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Interrogativi

Cordero di Montezemolo sollecita ancora i produttori a fare gli ascari del vino

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Professori a sostegno del vino italiano o suoi curatori fallimentari?

Ricordate il professor Stefano Cordero di Montezemolo, direttore dell’European School of Economics di Milano e Firenze e grande esperto, almeno così dicono, di strategie legate al marketing del vino?
Ma dai, come avete fatto a dimenticare il suo invito ai piccoli (e medi) produttori di vino italiani a diventare gli ascari della Grande Industria Vinicola toscana, veneta, piemontese o siciliana?
Quello stesso Cordero di Montezemolo, cognome importante, ma una casata al cui interno non è tutto nobile o rilucente come sembra e dove il nome ed il blasone sembrano talvolta prevalere sulla lucidità delle idee, secondo il quale “c’è una massa di produttori e di imbottigliatori che dovranno prima o poi porsi il problema se non sia conveniente diventare un fornitore di qualità, che vuol dire fare gli accordi con i grandi produttori per fornire una materia prima o un semilavorato che sia in linea con le richieste del produttore principale come avviene in altri settori industriali”, oggi si ripropone, non richiesto, all’attenzione con un’altra dissertazione, pubblicata con grande evidenza da WineNews.
Cosa ha detto Cordero di Montezemolo? Si è lamentato che mentre “le fusioni di grandi cooperative” proseguono e andranno avanti, “purtroppo, non vedo un dinamismo simile nel privato, dove segali di fusione a vario livello non si vedono”. E poi il nostro ha plaudito i mutamenti avvenuti nelle strutture aziendali, soprattutto nelle aziende più grandi che “tradizionalmente hanno prodotto sulla base della propria materia prima, hanno incominciato a capire la possibilità di crescere attraverso prodotti ottenuti dall’acquisto di materia prima dall’esterno.
Insomma, avendo prodotti “forti” nel loro portafoglio, possono costruire dei rapporti con dei fornitori del territorio per avere materia prima selezionata per poi allargare la propria offerta, senza dover fare investimenti pesanti che, peraltro, in questi momenti non sono neanche più possibili perché mancano le risorse finanziarie”.

Ed il nostro professore ha portato come esempio di riferimento la Sicilia, dove, e per lui è un successo, non un fallimento!, il fatto che ”molti produttori stanno dismettendo l’attività di imbottigliamento e vendita per cercare di diventare fornitori di qualità. E’ un percorso auspicabile che permetterebbe di razionalizzare il sistema, che, nel recente passato ha avuto una esplosione incontrollata di produttori ed etichette che il mercato, evidentemente, non è in grado di sopportare a lungo termine.
Auspicabile una politica pubblica che favorisse questo processo attraverso incentivi, visto che non è facilissimo per chi ha investito tanto in cantine e commercializzazione rinunciare a tutto questo per mantenere solo la produzione di materia prima”.
E come non bastasse, fregandosene, o come direbbe lui, prescindendo dagli aspetti nazionalistici o di patriottismo (brutta parola che non fa rima con business e con globalizzazione), ecco il nostro ineffabile Cordero di Montezemolo, classe ’59 e avevate dei dubbi, bocconiano, auspicare (cosa che accade spesso con i professori…) la svendita delle aziende vinicole italiane ai giganti stranieri, alle varie Constellation Brand e similia.
Lui lo fa, è ovvio, in termini soft, parlando di partnership, ma la sostanza non cambia quando sostiene che “molte aziende viticole italiane, è inutile nasconderlo, avrebbero la necessità di partner stranieri finanziari ma anche industriali, che, in questo secondo caso, aiutano anche sui mercati e danno una sterzata al progetto complessivo.
Per gli investitori internazionali l’investimento su aziende medio-piccole, in generale, non è un obbiettivo strategico mentre quelle su realtà medio-grandi ha sicuramente una valenza diversa. Certo, si può verificare anche il caso di una razionalizzazione di un investimento come sola diversificazione patrimoniale, e in questo caso anche una realtà piccola può andare bene, ma, di solito, non si tiene conto in questo caso delle tante criticità che dipendono da una gestione d’impresa viticola.

Detto questo, però, le aziende del vino italiane, al di là dei problemi di contesto che pure esistono, restano le realtà di questo settore più appetibili e interessanti a livello mondiale. Per il rapporto qualità/prezzo dei loro prodotti, per l’articolazione delle tipologie e per la loro immagine. Rimangono decisamente il contesto migliore di tutti. E poi la stragrande maggioranza delle aziende italiane vendono oltre il 60% all’estero e sono imprese locali per modo di dire”.
Va bene che il nostro professore osserva che “l’investitore estero, sia finanziario che industriale, guarda di più alle realtà con poca patrimonializzazione, il caso Gancia e Ruffino mi sembra emblematico da questo punto di vista, non gli interessa il valore immobiliare e il patrimonio fondiario, ma gli interessa fare business”, ma questi ragionamenti non sanno tanto di svendita dei gioielli – lo sono – del vino italiani alle mayor estere?
Insomma, ma questi professoroni, vogliono fare gli interessi del vino delle aziende italiani, o vogliono esserne i curatori fallimentari, magari ben retribuiti grazie a consulenze a molti zeri? In fondo sono dei professori, degli “esperti”, perché non ascoltare e mettere in pratica i loro disinteressati consigli?

