Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

10 marzo 2010

Igt Salento rosso Malia 2006 Duca Carlo Guarini

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Non mi sono dimenticato di certo del bellissimo Apulia wine tour che tra fine novembre e inizio dicembre mi ha portato, insieme ad un gruppo di cari amici wine writer esteri, per l’impeccabile organizzazione del team di Radici, festival dei vitigni autoctoni, in giro cinque giorni per l’amatissima Puglia del vino, dall’area canosina a quella del Castel del Monte, al Salento e alle terre del Primitivo, quello di Manduria, ma anche quello, tutto da scoprire, di Gioia del Colle.
Ho già dedicato numerosi post e anche qualche articolo più ampio, pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. (leggete qui, qui e poi ancora qui) alle eccellenti impressioni ricavate. Dalla visita nel suo insieme, dalla straordinaria compagnia, e da molti dei vini degustati.
Cerco di colmare ora una lacuna dedicando un post, come mi ripromettevo da tempo, ad una delle visite che globalmente mi ha più colpito, per la qualità generale dei vini, ancora superiore a come me la ricordavo. Visita in una delle località del Salento, Basso Salento direi, dove non mi ero ancora spinto, Scorrano, a metà strada da Lecce e Santa Maria di Leuca, alla bellissima azienda Duca Carlo Guarini, condotta con eleganza e sano spirito manageriale dal duca Giovanni Guarini (qui ritratto nella foto più sotto).
Un’azienda a proprietà familiare da un millennio, da quando la famiglia Guarini dalla natia Normandia decide di stabilirsi in Puglia partecipando alle conquiste di Roberto il Guiscardo nel Sud del nostro Paese. Nel 1065 Ruggero Guarini, il primo della famiglia di cui hanno testimonianze dirette difese la città di Lecce dall’attacco di Beomondo d’Altavilla principe di Taranto.
Oltre 900 anni dopo l’azienda agraria è sempre sulla breccia e conta su 700 ettari di proprietà suddivisi in tenute e masserie, e accanto alla parte viticola, 70 ettari dislocati tra Lecce e Brindisi a quella olivicola, 265 ettari, con impianti plurisecolari, vengono prodotti e trasformati cereali e ortaggi, oltre ad un allevamento ovino per la produzione di formaggi.
Questo detto e reso omaggio alla storia, plurisecolare e importante di questa aziende, è il presente quello che maggiormente interessa al consumatore, ed il presente è pieno di elementi positivi, e di motivi d’interesse, a partire da una produzione che quale che sia il vino che si assaggi offre riscontri di sicuro valore, una qualità costante e un’affidabilità che rende quest’azienda, seppure meno nota di altre, una delle più interessanti del panorama salentino.
Buono il Salento Sauvignon Murà, (per me la migliore prova disponibile in Salento su questo vitigno non proprio adatto al clima pugliese…) dalla bella complessità aromatica, cremoso, ricco, ma elegante dotato di una vena acida e fresca, di un bel sale, ben fatto, carnoso, terroso, con buon equilibrio e personalità ed un bel frutto succoso e di polpa soda, pieno di energia, il Negroamaro Salento (in purezza) Piutri nella sua annata 2006, molto valido, naso elegante, con note di ciliegia, prugna, liquirizia, accenni di cioccolato, molto diretto e appealing il Primitivo Salento Vigne Vecchie 2006, e più impegnativo, affinato in botti di rovere per 24 mesi, l’altro Primitivo, il Boemondo, che vede una percentuale del 30% dell’uva in appassimento, dal naso intrigante, salmastro, molto caratteristico, che richiama il cuoio, il finocchio selvatico, la liquirizia e ancora la prugna ed in bocca si propone caldo, morbido, pieno di sapore, ma con una freschezza verticale e con accenni minerali.
Il vino che più m’intriga però, ricordata en passant una strepitosa bottiglia del Boemondo annata 1985, aperta dal duca Guarini per testimoniare la tenuta nel tempo e l’evoluzione, se il tappo non tradisce, di questo vino (colore ancora vivacissimo, naso integro, fitto, intrigante, con aromi di prugna secca, rosa passita, melograno, grafite, marron glacé, china ed erbe aromatiche, e una splendida terrosità al gusto, con salda struttura tannica ed una tessitura vellutata e avvolgente), è forse il vino più marginale, oppure stravagante ed eterogeneo di questa azienda.

Mi riferisco, uno dei pochi esemplari di vinificazione in purezza di questa varietà oggi disponibili in terra pugliese, del Salento Malvasia Nera Malia, un utilizzo di questa varietà complementare prevista nel disciplinare del Salice Salentino Doc (con una percentuale massima del 20%) che l’azienda produceva già nel lontano 1980 e che ha riproposto a partire dal 2001, mostrando una via che a me personalmente piace moltissimo. “Segreto” di questo bel vino dal “carattere elegante e sereno”, è la qualità dei vigneti, coltivate in un microclima del tutto particolare (200 metri di distanza dal mare Adriatico) su terreni sabbiosi e limosi e allevamento a cordone speronato, un terroir che si giova dei freschi venti di nord est e assicura al vigneto piena sanità.
Un vino vinificato e affinato unicamente in acciaio, con una macerazione sulle bucce di dieci giorni scarsi, che si proponeva, nell’edizione 2006 da me degustata tre mesi fa, con una bellissima intensità di colore, un bel rubino squillante con leggera vena tendente al granato, con una fragrante, elegante complessità aromatica, sintesi di note fruttate succose (prugna, ciliegia, more di rovo), di accenni floreali (bouquet di fiori secchi e lavanda, ma anche ricordi di erbe aromatiche e di macchia mediterranea), con una nitida vena di liquirizia nera, accenni di cuoio e di pepe.
Identica impronta, moderatamente selvatica, piena di energia, con un plus di terrosità, al gusto, dove il Malia si propone ben strutturato, pieno ma succoso, carnoso nel suo sviluppo, e vivacizzato da un’acidità calibrata, che esalta la componente salina e la freschezza del vino. Gran bel vino.
E non vi ho ancora parlato dei due passiti aziendali, l’Ambra, da Sauvignon in purezza, e l’inconsueto Rarum (mix di Negroamaro e Malvasia Nera). Vi lascio con la curiosità e con il piacere di tornare a parlarvene molto presto…

