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My Wine Notes

Editoriali

Erika Ribaldi, quella dell’Asia, mi scrive

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A proposito del wine marketing di genere e del ruolo delle Donne nel mondo del vino

Sono stati, prevedibilmente, scarsi, ma che dico, quasi inesistenti, i commenti al mio post, un po’ feroce mi hanno detto alcune amiche, alla nuova “pensata” della Presidenta delle Donne del Vino, Madame Donatella Cinelli Colombini.

Forse sono stato un po’ troppo graffiante e ho dato l’impressione, assolutamente errata, di essere un dannato maschilista un po’ misogino, mentre chi mi conosce sa perfettamente come io adori letteralmente le donne (non solo le sciagurate che scelgono, incoscienti, di “accompagnarsi” a me…), come sia affascinato dall’eterno femminino e non riesca ad immaginare un mondo che non sia rallegrato, riscaldato, animato, riempito di colori e di senso, dalla loro presenza.

Non riesco a pensare ad un mondo, anche quello del vino, che vede ormai tantissime donne protagoniste, che non sia reso più vivo non solo dalla loro bellezza (fisica ed interiore) ma dalla loro saggezza…
Tantissime donne ormai, questo il mio pensiero in sintesi, rappresentano il mondo del vino, non ne costituiscono una componente “in quota rosa”, ecco perché ho pensato che la deriva tardo femminista, rivendicazionista, ribellista ma anche un po’ piangina, data ad un’importante realtà come l’Associazione Donne del Vino (che ha avuto come presidente, amo ricordarlo, una vera elegantissima Donna, ma con tanto di “attributi”, Pia Donata Berlucchi, unica e inimitabile) dall’attuale Presidenta sia, a mio modesto parere, assolutamente fuori luogo. Inspiegabile.

Non tutte, ovviamente, sono d’accordo con me, ma mentre la maggioranza, siamo in Italia e spesso la prassi di fingere di ignorare le critiche di una persona poco simpatica è la tattica, un po’ canaglietta, che viene comodamente adottata, tace, non prende posizione, ammicca, c’è chi invece prende carta e penna, pardon, notebook o tablet, e scrive, esprimendo pensieri, dicendo la sua, spiegando, con solide argomentazioni, perché sia o non sia d’accordo con quanto ho scritto.

E’ quel che ha fatto, indirizzandomi questo messaggio dall’altra parte del mondo, dal Far East, una Donna che ammiro tantissimo e che sono felice di aver conosciuto personalmente, anche se ormai non ci si vede da troppo tempo.
Erika Ribaldi, questo il suo nome, tanti anni fa, grazie ad un serrato “corteggiamento” (ovviamente al giornalista, non all’uomo) convinse me, notoriamente non amante dei vini potenti, massicci, concentrati e costosi, a recarmi in visita alla Tenuta di Trinoro, dove allora lavorava. Al mio rientro scrissi questo articolo… Chiusa la parentesi di lavoro dal Barone Franchetti, Erika ricevette una di quelle offerte alle quali non si può dire di no e si trasferì, e li vive e opera ancora, con incarichi importanti, in Asia. In Thailandia, se ricordo bene.

Rimanemmo in contatto, tanto che lei, sempre più riconosciuta esperta dei difficili e particolari mercati asiatici, leggete questa intervista con video, ogni tanto, finché ebbe un po’ di tempo, mi scrisse articoli interessanti come questo, che consiglio di leggere.

Ogni tanto con Erika ci si scrive, ma immaginatevi la mia sorpresa quanto stamattina tra i commenti ho trovato queste sue acute, pacate, ma ferme riflessioni sul mio articolo e sulla scelta delle Donne del vino della commissaria politica – zarina Cinelli Colombini di lanciare un wine marketing di genere.

Potevo lasciare osservazioni tanto interessanti e utili (Erika, non potresti fare tu la Presidenta delle Donne del vino al prossimo mandato?) confinate tra i commenti? No di certo. Ecco perché ho dato loro dignità e spazio di articolo e di editoriale.

Mi scuso con Erika per averle “spezzato il cuore” con le mie perfide cattiverie nei confronti di Donna DCC, e vi invito a leggere attentamente le parole di questa Donna del vino, una della schiatta di Bartolomeo Colleoni

Caro Franco,
#metoo many times, over and over, ed è difficile farsele scivolare addosso.

Poco importa anche io sia una professionista pagata lautamente o una tirocinante nella cantina di un piccolo imprenditore, che io sia giovane o vissuta, che io sia forte o che io sia vittima delle circostanze.

Poco vale la mia laurea in enologia, il mio master a Bordeaux e il mio master a Boston,  la mia esperienza di 20 anni da una parte del mondo e ora nella direzione opposta; che io sia magra o formosa, che io faccia fatturati dove nessuno prima di me li ha saputi fare, o che abbia fatto scelte diverse nella mia vita professionale. Che io sia stata single, o felicemente sposata. Poco importa, #metoo now and then.

