Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

23 agosto 2010

Trattoria dei Tacconotti: pianura fuori, goduria dentro.

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“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

“C’è qualche chilometro da fare ma in venti minuti ci siamo!” Quando Maurizio dice così vai tranquillo che l’oretta in macchina non te la toglie nessuno. Inoltre le pianure attorno ad Alessandria si assomigliano tutte (almeno per me) e Maurizio sembra divertirsi in un percorso a zig-zag che mi fa perdere il proverbiale (si fa per dire) senso dell’orientamento.
Fatto sta che, come da copione,  in una cinquantina di minuti mi ritrovo in un gruppo di case circondate da una pianura che, per dirla con Guccini “sembrava arrivare fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare”.

Molto meno aulico è invece il nome del locale e della piccola frazione: Trattoria dei Tacconotti a Tacconotti, frazione di Frascaro.
La trattoria  nasce dalla tranquilla e pacata maestria di Anna e Carlo (la prima in cucina, il secondo in sala). Ho usato questi due aggettivi non a caso perché entrando nel locale ti senti già rilassato: saranno i colori alle pareti, sarà la sala arredata con elegante semplicità, sarà il rustico porticato esterno che ti ricorda tanto locali della tua (mia) infanzia, sarà soprattutto Carlo che emana tranquillo ed ospitale equilibrio da tutti i pori, ma ancora prima di sederti ti senti già seduto e coccolato.
Se poi la serata è di quelle tranquille ed Anna può venire a parlarti dei suoi piatti il cerchio si chiude. E proprio da piccoli cerchi in tempura è composto uno degli antipasti estivi del locale: si tratta di anelli delle dolcissime cipolle di Breme, difficili da trovare ma facilissime da mangiare.
Gli altri antipasti cambiano (come tutto il menù) a seconda delle stagioni e della disponibilità dell’orto: cito a braccio l’insalata di nervetti, le alici di Monterosso fritte (buonissime) e le zucchine, sempre fritte.
Sono passato veloce sugli antipasti perché volevo arrivare subito a parlare di un piatto, anzi di una scodella. Dentro c’era un minestrone di verdure con la pasta che mi ha fatto quasi piangere di gioia: erano anni che non trovavo un vero minestrone casalingo ma fatto con maestria da grande cuoca:  denso, profumato, ricco, vellutato, corposo. Della tipologia che ti alzeresti la notte per andare a mangiare quello avanzato. Un piatto che non si improvvisa e che ha bisogno di tempo e tranquillità per essere cucinato.
Sullo stesso livello troviamo i panigacci al pesto, i corzetti (tipica pasta di Novi Ligure) sempre al pesto ma di maggiorana ed i classici agnolotti. Dopo un primo come quello che avevo mangiato una buonissima parmigiana di melanzane (quasi del livello del minestrone) mi ha permesso di arrivare perfettamente sazio a fine cena. La scelta poteva anche cadere sul vitello in carpione o sul baccalà alla ligure, ma oramai la cena era improntata al vegetariano.

Ho detto una bugia: la cena non era finita. Di solito non mangio mai il dolce ma questa volta ho dovuto fare un’ eccezione (è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve farlo..) per la coppa di zabaione con pesca gratinata e soprattutto per il brodo di giuggiole, una specialità di Anna che, provate a dire, vi manderà in brodo di giuggiole.
Tra un brodo di giuggiole, una chiacchierata con Anna ( regina dell’orto e della cucina) sono riuscito anche a sbirciare nella carta dei vini, selezionata personalmente da Carlo, trovando  una buona selezione territoriale a prezzi assolutamente onesti.
E onestamente devo ringraziare Maurizio per avermi riportato (nei soliti “venti minuti”) in albergo: se avessi dovuto guidare io sarebbe stata più dura forse perché, sotto sotto, sarei voluto rimanere ai Tacconotti…
Carlo Macchi

Trattoria dei Tacconotti

Fraz Tacconotti 17, Frascaro (AL)
tel. 0131278488
e-mail

Giorno di chiusura: mercoledì
aperto solo la sera salvo il sabato, la domenica e i festivi
ferie: gennaio
prezzo medio: 35-40€ vini esclusi
ricarico medio dei vini : 70%

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21 agosto 2010

Quarto “titulo” e.. ricominciamo! Grazie magica Inter!

