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My Wine Notes

Enoriflessioni

La rivincita del cielo: il vino italiano deve ancora ricorrere ai vitigni internazionali?

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Come prevedevo, il mio post sul Cabernet Sauvignon oltrepadano e sulla miopia di puntare, in terra da Pinot nero, Bonarda, Sangue di Giuda e metodo classico, anche su un vitigno bordolese, è stato accolto dal consueto clamoroso e “omertososilenzio da parte dei produttori locali. Non mi stupisco e vado avanti, alternando bastone e carota, lodi e critiche, quando giustificate, ai produttori della più importante zona vinicola lombarda. Quella a me più cara.

Se l’Oltrepò Pavese tace, parlano invece i lettori ed è con grande piacere che pubblico questa analisi, molto acuta, della sommelier senese Maria Miseferi, che propone ottimi spunti di riflessione sul tema vitigni autoctoni e vini internazionali, come pure sulle responsabilità della comunicazione sul vino. Buona lettura!

Ho letto l’articolo di Franco Ziliani sul suo blog Vino al vino “Eterne aporie oltrepadane: un grande spumantista esalta il suo Cabernet Sauvignon” in cui il giornalista si chiede “ Cabernet Sauvignon dell’Oltrepò Pavese? .. a chi interessa, come si può pensare che possa essere appealing, trainante, rappresentativo?”.

C’è da riflettere.. e non è così semplice arrivare al bandolo della matassa. Da una parte c’è la tradizione, dall’altra l’innovazione e il mercato. Se non ci fosse stata la spinta innovativa, ora saremo qui ancora a bere Barolo con le bollicine o dolce, o Gamay anziché i Pinot noir della Borgogna (lode a Cavour e a Filippo l’Ardito ).

Che in Italia si faccia uso, e troppo spesso abuso di vitigni internazionali,  è un dato di fatto, ma ci possiamo chiedere, è una necessità o una scorciatoia che non è possibile non prendere in un mondo in cui il mercato è miope e la comunicazione non adeguata?

La storia racconta ed insegna. Prendete l’esempio della Sicilia. Fino a quasi tutto il Novecento l’isola produceva soprattutto vini sfusi che raramente erano conosciuti per la loro qualità e tipicità e che  venivano utilizzati per  conferire a quelli più esangui, soprattutto del nord, forza e struttura. La rivoluzione, che portò alla ribalta mondiale i prodotti siciliani, parte da una intuizione dell’Istituto regionale della vite e del vino  capitanata, se ricordo bene, dal grande e lungimirante Diego Planeta.
La strategia è semplice, far uscire, in un primo tempo, Merlot, Syrah, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, vini conosciuti nel mercato internazionale per attirare l’attenzione sull’enologia dell’isola e in secondo tempo blend tra queste varietà e quelle autoctone per poi, la visibilità ottenuta, far conoscere le uve tradizionali.

Se guardiamo a questa esperienza la risposta è .. Sì dobbiamo ancora ricorrere a questo escamotage per attirare l’attenzione dei mercati.

D’altronde questa convinzione, che sa tanto di sconfitta, si rafforza quando leggo articoli sull’andamento dei nostri vini nei mercati esteri ( soprattutto in quello statunitense).

Quali saranno i vini più conosciuti e le etichette dei vini italiani più venduti???

Barolo, Brunello, Chianti e Amarone. Nulla cambia? Qualcosa si sta muovendo bisogna dirlo. Leggo in rete “ Tra i giovani “ che amano vini a prezzi ragionevoli “si stanno affermando Lambrusco, Tintilia e (qui applaudo) i vini dell’Etna”. Appunto ..

Quello che mi chiedo è perché  non compaiono nella lista i fantastici vini della Sardegna (primo fra tutti il complesso e unico  Cannonau, ma anche i Vermentino, i Bovale, il Nuragus, le Malvasie ..) , il Pigato, un bianco che dopo dieci anni regala stupefacenti note olfattive, le Bianchette e ancora, i Primitivo, i  vini del Trentino Alto Adige e dell’intero Triveneto, eleganti e profumati, le perle della Val d’Aosta e la lista può continuare quasi infinita.