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9 marzo 2010

Ofelè fa el to mestee: sommesso consiglio alla Presidente della Regione Piemonte Bresso

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SOS, urge consulente esperto di vini e di cose enologiche per la Presidente uscente e attuale candidata alle prossime elezioni della Regione Piemonte Mercedes Bresso!
Nonostante la sua piemontesità e torinesità – acquisita, perché è nata a Sanremo – la “Sciura Governatora” non riesce ad evitare gaffes e autogol, pericolosissime in campagna elettorale, ogni volta che si spinge a parlare di vino.
Ricorderete le polemiche, ne avevo accennato anch’io, lo scorso anno, qui, che avevano accompagnato la sua scelta di apparire, come testimonial, per le bollicine della Doc Alta Langa, un appoggio che voleva essere istituzionale e d’incoraggiamento per una delle più recenti denominazioni piemontesi, ma visto che questa denominazione era pressoché appannaggio esclusivo di una sola casa, la Fontanafredda, si erano oggettivamente trasformate in una pubblicità aziendale.
Oggi la Signora Bresso, recidiva, ci ricasca e come ci raccontava venerdì 5 marzo la Prima di Wine News, è finita con il proporre una cosa astrusa e totalmente inutile e priva di senso. Cosa ha suggerito difatti la Presidente dal nome… anti-Fiat?
Il candidato PD alla Regione dei gianduiotti e della bagna caoda se n’è uscita nientemeno che con “l’ideona”, nata chissà come, di “riunire sotto il nome “Piemonte” tutte le Doc e Docg della Regione, per avere più forza sul mercato e far conoscere il territorio all’estero. Occorre un nome unico – ha sostenuto – come a Bordeaux. Così avremo Piemonte Barbera, Piemonte Dolcetto…”.
Le prime reazioni, riportate dal sito Internet ilcinese, non sono state favorevoli, perché passi per il Piemonte più nome di vitigno (Dolcetto, Grignolino, Barbera), che già esiste, ma perché mai si dovrebbe abbinare il nome della regione a denominazioni prestigiose come Barolo, Barbaresco, Roero, Gattinara, Ghemme, oppure ad altre come Moscato d’Asti, Carema, Erbaluce di Caluso, Verduno Pelaverga, Ruché di Castagnole Monferrato, Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, Loazzolo, Freisa di Chieri, ecc. ?
Non ci sono giustificazioni né di “marketing”, né identitarie, né di comunicazione, perché Barolo e Barbaresco, Barbera d’Asti o Barbera d’Alba, sono già sinonimo di Piemonte e non c’è motivo alcuno, visto che non v’è pericolo di confonderli con vini di altre regioni, di aggiungere nel nome l’indicazione di provenienza, il fatto che provengano dal Piemonte. Addirittura il parlare di Piemonte Barolo, Piemonte Barbaresco o Piemonte Moscato d’Asti, o per rispettare la par condicio, citando una denominazione tanto cara alla Presidente Bresso, di Piemonte Alta Langa, provocherebbe quella confusione che tutti, produttori e consumatori, vogliono evitare ad ogni costo.
Allora, visto che la gentile Signora Bresso dimostra di non sapere granché di vino, perché continua a volersene occupare in maniera improvvida? O se proprio vuole farlo, perché non si informa prima o si procura, a Torino, a Bra, o ad Alba, un enoico consulente?
Non se se esista, in piemontese, un’espressione analoga, ma perché non fare propria, magari facendosi spiegare l’esatto significato dal collega presidente della Lombardia Formigoni, la bella espressione milanese che dice “Ofelè fa el to mestee (ovvero panettiere – o meglio pasticciere, come mi hanno suggerito essere la dizione migliore – fa il tuo mestiere), limitandosi ad occuparsi delle cose che conosce, senza avventurarsi in materie a lei estranee?

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8 marzo 2010

Live blogging: un’interessante innovazione dal Barbera meeting

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Interessante e innovativo l’esperimento che si sta conducendo, in quel di Asti, in occasione dell’edizione 2010 del Barbera meeting, la presentazione alla stampa specializzata delle nuove annate di Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato e Barbera d’Alba, di oltre un centinaio di aziende. Per la prima volta si è messi in condizione di seguire, quasi dal vivo, quello che i degustatori stanno facendo, le loro prime impressioni ed i commenti, in italiano ed in inglese, mediante il blog dedicato, aggiornato con i contributi dei vari wine blogger presenti, con un sito Internet della manifestazione (che ospita anche una sezione dedicate alle bellissime foto, tra cui quella che correda questo post, di Vittorio Ubertone, e, potevano mai mancare i “social network”?, con interventi postati sull’immancabile Facebook e in omaggio all’instant messaging su Twitter.
Seguiremo, nei prossimi giorni, la manifestazione prosegue sino a giovedì 11, lo sviluppo delle discussioni.

