Vino al vino

26 gennaio 2012

Arnad Montjovet 2010 La Kiuva

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Ho già detto chiaramente, qui, e l’ho confermato inserendo la cantina nella mia selezione delle aziende per la seconda edizione del sondaggio sul migliore produttore di vino valdostano, in collaborazione con il blog Impresa Vda di Fabrizio Favre, che apprezzo molto e condivido l’impostazione data dal nuovo management tecnico della più meridionale (pardon, c’é la Cave di Donnas più a sud…) delle cantine cooperative della Val d’Aosta, la Kiuva.
Rimando alla lettura del precedente articolo, dedicato al Picotendro 2009, la spiegazione di cosa sia avvenuto in questa cave coopérative fondata nel 1975 che comprende 60 soci conferenti per un totale di 1000 quintali che controllano una quindicina di ettari vitati situati tra i 380 ed i 500 metri di altezza nella Bassa Valle attorno al borgo di Arnad, noto per il suo Lardo Dop oggetto di una festa che si svolge ogni anno ad agosto e richiama folle di appassionati di questo modo povero di utilizzare le infinite risorse del divin porcello.
Mi piace quello che sta facendo il bravo enologo albese Sergio Molino, e questo modo, da parte di una cantina che produce circa 70 mila bottiglie di onorare l’espressione in questa zona di quell’uva suprema che è il Nebbiolo, anche attraverso forme immediate, semplici, ma non banali come sono quelle rappresentate da una vinificazione e da un affinamento in acciaio e non in legno.
E così, dopo aver scritto del Picotendro, eccomi qui a parlare della Doc di riferimento della zona, l’Arnad-Montjovet DOC, rosso ottenuto da vigneti dislocati nei territori di Arnad e nei comuni limitrofi (Hône, Verrès, Issogne, Challand-Saint-Victor, Champdepraz, Montjovet), a base di Nebbiolo (min 70%), Dolcetto, Pinot Nero, Neyret, Freisa e Vien de Nus (max 30%) come recita il disciplinare di produzione.
La Kiuva ne produce due versioni, una base, affinata in acciaio e una Supérieur, che prevede affinamento in legno. A me, provate entrambe, e riconoscendo la superiore curatura della versione più importante, che è più larga, ha più spalla, polpa e impegno, è piaciuta particolarmente, da “provinciale” quale sono, amante anche dei vini più immediati e schietti, quelli che se “la tirano” meno e sono scopertamente pensati per essere bevuti (a tavola) senza tante storie, è piaciuta particolarmente, di annata 2010, la versione base, 12 gradi e mezzo di alcol.
Una versione che dichiara un uvaggio composto per il 70% da Nebbiolo, ed il restante 30% suddiviso tra Gros Vien, Neyret, Cornalin e Fumin. Uve raccolte a mano in cassette da 20 chilogrammi, vinificazione tradizionale a cappello emerso con lunga macerazione delle vinacce 10-15 a temperatura controllata  tra 28° e 30° e affinamento di otto mesi, 2/3 in acciaio e solo 1/3 in legno, più sei mesi in bottiglia.
Servito leggermente più fresco di quello che normalmente si serve un Nebbiolo e abbinato con soddisfazione a dei maccheroncini con ragù di funghi (voi potrebbe abbinarlo anche ad antipasti di salumi, primi piatti con ragù di carne, grigliate di carne, involtini, polpette, ecc.), ho trovato questo Arnad-Montjovet 2010 ben riuscito con il suo colore rubino brillante, il naso vivo, varietale, succoso, al profumo di lamponi e ribes, con accenni di liquirizia, pepe, erbe aromatiche, accenni di cuoio e terra, a comporre un insieme vivo e di bella plasticità e freschezza.
Bocca altrettanto viva, fresca, con bella polpa pimpante, con una certa rotondità di espressione anche se il tannino del Nebbiolo è sempre giustamente presente a scandire il ritmo, senza ruvidezze, ma presente, una bella ricchezza di sapore che non impedisce di cogliere la scabra petrosità del Nebbiolo di montagna, il suo carattere piacevolmente terroso, il suo garbato “pugno” (o pizzicotto) in un guanto di velluto…

La Kiuva società cooperativa
Fraz. Pied de Ville, 42 – 11020 Arnad (AO)
tel. 0125.966351 fax 0125.966755
e-mail : info@lakiuva.it
Sito Internet www.lakiuva.it

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25 gennaio 2012

IGT Sicilia Incanta 2010 Buona qualità ma una presentazione anonima e misteriosa

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Quella del vino di cui vi parlerò è una storia davvero singolare. Sono arrivato a questo vino in modo molto particolare.
Qualche tempo fa ho ricevuto una e-mail che diceva: “Vogliamo coinvolgerti  per avere il tuo parere sulla nostra selezione di vini. Principe Ibleo è una famiglia di selezionatori dalle antiche origini; la nostra storia inizia nel 1663. Da secoli curiamo la qualità dei nostri prodotti attraverso la conoscenza diretta di piccoli produttori locali. Storie di profonda amicizia, collaborazione, molto spesso di rapporti fraterni.
Ora stiamo iniziando un nuovo percorso online, conosciamo il tuo blog e leggiamo con interesse i tuoi post. Saremmo felici accettassi di partecipare al nostro progetto “Tasting Principe Ibleo”.
Potrai scegliere una delle nostre etichette ispirate alla storia, tradizioni e leggende del nostro territorio. Se hai voglia di degustare i sapori della nostra terra aderisci a questa iniziativa e in pieno spirito 2.0 ti spediremo la tua bottiglia preferita. Saremmo felici di leggere il tuo parere e condividere quest’esperienza con i tuoi lettori.
Il progetto ha inizio  il 15 Novembre terminerà a fine Dicembre 2011” Stiamo invitando i dieci blogger europei  che seguiamo e leggiamo sempre con piacere ed interesse, tu sei proprio uno di questi e vorremo coinvolgerti nel nostro progetto. Un saluto Andrea e lo Staff di Principe Ibleo”.
Dopo qualche tempo, una volta arrivata la bottiglia che avevo scelto, denominata “Incanta: blend di Grillo e Zibibbo”, mi è arrivata una seconda mail: “Sono curioso di sapere innanzituto se hai ricevuto la nostra bottiglia di vino che ti abbiamo inviato per il progetto TASTING PRINCIPE IBLEO; hai già avuto modo di assaggiarne il contenuto? Qual è stata la tua prima impressione? Mi piacerebbe sentire personalmente il tuo commento a riguardo; se anche a te fa piacere potremmo sentirci via skype per fare due chiacchiere!
Se preferisci, puoi anche scrivere il tuo personale commento e pubblicarlo direttamente sul tuo blog, oppure puoi scrivere il tuo parere direttamente a me; sono ansioso di sapere quando, come, con chi e con che abbinamenti gastronomici preferiresti bere un vino Principe Ibleo”. Il tutto sempre a firma “Andrea e lo Staff di Principe Ibleo”.
Confesso che per qualche tempo ho dimenticato la bottiglia in cantina e mi ero dimenticato dell’impegno di provarlo e di scriverne entro il 2011. Questo finché qualche giorno fa, decidendo di abbinarlo, con successo, ad un piatto di orecchiette con broccoletti, con le strepitose orecchiette dell’Agricola Del Sole della famiglia Casillo, ho stappato la bottiglia e visto che il vino mi era piaciuto, come vi racconterò, ho provato a saperne di più.
Ho così scoperto dal sito Internet che quella denominata Principe Ibleo è una linea di vini siciliani, e che quello che avevo degustato io, l’Incanta, annata 2010, è una Igt Sicilia mix di un 85% di uve Grillo e 15% di uve Zibibbo. Ma al di là delle belle parole che ho trovato sul sito, relative alla “mission” del Principe Ibleo, marchio che “nasce in Sicilia nel lontano 1663 quando il “Principe Alessandro Della Torre”, Capitano di Fanteria spagnuola e Maestro Razionale del Reale Patrimonio, per festeggiare la sua investitura a Cavaliere, commissiona il “SOVRANO”,  il primo vino del Principe Ibleo”, ovvero “Creare uno stile di consumo nuovo portando i prodotti del Principe Ibleo al di fuori della sfera locale. Partecipare ad eventi che si svolgono in luoghi dove è bello socializzare e creare nuovi accostamenti di gusti per rispondere meglio ai nuovi bisogni dei consumatori moderni. Portare lo stile del Principe Ibleo sulla tavola del pubblico internazionale per condividere la qualità e la storia dei suoi prodotti attraverso strumenti tradizionali ma non convenzionali. Espandere lo stile del Principe Ibleo dall’Italia all’Europa: ritrovare, rievocare e condividere la storia, la terra e la cultura tipica locale per meglio apprezzare un prodotto di eccellenza”, non sono riuscito a capire granché a quale tipo di azienda e di produttore mi trovassi di fronte.

