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Enovarie

In memoria di Gualtiero Marchesi, artista e Maestro

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“Noi siamo quello che abbiamo visto e che abbiamo potuto fare”

La vita è fatta di illusioni e una di queste, la più tenace, è illudersi che la vita di determinate persone a noi care, o che hanno inciso nelle nostre esistenze mostrandoci la via, suggestionandoci piacevolmente con le loro opere e consentendoci di essere quello che siamo, sia infinita, eterna.

Così, quando la notizia che qualcuno di loro si ha lasciato, perché “Alles endet aber nie die Musik”, come si ascolta nel Rosenkavalier di Richard Strauss, ci assale qualcosa a metà tra lo stupore attonito e lo scandalo, perché non ci sembra possibile che l’esistenza terrena di quei nostri “eroi” abbia termine. E poi ci prende tanta malinconia, il rimpianto per il tempo perduto, la piena dei ricordi, ancora più tumultuosa quando quelle persone le abbiamo conosciute da vicino e frequentate, e hanno accompagnato un tratto delle nostre vite.

E’ questa la sensazione che mi ha pervaso, dalle 19.30 circa, quando mia figlia mi ha telefonato per dirmi che Gualtiero Marchesi ci aveva detto addio per sempre. Valentina non era ancora nata, mancavano due anni ancora al suo arrivo, quando il Maestro entrò nella mia vita, in qualche modo condizionandola e illuminandola, dandole il senso dell’autentica grandezza in un campo che per me, 27 enne direttore di biblioteca e da quattro anni già intento a dire la mia sulla carta stampata, era inedito. E che non pensavo ancora potesse ancora essere sinonimo di creatività artistica e di autentico genio.

Scrivevo sulla Gazzetta di Parma allora, sotto la guida di uno dei quattro grandi direttori che mi sono stati maestri, Indro Montanelli, Germano Pellizzoni, Marco Mancini e Baldassarre Molossi che dirigeva l’antico quotidiano parmense, ed erano quelli gli anni in cui anche in Italia si discuteva, e ci si accapigliava, di Nouvelle Cuisine. In Francia con Paul Bocuse, i fratelli Troisgros, Roger Vergé e Alain Chapel e in Italia con questo intellettuale prestato alla cucina nato a Milano il 19 marzo del 1930 e allora poco più che cinquantenne.
Molossi, che già mi aveva spedito nella mia Bergamo ad intervistare Gino Veronelli (e fu immediata illuminazione…) decise, in qualche modo determinando quello che avrei fatto da grande, tramutandomi da recensore di libri e intervistatore di scrittori e giornalisti in enogastronomo, che mi avventurassi a raccontare cos’era ‘sta Nouvelle Cuisine, mandandomi ad intervistare, uno dopo l’altro, Gualtiero Marchesi, Ezio Santin, Annie Feolde e Giorgio Pinchiorri, Andreas Hellrigl. E poi, ancora grandi cuochi e ristoratori, non tutti rivoluzionari, come Angelo Paracucchi, Franco Colombani, Antonio Santini, Guido Alciati, Dino Boscarato, Giancarlo Godio, ecc.

Tutte belle esperienze, umane e professionali, tappe che contribuirono a formare il mio gusto abituato alla cucina di mia madre e di mia nonna e da quell’anno di mia moglie, ma l’incontro con Gualtiero, nel suo locale storico di via Bonvesin de la Riva, che rivelazione, che folgorazione sulla via del raviolo aperto!

Di colpo mi trovavo di fronte ad un uomo che non solo aveva rivoluzionato la cucina italiana, portandola a livelli sinora impensati (e credo mai superati), ma con il quale era normale, parlando dei suoi piatti, della sua vita, del suo pensiero, sentirlo citare Schönberg, Alban Berg, Webern, Picasso, Kandinskij, Thomas Mann, la Wiener Schule, dimostrando come arte, musica, letteratura, appartenessero ad un insieme chiamato Cultura, di cui anche la cucina poteva far parte.