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Donne e vino: l’”altra metà del cielo” sempre più protagonista

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Allora signori uomini vogliamo smetterla, non perché sia l’8 marzo ed essere politicamente corretti necesse est, di scherzare sull’esperienza in materia di vino delle donne?
Vogliamo, una volta per tutte, smetterla di definire riduttivamente i rosati o i vini dolci “vini da donne”, e lasciando da parte quel maschilismo residuo che resiste nel mondo del vino e nei suoi dintorni, riconoscere alla “altra metà del cielo”, come ben definiva le donne Mao Tse Tung, di capirne di vino almeno quanto noi maschietti, se non addirittura di più?
Se non vi bastasse lo spettacolo quotidiano di fior di sommelier, da Nicoletta Gargiulo a Katia Soardi, Rossella Romani o Francesca Tamburello, wine writer, da Jancis Robinson a Serena Sutcliffe, da Rosemary George a Carla Capalbo a Cinzia Montagna a Kerin O’Keefe, di produttrici toste (da Elisabetta Foradori a Pia Donata Berlucchi a Elena Martusciello alle gemelle Padovani di Fonterenza a Elena Ercole e Angela Velenosi), p.r. e addette stampa (Maddalena Mazzeschi, Ursula Thurner, Grazia Lotti, Marinella Minetti), responsabili commerciali (tipo la tostissima Erika Ribaldi, ex responsabile di Trinoro) che incontriamo in ogni momento della nostra attività, vi invito a leggere, sul sito Internet transalpino Vitisphère, i risultati di uno studio presentato a Montpellier in occasione del Salone ViniSud. Uno studio relativo ai rapporti tra donne e vino e all’apprezzamento da parte del pubblico femminile francese del prodotto vino.

L’articolo, che potete leggere qui nella sua interezza, ci informa che secondo questo studio le donne rappresentano percentualmente il 25 per cento del consumo di vino in Francia, una percentuale che appare decisamente bassa rispetto ad un altro studio, condotto questa volta dalla rivista Cuisine et Vins de France la scorsa estate, secondo il quale solo un 16 per cento di donne dichiarano di non entrare nel merito della scelta del vino né a casa né al ristorante.
Va poi rilevato che in Francia il 70% delle bottiglie sono acquistate nella GDO, e l’80% di queste sono acquistati da donne, che non si accontentano di rappresentare la percentuale più rilevante degli acquirenti, e di scegliere in base ai gusti dei loro familiari,ma impongono sempre più il proprio gusto, con l’emergere di quella figura che i francesi definiscono “femme prescriptrice”, la donna che sa scegliere.
Per Vitisphère l’89% delle donne interpellate nel sondaggio condividono l’opinione secondo la quale “le donne apprezzano sempre più il vino perché hanno imparato a conoscerlo (punto di vista condiviso da un 85% di uomini).
Quanto al sentirsi esperte di vino, il 58% delle donne interpellate si dichiarano in grado di stabilire, dal punto di vista gustativo, la differenza tra un vino corrente ed un grande vino, mentre solo cinque anni fa, in occasione di un sondaggio analogo, solo il 18% delle donne si erano definite “esperte di vino”.
Magari scelgono vini meno alcolici e più aromatici, ma ben il 63% delle donne interpellate dicono di trovare più facilmente oggi che in passato vini che si adattano al loro gusto.
Questo in Francia, ma anche nel Regno Unito le cose non sono poi tanto diverse visto che il 60 per cento dei consumatori di vino sono donne, sette su dieci delle quali bevono almeno una bottiglia di vino al mese e consumano circa il settanta per cento del vino consumato in UK.
Uno studio del 2005 ha messo in luce l’emergere della cosiddetta “Bridget Jones generation”, composta da donne attive sulla quarantina, amanti dello Chardonnay e sensibili alle promozioni.
E negli Stati Uniti le cose non sono diverse, con dati statistici che parlano di donne che acquistano più del 70% del vino e ne consumano circa il 60 per cento. Il Wine Market Council sostiene che il 53 per cento degli acquisti di vini sopra i 15 dollari è effettuato da donne.
Oltre ad essere soggetti attivi come consumatrici e acquirenti, le donne ormai tendono ad affermare un proprio approccio personale al vino, un modo peculiare di giudicarlo. Lo dimostra ad esempio il moltiplicarsi di concorsi enologici “al femminile”, organizzati da donne, che vedono protagonisti vini prodotti da donne e tasting panel formati unicamente da gentili signore.
Basta citare, in Francia, il concorso Féminalise di Beaune in Borgogna, il Coup de Coeur des Femmes Journalistes nel Languedoc-Roussillon, o ancora il Concours International Femmes et Vins du Monde, la cui nuova edizione si svolgerà il prossimo 22-23 aprile a Monaco, e che può contare in Italia, cosa interessante per le aziende che volessero partecipare, su una responsabile come Liliana Pitti, sommelier A.I.S. e degustatrice O.N.A.V., alla quale ci si può rivolgere (questa la sua mail) per maggiori informazioni in merito alle modalità di partecipazione (l’invio dei campioni va effettuato entro e non oltre il 23 marzo). Senza dimenticare che, negli States si svolge da tempo la National Women Wine Competition.
Come non concordare dunque con il collega blogueur du vin francese Olivier Lebaron che sul suo blog ShowViniste ci invita, qui, a celebrare oggi una giornata di festa delle donne, del vino, delle vignaiole e di tutti quelli che le amano, rispettando sempre più il loro lavoro di “vigneronnes con pari dignità”, non limitandosi solo a definirle sexy quando lo sono (e tra le donne del vino donne incredibilmente sensuali non mancano di certo… ) “perché sono appassionate, appassionanti, piene d’energia, incredibilmente forti e seducenti quando vi parlano del loro vino e della loro storia”?
Del resto senza “l’altra metà del cielo” il mondo del vino non sarebbe terribilmente più grigio, noioso e privo di fascino?