Una prima ricerca su Internet, che mi ha portato su questo sito, mi ha fatto capire di trovarmi dinnanzi ad una sorta di “lancio del brand Principe Ibleo impostando una strategia di sviluppo, comunicazione e marketing integrata volta a creare una solida identità e reputazione online”, fatto con l’obiettivo di ”lanciare sul mercato nazionale e internazionale il marchio Principe Ibleo attraverso tecniche di sviluppo, web design, web marketing e social media marketing”.
E poi, dribblando fantasioso racconto storico dalla parvenza molto leggendaria, e racconto su cosa sia oggi Principe Ibleo, marchio che contraddistingue una selezione di vini tutta siciliana e “rispecchia la terra e la cultura della gente dove il prodotto è stato coltivato ed affinato.
Per riconoscere un prodotto del Principe Ibleo bisogna ritrovare nel suo gusto la storia, la terra e la cultura della eccellenza enogastronomica italiana.
È grazie alla volontà di Antonio Catania, diretto erede della casata, che oggi è possibile condividere la bontà dei prodotti e la qualità del marchio Principe Ibleo, anche al di fuori dell’Italia”, basandomi sulle indicazioni presenti sulla retroetichetta del vino e sul sito ho scoperto di trovarmi di fronte a qualcosa che non avevo mai incontrato.
Il nome della società, Poshrascals srl Unipersonale con sede a Padova, designerebbe “una società con esperienza decennale attiva nella distribuzione e personalizzazione di gadget e merchandising in ambito promozionale pubblicitario e sportivo. I servizi di personalizzazione offerti sono vari: dalla stampa digitale, serigrafica di logo e immagine alla completa personalizzazione dell’oggetto di merchandising”.
Elementi, questi, tali da farmi perdere ogni volontà di scrivere del vino, come pure il prezzo dichiarato nell’area di vendita on line del vino, 14,90 euro, francamente eccessivo ed ingiustificato (per me un prezzo calibrato sarebbe stato intorno ai 7-8 euro massimo) nonché le note di presentazione che parlano (a sproposito) di “vino internazionale di grande classe che a tavola si sposa con il mare; di grande piacevolezza e ottima persistenza richiama l’allegria di un freschissimo e vivace momento di condivisione tra amici di lunga data”.
Però, accidenti, il vino mi è piaciuto, senza se ne ma, ha funzionato a perfezione sul piatto di orecchiette con i broccoletti, si è fatto bere e allora ho pensato ugualmente di parlarvene, anche se con le riserve sopra espresse.
La scheda tecnica parla di uve provenienti da vigneti a 225 metri di altezza sul livello del mare, di un grado alcolico molto bilanciato di 12 gradi, di tecnica di vinificazione “in iper-riduzione.
Dopo la diraspatura, le uve vengono criomacerate per circa 18 ore ad una temperatura di 8°c per una maggiore estrazione degli aromi”, di una resa di 70 quintali per ettaro da vigneti a controspalliera, e allora eccovi, a titolo di cronaca, le mie impressioni.
Colore giallo paglierino scarico, brillante, metallico, traslucido con leggeri riflessi verdolini, naso molto incisivo, fresco, nervoso, di sicura personalità, molto accattivante, pulito, appealing, con precisa vena salata e minerale, note di pietra focaia, sfumature di agrumi e di fiori bianchi, di mandorle a comporre un insieme di grande finezza.
Al gusto si viene subito colpiti e conquistati da un attacco ben secco, nervoso, di gran nerbo vivo e scattante, molto composto e preciso, e anche se il vino non denota una grande ampiezza e d un particolare peso si riscatta e si fa assolutamente apprezzare per il suo spiccato carattere minerale e direi anzi petroso, per la sua grande freschezza e verticalità, per la persistenza lunga e salata che lo rendono un ideale aperitivo e accompagnamento a tavola di piatti a base di pesce o primi piatti con verdure.
Un vino dotato di un’indubbia grazia espressiva, di un equilibrio, che meriterebbero di essere valorizzati da una proposta (commerciale e d’immagine) meno anonima e misteriosa…

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24 gennaio 2012

WineWebNews 24 gennaio 2012 Negli States è scoppiata la Moscato mania

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Dall’Italia

Ma siamo proprio sicuri che l’Amarone debba ancora crescere?
In prossimità dello svolgimento dell’Anteprima Amarone 2008 in programma a fine mese a Verona Angelo Peretti sul sito Internet Gourmet torna ad interrogarsi sulla crescita vorticosa dell’Amarone, che io preferisco chiamare “amaronizzazione” della Valpolicella e ricorda alcune analisi che risalgono al 2006, momento di avvio “di quella corsa che ha portato l’Amarone a crescere, crescere, crescere. In quantità e in prezzo”.
E citando le analisi di un professore universitario ricorda che questi “aveva previsto che lo spazio c’era, e lo scrisse in un libretto che probabilmente pochi hanno letto. Spiegava che la Valpolicella poteva spingere sull’acceleratore perché godeva di vantaggi strutturali che altri non mostravano di avere”. Ma questa spinta ha portato anche a produrre troppo e a fare decise frenate e marce indietro.
Perché mai l’Amarone (della Valpolicella) dovrebbe nuovamente tornare a crescere ora? Leggete qui

Montepulciano vino da tempi difficili
Suggestiva la valutazione che la giornalista americana Megan Headley fa sul sito americano, della Virginia precisamente, Internet C-Ville.com.
Dopo aver tracciato un ritratto molto positivo, completo ed esaustivo del Montepulciano d’Abruzzo e delle sue caratteristiche, lo definisce senza esitazioni “A budget-friendly Italian red you’ll love”, un vino dal costo amichevole da amare e scrive: “If ever there were a wine that could answer our prayers in this winter and economy of discontent, it would be Montepulciano d’Abruzzo. It’s red, alcoholic, consistently tasty, meant to be drunk young, divine with weeknight pasta, and best when it’s under $15”.
E poi “some producers are restricting yields and using longer oak-aging in more expensive bottlings, but I think “fancy” Montepulciano d’Abruzzo misses the point. It should be like your favorite sweater or your oldest friend—easy, comfortable, reliable, forgiving, and always makes you feel like everything’s going to be O.K.”.
In altre parole sostiene che il Montepulciano é la migliore risposta alle richieste dei consumatori in cerca di buoni vini risparmiosi in questa difficile epoca di crisi e crea l’illusione che tutto vada bene anche se effettivamente le cose non sono poi così ok… Leggete qui

Chianti Rufina Selvapiana o della platonica idea di bellezza

Celebrazione entusiastica di un Chianti Rufina 2009 da parte del top wine blogger statunitense Jeremy Parzen sul suo blog Do Bianchi. Jeremy racconta la trasformazione del vino da quando è stato aperto e appariva “so tannic, dense, and chewy on the palate that your first impulse is to recork it and put it down for another few years”, ovvero come un vino chiuso e bisognoso di altri anni di riposo in bottiglia, a quando dopo una breve areazione “the wine starts to reveal its gorgeous ripe red and berry fruit, its ethereal mouthfeel aligning with its bright, translucent granite color”, fino a quando il fondo di bottiglia, l’ultimo bicchiere, un paio di giorni dopo, si svelava come una “platonica idea di bellezza, una quintessenza di quel che un vino (perfetto da abbinare al cibo) appare a suo avviso: “the wine appeared to me as a Platonic ideal of beauty, the quintessence of what fine (food-friendly) wine should be in my view: bright, bright acidity, balanced alcohol (around 13%), a nose reminiscent of dewy pine, and ripe plum and black cherry”.
Una descrizione poetica che designa davvero un grande vino. Leggete qui