Credo che  molta responsabilità possa essere attribuita a chi qui, a casa nostra, e all’estero, scrive di vino e non è capace di uscire dalla banalità e dall’omologazione di una comunicazione che cerca facili strade già battute.

La classe politica fa il resto. Bravissima a comparire giorno e notte nei nostri schermi per avere qualche voto, immobile quando si tratta di costruire progetti che esportino l’unicità e la complessità della cultura enologica del nostro paese.

Stiamo attenti però. Dobbiamo decidere chi siamo e cosa vogliamo. Se abbiamo le carte in regola, se abbiamo, e io ne sono convinta, un patrimonio viticolo e culturale da esportare nel mondo, dobbiamo prendere il toro per le corna e prenderci il posto che ci spetta e che ci viene dato dalla storia.

Altrimenti sarà come se in una bella e limpida sera, sdraiati su un prato o in riva al mare, aprissimo gli occhi e ci accorgessimo che, sopra di voi, sono rimaste solo le stelle del Carro maggiore, sospese nel buio più assoluto. Non sareste presi dallo sgomento? Io si .. perché forse non tutte le stelle sono belle importanti come la stella Polare ma tutte, proprie tutte, ci raccontano la straordinaria e incredibile storia dell’umanità e della materia di cui è fatto l’universo.

Maria Miseferi

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Lemillebolleblog http://www.lemillebolleblog.it/

e Franco Ziliani blog http://www.francoziliani.blog/

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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15 Commenti

15 Commenti

  1. SFB

    05/03/2018 at 18:47

    Sarebbe meglio che stessi zitta, perché nel vino, proprio come in altri contesti anche più ricchi, gli interessi sono talmente significativi, da venire prima di tutto il resto. Ma passo parte del mio tempo in una rinomatissima terra e, negli anni recenti mi è capitato, ripetutamente, di leggere commenti o prese di posizione che vantavano l’unicità del vitigno da cui viene il famosissimo vino che in quella terra si produce.
    Ogni volta che qualcuno riafferma che quel vino è fatto al 100% con l’uva tipica della zona sono felice, perché ogni volta è un mattoncino a favore di un claim che un bel po’ di produttori anni fa snobbava, affermando che bisognava “andare incontro al mercato”.
    Io ammiro chi fa il vino, è un mondo pieno di suggestioni; il vino non è nemmeno un prodotto e – come i libri e la musica – il vino ha già in sé le ragioni della sua comunicazione. In più, oltre a essere un prodotto della terra, si porta dietro quel tanto di trasgressivo – alcol, ebbrezza, sensualità, … – da partire con un certo vantaggio, nel momento in cui se ne vuole parlare.
    Penso a tutti vini? No di certo; ma non penso solo ai vini di altissima gamma e conseguente posizionamento (anche come valori economici). Quello che mi colpisce è proprio l’unicità di certi vini. Che vuole dire un vitigno tipico di una zona che solo lì dà certi risultati definibili unici. Ecco è in un caso come questo che mi parrebbe davvero miope (per non dire di peggio) non “usare” questa unicità come claim.
    Certo, guardare il mercato e tenerlo in conto è sacrosanto, ma proprio il marketing (vorrei ricordare che è un insieme di strumenti che vanno riempiti di contenuti!)insegna che, quando si hanno leve esclusive vanno usate (ma bisogna saperlo fare). Ma nel mondo del vino raramente ho visto fare comunicazione da professionisti.
    In più, lo scenario di questo breve ragionamento è “la terra”, cioè l’unico bene finito – in termini matematici – , cioè qualcosa che non si crea né si inventa. Quella che c’è è quella lì, non è che puoi trovarne dell’altra- E’ un pensiero che non arriva a tutti, ma è molto chiaro nella testa di chi si occupa di finanza. Ci sarà – c’è già – la corsa ad accaparrarsela la terra più preziosa, e quando sarà “finita” …
    Figurarsi la terra di Enotria, cioè di una penisola, la nostra, così chiamata proprio per la sua caratteristica multiforme, piena di versanti, di suoli diversi, patria di vitigni che la rendono un mosaico di unicità, una sinfonia ricca e complessa: ogni tessera del mosaico una vocazione …
    In questo contesto serve guardare con interesse vitigni internazionali?
    Sono l’ultima capace di rispondere a questa domanda che forse non ha una sola risposta. Però di qualcosa sono certa: quando la tradizione negli anni (nei secoli) ha creato un mito, insieme alla vigna lo coltiverei. Con amore e dedizione.