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7 marzo 2010

Angelo Gaja compie oggi 70 anni: auguri, ma niente tappeti rossi, please!

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Non aspettatevi da me i toni celebrativi che altri commentatori e cronisti del vino hanno ritenuto opportuno utilizzare, come accade normalmente con la stragrande maggioranza dei miei colleghi quando parlano di lui, per salutare questo evento privato, i 70 anni di età compiuti proprio oggi, domenica 7 marzo 2010.
Mi accodo anch’io, che non sono un suo fan, ma cerco solo di essere un onesto cronista che prende atto di quello che fa e poi dice cosa ne pensa, agli auguri ad Angelo Gaja per l’importante ricorrenza che festeggia oggi, considerato che i 70 anni sono un traguardo importante nella vita di ogni uomo.
Sono però persuaso che, anche in queste occasioni, dove una certa tendenza italica di stare dalla parte dei potenti, celebrandoli acriticamente, prevale, la parola d’ordine dovrebbe essere invece la lucidità, ovvero la capacità di riconoscere i pregi, che nel caso di Gaja sono indubbiamente numerosi (è stato di gran lunga il più efficace propagandista, oltre che di se stesso e della sua azienda, del Piemonte del vino nel mondo), ma non privi di zone d’ombra e contraddizioni, come accade in ogni uomo che si rispetti.
Quindi anche nel caso di un uomo che i suoi sostenitori invece definiscono tranquillamente “le roi”, il re, oppure “il giove tonante dell’enologia italiana”.
Penso che i produttori di Barbaresco dovrebbero fare un monumento a Gaja: perché da quando il loro idolo ha deciso di declassare i suoi cru di Barbaresco (Costa Russi, Sorì Tildin, Sorì San Lorenzo) e l’ex Nebbiolo Sperss a Langhe Nebbiolo (per motivi tutt’altro che misteriosi e non certo per le motivazioni fornite dall’interessato…) rimanendo nella Docg solo con il Barbaresco base, la denominazione non é mai stata così vitale, così piena di fermenti e di protagonisti.
Una vivacità che dimostra che si può benissimo fare a meno di un presunto “re” e che sia meglio un normale regime democratico, con tanti soggetti che contribuisco nono a vivacizzare la scena, a darle significato e valore, di un regime monarchico, con un re e tanti sudditi…
Oggi il Barbaresco senza re – anche se a dire il vero uno, autentico, ci sarebbe, un fuoriclasse come Bruno Giacosa – é uno dei vini italiani più in  forma e più interessanti.
Auguri comunque a Gaja, “grande esperto di marketing e tecniche aziendali”, come ha annotato qualcuno, grande propagandista di se stesso e difensore dei propri interessi, per i suoi 70 anni, portati con invidiabile grinta ed in forma smagliante.
Ma per avere le vere, grandi emozioni dai vini di Langa (quella terra che ad un certo punto ha parzialmente abbandonato per vivere altre avventure, legate al business, a Montalcino e a Bolgheri), prego rivolgersi altrove.
La grandezza, la complessità, la capacità di raccontare la verità di una terra, il legame speciale di una grande uva, il Nebbiolo, con luoghi che meglio di qualsiasi altro al mondo ne sanno sviscerare la forza, l’insondabile eterno mistero, sono ben altra cosa dall’eleganza algida, dall’impeccabile dimostrazione di stile, quello della sua griffe, dal perfetto dominio tecnico della materia, che i vini di Gaja mostrano puntualmente, per la gioia dei loro fan internazionali.

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5 marzo 2010

Sorgente del vino: vini naturali in degustazione ad Agazzano (Piacenza)

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Nuovo appuntamento per gli appassionati dei vini naturali, di tradizione e di territorio in programma sabato 6, domenica 7 e lunedì 8 marzo, nel piacentino, presso la Rocca medievale del Castello di Agazzano , in Val Luretta, una valle laterale della Val Tidone, nella parte più occidentale dei Colli piacentini.
Per l’organizzazione del sito Internet Sorgente del Vino, si svolgerà la seconda edizione della rassegna Sorgente del Vinovisitare qui il sito dedicato, tre giorni in cui il protagonista indiscusso è il vino, la sua storia, la sua tradizione, il suo territorio e soprattutto il suo essere “naturalmente originale”.
Oltre a degustare – ed incontrare e dialogare con i produttori – sarà possibile acquistare direttamente i vini di qualcosa come 100 produttori – qui l’elenco – provenienti dalle regioni vitivinicole più importanti d’Italia così come da microzone capaci di esprimere vini unici e irripetibili ancora tutte da scoprire…

