Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

29 Aprile 2008

Sei grandi Barolo in degustazione al Premio Versilia

Ci sarà anche una degustazione di Barolo, lunedì 5 maggio alle 15, nell’ambito del Premio A.I.S. Versilia. Giornate versiliesi dei vini, il grande evento (vedi la presentazione ed il programma dettagliato pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. oppure qui in allegato programma ) organizzato congiuntamente dalla delegazione versiliese e dall’A.I.S. della Toscana presso Villa Borbone a Viareggio. Ho accolto con grande piacere l’invito degli amici Osvaldo Baroncelli e Andrea Balzani, rispettivamente presidente regionale e delegato della Versilia dell’Associazione Italiana Sommelier, di essere io, che del Barolo mi considero un umile servitore ed entusiasta ambasciatore, a scegliere e presentare i magnifici sei, i sei Barolo, cinque di annata 2004 e uno di annata 2003, che verranno proposti e raccontati, insieme alla zona di produzione del magnifico vino albese, al Nebbiolo, ai differenti terroir, a tutto quanto rende insomma unico ed inimitabile il Barolo, al pubblico di appassionati toscani.
Ritorno con enorme entusiasmo e piacere, alla vigilia di una cinque giorni in Langa che mi vedrà impegnato ad Alba, dal 6 all’11 maggio, a degustare le nuove annate di Barbaresco (2005) e Barolo (2004) nell’ambito di Alba Wines Exhibition, in terra toscana a celebrare la magia del Nebbiolo.
Sarà un impegno ancora più sentito, in una terra che dovrebbe esaltare la grandezza e l’unicità del suo vitigno simbolo, il Sangiovese e che invece lo vede purtroppo coesistere con altre uve foreste in Chianti Classico e sottoposto a Montalcino all’offensiva (sotterranea) di chi vorrebbe imbastardire il Brunello a colpi di Merlot, Cabernet e Syrah, spiegare perché il Barolo sia quella cosa unica e speciale che é.
Proprio come unico e speciale, e testardamente monovarietale come lui, è il Brunello di Montalcino, l’unico vino rosso italiano in grado di misurarsi, alla pari, con il fantastico duo albese rappresentato dal Barbaresco e dal Barolo.
I vini che ho scelto sono alcuni dei vini simbolo di alcune delle aziende che reputo più rappresentative ed emblematiche dell’universo del Barolo, aziende tutte tradizionali, una di Barolo, una di Serralunga d’Alba, una di Verduno, una di Monforte d’Alba, due con vigneti o cantina nell’amatissima Castiglione Falletto, che celebrano al meglio, tanto più in un’annata classica come il 2004, l’eleganza, la classe, la finezza, la varietà aromatica, il saldo contenuto tannico, la ricchezza di sapore, del Barolo.
I vini sono:
Giuseppe Mascarello Barolo Santo Stefano di Perno 2003
Brezza Barolo Bricco Sarmassa 2004
Cavallotto Barolo Bricco Boschis 2004
Comm. G.B. Burlotto Barolo Acclivi 2004
Elio Grasso Barolo Ginestra Vigna Casa Maté 2004
Massolino Vigna Rionda Barolo Serralunga 2004

Cinque 2004 ed un 2003 (per i 2004, Villero, Santo Stefano e Monprivato di Mauro (Giuseppe) Mascarello se ne riparla il prossimo anno come minimo…) per testimoniare la grandezza della Langa ed il piacere di un gusto diverso ed inimitabile.
Per partecipare alle degustazioni tel. 055 8826803 393 9117432 e-mail sito Internet

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Per Carlin, capataz di Slow Food, l’ex camerata Alemanno non ha difetti…

Non ci sarebbe molto da aggiungere al divertente, ironico, graffiante il giusto “appello” (leggermente in forma di sfottò) che l’ottimo Massimo Bernardi su Kela blu (leggi qui) ha lanciato al capataz e lider maximo di Slow Food, il quasi beatificato Carlin Petrini, a “dire qualcosa di sinistra”. E io aggiungerei, ad avere un po’ di pudore.
Trionfa, un po’ a sorpresa, il suo caro amico, l’ex camerata Gianni Alemanno nelle elezioni che l’hanno portato a diventare il nuovo Sindaco di Roma, e Carlin, che qualche anno fa a proposito del suo rapporto con l’esponente di AN ora Pdl aveva dichiarato (leggi) “quando si parla di cose concrete ci si trova d’accordo. In questi cinque anni mi sono trovato benissimo con il ministro Alemanno, me ne hanno dette di tutti i colori e chissà quante ne hanno dette a lui. Ma quando si è d’accordo bisogna lavorare tutti assieme”, cosa fa?
Rilascia (vedi allegato
Petrini-Alemanno ) un’intervista a Roberto Rizzo, pubblicata a pagina 11 del Corriere della Sera di oggi, dove non solo festeggia, moderatamente, lui che è membro costituente del PD, la vittoria di Gianni, affermando “sono sicuro che, anche al Campidoglio, farà un buon lavoro. Per tanti sarà una sorpresa”, lo difende dagli attacchi di chi gli rinfaccia la sua antica militanza missina dicendo “è un politico aperto anche a istanze diverse dalle sue” e poi lasciando cadere, en passant, un “da giovani capita di fare scelte avventate” che se vale per Alemanno, che è stato solo un dirigente del Movimento Sociale Italiano partito regolarmente rappresentato in Parlamento, dovrebbe valere, altrettanto, per Carlin Petrin, che “da giovane” ha militato nell’ultrasinistra più accesa, e poi chiude con una vera “perla”.
Che fa, il “compagno” (chissà se si offende a chiamarlo ancora così?) Carlin quando l’intervistatore gli chiede “Petrini, non riesce a dire una cosa di sinistra, per esempio un difetto di Alemanno?” ? Che ne so, s’inventa qualcosa, trova nell’ex ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi (leggi) uscito dalle elezioni del 2001, un qualcosa che non va, un difettuccio, un limite?
Niente affatto, alla domanda, lui che già qualche giorno fa aveva espresso la sua disponibilità a collaborare con il probabile nuovo ministro delle Risorse Agricole, il leghista Luca Zaia (leggi qui
Petrini-Zaia ) replica solo… “guardi, non mi viene in mente niente…”. Probabilmente solo l’ennesima conferma di un feeling, di un flirt, in nome della “lotta contro le coltivazioni geneticamente modificate” che li accomuna, di una comunione di amorosi e gustosi sensi che vede il massimo esponente della “sinistra gourmet” (definizione del Corriere) affratellato all’esponente di AN che ieri ha vigorosamente marciato, pardon, conquistato Roma.
Una sola cosa mi viene da dire, da uomo di destra, che il 13 aprile non ha votato e che se fosse stato elettore a Roma si sarebbe astenuto anche in questa occasione, non avendo una particolare simpatia per Alemanno, al nuovo sindaco.
Guardi che il popolo, largamente di destra, che l’ha votata e che ora festeggia e dice “finalmente a Roma il sindaco è nostro”, l’ha scelta e l’ha votata perché portasse un effettivo cambiamento, perché facesse una politica di destra (o quantomeno di centro destra, visto che è alleato, contento lui, di Berlusconi), perché cambiasse sistemi e rompesse con la tradizione di una gauche divisa tra Capalbio, Nanni Moretti, feste del cinema, notti bianche (e ben poco attenta alle esigenze concrete dei cittadini) e non perché ballasse cheek to cheek guancia a guancia con il suo amico Petrini.
Io se fossi in lei, Alemanno, queste “benedizioni” e questi endorsement, un po’ pelosetti, di gente come il capataz di Slow Food (di cui ricordiamo in passato il flirt con l’ex presidente della Regione Piemonte Ghigo), le prenderei con beneficio d’inventario e mi terrei alla larga, anzi ne farei francamente anche a meno…