I migliori vini rossi dell’anno secondo Tom Hyland
Per chi volesse conoscere quali siano stati i migliori vini rossi del 2011 secondo un affermato wine writer e wine blogger statunitense, sarà interessante la lettura, sul suo blog Learn Italian Wines, del primo post che Tom Hyland from Chicago dedica ai suoi vini del cuore dello scorso anno. Tra loro 6 Barolo 2007 e 4 Barbaresco 2008. Leggete qui

Vini valdostani da conoscere

Sul suo omonimo blog il wine writer statunitense di origine italiana Charles Scicolone parla con entusiasmo di una serie di vini valdostani come Blanc de Morgex, Torrette, Fumin degustati recentemente a New York vini espressione di “some interesting grape varieties that are not very well known in this country such as: Prié Blanc, Cornalin, Fumin, Petit Rouge and Moscat Petit Grain”. Ed è simpatico vedere che anche nella Grande Mela i vini della Vallée si fanno onore. Leggete qui

Moscato superstar negli States
Sorprendente report della wine writer americana Lettie Teague sulla sezione On wine del Wall Street Journal. La giornalista si lascia andare ad una previsione: “The hottest wine of 2012 will be Moscato. Just like it was in 2011”, ovvero il vino “più caldo”, quello su cui puntare nel 2012, sarà il Moscato, le cui vendite nel 2011 negli States sono cresciute del 78%.
Grandi produttori americani come Gallo e Trinchero stanno cercando Moscato nel mondo per poter rispondere alle richieste. Secondo un importatore californiano, solitamente ben informato, la Gallo ha acquistato tutto il Moscato disponibile in bulk, in cisterna, nel Nord Italia, soprattutto quello piemontese.
Alcuni osservatori statunitensi giudicano l’attuale corsa al Moscato simile alla moda dei wine-cooler prodotti con vino e succo di frutta, prodotti che passarono presto di moda.
Secondo altri osservatori, invece, come Danny Brager, vice presidente della Nielsen’s alcohol research team, quello del Moscato è un caso assolutamente a sé, un qualcosa che non ha mai incontrato in dieci anni di analisi dei trend del vino. Sicuramente quello della scoperta del Moscato negli States è un tema su cui varrà la pena tornare nel corso dell’anno… Leggete qui e poi ancora qui

Vin Santo celebration
Ancora un wine writer americano di origini italiane, Alfonso Cevola, ed il suo blog On the wine trail in Italy, per un articolo di grande poesia che celebra uno dei più misteriosi e tipici vini italiani, il Vin Santo Toscano. Come scrive Alfonso, “We all seem to think Chianti or Vino Nobile or Brunello are the quintessential expressions of Tuscan, and to a greater extent, Italian wine. But that night, Vin Santo was the full moon in the sky shining brighter than all the rest.
And don’t take it wrong, this isn’t a “Vin Santo is better than Chianti” kind of assertion. Far from it. No, the spirit of the evening, the perfect storm of wine and service and respect and the weather, and yes, the full moon above might have had something to do with it too. But in that brief moment, a flash it was, and with it Vin Santo appeared to me to be the perfect symbol for the spirit of Tuscan wine”.
Basta un momento magico e una grande bottiglia per scoprire che il Vin Santo può essere “il simbolo perfetto dello spirit del vino toscano”. Altro che Super Tuscan, vini di Bolgheri e Brunello modern style! Leggete qui

Dall’estero

Sommelier protagonisti in New Zealand
Anche in questa nuova edizione delle WineWebNews su Vino al vino non mancherò di dare lo spazio che merita alla figura del sommelier e al suo ruolo centrale nella comunicazione sul vino oggi.
Lo spunto mi arriva da un articolo del giornalista Jo Burzynska pubblicato sull’edizione on line della New Zealand Herald dedicato alle nuove Superstars della wine industry, tra cui i sommelier, che non vengono più visti come semplici camerieri che suggeriscono i vini, ma come figure chiave nella gestione di un ristorante che aspiri ad una proposta intelligente di vini. Secondo “Cameron Douglas, New Zealand’s only Master Sommelier. “But we’re getting there as more restaurants recognise the role’s value”. A suo avviso il sommelier non deve essere saccente o mostrare di saperne di più degli ospiti, “The sommelier should never give the impression they know better, but subtly recommend and educate if guests are interested,” asserts Therese Herzog of Marlborough’s Herzog Restaurant, one of the few establishments outside Auckland with a sommelier. “Most of our guests love to learn about a new grape varieties or how a wine is grown or made”, perché molti clienti apprezzano la possibilità di saperne di più su nuove varietà e nuovi vini.
E oggi nel Paese dei kiwi, la vecchia scuola di sommelier lascia il posto ad una “new wave of young, widely travelled and open minded professionals driven by a desire to share their passion for the product rather than use their knowledge to intimidate their customers”. E negli Stati Uniti ed in Australia molti sommelier, ormai considerati indispensabile parte della proposta di ogni ristorante degno di questo nome “are increasingly being viewed as cutting edge opinion leaders.
This is something recognised by New Zealand’s wine industry, which regularly flies over Aussie “somms” to keep the country’s wines at the forefront of their recommendations”. Secondo “Jeremy Ellis, a New Zealander who has been working as a sommelier for more than a decade agrees ” the role of sommelier is incredibly relevant, even more so as people’s wine knowledge broadens, but generalises in the same moment,” he observes. “The diplomacy in communicating and guiding such people is becoming more and more important, especially in restaurants with broad wine lists.” E così promossi ormai ad opinion leader, a comunicatori ed educatori, i nuovi sommelier si fanno ampiamente onore. Leggete qui

Ma gli organic wines sono davvero migliori?
Stimolante intervento di Daniel Duane su Men’s Journal sul tema dei vini naturali o “organic wines”. A suo avviso la menzione di “organic” sparata in etichetta  non garantisce una qualità migliore e si deve piuttosto dire che “organic has become a magic word”, e così molte aziende vinicole stanno spendendo ingenti somme per riconvertirsi a produttrici di vini organici: “Some eagerly splash the word all over their labels, but others hardly bother to tell anyone”. In etichetta appaiono sempre più spesso menzioni tipo “100 Percent Organic Wine, Made From Organically Grown Grapes, Sustainably Farmed Wine, and Biodynamic Wine”.
Questo anche se molte aziende temono ancora di dichiarare apertamente in etichetta che si tratta di vini prodotti in modo organico o biodinamico: “worried that consumers might be turned off and perceive the wine as low-quality hippie juice. The moral of the story: Don’t fear words like organic and biodynamic. They’re now seen on some excellent wines. But if you care about good wine, don’t buy exclusively organic or you’ll miss out on some terrific Earth-friendly vintages”. Leggete qui

Mercato del vino Usa: i piccoli possono sperare?
Incoraggiante analisi di Fabio Nanni, consulente per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese del settore vitivinicolo, sul suo nuovo blog Wine Marketing Digest, sulle prospettive del mercato del vino negli States.
Come scrive, “dal mio personale punto di vista possono ritenersi incoraggianti soprattutto per i piccoli-medi produttori di vini di qualità, che hanno scelto gli Stati Uniti come mercato target.In particolare dai dati presi in analisi dalle fonti Wines & Vines e Wine Business (sulla base di dati Nielsen), è evidente che il consumo di vino negli States non conosce crisi, neppure alla luce del contesto macroeconomico dell’ultimo biennio.
Si nota un incremento in valore del 33% rispetto al 2010, che rispecchia un aumento del 21% delle quantità vendute connesso ad un aumento di circa il 10% della media prezzo delle bottiglie”. A suo avviso questo significa che “oltre a spendere di più per una bottiglia di vino, il consumatore americano presta particolare interesse a vini più ricercati, venduti al dettaglio, piuttosto che a prodotti maggiormente di massa”. Pertanto non sembrerebbe “troppo azzardato ritenere che i due fattori analizzati, 1-propensione alla spesa e 2-propensione all’acquisto al dettaglio, possano essere del tutto incoraggianti soprattutto per i produttori medio-piccoli. Coloro che mettono tutta la loro passione nella produzione di vini di qualità, sia essa espressione di un territorio o di una personalissima filosofia”. Leggete qui