La rassegna nell’intenzione degli organizzatori “vuole infatti promuovere e portare alla luce l’unicità di quei vini nati dalla consapevolezza di un territorio e dalla disciplina che questo richiede: attenzione all’ambiente e coltivazione naturale dei vigneti, rispetto dei tempi necessari perché un vino sia davvero punta di diamante di una determinata area geografica. Sabato 6, alle 9, 30, presso il salone parrocchiale di Agazzano, si svolgerà la tavola rotonda sul tema “Viticoltura sostenibile e salvaguardia del territorio” e dalle 14 si apriranno gli stand che resteranno aperti sino alle 19. Domenica l’apertura è prevista, come pure lunedì 8, dalle 10 alle 18.

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Serata Barolo A.I.S. Mantova su Sapori d’autore (7 Gold tv)

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Gran bella serata, in quel di Mantova, o meglio di Castel d’Ario, dove presso il ristorante Edelweiss (dove per inciso si gustano davvero al meglio i piatti della classica, saporita e gustosa cucina mantovana), la delegazione dell’A.I.S. guidata da Luigi Bortolotti ha organizzato una bella degustazione di otto Barolo (annunciata e presentata qui)

Grazie a questi vini:

Barolo Tre Autin 2005 Gagliasso La Morra
Barolo Ciabot Tanasio 2005 Sobrero Castiglione Falletto
Barolo Tenuta Rocca 2005 Tenuta Rocca Monforte d’Alba
Barolo Pugnane 2005 Cascina Sciulun Monforte d’Alba
Barolo Boscareto 2005 Principiano Monforte d’Alba
Barolo Lazzairasco 2005 Guido Porro Serralunga d’Alba
Barolo Acclivi 2001 Comm. G.B. Burlotto Verduno
Barolo Mosconi 2000 Bussia Soprana Monforte d’Alba

la settantina di persone presenti hanno potuto farsi un’idea di cosa voglia dire parlare di terroir del Barolo e di caratteristiche organolettiche diverse legate alla collocazione dei vigneti in uno dei comuni della denominazione piuttosto che in un altro, e della diversa stilistica e modalità dei produttori di dare voce al grandissimo Nebbiolo.
Una bella serata di cui domenica 7 marzo alle 19, collegandovi alla rete televisiva Italia 7 Gold, potrete trovare testimonianza, grazie ad uno speciale che verrà trasmesso nell’ambito della rubrica Sapori d’autore.
Anzi, già che ci siete, guardatevi, qui, anche il servizio dedicato al banco d’assaggio di Barolo di 33 produttori, che si è tenuto, con grandissimo successo, lo scorso 2 febbraio, per la regia di A.I.S. Modena

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Barbera meeting 2010. Da Alba Wines Exhibition a Nebbiolo Prima

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Grandi novità, alcune positive, altre decisamente meno, in arrivo dal Piemonte.
Tra le cose belle vanno rilevate alcune interessanti innovazioni introdotte all’interno di una rassegna collaudata come il Barbera Meeting, degustazione alla cieca di vini Barbera d’Asti – e sottozona Nizza, Barbera del Monferrato e Barbera d’Alba, che promossa dalla Provincia di Asti/ Assessorato provinciale all’Agricoltura, in collaborazione con il Comune di Casale Monferrato, il Comune di Asti, il Comune di Nizza Monferrato, il Consorzio di Tutela Vini d’Asti e del Monferrato e con il supporto della fondazione Cassa di Risparmio di Torino e della fondazione Cassa di Risparmio di Asti, si terrà ad Asti, nella prestigiosa sede di Palazzo Zoia, dall’8 all’11 marzo. Questo evento dedicato alla stampa internazionale del settore vino, proporrà una serie di novità rilevanti, tanto rispetto agli ospiti invitati (al gruppo di giornalisti e blogger si affiancheranno i compratori nazionali ed internazionali, selezionati tra coloro realmente interessati al prodotto Barbera) quanto, soprattutto, rispetto alle modalità di comunicazione.
Oltre alla tradizionale formula della degustazione alla cieca di Barbera d’Alba, Barbera d’Asti e Barbera del Monferrato riservata a buyer e giornalisti, a visite alle aziende del territorio, ad approfondimenti tematici con focus sulle sottozone e degustazioni di vecchie annate, il Barbera Meeting presenterà una vera e propria innovazione dal punto di vista della comunicazione.
Per l’occasione è difatti stato creato un sito www.barberameeting.com/ su cui verranno inseriti contenuti fotografici, audio e video in presa diretta dal Barbera Meeting 2010: finalmente – come da anni viene richiesto – i produttori partecipanti, 112 aziende, potranno sapere, in diretta e in anticipo rispetto agli articoli che verranno pubblicati, le opinioni dei giornalisti della stampa internazionale e dei buyer rispetto alle denominazioni in assaggio.
I produttori potranno seguire le interviste e i commenti collegandosi a Barberameeting.com/it, e vedere come la stampa specializzata lavora quando assaggia, seguire interviste video, leggere i post e i commenti del gruppo di blogger.
A tutto questo si è aggiunta la possibilità di interagire ed intervenire in presa diretta su un blog in lingua inglese http://barbera2010.com/, gestito in collaborazione con Jeremy Parzen (blog Do Bianchi, http://dobianchi.com/), uno tra i blog più influenti degli Stati Uniti.
Al Barbera meeting sono stati invitati diversi giornalisti blogger italiani e stranieri, che posteranno contenuti legati sia ai vini assaggiati, sia al territorio, sia alla cucina.
I contenuti del blog passeranno in automatico sulla piattaforma Barberameeting.com/it, in modo che i produttori possano accedere continuamente ai nuovi post e, cosa più importante, dialogare attivamente con i degustatori.
Tutto questo, come sottolinea il comunicato stampa redatto dalla Wellcom di Alba, la società cui è affidato il compito della comunicazione e dei rapporti con la stampa di questo evento, con il preciso obiettivo “da un lato di eliminare il gap tra giornalisti e produttori rispetto ai risultati delle degustazioni. Dover aspettare mesi per venire a conoscenza delle opinioni dei giornalisti è sempre stato il  punto debole di eventi di questo tipo.
E, d’altro lato, diffondere a livello mondiale il nome Barbera e il suo territorio d’origine, utilizzando i contenuti pubblicati da blogger influenti e seguitissimi (non solo sulla piattaforma barberameeting.com/it o sul blog http://barbera2010.com/, ma anche sui loro blog personali).


