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Enoriflessioni

A proposito dei Barolo boys: il pensiero di Pierluigi Gorgoni

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PierluigiGorgoni
L’illusione di essere “miti viventi” del vino generata da una comunicazione miope

Il mio post sul film documentario Barolo boys. Storia di una rivoluzione, sta facendo discutere. Finora né gli autori, né i protagonisti della storia (uno dei quali mi ha telefonato divertito dicendomi che lui di quel gruppo ha fatto parte solo marginalmente e che non si è mai sentito in sintonia con la “filosofia” dettata dal suo lider maximo…) hanno contestato la mia lettura e la mia analisi di questa celebrazione che ha davvero tutto l’aspetto di un de profundis… Segno, credo, che le mie argomentazioni avevano un certo fondamento.

Si è fatto vivo invece, con un commento cui ho voluto dare dignità di post ospite, un amico, prima che collega che stimo tantissimo, ovvero Pierluigi “Pigi” Gorgoni, docente di enologia ed enografia internazionale per ALMA, autore e degustatore per la Guida “Vini d’Italia” de L’Espresso, membro del comitato editoriale e responsabile delle degustazioni per il bimestrale Spirito di Vino, nonché autore ed interprete della collana in dvd Il Vino “Corso Completo di Degustazione” edita da La Repubblica e docente per i Master of Food di Slow Food. Sono pertanto particolarmente felice, e orgoglioso, invitandovi a glissare sulle prime righe, dettate dall’amicizia e sicuramente eccessive, di ospitare questo lungo, intenso e articolato intervento, scritto da una persona che non solo degusta con sensibilità, ma che soprattutto conosce il vino e lo sa valutare e raccontare in modo esemplare. Buona lettura!

Carissimo Franco, qualche giorno a Bolzano fa ti ho dato pubblicamente del maestro di giornalismo. L’ho fatto avendo a mente pezzi come questo, pezzi che tu scrivi da venti anni. Questo in particolare l’ho letto con grande attenzione, di tanto in tanto soffermandomi a riflettere su alcuni suoi passaggi. Volevo quindi proporti alcune di queste mie riflessioni. Soprattutto in merito al tuo de profundis al modernismo di Langa. Un sentimento che certamente condivido ma che vorrei anche motivare.

Tanto per iniziare, sono convinto che i Barolo Boys (definizione ridicola, non credi?), e chiunque abbia cercato una nuova strada espressiva per il Barolo, volesse fare i conti con la tradizione e il passato, e in qualche modo sovvertirli, con entusiasmo, passione, fervore. Hanno semplicemente provato a produrre il Barolo con qualche pratica di vinificazione innovativa (lasciamo perdere i risultati: alcuni meno riusciti, alcuni interessanti). Un moto quindi viscerale dei produttori, suggellato prima e poi distorto dalla comunicazione.
Baroloboys-locandina

Da parte loro, dei produttori cosiddetti modernisti, qualche volta ho udito toni irriguardosi e sopra le righe (penso ad Elio Altare rispetto a Bartolo Mascarello anche in un’intervista recente) ma fondamentalmente mi sono sempre parsi innanzitutto animati da un desiderio febbrile di sperimentazione e di innovazione, poi di confronto e di competizione (per lo meno negli anni in cui cavalcavano l’onda gonfia del successo e del consenso). Un desiderio che ho percepito come sano, o comunque non del tutto “insano”, umano, per così dire.

In linea di massima non sono stati loro a mancare di rispetto a chi continuava a fare i Barolo secondo tradizione. Per essere chiari, non sono stati irriguardosi più di quanto prescrivesse il loro ruolo, soprattutto in funzione della loro “rivolta” (il cordone da tagliare, le botti da segare, i rotomaceratori da comprare, i concentratori Reda, le barrique delle meglio marche, l’estratto secco, e tutti i distinguo da fare).
rotomaceratori

Chi ha mancato di rispetto è stato chi ha gonfiato questi esperimenti modernisti di una luce epifanica, di straordinaria  rivelazione, di messianica apparizione. Ecco: chi ha gonfiato a dismisura queste forme di vinificazione ha certamente sbagliato. E ha sbagliato chi sul fronte editoriale improvvidamente aveva battezzato come fuoriclasse vini sbilanciati e goffi, giunti adesso alla soglia dei venti anni già stremati. Vini sbagliati, lo possiamo dire oggi con buona approssimazione, dal momento che tanti di questi Barolo anni 90 innovativi sono già defunti, ancora prima di diventare maggiorenni. Lo sai bene, lo so. Lo sanno gli stessi produttori, che oggi rivedono e riformulano quelle tecniche più estreme di vinificazione che avevano partorito quei “cosi”.

Era tempo di vaniglia e marmellata…

Chi non aveva compreso è stata quindi una gran parte della stampa, quasi tutta quella nazionale e praticamente tutta quella internazionale. Abbagliata dalla vaniglia e dalla marmellata. Perché era tempo di vaniglia e di marmellata. Chi non ha compreso è stato poi – di conseguenza- chi acquistava vino in quegli anni (enotecari, ristoratori, privati), affidandosi a questo o quel vate della stampa e profeta della distribuzione. Alcuni di questi si affannano ancora nel tentativo di dar via quei vini lì comprati con entusiasmo e brama.

