finire gloriosamente, come in un romanzo di Joseph Roth, a fare i clochard sous les pont de la Seine, dell’Arno, del Tevere o dei Navigli…

Mala tempora currunt et enoica carmina non dant panem…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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10 Commenti

10 Commenti

  1. luca vercelloni

    17/01/2020 at 18:14

    Caro Franco, tocchi un tasto indubbiamente dolente. Nel mondo dei ristoranti, se può consolarti, è ancora peggio, dove impazzano blogger spuntati dal nulla, parvenus col palato di cartavetrata, assecondati da guide stralunate tipo quella dei presunti Migliori 50 Ristoranti del Mondo, che eleggono come il migliore del mondo chi la fa più lontana dal vaso. Siccome nessuno di codesti signori ha un conto in banca sufficiente a pagare i conti salatisstimi dei ristoranti di lusso, devono per causa di forza maggiore farsi invitare dagli ineffabili chefs proprietaires. Come pretendere che poi ne parlino male? Credo infatti di esser stato l’unico in Italia (avendo pagato il conto di tasca mia) a stroncare la sovravvalutatissima Osteria Francescana di Modena, dove ho mangiato malissimo, con un post al vetriolo pubblicato dal sito Il Gastronauta. Poi naturalmente è successo un finimondo: tutti i leccapiedi gridarono allo scandalo, in attesa del prossimo invito da Bottura of course. Ribadisco qui il mio pensiero: tra Marchesi, genio allo stato puro, e Bottura, tardo imitatore di Ferran Adrà, c’è un abisso che solo gli incompetenti non riescono a cogliere, per inesperienza, malafede, provincialismo. Per quello che riguarda le gude dei vini, molti anni fa (azzarderei almeno una quarantina) incontrai per la prima e unica volta nella mia vita Luigi Veronelli. Non scattò la scintilla della simpatia reciproca, peccato. Però ebbi modo di dirgli de visu che, a mio parere, la sua Enciclopedia dei Vini (non ricordo esattamente il titolo dell’opera, era una serie a fascicoli che allora collezionavo), difettava di un dato fondamentale: la valutazione. Allora non esistevano guide dei vini con votazioni allegate, non esisteva Parker, esistevano solo due guide gastronomiche: la Michelin con le sue laconiche stelle, e la Gault & Millau, poi rilevata dall’Espresso, con i suoi ventesimi. Se Veronelli mi avesse dato ascolto, lui che marchettaro di professione non era (almeno da quel che mi si racconta di lui, sicuramente tu ne sai iù di me), avrebbe potuto essere il Parker molto prima di Parker. Sic transit gloria mundi

    • Franco Ziliani

      17/01/2020 at 18:28

      caro Luca ero un giornalista dalle discrete prospettive. Collaboravo alla terza pagina della Gazzetta di Parma, cominciavo a scrivere di libri e cultura per le pagine dei libri e la terza pagina de Il Giornale quando direttore era un certo Indro Montanelli. Poi nel marzo 1983 andai ad intervistare Gino Veronelli nella sua splendida casa di via Sudorno 44 in Città Alta a Bergamo. E lì cambiò la mia vita ed ora eccomi qui a fare lo squattrinato cronista del vino…

    • Vincenzo Busiello

      24/01/2020 at 22:42

      Bentornato. Con tutto il cuore. Veramente

    • Giancarlob

      14/02/2020 at 19:10

      Io ho risolto la questione andando al massimo in pizzeria, organizzando qualche cenetta a casa con gli amici, andando al pub/enoteca/bar solo per bere, al massimo accompagnato dalle patatine (in molti casi pessime pure quelle…..)

  2. Pingback: I Vini di Veronelli 2020: una guida storica che sfida il tempo | Lavinium

  3. Vincenzo Busiello

    24/01/2020 at 22:47

    Bentornato

  4. orlando

    07/02/2020 at 11:53

    Bentornato !!!

  5. Giancarlob

    14/02/2020 at 19:08

    Solo oggi, 14/2/20, ho visto che ha ricominciato ad animare con i suoi scritti il caro sito di vinoalvino. Bentornato, gentile Franco ! Da oggi rientra nei siti che mi spazzolo ogni giorno alla ricerca di qualcosa fuori dal coro !
    Cheers, Giancarlo

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