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In taberna quando sumus...

Squisita sosta all’Ambasciata con il San Lorenzo good food social club

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Devo ringraziare Antonio Tombolini e Sara Maternini inventori e accorti registi del San Lorenzo good food social club, una sorta di club di appassionati delle cose buone che si è radunato intorno alla San Lorenzo, una società che si occupa di selezione e vendite per corrispondenza di cibi e vini di qualità, per avermi consentito di partecipare, sabato 29, all’eno-gastro summit che si è svolto presso il celebre ristorante Ambasciata in quel di Quistello nella bassa mantovana.
Formula simpaticissima, originale e molto “tomboliniana”, quella di invitare un gruppo di blogger o di appassionati di cibo e vino che la loro passione per la tavola e per Bacco amano documentare sul Web, in un ristorante “stellato”, dove abbinare ai piatti preparati dal main chef alcuni vini selezionati dalla San Lorenzo.
Ci si trova, si discute, si fraternizza (sicuramente molto di più che in taluni raduni di blogger o pseudo tali…), si degusta insieme, si apprezzano i piatti, ci si confronta e, alla presenza del responsabile della comunicazione e promozione via Web di San Lorenzo, ovvero Tombolini, e soprattutto dei responsabili della San Lorenzo, si illustra una “filosofia” ed una metodologia di lavoro, “coccolati” dalla cucina del locale scelto per l’occasione.
Non so quanto commercialmente rendano questi appuntamenti, ma quanto a creare uno spirito, devo dire, sulla scorta dell’esperienza, davvero squisita, di sabato, che funzionano perfettamente.
Devo ringraziare davvero chi mi ha invitato ad essere della partita, insieme agli amici, alcuni già noti, altri conosciuti proprio in questa occasione, il cui elenco trovate qui. Ringraziare per la bella esperienza in sé, per i piatti fantasticamente saporiti e gustosi che abbiamo allegramente spazzolato, dal luccio in salsa verde con insalata alle tagliatelle gialle con salsiccia e funghi pioppini, dal Sorbir d’agnoli con Lambrusco, al guancialino di maiale stufato con polenta fresca sino al trionfo del Salame di cioccolato con zabaglione al moscato e marsala accompagnato, ça va sans dire, con la serie di dolci secchi di cultura del Vicariato di Quistello.
Piatti, da vera gioia per ogni gourmet degno di questo nome e nemico di ogni forma di anoressica riduzione del cibo a formula chimica, a divagazione fisica in chiave di destrutturazione e ca….e similari, accompagnati da una serie di vini che hanno avuto il grande pregio di farsi bere e di accompagnare benissimo ogni piatto, dallo Champagne Grande Riserve Séléction Ployez-Jacquemart al Collio Merlot 2003 di Pighin, dall’equilibratissimo, pienamente varietale e morbido Alto Adige Pinot nero 2002 Castelfeder sino al Ramandolo 2003 di Gigi Valle.
Sono molto contento di essere stato, sabato 29, in questa tappa del restaurant tour del San Lorenzo good food social club, anche per un motivo strettamente personale, ovvero per essere tornato, dopo tanto tempo, in uno dei ristoranti del mio cuore, in cui venni per la prima volta nel lontano 1984, agli inizi di questo mio strano percorso di cronista enogastronomico e poi sempre più vinoso, per scrivere un lungo articolo, quasi una pagina, per la Gazzetta di Parma di quell’indimenticabile maestro che è stato per me Baldassarre Molossi.
Ricordo benissimo quel giorno, l’arrivo – in treno – al mattino, l’aver assistito a tutte le fasi che precedono l’entrata in scena, pardon il momento del servizio e l’arrivo dei clienti, in questo che è sicuramente il più teatrale e scenografico dei ristoranti italiani.
Ricordo lo spettacolo delle “fojade”, della pasta sfoglia rigorosamente tirata a mano e base di non so più quante uova per ogni chilo di farina, dei bigoli tirati al torchio, l’allestimento dei tavoli, il controllo minuzioso di ogni particolare, insomma quella mise en scène che rende unico, lo si vede immediatamente quando si entra, al primo colpo d’occhio, questo locale regno dei fratelli Tamani, Romano, l’estrosissimo chef e “capo compagnia”, ed il fratello Francesco, più noto, non ho capito mai perché, come Carlo.
Da quella prima volta, da quell’impatto folgorante, da quel battesimo con una cucina splendidamente e squisitamente ricca, rinascimentale, opulenta, ebbi modo di tornare svariate volte in Ambasciata, d’inverno quando la “fumana”, la nebbia d’antan, era un qualcosa che potevi quasi tagliare a fette tanto era spessa e “solidificata”, d’estate con la calura soffocante (e le zanzare) che rende torrido il clima di questa bassa geograficamente lombarda, ma piuttosto emiliana (Modena e Reggio Emilia sono poco distanti) negli estri e nello spirito.
Poi, senza un vero motivo, o forse per molti insieme (che sarebbe lungo e difficile dipanare e ricordare) all’Ambasciata non sono più tornato, al punto che da questo posto cui mi legano tanti bei ricordi e tante gastro-emozioni, mancavo da almeno una diecina d’anni.
Mi sono limitato a seguire da lontano il crescere del locale, l’arrivo della seconda stella, l’entrata nell’empireo dei locali più blasonati d’Italia, la conseguente crescita dei prezzi (che oggi, con i diversi menu disponibili, hanno raggiunto una soglia da happy few), ma qui, in questo posto dove in ogni stagione lo zabaglione portato a tavola con la stagnada è un must, come i salumi meravigliosi, ed una serie di primi che non teme confronti in Italia, pardon, al mondo, chissà perché, non ero più tornato. Averci fatto ritorno sabato, grazie alla simpatica iniziativa del San Lorenzo good food social club, e aver ritrovato che, sostanzialmente, nulla è cambiato, che l’atmosfera (splendidamente descritta, qui, da Martino Pietropoli nel suo blog e commentata da altri) barocco e rococò, con la proliferazione incredibile e incontrollabile di oggetti preziosi, vasi, argenti, candelabri, tappeti e mille altre cose ancora e poi fiori, musica, battute vernacolari di Romano, casse di vini (molti griffati e guidaioli, ahimé) in ogni dove, e l’opulenza, l’eccesso come parole d’ordine, devo dire che è stata una piacevolissima emozione, una sorta di personale amarcord, una sorta di “dove eravamo rimasti” o piuttosto “da dove siamo partiti”, che non poteva lasciarmi indifferente.
Bello e vero, nella sua conclamata ricerca di un effetto, nella sua sapiente costruzione che ricorda gli allestimenti curatissimi dei film di Luchino Visconti, il posto, simpaticissima la compagnia, senza che nessuno del nostro tavolo si sognasse di concepire l’esperienza solo come un occasione per dedicarsi alle fotografie dei piatti da ostentare poi per siti e blog, e solo Sara, la nostra guida, a documentare il momento con una serie di scatti non invasivi, squisiti i cibi e squisita, come sempre, la cucina, più che buoni i vini, giusta e autentica l’atmosfera, reale e palpabile la simpatia, frutto di una sana convivialità, che si è creata tra noi compartecipi di questa bella avventura. Cosa volere di più?