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Ronda, mariscos y Manzanilla

Non mi finisce mai di sorprendere questa nuova Spagna del cibo e del vino e ad ogni nuova visita, ad ogni occasione di contatto con la sua realtà e soprattutto con i suoi prodotti, resto meravigliato e colpito da questo suo modo di concepire la qualità a misura di consumatore, senza mai perdere di vista la piacevolezza ed il gusto di chi si avvicina alla sua cucina e ai suoi vini.
Ho già scritto e celebrato, in marzo (leggi), la mia trasferta di qualche giorno a Madrid, ed in attesa di raccontare presto come siano andati, bene ma non benissimo, i lavori del convegno internazionale WineCreator, voglio cogliere l’occasione per raccontare una piacevolissima esperienza gastronomica fatta in quel di Ronda, Andalusia, un paesino (filmato n°1 - n°2 - n°3 ) che se non le vedeste non ci credereste mai, con quella spaccatura in forma di canyon che la divide in due, alta su
un dirupo di 120 metri di profondità, con il fiume Guadalevin che la attraversa dividendola in due ed il letto del fiume che ha perforato il profondo Tajo di un centinaio di metri caratterizzandosi come il segno distintivo della città.
A Ronda (sito) mi sono fermato poco meno di due giorni, ma il suo fascino, che portò il grande poeta tedesco
Rainer María Rilke a definirla “la città sognata” e a sostarci per qualche tempo, attratto dal clima e dall’altitudine, non ha mancato di suggestionarmi.
Il pomeriggio del mio arrivo a Ronda, la vigilia dei lavori di Wine Creator, ho avuto il tempo, visto che il tempo teneva ancora, prima che Giove pluvio si scatenasse per i due giorni successivi, di girare alcune ore per il paese, di apprezzare la complessa architettura dalle molteplici influenze, romane, arabe
, barocche, gotiche.
Girando e gustandomi lo spettacolo e camminando dal mio hotel, il romantico e antico Husa Reina Victoria, sino al celebre Tajo de Ronda, ho avuto anche il tempo di decidere dove potessi andare a cena scegliendo tra i tantissimi ristoranti, trattorie, locande che costituiscono la ricca offerta di questa cittadina di antica storia.
Come a Madrid, dove avevo scelto una piccola locanda gallega, specializzata in cucina di mare, anche qui a Ronda ho voluto scegliere un posto semplice, tipico, facile da raggiungere, posto in un vicolo, la contrada Pedro Romero, che va dalla zona dell’antichissima Plaza de Toros sino alla Plaza del Socorro con la Chiesa barocca di Santa Cecilia.
Il piccolo locale da me scelto, pochi tavoli, più venti che trenta posti a disposizione, cucina a vista ed un bancone dove accanto a bottiglie di vini di Jerez facevano bella mostra un jamon da tagliare a coltello ed il pesce fresco, pardon “el pescadito fresco y mariscos”, è El Porton (contrada Pedro Romero 7. tel. 952877420 ovviamente più prefisso internazionale), conosciuto come un posto classico dove si possono gustare, oltre a piatti a base di pesce, i productos del cerdo iberico (sito), ovverosia della varietà di maiale locale (jamon, lomo, chorizo, morcilla, morcon, tocino, salchichon), e poi il rabo (coda) de toro, i flamenquines (filetti) di porco con prosciutto e formaggio, la caña de lomo affumicata, i gambas cocidas e tante altre cose tipiche della cucina Andalusa.
Menu essenziale, prezzi molto corretti, molti gli habitués, più giovani o di una certa età, che vengono nel locale anche solo per l’aperitivo, un bicchiere di Manzanilla o di vino bianco secco da abbinare alle varie tapas, al “combinado de tapas”, a base di verdure, carne, pesce, che possono essere gustate sedendo agli spartani semplici tavolini del locale, con tante foto di scene di corrida alle pareti, di toreros, che testimoniano la tauromachia di questa località.
La mia scelta ha puntato decisamente su pescadito y mariscos, aprendo con delle carnosissime cozze, mejillones, al vapore, profumate di mare, sapide, eppure dolci, seguite da una gustosa, ricca, saporita paella de marisco, servita bollente in una padella d’acciaio, ben guarnita e ricca di calamari, cozze, vongole, il riso cotto al punto giusto e croccante. Poi essendomi visto passare davanti, diretti ad altri tavoli, piatti di fritti che non avevano alcuna traccia di unto, ho chiesto al simpatico cameriere un po’ stagionato, di consigliarmi cosa scegliere tra calamari, sardine o acciughe fritte.
La risposta è stata semplice,
boquerones Señor! e quando mi sono visto arrivare, io che mi sarei accontentato, a quel punto della cena, di un semplice assaggio, di una mezza porzione, per togliermi lo sfizio e la voglia di pesce, e di fritto, che mi era rimasta, un piattone ricolmo di croccantissime, carnose, sugose semplici, umili acciughe, da gustare tutte, prendendole con le mani, senza lasciare nulla nel piatto, né testa né coda né lisca, non ho potuto che apprezzare il suggerimento di chi mi aveva consigliato.
Eccellente, il consiglio, anche nella scelta del vino, ovviamente bianco, secchissimo, essenziale, marinero quant’altri, che mi è stato proposto di gustare, a bicchiere, e uno dopo l’altro, serviti belli freddi, me ne sono gustati tre, un vino di Jerez, pardon, della D.O.
Sanlúcar de Barrameda (sito), la Manzanilla Solear della Bodega Barbadillo, prodotto con uva Palomino Fina con il classico metodo Soleras.
Un vino, paglierino scarico brillante con leggere venature verdognole, brillante nel caratteristico bicchiere stretto e lungo, la copa, con i suoi profumi franchi, ossidativi, straordinariamente salini e iodati, nervoso, essenziale, verticale, profondo, al gusto, acidità precisa e tanto sale, retrogusto lungo, persistente, perfetto per esaltare la sapidità dei piatti, per sgrassare le acciughe, aprire il palato, invogliare, con la sua franchezza, a bere. Chiudendo con un goccio di Manzana verde, bebida rinfrescante a base di mele selvatiche gentilmente offerta, gustandomi un’atmosfera autentica e paysanne, le chiacchiere dei clienti, la musica di sottofondo, i divertenti cartelli alle pareti tipo “Si el vino perjudica tus negocios, deja tus negocios” che suona tanto spagnolo, anche se è una frase dell’inglesissimo, anzi londinese Gilbert Keith Chesterton, ho chiuso la serata spendendo 30 euro, 9 per la paella e 7,50 ognuno per i due piatti di pesce e due euro per ogni copita della mia Manzanilla. Quello che avrei speso, in Italia, per una pizza, una birra e un caffè.
Querida España, è da piccole cose come queste, da un modo di rendere il cliente “padrone” e protagonista, di servirlo e farlo stare bene anche un locale semplice come questo Porton di Ronda, che si capisce perché tu proceda così bene ed il tuo sviluppo sembra non avere fine…

