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My Wine Notes

Enoriflessioni

Contaminazioni o imbastardimenti? Storie di un Nerello-Prosecco e di un panettone siciliano

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Sì lo benissimo di essere in qualche modo “leopardiano” nel dubitare, proprio come faceva nel 1836 il grande poeta di Recanati nella sua splendida poesia La Ginestra, delle “magnifiche sorti e progressive” e di essere un po’ eno-reazionario di fronte a certe manifestazioni del nuovo che avanza.
Eppure, sfogliando il numero di luglio di Decanter, (quello che riporta la discutibile Power List 2009 di cui ho già scritto, qui) una volta giunto alle selezioni di vini dello Spurrier’s world, firmate da quell’ottimo Steven Spurrier, consultant editor della rivista (e naturalmente previsto nella Power List al numero 15)  non sono riuscito a gioire, anzi ho rabbrividito, imbattendomi in un “best sparkler” italico qule il Nerello Mascalese – Prosecco Rosè della sconosciutissima azienda Borgo SanLeo, regolarmente distribuito in UK (vedete qui) al prezzo di £. 7,59.
Vino definito sulla scheda dell’importatore “Delightful fresh and fruity pink Prosecco – the perfect party tipple!
This is a fantastic party sparkler with enticing, sweet summer fruit aromas. The palate shows strawberry and raspberry flavours with a hint of peach and a fruity yet refreshing finish. Excellent on its own, this soft and fruity sparkler is best served well-chilled”.
Forse mi perdo qualcosa, rispetto all’eccellentissimo confrère british, che ricorda ai lettori della rivista come “Nerello Mascalese, a light red grape, is pressed and fermented with 20% of Prosecco to get this rosé: refresching fruit on the nose and a lifted, almost creamy palate, a perfect wine for a summer’s day”.

A me, che sono nato a Milano e vivo a Bergamo e a Londra ci vado ogni tanto solo per degustare vini italiani per The World of Fine Wine (ma anche qualche volta – mi sa che non mi chiameranno più… – anche per Decanter) questi spericolati mix di una grande uva sicula con l’uva simbolo della Marca Trevigiana più che segni della modernità, delle leopardiane “magnifiche sorti e progressive”, sembrano non tanto eno-contaminazioni, bensì, per parlare pane al pane e vino al vino, eno-imbastardimenti, enoici crossing-over senza alcun senso, fedeli ad un’idea del vino industriale, del vino brand, della wine commodity, del vino prodotto, senza identità e senza radici, che mi fa sempre più orrore.
Imbastardimenti che, da fan del Prosecco qual è, e custode dell’identità veneta e padana delle bollicine di Conegliano, Valdobbiadene e dintorni, della loro “purezza etnica”, se mi è consentito di definirla così, dovrebbero catturare l’attenzione, l’indignazione e le proteste (xo i man dal Prosecco!) dell’implacabile ministro Luca Zaia (con il suo immacancabile fazzoletto verde d’ordinanza nel taschino), veneto di Bibano (frazione di Godega di Sant’Urbano) in provincia di Treviso.
Cosa che potrebbe accadere puntualmente, se il ministro non si “distraesse” impegnanodosi ad inaugurare la fiera “Tutto Food” a Milano, e ad affettare, sempre in tema di gastro-contaminazioni, “un enorme panettone da 65 chili” preparato nientemeno che “dall’azienda dolciaria Fiasconaro di Castelbuono, in Sicilia, tra i fornitori della Nasa”…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. massimo

    15/06/2009 at 16:44

    nessun commento mi lascia perplesso,possibile si commentino solo pettegolezzi o quando c’è da parlar male di noi stessi,,,con la storia del prosecco ci stanno portando via l’identità,ed è solo l ‘inizio,,,,dal canto mio restando in tema bevo soltanto Valdobbiadene e non prosecco,,,bevo soltanto brunello e non supertuscan,,,

  2. flaminio cozzaglio

    15/06/2009 at 22:26

    Caro Franco , a volte non capisco il suo scopo . Come nel caso Corona cosa c’entrano gli attori del blog con i cinesi che malfanno Valentino o Armani ? tutti abbiamo il diritto di esprimerci ma noi siamo , per grazia di dio , di un altro mondo .

  3. Saverio Grazioli-Venier

    16/06/2009 at 14:43

    Capisco il punto, ma non ci dice se il vino lo ha assaggiato e se le piace o no. Essere o non essere conformi alla tradizione non mi sembra l’unica variabile da dover tenere in considerazione quando si analizza un vino.

  4. Massimo Siciliano

    16/06/2009 at 14:54

    Vedo un legame tra il suo articolo e quello sul sito di Luciano Pignataro “In difesa dell’identità del vino Cirò”, ove c’è anche un appello che ho sottoscritto. Mi chiedo se questi improbabili accostamenti tra prosecco e nerello, o fra gaglioppo e cabernet per fare il cirò, come nell’articolo di Pignataro, possono avere almeno un riscontro commerciale, ma ho i miei fieri dubbi.

  5. Franco Ziliani

    16/06/2009 at 16:41

    Saverio, non ho assaggiato il vino e non ci tengo ad assaggiarlo. Questi esempi di imbastardimento enoico mi fanno orrore, e il mio post non era sulla qualità del vino, che non m’interessa, ma sulla scelta di sposare in maniera incongrua Nerello Mascalese e Prosecco…

  6. Saverio Grazioli-Venier

    16/06/2009 at 18:26

    Come fa a sapere se il matrimonio fra i due vitigni e’ incongruo se non ha provato il prodotto? Anch’io ho i mei dubbi sullo sposare il Nerello Mascalese con il Prosecco (evoluti per adattarsi a terroir diversi), ma sono dubbi a priori, e questo non basta per criticare la scelta fatta da Steven Spurrier; ne io ne lei sa di sicuro se il prodotto vale o no. Un conto e’ rispettare le tradizioni perche’ fonti di saggezza, e quindi di consiglio; tutt’altro e’ considerarle il punto d’arrivo di una verita’ assoluta.

  7. massimo

    17/06/2009 at 22:24

    il punto non è averlo assaggiato , ma il fatto che il prosecco si produce al max con il verdiso non con il nerello mascalese

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