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Enoriflessioni

Al Poggione nasce il primo Brunello di Montalcino certificato

Accidentaccio, agli amici della Tenuta Il Poggione, 590 ettari di terreno di cui 125 a vigneto, non bastava più produrre uno dei Brunello di Montalcino di riferimento, uno dei più affidabili, per rapporto prezzo-qualità, e rappresentare un esempio di azienda che pur producendo 500 mila bottiglie, di cui duecentomila di Brunello, arriva ogni anno ad […]

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Accidentaccio, agli amici della Tenuta Il Poggione, 590 ettari di terreno di cui 125 a vigneto, non bastava più produrre uno dei Brunello di Montalcino di riferimento, uno dei più affidabili, per rapporto prezzo-qualità, e rappresentare un esempio di azienda che pur producendo 500 mila bottiglie, di cui duecentomila di Brunello, arriva ogni anno ad assicurare qualità, e che qualità, al consumatore !

Nell’azienda di proprietà della famiglia Franceschi, dove opera un tecnico e una persona seria come Fabrizio Bindocci, si sono messi in testa di dare alla qualità che propongono basi solide e certificate, fondate su criteri oggettivi che nessuno potrebbe sognarsi di contestare.

Dopo un lavoro di anni, particolarmente complesso perché ha richiesto un’attenta analisi e una ricostruzione di tutti i passaggi, dalla botte al vigneto, del lungo processo produttivo, che nel caso del Brunello dura cinque anni e passa attraverso la gestione del vigneto, i criteri di raccolta e di selezione delle uve, e per la fermentazione, i travasi, l’invecchiamento in legno, eccetera, il punto di arrivo è la certificazione di prodotto, la prima realizzata nell’ambito di Montalcino e del Brunello, affidata all’ente internazionale DNV (Det Norske Veritas) con sede ad Oslo, uno dei principali organismi di certificazione a livello mondiale, leader nei sistemi di gestione qualità, gestione ambientale.

Cosa ha appurato e certificato con l’apposita Specificazione Tecnica di Prodotto la DNV ? Che i vini, Brunello, Brunello riserva e Rosso di Montalcino del Poggione presentano caratteristiche qualitative e requisiti di produzione più elevati rispetto a quelli previsti dai disciplinari di produzione.

Ad esempio, che per il Brunello di Montalcino e per il Brunello di Montalcino Riserva Il Poggione è previsto, rispetto al disciplinare DOCG, un periodo più lungo sia per l’invecchiamento in botti di legno che per l’affinamento in bottiglia. E che per il rosso di Montalcino, invece, è stato inserito l’invecchiamento obbligatorio in legno. Questo in un mondo, quello di Montalcino, dove molti produttori vorrebbero addirittura ridurre il periodo di affinamento in legno per il Brunello e di affinare in legno il Rosso non ci pensano proprio…

Al Poggione attribuiscono a questa scelta di affidarsi alla certificazione DNV numerosi significati. Quello di “valorizzare e promuovere con maggiore efficacia le caratteristiche specifiche” dei loro vini, di “dimostrare in modo imparziale, e quindi più credibile, il contenuto qualitativo specifico e il valore aggiunto del prodotto”, e quindi qualificarsi in maniera chiara sui mercati esteri, “dove maggiore è la sensibilità al tema delle garanzie offerte dalle verifiche e attestazioni di terza parte”.

Secondo la Marketer Developer Food Sector della DNV, Franca Ballaben, “questo tipo di certificazione volontaria rappresenta una scelta ideale per prodotti con caratteristiche intrinseche di eccellenza, perché contribuisce a rafforzarne l’immagine ed il posizionamento sul mercato attraverso una procedura trasparente che garantisce il consumatore e impegna l’azienda al miglioramento continuo”.

Un riepilogo delle caratteristiche certificate stabilisce, ad esempio, che il Brunello riserva Il Poggione nasce da uve raccolte manualmente, da vigneto definito dove sono applicate tecniche di coltivazione di lotta integrata, che l’affinamento in legno di rovere si protrae per almeno 36 mesi, seguito da almeno 7 mesi in bottiglia, che diventano rispettivamente 30 mesi e 5 mesi per il Brunello annata.

Quanto al Rosso di Montalcino, analoga provenienza delle uve da vigneti condotti con coltivazione secondo la tecnica della lotta integrata, raccolta manuale, affinamento in legno della durata di almeno 6 mesi, immissione in commercio nel gennaio del secondo anno successivo alla produzione ed estratto secco minimo di 28 grammi litro, contro i 29 del Brunello.

Non sono forse, quelli certificati dalla DNV per i vini del Poggione, elementi di grande chiarezza, di cui un consumatore maturo, curioso, esigente, dovrebbe tenere conto? Altro che bicchieri, stelle, grappoli e simbologia guidaiola varia !  

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Roberto
Roberto
14 anni fa

Mah! La certificazione di Qualità mi convince poco. Non vedo la necessità di certificare dei prodotti di qualità (ed in realtà si certifica un processo). Se sono vini di qualità, non serve certo una visita annuale degli ispettori DNV per certificare la cosa. Chi vuole fare qualità, si attrezza per farla, senza ISO di sorta e senza tanta carta. Peraltro un’altra azienda, che del Brunello ha un’idea molto diversa dal Poggione, potrebbe benissimo assicurarsi la certificazione per i suoi prodotti/pprocessi. A quel punto le informazioni al consumatore saranno sempre confuse.
saluti

Carlo Merolli
Carlo Merolli
14 anni fa

Appunto. Prima la DOC, poi la DOCG, poi la DNV, poi magari la TÜV
e via certificando. Lodevole l’ iniziativa de Il Poggione ( forse una delle poche Case a non averer proprio bisogno di certificazione!) ma sono d’accordo con Roberto.