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27 Aprile 2008

Montalcino: I had a dream

… fra dormire e sognare c’é qualcosa di meglio, svegliarsi… Antonio Machado

Ho preso così a cuore questa vicenda dei Brunello di Montalcino “non conformi” al disciplinare di produzione, ho scritto così tanti post e altri penso ne dovrò ancora scrivere in futuro, che mi è persino capitato di trovarmi a sognare di Montalcino e del suo Brunello. Ecco il racconto del mio sogno.
Era un’altra Montalcino, una Montalcino diversa, non nella geografia, che era perfettamente rispettata, con i suoi luoghi canonici, la Fortezza, Sant’Antimo, il borgo storico, il viale di cipressi che porta alla tenuta del Greppo, il caffè wine bar alle Logge di Piazza, l’Hotel ristorante Il Giglio, ed i suoi personaggi, ricordo distintamente Giulio Salvioni, l’ex presidente del Consorzio Sarrino Fanti, Piero Palmucci, Gianni Brunelli, Stefano Cinelli Colombini, ma nello spirito e nei discorsi.
Ricordo che nel sogno, a furia di vedere additare Gianfranco Soldera al pubblico ludibrio, “colpevole” di aver inviato alla Procura di Siena l’esposto che avrebbe sollevato il caso e fatto esplodere il polverone, accadeva l’imprevedibile, ovvero che la Procura di Siena ed i magistrati, cui erano naturalmente arrivate le insistenti voci della presunta “colpevolezza” del reprobo Soldera, abilmente messe in giro da chi voleva distogliere l’attenzione sulle proprie responsabilità, decidessero di convocare Soldera.
Semplicemente come persona “informata dei fatti”, che magari aveva qualcosa da dire e da raccontare ai magistrati, magari sotto forma di una ricca documentazione, su ricerche e studi compiuti da lui e da suoi collaboratori, scienziati di chiara fama e assoluta affidabilità e rigore, su Montalcino ed i suoi vini.
Strano davvero e molto lontano dalla realtà questo sogno…
Accadeva difatti che invece di giustificare e assolvere, a priori, chi per decisione della magistratura e non di qualche giornalista era finito sotto inchiesta, il mondo del vino di Montalcino, dal Consorzio ai singoli produttori, reagisse con grande dignità e orgoglio, chiedendo non di appianare tutto, di chiudere al più presto la vicenda, di “dimenticare”, ma di stabilire le effettive responsabilità, di compiere una distinzione netta tra una maggioranza di persone rispettose delle leggi, del buon senso, dei consumatori e una minoranza di furbetti.
Nel sogno le aziende sotto inchiesta pensavano bene, era proprio un sogno, di auto-sospendersi cautelativamente, a difesa del proprio nome e di quei patrimoni comuni che sono la denominazione Brunello di Montalcino ed il suo Consorzio, in attesa che la giustizia facesse il proprio corso.
Oppure, altra scena, che non ricordo perfettamente, vedeva, non so bene se fosse il presidente del Consorzio, o se fosse invece un nutrito drappello di produttori ad aver firmato un appello, e a renderlo pubblico alla stampa, chiedere pubblicamente loro di farsi da parte, proponendo la sospensione cautelativa delle aziende incaricate, le dimissioni dei membri del Consiglio di amministrazione del Consorzio eletti in rappresentanza delle aziende sotto inchiesta e addirittura un azzeramento della situazione in atto, sotto forma di un commissariamento del Consorzio e la nomina di un comitato di garanzia, formato da probiviri di indiscutibile autorità morale e indipendenza, incaricato di reggere le sorti del Consorzio sino all’assemblea per l’approvazione del bilancio e sino a che tutte le responsabilità non fossero state chiarite.
In questo sogno erano i produttori di Montalcino, piccoli e grandi, fieri del loro operato, preoccupati che il buon nome del Brunello, la sua credibilità, il suo prestigio, venissero tutelati, a prendere in mano la situazione, sotto forma di un comitato che pubblicamente, con tanto di firme raccolte, con i nomi delle aziende e dei proprietari in bella evidenza, facesse quello che il Consorzio non sta facendo o forse non può fare, comunicare ai consumatori, ai clienti, ai mercati, agli importatori, parlare, spiegare, fare chiarezza, essere trasparente, rassicurare.
Ribadire che quello del Sangiovese 100% di Montalcino per il Brunello resta un paradigma indiscutibile, che non v’è alcuna seria motivazione tecnica, enologica, viticola, commerciale, d’immagine per modificare il disciplinare di produzione, per aprire al contributo di altre uve e modificare, sostanzialmente, l’identità di un vino che il mondo vuole continui ad essere diverso dagli altri e non omologato o essere ridotto ad imitazione di un qualsiasi Super Tuscan.
In questo sogno i produttori di buona volontà, che sono tanti, la netta maggioranza, decidevano di prendere in mano il proprio destino - ricordo nitidamente una pagina del Corriere della Sera e una del New York Times da loro commissionata, una pagina dove spiegavano la loro posizione e soprattutto le loro intenzioni, una conferenza stampa convocata a Montalcino e una a Roma, una direttiva chiara sulla strada da seguire data all’agenzia incaricata di curare la comunicazione – e proponevano, a tutela del loro lavoro, alcune cose molto precise.
Innanzitutto una rifondazione (oddio una parola non molto di moda in questo momento a Montalcino ed in Toscana…) del sistema delle Commissioni di degustazione della Camera di Commercio di Siena incaricate di dare il nulla osta e l’idoneità ai vini che vogliono avvalersi della fascetta e proporsi sul mercato come Brunello di Montalcino Docg, perché possano operare con ancora maggiore rigore e professionalità, promuovendo solo i vini veri e fermando quelli non solo discutibili tecnicamente, ma quelli palesemente in contraddizione con il disposto del disciplinare di produzione.