  2. Paolo Boldrini

    06/03/2018 at 07:51

    Argomento sempre complesso e, per questo, interessante e aperto a una infinità di possibili considerazioni.
    A mio modesto parere, è utile ricordare alcuni aspetti storici legati al vino, ma andrebbero presi per tali, relativi cioè ad un ben preciso contesto di luoghi ed epoche. Forse la Sicilia sarà stata conosciuta anche per l’immissione sul mercato di vini come quelli citati, ma non dimentichiamoci che altre zone, come Puglia e Basilicata, hanno da sempre prodotto e fornito vini da taglio con uve Primitivo e Aglianico, ad esempio…e che le stesse uve sono state poi oggetto di maggiori attenzioni e tecniche di coltivazione e vinificazione più accurate, al punto da essere diventate oggi dei vini conosciuti in tutto il mondo.
    Abbiamo un patrimonio di vitigni che tutto il mondo ci invidia, e noi cosa facciamo…?!? Ancora una volta scegliamo la strada più facile, almeno apparentemente: salvo poi leggere su quella tabella qui sopra che ci andremmo a confrontare con realtà in cui la presenza di questi vitigni arriva al 60-70% e oltre…?
    Ci stiamo facendo coinvolgere, e stritolare, dall’illusione che la globalizzazione è meglio…! Ma chi l’ha detto?! E, di contro magari, invece di unire le forze e gli intenti in un’unica direzione “autoctona”, all’interno di territori e Consorzi ci si divide e si creano spaccature….non si comunica…tantomeno con giornalisti qualificati e autorevoli che, invece, potrebbero ben volentieri fare da cassa di risonanza agli intenti più apprezzabili. Invece loro sono i “nemici”….
    Ecco, io la miopia l’ho risolta portando gli occhiali, ma a volte ci vorrebbe ben altro….

  3. Sebastiano Cossia Castiglioni

    06/03/2018 at 08:00

    Caro Franco, che tema difficile. Ma vorrei aggiungere un paio di stimoli all’interessante discussione.

    Vitigni “internazionali”. I vitigni sono tutti italiani. Perché gli etruschi furono i primi a creare veri e propri vivai per le viti, e gli antichi Romani diffusero la vite in Europa. Quindi i vitigni “francesi” sono originariamente italiani. E in ogni caso, prendiamo ad esempio il Cabernet Sauvignon. Fa parte di due denominazioni ufficiali decretate in Toscana nel 1716. Da notare che le prime denominazioni ufficiali francesi arrivano oltre un secolo dopo. Se il Cabernet Sauvignon in Toscana viene decretato come ingrediente ufficiale di ben due denominazioni (Pomino e Carmignano) nel 1716, possiamo ipotizzare che vi venisse coltivato da decenni, forse secoli, prima. Ora, ma ti par possibile, caro Franco, che stiamo qui a chiederci se sia lecito crescere il Cabernet Sauvignon in Italia? E che lo chiamiamo – dopo aver diffuso la vite in Europa più o meno due millenni fa, e averlo coltivato per secoli in Italia, oltre ad averne ufficializzato l’uso nel vino – un “vitigno internazionale”? Internazionale lo è perché è dappertutto, ma la cosiddetta “uva franzesa” è senza ombra di dubbio più italiana che francese. Mi sa che il problema qui è il provincialismo italiano. Gli Americani spergiuravano, finché la genetica li ha zittiti per sempre, che lo Zinfandel (in realtà Primitivo) fosse autoctono. Gli Australiani coltivano lo Shiraz [sic!] come se fosse invenzione loro. E noi ci vergogniamo di coltivare un’uva che (magari in forma dei cloni originari che poi diedero vita all’ibrido) nacque nei vivai etruschi, fu diffusa dai Romani, e coltivata in Toscana per secoli? Andiamo, su, un po’ di orgoglio e di sano realismo storico.

