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My Wine Notes

Enoriflessioni

Trentino: pessime notizie dal mondo delle cantine cooperative

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Accidenti, che notizie ben poco rassicuranti arrivano dal mondo del vino trentino, anzi, da quel mondo, spesso fonte di discussioni, che é quello della cooperazione applicata al vino!
La lettura di due recenti articoli fa pensare che, al di là dei trionfalismi di facciata, secondo i quali tutto andrebbe bene, con crescita continua, sviluppo e tutti i protagonisti soddisfatti, nel mondo delle potenti cantine sociali, che possono sempre contare su un legame di forte vicinanza, di solidarietà e di aperto sostegno da parte del mondo politico locale, i numeri comincino a non tornare più.
I primi elementi d’inquietudine li si possono raccogliere leggendo un post molto preciso e dettagliato pubblicato dall’ottimo Marco Baccaglio in quel blog che se non esistesse bisognerebbe inventarlo che é I numeri del vino.
Da grande esperto di statistiche e dati numerici – é un analista finanziario – Baccaglio ha esaminato l’ultimo bilancio di uno dei tre colossi cooperativi trentini, la Cantina Mezzacorona, proprietaria anche del marchio Rotari, che modestamente sul proprio sito Internet si autodefinisce “un esempio di eccellenza produttiva”.
Dall’articolo, che potete leggere qui, cosa si evince? Innanzitutto che “il debito sale da 141 a 151 milioni di euro, contro un capitale investito che passa da 224 a 237 milioni di euro”.
L’analisi di Baccaglio prende l’avvio “dal dato più significativo, cioè quanto hanno dato indietro ai soci, si può dire che l’utile “implicito” del 2010 (anno chiuso a agosto, quindi relativo alla campagna della vendemmia 2009) sia stato circa uguale a quello del 2009 (ci si riferisce alla vendemmia dell’anno prima), cioè circa 36-37 milioni di euro”.
In realtà, dice, “questa stabilità cela un volume in crescita di circa il 9% per quanto riguarda le uve conferite (da 286 a 313 mila quintali) e di circa il 17% per quanto riguarda i mosti/vini (da 53mila a 62mila ettolitri). In altre parole, seppur sia impossibile calcolare con precisione il calo del ritorno per i soci-conferitori, si può dire che la remunerazione sia calata.
Certamente, la missione della cooperativa é di lungo termine e soprattutto é volta a garantire sempre e comunque una destinazione al prodotto dei soci. Nel 2011, intanto, la cooperativa processerà un quantitativo di uve leggermente inferiore a quello del 2010 (-7%). Dal punto di vista commerciale, Mezzacorona ha subito un calo dell’1% circa delle vendite consolidate, che si sono attestate a 145 milioni.
Di queste, 64 milioni sono in Italia e calano dell’11% rispetto all’anno scorso mentre ormai 81 milioni sono realizzate all’estero, dove invece il fatturato cresce vigorosamente del 14%”.
La cosa fondamentale che emerge dunque é il minore guadagno rispetto al passato per i tanti soci conferitori di uve di questa cantina.

Restiamo in Trentino e nel mondo delle grandi cantine cooperative segnalando l’ampio e dettagliato dossier intitolato “Al contadino non far sapere” pubblicato nell’edizione on line del battagliero mensile Questo Trentino.
L’autore, Ettore Paris, racconta – leggete qui – la storia e la parabola, non esaltante, di una delle più importanti cantine cooperative trentine, la Cantina LaVis, che é stata commissariata per i conti assolutamente non a posto l’estate scorsa, raccontando le forti preoccupazioni ed i timori dei soci conferitori di uve: “nel 2008 l’uva era stata pagata 104,89 euro a quintale, nel 2009 scesi a 85,27, e nel 2010 crollati a 50 euro. 50 euro?
Magari! Così dicono gli amministratori nelle conferenze-stampa, in realtà si tratta di 25 euro, più altri 25 prelevati dal fondo di riserva; che però deve essere ripristinato per legge entro l’anno, e lo sarà solo se la cooperativa avrà degli utili adeguati, altrimenti sono i soci, cioè ancora i contadini, che devono ripristinarlo, ridando indietro i 25 euro, cosa più che probabile date le pessime acque in cui annaspa la cooperativa”.
Cosa intendono fare dunque i viticoltori che sinora hanno lavorato con questa cantina? La soluzione “più ovvia è abbandonare la cantina in crisi, tirare una croce sui 50 euro promessi accontentandosi dei 25 incassati, tirare un’altra croce sulla quota sociale (qualche centinaio di euro), e nel 2011 conferire a un’altra cantina, ritornando così a incassare sui 70-80 euro a quintale o forse più”.
Si parla poi di “circa 70 i soci in uscita, che la LaVis e la Federazione delle Cooperative cercano di bloccare in tutte le maniere”. Ma questa, sostiene Paris, è solo la punta dell’iceberg: “i contadini di Salorno che oggi conferiscono a LaVis si sono messi a lavorare per costituire una propria cantina, sul modello sudtirolese oggi pagante (piccole cantine sociali e produzione di qualità, invece dei grandi numeri e delle grandi cantine trentine). Altri ancora stanno a guardare, ma mordono il freno”.
Ma se i soci conferitori si rivolgono altrove e studiano alternative, “se inizia la frana, per LaVis è la fine. Per ogni socio che se ne va diminuisce il fatturato della cantina, ma le spese fisse e soprattutto i debiti restano uguali; e devono essere fronteggiati da un numero minore di soci”.
Come fa rilevare Paris, “il conto economico per l’anno 2009 ci dà subito un’idea molto chiara delle difficoltà della cantina: debiti per oltre 146 milioni, a fronte di ricavi dalle vendite (vini e frutta) per 99 milioni e un passivo di 1,8 milioni. In poche parole, debiti tantissimi, molto superiori al giro d’affari complessivo, che peraltro registra una gestione ancora in perdita”.
Visti questi risultati tutt’altro che esaltanti c’é ancora qualcuno che ha seriamente il coraggio di sostenere che quello della cooperazione vinicola trentina sia un “modello” valido da esportare altrove e che non vada invece profondamente rivisto?

