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Enoriflessioni

Primi effetti della corsa ai rosati: nasce la cuvée che non ti saresti mai aspettato

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Endrizzi, non l’ultimo arrivato, s’inventa il Dalis Rosé, mix di Teroldego e Sauvignon

Metto subito le mani avanti, non fate caso a quello che ho scritto, per di più lasciando una notte di pausa prima di pubblicare. Per dirla con Pirandello “Ma non è una cosa seria”, è il semplice sfogo, noioso, acido, barbogio (anche per me gli anni passano e forse non sto invecchiando come un Barolo Monprivato di Giuseppe Mascarello ma come un iperbarricato di La Morra anni Novanta) di un cronista del vino stagionato, che per il semplice fatto di scrivere (e di bere, poiché ne sono un convinto consumatore) di vini rosati almeno dai primi anni Novanta avrebbe la stolta pretesa, o peggio, la presunzione, di essere considerato un punto di riferimento dell’universo rosati/rosé.

Di essere insomma considerato l’esperto, un interlocutore obbligato, viste le migliaia di articoli scritti, le prese di posizione a favore di questa diversa dimensione, non minore, del produrre vino, della sua estetica e sensibilità, della sua fruizione. Giustamente la mia immodesta vanagloria (nell’Italia dei wine influencer gasati e lanciati in orbita dai social ed in special modo da Instagram, l’esperienza, la storia professionale, la conoscenza maturate sul campo non contano più nulla, scaraventati via dall’improntitudine giovanile, dall’abilità di mostrarsi e vendersi bene) è stata punita. E anche se vado all’estero, a Londra, oppure in Francia, recentemente a Montpellier per Vinisud, per documentarmi sui grandi rosé francesi e internazionali e perorare la causa dei nostri migliori rosati (fermi soprattutto, ma anche con le bollicine), con progetti validi ma che poi non mi sento più di proseguire tanto mi cascano le braccia (o altro), in pratica non mi si fila nessuno.

Forse, dicono alcuni, perché se pure le idee non mi mancano e sono buone (e anche persone cui sto cordialmente sulle scatole sono costrette ad ammettere, seppure a denti stretti, che so scrivere e degustare) ho un caratteraccio pessimo, non ho peso specifico né difensori politici o produttori importanti o Consorzi che mi sorreggano. Forse perché ho la pessima abitudine e ormai a 61 anni è estremamente improbabile possa cambiare di non essere diplomatico (eufemismo), di scrivere sempre quello che penso (e magari dovrei prima pensare a quello che scrivo e agli effetti…), con il risultato di essermi fatto in quasi 35 anni di attività di cronista del vino mille volte più nemici che amici…

Ma perché mai questa lunga introduzione in forma di geremiade? Semplicemente perché da autonominatomi osservatore dell’ortodossia rosatista, osservatore, spero sia un’espressione che mi concederete, avevo già annusato i primi segnali di questa moda in arrivo da noi, badate, ho scritto moda, non tendenza o trend, che sono cose profondamente diverse e presuppongono un qualcosa di concreto, di solido, di affermato, e non un fenomeno di passaggio, ed ero sicuro, e lo avevo sottolineato al volo su questo blog, non disponendo ancora di uno apposito (che chissà se vedrà mai la luce e avrà lo stesso clamoroso insuccesso di quel Rosé wine blog che lo procedette a fine 2015…), in articoli come questo e questo.

E poi leggendo, e verificando di mano che i francesi, che hanno una fortissima identità territoriale e di prodotto (si producono buoni rose anche in altre zone di Francia ma ad un occhio internazionale l’equazione è rosé = Provence) nel 2017 hanno fatto il boom con una “domanda senza precedenti per i rosati francesi negli States, importazioni raddoppiate negli ultimi cinque anni”, 22 milioni di bottiglie di Rosé de Provence negli States, che hanno assorbito la metà delle importazioni, un incremento del 43% a volume e oltre il 20% a valore, ha cominciato a girarmi la testa.

E noi, rosatisti di casa nostra, rosatisti “vincoli o sparpagliati” come si sarebbe chiesto il tenero Pappagone di Peppino De Filippo in una delle sue fantastiche gag, come rispondiamo ad un trend, non un una moda, dove le vendite che solo dieci anni fa ammontavano a tre milioni di euro ora solo salite a 114,3 milioni nel 2017?

Cosa facciamo di fronte a record di export in volume che si susseguono ai record, del 34% tra il 2014 ed il 2015, del 31% tra 2015 e 2016, del 36% tra 2016 e 2017. Ed in valore, dopo il balzo del 48% tra 2014 e 2015, si sono stabilizzate tra il 35% del 2015-2016 e del 38% nell’ultimo biennio?

Cosa progettiamo, realizziamo, mettiamo in campo dinnanzi ad uno stabilizzato aumento mondiale del consumo di vini rosati, un consumo che è cresciuto del 31% tra il 2002 ed il 2016, in un quadro che vede imporsi vini non banali, ma facili da approcciare, perfetti a tavola, espressione della convivialità e salvo rari casi, di prezzo moderato?

