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Enoriflessioni

Wine influencer: prenderli sul serio, studiarli, o rimandarli a scuola?

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Oggi si parla sempre più spesso, in molti casi con clamorosa superficialità, sopravvalutando il fenomeno, facendo dei soggetti dei piccoli “miti”, dei cosiddetti “wine influencer“, personaggi, generalmente giovanissimi, 25 – 30 enni rampanti, tecnologicamente avanzati, con un’esperienza sul vino da scuole medie al massimo o che al vino si sono avvicinati da poco tempo, che per il semplice fatto di padroneggiare il linguaggio e la tecnica dei social, perché postano foto, con qualche banale commentino, su Instagram, sarebbero in grado, così dice qualche loro sponsor e promoter, di “influenzare” il mercato.

Personaggi come questo tizio con ciuffetto e la faccia furba di chi ha capito come va il mondo, ad esempio… Un tipo, vai avanti tu che a me viene da ridere… che “promuove una comunicazione del vino con una forte connotazione fashion”, grazie ad un “approccio al mondo del vino dal respiro internazionale, dimostrato anche dai contenuti in lingua inglese”, uno che “condivide immagini di grandi etichette e maison, sciabola, indossa Rolex, collabora con Signorvino e Tannico”. Oppure come questa simpatica ragazza arrembante come poche altre, che almeno sa scrivere…

E allora? Ma chi influenzano e in che modo questi “wine influencer”? E quale competenza hanno effettivamente? E se vogliamo andare giù piatti, quanti consumatori e che tipo di consumatore sono in grado di influenzare e spingere ad acquistare quel vino di cui “scrivono” piuttosto che un altro?

Ed è meglio la loro comunicazione frettolosa, modaiola, fashion, smart, à la page, oppure quella assicurata da giornalisti e comunicatori del vino tipo (nell’elenco ci sono amici, ma anche persone che non lo sono, ma nessuno può discutere la loro capacità) quali Daniele Cernilli, Luciano Pignataro, Antonio Paolini, Carlo Macchi, Sandro Sangiorgi, Gigi Brozzoni, Alessandra Piubello, Alessandro Masnaghetti, Fabio Rizzari, Ernesto Gentili, Tiziano Bianchi, Filippo Larganà, Angelo Peretti, e magari anche un certo Franco Ziliani, con la loro esperienza, con i loro articoli, con la loro comunicazione sul vino che non sarà magari 3.0 ma é fonte di reale conoscenza, competenza, esperienza, autrorevolezza, non millantata o improvvisata?

Un caro amico con cui ho discusso dell’argomento prima di scrivere questo post mi ha detto: “non puoi metterla sul piano delle bottiglie spostate. Guarda che prima degli influencer e dei giornalisti traditionnels spostano più casse nell’ordine GDO per la fascia bassa, ristorazione per la fascia media e enoteche per la fascia alta, spostano davvero casse in quantità che noi in Italia nemmeno ci sogniamo The Wine Spectator e in misura minore, The Wine Advocat”.

E comunque “caro mio, siccome si rivolgono ad un pubblico non sofisticato e completamente digiuno dell’argomento, gli influencer in termini di vendite valgono molto di più dei giornalisti autorevoli. Non fosse altro per il fatto che lavorano sul pubblico di massa e non su quello elitario per cui scrive Cernilli, piuttosto che Rizzari o te.

Non confondere l’autorevolezza, il riconoscimento di affidabilità, la stima che ciascuno di noi può provare nei confronti di un gruppo ristretto di persone come te con la massa informe che beve le parole di quattro ragazzi che niente sanno ma che vanno dritti dove vuole il giovane di oggi.

Se si chiede ad un ragazzo o ad una ragazza sui 25 anni perché segua una influencer che ha oltre un milione di followers, si ottiene una risposta molto tranchant che fa riflettere: perché mi dà le risposte che mi servono nei tempi giusti, rapidamente. E se si obietta che sarebbe meglio leggere un libro sul tema trattato da quell’influencer è facile ottenere come risposta “non ho tempo per approfondire”.

L’amico ha ragione, forse noi comunicatori del vino tradizionali dovremmo fare in modo di trovare tempo, modo, pazienza, linguaggio, strumenti per rivolgerci ai neofiti del vino e non lasciare che ricevano il loro apprentissage da questi improvvisati “esperti” dallo scatto e dal clic facile. Ci penserò, ma per il momento non posso che dire: wine influencer? Ripassate tra qualche anno, quando avrete imparato l’ABC del vino, quando avrete confidenza con i fondamentali…


Attenzione!

