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My Wine Notes

Enovarie

Aglianico, Albariño, Teroldego californiano: più che una moda, un pasticcio…

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Sul blog, a mio avviso di riferimento, che porta il suo nome, l’acuto wine writer californiano Steve Heimoff ha parlato della crescente diffusione che nel vigneto californiano incontrano varietà di uva che non hanno alcuna tradizione viticola locale.
Citando a conforto un articolo di Laurie Daniel pubblicato sul San José Mercury News – leggetelo qui – ricorda che dieci anni fa c’erano due acri di Albariño piantati, diventati 108 nel 2009, che nello stesso lasso di tempo il Verdelho è passato da 12 a 94 acri, il Teroldego da 14 a 79, il Lagrein da 65 a 157, il Muscat blanc da 758 a 1698.  Questo mentre il vigneto californiano è cresciuto dal 2000 solo dell’11,3%.
Molti enologi e produttori californiano stanno provando – sembra una battuta dirlo riferendosi al caso loro – la strada delle varietà internazionali, ma le cose, secondo Heimoff, non sono positive.
Va bene la diversità in vigna, ma da un lato questi tecnici non “sanno bene dove piantare, crescere e vinificare il Gruner Veltliner o l’Aglianico in California”, dall’altro quando provano a farlo i risultati sono spesso mediocri e deludenti rispetto agli originali.
Se si aggiunge poi, come il wine writer osserva, la prudenza di larga parte dei consumatori americani a sperimentare strade nuove e non conosciute, ecco spiegata la grande difficoltà di vendere questi vini espressione di “oscure varietà” che sono veramente, dice, una lama a doppio taglio: “They open up potential niches, but, as with political parties, it’s hard to sell something that’s outside the mainstream”, aprono nicchie potenziali, ma è difficile vendere qualcosa che si colloca al di fuori delle abitudini diffuse.
Inoltre, va bene andare oltre la logica obbligata, in California, di Chardonnay, Cabernet, Merlot, Syrah, Sauvignon, oltre che Zinfandel, ma dove sta scritto che una varietà galiziana come l’Albariño oppure una trentina come il Teroldego possano crescere bene, anche andando ad individuare… “con il lanternino”, eventuali terroir abbastanza adatti, in terra californiana?
E quale stravagante consumatore desidera, volendo bere un Teroldego, un vino prodotto in California e non invece l’originale della Piana Rotaliana (magari con rese per ettaro meno abbondanti di quelle, 170 quintali ettaro, previste dal disciplinare)?

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. Mario Crosta

    02/07/2010 at 10:48

    Pero’, Franco, se in Uruguay non avessero provato il Tannat, oggi che e’ diventato il vitigno per eccellenza di quel Paese, trovandovi l’ambiente e le cure ideali per svilupparsi meglio che nei Paesi Baschi, di dov’e’ originario… e lo stesso dicasi per il Malbec in Argentina ed il Sauvignon in Nuova Zelanda.
    Secondo me nei territori che non hanno tradizioni vinicole che superano i duecento anni bisogna provare un po’ di tutto, per vedere appunto cosa succede e selezionare le varieta’ che si accasano meglio. E’ la ricerca agricola che tutte le aziende piu’ grandi devono fare, visto che i piccoli non possono, non solo per l’uva da vino. Anche noi che non conoscevamo i kiwi cinquant’anni fa, adesso abbiamo dei kiwi che sono stupendi, ne esportiamo una marea, ma lo stesso fu con i pomodori cinquecento anni fa, quando arrivarono dall’America in un’Europa che non li conosceva eppure oggi sono considerati una delle basi della cucina mediterranea.
    Secondo me in California devono aver bevuto qualche gioiellino della Foradori, se ne sono innamorati (forse del vino, forse della signora che ne fa qualcuno eccellente…) e vogliono taroccarlo. Come hanno fatto con le mozzarelle, il parmigiano, eccetera. Io il disciplinare glielo farei riscrivere proprio da lei, per avere un Teroldego ancora piu’ buono e diffuso in tutto il mondo.

  2. Mike Tommasi

    02/07/2010 at 14:05

    Ciao Franco

    come ben sai, la vitis vinifera non esisteva in America, tutto è stato importato. Il concetto di vitigno internazionale si può definire come “un vitigno adottato in maniera massiccia da produttori del Nuovo Mondo”.

    Le viti usate in Europa sono autoctone nel senso che sono state introdotte molto tempo fa, ma quali erano veramente del luogo?

    Come per il Teroldego, anche i bordolesi possono dirsi che preferiscono il loro uvaggio bordolese di Bordeaux 🙂

    Bisogna dire che le condizioni in molte piccole zone della West Coast sono molto interessanti, con grandi variazioni che sicuramente permettono di individuare, col tempo, terroir adatti sia all’albariño che al pinot nero. Peccato che insistano a irrigare…

  3. maurizio fava

    02/07/2010 at 15:56

    a parte il teroldego, che non mi piace per nulla, lascerei sfogare questi “enologi-da-copia-incolla” (emuli dei loro omologhi acchiappagrulli italici, quelli che hanno fatto piantare chardonnay nel monferrato e merlotpetit verdotcabernet nel chianti o in provincia di Siena e ora che le cantine son piene di igt invendibili cercano di spacciarli per sangiovese) e poi farei una bella campagna promozionale “seria” dei vini italiani negli USA: il claim è già bellepronto:
    the REAL Aglianico! (o the REAL Nebbiolo, o quello che volete…
    certo, ci vorrebbe una SERIA politica di marketing del marchio-Italia…
    come dite? alla mia età credo ancora a queste storie??

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