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Interrogativi

Snobismo antifranciacortino. Giudizi negativi a priori per i vini… “industriali” prodotti

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A proposito di un articolo di Andrea Scanzi
C’è un atteggiamento diffuso nel mondo del vino, o meglio della comunicazione relativa al vino, che rimbalza diffusamente da siti Internet a blog e portali vari. Un modo di fare a metà tra il superficiale ed il pressapochista, che appare obbligatorio assumere in certi ambienti se si vuole apparire à la page ed in sintonia con questo strano sentimento che parte da certi settori dell’informazione e arriva a gruppi ristretti di consumatori. Molto “impallinati” e agguerriti…
Un atteggiamento che definirei, senza mezzi termini, snobismo antifranciacortino, che porta quasi per default taluni a criticare per partito preso (o perché fa fino?) qualsiasi cosa venga da quella zona vinicola bresciana.
Una zona che evidentemente per queste persone ha il grande limite, quasi un peccato mortale, di avere solo poco più di cinquant’anni di storia produttiva e di essere diventata la zona leader, sicuramente dal punto dei vista dei numeri, ma per altri anche dell’immagine e della qualità, del metodo classico italiano.
Per queste persone e questi ambienti per il semplice fatto di rappresentare uno dei più validi e indiscussi di imprenditoria applicata con successo (ben più che a Bolgheri) al vino, per il fatto di vedere protagonisti, in molti casi, imprenditori arrivati al vino da tutt’altri settori, la Franciacorta è un fenomeno, tenetevi forte, “industriale”.
E in quanto “industriale”, anche se di aziende veramente industriali in Franciacorta non ce n’è nemmeno l’ombra (se non si discute in Trentino la Ferrari, non c’è motivo di discutere, in Franciacorta, una Guido Berlucchi che sta ancora riconvertendo la propria produzione a Franciacorta Docg) da demonizzare, da non prendere sul serio. Da criticare. A priori.
Un esempio di questa forma di singolare snobismo l’ho trovato di recente, e sono rimasto sorpreso, trattandosi di un giornalista intelligente, sul blog vinoso Il vino degli altri di Andrea Scanzi, già collaboratore de La Stampa e ora de Il Fatto quotidiano.
In un post pubblicato ad inizio luglio, che ho avuto modo di leggere solo recentemente, Scanzi tratta di Franciacorta raccontando di averne acquistato uno, a mio avviso sicuramente buono, in un’enoteca di Milano, un Franciacorta Nature di un’azienda agricola di Erbusco esemplare come Enrico Gatti.
La sua opinione sul vino non è positiva, ed é legittimo che possa essere così, ma questa mancata positività viene espressa in una forma che sembra una perfetta testimonianza di quella sorta di snobismo di cui parlavo all’inizio, laddove annota: ”L’ho bevuto con amici. Com’era? Discreto. Non puoi dire che è cattivo, non puoi dire che ti fa impazzire. Piacevole, ma anche un po’ scontato e scolastico.
Ecco: questa stessa recensione posso spenderla per la stragrande maggioranza di Franciacorta bevuti negli anni”.
Scontato e scolastico: perché mai? E perché un simile giudizio che è più che una semplice stroncatura o un parere negativo, varrebbe “per la stragrande maggioranza di Franciacorta bevuti negli anni”? Mistero.
Scanzi non ci spiega per quale motivo il vino gli sia apparso scontato, come se “scontato” fosse invece mettere in dubbio che in Franciacorta si producano vini dotati di carattere e di personalità. Vini che, chissà perché, io (come altri) riesco ad individuare senza troppe difficoltà facendone oggetto di articoli pubblicati su Lemillebolleblog.
Proseguendo nella propria analisi Scanzi mette le mani avanti e assicura “non voglio dire, come pensano molti vinoveristi, che i Franciacorta sono automaticamente “industriali” e quindi rappresentano “il male”. Generalizzazioni manichee. Ammetto però che, tolti i soliti nomi, le aziende in grado di incendiarti sono poche”.
E chiudendo il post, prima di invitare i lettori a raccontare quali Franciacorta prediligano e bevono, completa il proprio elaborato al succo di snobismo antifranciacortino facendo qualche nome dei (pochi) Franciacorta che gli garbano.
Cita un’azienda eccellente, Cavalleri, che non fa parte, per propria scelta, del Consorzio, cita una piccola azienda che garba molto anche a me, Colline della Stella, poi cita una cuvée definita “deluxe” di un’azienda a suo dire “griffata” come Uberti.
E poi, come era prevedibile, cita due aziende che godono di grandi attenzioni di tutti coloro che amano dedicarsi attivamente ai più svariati snobismi antifranciacortini. Una di Monticelli Brusati, di cui aveva già scritto qui, e un cui vino gli era piaciuto, testuali parole, “perché ha carattere, perché è ben fatto e perché ha ben poco di industriale. Anzi nulla”, e un’altra, che ha sede in Franciacorta, ma non propone i suoi vini come Franciacorta, avendo sdegnosamente rinunciato alla Docg.
Un azienda, molto piccola, un cui Brut Nature, di cui aveva scritto lo scorso gennaio qui, non gli era piaciuto e non l’aveva convinto, ma che, strano caso, decide di citare ugualmente quando scrivendo di Franciacorta si trova a proporre i pochi nomi che salva dalla bocciatura.
Possibile, mi chiedo, che per un giornalista che ha pubblicato per un importante editore due libri sul vino, che ha una solida formazione da sommelier, che è sicuramente intelligente e preparato, la Franciacorta da salvare dalla bocciatura per default secondo snobismo antifranciacortino, si riduca a questi pochi nomi?
Possibile che per il brillante biografo di Beppe Grillo le oltre 100 aziende franciacortine in attività siano a larghissima maggioranza incapaci di esprimere metodo classico “non industriali”, che possano essere presi seriamente in considerazione da un notorio amante delle “bollicine” (che non ha problemi a sdilinquirsi per metodo classico Lambrusco di Sorbara o base Ortrugo piacentini, oltre ovviamente ai più disparati “vini naturali” prodotti da vignaioli spesso molto migliori dei loro vini…) come lui?
Mi rifiuto di crederlo…

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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