Tanta era allora la confusione. Tanta era però la ricerca. Tanti erano anche gli orizzonti diversi. I vini del Nuovo Mondo e le nuove frontiere del vino italiano. Si esagerava nel frattempo anche in Francia, non meno che in Italia e anche prima che in Italia. Così, se da una parte alcuni produttori improvvisavano vini “nuovi” solo perché piacevano al mercato e alle guide, o perché imitavano il mondo nuovo, negli stessi anni alcuni critici azzardavano valutazioni esagerate al primo sentore di nuovo (legno, cru, azienda, marchio, l’importante era che ci fosse qualcosa di nuovo) vantando una scoperta. Per il solo gusto di vantare una scoperta. In Italia e all’estero.
concentratore

Alcuni di questi critici hanno fatto credere ad alcuni di questi produttori di essere dei miti viventi dell’enologia mentre di fatto stavano “cannando” i vini tutti gli anni. Gli anni Novanta erano proprio gli anni della necessità della scoperta, anni di apertura di nuovi spazi, di nuovi e imprevedibili interessi, mercantili e mediatici, anni di nuove illusioni montanti (più che di utopie).

I grandissimi vini da Nebbiolo c’erano già, erano quelli della tradizione ma a quei tempi era più difficile accettarlo, per molti. Questione di palato. Questione di tempi. Questione che non era una scoperta, uno scoop. Nient’altro. Ed è vero, ed  è anche giusto, come molti affermano, che si può cambiare gusto. (Non è successo a te. Non è successo neanche a me, se mi consenti, ma magari è un nostro limite e in ogni caso non è questa la questione).

Invece, in tema di cambiamenti, e questa se mi permetti è quella che io avverto come la questione, è quanto meno bizzarra la mutazione di certi produttori onnipresenti un tempo e oggi perennemente assenti. Mi riferisco ad alcuni di quei Boys (fai bene comunque a fare delle distinzioni) che un tempo non perdevano occasione di farsi vedere per guadagnare un premio di cui vantarsi, che adesso non prendono più parte ai gran balli.

Talenti incompresi… che si sono offesi

Mi riferisco a quelli che si sentono talenti non più compresi e che si sono offesi. Mi riferisco soltanto ad alcuni, non tutti. Perché, come sai, ho una stima sterminata per chi continua a perseguire un suo ideale, anche di vino, che sia autarchico, fuori dagli schemi, scellerato o scompaginato, ma convinto. Sempre. E tra di loro qualcuno così c’è, autentico, lo sappiamo (citavi Marco Parusso e certamente penso a lui e qualche altro ancora).
Wandissima

Mi riferisco semmai a chi prima che dei suoi vini ti parlava di tutti i premi ricevuti, mostrando ad ogni occasione la collezione delle valutazioni ultra novanta-centesimali e di tutti i riconoscimenti sommati. Mi riferisco a quelli che un tempo sfilavano in pubblico sorridenti come dive dentro boa di piume fruscianti e che oggi si sono rintanati nelle loro cantine, respingendo il confronto. Quelli che ricevono solo giornalisti condiscendenti. Ricevono a pagamento. Molti dei loro vini sono fuori dalle anteprime di Nebbiolo Prima ma in quella settimana ricevono collateralmente.

Quelli che i vini non li danno neanche alle guide, non a tutte, almeno. Li fanno assaggiare solo a chi vogliono. Tengono il muso agli altri. I vini, orsù, sono loro, quindi facciano come credono. Peccato, però. Non hanno saputo stare fino in fondo nel sistema che ha generato la loro stessa fama. Lo hanno fatto solo finché il sistema era tutto prodigo di lusinghe per loro. Peccato. Chi invece resisteva allora, in quegli anni Novanta, ci ha oggi restituito una verità. L’ha accudita. O almeno ha presidiato una visione preziosa quanto antica che per qualche tempo, in quei tempi, è stata a serio rischio di estinzione. Chi resisteva allora (ti ricordi il grido “Resistere! Resistere! Resistere!“? Baldo Cappellano, Giuseppe Rinaldi e Bartolo con Teresa Mascarello alla testa di tutti gli ultimi Mohicani?) ha vinto. Chi resisteva allora, adesso è, per tutti o quasi, là dove gli spetta: alla testa della denominazione.
mt_bartolo_and_maria_teresa_sm

La loro storia è certamente la più vera e più recente epopea di Langa. Ma non enfatizziamo troppo. Allora come oggi non si dovrebbero fare le liste di proscrizione, i buoni e i cattivi. Qualcuno ha sbagliato, ma le Langhe sono un panorama fecondo di motivi più importanti della buona riuscita di un vino. Più che dei Barolo new style sbagliati e già caduti, quello che di più preoccupante ha prodotto la foga sconsiderata degli ultimi venti anni sono stati i pessimi investimenti in cantina (maceratori orizzontali, concentratori a freddo di mosto e altre diavolerie) e il totale disprezzo per un paesaggio agricolo più eterogeneo, ormai definitivamente sopraffatto dalla monocoltura del Nebbiolo.

Pierluigi Gorgoni

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
http://www.lemillebolleblog.it/  e il Cucchiaio d’argento!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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