Da Alba Wines a Nebbiolo Prima
Questo per quanto riguarda la rassegna dedicata ad un vitigno importantissimo per il vino piemontese come la Barbera, mentre passando all’altro vitigno simbolo, il Nebbiolo, le novità relative all’anteprima delle nuove annate del Barbaresco, del Barolo e del Roero, universalmente nota e apprezzata come Alba Wines Exhibition, sono quantomeno sorprendenti.
Difatti l’organizzatore dell’evento, l’Unione Produttori Vini Albesi, con una decisione che è suonata assolutamente incomprensibile ai più (recentemente, a Montalcino, ho raccolto i commenti stupiti di tanti colleghi italiani ed esteri che non si capacitavano di questa decisione), e che va contro le normali leggi che prescrivono che “squadra che vince non si cambia”, ha deciso, come recita un comunicato stampa emesso per l’occasione, “dopo 14 anni di rinnovare il format per rendere unico l’esordio di Nebbiolo Prima, evento che raccoglie il testimone di Alba Wine Exhibition”.
Ad occuparsi dei rapporti con la stampa e della comunicazione di un evento che è diventato negli anni il modello da imitare, e la migliore occasione di degustazione professionale offerta a noi giornalisti possibile oggi in Italia, non sarà più, come ha sinora fatto in maniera impeccabile, la Wellcom di Marinella Cristino Minetti e dei suoi bravissimi collaboratori, ma ben due nuove società, sicuramente capaci, che però agiscono fuori dal territorio albese.
Cambiamento deciso per cambiare sostanzialmente le cose rispetto a come è sempre stato fatto? Assolutamente no, perché, come dice il comunicato, “non cambierà la filosofia che ha sempre caratterizzato l’appuntamento: offrire agli specialisti del vino una panoramica completa dei volti del Nebbiolo nel suo territorio di elezione in un contesto altamente professionale.
Protagonisti saranno la relazione tra i vini e gli infiniti tasselli del mosaico che compongono la Langa e il Roero, interpretati dalle aziende, spesso “passioni di famiglia” che mantengono una dimensione a misura d’uomo”. Così anche quest’anno, “per quattro giorni,  le firme più prestigiose del giornalismo italiano ed estero si incontreranno al Palazzo Mostre e Congressi di Alba per una vera full immersion nelle nuove annate: Barolo 2006 e Riserva 2004, Barbaresco 2007 e Riserva 2005, Roero 2007 e Riserva 2006 presentate in anteprima. Circa 200 aziende e 300 vini, suddivisi per annate e menzioni geografiche aggiuntive, presenteranno le espressioni del Nebbiolo in quello che è stato definito “ il wine summit per eccellenza”, gli ospiti potranno così avere un’idea complessiva delle annate di prossima commercializzazione”.
Ai giornalisti che verranno invitati a partecipare all’edizione 2010 (io ho ricevuto l’invito, ma sto valutando l’ipotesi di rinunciare, come mia personale, silenziosa, forma di dissenso) “il programma si presenterà come sempre vario e articolato. La mattina si terranno le degustazioni tecniche, rigorosamente alla cieca. Il pomeriggio sarà invece dedicato alle verticali e all’incontro con le aziende, dando così la possibilità di unire la conoscenza dei vini a quella dei volti e dei cuori di chi li ha prodotti.
A questo format consolidato, che in questi anni ha reso l’evento di Albeisa un esempio unico in Italia, si affiancheranno alcune novità. Tra queste, l’organizzazione di sessioni didattiche dedicate ad approfondire i caratteri delle menzioni geografiche aggiuntive, con la collaborazione del Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Roero, e seminari guidati da storici vignaioli e grandi sommeliers”.
Come si vede a parte queste “novità”, il vero, sostanziale cambiamento consiste solo nel passaggio dalla Wellcom all’agenzia Artevino che curerà in collaborazione con Gheusis il coordinamento organizzativo che presumibilmente vedrà l’Unione Produttori Vini Albesi maggiormente impegnata e protagonista che in passato.
Legittima scelta, gli organizzatori possono fare quello che vogliono e non devono certo rispondere delle loro scelte ai giornalisti che invitano, ma solo ai loro associati, ma pur essendo un buon amico sia del nuovo presidente dell’Unione, Enzo Brezza, che di vari membri del Consiglio di amministrazione, che congiuntamente, immagino, avranno deciso di cambiare, non posso che essere stupito, non comprendendone assolutamente le ragioni e non avendo elementi per valutare eventuali motivazioni che come giornalista non sono portato a conoscere, per questa svolta, di cui non si sentiva francamente alcun bisogno.
E che mi auguro tanto, da amico di Alba Wines Exhibition, che spera di poter diventare nel tempo amico anche di Nebbiolo Prima, non possa rovinare il “giocattolo”, l’anteprima delle nuove annate di Barbaresco, Barolo e Roero, con cui è stato sinora piacevolissimo “giocare”…

