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My Wine Notes

l'edicola enologica

The Battle for Wine and Love: una “battaglia” che ci riguarda

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Se sapete l’inglese compratelo senza esitazioni, se non lo conoscete acquistatelo lo stesso, tramite Amazon (vedete qui) e trovate un amico/a anglofono che ve lo traduca e vi aiuti a entrare nell’atmosfera che l’autrice, con grande intelligenza, sensibilità e coraggio, ha creato.
Sto parlando di The Battle per Wine and Love, or How I saved the world from Parkerization (Harcourt 270 pagg. 23 dollari, ovvero 15 euro), il nuovo libro della wine writer – e wine blogger, vediAlice Feiring.
Questa, avendo appena ricevuto il libro, non è una recensione, quella seguirà, con un’intervista a Alice, che mi è stata fatta conoscere (per ora solo via mail) dal comune amico Jeremy Parzen, mio compagno d’avventura in WinoWire (vedi) e a sua volta ottimo wine blogger con Do bianchi (vedi), non appena avrò finito questo libro che dopo solo 50 pagine mi ha già conquistato, con il suo romantico donchisciottesco e un po’ utopico, quindi meraviglioso, lottare contro l’omologazione, del gusto, dei giudizi, dello stile dei vini, contro la riduzione del discorso sul vino ad un numero, che “the men from Baltimore, Maryland” (vedi) ha introdotto e impersona.
Una cosa è certa, ovvero che la “battaglia” di Alice in difesa dell’anima del vino, della sua verità, contro la sensazione di “sameness”, ovvero di assenza di identità e di radicamento in un ben determinato luogo (chiamateci pure “terroirist”, è solo un complimento) e la loro perfetta intercambiabilità, che ci assale di fronte ad una marea di vini di oggi, che badano soprattutto ad adeguarsi al gusto del potente che attribuendo loro un alto punteggio consente loro di avere successo e di vendere, a prezzi sempre più elevati, questa battaglia, veramente da Davide contro Golia, contro la “parkerizzazione” che ha attaccato alla gola e sta soffocando il mondo del vino (e di cui episodi come lo scandalo di quanto è accaduto a Montalcino sono solo una delle tante manifestazioni), è una “battaglia” che sento anche mia, profondamente. E che dovrebbe riguardare anche i lettori di Vino al Vino.
Ed è per questo che ho voluto subito lanciarvi il segnale della comparsa di un libro, e che libro!, che ci fa compagnia, che ci consola, che ripete autorevolmente, a voce alta e nella lingua ufficiale del vino, l’inglese, quello che da anni, dapprima su WineReport.com e oggi su questo piccolo, ma agguerrito e mai domo blog, vado dicendo.
Una lotta per la diversità dei vini, per l’ampelo ed eno-diversità, per la multiformità d’espressione, contro i dogmi e le “filosofie” enoiche dominanti, contro il linguaggio e le prassi enologicamente corrette, che non mi stancherò mai di condurre, ora più convinto grazie a questo libro, opera di una scrittrice molto seguita negli States – vedi – (collaboratrice del New York Times, del San Francisco Chronicle, di Condé Nast Traveler, di Time e vincitrice del James Beard Foundation Award), innamorata, come me, del vino più vero, originale e non parkerizzabile del mondo, il Barolo.
Datemi ascolto: se seguite questo blog e vi riconoscete in buona parte delle mie battaglie, questo è un libro da non perdere…

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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0 Commenti

  1. liloniadriano

    04/05/2008 at 13:02

    in italia questo veri wine book dove?