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. paolo

    13/04/2011 at 11:50

    Quando si raggiungono dimensioni enormi come le cantine sociali trentine, ma anche alcune nel Veneto fanno volumi da paura, bisognerebbe avere amministratori più illuminati e meno legati alla politica che sappiano riconoscere i punti deboli e senza paura dei consiglieri, magari legati ad altra politica, sappiano dichiarare che o si cambia direzione o si crolla come un castello di carte. Questo è quello che sta succedendo: la “droga” dei volumi sempre più grandi, dei milioni di bottiglie in più rispetto all’anno precedente, dei milioni di fatturato distorce il giudizio, oltretutto quell’agricoltura sopravvive anche grazie ai finanziamenti degli enti locali. Il modello che si erano imposto è quello della commodity, ma l’uva non è come il tondino di ferro od il cemento. L’Australia ci insegna che basta una stagione malevola per trasformare quelle complesse “macchine da guerra” in un rottame, il tondino ed il cemento invece si fanno anche sotto ad un diluvio.
    E comunque dove si sono scontrati? Con il prezzo delle uve da pagare ai soci conferitori, guarda caso….

  2. Simone F

    13/04/2011 at 11:55

    Interessante leggere generalmente che il Trentino-Alto Adige sia quasi un traino per l’Italia del vino e poi vedere realtà, di quelle zone, che o come in tanti concedono prezzi di vendita inferiori oppure sono molto vicine al baratro. Molto interessante davvero anche il blog “I numeri del vino”.

  3. Valentino

    13/04/2011 at 12:01

    Purtroppo la situazione della cooperazione in Italia non è entusiasmante in nessuna regione ed il Trentino è sempre stato considerato come un esempio migliore da seguire. Oggi invece occorrerebbe un serio esame di coscienza e valutare quanti soldi pubblici politici incapaci e cacciatori di voti, continuano a riversare su struttute gestite in modo molto approssimativo? Forse è arrivato il momento di comprendere che un contributo Regionale o nazionale o CEE, deve essere dato non per sopperire a problemi di incapacità gestionale ma, solo per aiutare a far crescere le strutture meritevoli (ma quante sono?), che sono in grado di portare benefici ad un settore in forte crisi. E’ inaccettabile che le cooperative operino in totale esenzione di tassazioni, usufruiscano in modo privilegiato di contributi pubblici per valorizzare i prodotti dei propri soci e poi, si mettano a fare i semplici commercianti di vini di altre regioni, come accade oramai diffusamente in Italia e ricorrendo ai peggiori sotterfugi che politici hanno offerto con modifiche legislative. Gli ultimi ministri avevano lasciato intendere di conoscere bene il problema ma, a parte una timida intenzione di revisione del Ministro De Castro, non abbiamo visto null’altro. I soldi che mancano per tutti i servizi essenziali della collettività, vengono spessissimo girati ad agevolare delle strutture gestite con scarsa professionalità e con palesi conflitti di interesse degli stessi amministratori. Questo non è un argomento per appassionati di vini ma, è un argomento che dovrebbe essere affrontato con la nostra scadentissima classe politica, se siamo arrivati a questi risultati, possiamo solo dire grazie a “tutti” i politici che si sono alternati nei posti di comando, nessuno escluso! Il settore sta morendo e la soluzione non è lasciar morire lentamente la cooperazione, strangolando i contadini e prezzolando incapaci amministratori, occorre costringerli a camminare con le loro gambe. Essere uniti in cooperativa è già una grande ed indispensabile forza, altri aiuti inutili non servono, basta che facciano bene il loro lavoro, “che vendano solo i vini prodotti con le uve dei propri soci” e che continuino a godere dell’esenzione fiscale che hanno ma, che nessuno si sogni di continuare a foraggiare le incompetenze con fondi che vengono sottratti a settori per i quali sono vitali e di vera pubblica utilità!!!

