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Enoriflessioni

Rosato, rosati, chiaretto, cerasuolo: uno, nessuno, centomila…

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Dei rosati sia lode alla multiformità e all’eterno mistero…

Guardate la foto: quale dei due è il “vero” rosato? La risposta è apparentemente banale e porta ovviamente a concludere, entrambi. Però… Però, pronunciata la risposta, bisognerebbe aprire diverse parentesi e fare numerosi distinguo. Perché c’è rosato e rosato e nell’universo dei rosati (oggi infinito, perché, soprattutto in Italia, visto che si parla di una “moda dei rosati”, un po’ tutti si mettono a fare rosati, anche con uve improbabili o chiaramente inadatte, in territori non da rosati e con la mentalità furba e commerciale di chi considera il rosato come un vino immediato e facile da fare (e vendere) per portare denaro fresco in cassa), ci sono famiglie e sensibilità e storie diverse.

Perché rosati in senso lato sono sia un rosato fatto con uve Negroamaro in Salento, Gaglioppo in Calabria, Nerello Mascalese sull’Etna, Lagrein in Alto Adige, Nebbiolo o Sangiovese in Piemonte e Toscana, sia un Cerasuolo abruzzese figlio del Montepulciano, sia un Chiaretto gardesano, di sponda bresciana o veronese, fatto con Groppello e altre uve come nel caso del Valtènesi Chiaretto, oppure con le classiche uve rosse nel Bardolino Chiaretto.

E’ rosato, anzi rosé, è il magnifico Tavel Rosé dello Château d’Aqueria, fatto con uve Grenache Noir, Clairette, Cinsault, Mourvèdre, Syrah, Bourboulenc, Picpoul, sia il giovanissimo, è il primo 2017 che assaggerò, Toscana rosato, fatto con uve Sangiovese dalla chiantigiana San Felice di Castelnuovo Berardenga.

E allora, visto che il rosato/Cerasuolo/Chiaretto piace sempre più a noi consumatori, si rassegnino e se ne facciano una ragione quei ristoratori ed enotecari che sono ancora restii ad inserirli nelle loro carte, e che non esaudiscono una richiesta chiarissima che arriva dal cliente, bisogna che ci si abitui, anche e soprattutto da noi, che sui rosati, a differenza dalla Francia della Provence, che ingloba larga parte della produzione in rosa transalpina, a considerare quello dei rosati un universo multiforme, multiespressione, variopinto, con sfumature di gusto e di colore.

Date ovviamente dai diversi terroir, quello dell’Elba totalmente diverso dai terroir gardesani e da quelli di Toscana, Puglia o Abruzzo, ma anche dai diversi vitigni utilizzati, perché la Corvina è altra cosa rispetto ad un Nebbiolo, e il Canaiolo (magnifico, adorabile il rosato di Canaiolo di Elisabetta Fagiuoli, ovvero Montenidoli, a San Gimignano…) rispetto ad un Piedirosso o un Ormeasco Sciac-trà.
E diverse sono le possibilità di utilizzo a tavola, dove i rosati trionfano e danno il loro meglio, abbinati ad una serie infinita di piatti, di modalità di servizio, più o meno freddo, e di consumo, come scrivo e soprattutto faccio da sempre, consumatore tenace e convinto come ne sono, da almeno 30 anni, non solo d’estate, ma in ogni stagione dell’anno.

Alla luce di questa abitudine, di questa ovvietà, non posso pertanto che condividere, io che rosatista sono in servizio permanente effettivo, il post di un altro rosatista convinto e tenace, che sul suo ottimo sito Internet Gourmet, ha pubblicato un post, questo, dove plaude (mi unisco all’applauso, in maniera più tiepida, perché non ho aspettato che fossero degli americani ad indicarmi la via…) ad un articolo della rivista Wine Enthusiast, leggete qui, dove si proclamano i rosé vini da bere tutto l’anno, anche in “peak winter”, in pieno inverno.

E non ho aspettato che fossero, con tutto il rispetto, degli yankee, dei parvenu della cultura e del consumo di vino, ad indicare come un “trend” un qualcosa che fa parte delle abitudini mie, di Angelo Peretti e di altri (cito un altro valoroso rosatista storico, Massimo Di Cintio), e che in quella Francia che amo e guardo come la terra enoica di riferimento, realizzano, nella loro art de vivre, da illo tempore, ogni giorno.
Prendendo il titolo di un bel volume sui rosé del mondo (molto lacunoso, purtroppo, nel capitolo dedicato a quelli italiani) non posso che concludere esclamando Rosé all day!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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6 Commenti

6 Commenti

  1. daniele cernilli

    04/02/2018 at 10:15

    Caro Franco, metti anche me tra i “rosatisti”, perché sono un vero appassionato del genere. Vorrei però focalizzare l’argomento sulla differenza che c’è fra come i rosati sono considerati in Francia e da noi. C’è molta differenza. Non a caso tu citi un Tavel, cioè un vino di un’Aoc che è completamente dedicata ai rosati, una cosa che da noi non c’è. I migliori rosati francesi, infatti, hanno denominazioni dedicate e molto forti. Sono vini teritoriali, tradizionali. Da noi il rischio è che il “rosato” sia più che altro una tipologia, con una valenza merceologica, tecnica, ma non sempre territoriale. Spesso sono il frutto del “salasso” di vini rossi, e non il risultato di una vera filosofia produttiva. Vini di recupero, insomma, che si fanno più per nobilitare il rosso di riferimento che per se stessi. Qualche tempo fa con Mattia Vezzola si parlava della possibilità di una Doc Moniga del Garda dedicata solo ai rosati. Sarebbe stata una bella cosa, ma poi non se ne fece nulla. Visto che cè anche Peretti che ci legge, non sarebbe utile e giusto provare a riprendere discorsi del genere? E vero, ci sono il Bardolino Chiaretto, il Cerasuolo d’Abruzzo, il Lagrein Kretzer, ma fanno comunque parte di mondi dove non appaiono come protagonisti principali. Sono degli “sparring partners”, insomma, e finché non avremo anche noi delle denominazioni paragonabili a Tavel e in parte a Bandol, credo che i rosati italiani non raggiungeranno la vera serie A della vitienologia nazionale.

    • franco ziliani

      04/02/2018 at 10:44

      Caro Daniele, grazie del tuo intervento, che sottoscrivo in toto.
      Mi fa piacere che anche tu ti dichiaro rosatista: sentiamoci e pensiamo a qualche iniziativa comune…

      • daniele cernilli

        04/02/2018 at 10:47

        Franco, per me potresti, magari con Peretti e Mattia Vezzola, provare a rilanciare la cosa. Se serve io ci sarò a dare amichevolmente una mano.

        • franco ziliani

          04/02/2018 at 12:46

          Io lo farò, ma c’è già la Doc Valtenesi Chiaretto non dimenticarlo

  2. daniele cernilli

    04/02/2018 at 18:06

    Sì, ma Valtenesi Chiaretto è comunque una chiosa a una denominazione più generale. Qui bisognerebbe fare il Barolo dei rosati, com’è Tavel.

    • franco ziliani

      04/02/2018 at 23:23

      Danié, sentiamoci e studiamo cosa si possa fare. Un mio dialogo, anche su questo tema che dovrebbe accomunarci, con Angelo Peretti lo vedo difficile…

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