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Giampaolo
Giampaolo
13 anni fa

L’ultima volta in cui ebbi la fortuna di mangiarvi fu una decina d’anni fa, ma resta una delle mie esperienze gastronomiche più “carnali”, i cui sapori (in particolare un sontuoso foie gras che nemmeno a Strasburgo…) sono tuttora assai vividi nella mia memoria. Peccato per i prezzi, davvero scoraggianti.

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[…] cibo e delle pietanze mirabilmente c’ha aggiornati lo Ziliani. Dello spazio fisico che ci accoglieva, di quello lasciatemi dire ancora qualcosa. E’ […]

paolo
paolo
13 anni fa

I Tamani sono dei gran cuochi e dei sapienti coreografi, mangiare all’Ambasciata é una delle esperienze da fare nella vita, ma la ditta San Lorenzo che c’azzecca?

Antonio Tombolini
13 anni fa

Caro Franco, sono felice che quel che tu hai più còlto e – mi pare – apprezzato, è proprio quello spirito e quella atmosfera da convivio civile e gaudente ad un tempo, “civilmente gaudente”, per così dire, che è l’intenzione con cui abbiamo ideato questo percorso che mensilmente si snoda per i ristoranti d’Italia.
Fammi aggiungere una cosa: ho visto gli occhi di Francesco(Carlo) prima, e di Romano poi, dei due Tamani, decidersi pian piano a dirti “ma tu non sei tal dei tali ecc…?”. Ecco un’altra lezione: mi è capitato più volte di accompagnare “professionisti” dell’enogastronomia affrettarsi, al contrario, a farsi “rumorosamente riconoscere” dal patron di turno; te ti ho visto fare il contrario, ritrarti nella discrezione di ospite tra gli ospiti, almeno finché non “scovato” (inevitabilmente) dai Tamani. E’ stato un grande piacere averti con noi.

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[…] ha parlato Franco Ziliani, che non a caso si è ritrovato alle prese con ricordi ed emozioni dalle radici lontane. E ne ha […]

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[…] e l’altro, un raccontarsi di storie e di esperienze che mi hanno arricchito davvero. Franco che ricordava l’ultima volta che era stato in quel di Quistello, io che cercavo di capirmi e imparare anche qualcosa sui vini .) Oltre che al piacere di berli, of […]

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[…] volete leggere alcune belle cronache da questo inimitabile ristorante, leggeteFranco Ziliani all’Ambasciata e Martino Pietropoli, che ci sono stati l’ultima volta in occasione di un evento con il San […]

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