Nel sogno, ancora, i produttori ed il Consorzio del Brunello, uniti e concordi, decidevano, a larga maggioranza, di sottoporre non solo i loro Brunello dell’annata 2003 che è attualmente in commercio e che in alcuni casi è finito sotto inchiesta, ma anche i vini delle annate che riposano in cantina e che verranno commercializzate in futuro, il 2004, il 2005, il 2006 ed il 2007 figlio dell’ultima vendemmia, e qualche vino, a campione, delle annate precedenti, 2002, 2001, 2000, a rigorosi controlli analitici.
Questo ad opera di un team di Università ed Istituti di ricerca, l’Università di Milano, l’Istituto di San Michele all’Adige, l’Università Cattolica di Piacenza, l’Università di Davis in California, qualche Istituto di ricerca in Germania, team che effettuate meticolose analisi, con le modalità ed i sistemi evidenziati recentemente da studiosi come il professor Mario Fregoni (leggi) ed il professor Attilio Scienza (leggi), analisi degli antociani o analisi degli isotopi dell’acqua, renderebbero i produttori ed il Consorzio in grado di garantire ai consumatori che quei Brunello sono effettivamente Brunello di Montalcino Sangiovese di Montalcino in purezza e non dei vini dove, per errore o per calcolo, per un insieme di disattenzioni in vigna ed in cantina, il Sangiovese si fosse mischiato ad altre uve che nel Brunello, in ogni Brunello di questo nome, non dovrebbero entrarci nemmeno lontanamente.
Era davvero un sogno vedere i produttori ed il Consorzio uniti, orgogliosamente determinati, attivi, partecipi, protagonisti della situazione venutasi a creare, intenzionati a voltare pagina e non silenziosi spettatori, impauriti ed incapaci di afferrare il toro per le corna e di trarre il positivo da una vicenda che sembrerebbe esclusivamente negativa, era un sogno sentirli parlare, scrivere, prendere posizione, distinguere il grano dal loglio.
Il mondo, fatto di consumatori innamorati del Brunello ma un po’ delusi per l’accaduto, disorientati e quasi traditi nel loro affetto, bisognosi di verità, sincerità, onestà, reagiva benissimo a questo atteggiamento, capiva che questa dichiarata volontà di trasparenza, questo scegliere volontariamente di sottoporsi ai controlli analitici i più meticolosi possibili, questo pagare di tasca propria, magari chiedendo aiuto a qualche benefattore e mecenate, a qualche ricco Brunello fan americano o russo, pronto a finanziare un’operazione di glasnost in difesa del vero Brunello, testimoniava a favore di un’assoluta buona volontà, di una determinazione ferma a non lasciare più spazio ad equivoci, coni d’ombra, zone grigie, silenzi che poi diventano, magari involontariamente, connivenze e coperture. Reagiva, il mondo dei wine enthusiast e aficionados, decidendo di premiare la stragrande maggioranza dei produttori seri, rinnovando, mediante gli ordini degli importatori, dei ristoranti, delle enoteche, gli acquisti dei semplici appassionati, le visite in cantina, la prosecuzione senza soluzione di continuità, di quell’allegro, variopinto, un po’ caciarone flusso di enoturisti che accorrono ogni anno a Montalcino spinti dal mito e dalla leggenda del Brunello e che costituiscono una parte considerevole di quell’economia di Montalcino che si fonda sul vino.
Nel sogno le presentazioni e degustazioni di Brunello (e dell’altro grande vino di Montalcino, il Rosso), organizzate da un rinnovato e attivo Consorzio in giro per l’Italia e nelle più importanti città del mondo, Londra, New York, San Francisco, Monaco di Baviera, Berlino, Bruxelles, Parigi (mais oui, perché anche les français assistano a questo ritrovato spirito del Brunello), Madrid, Mosca, presentazioni rese possibili anche con il contributo, organizzativo ed economico, dell’Ice, di un Ministero delle Risorse Agricole pronto a fare seriamente la sua parte, della stampa indipendente italiana ed estera, venivano letteralmente prese d’assalto.
Affollate festosamente da un pubblico di eno-appassionati desiderosi di capire, conquistati da tanto entusiasmo e volontà di spiegare, da un desiderio evidente di aprirsi, di essere casa di vetro in un mondo del vino sempre più globalizzato, che animava, nel sogno, i produttori di Montalcino.
In questo sogno nessuno, peraltro, si sognava di demonizzare, di umiliare sulla pubblica piazza, fosse pure quella del piccolo mondo di Montalcino, chi ha sbagliato. Una volta accertate, da parte della Giustizia italiana, le eventuali responsabilità, svolti i processi, decise le sanzioni, a chi non avesse rispettato le leggi e avesse fatto del Brunello personale uso e abuso per i propri interessi di bottega, veniva dato il tempo, dopo un periodo di esemplare espulsione dal Consorzio in cui non è consentito di commercializzare Brunello e Rosso di Montalcino, di rientrare nel regolare alveo produttivo, di riprendere a produrre e commercializzare Brunello e Rosso di Montalcino secondo le regole canoniche, che vedono il Sangiovese ed i terroir di Montalcino unici protagonisti del vino, di affrontare nuovamente, dopo un periodo, breve, di decantazione (uno-due anni) il responso dei mercati e dei consumatori.
Nulla di drammatico, solo il rispetto delle regole finalmente, e di quella elementare norma di buonsenso che, anche se siamo in Italia, prevede che chi ha sbagliato paghi e che le responsabilità dei singoli non abbiano a ricadere su una comunità di soggetti che le leggi vigenti hanno rispettato.
Era un sogno, solo un mio sogno, I had a dream, cari amici produttori di Montalcino, ma vogliamo fare in modo, con uno spirito un po’ visionario se volete, utopico e romantico, che questo sogno diventi realtà?
Perché non fare vostre le parole di Martin Luther King (leggi) ed esclamare, tutti insieme, I have a dream for Montalcino, sogno un Brunello pulito, trasparente, senza inganni, che tuteli il lavoro delle donne e degli uomini di buona volontà che ne sono protagonisti, il buon nome e la credibilità di un vino, il patrimonio collettivo di una denominazione, la possibilità di quel vino speciale, unico, inimitabile, di essere ancora, ma su basi più solide, un mito e una leggenda?
Potete farlo amici del vino di Montalcino, basta volerlo…