    Ma veniamo alle varietà autoctone. Il problema è senz’altro il mercato. Perché il Merlot è stato per anni uno dei vini più amati dagli americani? Perché riescono a pronunciarne il nome. Perché i vini tedeschi non hanno e non avranno mai successo nei mercati internazionali? Prova tu a insegnare agli Americani o ai Cinesi a pronunciare Trockenbeerenauslese! E a capirne il significato, e il senso filosofico! È Riesling, e il nome tanto complicato (i pochi americani che sanno cos’è lo chiamano TBA) è soltanto un modo di raccoglierlo e vinificarlo. Troppo difficile. Diffusione internazionale dei vini tedeschi, coi loro nomi e denominazioni impossibili, quasi zero. Ma prendiamo un altro esempio che illustra il percorso possibile per l’Italia: la Spagna. La guida Peñin elenca migliaia di vini perché quasi ciascun produttore spagnolo produce dozzine di etichette, con varietà autoctone sconosciute e spesso – diciamocelo – anche insignificanti, delle quali nessuno, neppure gli Spagnoli, ricorda un nome. Torniamo in Italia. Dei vini italiani all’estero si percepisce la bontà, ma nell’immaginario del consumatore regna la confusione. Troppe regioni, troppe denominazioni, troppe varietà. Nessuno straniero – e quasi nessun italiano – conosce la differenza tra Chianti e Chianti Classico, che è abissale. Ma figuriamoci che difficoltà insormontabile di comunicazione pone l’idea che, improvvisamente, i vini italiani siano fatti di centinaia di varietà per lo più ignote, provenienti da microzone dai nomi altrettanto antimnemonici. Rassegniamoci. Qualche rarissima eccezione resterà impressa nella memoria di alcuni consumatori attenti e preparati. Ma per i più, il vino italiano rimarrà Prosecco, Chianti, Barolo, forse Sangiovese, e poi una nube indistinguibile di nomi impronunciabili, anche se tanto buoni e piacevoli e a buon mercato. Se pensiamo poi che, contrariamente alla Francia – monolitica, organizzata come un reggimento napoleonico – l’Italia persegue la politica del marketing suicida, dove non esistono iniziative comuni se non quelle che servono a mascherare le deficienze dei vini industriali nascondendoli nelle denominazioni, abbiamo un quadro completo. Ben vengano le varietà autoctone interessanti e impossibili da ricordare, ma che su queste si possa costruire il futuro dei vini italiani dal punto di vista della comunicazione del marketing, scordiamocelo.

    Teniamoci ben strette le varietà italiche (che lascio ad altri chiamare internazionali), e iniziamo piuttosto una rivoluzione qualitativa, dove invece di servire a proteggere i vini mediocri, le denominazioni e le classificazioni servano a mettere in evidenza le zone e i vini migliori. Dove finalmente abbiamo il coraggio di decretare i Grand Cru invece di abbassare tutti per non far torto al Tavernello. Dove chi produce in modo industriale non possa fregiarsi dell’identica classificazione di chi coltiva viti e produce vini meravigliosi. E non fatemi parlare della “Gran Selezione”, un nome un programma, se no serve tutto un altro sproloquio.

    Salute, caro Franco.