Usa primi consumatori di vino al mondo
L’analisi ottimistica espressa da Fabio Nanni trova conferma nei dati contenuti nell’edizione on line del Daily Mail. Come si legge, “Americans consumed the equivalence of 3.73billion bottles of wine in 2011, making it the top global consumer of fermented grapes. Old World wine drinkers came in next, with Italy, France, and Germany coming in second, third, and fourth places, respectively”.
Gli americani si confermano come primi consumatori di vino nel mondo, lasciando al secondo, terzo e quarto posto Italia, Francia e Germania. I consumi di vino crescono soprattutto nel Nuovo Mondo e in Oriente: “The report, released by trade show Vinexpo and International Wine and Spirit Research, revealed that the New World and the Far East greatly increased their consumption in recent years”.
Secondo lo studio in Cina il consumo di vino dovrebbe crescere di più del cinquanta per cento nei prossimi quattro anni: “The country is expected to grow more than 50 per cent in the next four years”. Leggete qui

Ancora sui consumi di vino
Un altro articolo pubblicato sul sito Internet australiano Adelaide now, fornisce altri dati sull’analisi sui consumi di vino nel mondo. Negli Stati Uniti i consumi dovrebbero salire del 10 per cento tra il 2011 ed il 2015, mentre nello stesso periodo Cina e Hong Kong dovrebbero crescere del 54,3%. Entro il 2015 i bevitori americani dovrebbero consumare 13 litri pro capite, mentre in Cina la media dovrebbe arrivare a quota due libri. Questo mentre in Francia, Italia e Regno Unito i consumi calano rispettivamente del 4,4, 2,7, 4,3% e solo la Germania cresce, del 2,1 per cento. Anche i consumi di vino mondiali dovrebbero crescere: “Global wine consumption is predicted to grow 6.2 per cent between 2010 and 2015, reaching 34.1 billion bottles, an increase of two billion bottles”. Leggete qui

Brasile nuova frontiera del vino

Sono in molti ormai a puntare sul Brasile come il Paese su cui puntare per vendere vini. L’ultimo in ordine di tempo è il wine writer e wine blogger americano W. Blake Gray che sul sito Internet americano Palate Press definisce il Brasile “the next great frontier for the wine world”. Alcuni dati che Blake Gray fornisce (corredandoli con impressioni di degustazione su vini brasiliani da lui degustati e sulla produzione di vino nel Paese carioca) sono molto interessanti: “Brazil now drinks just 1.6 liters of wine per capita per year—significantly less than some Muslim countries like the Maldives and United Arab Emirates, according to the Wine Institute. By comparison, the US drinks 9 liters per capita per year. Most European countries drink more than 20 liters per year. But Brazil’s population is huge — 200 million, about the same as France, Spain, Portugal, Italy and the Netherlands combined. But Brazil’s population is huge — 200 million, about the same as France, Spain, Portugal, Italy and the Netherlands combined. And unlike the US, where 1/3 of the adult population doesn’t drink alcohol, Brazilians love to drink; Rio de Janeiro is practically a 24-hour party. Combine that witha strong economy and increasing interest in the world outside, and you have the right recipe for a hot wine market”. Insomma quello tra Brasile e vino é un love affair da prendere seriamente in considerazione.. Leggete qui

Arrivederci alla prossima settimana e buona lettura!
Franco Ziliani

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Magno Megonio Val di Neto rosso Igt 2008 Librandi

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I vini di Radici del Sud secondo Franco Ziliani

Ci saranno novità importanti, come si legge in questo comunicato diffuso dall’ideatore e deus ex machina della manifestazione, Nicola Campanile, nell’edizione 2012 della rassegna Radici del Sud, festival dei vitigni autoctoni, alla quale si sta già lavorando.
La formula prevede ancora la presenza di vini da vitigni identitari e tradizionali di Puglia, Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia, ma accanto alle cultivar classiche e a quelle ammesse per la prima volta nel 2011 (ovvero Falanghina, Gaglioppo, Nero d’Avola), nella prossima edizione saranno ammessi nuovi vitigni, il Magliocco per la Calabria, il Fiano per la Campania e il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio per la Sicilia.
E per salutare questa novità ho scelto un vino di Radici del Sud che verrà, perché sono sicuro che non potrà mancare ai nastri di partenza dell’edizione del prossimo giugno e che sarà sicuramente tra i protagonisti.
Se oggi in Calabria si è tornati a parlare e soprattutto a lavorare su un vitigno come il Magliocco e sulla sua “babele linguistica”, visto che “Greco nero, Lacrima nera, Arvino, Maglioccone sono solo alcuni dei sinonimi con cui è conosciuto il Magliocco in Calabria, vitigno autoctono presente in tutto il territorio della regione”, è indiscutibilmente per merito di quel produttore che se pure il panorama produttivo di questa bellissima regione si è arricchito di nuove presenze continua ad essere il produttore simbolo e di riferimento della Calabria tutta.
Parlo dell’azienda dei fratelli Antonio e Nicodemo Librandi, e ormai dei loro eredi, con sede a Cirò marina, un’azienda forte di qualcosa come 230 ettari di vigneto tra la Doc Cirò, la Doc Melissa e l’Igt Val di Neto, che vanta una produzione superiore ai 2 milioni e mezzo di bottiglie distribuite, oltre che in Italia, in 32 Paesi con una percentuale relativa all’export pari al 45%.
Sul Magliocco i Librandi, come scrivevo ad esempio qui, su WineReport, nel 2005, vantano un’indiscutibile lavoro da pionieri, con una sperimentazione sul vitigno che si è tradotta, a partire dall’annata 1995, nella produzione di un vino, il Magno Megonio, universalmente considerato come uno dei più interessanti e qualitativamente rilevanti vini da antichi vitigni prodotto in Italia.
Lavoro impostato, su precise basi scientifiche e con progetti organici, già nel 1998, che “si è tradotto dapprima nell’allestimento di un semenzale con varietà a bacca rossa calabresi, quindi nella selezione e messa a dimora, in un “giardino varietale”, di qualcosa come 126 varietà calabresi recuperate in tutta la Calabria.
I Librandi non hanno avuto alcun dubbio sull’enorme potenziale e sul futuro di questa cultivar di antica coltivazione in Calabria: peso medio del grappolo contenuto in 150, 200 grammi massimo, vigoria media, buona tolleranza alle avversità climatiche e alle principali malattie crittogamiche, in particolare modo al marciume, e poi “elevato tenore polifenolico e in tannini”, buona acidità totale, struttura ed eleganza che lo rendono idoneo all’invecchiamento.
Il Magno Megonio, che prende il nome dal centurione romano che circa 2.000 anni fa coltivava la terra su cui oggi sorgono le viti dell’omonimo vino e che, per primo, lasciò testimonianza scritta della qualità della viticultura locale, è entrato in commercio, con l’annata 1999, dopo la prova in magnum annata 1995 e una piccola produzione targata 1998.
In passato veniva usato esclusivamente in uvaggio, a causa della sua forte tannicità e di una certa rusticità. Coltivato inizialmente nell’area ionica, nell’areale di Strongoli e della Val di Neto, in Calabria, oggi il Magliocco è presente in aree diverse. Tornando al Magno Megonio, lo definirei un vino difficile da paragonare ad altri, sicuramente lontano anni luce da troppi vini moderni del sud che rinnegano il nobile vernacolo degli avi per tentare di masticare uno zoppicante inglese “brucculino”, più che di Brooklin che li rende patetici e incerti apolidi della viticoltura e dell’enologia, totalmente privi d’identità e infine falsi.
Coltivato nell’azienda Rosaneti in agro di Rocca di Neto / Casabona, su terreno argilloso calcareo, con un sistema di allevamento ad alberello basso, con 5000 piante ad ettaro, che assicura una resa contenuta in 65 quintali (40 ettolitri) ettaro.
La vinificazione prevede la fermentazione in acciaio termo condizionato con una macerazione di quindici giorni e un affinamento in legno, di 16 mesi circa in barriques di Allier seguita da un riposo in bottiglia prima della commercializzazione.
L’annata 2008 degustata ora si propone con un colore rubino violaceo intenso, ricco e denso, ma non impenetrabile, nel bicchiere, un naso fitto, caldo, assolutamente mediterraneo, di grande presa e intensità, con frutta matura, prugna e ciliegia soprattutto, liquirizia, mirto, pepe nero, bosco, e un inconfondibile accenno di peperone giallo grigliato e sfumature minerali. Bocca ricca, piena, di ampia consistenza terrosa, con un tannino maschio, ma non aggressivo, centrale, che si fa sentire, con una piacevole contenuta ruvidezza che si stempera in un bellissimo frutto succoso, di grande polpa, ma vibrante e privo di toni sovramaturi, con grande intensità di sapore, pienezza e persistenza lunga.
Un grande vino che vi farà ricredere ampiamente sulla capacità dei vini del Sud e della Calabria in particolare, di essere eleganti e di classe. Gustatevi questo grande rosso meridionale e calabrese, giustamente compiaciuto di essere tale, su un grande e succulento piatto di carne, capretto, cacciagione, e carni rosse in particolare, su orecchiette con ragù d’agnello, su umidi con funghi o preparazioni saporite arricchite dal tartufo. Sarete veramente soddisfatti.