  4. leonardo rizzini

    13/04/2011 at 18:18

    Mi ricordo, qualche hanno fa, di una conferenza al Centro sociale Bruno (che da anni porta avanti battaglie per un agricoltura sostenibile in Trentino) dove Mario Pojer anticipava, senza mezzi termini, la situazione attuale spiegando i pericoli di una mercificazione estrema del vino protesa unicamente alla vendita e al raggiungimento di Numeri e nuovi mercati.
    Gli avevano risposto offesi e con stizza su L’Adige o Il Trentino (non ricordo), dicendo che i contadini trentini erano tra i più pagati…
    Adesso cosa dicono?

  5. Mark

    13/04/2011 at 20:08

    io ho sempre pensato che avesse ragione da vendere Peter Dipoli quando un anno fa ha indicato – senza tanti peli sulla lingua – quali erano i problemi della gestione delle mega coopcantine trentine (ma ovviamente al tempo, tutti a dargli addosso!).

  6. Silvana Biasutti

    14/04/2011 at 15:48

    Un post che fa voltare la testa verso situazioni – fondi pubblici, cooperative, legami tra politici e agricoltura, prospettive di mercato – malate, e forse inguaribili.

  7. Franco Ziliani

    14/04/2011 at 17:49

    eppure dalle notizie che diffondono e che puntualmente una cronista in gamba come Francesca Negri riporta sul suo blog Geisha Gourmet http://geishagourmet.com/2011/04/10/il-trentino-al-vinitaly-a-la-vis-arriva-rotwein-qui-un-doc-inedito-il-trentodoc-vola-e-rizzoli-punta-sul-talento/
    tutto sembrerebbe andare a gonfie vele nel mondo delle mega cantine cooperative trentine…

  8. Francesco

    14/04/2011 at 18:27

    Non ho avuto il tempo di leggere il post di Baccaglio (ottimo sito) ne tantomeno di fare l’analisi di bilancio ma le due situazioni, così a spanne e per quel che scrive Lei non sono direttamente confrontabili. Se l’aumento dell’attivo di Mezzacorana è dato per es. da investimenti (non lo so, non hio letto il bilancio)e questi sono stati finanziati a debito non vedo un vero problema (+13 investiti + 10 debito), si tratta di vedere il cash flow, più che lo stock in se. Diverso il discorso di LaVis, dove la situazione è prossima allo smottamento.

  9. paolo

    15/04/2011 at 09:06

    Pojer e Dipoli hanno il coraggio di dire quello che pensano gli altri no.
    Ho avuto modo di discutere con entrambi perchè da quelle parti molti si sono lasciati abbagliare dai fatturati ed hanno abbandonato le vigne per passare alla produzione di mele, più redditizie (si vendono a vagoni,ndr). Cosa interessa a quegli ex-viticoltori, avere il SUV nuovo ogni anno oppure lasciare dei terreni fertili ai loro figli?
    Vi lascio immaginare la risposta.

    P.S.
    Anche la Regione Valle d’Aosta finanzia i propri viticoltori, con la differenza però che senza quella viticoltura eroica verrebbe giù la montagna…

  10. Nelle Nuvole

    15/04/2011 at 10:33

    Complimenti a @Valentino per l’analisi lucida e al di sopra delle parti e, naturalmente, a Franco Ziliani per aver scritto di una questione importante relativa al mondo del vino in Italia, anche se lontana dal “glamour”.

  11. maurizio

    17/04/2011 at 15:29

    a parte alcuni investimenti sbagliati credo che l’errore maggiore di queste cooperative sia stato l’eccessiva valorizzazione della materia prima in rapporto ai dati e alle previsioni delle vendite. Semplicemente per anni si è pagata troppo l’uva per accontentare la base ed evitare confltti, con la più classica politica della cicala. Con produzioni medie di oltre 130 quintali per ettaro e vini di qualità media non esaltante (malgrado alcuni ottimi prodotti di punta) e prezzi delle uve alle stelle i viticoltori hanno guadagnato molto bene, per la cicala doveva per forza arrivare l’inverno. Ora prendersela con la cooperativa e minacciare abbandono è facile ma gli amministratori li hanno eletti loro, e i bilanci li hanno votati loro. Sarebbe più onesto che tutti facessero le formiche per alcuni anni e sistemassero le cose, perchè queste cantine sono patrimoni tecnologici notevoli, e accogliere grandi quantità di uve altrove richiederebbe nuovi grandi investimenti vanificando questi. magari con nuovi fiumi di denaro pubblico.

  12. maurizio fava

    22/04/2011 at 11:37

    ho abolito il trentino da tempo dai miei orizzonti. da quando si appropriarono di un mio marchio registrato senza neppur chiedere permesso.
    evidentemente la cupola di furbetti che soprassiede alla parte politica deve avere ramificazioni anche in qualche azienda

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