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My Wine Notes

Enovarie

Barbaresco Montestefano 1982 Serafino Rivella

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Quando, dando ascolto al mio istinto, mi deciderò finalmente a creare una nuova apposita rubrica, fatta di testi e di fotografie, intitolata “facce da vignaioli” quello di Teobaldo Rivella, insieme al volto contadino di quell’Alberto Cappellini di cui ho parlato qui, oppure di Cesare Scorza, o di Mauro Mascarello, sarà sicuramente uno dei primi volti, orgogliosamente e tenacemente contadini, che andrò ad inserire.
Un volto, guardate queste foto scattate nello splendore della sua piccola, curatissima vigna Montestefano, in quel di Barbaresco, da cui ottiene un quantitativo confidenziale, sufficiente per accontentare fedeli clienti-amici, di bottiglie (Barbaresco, ma anche un magnifico Dolcetto d’Alba), che trasuda consapevolezza langhetta, fierezza e dignità contadina, una compostezza, una signorilità naturale, un garbo, che fanno la differenza e fanno capire, prima ancora che si assaggino i suoi vini, a che persona, a quale idea e civiltà del vino, a quale rispetto per la terra, ci si trovi di fronte.
Rivella è un cognome diffuso nel mondo del vino, ma, inutile dire che c’é Rivella e Rivella.
Ci sono i Rivella che a Montalcino e dintorni – ma almeno con una coerenza e una chiarezza disarmante che merita rispetto – predicano da anni l’internazionalizzazione del Brunello (ma nonostante fossero piemontesi di nascita l’avevano proposta anche per il Barolo…), altri Rivella che in Toscana non lasciano grandi traccia della loro attività di enologo, poi Rivella da anni attivi come assaggiatori di vino nell’Onav, e poi ci sono fratelli separati, quelli che scelgono strade profondamente diverse, anche se sempre, va detto, nel segno della discrezione e di una assoluta refrattarietà alle luci della ribalta. Parlo di Guido, storico, discreto, enologo di Angelo Gaja, suo prezioso collaboratore, braccio destro, memoria storica, e parlo di Teobaldo, suo fratello, che ancora più discreto e silenzioso, se possibile, ha scelto di proseguire l’esperienza del padre Serafino alla testa di una piccola azienda agricola, 1967 la prima annata di vino imbottigliata, che giustamente ne porta ancora il nome. Per riservatezza, certo, ma anche per testimoniare la convinzione che non sia possibile né giusto né ragionevole produrre grandi vini base Nebbiolo, a Barbaresco come a Barolo, dimenticando, quasi rinnegando, l’esperienza, la saggezza, tutta contadina, l’empirismo, spesso più valido di tanta tecnica, dei genitori e dei nonni, delle generazioni che ci hanno preceduto. E che ci hanno mostrato la via da seguire.

Ho già espresso, qui
, tutto il bene che penso dei Barbaresco di Teobaldo, ho scritto del 2004, ma dopo averli assaggiati e gustati potrei scrivere le stesse identiche cose anche del 2005 e soprattutto del 2006 (uno di quei 2006 che fanno capire come non si possa rinunciare a cuor leggero ad imbottigliare e commercializzare vini di quest’annata…), ma voglio ora parlarvi, perché ne ho un ricordo commosso, perché era un grande vino, perché dimostra come fosse possibile produrre grandi vini anche quando di tannini aggiunti, barrique, concentratore e diavolerie varie in Langa non si parlava, di un 1982, un Montestefano, che ho avuto il privilegio di gustare qualche mese fa quando ebbi il grandissimo piacere di fare visita in cantina a Teobaldo Rivella e di trascorrere una splendida serata in compagnia sua e della sua gentilissima (e squisita cuoca) Signora.
Fu il momento magico della serata questo 1982, aperto per tempo come è giusto fare con i vini che hanno qualche annetto, versato con ogni cura in un decanter perché potesse respirare e aprirsi, e portato in tavola, quando eravamo già ben “carburati” da un goccio di Dolcetto d’Alba 2008 (imbottigliato quest’estate) e da un paio di bicchieri di Barbaresco 2005 o 2006, non ricordo bene, per coronare degnamente la serata.
E mostrare, con quel giusto orgoglio contadino che non stona mai e di cui amo così tanto trovare manifestazione nei “miei” vignaioli di Langa, in quelli che sento a me affini, quale senso abbia fare tanta fatica e rinunciare a compromessi e scorciatoie, se poi quel lavoro, quella fatica si concretizzano in vini come questi.
Che meraviglia, amici miei, quel Montestefano di una delle mie annate favorite, una di quelle che ad ogni volta mi lasciano senza parole e senza fiato, 27 anni e la freschezza e la gagliardia di un giovanotto, unito alla saggezza, alla misura, all’uso di mondo e al garbo di chi ha lungamente vissuto e le cose della vita conosce.
Colore rubino di splendida brillantezza e integrità, senza alcun cenno di cedimento all’aranciato o al granato, e poi che naso, perbacco, fittissimo, integro, compatto variegato, quasi cremoso, profumato di rosa passita, ribes, lampone, erbe aromatiche, prugna, sottobosco, liquirizia, amaretto, sottobosco, accenni speziati, di ginepro e di pepe, ricordi di selvaggina e cuoio.
E che bocca signori, fresca, viva, nervosa, scattante, quale terrosità soffice, quale tannino vellutato, quale capacità di disporsi sul palato, garbato, elegante, senza eccessi sino a prenderne possesso senza abbandonarlo mai, con una persistenza, una ricchezza di sapore, una nitidezza meravigliosa.
Non ho dubbi: sarà solo grazie a questi volti da contadino, a queste facce e tempre da vigneron, a questa dignità della terra, che il mondo del vino italiano potrà salvarsi e avere ancora un futuro…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. GIORGIO