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Errata corrige: la Cerbaiona non è stata venduta. Doverosa precisazione e scuse

Da Diego Molinari, proprietario dell’azienda agricola La Cerbaiona in Montalcino, ricevo questa precisazione: “Per il beneficio dei lettori dichiariamo pubblicamente che l’Azienda Cerbaiona di Diego Molinari non è stata mai venduta”.
Di fronte a queste parole non posso che dichiarare pubblicamente e doverosamente: “alcuni giorni fa, con superficialità, ho dato la “notizia”, che mi era stata riferita da alcune persone da me ritenute degne di fiducia, che l’eccellente azienda di Montalcino La Cerbaiona, proprietà del Signor Diego Molinari, sarebbe stata venduta.
Nel riferire questa voce, inserita come commento che ho peraltro prontamente provveduto ad eliminare dal blog, volevo semplicemente dare una notizia e non certo nuocere all’immagine e al prestigio di una piccola realtà produttiva che ho sempre considerato tra le più importanti e serie di Montalcino e verso la quale nutro il massimo rispetto.
Prendo atto, come segnalato dal Signor Molinari, che questa voce non corrisponde al vero, che la Cerbaiona non è stata venduta, e che è tuttora saldamente nelle mani del suo storico proprietario. Chiedo pertanto scusa al Signor Molinari e ai lettori di Vino al Vino, per la voce non suffragata dai fatti da me riferita e ribadisco il mio massimo apprezzamento per l’azienda ed il suo proprietario, il cui operato non voleva né poteva in alcun modo essere collegato ai noti fatti relativi a Montalcino di cui la stampa e la magistratura si stanno occupando da tempo.
Volevo solo dare una “notizia” relativa ad un’azienda importante e seria, peccato che questa notizia non corrispondesse al vero. Mea culpa”.

f.z.

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Per capire Brunellopoli riguardatevi Mondovino

Voglio offrirvi una possibile chiave di lettura per capire quello che sta faticosamente, ma inesorabilmente, venendo alla ribalta a Montalcino, ovvero l’affermarsi, il legittimarsi, l’imporsi di un certo modo di fare il vino, ma che dico il vino, parlo del Brunello di Montalcino, che della tradizione, della storia, dell’identità del vino, delle regole, perdonatemi il francesismo, se ne frega altamente.
Una “filosofia” del vino commerciale, interventista, modernizzatrice, che nell’alibi del cosiddetto “mercato” trova tutte le giustificazioni al proprio modus operandi, e che se deve rendere il vino più appealing, perché piaccia a chi deve piacere, alla stampa che conta, ai consumatori più inesperti, agli importatori, non ha esitazioni di sorta.
Bene, per capire quello che è successo, a Montalcino, ma purtroppo in tante altre zone di produzione, in Italia e all’estero, basta rivedersi, come ho fatto io ieri pomeriggio, il film documentario, di denuncia e soprattutto di testimonianza, Mondovino di Johathan Nossiter (sito).
In questo film, presentato al Festival di Cannes del 2004, c’era già tutto, il racconto della “lotta spietata tra chi vuole difendere l’identità millenaria del vino e di chi rincorre il mercato mondiale”, l’ostinazione di chi difende un’idea del vino come manifestazione della cultura di un popolo, dell’orgoglio e di una dignità contadina, vigneronne e paysanne, l’arroganza di chi in nome dei soldi, del potere, del primato dell’economia, intende normalizzare la multisecolare civiltà del vino in nome di una globalizzazione che è solo appiattimento, morte della diversità, del gusto.
In questo documentario ci sono tutti, i resistenti, coloro che non si arrendono, che testimoniano un antico savoir faire, un garbo, uno stile, che si chiedono, come fa Battista Colombu “perché non dobbiamo campare anche oggi dignitosamente?”, che credono che esprimere un’identità nei vini equivale ad affermare un’identità e una libertà dei cittadini, il diritto di esistere di un mondo colorato e a più dimensioni, e gli eroi negativi coloro che vorrebbero, nel nome del business, imporre un pensiero unico, la dittatura di un gusto legittimato dal parere e dai punteggi di un guru (o presunto tale) americano.
Per capire quello che è accaduto a Montalcino vi invito a riflettere su quello che uno dei personaggi in assoluto più ridicoli di questa commedie humaine messa in scena con intelligenza da Nossiter, ovvero il responsabile dell’ufficio europeo di Wine Spectator, James Suckling, divertito e fiero di essere tutto vestito griffato, come riconoscimento per quello che la sua rivista e lui avrebbero fatto per il vino toscano, afferma parlando dei cosiddetti Super Tuscan.
Suckling dice: “loro sono andati oltre. Lascia stare le regole, lascia perdere. Quel che conta è fare il migliore vino con tutto quello che posso”.
E’ la folle illusione, il dettato autoassolutorio, la giustificazione ed il credo che hanno guidato non solo chi a Bolgheri o in altre zone della Toscana ha creato vini di assoluta invenzione, senza radici, senza storia (e con un respiro corto e una carenza di progettualità sempre più evidenti), ma anche di chi, a Montalcino, ha pensato, male, nell’indifferenza di troppi, che il Brunello potesse essere trattato come un Super Tuscan qualsiasi, modernizzato, interpretato, plasmato secondo il personale gusto e gli interessi di bottega, sconciato, ridotto ad essere un vino senz’anima, il cui fantasma ingombrante aleggia ormai, come un incubo, e come una condanna, sull’immagine, sulla credibilità, sul destino, del più nobile e prestigioso di Toscana.
Guardatevi di nuovo Mondovino ed il mio sgomento, guardando certe facce, ascoltando certi discorsi, non potrà che essere anche il vostro…

