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Enovarie

Verdicchio primo amore: nemo propheta in patria? Un enologo in campo

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Come annunciato ecco il primo intervento su Vino al vino dell’ex arbitro ed enologo Daniele Tombolini.
Tratto dal suo sito Internet – vedi qui – ecco un post dedicato a quello che considera il suo primo amore enoico, il Verdicchio.
E voi cosa pensate, che questo grande bianco marchigiano sia un vino da amare o come Daniele dice facciano tanti marchigiani da… “rinnegare”?

Poco più di una settimana fa, leggo su La Repubblica una classifica dei vini italiani più conosciuti ed esportati all’estero e, udite, udite, al Verdicchio spettava il primo posto tra i bianchi.
Confesso che le classifiche per me lasciano il tempo che trovano. In quanto a vini poi, in Italia abbiamo l’imbarazzo della scelta.
Però con l’occasione sono tornato a domandarmi perché mai un numero forse ancora troppo alto di miei conterranei continui a snobbare proprio il Verdicchio e proprio qui, tra colline e mare, dove è la sua terra d’origine. Così almeno mi dicono alcuni cosiddetti, esperti del mestiere (o del mercato). Non è solo per campanilismo invece che è stato il mio primo vino.
Ciò che trovo più accattivante del Verdicchio dei Castelli di Jesi è il suo gusto lontanamente salmastro. Sarà questo che lo fa amare o rinnegare?

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. emiliano

    20/06/2011 at 17:15

    Assolutamente uno dei migliori vini bianchi in Italia, eccellenti sia quelli di Jesi che di Matelica.

  2. silvana biasutti

    20/06/2011 at 17:19

    Da sempre sono convinta che la fortuna del Brunello sia stata “anche” quella di avere un nome … baldanzoso. Non è una battuta, davvero, e ovviamente prescindo dalla qualità e dalle qualità.
    Un nome può aiutare; a Milano, faceva ‘fine’ bere Barbera, nei ‘ruggenti’ anni sessanta; lo si faceva all’osteria (vera e non ancora trendy); era una specie di controcanto alla città, che andava facendosi pressante, come per ricordarsi del recente passato campagnardo ed esorcizzarlo, con quel barbaro nome che sapeva di rudezza contadina.
    Il Verdicchio è – a mio parere – penalizzato dal nome: è un vino d’amare ed è anche un vino cha sa di mare, un mare particolarissimo, il vostro, su cui il sole non tramonta. Un mare con odori diversi, come il Verdicchio…

  3. Giancarlo

    20/06/2011 at 17:45

    ….nella mia cantina c’è sempre qualche bottiglia di Verdicchio dell’azienda Coroncino, di Staffolo.

  4. Mario Crosta

    04/07/2011 at 10:39

    E’ stato anhe il mio primo vino, a Rimini, con il fritto misto, una notte di fine Giugno. Avevo 14 anni (45 anni fa) eppure ricordo benissimo la serata, tutti i commensali e soprattutto quel vino, un’autentica sorpresa. Poi ho avuto la fortuna di conoscerlo meglio, ma soprattutto di poter verificare (al primo MiWine, dove ti diedi una bottiglia di vino “grigio”, cioe’ un rosato color sangue di coniglio, di Lajos Gal, Franco, ricordi?), in bella compagnia con dei sommelier professionisti a scuola di degustazione, la longevita’. Oltre ad alcuni rari vini di Giorgio Grai, non mi sarei mai aspettato che un altro bianco secco potesse sfidare il tempo in quel modo. E non parlo di qualche anno, ma di qualche lustro. Fa bene chi ne tiene in cantina qualche bottiglia. Gli consiglierei di lasciarne una di ottima annata per una decina d’anni per poi vedere che effetto che fa.

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