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My Wine Notes

Enoriflessioni

Decanter parla del Pinot nero in Italia: l’Oltrepò Pavese ignorato

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Colpa del wine writer o di una zona che non sa ancora o non vuole comunicare?

Anno nuovo, ma lamentele vecchie, per quanto riguarda la meravigliosa, ma terribilmente complicata zona dell’Oltrepò Pavese, potenzialmente, caso Valtellina a parte, con il fascino unico dei suoi eroici vini di montagna da vigne terrazzate, la più importante terra da vino lombarda.

Cose strane accadono sotto i cieli oltrepadani. A fronte di una mossa intelligente (ne parleremo a tempo debito) che il Distretto del vino di qualità Oltrepò Pavese sta mettendo a segno, assistiamo alle solite vicende di provinciale provincialismo.
Il fondamentale passaggio delle modifiche ai disciplinari di produzione dei vini oltrepadani, al quale aveva dedicato impegno, tempo e fatica il Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese, ha incontrato, nella sua prima fase, un sacco di difficoltà, intralci, opposizioni. 

E appare sempre più chiaro un certo oscuro disegno, espressione non solo di qualche mega cantina sociale ma anche di aziende apparentemente serie, non solo di far saltare le modifiche ai disciplinari ma l’intero Consorzio. Per fare tabula rasa e consentire ai commercianti di ogni genere e tipo di fare meglio, indisturbati, guadagando di più grazie a rese rimaste alte, i loro affari.

Manca tuttora, il Consorzio ha più volte provato a costruirlo, proporlo, ma questi tentativi, anche molto recenti, hanno incontrato l’indifferenza generale, una serio progetto di comunicazione che consenta di far conoscere il meglio della produzione vinicola oltrepadana non solo a Broni, Casteggio, Santa Giuletta, e magari Lodi e Zavattarello, ma nel resto d’Italia e, incredibile dictu, anche all’estero…

E così, visto che l’Oltrepò Pavese continua ad essere un UFO fuori dai confini lombardi, al massimo diciamo anche in Piemonte, può accadere quello che è, incresciosamente è accaduto oggi. Su una delle più importanti testate specializzate, su carta e on line, che si occupano di vino, l’inglese Decanter, ha pubblicato un articolo, che si può parzialmente leggere, perché l’integrale è riservato agli abbonati, dedicato agli Italy’s top Pinot noir.
L’autore non è un Carneade o un giovane rampante wine influencer italico, ma un wine writer di indiscusso valore, che conosco personalmente e stimo, che si chiama Walter Speller, vive tra Londra e Padova e segue le vicende del vino italiane per conto di una wine writer del calibro di Jancis Robinson. Non so se mi spiego…

Speller ha fatto bene il suo compito, diciamo parzialmente bene, perché ogni selezione è discutibile, e quindi lo è anche questa, anche per i motivi che dirò oltre. Ha innanzitutto fornito i numeri, i key facts del Pinot noir in Italia: 5044 ettari, erano 3314 nel 2000, di cui ben 2956 in provincia di Pavia “per la produzione di vini base per le aziende spumantistiche dell’Italia del Nord”. Poi 387 nella zona spumantistica bresciana e 553 tra Trentino e Alto Adige.
Poi ha presentato la sua personale scelta, e forse condizionato dall’idea (erronea) che il Pinot nero in Oltrepò venisse ancora coltivato per rifornire gli spumantisti piemontesi o di altre aree e zone produttive, o forse convinto che le colline oltrepadane non avessero grande vocazione per produrre Pinot nero di alta qualità (convinzione a mio avviso priva di fondamento) nei dieci vini selezionati non ha inserito nemmeno un Pinot nero made in Oltrepò Pavese.

La sua scelta ha compreso, ed era prevedibile e giustificato, 4 Pinot nero dell’Alto Adige, ben due della Toscana, uno a testa di Colli Orientali del Friuli, Langhe, Valle d’Aosta e Sicilia. Niente Pinot nero (e ce ne sono di ottimi) del Trentino, nessuno del Veneto (magari quello di Sandro Gini avrebbe meritato qualche attenzione), nessuno di una zona lombarda celebrata per le sue bollicine, e soprattutto nessuno, lo ripeto, espressione delle magnifiche vigne oltrepadane.

Di fronte a questo risultato si può anche reagire prendendosela con l’autore, imputandogli di non conoscere le vigne della zona collinare della provincia di Pavia, si può persino parlare di congiura, destino cinico e baro, ma l’interrogativo di base resta sempre lo stesso: cosa hanno fatto non tanto il Consorzio, ma il mondo vinicolo oltrepadano per presentarsi, farsi conoscere dal Walter Speller di turno, per indurlo a visitare, come ha fatto, l’Alto Adige, la Toscana, il Piemonte e tante altre zone vinicole italiane?

Colpa del giornalista, che nel 2018 continua a pensare che in Oltrepò Pavese si producano solo basi spumante ad uso e consumo degli spumantisti di turno e ignora i vini (cito a caso, delle Fracce, Tenuta Conte Vistarino, Mazzolino, De Cardenas, Frecciarossa, Olmo Antico, Cà di Frara, Montelio, Monsupello, Doria… ) o colpa anche di quelle aziende che poco hanno fatto non solo per farsi conoscere dalla stampa locale (in un recente articolo ho stigmatizzato che fosse stato Davide Paolini a dimenticarsi del Pinot nero oltrepadano) ma soprattutto, visto che l’export dovrebbe per tanti motivi interessare particolarmente, alla più titolata stampa internazionale?

Ma, e qui chiudo, all’Oltrepò Pavese del vino interessa provare ad entrare e farsi conoscere fuori dal territorio lombardo, nel resto d’Italia e magari all’estero su mercati importanti e qualificanti (dove già sono presenti un po’ tutte le principali zone vinicole italiane) come il Regno Unito? Personalmente ho qualche dubbio in merito…

Peccato perché nel mondo, oltre alla mitica di Voghera, ci sono tante altre casalinghe (sono le donne in larga parte ad occuparsi dell’acquisto dei vini), che anche senza essere desperate housewives sarebbero interessate a conoscere, acquistare e bere, facendo passa parola con amiche, mariti e amanti, i Pinot nero, la Bonarda, il Cruasé e i metodo classico, magari anche qualche buon Riesling, targati Oltrepò Pavese…

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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2 Commenti

2 Commenti

  1. MARCO

    19/01/2018 at 08:23

    Ziliani, oltre a dirci cosa si é dimenticato Decanter, perché non ci suggerisce e ci descrive un paio di bottiglie?

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