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Bisognerà aggiornarla questa fotografia che ho scattato a fine luglio a Gallipoli.
Dopo i fantastici “tre tituli”, questa sera, a Milano, contro la Roma, è arrivato, nella Super coppa italiana, il “quarto titulo”.
E venerdì, a Monaco, abbiamo la possibilità di fare cinquina, giocando la finale della Supercoppa Europea contro l’Atletico Madrid…
Partito l’indimenticabile Mou, al quale è giusto dedicare questo trofeo, e arrivato il pacioso Rafa Benitez, non cambia la “fame” di vittorie della squadra, la volontà feroce, anche quando la condizione atletica lascia un po’ a desiderare, di portare a casa il risultato, di imporsi su tutto e su tutti. Abbiamo chiuso la stagione il 22 maggio con la fantastica finale di Champions League, la riapriamo oggi con un’altra coppa.
Grazie magica Inter, ricominciamo!

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19 agosto 2010

Vinea Tirolensis, i vini dei Vignaioli dell’Alto Adige in degustazione lunedì 23 a Bolzano

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Una veloce notizia tanto per informare gli appassionati e soprattutto quelli che potranno recarsi a Bolzano, che nel pomeriggio di lunedì 23 agosto a Bolzano, nella splendida cornice del Castel Mareccio, posto al centro della capitale dell’Alto Adige, dalle 15 alle 21, per l’organizzazione dell’Associazione dei Vignaioli dell’Alto Adige – visitate qui il loro sito Internet – si svolgerà l’undicesima edizione di Vinea Tirolensis.
Si tratta di una grande vetrina – banco d’assaggio – visitate qui il sito Internet – che vedrà la partecipazione di 74 produttori, di cui 64 vignaioli soci della FWS, la Freie Weinbauern Südtirol, (che conta ormai 82 membri) e 10 ospiti provenienti da altre zone vinicole italiane che presenteranno circa 300 vini di propria produzione.
Per la FWS Vinea Tirolensis è il più importante appuntamento dell’anno, un’occasione che consente di far apprezzare il ventaglio della produzione vinicola dei soci a tutti gli estimatori. E permette di dimostrare, a chi non ne sia già persuaso, come esista un’altra importante modalità di espressione qualitativa, in provincia di Bolzano, oltre a quelle proposte dalla rete delle potentissime Cantine cooperative, e di alcune importanti aziende imbottigliatrici private.
Alla manifestazione parteciperanno difatti vignaioli provenienti da tutte le aree di produzione altoatesine, dalla Valle Isarco alla Val Venosta, dalla Val d’Adige all’Oltradige, dalla Bassa Atesina alla Conca di Bolzano (area di Santa Maddalena e di Gries e dintorni), che testimoniano la grande varietà dei terroir, il particolare rapporto esistente in particolare tra alcune varietà e singole aree di produzione, (la Schiava ed il Lagrein nella zona di Bolzano, il Pinot noir ed il Gewürztraminer a Mazzon e Termeno, il Riesling in Val Venosta, il Kerner ed il Sylvaner in Valle Isarco), la vivacità del panorama che vede ogni anno nuovi protagonisti emergere ed affermarsi accanto ai nomi di riferimento.
Una novità dell’edizione di Vinea Tirolensis 2010 è che quest’anno i visitatori possono degustare anche i vini di aziende ospiti che provengono sia dall’Alto Adige (2 cantine sociali e 2 tenute, rispettivamente Cantina Produttori del Burgraviato, Schloss Rametz, Josef Niedermayr e Cantina Produttori Caldaro) sia quelli di sei soci della Federazione dei Vignaioli Indipendenti (FIVI).
Che saranno nella fattispecie:
Cavalleri dalla Franciacorta
Enrico Orlando Cà Richeta dal Piemonte
Cà la Bionda dalla Valpolicella
Ampeleia dalla Toscana
Moroder dalla zona del Conero nelle Marche
Salvo Foti I Vigneri dalla Sicilia.
Il costo d’ingresso è di 15 euro.
Per informazioni sulla manifestazione e la modalità di partecipazione e-mail tel. 0471 238002.

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18 agosto 2010

Vini rosati in screwcap (tappo a vite): why not?

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Ieri ho lanciato sul sito Internet dell’A.I.S. , qui, una modesta proposta: perché i produttori di vini rosati non decidono di utilizzare per la tappatura dei loro vini il tappo a vite o screw cap,  invece del tradizionale tappo di sughero o, come fanno alcuni, l’orribile tappo in silicone?
Non sarebbe forse un modo di lanciare un segnale chiaro al consumatore, di essere dichiaratamente dalla sua parte (niente più rischi di sentori di tappo) e di comunicarlo? E voi, cosa ne pensate?