  2. giorgia

    04/05/2008 at 13:33

    Caro Ziliani, “parkerizzazione” mi pare un’ottima definizione – che adotto e diffonderò – per indicare le rapine consumate ogni giorno dai furbi (singoli e multinazionali), che si appropriano di tutto ciò che esprime valore autentico; che lo è diventato negli anni, nel tempo, con applicazione quotidiana – stagione dopo stagione – di regole, di stili locali, di buonsenso e conoscenza della materia e dei ritmi…fino ad essere considerato espressione di un’eccellenza tale da avere rilevanza economica.
    Ed ecco che allora diviene un’etichetta, un ‘modus’ al servizio di speculazioni…
    che avvengono tutti i giorni sotto gli occhi benevoli e complici di chi dovrebbe tutelare il made in Italy. Perché ‘grande’ è bello.
    E’ accaduto – per il vino, continua da decenni per l’extravergine – e continuerà, se non ci sarà una sollevazione, una congiura degli innocenti.
    Grazie per il suo monitoraggio costante e attento.

  3. Franco Ziliani

    04/05/2008 at 13:37

    cara Giorgia, diamo a Cesare quel é di Cesare e ad Alice Feirings il merito di aver coniato un termine, “parkerization”, da me tradotto come “parkerizzazione”, che esprime bene i processi di omologazione, banalizzazione, mercantilizzazione e volgarizzamento del vino cui assistiamo sgomenti e ai quali cerchiamo di opporci.

  4. Paolo B., TA

    04/05/2008 at 16:41

    pelaverga di Verduno, moscato di Scanzo, erbaluce di Caluso, torcolato di Breganze, moscato rosa del Trentino, tazzelenghe friulano, sciacchetrà delle Cinque Terre, pignoletto dell’Emilia Romagna, inzolia dell’Elba, bianchello del Metauro, lacrima di Morro d’Alba, grechetto di Orvieto, cacchione e cesanese del Lazio, cannellino di Frascati, pecorino e passerina d’Abruzzo, impigno e francavidda di Ostuni, verdeca della valle d’Itria, piedirosso della Costa d’Amalfi, asprinio di Aversa, mantonico calabrese, nerello cappuccio dell’Etna, bovale e monica di Sardegna: questi vini, e tanti altri ancora, sono la nostra ricchezza che deve essere salvaguardata dalla facile omologazione e dalla difficile competizione con i vini più noti, e da quelli parkeizzati.

  5. paolo

    04/05/2008 at 18:28

    Viva l’autoctono italiano, abbasso Parker ed i “caberlotters” !!

    (cabelrlotters = gli adepti di Parker che, per compiacerlo, tagliano i nostri vini con cabernet e merlot.)

  6. Alessio Garofalo

    06/05/2008 at 10:10

    Mi sembra che predichi bene ma razzoli male. Leggete questo articolo sul Brunello e fatevi la vostra opinione.
    http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1137601,00.html
    Ecco una perla di revisionismo storico (tutto merito dei fratelli Mariani, Luigi Veronelli si rivolterà nella tomba):
    “In the late 1970s, the Marianis bought a medieval castle in the Montalcino area, Castello Banfi, started growing Sangiovese Grasso grapes on some of the surrounding 2,800 hectares and began making their own Brunello. Thanks to their efforts, the quality and reputation of the local wine whooshed upward. Brunello became one of the top Italian wines, and Americans and Italians took notice.”
    Il Brunello Biondi Santi 2000 sa di cioccolato e olive nere! “Very pretty, marked by bittersweet chocolate, black olive and roses”, peccato che non si possa portare il naso e il palato dal meccanico per una revisione.
    E poi naturalmente non puo’ mancare l’apprezzamento del Brunello Castello Banfi “…it’s a sure crowd pleaser with its smoky cherry and little-red-berry flavors”, che piace molto anche a Parker.

  7. Jacopo Cossater

    19/05/2008 at 12:59

    Grazie Franco per la dritta letteraria. Mi è arrivato questa mattina il libro che comincerò a leggere a stretto giro. Magari a poi per i commenti. Un caro saluto.

  8. Pingback: The battle for wine and love or how I saved the world from Parkerization, di Alice Feiring | Enoiche Illusioni

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