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26 Aprile 2008

Complete list of wine blog by Alder Yarrow (Vinography)

L’ottimo Alder Yarrow, inventore, deus ex machina etc di quel wine blog di riferimento che è Vinography (vedi) ha fatto una cosa straordinaria, che denota pazienza certosina e grande metodo.
Ha messo insieme e pubblicato (vedi) sul suo blog, nientemeno che una “complete list of wine blog” (leggi qui), suddivisa per categorie (blog in inglese, italiano, tedesco, giapponese, spagnolo, portoghese, cinese, ecc, blog di aziende, wine podcasts), con i link diretti ad uno sterminato elenco di “diari in pubblico”, o piuttosto fonti d’informazione indipendente, nei quali gli appassionati di vino di tutto il mondo possono trovare un’alternativa ad un’informazione diciamo “ingessata”, tanto per essere gentili, che regna oggi nel mondo del vino.
A Yarrow il mio grazie (e non solo per avere inserito questo blog nel suo elenco) e la gratitudine per questo fantastico lavoro di esplorazione e archiviazione della wine blogosfera che lui ha fatto. Thank you Alder!

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Ma con questa “squadra” come possono pensare di vincere?

Secondo le ultime indiscrezioni che appaiono sui giornali di oggi - leggi - questa potrebbe essere la squadra del nascente governo Berlusconi tris, uscito legittimato dal voto del 13-14 aprile.
Leggete i nomi:
Franco Frattini (Esteri); Roberto Maroni (Interni); Elio Vito (Giustizia); Ignazio La Russa (Difesa); Giulio Tremonti (Economia); Claudio Scajola (Sviluppo economico/Attività produttive); Maurizio Sacconi o Gianni Alemanno (Welfare, con un tecnico come sottosegretario alla Sanità); Mariastella Gelmini (Istruzione); Altero Matteoli (Infrastrutture); Luca Zaia (Agricoltura); Sandro Bondi (Beni Culturali); Paolo Bonaiuti (Rapporti col Parlamento).
Uniche novità, l’esclusione di Michela Vittoria Brambilla dal ruolo di ministro dell’Ambiente (affidato a Stefania Prestigiacomo) e l’ingresso di Raffaele Fitto e Angelino Alfano a due dicasteri senza portafogli (rispettivamente Affari Regionali e Funzione Pubblica).
Confermati Gianfranco Fini e Renato Schifani alla presidenza della Camera e del Senato e Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri capigruppo del Pdl a Montecitorio e a Palazzo Madama”.
Tolti alcuni nomi su cui francamente non avrei nulla da dire, Tremonti in primis, quindi Frattini, Maroni, Zaia, la Prestigiacomo, forse l’ex ministro della Regione Puglia Fitto, mi chiedo se possa davvero essere questa la “formidabile” squadra, se possano essere queste le intelligenze e le competenze con le quali si può pensare di vincere il difficilissimo “campionato” della situazione economica italiana e dare all’Italia un “buongoverno” capace e determinato che possa fare bene e durare una legislatura.
Con Bondi ai Beni Culturali, La Russa alla Difesa , Vito (ma chi è, che competenze ha?) alla Giustizia, la Gelmini all’Istruzione, Matteoli alle Infrastrutture, ci manca solo qualche giocatore del Milan ad un ministero inventato per la bisogna, e poi, “ciliegina sulla torta” Schifani, ho detto Schifani, lo ripeto, Schifani, alla seconda carica dello Stato, presidente del Senato, e Fini presidente della Camera?
Presidente Napolitano, faccia resistenza, si rifiuti di avallare e di dare la sua firma ad un governicchio politico e tutt’altro che competente del genere!
Dal canto mio, pur continuando a dichiararmi risolutamente di destra, ma di una mia idea di destra che questi non rappresentano minimamente, come sono felice di non aver avallato con il mio voto l’affermazione di questa maggioranza e del suo A.D. e padrone e la nascita di un governo, che solo a leggerne i nomi fa persino rimpiangere il governo Prodi (ed è tutto dire)!
Di fronte a questa armata Brancaleone come non esclamare “a ridatece Mastella”?

