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Enoriflessioni

La rivincita del cielo: il vino italiano deve ancora ricorrere ai vitigni internazionali?

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Come prevedevo, il mio post sul Cabernet Sauvignon oltrepadano e sulla miopia di puntare, in terra da Pinot nero, Bonarda, Sangue di Giuda e metodo classico, anche su un vitigno bordolese, è stato accolto dal consueto clamoroso e “omertososilenzio da parte dei produttori locali. Non mi stupisco e vado avanti, alternando bastone e carota, lodi e critiche, quando giustificate, ai produttori della più importante zona vinicola lombarda. Quella a me più cara.

Se l’Oltrepò Pavese tace, parlano invece i lettori ed è con grande piacere che pubblico questa analisi, molto acuta, della sommelier senese Maria Miseferi, che propone ottimi spunti di riflessione sul tema vitigni autoctoni e vini internazionali, come pure sulle responsabilità della comunicazione sul vino. Buona lettura!

Ho letto l’articolo di Franco Ziliani sul suo blog Vino al vino “Eterne aporie oltrepadane: un grande spumantista esalta il suo Cabernet Sauvignon” in cui il giornalista si chiede “ Cabernet Sauvignon dell’Oltrepò Pavese? .. a chi interessa, come si può pensare che possa essere appealing, trainante, rappresentativo?”.

C’è da riflettere.. e non è così semplice arrivare al bandolo della matassa. Da una parte c’è la tradizione, dall’altra l’innovazione e il mercato. Se non ci fosse stata la spinta innovativa, ora saremo qui ancora a bere Barolo con le bollicine o dolce, o Gamay anziché i Pinot noir della Borgogna (lode a Cavour e a Filippo l’Ardito ).

Che in Italia si faccia uso, e troppo spesso abuso di vitigni internazionali,  è un dato di fatto, ma ci possiamo chiedere, è una necessità o una scorciatoia che non è possibile non prendere in un mondo in cui il mercato è miope e la comunicazione non adeguata?

La storia racconta ed insegna. Prendete l’esempio della Sicilia. Fino a quasi tutto il Novecento l’isola produceva soprattutto vini sfusi che raramente erano conosciuti per la loro qualità e tipicità e che  venivano utilizzati per  conferire a quelli più esangui, soprattutto del nord, forza e struttura. La rivoluzione, che portò alla ribalta mondiale i prodotti siciliani, parte da una intuizione dell’Istituto regionale della vite e del vino  capitanata, se ricordo bene, dal grande e lungimirante Diego Planeta.
La strategia è semplice, far uscire, in un primo tempo, Merlot, Syrah, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, vini conosciuti nel mercato internazionale per attirare l’attenzione sull’enologia dell’isola e in secondo tempo blend tra queste varietà e quelle autoctone per poi, la visibilità ottenuta, far conoscere le uve tradizionali.

Se guardiamo a questa esperienza la risposta è .. Sì dobbiamo ancora ricorrere a questo escamotage per attirare l’attenzione dei mercati.

D’altronde questa convinzione, che sa tanto di sconfitta, si rafforza quando leggo articoli sull’andamento dei nostri vini nei mercati esteri ( soprattutto in quello statunitense).

Quali saranno i vini più conosciuti e le etichette dei vini italiani più venduti???

Barolo, Brunello, Chianti e Amarone. Nulla cambia? Qualcosa si sta muovendo bisogna dirlo. Leggo in rete “ Tra i giovani “ che amano vini a prezzi ragionevoli “si stanno affermando Lambrusco, Tintilia e (qui applaudo) i vini dell’Etna”. Appunto ..

Quello che mi chiedo è perché  non compaiono nella lista i fantastici vini della Sardegna (primo fra tutti il complesso e unico  Cannonau, ma anche i Vermentino, i Bovale, il Nuragus, le Malvasie ..) , il Pigato, un bianco che dopo dieci anni regala stupefacenti note olfattive, le Bianchette e ancora, i Primitivo, i  vini del Trentino Alto Adige e dell’intero Triveneto, eleganti e profumati, le perle della Val d’Aosta e la lista può continuare quasi infinita.

Credo che  molta responsabilità possa essere attribuita a chi qui, a casa nostra, e all’estero, scrive di vino e non è capace di uscire dalla banalità e dall’omologazione di una comunicazione che cerca facili strade già battute.

La classe politica fa il resto. Bravissima a comparire giorno e notte nei nostri schermi per avere qualche voto, immobile quando si tratta di costruire progetti che esportino l’unicità e la complessità della cultura enologica del nostro paese.

Stiamo attenti però. Dobbiamo decidere chi siamo e cosa vogliamo. Se abbiamo le carte in regola, se abbiamo, e io ne sono convinta, un patrimonio viticolo e culturale da esportare nel mondo, dobbiamo prendere il toro per le corna e prenderci il posto che ci spetta e che ci viene dato dalla storia.

Altrimenti sarà come se in una bella e limpida sera, sdraiati su un prato o in riva al mare, aprissimo gli occhi e ci accorgessimo che, sopra di voi, sono rimaste solo le stelle del Carro maggiore, sospese nel buio più assoluto. Non sareste presi dallo sgomento? Io si .. perché forse non tutte le stelle sono belle importanti come la stella Polare ma tutte, proprie tutte, ci raccontano la straordinaria e incredibile storia dell’umanità e della materia di cui è fatto l’universo.

Maria Miseferi

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e Franco Ziliani blog http://www.francoziliani.blog/

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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