Seguici su
Attenzione: questo sito è impostato per consentire l'utilizzo di tutti i cookie al fine di garantire una migliore navigazione. Se si continua a navigare si acconsente automaticamente all'utilizzo. Continua Leggi l'informativa completa
My Wine Notes

Enoriflessioni

Fatto a mano, a Milano

Pubblicato

il

Salonemobile2014

A proposito dell’artigianalità creativa nel vino e del salone del design
by Silvana Biasutti

Fatto a mano” non è strano. Non sembra più elitario – perché è nell’aria già da qualche tempo – e nemmeno a chi ha orecchi per sentire parrà strano, né ai più attenti tra coloro che si muovono nel mondo del vino – per dire: non solo a quelli di Cerea! – e certamente non cadrà dal pero uno come Angelo Gaja, che dietro ai suoi occhi saettanti ha un radar che pare il MUOS e un laboratorio che elabora.

“Il fare artigianale guida la ricerca del nuovo …”; in questi giorni a Milano si parla esplicitamente di contributo dell’artigianato all’industria, di scambi virtuosi tra imprenditori, artigiani, creativi; si scrive di ricerca fatta dai singoli artigiani e di design (cioè tanti pezzi) che non è affatto contrapposto al “fatto a mano” (pochi pezzi e molta cura), perché mentre la mano lavora dando corpo e forma a un’idea, il cervello elabora e le informazioni che nascono da questo processo – opportunamente vagliate e messe a sistema – danno vita … a un fenomeno nato proprio in un crogiuolo situato accanto al cosiddetto quadrilatero della moda – a Milano – e in parte ad esso sovrapposto, geograficamente (ma non solo) parlando.
Tra la Rinascente, Brera, il Jamaica, via Solferino e il Foro Bonaparte, dove ha mosso i primi passi anche Giorgio Armani, e dove uno che si chiamava Augusto Morello (grande innovatore anche della Triennale) aveva creato un ufficio che era una vera e propria Pépinière che ha formato fotografi, designer, artigiani, illustratori, grafici, architetti; un luogo dove si lavorava – alacremente – con le mani, sperimentando, cercando forme, indagando materiali.

Ma oggi non è il passato che ritorna, non è nemmeno la stessa Italia di fine anni cinquanta, quando Milano ha miracolosamente attratto e dato spazio agli uomini che con intelligenza e lungimiranza hanno dato vita al made in Italy, che hanno riproposto al mondo intero uno “stile italiano”.

Allora il miracolo è stato quello di ritrovare e spesso ri-disegnare un patrimonio che affonda(va) le proprie radici nella nostra storia e nei distretti di cui è disseminata l’ Italia, disperso, addirittura –  umiliato dall’analfabetismo di un paese in cui la parola scritta era privilegio di pochi e i “prodotti” che rendevano piacevole la vita (e più confortevole e ricca) erano destinati a un numero molto ristretto di cittadini.

Ma anche da lì è partito quello “sviluppo” che mentre conferiva allo “stile italiano” un valore speciale che ne sottolineava l’unicità, contribuiva ad allargare la base e l’accesso di un crescente numero di consumatori a una vita più decente ed evoluta. Erano gli anni della crescita.

Perché rievocarli? Perché scrivere di design, e ripercorrere quelle strade milanesi (e poi non solo, ovviamente) in questo spazio? Perché è una storia che viene riguardata con attenzione proprio in questi giorni, sempre a Milano, da operatori che appartengono a settori non più così delimitati, com’erano allora, e separati l’uno dall’altro (per dire: il bicchiere e il vino sono due cose diverse, ma in ciascuna di esse vi è qualcosa dell’altra; per esempio un’idea di made in Italy o un’idea di artigianalità che può appartenere a entrambi …).

Se ne scrivo è perché, finito il Vinitaly, ha preso il via il Salone per antonomasia, quello del design a Milano. E quest’anno il Salone lancia un messaggio preciso: prima dei numeri viene il pensiero; vengono la manualità guidata dall’intelligenza che dà corpo al pensiero e infine l’elaborazione del risultato di questo ‘momento’ da parte dell’industria. Da cui il design!

Insomma la necessità di un dialogo tra l’artigiano creativo e sperimentalista e l’imprenditore che beneficia di questa conoscenza – e delle antenne della creatività – l’imprenditore che investe nella ricerca, mette a sistema e propone i risultati a un pubblico vasto; un pubblico ben più vasto delle élite a cui l’artigiano ha presentato le sue creazioni. Un nutrimento reciproco, che certamente qualcuno liquiderà come utopistico, eppure sarebbe un’occasione da cogliere, una riflessione da fare, perché il vino oggi – in questa strana, problematica, e molto interessante epoca – ha un peso (anche nell’immaginario collettivo) ben diverso da quello che aveva negli anni passati (e recenti); per intenderci, gli anni della crescita di interesse (quindi di fatturato).

Il vino oggi ha un ruolo e un peso molto più delicato e importante; direi che da qui può passare il risorgimento di un’Italia che ancora non conosce se stessa, che non si è interamente appropriata di un’identità palpabile ma sfuggente a molti. A molti che nel mondo del vino vedono ancora solo fatturato (perciò si lavora molto in quella direzione) e non riescono neanche a immaginare la promessa in fondo al loro bicchiere.

Con un premier che viene da una delle regioni dell’orgoglio vitivinicolo (senza dimenticare però quell’elisir degli dei che è l’olio extravergine), ma che è anche una delle culle della storia dell’arte del nostro paese, non dovrebbe essere lunare immaginare più attenzione agli artigiani del vino, più sensibilità per la ricerca, più energia e determinazione nelle sinergie tra grandi e piccoli. Ma non inseguendo i numeri, bensì perseguendo la conoscenza. Nell’interesse di tutti. Il Salone del design milanese sarebbe tutto da bere, per chi fa vino e per chi con il vino lavora.

“Fatto a mano” è un modo per guardare  – ma andando avanti, perché il mondo oggi è cambiato – alle riflessioni di quegli uomini (e donne, ovviamente) che da posizioni diverse hanno lavorato con intelligenza e con ‘visione’; mi vengono in mente studiosi e artisti, e i molti che hanno avuto a che fare tangibilmente con il ‘mercato’, cioè con l’obiettivo di rendere tangibile e visibile il prodotto che veniva loro affidato e di diffondere uno stile che poi ha fatto il giro del mondo – penso a Lora Lamm, a Brunetta (che non era un ministro), a Max Huber, ai tre Castiglioni e a imprenditori come Alessi, come Borletti (la Rinascente), come Olivetti, a Giorgio Armani (che a la Rinascente ha mosso i suoi passi eleganti) –.

Tutta gente che mi viene in mente perché ha guardato con attenzione al pensiero, all’intelligenza, all’innovazione creativa, alla valorizzazione; un ‘modo’ che può dare al mondo del vino l’energia e la creatività necessarie al rilancio del paese.

Silvana Biasutti

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

Continua a leggere
Fai click per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Tendenza

Autore: Franco Ziliani - P.IVA: 02585140169 - Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale. Le immagini inserite in questo blog sono tratte in massima parte da Internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo a Franco Ziliani, saranno subito rimosse.
Privacy Policy