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4 marzo 2010

Altri Brunello 2005 in degustazione all’Osticcio: Querce Bettina, Fonterenza, Pian dell’Orino, ecc.

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Mi spiace molto se, anche in questo caso, qualcuno, come ha già fatto in coda al mio post sull’eccellente Brunello 2005 di Costanti, se la prenderà perché mi attardo a parlare di Brunello di Montalcino che non ho assaggiato nella cornice istituzionale (e un po’ caciarona) del Benvenuto Brunello, bensì nella cornice accogliente, salottiera, intrinsecamente colta, dell’Enoteca l’Osticcio di Francesca e Tullio Scrivani.
Non è però colpa mia, né degli animatori di questa bella enoteca, se proprio nei giorni dell’Anteprima del grande Sangiovese di Montalcino in quel posto si potevano degustare anche altri vini di aziende che, per motivi vari, non erano presenti alla Fortezza.
E non posso di certo far finta che non esistano, visto che in larga parte sono molto buoni, anzi, esemplari, altri Brunello oltre ai molti, alcuni eccellenti, altri decisamente meno, che sono stati messi a nostra disposizione per due giorni per l’assaggio.
Degustazione dove a splendere particolarmente, come il grande vino che ci si aspetta dal Brunello, non sono stati tanto i 2005, oppure le riserve 2004 (tra cui alcune spettacolose) ma una riserva presentata con la calma e la pazienza dei forti da Col d’Orcia, una straordinaria versione di un classico come il riserva Poggio al Vento annata 2001 tale da giustificare, da sola, la discesa a Montalcino.
Tornando a noi all’Osticcio ho potuto degustare diverse cose che mi sono piaciute e che mi hanno mostrato quelle doti di eleganza che negli oltre 130 2005 degustati durante Benvenuto Brunello mi sono spesso sembrate assenti.
Comincio dal Brunello 2005 dell’azienda Campi di Fonterenza delle gemelle Padovani, che conferma le eccellenti impressioni suscitate dalla prova d’esordio del Brunello 2004, vino dalla grande fragranza aromatica, caratterizzato da dolcezza e purezza di frutto, da una polpa succosa, da una bella struttura tannica, da un notevole equilibrio e da una freschezza che innerva il vino e lo rende fragrante, vivo, dalla prima “snasata” all’ultimo sorso.
A seguire il 2005 del Paradiso di Frassina, caratterizzato da una vivacità d’espressione che definirei straordinaria, che comincia dalla brillantezza del colore e prosegue passando al naso ricco, carnoso, profumato di ciliegia e macchia mediterranea, e prosegue nel tannino che nonostante qualche esuberante “rugosità” giovanile e che si fa sentire e ad un alcol leggermente in eccesso, segna il vino e gli conferisce un carattere spiccato, e una grande piacevolezza.

Note altrettanto positive con il 2005 di Pian dell’Orino, anche in questo caso con un alcol un po’ elevato, ma chiaramente improntato ad una grande ricchezza d’espressione e ad una grande materia, come appare già dai profumi, di ciliegia nera, liquirizia, prugna, macchia mediterranea, ancora rinchiusi in un insieme molto compatto che non si concede e rimane molto in sé, e poi si svela maggiormente passando al gusto, di gran “carne” e sostanza, con salda struttura tannica, notevole allungo e dinamismo, bella persistenza lunga.
Non altrettanto convincente, e mi spiace, l’assaggio del Brunello 2005 di un’altra nuova protagonista del panorama ilcinese, Stella di Campalto, di cui continua a piacermi più il Rosso di Montalcino che il Brunello, forse il più chiuso e tetragono dei 2005 degustati all’Osticcio, segnato da un eccesso di legno, nei profumi e al gusto, che ne condiziona l’apprezzamento e che contrae il vino, lo rende fin troppo compatto e materico e gli impedisce di distendersi e acquisire quella piacevolezza, quella capacità di convincere subito che caratterizza gli altri vini sinora citati.
Non ho potuto degustare, perché non più disponibile, il 2005 di Salicutti, ma ho molto apprezzato – ne parlerò in un prossimo post, il riserva 2004.
Infine, citando en passant il 2005 di Valdicava, espressione di uno stile che ad alcuni potrà piacere, ma che a me appare decisamente superato, anche se moderno, ovvero colore fitto, naso cremoso, burroso, tendente alla concentrazione e alla confettura, ricchissimo, pieno, masticabile al gusto, ma senza freschezza, slancio, un monumento alla materia ma un po’ muto e monocorde, non posso che citare con sorpresa la performance offerta dal Brunello di Montalcino 2005 di Querce Bettina.