  4. Giovanni

    07/03/2018 at 08:41

    Più che internazionale o no, il vino deve essere sano e sostenibile. Personalmente trovo molto buoni Sassicaia, san Leonardo, Fiorano, rampolla, lupicaia, solaia, ornellaia. La varietà si è ambientata bene direi dando all’ITALIA FAMA INTERNAZIONALE ed alle aziende un bel fatturato

  5. Riccardo

    07/03/2018 at 13:00

    Non la penserò come tanti, ma a mio giudizio parlare di vitigni, che siano autoctoni o “internazionali” è sempre un autogol.
    Il vitigno di per sé non ha alcun valore, lo acquista e tanto se inserito in un contesto chiamato terroir. In Francia, dove bisogna sempre imparare in termini di vino, nessuno parla mai di vitigni, ma sempre e solo di territori. In tante zone i produttori sono anche riluttanti a dire che uve usano in un blend. Un vitigno può essere cresciuto dappertutto, con risultati molto differenti certo, ma non qualifica proprio niente. Pinot Nero e Chardonnay non qualificano un tubo, a differenza invece di Montrachet o Richebourg tanto per dire. I vitigni li si può crescere ovunque, sono i terroir e le loro peculiarità a essere unici e intrasferibili. Chiaro poi che i terroir sono intrinsecamente legati a uno o più vitigni, così come lo sono a particolari suoli, climi e pratiche umane, ma questo è un passo successivo. Scrivere o comunicare un vitigno in etichetta per me è rinunciare al valore aggiunto di un vino, ovvero la sua unicità legata al territorio, che sia Nebbiolo, Merlot o Vespolina (chiaro che c’è l’eccezione in cui magari il nome dell’uva coincide con la denominazione).
    Guarda caso nessun grande vino al mondo, o almeno considerato tale, riporta in etichetta il nome dell’uva o delle uve…
    Non serve a niente avere migliaia di vitigni autoctoni se non esiste una cultura e un territorio che li ha valorizzati (e questo è un percorso lungo che richiede anni). Se questo fosse un valore allora la Georgia sarebbe il paese produttore di vino più importante al mondo.
    La Francia ha molte meno varietà autoctone di noi, ma come lavoro sull’identità territoriale è maestra indiscussa, smettiamola quindi di parlare di uve e parliamo più di territori.

    • Franco Ziliani

      07/03/2018 at 14:16

      io invece continuerò a parlare, nonostante il parere contrario di molti, di vitigni che hanno un radicamento (é il caso di dirlo) una storia antica, una consuetudine in determinati territori. E di vitigni, possono essere anche i più nobili, che importati da altri terroir continuano ad essere, anche se si ambientano bene e danno risultati qualitativi validi, vitigni importati, alloctoni, internazionali.
      I Francesi non hanno bisogno di tentare avventure, hanno dalla loro storia, tradizioni, mercato, immagine. Nessuno a Bordeaux si sogna di piantare chissà quale altre varietà o tantomeno in Bourgogne.
      Da noi, in Toscana ad esempio, invece di puntare sul Pugnitello, sul Foglia tonda, sulla riscoperta di Colorino, Canaiolo, ecc. pensano che faccia “figo” produrre Cabernet franc o Syrah e si sono inventati la geniale pensata, che, guarda caso, nessuno ha avuto a Bordeaux, di produrre un Petit Verdot in purezza…
      Come diceva Totò: ma mi faccia il piacere…

      • Riccardo

        07/03/2018 at 15:03

        Ma Lei infatti fa bene a parlare di vitigni che hanno un radicamento, una storia e una consuetudine, sono fondamentali. Ma questo non è legato al vitigno in sé, ma ad una situazione più complessa. Se un vitigno ha una tradizione è giustissimo valorizzarlo, ma impuntarsi su vitigno che magari non è coltivato da secoli (e forse un motivo ci sarà), mi sembra poco sensato se non per scopi etnobotanici. Il lettore sopra di me faceva giustamente l’esempio del Carmignano dove il C. Sauvignon è una varietà utilizzata storicamente e con eccellenti risultati, non vedo quale sia il problema e perché sminuirlo rispetto ad una zona dove invece risulta venire meglio un’altra uva con un nome più italiano. Un conto è come dall’esempio da Lei posto nell’articolo dove si piantano varietà nuove in territori che hanno già una tradizione vinicola affermata, un conto è dove la storia e la tradizione di un territorio sono dati proprio da quelle varietà, sono due cose molto diverse penso.

