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My Wine Notes

Interrogativi

Un Petit Verdot del Lazio: cui prodest?

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PetitVerdotMontePorzioCatone
E ora vogliamo il Cacchione a Bordeaux!

Una domanda che ricorre spesso nei discorsi tra gli appassionati di Bacco, addetti ai lavori o semplici consumatori, è perché l’Italia del vino sia così brava a complicarsi la vita e perché rincorra sempre nuove mode. E’ una vita che sono in questo mondo del vino e ne conosco ormai la tenace vocazione all’assurdo, ma riesco ugualmente sempre a stupirmi – indignarmi mi è più difficile, in fondo le cavolate (eufemismo) le paga chi le fa – di fronte all’ennesima dimostrazione di una cervelloticità e di un provincialismo di cui dal Piemonte alla Sicilia si ha continua testimonianza.

L’ultima dimostrazione l’ho avuta ieri pomeriggio trovandomi a fare la spesa in una catena della Grande Distribuzione, quella che sul vino riesce regolarmente a proporre il discorso qualità forse migliore, Esselunga.

Prima di procedere una domanda di rito: cosa vi dice il nome Monte Porzio Catone? Anche i non assidui frequentatori della regione Lazio, come il sottoscritto, non avranno difficoltà a pensare ad una località che si trova all’interno del territorio dei Colli Albani, nell’area dei “Castelli Romani“.

E che vino si produrrà mai a Monte Porzio Catone visto che siamo “nelli castelli” e che in questo comune è presente una delle più alte concentrazione di cantine di tutti i Castelli Romani? Frascati Docg, c’è bisogno di chiederlo?+

LazioPetitVerdot

Invece ben in vista sullo scaffale, oggetto di una promozione di quelle teoricamente allettanti, 2,38 euro invece di 3,98 ovvero uno sconto del 40% per i possessori della Fidaty Card, in arrivo da Monte Porzio Catone ho trovato un “bel” Petit Verdot Lazio della locale Cantina Sociale, sul cui sito Internet non si ha traccia accanto ai vari Frascati, Merlot, Syrah prodotti.

Per chi non lo sapesse il Petit Verdot è un vitigno originario della zona del Médoc nell’area di Bordeaux, dove viene talvolta utilizzato in percentuali variabili ma non purezza. E’ una varietà a maturazione tardiva che – così si legge su Wikipedia – dà “ottimi risultati in zone caratterizzate da clima caldo, molto soleggiato, costantemente ventilato e con scarsissime precipitazioni durante la fase vegetativa”.

E sempre Wikipedia asserisce che “il Petit Verdot riesce ad esprimersi in modo davvero eccellente nella Maremma livornese e grossetana e nell’Agro Pontino” località di cui solitamente si ricorda la “bonifica integrale” fatta dal 1926 al 1937.

Questo detto, e ricordato che la cantina produttrice possiede circa 120 ettari per un milione di bottiglie mediamente prodotte, preso atto che un’assoluta autorità in materia, tale Maroni Luca, giudica “Davvero vivido e non fumoso il profumo del Petit Verdot 2012, vino di fruttosità superiore”, viene da chiedersi: cui prodest?

Chi sono i geni, anzi gli ampelo-fenomeni che hanno consigliato ai soci della cantina sociale di Monte Porzio Catone di piantare e puntare sul Petit Verdot? A quale richiesta risponde la decisione di produrre, nel Lazio, in purezza, un vino che da solo nel bordolese non vinificano praticamente mai?
PetitVerdotLazio1

A quale strategia commerciale risponde produrre un vino che poi bisogna svendere, pardon, proporre in promozione a nemmeno 2 euro e mezzo nella GD?

Va bene che qualche “mammasantissima” dell’enologia di casa nostra ha vaticinato che il Merlot (che lui e altri hanno messo anche nel caffè…) è ormai superato e che la nuova frontiera è rappresentata proprio da questo vitigno ideale per il taglio in piccole proporzioni a Bordeaux e dintorni e che oggi in nome della moda in Italia lo si usa sull’Etna, in blend con il Nerello Mascalese, lo si è piantato a San Gimignano, persino a Montalcino, come ci raccontava ai tempi di Brunellopoli un personaggio ben informato, e ad Offida nelle Marche, dove il “Petit Verdot in Purezza è il simbolo della nostra filosofia applicata al territorio”, ma in quale mondo strano ci tocca vivere per scoprire che in terra di Frascati hanno piantato l’ennesimo vitigno bordolese?

In attesa di vedere il Cesanese del Piglio, il Cacchione ed il Bellone piantati a Bordeaux, in qualche prestigioso Château, chiediamo: se davvero, come dicono i testi di viticoltura “Il Petit Verdot si esprime al meglio se coltivato in zone caratterizzate da un clima caldo, soleggiato, ventilato e con scarse precipitazioni”, come andremo con l’andamento climatico di quest’anno che è stato completamente diverso? Non è che qualche stregone ha fatto i conti senza l’oste?

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
http://www.lemillebolleblog.it/  e il Cucchiaio d’argento!

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. alessandro

    02/09/2014 at 08:35

    Va beh, ma se lo dice L. Maroni, io mi fido…ahaha.
    Bravo Ziliani, questo genere di articoli mi fanno sempre sorridere.

  2. silvana

    02/09/2014 at 09:21

    Non è un mistero che da noi, in Italia, ci sia un problema culturale (non di libri letti – non tanto e non solo quello -) che mina alle basi la nostra capacità di essere Nazione, in generale. Non voglio alludere allo sciovinismo che molti attribuiscono ai cugini francesi, ma piuttosto alla capacità di ri-conoscere, apprezzare e far conoscere la nostra storia. E quello che parla di lei, perciò e non da ultimi, i nostri buoni prodotti.
    Credo che alle radici (!!) di ciò che osservi e lamenti, ci siano soprattutto mancanza di autostima e di conoscenza della nostra storia, a cui si aggiungono pressapochismo e mancanza di visione. C’è invece troppa televisione, ma davvero, nel senso di una visione sommaria e svelta (anche renzianamente: v. Farinetti), sbrigativa dei valori che abbiamo in cassaforte e dovremmo essere capaci di vedere in profondità. Invece abbiamo le fette di prosciutto sugli occhi, fatto di cosci di animali allevati in Germania (leggere e informarsi, anche a quel proposito). Presto ragioneremo su “ciò che resta del Made in Italy”). Uffa.
    NB. Vedere in profondità, cioè nella loro complessità di accezioni e implicazioni, vuol dire capirne anche i dintorni, le attività che inducono, in una prospettiva di modernità e non solo stando seduti sul proprio culo.
    Scusate lo sfogo …

    • Mauro

      03/09/2014 at 07:19

      Brava Silvana! siamo esattamente quello che hai scritto….

  3. Mondelli Francesco

    04/09/2014 at 09:10

    Innanzi tutto complimenti per l’approccio:volente o nolente il futuro del vino passerà per la grande distribuzione.Il Lazio vinicolo è per me un assillo:gran territorio che anno dopo anno delude perché sembra vivacchiare in un limbo da cui non si intravedono vie di uscita.I vitigni internazionali però sono presenti storicamente in quel di Atina anche se a dargli una certa dignità contribuì negli anni settanta Paola di Mauro a Marino.Oggi anche Casale del giglio produce un Petit Verdot.Per il frascati rivolgersi a Piero Costantini o a Fontana Candida.FM.

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