È terribile ricordare di non riuscire a dimenticare La prima volta.
Non ero ancora laureata in enologia, e mi sono sentita violata dalle attenzioni di un Enologo con 30 anni di esperienza e talento, attenzioni che non ho cercato né provocato, e ancora, sentirsi il puzzo del sudiciume di un produttore in visita in Hong Kong per presentare i famosi e blasonati vini che mi ha toccato, senza che sia stata io a chiedere di esserlo, poco meno di 24 ore fa. E nel tempo tra ieri e oggi: uno dieci centomila urli di disagio, imbarazzo e paura.
Quanti anni è che mi conosci? Guadagno più di tanti colleghi uomini, lavoro con più determinazione, tattica e strategia. Il mio curriculum e i risultati che porto sono la mia legacy e la mia reputazione, sono una professionista con un’Etica indiscutibile, non sono discriminata, non sono sottopagata, sono indipendente, ho sempre ottenuto quello che mi meritavo, guadagnato quello che ho chiesto, venduto quanto offerto; eppure, come me, ce ne sono tante di colleghe che si devono mascherare e pretendere di non essere sensibili alla violenza della volgarità di tanti uomini nel nostro Mondo, in cui credo, in cui vendo, in cui produco.

Ed ecco perché il tuo articolo mi ha fatto male, perché ero certa che in te avrei trovato la sensibilità e l’intelligenza di un uomo che non avrebbe sottovalutato o sminuito un problema che esiste, e non solo nel nostro settore. Ero cosi certa di trovare in te il megafono della denuncia di tanti uomini che pensano di poter calpestare la mia/nostra dignità, il mio/nostro pudore, la mia promessa matrimoniale, la mia/nostra professionalità.
Tu che sei il mio Don Chisciotte, pronto alla guerra con i grandi di Montalcino, non hai capito che Dulcinea va difesa come il Sangiovese in purezza nel Brunello. E purtroppo ce ne sono tante di Beatrice, Dulcinea, Ofelia, e qualche Erika forse. Mi hai spezzato il cuore, e la speranza.

E ora a noi. Per chi fosse riuscito a sopportato la lettura di questa missiva fino a questo paragrafo, mi permetto una consulenza gratuita, quando altri le pagano particolarmente profumate.

Qui in Asia, le donne controllano non solo l’economia domestica e quindi gli acquisti, incluso il vino, ma controllano il proprio stipendio. In molti (non tutti) i Paesi statisticamente il consumo  del vino tra il genere femminile è dominante,

in Giappone l’acquisto allo scaffale è per l’80% nelle mani delle donne, in China, ( ove è difficile fare un’analisi statistica accurata), Rabobank ha stimato che le donne consumano il 52% delle bottiglie di vino con un prezzo superiore ai 78 RMB, il buyer dei Grand cru di COFCO è una donna, e di carattere e grande competenza, i Master of Wine in Asia sono donne. Taiwan ha un Presidente donna, Tokyo un Governatore donna, l’Indonesia ha avuto Megawati.

Quindi miei cari produttori, il marketing di Genere, dovete iniziare a farlo tutti, perché se volete vendere in Asia, da dove lavoro da 10 anni, e se volete svuotare le cantine per far spazio alla prossima vendemmia, iniziate a pensare in rosa, pensate ad un linguaggio che sia comprensibile a Venere, che tiene per le palle il portafoglio di Marte. Cari emeriti enologi, pensate a fare vini più eleganti, profumati, pensando che per pagare il mutuo della cantina, vi serve vendere.

E se non avete la benché minima idea di come si comunichi con una donna, perché oltre alle gonadi non usate che una metà del cervello, beh allora, cercate tra il vostro personale una sorella che lo sappia fare. Perché non basta fare i grandi vini, bisogna saperli vendere e comunicare.

Le dinamiche dell’acquisto tra donna e uomo sono differenti, noi comperiamo perché vogliamo e voi lo fate perché ne avete di bisogno, E chi ormai ha bisogno di una bottiglia di vino? Nessuno, quindi serve un linguaggio e un marketing che incentivi la voglia e il desiderio impulsivo del consumo, non la necessità di farlo.

Credo che fosse questa l’intenzione lanciata dall’iniziativa Donne del vino, non certo escluderti da un evento, implementare un protezionismo di genere, ma aiutare le aziende a formare risorse interne che sappiano comunicare con un segmento in espansione, e dominante, differenziare le demografiche di vendita, vendere di più , e vendere meglio.

Ti sorrido Franco, perché lo so che tu sei un uomo vero, e solo un uomo vero sa far sentire una donna tale, sicura e valorizzata

Erika

Attenzione!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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