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My Wine Notes

Libiam nei lieti calici

Per tre giorni nel Carso tra Vitovska, Malvasia e Teran

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Ricordando Slataper, un esame universitario e Il mio Carso

Non pensavo certo, torno molto indietro nel tempo, che quando all’Università Cattolica a Milano, indirizzo Lettere Moderne, detti un esame sui collaboratori della Voce di Giuseppe Prezzolini con l’esimio professor Francesco Mattesini scegliendo tra loro il triestino Scipio Slataper, autore di un capolavoro come Il mio Carso, decenni dopo mi sarei trovato a recarmi in quel Carso teatro del romanzo poetico di Slataper non per motivi legati alla letteratura o alla storia, ma per i suoi vini.

Singolari i destini ed il corso della vita… Chi avrebbe mai detto che del Carso e della vicina Trieste non mi sarei interessato per Italo Svevo, Giuseppe Ungaretti (San Martino del Carso), Umberto Saba, Carolus L. Cergoly ed il suo affascinante Il complesso dell’imperatore, per Roberto “Bobi” Bazlen, Fulvio Tomizza, Stelio Mattioni, bensì per la magica triade formata da Vitovska, Malvasia Istriana e Terrano del Carso…

Così vanno, così sono andate le cose e oggi mentre mi leggerete, io sarò già in viaggio e sarò già arrivato (ci resterò sino a sabato e sulla via del ritorno andrò ad abbracciare un amico fraterno, un vignaiolo ed un uomo speciale, Fulvio Bressan), nel Carso, estremo lombo ad est di terra italiana. Al confine con la Slovenia.

So già che arrivato in questo posto magico, grazie alla disponibilità del giovane Matej Skerlj, presidente dell’associazione viticoltori del Carso, vignaiolo e imprenditore agricolo con la sua famiglia, che mi farà da guida in questi giorni attraverso degustazioni, visite a cantine, incontri con uomini e donne del vino carsolini, mi verranno subito alla mente le parole di Slataper che opportunamente Matej riporta nel suo sito Internet.

Parole che recitano: “Il “Carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontorti, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi. Lunghe ore di calcari e di ginepri. L’erba è setolosa. Bora. Sole.

La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato. Grotte fredde, oscure.
La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri centomila”.

Sarà, lo è stato quando ci sono stato una decina di anni orsono, guidato dall’amico sommelier triestino Adriano Bellini, e sarà anche oggi una grande emozione aggirarmi per il Carso, tra le sue viti strappate alla roccia e accarezzate dal vento, assaggiare, la mente totalmente sgombra da alcuna arrière pensée, (qui è terra anche di quegli “orange wines”, o bianchi prodotti con la tecnica della macerazione sulle bucce, con cui non sono ancora riuscito a stabilire feeling e confidenza) aperta e disponibile a lasciarsi conquistare dalla verità, dalla voce scabra ed essenziale di questi vini schietti, autentici, anti-commerciali e refrattari ad ogni tipo di omologazione per definizione.

Spero tanto di poter assaggiare, adoro Vitovska e Malvasia Istriana, il più grezzo, rustico, “ruspante” tra loro, il rosso Terrano o Terrano del Carso, (kraški teran), variazione locale del friulano Refosco, odierna espressione di quel favoleggiato vino “Pucino” che l’imperatore Augusto, anche a tarda età, amava gustare. Un vino che è “figlio illustre della terra rossa (jerina) che ricopre i duri strati di roccia calcarea”, vino salutare dalla ricca percentuale di antiossidanti naturali. Vino che fa consola e fa bene bere mentre fuori fa freddo.

Un vino così cantato nel 1910 da Maksimillian Tipper:

Il terrano non è pesante, né denso,

esso non è aspro, né grasso,
non è morbido, né leggero,
non è scialbo, né smorto,
non è pastoso, né inspido, né delicato né dolce.

Il Terrano è corposo e potente,
aromatico, elegante ed austero,
è solido e robusto,
è vigoroso, ben definito,
è pieno di vita, fresco, brioso e inebriante
dal colore scuro di rubino intenso.

Mentre il poeta sloveno Oton Župančič scrisse:
“Lo sento che oggi è il giorno del vivi.
Il mio cuore freme e palpita,
La mia anima è esaltata,
Come se avesse bevuto il Terrano del Carso”
.

E che Terrano, Vitovska, Malvasia siano, e la magia, il mistero di questa terra unica, chiamata Carso

 

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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6 Commenti

6 Commenti

  1. Bellini Adriano

    12/01/2018 at 00:19

    Complimenti! Bellissimo reportage, esaustivo e invitante. Ti fa venire la voglia di farci un giro su questo Carso ! (Y)

    • franco ziliani

      12/01/2018 at 08:23

      Grazie Adriano, detto da te è un complimento prezioso che vale doppio 😃

  2. Vincenzo busiello

    13/01/2018 at 09:38

    Stia attento al mal del Carso che è come il mal d Africa (C è chi non vorrebbe tornare più a casa).
    Alla fine del percorso ,vedrà la sua anima immalinconirsi quando prenderà direzione venezia. Per fortuna tra il Carso e venezia farà una sosta da Nereo e Fulvio. È qui la sua anima tornerà a sorridere. Un consiglio:trovi il tempo stamattina di conoscere Silvano ferluga.

  3. robi jakomin

    13/01/2018 at 13:02

    E’ stato un piacere conoscerti….

  4. Vincenzo busiello

    14/01/2018 at 10:17

    Ci racconterà di questi giorni?

    • franco ziliani

      14/01/2018 at 12:45

      ovviamente sì! 🙂

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