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25 Aprile 2008

Elmundovino.com sull’affaire Brunello di Montalcino

Esemplare, splendido articolo de mi hernano y amigo Juancho Asenjo, appassionato, competente conoscitore dei vini italiani (Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino in particolare) dedicato alla vicenda “Brunellopoli”.
Lo potete leggere, con il titolo di “¿ES FALSO, ES VERDADERO? La imagen del brunello, bajo sospecha”, leggete qui, sull’ottimo sito Internet spagnolo Elmundovino (sito).
Quante analisi del genere avrei voluto leggere da giornalisti italiani e residenti in Italia e invece, salvo rarissime eccezioni, non mi è capitato di leggere!
Hai perfettamente ragione, caro Juancho, quando scrivi “
Queremos transparencia y la verdad; la exigimos”, ovvero “desideriamo trasparenza e verità: la esigiamo” e quando ricordi un’evidenza solare, ovvero che “Una persona que compra una botella que lleva escrita la palabra Brunello di Montalcino en su etiqueta tiene el derecho a beber un brunello 100% sangiovese y no un ‘Super Tuscan’ o cualquier cosa distinta. Hay que preservar su identidad y los derechos del consumidor deben prevalecer sobre los gustos y los intereses del bodeguero de turno”.
Il che tradotto dalla bellissima lingua di Miguel de Cervantes Saavedra e di Pedro Calderon de la Barca (La vida es sueño) significa che “una persona che compra una bottiglia che riporta scritto in etichetta Brunello di Montalcino ha il diritto di bere un Brunello 100% Sangiovese e non un Super Tuscan o qualsiasi altra cosa. Bisogna preservare la sua identità ed i diritti del consumatore devono prevalere sopra i gusti e gli interessi del produttore di turno”.
Parole sacrosante, che è bello sentire ripetere da un bravo, coscienzioso e onesto giornalista spagnolo come Juancho, innamorato del Sangiovese e del Brunello, ma di quello vero…

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Brunello di Montalcino 2002 Il Colle