Dopo quella, furono tante le volte in cui, ancora a Milano e poi all’Albereta ad Erbusco (e fu davvero un colpo da maestro quello di Vittorio Moretti convincere Gualtiero a scegliere la Franciacorta e non un altro posto come buen retiro dopo la sua decisione di lasciare Milano) incontrai Gualtiero, in occasioni conviviali, per interviste, e ogni volta era sempre il brillare della sua intelligenza ad affascinarmi. La sua capacità, (ricordo la sorpresa quando all’Albereta presentò ad un gruppo di gastro-appassionati, c’era anche l’ottimo Andrea Grignaffini, il suo dripping ispirato all’omonimo quadro di Jackson Pollock), di affascinare, di portare in alto il livello del discorso, la fonte della sua ispirazione…

Questa sera non voglio e non me la sento di andare oltre e cercherò di non mancare ai funerali di Gualtiero, cui spero partecipi, per l’omaggio istituzionale che merita Gualtiero, anche il Ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini, troppo impegnato per trovare il tempo di dedicare un tweet o un post sulle sue pagine dei social network a quell’uomo di Cultura che è stato Gualtiero Marchesi…
Ho letto le varie notizie, i vari “coccodrilli” e le cronache, alcune sentite, alcune tirate via senza infamia né lode, dedicate alla scomparsa del Maestro, e penso che il modo migliore per ricordarlo, per ora, sia ascoltare le sue parole e guardare il suo volto, ironico, brillante, intelligente, sempre curioso, divertito, nel trailer di un film in corso di realizzazione dedicato alla sua vita e alla sua opera, che potete trovare qui sotto.

E poi, poiché Gualtiero Marchesi amava la musica (sua moglie era un’eccellente pianista e una delle sue figlie mi pare sia violoncellista) mi piace ricordarlo con alcune pagine musicali che sicuramente Gualtiero, il Maestro, l’artista, amava, pagine che hanno accompagnato la sua vita…

Riposa in pace Gualtiero, che la terra ti sia leggera…

Attenzione!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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2 Commenti

2 Commenti

  1. Lino

    27/12/2017 at 10:40

    Un grande, che a pieno titolo merita di essere ricordato.

  2. Silvana Biasutti

    27/12/2017 at 14:46

    Non ho mai conosciuto Gualtiero Marchesi. Anche se ho frequentato – da pubblicitaria abbastanza benestante – la sua cucina.
    Ero e sono viziata da ricordi, ricette e testimonianze di un padre ingombrante (anche se un po’ meno di quanto lo sia, e sia stata/o io, come padre e come madre); un padre che mi ha lasciato in eredità un voluminoso ricettario con autografo di Auguste Escoffier, da lui conosciuto a Montecarlo in anni in cui si usava ancora l’eleganza e che citava quel cuoco (chef, ma in lingua francese) molto spesso, perché era per papà un testo di riferimento, per i sapori, le cotture, la scelta degli ingredienti e una certa complessità, di cui poco o niente so, in quanto la cucina non mi appassiona minimamente. Sono corsa a cercare il volume in oggetto, per schiaffarlo qui (e là) e fare la mia brava figuretta. Non riesco a trovarlo: i libri sono molti e gli scaffali zeppi, sarà per un’altra volta.
    Di Marchesi ho sempre letto molto e con simpatia, anche perché a un certo tempo sembrava “caduto in disgrazia”, il che ai miei occhi significava che non si ammanigliava con il potere (o poterino) dei soliti noti, notabili, mangiatoriaufo (alle spalle del paese e dei suoi abitanti). Insomma mi ero accorta che non era uno di quelli con tessera che determina popolarità eccetera eccetera; infatti, se non ricordo male era pure stato attaccato da BV. Per me la prova del nove!
    Però con il Marchesi Gualtiero ho avuto in comune una piccola cosa: la foglia d’oro zecchino, che lui metteva sul risotto, per indorarlo (e, a mio parere, per aumentare le difese immunitarie degli avventori: e non è uno scherzo, è una proprietà dell’oro). Io la sottilissima foglia d’oro zecchino di forma quadrata la usavo – anni prima di GM – per fare gli auguri di Buon Anno, ai tempi dei tempi (primissimi anni sessanta); me la procurava il Pellegrini, cartolaio storico (insieme alla Crespi) di via Brera, dove avevo frequentato l’Accademia di Belle Arti.
    Che c’entra questo divagare con la dipartita di quel signore colto e garbatissimo, e gentile, e conoscitore dell’uso del congiuntivo, che ormai fu Gualtiero Marchesi?
    Mi è venuto così, perché anche lui, insieme a altri che sono stati e ad altri che ancora sono, raccontava, vivendo, un mondo che niente o molto poco ha a che fare con lo squallore di oggi. Dalla politica impolitica alla trista tv. Peccato non poter dire “io lo conoscevo bene, Gualtiero Marchesi!”.

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