Direi poco e a parte la razionale, intelligente, illuminata scelta di due delle quattro storiche aree di produzione dei rosati, le due sponde, quella veronese e quella bresciana, del Lago di Garda, patria di quella speciale, tenera, delicata declinazione del rosato che è il Chiaretto, che recentemente hanno scelto di presentarsi insieme nell’Anteprima dei loro 2017, il resto continua a funzionare secondo la peggiore delle logiche municipali, delle trovatine o peggio ancora furbatine commerciali.

Visto che il cavallo rosati sembra tirare, si sono detti in tanti, da nord a Sud, anche notissimi produttori che se anche solo dieci anni fa avessi detto loro se avessero intenzione di produrre un rosato ti avrebbero degnato di un sorriso di compatimento o osservato come un ingenuo minus habens, perché non produrre anche noi un rosato?

Un ragionamento banalmente commerciale e di pseudo marketing, che non teneva in alcun modo il fatto che la loro zona di produzione avesse o meno un minimo di tradizione sul tema rosati, se le uve di cui disponevano potessero avere una qualsivoglia piccola vocazione a produrre un vino particolare, difficilissimo da produrre, come un rosato, se ci fosse un mercato per i rosati della loro zona. E quale idea di rosato avessero in testa, con quali caratteristiche, destinato a quale fascia di consumatore, se al neofita in arrivo al vino da bibite gassate o da un bevitore in grado di cogliere le finezze di un buon rosato.

Avevo scommesso tra me e me, presuntuoso arrogante che non sono altro, che non solo gli italici produttori si sarebbero messi a produrre rosati dalle Alpi alle Piramidi, pardon, alle Isole, e che avrebbero utilizzato uve adatte alla bisogna, dalle classiche gardesane, al Lagrein altoatesino, alla Corvara veneta, dal Nebbiolo (con eventuali aggiunte di Dolcetto, Barbera o Pelaverga) al Sangiovese, dal Montepulciano a Nero di Troia, Bombino nero, Negroamaro, Nero d’Avola, Gaglioppo, Piedirosso, Nerello Mascalese e persino Cannonau.

Non avevo ipotizzato che in nome dell’estro e della fantasia tutte italiane, del nostro insuperabile individualismo spacciato per creatività e originalità si arrivasse non solo ad utilizzare (come si faceva un tempo, all’epoca d’oro del Vino Novello quando si arrivò se non erro ad oltre novanta) un sacco di varietà la cui vocazionalità ad essere destinata alla produzione di Rosati è tutta da dimostrare (vogliamo parlare ad esempio delle uve bordolesi, del Raboso, del Petit Verdot, del Montefalco Sagratino?), ma che si desse addirittura avvio, come se si trattasse di produrre un profumo, un’essenza, ai mix talmente immaginifici che avrebbero sorpreso persino un D’Annunzio…

Chi avrebbe mai pensato che tanto per essere “speciali” si sarebbe arrivato a creare un rosato con lo stesso spirito con cui nei laboratoires de parfumerie de Grasses si creano essenze speciali e fragranze naturali?

Chi avrebbe mai immaginato che non pinco pallo qualsiasi alle prima armi, ma un produttore d’esperienza come il trentino di San Michele all’Adige Paolo Endrici e sua moglie Christine, seppure per rendere omaggio alla nuova generazione, ai due figli Daniele e Lisa Maria, avrebbe creato un Vigneti delle Dolomiti Rosato, inserito nella linea Flower Power, e che il nome sarebbe stato, in loro omaggio, Dalis?

Ma soprattutto chi avrebbe pensato che la composizione delle uve sarebbe stata la seguente: Teroldego e Sauvignon, e che il suo così composto mettendo insieme universi tra loro molto distanti come note delicate di fiori di sambuco, fragoline di bosco, lampone e foglia di pomodoro, abbinando il vegetale del Sauvignon al fruttato intenso del Teroldego? Il tutto, naturalmente, a servizio di un rosato non secco, ma con dichiarati 7 grammi di residuo zuccherino…

A quando dunque, per restare in terra trentina o altoatesina, un rosato di Vernatsch (o Pinot nero, o Lagrein e Gewürztraminer), in terra toscana un rosato di Sangiovese e Vermentino, in Puglia di Bombino nero e (Fiano) Minutolo, e perché no, un rosato di Sauvignon e Cabernet Sauvignon, uno di Aleatico (ah, già esistono addizionato di Primitivo)?

Andiamo avanti così, sperimentiamo, facciamoci notare, distinguiamoci, anche nel produrre rosati, per la nostra italica immaginazione…

Ma non stupiamoci se nonostante qualche eroico tentativo, come quelli che Lucia Nettis e l’Associazione Puglia in Rosé fanno negli States, i nostri vini rosati, da quelli classici a quelli da “famolo strano”, non otterranno un briciolo del successo che ottengono, senza inventarsi cuvée stravaganti, utilizzando solo le uve del territorio e della tradizione e al massimo concedendosi una comunicazione molto variopinta e bottiglie originali e personalizzate, i Rosé de Provence.

Questo mentre il Nuovo Mondo, i francesi, i portoghesi, non stanno mica alla finestra a girarsi i pollici, anzi, fanno già business…

Attenzione!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. Michele R.

    02/04/2018 at 10:10

    Buongiorno Franco e auguri. Una domanda: come viene fatto questo rosé? In Italia non è vietato fare rosati mischiando vini bianchi e rossi?
    Michele R.

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