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23 gennaio 2012

Collio Bianco 2007 Rosenplatz Livio Felluga: tappo a vite, ma perché?

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Domanda: ma come evolvono in bottiglia i vini, soprattutto bianchi, per la cui tappatura i produttori hanno scelto il più alternativo dei tappi alternativi ovvero il tappo a vite o screw cap?
Qualche giorno fa, avvistata in cantina una bottiglia, per di più di un fior di produttore come Livio Felluga, mi sono detto: “ora posso provare a dare una risposta”. La bottiglia portava in etichetta l’annata 2007 e con quattro anni trascorsi dall’imbottigliamento potevo dire di disporre di un lasso di tempo più che sufficiente per poter verificare l’evoluzione del vino e raccontare le mie impressioni.
Tutto a posto? Niente affatto. Nel mio ragionamento non avevo fatto i conti, più che con l’oste, che in questo caso non c’entra, con il produttore, con le sue ambizioni.
Secondo la mia visuale sicuramente molto provinciale per quale motivo vale la pena rinunciare al sughero e puntare sul tappo a vite? Per non rischiare l’annoso problema del gusto di tappo su vini, soprattutto vini bianchi da consumare giovani e rosati, per consumare meno sughero e fare in modo che questo tappo venga riservato ai grandi vini rossi soprattutto e anche bianchi in alcuni casi, da invecchiamento.
E quando parlo di bianchi giovani e rosati o in qualche caso anche di rossi giovani e beverini penso naturalmente a vini per la cui vinificazione ed il cui affinamento si faccia ricorso unicamente all’acciaio.
Cosa è successo invece nel caso del vino che mi è capitato di stappare – diciamo così – e di degustare? Che non ho potuto fare la verifica sulla tenuta ed evoluzione del vino che mi ero ripromesso, perché mi sono trovato di fronte ad un vino che non prevedevo fosse destinato ad una bottiglia con screw cap.
Cosa ho letto, una volta consultato il sito Internet della Livio Felluga, consultando, come potete fare anche qui, la scheda tecnica del Collio bianco Rosenplatz 2007 che avevo assaggiato?
Ho scoperto che il Rosenplatz, che “si rifà alla tradizione asburgica della provincia di Gorizia. Il vino interpreta in chiave moderna ed elegante le tradizionali tecniche di vinificazione dei vini bianchi del Collio”, cuvée di uve Chardonnay – Sauvignon – Pinot Grigio, è sì un vino dove “la fermentazione avviene con macerazione delle bucce a temperatura controllata in recipienti di acciaio inox”, ma è anche un bianco dove “a fine fermentazione i vini vengono assemblati e travasati in fusti di rovere francese dove avviene la fermentazione malo-lattica e la lisi dei lieviti di fermentazione”.
Questo processo produttivo quali risultati ha avuto? Non solo che non ho potuto darmi una risposta circa l’evoluzione di un bianco di quattro anni con screw cap, ma, cosa peggiore, che mi sono trovato di fronte non solo ad un vino la cui parte aromatica mi è parsa molto lontana dalla descrizione fornita nella scheda tecnica, ovvero “sentori di mango, maracuja, lychees, anice stellato, pompelmo rosa, foglia di pomodoro, lillà e glicine; sfumature di asparago, gelso, felce e gradevoli note di pasticceria”, ma soprattutto ad un vino evoluto in maniera strana che non mi ha assolutamente gratificato all’atto dell’assaggio e non mi ha invogliato affatto a bere.
Colore paglierino oro molto intenso brillante di grande luminosità e brillantezza, e un naso molto secco, maturo, con note di fieno e fiori secchi, accenno di spezie e una leggera nota di frutta gialla non sovramatura, di frutta secca tostata accenni petrosi minerali, un bouquet molto secco deciso, tutt’altro che elegante o floreale, con una leggera vena alcolica che tende ad emergere.
In bocca attacco largo e di ampia tessitura, ma il vino tende a chiudersi subito su note molto asciutte secche, astringenti, con una prevalenza drammatica del legno che fa chiudere il vino su note amare di poca piacevolezza, che hanno reso impossibile andare oltre al primo bicchiere, peraltro nemmeno bevuto per intero.
Morale: a mio modesto modo di pensare il problema non è il tappo a vite, è il legno usato nel corso della fermentazione del vino. Non ci fosse stato quello il vino con ogni probabilità sarebbe ancora fresco vivo, piacevole.
Ma quando la capiranno i produttori italiani che ad esagerare con il legno nel caso dei vini bianchi si uccide il vino, si uccide il piacere si preparano vini che sono noiosamente stanchi, privi di allegria, prevedibili e monotoni?
Perché mai mettere in bottiglia con tappo a vite un vino che fa la malolattica e parte dell’affinamento in legno?
Restando in attesa di poter fare un’altra verifica su un vino bianco, possibilmente affinato in acciaio, restato in bottiglia con screw cap per almeno due-tre anni, resto in attesa, se vorrà dire la sua, di conoscere il punto di vista del produttore.

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19 gennaio 2012

Robert Mielzynski: the wine world’s great cultural entrepreneur in Poland

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Nella splendida traduzione dell’amico Jeremy Parzen, pubblicata sul suo seguitissimo wine blog Do Bianchi ripropongo, anche in inglese, l’articolo sul grande importatore in Polonia di vini di qualità (molti anche italiani) Robert Mielzynski e sul suo eccellente omonimo wine bar ristorante a Varsavia pubblicato la scorsa settimana.
Trattandosi di un imprenditore del vino di livello internazionale come Mielzynski e di una località che ormai fa parte della wine scene mondiale come Varsavia, ho pensato di riproporre l’articolo (lo ripeto reinventato più che semplicemente tradotto da Jeremy) anche nella lingua ufficiale del vino, l’inglese. Buona lettura!

Two months have already passed since a fantastic couple of days in which Franciacorta and her bubbles played a starring role in the Grand Prix organized by the most important wine publication in Poland, Magazyn Wino. A splendidly executed event that has help to introduce the wines of Franciacorta to the country that gave the world Chopin.

It has also fostered greater awareness of the quality and potential of Brescia’s DOCG sparkling wines among enthusiasts, wine writers, and trade (restaurateurs, retailers, and importers). Like a trampoline, the event has launched a new perception of these wines, including coverage in issue 54-6 2001 of Magazyn Wino, whose editors have devoted ample space to Franciacorta, its leading figures, and to those who have strived to bring these wines to Polish wine lovers.

Today, I’d like to talk about the special lady, Elisabeth Babinska Poletti, who has been hailed by the magazine’s editors as “ambassador of Franciacorta” and Italian wine culture in Poland.

But beyond the Franciacorta event and the subsequent impact it had had, I’d also like to take this opportunity to talk about someone I’ve been meaning to feature here for some time: one of the most important figures on the Polish wine scene, someone whom I met for the second time during the Grand Prix event and whom I’d already met the first time I visited Warsaw, a city that has found a place in my heart and home to friends I’ve had the great fortune to make after only a couple of visits.