Una piccola azienda (un ettaro a Brunello e 1, 4 ettari a Rosso di Montalcino) sul mercato dal 2006 con il Rosso di Montalcino, proprietà di due brianzoli, Vilma Sandra Barenghi e Roberto Moretti, giunti a Montalcino da una decina d’anni.
Il vigneto è giovane, impiantato nel marzo 1999 e nel 2000 è entrato in produzione nel corso del 2002/2003, posto a circa 440 metri sul livello del mare nel versante sud-ovest della collina di Montalcino e la produzione annua contenuta in circa 6500 bottiglie di Brunello DOCG e di circa 9000 bottiglie di Rosso di Montalcino DOC, ma il vino mostra già ora un peculiare carattere, fedele ad una filosofia che si può sintetizzare nella dichiarazione “costruiamo il nostro vino in vigna e stiamo attenti a non rovinarlo in cantina”.
Il che, come dicono nel loro sito Internet, significa “vendemmiare uve perfettamente sane e cercare di non distruggere il fitocomplesso in fase di vinificazione, a ridurre al minimo i trattamenti antiparassitari (solo rame e zolfo), a rinunciare a processi di filtrazione e di vinificazione forzata e su tutti quello di chiarificazione, sempre alla ricerca e tutela degli effetti benefici dei propri prodotti.
Ma veniamo al Brunello 2005, fermentato in serbatoi di acciaio sino all’esaurimento dell’acido malico, affinato in botti di rovere di slavonia da 22 ettolitri per un periodo superiore ai 30/36 mesi, imbottigliato e affinato in bottiglia per oltre dodici mesi e messo in commercio non prima di cinque anni successivi alla vendemmia.
Un vino che definirei all’insegna della dolcezza (non intesa in senso zuccheroso ma come soavità d’espressione), di un frutto succoso, vivo, di bella polpa e consistenza, eppure sostenuto da un corredo tannico degno di nota, con una struttura che fa pensare che, a differenza di tanti altri Brunello, apparsi già piuttosto evoluti o stanchi, questo vino, già godibile e sostanzioso ora, direi quasi goloso, possa avere un bel potenziale d’evoluzione, assicurato anche da un’acidità ben presente e calibrata. Perché mai, pur non essendo ai nastri di partenza del Benvenuto Brunello, non avrei dovuto parlare e segnalarvi validi vini del genere?

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3 marzo 2010

Amarone della Valpolicella classico Rubinelli Vajol 2006

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Sono ancora in debito di parecchie segnalazioni dei peraltro non tantissimi 2006 che ho apprezzato senza se ne ma in occasione dell’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella di cui ho anche scritto diffusamente qui sottolineando il ritorno al buon senso dopo anni di ubriacature da entusiasmi eccessivi.
Dopo l’Amarone classico di Manara mi piace segnalare un Amarone (ancora di zona classica) di un’azienda praticamente agli esordi amaroneschi, nonostante disponga di qualcosa come 12 ettari situati esattamente nel centro geografico della Valpolicella storica, nella frazione S. Floriano di San Pietro in Cariano, vigneti che esprimevano, come si legge sul sito Internet dell’azienda, “uva per le migliori cantine della Valpolicella, vinificando sempre solo una piccola selezione”.
Ora, invece, la Rubinelli Vajol, l’azienda agricola di cui sto parlando, il cui nome è legato alla figura di “Gaetano Rubinelli, capostipite della famiglia Rubinelli che vive da sempre in Valpolicella”, il quale “dopo aver progettato e costruito la diga del Chievo sul fiume Adige, che fornì energia elettrica alle industrie di Verona nel primo novecento, acquistò la campagna del Vajol, per la sua perfetta conformazione a conca, situata esattamente al centro della Valpolicella” ha pensato bene, magari scegliendo il momento più difficile, di presentarsi sul mercato con un Amarone e un Valpolicella Classico superiore, entrambi di annata 2006.
Entrambi da uve Corvina, Corvinone e Rondinella, più una piccola quantità di Molinara, Croatina e Oseleta, presenti in vigna. Amarone della Valpolicella di stampo classico il loro, base 40%Corvina, 40%Corvinone, 15%Rondinella, 5%Molinara, lungo riposo, ben quattro mesi nel fruttaio scavato nel tufo dove si è compiuto il naturale processo di appassimento, e dopo l’affinamento in botti di rovere da 50 ettolitri per circa 18 mesi.
Il risultato, è un vino, venduto ad un prezzo ragionevole, 25 euro al pubblico in cantina e 18 euro più Iva alla ristorazione, alcol calibrato nonostante i 16 gradi, che all’Anteprima veronese mi ha decisamente convinto, con la sua intensità di colore, un rubino violaceo vino e profondo, il naso surmaturo dolce fitto su note salmastre di cioccolato, marron glacé, liquirizia, prugna secca e accenni selvatici e animali, e la sua bella materia multistrato, dolce e rotonda, mostrata al gusto, che definirei vellutato, largo pieno, di grande soddisfazione, ma con una certa freschezza e sapidità e un finale giocato su note minerali.
Un Amarone della Valpolicella giovane, con buon potenziale d’evoluzione, che lascia pensare che con l’azienda Rubinelli (che potete contattare a questo indirizzo e-mail) dovremo fare piacevolmente i conti d’ora in avanti…

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