Alessio
Alessio
14 anni fa

Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che ci sia scritto che non è stata certificata la qualità, che grazie a Dio viene decisa da chi consuma e apprezza il vino, ma il processo di produzione, apparentemente con standard produttivi molto più restrittivi di quelli del disciplinare…

Carlo Merolli
Carlo Merolli
14 anni fa

@ Alessio: non cambia molto la sostanza della critica. La DNV non puo´fare altro che certificare un protocollo, o in assoluto o in relazione a
altri protocolli, indipendentemente inoltre dal fatto che questi siano pubblici o privati. La certificazione fa onore alla serietá della Casa
ma come “garanzia” al consumatore serve a poco e forse aiuta a confondere le idee, come giustamente scrive Roberto. In una situazione seria con controlli ufficiali serii etc. sarebbe gia´superflua la G della DOCG, in quanto se una cosa é controllata DOC é controllata e basta.

Alessio
Alessio
14 anni fa

@Carlo: sicuramente, se il consumatore è preparato, questo non confonderà le idee. Se non è molto preparato, onestamente è possibile che un po’ si confonda.
Comunque, dal mio punto di vista, personalmente apprezzo la scelta del Poggione di far scrivere ad un ente terzo che loro applicano certe pratiche, senza semplicemente dirle e non farle controllare a nessuno. Non molti hanno il coraggio di far entrare in cantina ispettori che non hanno nulla da perdere se danno un giudizio negativo.

Max-QM
14 anni fa

Concordo con Alessio. La certificazione è un qualcosa in più che male non fa. Che poi questo impatti direttamente sulla qualità specifica di un vino no di certo, ma già dice qualcosa sulla serietà di chi ci lavora.
Ciao,
max

Roberto
Roberto
14 anni fa

Caro Max-QM non mi permetto di contraddirti altrimenti mi ritiri la tessere nuova nuova di Quintomiglio. :-))
In effetti la certificazione male non fa; ma di esempi di aziende (fuori dal mondo del vino)che si certificano appositamente per una politica di immagine e non per una reale esigenza di qualità ve ne sono innumerevoli, a partire dalle celeberrime aziende plurizampate di San Donato Mil.se.
Ad ogni buon conto una cosa che si può rilevare dall’iniziativa del Poggione è che forse questa è una neanche tanto indiretta critica alla DOC e DOCG. Questi disciplinari si stanno dimostrando assai elastici e modellabili e forse il Poggione ha scelta una buona via per evidenziare tutti i limiti di tali disciplinari.
Un saluto a tutti.

Carlo Merolli
Carlo Merolli
14 anni fa

Forse non é (solo) critica alla DOC/DOCG. Negli ultimi anni il Brunello ha traversato sia una crisi di vendita che di identificazione. Forse la Casa ha voluto segnalare a chi ne capisse e chi ne fosse interessato il protocollo di produzione. Un altro modo per dire
“noi il Brunello lo facciamo in questo modo” e quindi ti garantiamo una continuitá certificabile e di parametri oggettivi (= di cui fidarsi) al di lá delle mode, dei syrah,
delle barriques e naturalmente anche al di lá dell’ andamento stagionale della raccolta.

Questo puo´nascere da un desiderio di qualitá e solo indirettamente é una critica alla
DOC/DOCG che lascia molto (troppo) spazio alla mano del vinificatore, e magari fosse solo questo, ma anche alle considerazioni sociali ed economiche per cui la DOCG
oramai garantisce solo un minimo comun denominatore e spesso ahinoi, in tempi di crisi, neanche quello.

Molto probabilmente Il Poggione ha sentito il bisogno di gridare che “guardate da noi il Brunello é una cosa seria e si continuerá a farlo bene, tanto bene che vi raccontiamo anche come.”

Il problema, che si profila all’orizzonte, anzi i problemi sono due: (1) se in realtá non debba essere la DOCG – lo Stato Italiano – a garantire protocolli e da questi il livello qualitativo che ne puo´derivare, fatte salve le capacitá e la bravura specifica dei singoli
vignaioli (2) il solco che necessariamente si viene a creare tra chi impiega soldi ed energie per una lodevolissima certificazione ekstra e chi pur volendo non ha volumi tali
da poterselo permettere.

Molto probabilmente si opinerá che chi non ha grossi volumi, di solito non ha neppure
problemi a vendere il vino. Possibile, ma tant’é che il rischio del solco rimane e con esso anche l´aumento della confusione del segnale inviato al consumatore. Di questo
non si puo´né si deve farne colpa a Il Poggione ma deve essere un’ occasione
di riflessione sulla domanda: perché una Casa giá affermata e ben nota non si sente
sufficientemente protetta dalla pur minuziosa DOCG, cioé dallo Stato Italiano ?

Ripeto: lodi a Il Poggione ma che si debba andare a portare soldi in Norvegia o da qualsiasi altra parte quando si potrebbe avere tutto e gratis a casa propria mi sembra
una delocalizzazione, mah un po´balzana.

Max-QM
14 anni fa

@ Roberto
Caro Roberto, perfettamente d’accordo con te (nessun rischio per la tua tessera :-))). Ci sono aziende che si certificano non certo per motivi qualitativi, ma solo d’immagine. Concorso in pieno anche con Carlo Merolli, dire che il Brunello al Poggione lo fanno in quel modo è un “rafforzativo” della comunicazione scritta e orale che già fanno.
Ciao,
Max

Pino
Pino
14 anni fa

Anche secondo me è più una mossa di marketing che altro. Questo indipendentemente dal fatto che Il Poggione resti per me una delle migliori aziende per il Brunello di Montalcino: ottimo vino, giusto prezzo.
E questo è il miglior marchio di qualità 😉

Tendenza

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