I’m talking about someone who brings together a wide variety of interests. An enologist by training, a great wine lover and connoisseur, one of the most important wine importers, but also the creator and owner of one of Warsaw’s “cult” restaurants, a place that you absolutely need to visit when you visit the Polish capital and wish to feel the pulse of the wine market there and to fathom consumer attitudes and new trends.

His name is Robert Mielzynski, a name he shares with his business and restaurant and wine bar.

His background is just as interesting as he is. He was born into a family with noble origins in Toronto, Canada, where his parents had immigrated following the second world war. His family and in particular his father Peter G. Mielzynski-Zychlinski started a successful wine and spirits importing business called PMA Agencies. Evidently, Mielzynski already had wine in his blood when he received his degree in enology at California State University in Fresno.

After completing his studies, he set out to gain experience in the field, working for wineries in France, Austria, and Germany. He later became the manager of a winery in Niagara-On-The-Lake, Hillebrand Estates, which produced the area’s first ice wine and became its pioneer and flagship by encouraging other winemakers to follow in its footsteps and develop an area now with its own appellation.

But as happens for every Pole who heeds the call of the motherland, the desire to return to Poland was strong. And so the athletic Robert, an avid hockey and rugby player, and a confident young man who had seen the world and possessed an innate sense of class, decided to return to Warsaw and launch his own business.

Naturally, in the light of his experience and personal history, and considering that in the meantime, many things had changed profoundly in Poland — from the fall of the Berlin Wall and the end of the communist regime and the rise of democracy and a new market economy that fostered the consumption of fine wines, Robert Mielzynski decided to become an importer of wines and other classic products of the Mediterranean that he loves: olive oil, pasta, and balsamic vinegar.

Today his company is one of the leading businesses on the vibrant Polish wine scene. He imports and distributes in Warsaw (the capital of Poland’s wine market) and in the rest of Poland. His portfolio includes select wines from the Old World (France, Italy, Spain, Portugal, Germany, Austria, and Hungary) and the New World (Argentina, Australia, Chile, New Zealand, South Africa, and California).

Italy has an important role is his offerings, which include wineries like Marco Felluga, Castello di Buttrio, Oddero, Saracco, Dal Forno, Tedeschi, Nino Franco, Hofstatter, Cordero di Montezemolo, Costaripa, Villa Calcinaia, I Collazzi, Siro Pacenti, Caterina Dei, Tenuta Rapitalà, Giuseppe Gabbas, and Castello Monaci.

But Mielzynski didn’t just limit himself to carefully selecting wines to import to Poland. He understood, as did other importers like Maciej Bombol owner of the Enoteka Polska, that it’s fundamentally important to teach the end consumer about their products, thus allowing them to build consumer confidence by allowing consumers to taste and try the wines paired with food — the ultimate test.

And so, not far from the historic downtown of Warsaw, in an easily accessible area (Stara Fabryka Koronek), he renovated a wing of an abandoned factory with a spacious internal courtyard and garden. And for the décor, he decided to do something truly unique.

Imagine an elegant but informal space, where young people would immediately feel comfortable, with a youthful, well trained, and enthusiastic waitstaff.
You arrive and stroll around the salesroom floor, where you can chose your wine from endless cases of wine from all over the world. You can take one or more bottles home or you can taste them at the Mielzynski Wine Bar and Restaurant that the ever entrepreneurial and congenial Robert opened a few years ago.

A reservation with ample advance is recommended, especially in the evening. The venue has become one of the leading cult destinations in Warsaw where wine lovers, intellectuals, and artists all gather in celebration of Bacchus.
They come to learn more about the object of their passion and to try wines ranging from Austrian and German Riesling, Australian Shiraz, Rioja, Barolo, Brunello di Montalcino, Amarone della Valpolicella, or a Chiaretto del Garda. And let’s not forget Moscato d’Asti, Negroamaro from Salento, Tokaij from Hungary, or a great Bordeaux, Burgundy, or Champagne. The portfolio spans nearly the entire arc of the world of wine.

The winebar-bistro-restaurant formula is a winner: open Mondays through Fridays from 9 a.m. to 11 p.m., Saturday from 11 a.m. to 11 p.m., and Sunday from 12:45 p.m. to 6 p.m., it’s ideal for a simple aperitif and snack or a light meal with just one course accompanied by a few glasses of wine.
Or, as I have done every time I’ve visited Warsaw, you can have lunch al fresco, seated at one of the small tables in the garden when the weather is nice; or dine together with the other happy guests, soaking in the vitality, energy, and electricity of the restaurant, enjoying a menu that changes nearly every day and offers guests a rich assortment of dishes, many meat-based (excellent) and offering a happy blend of traditional Polish cuisine and a modern, healthy approach to cooking.

Whatever you order, you can’t go wrong. I remember a wonderful bone-in steak and a good “mozzarella” produced in Warsaw in May. And in November, I had pumpkin soup with a fantastic dish of goose with vegetables (Poland is one of the top producers of geese in Europe and is one of the biggest exporters of geese). But wild duck is always a favorite as are the first courses and vegetable-based soups and fish.

The response to the 600-meter-squared Mielzynski Wine Bar over the last year — with its tastings, presentations by producers, concerts, and wine conferences — has been so positive that Mielzynski has decided to build a similar venue the city of Poznan, where he has already enjoyed great success.

The day after I spend an evening with Elisabeth Babinska Poletti and Tomasz Prange-Barczynski (editor-in-chief of Magazyn Wino) — an evening in which we were served Alsatian wines, Barolo, Bordeaux, Austrian and German whites, Australian and Spanish reds in a healthy and sociable environment without unnecessary fuss, affectation, or complication — I met Mielzynski and we participated in the Magazyn Wino Grand Prix evening event, which included more than one wine imported by him.
And the next day, we attended in a seminar on Franciacorta conducted by Tomasz and then a tasting of 16 Franciacorta wineries with a market presence in Warsaw.

With Elisabeth’s encouragement, Mielzynski was the first to import Franciacorta to Poland. He was then followed by other importers who — I am sure of this — had watched him taste, take notes, and then ask the producers about their wines. Mielzynski will shortly add at least one Franciacorta winery to his portfolio.

And thus, Franciacorta and its sparkle will find its place in the magical city of Warsaw and its youthful, sparkling, vibrant, and contemporary wine market, thanks to an expert who offers already offers his guests Champagne and Cava, a wine lover who knows how to understand his clients tastes and attitudes, an ever enthusiastic connoisseur who recognized that Franciacorta deserves its place here.

If you visit Warsaw, I can’t recommend Robert’s restaurant, wine bar, and shop highly enough. And I can’t wait to get back there myself to see my old friends and make new ones and celebrate 2012 in the name of Bacchus.

translated by Jeremy Parzen

Robert Mielzynski Wine Bar
Stara Fabryka Koronek
Burakowska 5/7
Warsaw, Poland

 

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18 gennaio 2012

Ci vuole ‘o “pilu” anche per vendere le cantinette dei vini?

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Che la pubblicità sia l’anima del commercio l’hanno imparato ormai anche i bambini, e che per provare a vendere si arrivi a ricorrere a tutti gli espedienti possibili è altrettanto lapalissiano. E che per qualsiasi genere merceologico un po’ di “pilu”, per dirla con Antonio Albanese e Cetto La Qualunque, sia considerato l’espediente inevitabile, è spettacolo diffuso.
Inutile pensare che il mondo del vino possa rimanere immune da questa deriva, eppure ogni volta che questo accade non si può che rimanere stupefatti. Per cui quando ho ricevuto la mail che mi prometteva e magnificava “Un’offerta spumeggiante per veri intenditori” e ho visto che per “mantenete freschi i sapori pieni delle bollicine” e consentirmi di “assaporare i vostri vini amabili alla temperatura perfetta”, un produttore di cantinette, Baumatic, per proporre la sua “promozione davvero speciale, le nostre cantinette ad un prezzo scontatissimo”, tramite la società che aveva inviato la mail, Vng Vini-Italia.net, ha pensato “bene” di ricorrere al solito espediente da quattro soldi, senza eleganza e senza fantasia, non ho potuto fare a meno di inca…volarmi.
Ma che c’azzecca questa biondina slavata e volgarotta con atteggiamento vagamente da mangiauomini, a metà tra la Cicciolina e la Eva Henger d’antan, ammiccante e vagamente sexy (vagamente perché una così potrebbe attizzare solo un ergastolano) con la pubblicità di cantinette “anche da incasso” e con la promessa di servire le nostre bollicine a temperatura perfetta in ogni momento dell’anno?
Non ha nulla da dire l’azienda agricola “Al Canevon situata geograficamente nella terra del Prosecco D.O.C.G., immersa nell’incantevole paesaggio delle colline di Valdobbiadene e Conegliano”, i cui Prosecco Superiore vengono venduti sullo stesso sito Internet che ospita in home page la “raffinata” réclame delle cantinette, presentati come “bollicine di piacere da condividere, vini di alta qualità e del carattere riconoscibile. Una scelta vasta di vini dei sapori pieni e morbidi ottenuti con la sapiente miscela di uve selezionate”, su questo accostamento della loro produzione ad una tecnica e modalità di vendita il cui “stile” si commenta da solo?