Continuo a trovare stucchevoli, ripetitive, assolutamente inadatte a portare quella chiarezza che sarebbe indispensabile e che il consumatore pretende, le rare prese di posizione – perché tutto, o quasi tace – che arrivano dal mondo produttivo di Montalcino di fronte al ciclone – lo scandalo dei vini “non conformi” o taroccati – che sta investendo (e sono persuaso investirà ancora per lungo tempo) la celeberrima località vinicola senese.
Invece di riconoscere che qualcuno ha sbagliato, invece di riconoscere che si è sbagliato (gesto che sarebbe quantomai opportuno e apprezzato da parte di chi si trova sotto inchiesta, evidentemente non per colpa di qualche magistrato ipercilioso, di qualche produttore “spione” o di qualche giornalista in cerca di notorietà, ma perché esistono dei ben precisi addebiti), si continua a cerca di sminuire, negare, ridimensionare, giustificare quasi, come se, accidenti, il buon nome e l’immagine non di un vino qualsiasi, ma di uno dei vini italiani più noti e apprezzati al mondo, non fossero stati attaccati dall’incoscienza e dall’egoismo di pochi.
Voglio citare due esempi di questa comunicazione che, alla fine, non comunica e indispettisce, di questo modo di dire eloquente, ma senza la trasparenza necessaria.
Il primo è un brano della lettera, inviata solo a parte della stampa, con la quale la proprietaria di Argiano (una delle aziende finite sotto inchiesta) ha comunicato il declassamento del proprio Brunello 2003 ad una Igt, fantasiosamente battezzata Il Duemilatre di Argiano.
Ha scritto la contessa Noemi Marone Cinzano:” Nelle ultime settimane il Brunello di Montalcino sta subendo pesanti attacchi alimentando polemiche che condizionano in modo negativo il lavoro svolto e il patrimonio costruito con il contributo di tutte le aziende della zona, oggi riconosciuto a livello internazionale. Il Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza e sostenendo la qualità dei prodotti con puntualità e perizia”.
Capisco benissimo l’imbarazzo di chi si trova nella condizione, ben poco simpatica, di dover declassare a Igt un proprio Brunello, subendo danni non solo commerciali, ma d’immagine (anche se, paradossalmente, questo vino declassato potrebbe godere di un effetto curiosità, con la gente a correre a provare come fosse questo vino che avrebbe potuto, ma non potrà essere Brunello…), e capisco altrettanto bene che al sangue non si comanda e che i legami di parentela inducono la proprietaria di Argiano ad ergersi a difensore dell’operato del Consorzio e del suo presidente, il conte Francesco Marone Cinzano.
Nonostante ciò, e di fronte ad un silenzio che continua ad essere assordante, allucinante, ingiustificabile, affermare, come fa la contessa Marone Cinzano, che il “Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza” appartiene solo al mondo dei sogni, delle pie illusioni, perché è proprio il Consorzio il grande assente, il convitato di pietra in tutti i discorsi, in questa vicenda.  Dal canto suo un’altra donna del vino di Montalcino, proprietaria di un’azienda che non è stata in alcun modo sfiorata da questa vicenda, Poggio Antico, ha rivolto una lettera “Ai nostri amici e clienti”.
Paola Gloder ha scritto: “Ci rendiamo conto che le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta. Il modo in cui le notizie sono state gestite e pubblicate, riportando anche informazioni non corrette e non fondate, hanno ingenerato una totale confusione nel pubblico.
Questo è del tutto inaccettabile. La stampa ha trattato le notizie combinando due distinti argomenti. Uno riguarda la scoperta di vino sofisticato scoperto in Puglia, prodotto per essere venduto ad un prezzo inferiore a 1 Euro al litro, e questo non ha alcuna relazione con Montalcino. L’altro riguarda il Brunello per una questione del tutto diversa. Relativamente alle notizie riportate sul Brunello di Montalcino, desideriamo informare che le indagini, per quanto ad oggi a noi noto, si basano sul sospetto che altre varietà di uve quali Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot prodotte a Montalcino - e pertanto sostanze non pericolose per la salute del consumatore - possano essere state aggiunte al Sangiovese per la produzione di Brunello di Montalcino.
L’utilizzo di diverse varietà di uve nel Brunello di Montalcino è proibita, poiché il disciplinare di questo vino richiede l’utilizzo del 100% di uve Sangiovese. Tali uve devono inoltre provenire da vigneti siti nel solo comprensorio del comune di Montalcino, i quali devono essere in aggiunta specificatamente iscritti all’Albo di produzione del Brunello di Montalcino, ed ottenere quindi una precisa autorizzazione alla produzione di Brunello rilasciata dalle autorità competenti.
Per chiarezza, va anche segnalato che le indagini in corso riguardano il Brunello di Montalcino prodotto da 5 specifiche aziende, e pertanto non coinvolgono l’intera comunità dei produttori del vino Brunello di Montalcino. Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio. E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo. In aggiunta, va anche detto che - per ora - non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere
”.
Mi spiace per Paola Gloder, che conosco come donna intelligente, ma usare ancora l’argomento, piuttosto spuntato, che “le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta” e affermare che “non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere” è scarsamente convincente, perché chiunque vivesse a Montalcino era perfettamente a conoscenza di una pratica diffusa, anche se limitata ad una minoranza di soggetti, di “Brunello” che da anni venivano spudoratamente taroccati con l’aggiunta di altre uve. Quali fossero e da dove provenissero è ancora cosa da accertare completamente, anche se credo che le indagini in corso, che continuano, riusciranno ad  acclarare.
Nessuno, nemmeno il più bischero e scalcinato dei giornalisti, si è sognato di mettere sullo stesso piano lo scandalo della criminale sofisticazione di bevande che con il vino non hanno nulla a che spartire e pur persuaso che “il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio”, oddio, tra quelli di maggior prestigio direi piuttosto, trovo assurdo che una produttrice, seppure preoccupata e accorata da quanto accade, scriva che “questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”.
Il sottoscritto, e altri, forse da Don Chisciotte o da romantici sognatori pensiamo invece che il Brunello, quello vero, vada difeso da quello presunto tale, che questo grande vino toscano debba continuare a profumare di Sangiovese di Montalcino, che non possa essere scambiato se assaggiato alla cieca e come tranquillamente accadeva con determinati vini che in etichetta spudoratamente riportavano il nome “Brunello” per vini fatti chissà dove e chissà con quali uve.
Noi chiediamo solo che parole come identità, tipicità, riconoscibilità continuino a fare rima con Brunello e con Montalcino e che chi invece in questi paradigmi non si riconosca, li considera stretti, obsoleti, inadatti alla propria filosofia, si accomodi altrove e faccia i vini, senza speculare e utilizzare un patrimonio comune che è quello del mondo produttivo, della storia del Brunello, che meglio crede.
Chiamandoli Sant’Antimo, la doc di “ricaduta” o piuttosto di soccorso e “asilo” per tante cose (chi l’ha voluta? Chi ha spinto perché nascesse? Chi ha piantato a Montalcino determinate uve e per farne cosa?) oppure Igt o Super Tuscan, o come diavolo vuole. Ecco perché leggendo le parole delle gentili signore Marone Cinzano e Gloder (due cognomi che peraltro di ilcinese hanno ben poco e che fanno capire come Montalcino sia ormai divenuto affaire soprattutto di tante persone venute da fuori, che magari l’anima toscana e ilcinese non conoscono o sentono propria) resto piuttosto indispettito.
Per calmarmi e ritrovare l’anima del Brunello e di questa terra bellissima che ho imparato ad amare abbastanza tardi nel mio percorso professionale passato attraverso lunghe frequentazioni franciacortine e altoatesine prima di trovare alveo ideale nella Langa albese e in questa parte di Toscana, ho pensato di stapparmi una bottiglia di un Brunello di un’altra azienda tutta al femminile, dove sono tre donne, Caterina Carli (nella foto dell’amico Roberto Giuliani), sua sorella Luisa e sua mamma, a condurre la danza e occuparsi di una produzione piccola per numeri, ma sempre più qualificata e paradigmatica nell’universo ilcinese.
Non un vino di un’annata grandissima, il Brunello 2002 dell’azienda agricola Il Colle, quello che mi sono stappato, prodotto una realtà che ha 35 anni di storia,
posta in località “Il Colle al Marchese” e che conta su sette ettari di proprietà e su una storia produttiva che risale al 1978, giusto trent’anni fa.
Eppure, anche in un’annata che nessuno ricorderà tra le più indimenticabili di Montalcino (e sarebbe bellissimo, come risarcimento morale, che l’annata 2008 diventasse un’annata super, cinque stelle, ma di quelle meritate e sonanti…), merito del Sangiovese, merito di uno stile produttivo lineare e preciso, merito di un “consulente” che è una garanzia assoluta e corrisponde al nome di Giulio “bicchierino” Gambelli, merito, posso dirlo?, di una moralità e di un’etica del fare vino, il risultato non ha mancato di confortarmi e di allargarmi il cuore facendomi, nei fatti e non a parole, per dichiarazioni generiche, che “Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente” tra i vini italiani di maggior prestigio. “E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”, nonostante gli scandali, i taroccamenti, le bischerate ed i tradimenti.
Colore rubino violaceo di media intensità, si svela progressivamente, a naso, passando da profumi fitti, selvatici, misteriosi, intensamente terrosi, con nitide venature minerali, di grafite, e poi ricordi di pepe, ginepro, e poi di pelliccia di animale e cuoio, ad una ciliegia selvatica, alla viola, al gladiolo, all’iris, alla macchia mediterranea.
Nitido, diretto, personale, incisivo, il bouquet, senza concessioni ruffiane alle mode, senza alcuna volontà di compiacere alcuno, ma solo di essere se stesso. 2002 l’annata, ma che bocca la bocca, scabra, essenziale, nervosa inizialmente, con un tannino, assolutamente non acerbo, né verde, ma intensamente e solidamente tannico, che poi lascia spazio, sostenendola e dandogli vigore e quasi spingendola, da propellente ampelografica, ad una struttura insospettabile, ampia, carnosa, piena di sapore, terrosa, viva, dalla lunghezza verticale e precisa mirabile.
Una forza, un’energia, una nitidezza d’espressione, un gusto, inconfondibilmente toscano e ilcinese, che solo il Sangiovese, cresciuto in questa landa benedetta da Bacco, può dare. Questo il Brunello che amiamo, che ci fa sognare, che ci fa aprire e scolare con gioia le bottiglie, che vorremmo, anzi, che siamo certi, avrà un futuro, finché persone dabbene, come i Carli, come gli appassionati che vogliono questi vini e non altri fasulli, ci saranno ad onorare Montalcino e il suo nome…

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