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Tour des vins de France

Ventoux blanc et Ventoux Rosé 2016 Domaine de Fondrèche

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Per molti della mia generazione Ventoux, molto prima di diventare il nome che designa una bella AOC della Vallée du Rhône precedentemente chiamata Côtes-du-ventoux, che recenti scoperte archeologiche hanno documentato essere tra le più antiche aree vinicole francesi, ha automaticamente richiamato alla memoria un tragico episodio sportivo.

Non avevo ancora 11 anni allora, ma ricordo benissimo le immagini televisive in bianco e nero delle fasi finali della tappa del tour de France del 13 Luglio 1967 che portava a Carpentras da Marseille, con 215 chilometri da percorrere. Ricordo bene la morte, mentre tentava di completare la scalata del Mont Ventoux, 1912 metri di altezza, ieri come oggi un aspetto spettrale, lunare visto da lontano, denominato le Géant de Provence oppure le Mont Chauve, tutto pietre bianche, dominio del Mistral e del sole, del ciclista inglese Thomas Simpson.

Non un gregario, ma un ciclista importante, nominato baronetto per meriti sportivi dopo aver trionfato nel Campionato del Mondo nel 1965, il primo britannico ad indossare la maglia gialla del Tour de France. Complici la fatica, il caldo feroce intorno ai 40 gradi, l’aver assunto anfetamine (il primo caso di doping del ciclismo moderno) Simpson, Tom, com’era chiamato da tutti, fu colto da un collasso cardiaco, e a nulla valsero i soccorsi

Per decenni il mio Ventoux rimase questo e fu solo nel 2004, quando erano ormai vent’anni che mi occupavo di vino ed in Francia ero già stato diverse volte per turismo e per lavoro, che il Ventoux divenne per me un’appellation a tutti gli effetti, con tanto di Syndicat, quando con la mia famiglia decidemmo di andare in vacanza in un posto meraviglioso posto proprio tra il Mont Ventoux e le altrettanto incantevoli Dentelles de Montmirail.

Queste vacanze mi consentirono, oltre all’ascesa, in autovettura, sul Mont Ventoux (vedere il filmato di una spericolata discesa, per farsi l’idea di quali siano le pendenze…) e a deviazioni enologiche a Tavel, unica AOC francese tutta in rosa e Châteauneuf-du-Pape, già residenza estiva papale e patria della più antica AOC francese, e allo scoperta di un posto magico dove ci fermammo alcuni giorni e dove vorrei tanto tornare, Le Barroux e L’Aube Safran degli amici Marie e François Pillet, di scoprire visivamente, e non solo dai libri, che l’area intorno al Mont Ventoux era piena di vigneti, in gran parte vielles vignes ad alberello, 5700 ettari vitati, per il 68% riguardanti vini rossi, per il 28% in rosé e per il 4% a vini bianchi.
Una zona bellissima, dotata di una notevole varietà ampelografica, con cépages (vitigni) quali Grenache noir, Syrah, Cinsault, Mourvèdre, Carignan, relativi a vini rossi, e poi uve secondarie, il cui uso è previsto dai disciplinari di produzione per un massimo del 20%, come Bourboulenc, Clairette, Counoise, Grenache blanc, Marsanne, Marsellan, Picpoul noir, Roussanne, Vermentino e Viognier. I rosati di questa zona splendidi, diversi da quelli di Tavel e Bandol e di altre aree della Provenza, e nascono da uve Grenache, Syrah, Mourvèdre, Cinsault e Carignon, mentre i bianchi, una piccola produzione, ma deliziosa sono espressione di Bourboulenc, Clairette, Grenache blanc, Roussanne ed in misura del 10% ognuno Marsanne, Vermentino e Viognier.

Vini così belli che ogni volta che vado in Francia, cosa che farò tra una ventina di giorni tornando a Montpellier per il bellissimo Salon mondial des vins méditérranéens Vinisud, non perdo mai l’occasione di berli, aspettando che venga il momento buono (doveva essere lo scorso agosto, poi le cose sono andate come sono andate…), per tornare sul territorio.
Lo scorso anno à Paris, in febbraio e poi in maggio, cenando in un delizioso bistrot che vi consiglio, l’Office in rue Richer, anche se nel frattempo il bravissimo chef, Benjamin Schmitt è andato a lavorare in un altro locale Le Dôme du Marais, consultando la carte des vins e scoprendo un Ventoux, non esitai un momento ad ordinarlo. E così scoprii e mi innamorai di un Domaine in piena AOC Ventoux, a Mazan, il Domaine de Fondrèche, condotto da Nanou Barthélemy e Sébastien Vincenti.

Un Domaine di 38 ettari, distribuiti sui villaggi di Mazan, Mormoiron e Saint Pierre de Vassols, 28 posti intorno alla cantina e destinati alla produzione di vini rossi, dotati di un terroir particolare che impedisce alla vigna di soffrire di stress idrico, dove il suolo è filtrante in caso di pioggia ma trattiene l’acqua da 5 a 10 metri di profondità – fondrèche in provençal significa « la fontaine érigée, dressée » – e due altre aree di 10 ettari totali, su terreni sabbiosi e limosi destinati alla produzione del rosé e del bianco, suoli ed esposizioni che consentono di lavorare sulla freschezza e la finezza.