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17 gennaio 2012

Bianco Igp Salento Mezzogiorno 2010 Morella

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I vini di Radici del Sud secondo Franco Ziliani

Fate pure, datemi dello stravagante se accingendomi a scrivere dell’azienda Morella, universalmente celebrata per i suoi Primitivo di Manduria da vecchie vigne ad alberello non vi parlerò dell’Old Vines o de La Signora, ma di un vino apparentemente marginale o complementare come un bianco ottenuto da un’uva di recente introduzione in terra pugliese come il Fiano. Parlo del Fiano tout court beninteso, quello che ha trovato la sua patria di elezione in Irpinia, e che si sta diffondendo con validi risultati anche nella terra dei trulli, e non, come altri hanno scelto in Puglia, del semi aromatico Fiano Minutolo o Minutolo tout court.
Il fatto è, e ora magari vi inca…volerete di più, che una volta assaggiato questo vino, che è finito, che non potrete ordinare e provare ad assaggiare a vostra volta incuriositi dalle mie parole, perché dovrete attendere l’uscita, tra qualche mese, dell’edizione 2011, ho pensato che proprio da questo “divertissement” e prova di stile, doveva cominciare, con la promessa di proseguirlo presto con i vini identitari dell’azienda, il mio discorso su Morella.
Su questa bellissima storia umana prima che aziendale che vede protagonisti un’enologa australiana, Lisa Gilbee, che giunta in Italia per una consulenza, come ha ben scritto, qui, l’amico wine writer Kyle Phillips, “fell in love (with the land, but more importantly, with Gaetano)”, ovvero si innamora di quella terra meravigliosa che è la Puglia, di quegli autentici capolavori che sono i suoi vecchi vigneti ad alberello, e poi di Gaetano Morella. Talmente innamorata da scegliere di venire a vivere e lavorare in Puglia, di sposare Gaetano e avere con lui due bellissimi bambini.
Ci sarà occasione di parlare del meritorio lavoro fatto da Lisa e Gaetano e della mission dell’azienda che é nata “con l’obiettivo di valorizzare un patrimonio assolutamente unico ed irripetibile quale sono i vigneti “antichi” e che ha portato ad individuare “in una delle zone più vocate dell’agro di Manduria, a circa due chilometri dal mare, cinque ettari di Primitivo di età compresa tra i 35 e 75 anni allevati ad alberello su “terra rossa”.

Vigneti dove “la produzione non va oltre i 35 quintali di uva per ettaro” e dove “sul tradizionale sistema di produzione ad alberello si innesta anche la tecnica enologica tesa al recupero di una certa tradizione vinicola del passato (vinificazione a tini aperti, follature, torchio verticale,…), attraverso la quale abbiamo cercato di conservare le caratteristiche originarie del Primitivo e soprattutto di valorizzare gli aspetti di un vitigno autoctono dalla spiccata personalità”.
E di celebrare, come meritano, i loro Primitivo di Manduria, che giudico tra le più belle e autentiche espressioni di questa difficile tipologia di vini, sempre in bilico tra eccessi di muscolarità, estenuate concentrazioni, botte di legno e tentazioni di ottenere vini (che pure incontrano degli estimatori) che vanno bene, quando vanno bene, solo in fase di degustazione, ma che è impossibile portare a tavola.
Oggi, complice un periodo un po’ così, dove ho soprattutto desiderio di vini più immediati e che richiedano un minore impegno, anche nell’atto della loro degustazione e fruizione, il che non vuole certo dire che si tratti di vini “banali” o “semplici”, vi chiedo di “accontentarvi” di questa ennesima dimostrazione della sempre più chiara vocazione della Puglia ad esprimere bianchi di qualità e personalità, ovvero dell’Igt/Igp Salento bianco Mezzogiorno, prodotto da una vigna impiantata nel 2005 innestata in campo con materiale selezionato proveniente da 2 vigne vecchie di Fiano proveniente dalla Campania.
Vigneto che si trova in una parcella adiacente ai vecchi vigneti ad alberello di Primitivo in Manduria ed in particolare il terreno è costituito da terra rossa su substrato di roccia calcarea attraversato da diffuse venature di quarzo.
Un vino leggermente figlio di una tecnica enologico che Lisa ha appreso in Australia e che è classica nel Nuovo Mondo, l’uva vendemmiata a mano in piccole casse al mattino presto viene “posta a raffreddare tutta la notte in cella frigo. I grappoli sono pressati nel tradizionale torchio verticale; il mosto viene lasciato sedimentare senza l’uso di enzimi e successivamente fermentato parte in tonneaux da 500 litri e parte in acciaio”. Dopo circa sette mesi il vino viene travasato con una leggera filtrazione ed infine imbottigliato. Senza il ricorso al classico tappo di sughero, ma con un più innovativo e moderno, molto New World style, e giusto per questo tipo di vino, tappo a vite o screw cap.
Il mio amico Kyle, nell’articolo sopra citato, ha descritto così questo Fiano Mezzogiorno di Morella: “Pale brassy white with breassy reflections. The bouquet is delicate, with floral accents and some greenish notes mingled with honeysuckle and some spice. Graceful; nice depth and very fresh, and as it swishes some minerality also emerges.
On the palate it’s delicate, with nice white berry fruit supported by minerality more than acidity, and by deft savory accents with a warm burr that flow into a clean fresh fairly mineral finish. Quite pleasant and will be a versatile food wine”.

Io, abbinandolo ad un piatto di pasta con i carciofi, ho redatto queste note: colore paglierino oro squillante di splendida luminosità, con leggeri riflessi verdolini, traslucido vivacissimo nel bicchiere, naso finissimo, suadente di grande eleganza, ampio, aperto, fragrante di nitida definizione, con accenni di mandorla non tostata, fiori bianchi, pesca gialla matura ma senza eccesso o meglio pesca noce, e una bella sapidità a comporre un insieme ricco di una certa grassezza e consistenza, ma molto fresco e vivo nel modo di proporsi.
Belle sfumature sapido minerali di pietra focaia, una leggera vena agrumata, ricordi di tiglio, fiori d’arancio, anche qualche accenno tra anice e liquirizia (bastoncino), di bellissima densità e precisione aromatica, un bianco dallo spiccato carattere varietale, con un bel tono mediterraneo, solare, avvolgente.
Bocca piena, succosa, di bella consistenza e ricchezza, molto pulito, preciso, con una materia ricca che si dispone sul palato ampia e carnosa, con una bellissima acidità e freschezza, consistente eppure molto dinamico e vivo con una nitida vena di mandorla sul finale.
Vino ampio e tridimensionale, perché è largo e succoso sul palato, verticale lungo e persistente, ma anche grasso e consistente (nonostante i 14 gradi l’alcol è perfettamente bilanciato) con una grande materia quasi da rosso che non impedisce al vino di essere piacevolissimo, fresco, pieno di sale e dotato di una persistenza davvero lunga e una bella vena minerale. E di farsi bere splendidamente.
Una espressione del Fiano da tenere attentamente in considerazione perché anche se le vigne sono molto giovani il vino mostra già un’innegabile personalità e una stilistica precisa. E bravi Lisa e Gaetano!

