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My Wine Notes

Enoriflessioni

Cosce al vento e il vino diventa più appealing?!

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Il caso (tragi-comico) della pubblicità dell’azienda imolese Cà Lunga

Un giorno bisognerà cercare di capire se certe ca…e, pardon scivolate di gusto che fanno taluni produttori di vino nel presentarsi, nel comunicare, anche quei moderni strumenti che sono i social network, siano farina esclusiva del sacco dei produttori stessi, che forse farebbero meglio a concentrarsi sul lavoro in vigna ed in cantina o a vendere, o se si tratti del parto (anche se sarebbe più opportuno in certi casi parlare di aborto…) di creativi pubblicitari, pseudo esperti di comunicazione e marketing. Che scambiano il vino per un prodotto commerciale quale potrebbe essere un capo di biancheria intima, un detersivo, o di una birra.

Oggi voglio portare alla vostra attenzione, pur consapevole che certi “fenomeni” bisognerebbe invece ignorarli o dedicare loro al massimo un sorriso di compatimento, il caso di un’azienda vinicola imolese, che, leggo sul sito Internet, “produce vino nelle prime colline imolesi da tre generazioni. Una famiglia che si è sempre dedicata alla ricerca della qualità senza mai perdere di vista la tradizione, non a caso, i vini di punta della cantina sono i rossi, partendo chiaramente dal Sangiovese, presente sia nella versione Superiore che Riserva”.

Producevano i loro vini del territorio, fino a che ad un certo punto, non so se per un ricambio generazionale, perché qualcuno li ha convinti che occorreva svecchiare l’immagine, che bisognava farsi notare, lanciare un segnale forte e così dapprima hanno pensato, parole loro, di dare “vita ad una nuova filosofia del vino”, basata sia sull’adozione di nomi altisonanti, quelli in grado di stuzzicare la fantasia di chi legge fotoromanzi e guarda alla televisione le telenovelas o sogna un principe / principessa azzurro o rosa, nomi, tenetevi forte, quali “Euforia, Diadema, Imperius, Incantesimo, Mistero, Regale, Solo Lei”.

In secondo luogo si sono inventati, un classico, l’intreccio, la corrispondenza di amorosi sensi, tra “vino e arte” scrivendo “E’ con orgoglio e grande piacere che l’azienda annuncia la nascita della linea La Bella Vita: una selezione concepita per essere l’unione tra vino e arte”.

Annuncio corroborato e supportato da una precisazione importante e politicamente corretta, forse anticipatrice di un certo sentire diffuso nato dopo il discusso caso Weinstein, con le annesse sbracature italiche in “stile” Asia Argento con annessi appelli boldriniani a non lasciare l’Italia, ovvero che era stata una donna ad aver “ispirato la Bella Vita che vuole racchiudere la bellezza, l’eleganza e la forza femminili. E’ donna l’artista che ha dipinto le bottiglie e non a caso la nuova linea è nata l’8 marzo 2016”. Una nuova linea che “persegue il filo conduttore che muove l’azienda: portare l’Italia, attraverso i nostri vini, in giro per il mondo”.

Ad un certo punto, non so in seguito a quale corto circuito o confusione nel concetto di comunicazione, l’arte non è bastata più, non sono bastati il richiamo della terra romagnola ed il collegamento alla tradizione, o forse, chissà, qualcuno, in azienda, o nel team dei creativi che l’hanno consigliata, hanno pensato al mito del bagnino rubacuori, al seduttore riminese da spiaggia, al rubacuori che conquistava soprattutto le tedesche e le svedesi. Celebrato anche da Federico Fellini in Amarcord…

E così la Tenuta Vitivinicola Cà Lunga di Imola, non si sa bene se per moto interiore o se mal consigliata, ha pensato “bene”, per la sua comunicazione social su Twitter e Facebook di ricorrere a quell’argomento “forte” che per decenni ha spinto settimanali come Espresso e Panorama a gareggiare a chi metteva più corpi seminudi femminili in copertina.

Oppure fior di spot pubblicitari o advertising cartacei dove venivano messi in bella mostra quarti, pardon, parti scelte e prelibate del corpo di modelle da mille e una notte. Anche se il prodotto reclamizzato non aveva nulla a che fare con le donne. Utilizzando il corpo femminile, che è sempre meraviglioso vedere e che continua ad esercitare un indubbio fascino (quantomeno sul sottoscritto, non so a voi altri…), come puro specchietto per le allodole.

Ora, me ne frego altamente se mi daranno del moralista, del vecchio bacchettone, del maschio filo femminista, del tradizionalista (che sono) ma trovate forse elegante, e non lo dico di certo perché tra due giorni sarà l’8 marzo, ma perché amare le donne non impedisce di conservare buon gusto, un certo stile ed eleganza, questo tipo di pubblicità, che campeggia anche sulla pagina Facebook dell’azienda in oggetto, dove appaiono, oltre alla bottiglia variopinta di Albana, firmata dall’artista donna, un tipo, occhiali da sole a specchio, pelata e jeans sdruciti da mandrillo, da play boy un po’ stagionato, e soprattutto un quarto di coscia femminile, a guardar bene anche con qualche leggera traccia di cellulite, sbattuto in primo piano?

Trovate sensato che nel 2018 si ricorra ancora a questo tipo di comunicazione? E a chi pensate possa essere rivolta e a quale tipo di consumatore possa risultare appealing?

Da parte mia, se anche quello pubblicizzato fosse il migliore vino del mondo, non mi verrebbe molta voglia di assaggiarlo e di scriverne. E tanto meno di acquistarlo. Ma se invece il produttore imolese avesse ragione e, dati alla mano, mi dimostrasse che la coscialunga romagnola dallo sguardo annoiato più che sognante, ha contribuito a far vendere di più e meglio il suo vino?

Come stupirsi? E come farlo a soli due giorni da una tornata elettorale dove il buon senso, il buon gusto, il raziocinio e l’eleganza sono state, basta vedere i risultati, i grandi assenti? Per favore, ridateci Walter Chiari e il suo bagnino romantico e gentiluomo!

P.S.

Un lettore mi ha segnalato un’altra immagine particolarmente raffinata che promuove lo stesso vino… Notare il “meraviglioso” e “raffianato” pendant tra il variegato floreale barocco della bottiglia e il panterato della mise della signora… L’eleganza al potere…

Attenzione!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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2 Commenti

2 Commenti

  1. Tano

    06/03/2018 at 22:07

    E pensa che questo modo di vendere vino è quello preferito anche dal presidente di Cavit e di Consorzio Vini del Trentino.

  2. Oreste

    09/03/2018 at 10:25

    Forse, viste le foto, sarebbe meglio chiamare il vino “sempre lei?”
    cheeeeeers

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