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Dario Ujetto
8 anni fa

Già il nome è sinonimo di Fallimento (chi si ricorda Cinzano? …)

Alberto Bertella
Alberto Bertella
8 anni fa

La strada indicata dal Professore è quella che porterebbe alla standardizzazione della produzione vinicola italiana: poche denominazioni ( quelle “preferite” dal mercato ) e poche ma grandi “maison” che le producano ( magari dando origine a veri e propri monopoli ); insomma, una sostanziale inversione di rotta rispetto a ciò che ci ha sempre contraddistinti: l’eterogeneità, la capacità di dare infinite sfumature ed interpretazioni alle cose.
Questa strada ( che, per come si è evoluta l’economia negli ultimi 40 anni, non è priva di logica ), dal mio punto di vista, nel medio-lungo periodo porterà a risultati disastrosi. Insomma, l’Italia è bella perché assai varia, è sempre stata così, perché omologarla per renderla “facile”? Dal mio umile punto di vista credo che la strada da intraprendere sia quella della comunicazione, dobbiamo diffondere cultura e istruire il consumatore al bello ed al buono ( non solo per quanto riguarda il vino )! Un consumatore consapevole ( non credo sia necessario dimostrarlo ) apprezza maggiormente le diversità e ritrova la bellezza della scoperta.

silvana biasutti
8 anni fa

Il suo “umile” punto di vista tira più in là di quello del prof Cordero di M., che guarda al mondo agricolo, con gli stessi occhiali con cui osserva qualsiasi settore produttivo, senza distinguere tra ciò che è di gamma alta e il livello medio, tra ciò che viene prodotto da una macchina e quello che nasce dalla terra e dal cuore e dalla mente degli uomini che la abitano. Mi ricorda tanto un CEO che ho avuto in casa editrice, che bofonchiava “per fare i libri basta un computer, il resto ce lo metto io” e che l’unica volta che ha pubblicato un suo libro (ovviamente nell’ambito dei marchi della casa editrice da lui governata) ne ha venduto ben ottanta copie!!!
Al prof in causa mi pare interessi il business, in quanto tale, non di certo quale risultato di scelte, incontri e talenti felici; ancor meno mi pare gli interessi che un’attività produttiva sia svolta con passione.
Il modello di questi professori – che conoscono solo la teoria nella loro rispettabilità – è lo stesso che si può vedere negli occhi di Paperon de’ Paperoni, niente di diverso.

giuseppebarretta
8 anni fa

Questo professore o luminare potrebbe aver anche ragione se facesse riferimento a vigneti impiantati su Marte.
Ma se il sogno di ogni buon bevitore meridionale è vedere tutto il vino imbottigliato e non più in cisterne, se è ormai chiaro che le differenze zonali che si riflettono nel bicchiere sono il lumicino, che speriamo diventi torcia nel pericoloso buio della globalizzazione . . .on line vendono kit per farsi il barolo in casa partendo da due bustine e 15Lt di acqua.
Non mi preoccupo dalle cose dette dall’economista, mi terrorizza l’idea che qualcuno possa ascoltarlo.

Eula J. Blevins
8 anni fa

Prodotto, mercato, distribuzione, ma anche mutamenti nelle strutture aziendali, utilizzo del web e appeal delle aziende viticole per gli acquirenti stranieri. Ecco le tendenze più importanti suggerite dal professor Stefano Cordero di Montezemolo, direttore dell’European School of Economics di Milano e Firenze che ha risposto alla complessa domanda di WineNews, tracciando uno scenario pieno di sfumature ma non per questo non colorato di rosa.

silvana biasutti
8 anni fa

Ma sicuramente sarà ascoltato!: gli economisti sono i nuovi vati, i profeti di una scienza (triste: così è stata definita), in cui rifugiarsi come su un comodo divano a guardare la tv, mentre ci sarebbe parecchio da fare per lustrare i nostri gioielli – altro che fonderli tutti insieme e farne lingotti da vendere a chi offre più soldi -.
Troppa sete di soldi – importantissimi, ma bisognerebbe pensare che per farli occorre il suo tempo – e troppo poco senso del fare impresa, intesa come un’attività da interpretare con idee, talento, passione e gusto della sfida.
E troppi buzzurri in cicolazione.-

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