Az.Agr. Morella
Via per Uggiano, 147
74024 Manduria TA
Telefono: 099 9791482
Fax: 099 9791482
Sito Internet http://www.morellavini.com/
E-mail: azag.morella@libero.it
Facebook http://www.facebook.com/pages/MORELLA/187278756525?v=wall



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16 gennaio 2012

Garantito… da me ! Recioto classico Le Ragose 2006: un grande vin de terroir

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Siete stanchi dei vini dolci troppo dolci e stucchevoli che vi fanno venire il diabete dopo un solo sorso, e non vi convince la deriva di una Valpolicella dove non si capisce più chiaramente la differenza tra un Amarone e un Recioto e dove la maggior parte dei Recioto sono talmente dolci, grassi, voluminosi che berne più di mezzo bicchiere è letteralmente impossibile? Bene, se volete ritrovare “le goût du terroir” anche in un vino, valpolicellese, ottenuto con quella speciale tecnica dell’appassimento che, per sua natura, tende a prevalere sul carattere territoriale, vi suggerisco (oltre a rendere omaggio al sommo Bepi Quintarelli scomparso ieri e alla sua superiore lezione di stile) di procurarvi e stappare una bottiglia di Recioto di una delle aziende simbolo e fiore all’occhiello della Valpolicella tutta, Le Ragose della famiglia Galli.
Chi mi abbia seguito in questi anni, su questo blog ed in precedenza in quella palestra da “franchi tiratori” che è stata WineReport, sa bene quanto sia legato a questa azienda e come ne abbia più volte scritto. Ad esempio qui, qui e poi ancora qui, per citare solo tre articoli.
Le Ragose è un’azienda che ha tenuto la barra dritta e non ha sbandato negli anni della “amaronizzazione” della Valpolicella, ha evitato di fare dell’Amarone una wine commodity dai connotati indistinti e si é mantenuta fedele alla “mission” di salvaguardare la territorialità, il carattere specifico legato al genius loci, nei propri vini e di non appiattirli facendoli diventare solo rossi “da appassimento”.
Non poteva essere diversamente, vista la lunga storia dell’azienda agricola, che “inizia nel 1969 quando Arnaldo e Marta Galli (grandissima, indimenticabile Donna del Vino) decisero di acquistare questi terreni, da anni in stato di abbandono (31 ettari di cui oggi 17,5 vitati), coll’impegno di privilegiare la qualità e non la quantità, nel rispetto delle tradizioni, ma con la dovuta attenzione alle moderne tecnologie sia in vigna che in cantina”. Vigneti di alta collina posti sopra Negrar, nel cuore della Valpolicella classica, e attenzioni scrupolose alla valorizzazione della peculiarità della zona date anche dalla scelta “del rovere grande di Slavonia (25-60 hl)” che “va nella direzione del maggior rispetto possibile del terroir, dei profumi e dei sapori peculiari che ne derivano, e dona al vino il carattere fondamentale della riconoscibilità”.
Tradizionalisti senza alcun problema i Galli, ad esempio, nell’utilizzare classiche forme di allevamento dei vigneti, considerando che il “corretto impianto della pergola semplice (portinnesto, orientamento, infittimento) e la sua gestione (inclinazione, potatura, gestione del verde) ne fanno, in alta collina, un ottimo sistema d’allevamento per la viticoltura veronese”.
Il risultato sono dei vini assolutamente di stampo classico che non rincorrono e non sono schiavi delle mode del momento, fedeli solo a se stessi e ai gusti/visioni di chi li produce, e si rivolgono ad un consumatore attento e consapevole che è alla ricerca di autenticità e verità, di vini che sappiano parlare al cuore e regalare delle emozioni e non solo essere piacevoli “bibite”. Alla luce di queste considerazioni mi sono avvicinato al Recioto classico Doc 2006 (che curiosamente non riporta in etichetta alcuna dizione “della Valpolicella”) sicuro che mi sarei trovato di fronte al consueto stile austero, asciutto, preciso e senza sbavature, delle Ragose, ad un vino, il cui uvaggio dichiarato è Corvina 50% – Molinara 5% – Rondinella 30% – altri vitigni 15%, espressione di vigneti di oltre 40 anni, e più precisamente da una “superficie di 18,50 ettari si selezionano direttamente dalla vigna in piccoli plateaux (da kg. 7) le uve destinate all’appassimento che verranno pigiate in gennaio, con una resa da 25 a 35 litri per quintale di uva.
Viene imbottigliato dopo uno – due anni di affinamento in acciaio. A seconda dell’andamento dell’annata può maturare per 6 mesi in tonneaux. Produzione limitata a 10 – 20 hl/anno”, che non mi avrebbe deluso.
E invece non solo non mi ha deluso, ma mi entusiasmato e quasi commosso, facendomi capire di trovarmi di fronte ad un grande vino, ad un vino vero, pensato da persone che rappresentano la parte più sana della Valpolicella e che giustamente, di fronte a tante scelte assurde fatte nell’ultimo decennio, hanno scelto di tenere una posizione defilata. Badando a fare bene nella propria azienda e a salvaguardarne il buon nome e la credibilità.
Colore rubino squillante amarena nel bicchiere, luminosissimo, grasso il giusto, con archetti viscosi che si dispongono lungo le pareti. Naso misterioso, di calibrata dolcezza senza eccessi, con una vena salmastra selvatica tra il terroso ed il petroso che progressivamente sale alla ribalta facendo poi emergere note di prugna secca, amarena, accenni pepati e speziati, uva passita, fichi secchi e mandorla, note boschive di rosmarino, erbe aromatiche, accenni di cuoio e goudron, ma sono il sale e la mineralità a trionfare mirabilmente sulle note di appassimento e a dare slancio, energia, vitalità al vino e non far sì che sia solo un’esercitazione ben riuscita sul tema appassimento di uve per vini dolci.

E poi cacao, cioccolato amaro, un timbro aromatico scuro e intrigante, lontano anni luci dalle piacionerie e dalle mollezze prevedibili e sdolcinate di troppi Recioto. L’attacco in bocca é ampio, suadente, fondente, cioccolatoso, con tanto cioccolato amaro e una buona componente tannica e terrosa e ancora minerale che bilancia la ricchezza, la densità peraltro ben bilanciata e non eccessiva della materia.
Grande equilibrio, anche nella componente alcolica, solo 14 gradi, una materia ricca, stratiforme ma non monocorde con una dolcezza molto bilanciata che non costituisce l’elemento dominante, anche se la frutta è ben presente, del vino.
Più un vino normale, non appassito, come è nello stile anche dell’Amarone delle Ragose, che un semplice vino da appassimento dove il carattere varietale e locale si annulla.
Bellissima la fluidità, la finezza elegante il modo aristocratico e ricco di carattere con cui si dispone sul palato lasciandolo fresco e vivo senza appesantirlo con eccessi zuccherini e regalando un finale teso e vibrante che ricorda il cioccolato amaro e l’uva.
Abbinato ad una pasta di mandorle pugliese il vino si amplifica e acquista grassezza e consistenza e tira fuori mirabilie di calibrata dolcezza ma sono ancora la freschezza, il sale, il nerbo ad emergere e ad esorcizzare ogni tentazione di staticità del vino che in bocca mantiene una vitalità, un’energia, un carattere territoriale, che è difficile trovare in altri Recioto.
Dicono bene i Galli di questo loro Recioto: un “vino rosso dolce importante”, che “si accompagna anche a dolci al cioccolato, alle mandorle ed alla pasticceria secca”. Chapeau!

Azienda Agricola Le Ragose
Via Ragose 3
37020 Arbizzano di Negrar VR
Tel: 045 7513241
Fax: 045 7513171
Email: leragose@leragose.com
sito Internet http://www.leragose.com/

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ATTENZIONE!

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15 gennaio 2012

Ma come, non ci dovevano asfaltare???? Magica Inter!

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Ho proprio fatto bene a gufare, perché in cuor mio, al di là delle scaramanzie, me la sentivo che sarebbe finita così…
Ma come non ci dovevano asfaltare, annientare, ridurre in poltiglia gli “invincibili” della “altra squadra di Milano” (come si chiama…)?
Magica Inter, godiamoci questa serata di gloria e ripartiamo da – 5, forse il campionato non é ancora finito!!!!

 

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