    13/10/2009 at 11:36

    e’ da qualche anno che faccio visita a Teobaldo e Signora ed e’ sempre un piacere,non solo per i suoi deliziosi vini.
    Peccato che come lui ce ne siano pochi in giro.
    Giorgio

  2. marco arturi

    13/10/2009 at 12:35

    Una grande vigna, ottime capacità e tanta umiltà. Questo è Baldo Rivella. Ricordo la prima volta che sono andato a trovarlo:

    – Baldo, ma di Dolcetto quanto ne produci?

    – Poco, più o meno duemila bottiglie. Eccoli lì, i dolcetti, li vedi?

    – Proprio in mezzo alla vigna. La posizione andrebbe benissimo anche per i nebbioli.

    – Eh, lo so, mi hanno pure consigliato di sostituirli. Sarebbe stato più redditizio, certo. Ma ho deciso di non farlo.

    – E perché?

    – Perché poi agli amici che vengono tutti gli anni a prendere il Dolcetto cosa gli dico? E poi ti dico la verità: a me piace fare il Dolcetto.

  3. Giancarlo

    13/10/2009 at 13:06

    Due persone garbate e serene, che ho avuto la fortuna di conoscere grazie al Suo blog !

    • Franco Ziliani

      13/10/2009 at 13:49

      che bello leggere che anche grazie a quello che ho scritto diversi lettori di questo blog hanno scoperto, e sono diventati oltre che clienti amici, piccoli produttori che ho avuto il grande piacere di segnalare qui! In fondo é questo il senso maggiore della mia attività di cronista del vino, rivolgermi, da consumatore che fa informazione ai consumatori, e aiutarli a conoscere chi lavora bene e onora la propria terra..

  4. Giorgio

    13/10/2009 at 14:32

    gentile sig. Franco
    sono grande appassionato di Langa come Lei e devo dire che ultimamente girovagando ho scoperto piccole realta’che producono ottimi vini .
    Continui a darci spunti interessanti che poi avremo il piacere di verificare di persona :).
    peccato per la distanza che mi separa da quelle zone..
    Giorgio di Trieste

  5. rui

    13/10/2009 at 15:08

    Che bella coppia!!
    Teobaldo e sua moglie due persone squisite;
    una vigna meravigliosa, una minuscola cantina dove si respira serenità, dove tutto ti sembra calibrato ed a misura di chi vi abita.
    Vini meravigliosi che sanno parlare al cuore di chi li assaggia.

  6. IlConsumatore

    13/10/2009 at 18:49

    Non posso che unirmi al coro dei complimenti per questo signore e per la sua splendida compagna.

  7. ALESSIO

    14/10/2009 at 18:07

    buona sera , pure io ho voluto assaggiare i vini del sig rivella comprando una modesta quantita’ di barbaresco e dolcetto, sono curioso di assaggiarli
    UN GRAZIE A FRANCO ZILIANI

  8. Federico G.

    14/10/2009 at 21:37

    Salve Ziliani,
    non ho ancora avuto l’occasione
    di renderle sulle sue pagine
    un sentito grazie
    per la segnalazione di questa preziosa
    azienda che fece appunto il 1 gennaio 09.
    Poco dopo quella data andai a conoscerli
    per rimanerne affascinato e “confortato”,
    nel senso che di questi tempi in cui
    molte az.vinicole, specialmente se incensate,
    quasi non si degnano di ricevere
    in cantina e se pur lo fanno è con distanza e freddezza,
    in questo caso il Sig. Teobaldo e la sua Signora
    ci ricevettero con una tale carica
    di umanità e cordialità, segno di quella verità
    che amo trovare in chi davvero ama prima di tutto la terra, che avemmo l’impressione di essere appena stati in una calda casa di vecchi amici!In più vini davvero ottimi e del sincero carattere dei loro artefici, con un dolcetto super!

  9. ketto

    04/06/2010 at 14:18

    grandissimo Teobaldo
    numero uno!

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