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My Wine Notes

Libiam nei lieti calici

Eloro Nero d’Avola Don Pasquale 2007 Marabino

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Non sono proprio un grandissimo fan del Nero d’Avola e sono persuaso che rispetto ai più grandi vitigni autoctoni a bacca rossa del Sud, parlo di Aglianico, Nerello Mascalese, Negroamaro, in seconda battuta del Magliocco e del Gaglioppo, del Primitivo, al Nero d’Avola, vitigno simbolo di un “rinascimento” del vino siciliano più annunciato che effettivo, e finito tristemente con bottiglie in vendita ad un euro al supermercato e quotazioni delle uve ogni anno più basse, manchi qualcosa, e non è un quid, per essere considerato un vitigno top. Di quelli che fanno la differenza.
Non ho mai avuto, da un vino base Nero d’Avola, la “rivelazione”, quell’emozione che si prova davanti a qualcosa di veramente importante, di significativo, che ho avuto davanti a svariati vini prodotti dai vitigni siciliani, calabresi, campani, pugliesi, lucani, sopra citati.
Ho anzi il convincimento che più ci si sforza di tirare fuori dal Nero d’Avola quella grandezza e quella complessità che non fanno parte del suo Dna, e più ci si ostina a costruire vini che dovrebbero il mondo stupire, più il risultato è, per forza di cose, perché non potrebbe essere altrimenti, deludente.
Le prove migliori, credo, si hanno quando si cerchi di lavorare sul Nero d’Avola con pulizia e semplicità, sfruttando quella “fruttuosità”, succosa, rotonda, che costituisce l’arma migliore di quest’uva.
L’ennesima conferma di questa convinzione l’ho avuta, recentemente, degustando due diversi Nero d’Avola, non Igt, ma espressione della Doc Eloro, che prende il nome dall’omonima località, nel siracusano, posto lunga la Strada del vino della Val di Noto, proposti da un produttore di cui ho già scritto, giusto un anno fa, parlando del suo ottimo Moscato di Noto, ovvero Marabino. Due Eloro Nero d’Avola diversi, uno, di annata 2007, “annata molto difficile per la viticoltura siciliana. Clima avverso che ha favorito attacchi massicci di peronospora che ha portato a cali di produzione”, affinato esclusivamente in acciaio, il secondo, annata 2006, più ambizioso, affinato in barrique.
Inutile dire quale dei due vini, il Don Pasquale 2007 e l’Archimede 2006, fiore all’occhiello di un’azienda che conta su 30 ettari vitati, di cui larga parte ripiantati dal 2001 in poi, mi sia piaciuto e mi abbia convinto al punto da essere ora qui a scriverne.
Espressione di un vigneto che non ha ancora dieci anni d’età, piantato a spalliera bassa su terreno leggero, molto calcareo, con scheletro abbondante e tessitura fine, situato, vedi caso, in contrada Buonivini in quel di Noto, e prodotto in qualcosa come 13 mila esemplari, il Don Pasquale, ottenuto da una vinificazione che prevede una macerazione del mosto sulle bucce per una decina di giorni e affinamento in acciaio e malolattica completata, mi è piaciuto, con il suo colore rubino violaceo di media intensità, molto vivo e brillante, per il suo carattere schietto, per l’essere totalmente alieno da quelle forzature (superestrazioni, concentrazioni, maturazioni spinte e botte di legno francese) che mi rendono diciamo così, “indigesti” molti Nero d’Avola di oggi.
Naso caldo, selvatico, con frutta rossa ed erbe aromatiche in evidenza, ma anche accenni di cuoio e liquirizia, una leggera speziatura, sfumature floreali e minerali, a costituire un insieme di bella intensità ed espressività, molto fresco e presente, mi ha gratificato, al gusto, per l’equilibrio che ho colto sin dal primo impatto, per una componente fruttata ben succosa, ma tutt’altro che tendente alla marmellata, ma dinamica, di buon nerbo e lunghezza, resa ancora più piacevole da un finale, vibrante, dove emergeva una sorprendente nota di liquirizia.
Un vino fatto per essere bevuto, senza troppe storie, per accompagnarsi piacevolmente e senza lambiccarsi troppo il cervello, su molti piatti, anche della semplicità quotidiana, e corretto nel prezzo. Cosa volere di più?