        PS
        Per quanto riguarda il Petit Verdot mediamente in Toscana nei tagli in si usa un pochino di più ove presente, mentre in Francia è insolito usarlo per più del 5%, ma è solo una questione di maturazione dell’uva. Mi pare che a Bordeaux ci siano anche un detto che afferma che se il Petit Verdot matura bene l’annata è negativa perché vuol dire che le altre uve non maturano come devono. Se è per questo a Bordeaux neanche fanno il Cabernet Franc in purezza (a differenza che in Turenna), che invece vede diversi esempi eccellenti in Italia.

        • Franco Ziliani

          07/03/2018 at 15:27

          e allora?

          • Riccardo

            07/03/2018 at 15:38

            Mi sembra chiaro il mio punto. Comunque per esplicitarlo ulteriormente, Lei quindi riterrebbe saggio, per fare un esempio di un territorio che segue spesso, espiantare tutto il Pinto Nero dell’Oltrepò per piantarci solo Uva della Cascina od Ughetta?
            Anche se il Pinto Nero è un uva internazionale mi sembra che l’Oltrepò possa essere considerato un terroir da Pinot Nero, sia per la versione rossa che per gli spumanti e mi sembra anche che Lei ne apprezzi molti tra questi, giusto? Quindi che importanza ha se il Pinot Nero non è autoctono di questa zona se ne è stato completamente assorbito e diventato parte integrante?

  6. Sebastiano Cossia Castiglioni

    07/03/2018 at 17:58

    Franco e Riccardo, mi permetto di aggiungere il punto di vista di un produttore. Il mercato, insieme ai critici, è quello che detta legge. Per anni e anni il mercato ha trattato i vini prodotti in Italia con uve autoctone come fenomeni folcloristici, minori, curiosi, ma certo non come vini seri. Certo, c’è l’eccezione del Brunello e dei vini del Piemonte. Ma in generale, il ventaglio quasi infinito di vitigni autoctoni è vissuto dal mercato come un evento di folclore, non di produzione d’eccellenza. Prova ne sia che, per esempio in Toscana, Masseto, Ornellaia, Sassicaia eccetera sono vini monovarietali di varietà considerate “internazionali”, e sono i vini che battono tutti i record di prezzo. Nominatemi perfavore un Canaiolo o un Colorino che abbiano i prezzi e la notorietà del Sassicaia. Certo, io posso mettermi a produrre un Pugnitello o un Foglia Tonda in purezza, e magari qualche critico mi darà anche una pacca sulla spalla, poi posso metterlo sul mercato a 4 Euro e sperare che qualcuno lo compri. L’abitudine seguendo la quale i critici (non parlo di te, Franco, che hai altri criteri) beffano i produttori col classico “vai avanti tu che a me viene da ridere” ormai è risaputa. “Bravo, bravo, fai dei vini colle uve locali, è più giusto ed è più autentico”. Poi gli stessi critici danno 100 punti a Ornellaia, e un 88 di incoraggiamento al Colorino di turno. Il mercato internazionale, e la critica straniera, ancor peggio. Quindi, se vogliamo, facciamo filosofia su cosa dovrebbero fare i produttori per essere duri e puri. Ma poi rendiamoci anche conto che il mercato continua a prediligere i Merlot del Cile, i Cabernet dell’Australia, i Pinot Nero della Nuova Zelanda e i Cabernet della Toscana. E continua a ignorare la maggior parte dei vini autentici, creati con uve autoctone – e sconosciute. Non si può immaginare di costringere i produttori a sacrificarsi sull’altare della purezza (teorica), in barba al mercato e alla critica. Speriamo che il mercato (e la critica) evolvano, e che un giorno si possa mettere in discussione la supposta supremazia assoluta dei vini a base di Cabernet Sauvignon. Ma quel tempo è ben al di là da venire.

