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Enoriflessioni

Paolo Marchi sul caso Brunello: perché mai cambiare il disciplinare?

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Sull’ultimo numero, di oggi (vedi) della news letter di Identità Golose (sito) Paolo Marchi, un giornalista che non si può certo dire sia un mio amico, ma di cui ieri avevo già segnalato una lucida riflessione pubblicata su Il Giornale, ovvero “purtroppo però per i produttori, la sola maniera perché certi articoli, giusti o sbagliati che siano, non escano non è l’omertà a valle di chi scrive ma l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia”, ha pubblicato questo testo che credo valga la pena di leggere.
Un’analisi che mi trova assolutamente d’accordo e che si rivolge idealmente ai furbetti che stanno cogliendo e coglieranno l’occasione di quello che è successo, e delle scorciatoie prese e scoperte, per lanciare distrattamente ma non troppo una proposta indecente: “ma allora perché non aggiornare il disciplinare e lasciare libero ognuno di regolarsi come vuole?”. Un bel paio di ciufoli! Sarebbe come dare ragione a chi ha fatto strame della legge e ha preso per il naso i colleghi che l’hanno rispettata e sarebbe una trovata tecnicamente ed enologicamente, checché ne possa pensare il cavalier Rivella, il teorico del Syrah nel Barolo, totalmente priva di senso.
Il testo di Marchi dice: “Al Vinitaly 2008, che si conclude oggi, tanti hanno cercato di concentrarsi sul protagonista assoluto di una fiera che in Italia non ha pari (e nemmeno dispari, viste le distanze dalla concorrenza): il vino, precisato perché si è più volte rischiato di scordarselo tra Brunelli in odore di taroccamento, scandali al veleno e vino al lampone.
Tra l’altro mi è parsa un’edizione che ha funzionato meglio, a iniziare dal traffico e dai parcheggi anche se la tendenza, tra i padiglioni e gli stand, a ridurre tutto a un circo è sempre più marcata. Visto gli scandali, si è rivelato profetico quel produttore che ha ricreato nel suo spazio una sorta di nursery, dove i magnum hanno preso il posto dei bebè. Non saremmo ai morti, 19, del metanolista Ciravegna, ma è come se il vino italiano fosse lo stesso tornato all’anno zero.
Oggi le notizie viaggiano nel mondo a una velocità ben maggiore rispetto a vent’anni fa e fanno specie quei cantinieri che se la prendono con i giornalisti, scordandosi che i cronisti scrivono, mica vinificano, imbottigliano o cos’altro.
Il vero e unico modo perché una brutta nuova non esca è non commettere reati perché, per quanti prezzolati e conniventi possano esistere, ci sarà sempre chi, per onestà, calcolo o ignoranza (uno stupido fa più danni di una bomba atomica perché imprevedibile), la tira fuori.
Se ne sono scritte tante e se ne scriveranno a lungo tante altre, ma tre cose mi hanno colpito. La prima riguarda la possibilità che il Brunello cambi disciplinare e perda la sua purezza, intendo quella in botte perché l’altra è già macchiata. Magari se ne parlerà pure domani a Montalcino nella riunione degli associati al consorzio, in fondo se ne discute già in giro, vedi ad esempio Francesco Arrigoni sul Corriere della Sera di ieri
– che registra l’esistenza di un partito degli aperturisti sull’ipotesi di cambio di disciplinare  leggi qui ndr– E, in tal senso, c’è chi ricorda il caso del Chianti che ora può anche essere un Sangiovese in purezza e prima no. Purtroppo però per l’immagine e per il fatturato del vino italiano, entrambi a rischio contrazione, c’è un punto ben diverso tra le due bandiere di Toscana. Il Chianti, un uvaggio, si è riformato perché era ormai in crisi evidente e non lo comprava più nessuno (è una provocazione, non aveva comunque più fascino).
Al contrario, il Brunello godeva di ottima salute fino a dieci giorni fa e ha sempre fatto del Sangiovese in purezza, il suo Sangiovese, un motivo di orgoglio e di diversità. Come si può raccontare in giro che potrebbe non essere più così senza sputtanarsi? E’ tosta. Immagino che ci sarà chi proporrà un margine di altre uve, tipo un 10% di Merlot o Cabernet a mo’ di cuscinetto, per chi volesse usufruirne, liberi i tradizionalisti di non schiodarsi da un pieno 100%.
Sarebbe un secondo scandalo se attuato a breve giro di posta, un darla vinta ai furbi perché il Chianti ha cambiato al termine di un lungo dibattito, mentre in questo caso sarebbe la magistratura a dettare il disciplinare. Non è esattamente la stessa cosa. Secondo punto: ma con tutto lo spazio che c’è in Toscana, i brunellisti che volevano in catalogo un supertuscan, non potevano produrli tre colline più in là? Certo che no. Montalcino è un nome magico e va sfruttato come si fa con i maiali: fino in fondo. E poi, con tutte le varietà che uno si ritrova tra i filari e in cantina, la tentazione di tagliare prima o poi nasce, senza contare che vale di più un ettaro a Brunello/Sangiovese, vero o finto che sia, che uno a Syrah o Cabernet. Parliamo di pochi ettari che ballano, l’uno per cento, ma a me viene difficile credere che cantine che sono corazzate imprenditoriale facciano la spesa da vivaisti pasticcioni e hanno enologi altrettanto disattenti.
Ultimo punto: i pm che a Siena indagano, invece di sequestrare centinaia di migliaia di bottiglie solo in base a dichiarazioni catastali difformi, per quanto importante sia il punto, potevano anche analizzare dei campioni e vedere se per davvero dalla teoria si è passati alla pratica. E in questo caso bastonare.
I francesi avrebbero fatto così. E poi nascosto tutto o, più probabilmente, non avrebbero nemmeno iniziato a indagare. Ma ogni popolo ha il suo Dna e nel nostro c’è anche l’auto-lesionismo, oltre alla convinzione che la furbizia sia da preferire all’intelligenza
”. Impeccabile ragionamento.
A proposito di controlli, interessante leggere, sullo stesso sito istituzionale che pubblica le uscite di Rivella (vedi), due riflessioni, una del professor Attilio Scienza (leggi) e una del professor Mario Fregoni (leggi) sulle analisi chimiche più aggiornate e dettagliate che consentono di capire veramente cosa c’è dietro una bottiglia e se c’è qualcosa di anomalo.
Proposta: perché al Consorzio del Brunello di Montalcino (sito dove ovviamente di quello che accade in questi giorni a Montalcino non appare traccia: evviva la trasparenza, evviva la comunicazione!) non convocano con urgenza i due studiosi e danno loro incarico di un’analisi sistematica (sarebbero soldi spesi bene) dei Brunello, ma non solo l’annata 2003, perché certe pratiche disinvolte sono cominciate ben prima, di tutti gli associati?

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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