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. Roby

    03/02/2010 at 14:14

    Prendo nota per i prossimi assaggi e ne approfitto per segnalare un nero d’avola che mi è piaciuto di recente : si chiama “Ishac” ed è prodotto dall’azienda Porta del Vento. Nutro gli stessi dubbi sul vitigno eppure questa versione nella mi ha davvero appagato.

  2. Bereilvino

    04/02/2010 at 09:33

    Salve signor Ziliani, a distanza di pochi giorni mi sorprende nuovamente e piacevolmente, scrivendo bene di due vini che mi piacciano per la loro tipicita’. Da siciliano la ringrazio!

    Saluti, Fabio Italiano.

    • Franco Ziliani

      04/02/2010 at 09:50

      sono proprio contento di sorprenderla Fabio! E’ il mio obiettivo principale sorprendere un lettore esigente come lei…. 🙂

  3. SANTI BUZZOTTA

    04/02/2010 at 12:09

    Conosco molto bene l’azienda Marabino e ho la fortuna di conoscere la famiglia Messina, proprietaria dell’azienda per la quale ho una grande stima.
    Riconosco all’azienda Marabino la produzione di uve di qualità del territorio di Noto (SR) che è attualmente riconosciuto come il territorio migliore in Sicilia per la produzione di grandi vini.
    Complimenti.
    Verissima
    Santi Buzzotta

  4. andrea

    09/05/2010 at 19:37

    Scusi l’intrusione ma non posso non ribattere a quanto da lei affermato a proposito del nero d’avola, anche perchè conosco cosa dico.
    Lei dice, o lascia intendere, che il valore non è paragonabile ad altri vitigni, in quanto viene venduto ad un euro, ma questo accade anche per altri vitigni e o denominazioni, ho visto Boredaux a 3 euro, ma non significa che non sia sempre un grande vino; le posso suggerire una considerazione? se i viticultori o meglio le teste di pietra della Sicilia, non avessero seguito le mega st..te dette in riviste tecniche e siti come questo, come “fare un grande vino solo con nero d’avola”, mettendoci dentro di tutto da merlot a cabernet e chi più ne ha più ne metta, degustati da voi opinion leader e consacrati come eccellenti espressioni di purezza” ( senza nulla togliere al vino sopra citatao) dicevo se avessero preso in considerazione, invece, la storia dei loro padri, i quali quando realizzavano delle vigne ci mettevano dentro un po di tutto ma rigorosamente local, adesso avremmo avuto la possibiltà di crescere e far crescere la Sicilia. Ma questo non interessa a nessuno, tanto meno alle riviste ai siti e a tutti quelli che si occupano di scrivere sul vino. Montalcino mi sembra che fa scuola in tal senso.
    Scusi lo sfogo, non vuole essere una critica nei suoi confronti in particolare, ma potrebbe essere uno spunto per avviare una maggiore criticità delle cosa. Cosa ne pensa?
    Andrea

    • Franco Ziliani

      09/05/2010 at 19:40

      Andrea, le “mega st…te” le dirà lei… E se questo blog scrive, come lei sproloquia, “mega st…te”, beh, si rivolga altrove. Quantomeno finché non avrà ripassato le più elementari norme di buona educazione e un’idea di confronto civile con il prossimo

  5. andrea

    10/05/2010 at 09:55

    Mi scuso nuovamente, ma sono stato mal interpretato, me ne sono reso conto solo dopo la sua risposta, io non volevo sproloquiare, evidentemente l’ho fatto! Era mia convinzione di utilizzare un verbo intransitivo, magari non comune, starnazzare (starnazzate) come dire chiacchierare rumorosamente. La prego di accettare le mie scuse.

    • Franco Ziliani

      10/05/2010 at 20:36

      non voglio metterla giù pesante, ma probabilmente mi trovo di fronte ad una persona che non ha grande dimestichezza con la scrittura visto che scrive “sono stato mal interpretato”. Si rilegga perché non sono io che non ho capito il suo verbo, é lei che si é permesso di scrivere “non avessero seguito le mega st..te dette in riviste tecniche e siti come questo”

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