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Lemillebolleblog http://www.lemillebolleblog.it/

e Franco Ziliani blog http://www.francoziliani.blog/

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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6 Commenti

6 Commenti

  1. Francesco Bonfio

    13/02/2018 at 16:19

    Ciao Franco.
    Se posso aggiungere qualcosa, vorrei dire che forse è tempo perso. La platea alla quale si rivolgono questi influencer non è la tua e la nostra. E’ una platea multiforme che segue l’attore, non l’argomento. Per i componenti di questa platea il vino è moda, il vino è alcol, il vino fa figo, il vino non è nulla di ciò che invece è per noi. Uno che oggi è famoso ha detto che la cosa fondamentale per vendere il vino è l’etichetta seguita dalla forma della bottiglia. Ti pare che possiamo andare d’accordo con gente così? Tempo perso Franco, tempo buttato.

  2. Riccardo

    13/02/2018 at 16:59

    Premetto che non ho approfondito in alcuna maniera le tematiche portate dalle persone che cita e quindi mi limito a un ragionamento generale.
    Nel titolo lei propone tre alternative, a mio giudizio nessuna delle quali giusta:

    1) Prenderli sul serio: mi sembra evidente che visti i contenuti e la modalità con cui vengono proposti non si possano prendere sul serio.

    2) Studiarli: non vedo cosa ci sia da studiare, questo modo distorto e perverso di comunicare ha già preso ampiamente piede in tutti i settori prima che nel vino e le sue meccaniche sono chiare e già state approfondite e studiate.

    3) Rimandarli a scuola: un fondamento ci sarebbe, ma se hanno successo e campano bene facendo questo non credo ce ne sia bisogno, certo non per loro.

    Io opterei per un ipotesi 4), ovvero ignorarli. Chi segue certe persone evidentemente manca delle basi fondamentali per capire il vino, e lo fa vedendo questa bevanda solo come un tratto distintivo di un modello/status sociale già precofenzionato, pertanto non mi sembra credibile che possano portare via lettori a un professionista vero o influenzare chi di vino ha già una conoscenza minima. È vero che così facendo la cultura del vino non viene diffusa in maniera corretta, ma del resto nei tempi odierni in cui la cultura è accessibile a tutti, in ogni momento e senza filtri gli strumenti per comprenderla e usarla bene paradossalmente sono molto più difficili da trovare di un tempo, proprio per il caos che impera a riguardo.

  3. FR

    15/02/2018 at 08:39

    I mammut del vino, che non conosce nessuno, non comprano neanche una bottiglia e amano polemizzare.
    Prenderli in considerazione, restaurarli o mandarli all’ospizio?

    • Franco Ziliani

      15/02/2018 at 13:42

      sarebbe interessante sapere chi siano questi “mammut del vino” cui lei fa accenno trincerandosi “coraggiosamente” dietro ad una sigla…
      Sicuramente non sono giovani improvvisati o dilettanti allo sbaraglio…

    • Paolo Boldrini

      02/03/2018 at 10:31

      Sinceramente, parlare di certi vini come fossero l’ultimo modello di smartphone appena uscito non credo possa interessare a persone con un minimo di cultura e di esperienza nel campo, anzi nella vigna….
      Sarei molto curioso di sapere, dai diretti interessati, quale formazione o bagaglio di esperienze in merito possano vantare, e mi riferisco a formazione ed esperienze dirette, non da copia-e-incolla come anche molti giornalisti ormai fanno oggi.
      Tuttavia, sono certo che i “followers” (…che mal di pancia…) di queste persone siano, più o meno, al loro livello, e non potrebbe essere altrimenti.
      E’ un po’ la differenza che ci può essere tra i consumatori del vino pronto e facile, e quelli che sanno bene quale vino vogliono e lo vanno a cercare e scegliere….sì, a volte magari anche online, perché molte aziende utilizzano questo moderno canale, ma altre volte viaggiano, visitano cantine, enoteche e produttori, assaggiano e acquistano quello che piace al loro palato e al loro cervello…!

  4. Paolo Boldrini

    02/03/2018 at 10:54

    …a proposito della “professionalità” di certo giornalismo dei nostri giorni, eccone un esempio autorevole, proveniente nientepopodimenoche da Repubblica:
    https://attivissimo.blogspot.it/2018/03/repubblica-mette-online-uninsalata-di.html#Commenti

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