    • Riccardo

      08/03/2018 at 00:39

      Buonasera Signor Castiglioni, grazie del suo punto di vista, però mi permetto solo una precisazione. I vini che Lei ha citato non sono monovarietali: Sassicaia è Cabernet Sauvignon e Franc, Ornellaia è sauvignon, merlot, franc e petit verdot, mentre Masseto sì è un merlot in purezza. Tra l’altro sono tutti vini che sono espressione del medesimo territorio, ovvero Bolgheri, che non a caso è una denominazione incentrata solo su queste uve sin dalla sua esistenza e dire che sono stati fatti per moda o per assecondare il mercato è un falso storico enorme, perché sono tutti vini nati dalle intuizioni di grandi uomini a cui l’ultima cosa che fregava era vendere il vino. Tra l’altro sono prodotti tutti a distanza di poche centinaia di metri l’uno dall’altro ed è curioso visto che sono tutti e tre vini estremamente diversi. Il fatto che Lei abbia fatto confusione sulla composizione di questi vini è la prova che spesso la gente conosce i vini ma non sa le uve che li compongono, proprio perché si comprano i vini e il territorio e non certo le uve che ci sono dentro a certi livelli. E aggiungo sempre che a maggior ragione negli esempi da Lei citati, ma in tutti i vini di questa zona in generale i vitigni non sono mai menzionati (non potrebbero nemmeno esserlo per legge) in etichetta proprio perché il discorso delle varietà non interessa e non si intende sfruttarlo.
      Il discorso è lungo da fare ma qui non c’entrano niente varietà alloctone o no. In estrema sintesi il punto è che il primo vino italiano ad essere percepito come vino di qualità (ovvero degno di essere affiancato ai grandi francesi che sono sempre stati l’unica pietra di paragone in questo mondo) è stato il Sassicaia negli anni ’60 ed è un dato storico questo, un Cabernet Sauvignon italianissimo piantato negli anni ’40, proveniente da cloni di Cabernet della zona di Migliarino vicino a Pisa, a loro volta provenienti da vivai piemontesi. Il vino italiano prima del Sassicaia era percepito in altra maniera e mai associato all’idea di qualità fuori dal nostro paese. Forse se a cominciare questa rivoluzione del vino italiano fosse stato un altro vino le cose sarebbero diverse, ma le storia è andata così e non si può negare. Per cui se oggi il vino italiano, di ogni zona e di ogni vitigno riesce ad avere una collocazione degna a livello di prezzo, bisogna ricordarsi l’origine di questo fenomeno.

      Infine Lei dice che con un colorino certi prezzi non si spuntano, ma tanto per farle un esempio il Colore di Bibi Graetz costa più di Ornellaia e Sassicaia messi insieme ed è caniaolo, colorino e sangiovese…

      Comunque resto in attesa che Franco Ziliani mi risponda in merito a che differenza ci sia tra la presenza del Pinot Nero in Oltrepò o altre zone d’Italia che giustifica e legittima e quella di altre varietà alloctone in Toscana che invece sembra non concepire, a livello concettuale ovviamente, sul gusto non si discute.

  7. SCC

    08/03/2018 at 09:33

    Ha ragione, non sono monovarietali, lo so benissimo, il discorso era un altro, riferito alla presenza di varietà bordolesi. Ma mi rendo conto che lei ama fraintendere e distorcere il pensiero altrui, quindi mi tolgo dalla conversazion, come ha già fatto saggiamente Franco, e la lascio ai suoi soliloqui.

    • Franco Ziliani

      08/03/2018 at 11:47

      Ben detto Sebastiano!

      • Riccardo

        08/03/2018 at 12:59

        Guardate, chiedo scusa io a Voi. Il blog non è mio, non voglio monopolizzare nulla, quindi non siete Voi che dovete andarvene, sono io che sono ospite a togliere il disturbo se le mie considerazioni non sono comprese o gradite e se l’unico modo che avete per replicare è abbandonare il dialogo perché incapaci di produrre argomentazioni fondate. Comunque, e sono sincero, ringrazio in ogni caso Franco Ziliani per lo spazio concessomi e gli auguro il meglio per la continua crescita dei suoi blog.

        • Franco Ziliani

          08/03/2018 at 13:26

          Nessuno le ha detto di non intervenire ma se ogni suo intervento è un romanzo e se pretende di avere sempre ragione, forse farebbe bene a creare un suo wine blog..

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