Da Fondrèche vogliono produrre vini che definiscono, “identi-terres” (identitari e con identità di terra, tradurrei), vini “profondi, dotati di una trama minerale, giocati sull’equilibrio tra ampiezza e freschezza, tra potenza ed eleganza”. Un lavoro nel quale, dicono, “non si forza mai la natura, ma la si accompagna”, perché “non siamo dei maghi, ma dei vignaioli”.

Al Domaine non si definiscono vignaioli naturali, bio in senso stretto, ma il modo di lavorare, con il preciso obiettivo di “creare un’armonia tra vigna, suolo e ambiente circostante”, senza uso di diserbanti chimici, ricorso esclusivamente a rame e golfo, ed il ricorso alla “confusione sessuale” nella lotta contro i parassiti in vigneto, dicono chiaramente come si lavori. Tenendo conto, nelle varie fasi di lavoro in vigna, nella potatura, nelle vendemmie, nell’affinamento dei vini dell’influenza delle fasi della Luna, e del calendario lunare.

A Paris, nelle mie due cene all’Office, fui pienamente gratificato non dalle degustazione, ma dalla bevuta, mangiando splendidamente, dal Domaine de Fondréche rosé, assemblage di 50% Cinsault, 30% Syrah, 20% Grenache, annata 2015, la prima volta, 2016 la seconda, colore rosa pallido, quasi da Chiaretto Valtènesi, naso secco, incisivo e intensamente minerale, aromi di agrumi a dominare, di macchia mediterranea (garrigue), fiori bianchi, sale, pesca nettarina e mandorle, bocca diritta, nervosa, retta da un gran sostegno tannico centrale non aggressivo, gusto energico, complesso, profondo, un rosé di gran carattere e struttura che si apre, si esprime al meglio se si fa attenzione a non servirlo ghiacciato, ma a temperatura di cantina.

Un vino importante, eppure di assoluta piacevolezza (in entrambe le mie cene, en solitude, accidenti, bottiglia finita e ritorno in hotel in metro senza alcun problema…), dalla persistenza lunga, perfetto equilibrio tra frutto, acidità, tannino, sempre teso, dinamico, pieno di sapore, uno dei Rosé più golosi e bilanciati, godibili bevuti in un 2017 che di grandi rosé, in degustazioni a Parigi e poi a Londra, ne ho bevuti tanti… Un Rosé 2016, (che mi piace proporre in una foto insieme ad un libro che avevo portato a Parigi, uno dei quattro libri in inglese dedicati ai vins rosé apparsi nel 2017, Rosé all day di Katherine Cole)  che bevuto anche ora, sono certo saprà dare il proprio meglio e mostrarsi in perfetta forma.

A casa invece, grazie all’ottima enoteca on line, con sezione anche in italiano, Vinatis, mi sono gustato e l’ho trovato splendido, il Domaine de Fondrèche blanc, da uve Grenache blanc, 30%, Roussanne, 30% Clairette, 30% e 10% Rolle (o Vermentino?), fermentato in barrique e botti grandi e affinato per sei mesi sui lieviti fini.

Colore paglierino oro brillante di buona intensità, con riflessi metallici e grande lucentezza, mostra un naso caldo, tipicamente solare, mediterraneo, con profumi intensi, ma freschi, di agrumi, fiori bianchi, mela, albicocca e miele d’acacia, e una vena precisa salata e minerale, ben precisa e incisiva, netta e freschissima.

L’attacco in bocca è largo, pieno, strutturato, morbido ed espansivo sul palato, ma insieme profondo, grazie ad un’acidità ben sostenuta e bilanciata, ed il vino mantiene un eccellente equilibrio, una piacevolezza notevole, una grande freschezza, nonostante la densità e la ricchezza.
Risultato possibile grazie alla particolarità e alla vocazione di questo terroir e di un savoir faire che spero di poter presto riscontrare, visitando lo stand del Domaine a Vinisud. Aggiungo un’ultima notazione: in vendita a 10,58 euro, i due Ventoux di Fondrèche, il Rosé ed il Blanc, mostrano a mio avviso un eccellente rapporto prezzo-qualità.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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2 Commenti

2 Commenti

  1. giuseppe mennella

    29/01/2018 at 13:48

    Negli ultimi 10 anni siamo stati diverse volte in quella parte della Provenza. La zona del ventoux e’ molto interessante paesaggisticamente e Barroux e’ una bella cittadina, peccato che l’Aube Safran costi circa 200eu a notte gia’ in primavera.
    Nel 2009 utilizzai le tue note di degustazione per Gigondas e Vacqueyras e da allora ho continuato ad aqcuistare da alcuni produttori da te segnalati.
    Ben vengano tue note di degustazione dei vini di queste aoc

    • franco ziliani

      30/01/2018 at 22:45

      grazie Giuseppe, ma l’Aube Safran, mi creda, é un angolo di paradiso in terra…

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