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17 agosto 2010

A proposito de Il vino degli altri di Andrea Scanzi

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Ai (pochi) ma fedeli lettori di Vino al Vino rimasti segnalo la mia recensione, pubblicata sul sito Internet dell’A.I.S., qui, del bel libro Il vino degli altri di Andrea Scanzi cantore “enopop” (ma lui dice di sentirsi più rock che pop…) e non addetto ai lavori, che però sul vino dimostra di avere molte cose da dire. E di saperle esprimere, rivolgendosi ad un pubblico ampio, con il linguaggio più giusto…
E’ un libro che se non l’avete ancora fatto vi consiglio caldamente di leggere.

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16 agosto 2010

Gianfranco Soldera e il Brunello: un’intervista

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Voglio semplicemente segnalare questa lunga, interessante intervista – leggete qui – concessa da Gianfranco Soldera, alias Case Basse, ovvero il produttore di quello che continuo a considerare di gran lunga il miglior Brunello di Montalcino.
Avrei molte cose da dire a proposito, ma essendo questo blog ancora in pausa di riflessione, mi limito a segnalarvi quello che ha detto, perché credo meriti attenta considerazione…

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Vallée d’Aoste Chambave Muscat Flétri 2007 La Vrille

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“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Lo so bene che per me l’adorata Vallée d’Aoste non sarà più quella di una volta, ora che ogni volta che vi salirò non troverò più ad accogliermi l’amico di una vita, quel carissimo, indimenticabile Gianni Bortolotti, che se n’é andato, in punta di piedi, a fine giugno, e che per anni è stato il mio punto di riferimento, il mio “Caronte” eno-gastronomico, il mio consigliere, la persona che inevitabilmente, ogni volta che salivo ad Aosta e dintorni, non potevo non incontrare.
Oltre a mancarmi l’amico, la persona con cui ho condiviso per circa vent’anni momenti bellissimi, conviviali, certo, ma anche giornate dove in nome dell’antica amicizia ci si poteva raccontare senza paure condividendo emozioni, sogni e speranze, per il puro piacere di stare insieme e di condividere un momento delle nostre vite sempre un po’ di corsa, mi mancherà sicuramente il grande eno talent scout, la persona che più di qualsiasi altra mi teneva informata su quel che di nuovo bolliva in pentola ed emergeva tra i vigneti e le cantine della Vallée.
Questo dai tempi, ormai lontani, quando Costantino Charrère decideva di piantare i suoi primi vigneti di Chardonnay e di lanciare l’avventura delle Crêtes, oppure Marco Martin faceva le sue prime prove con il Pinot gris lanciando quella bella realtà che è oggi Le Triolet, o ancora Carlo Celegato dava una sua convincente lettura del Blanc de Morgex et de la Salle, o in tempi più vicini Rosset esordiva con lo Chardonnay, il Syrah e il Mayolet e Philippe Quinson proponeva un rosso personalissimo con il suo Beato Emerico.
Ora dovrò abituarmi a fare da solo o contare sulle segnalazioni di altri amici se vorrò avere il polso su quanto di nuovo verrà di volta in volta alla ribalta tra i piccoli vignerons (i veri portabandiera, più di quanto lo siano, Cave di Donnas a parte e per certi versi quella di Chambave della migliore viticoltura ed enologia valdostana).
Oppure dovrò chiedere periodicamente all’amico Vincent Grosjean, che dell’Associazione dei Viticulteurs Encaveurs è attivo presidente (oltre che bravissimo vignaiolo per conto proprio) di organizzarmi una volta all’anno delle degustazioni come questa che mi allestirono (ed era con me anche Gianni), su alla Maison Agricole di Daniela Dellio, lo scorso gennaio.
In questa occasione, un po’ stremato dalla circa ottantina di vini bianchi e rossi degustati, decisi di rinunciare, per farlo con più calma a casa, all’assaggio di una decina di vini dolci.
Non potei dunque condividere con Gianni, che pure mi aveva fatto conoscere per primo l’ottimo passito Lo Flapì di Di Barrò, e cui devo l’assaggio del più grande Muscat de Chambave della mia vita, quello di Machet Martin, la sorpresa di imbattermi in uno Chambave Muscat Flétri davvero notevole.
E non ho avuto modo in seguito, dopo aver deciso di fare visita al produttore, in occasione di una bellissima due giorni in giro per cantine e vigneti a fine aprile, di raccontargli non solo quanto mi fosse piaciuto quel vino, oltre che gli altri prodotti, ma come quella piccola cave, con agriturismo annesso, posta a Cretaz, piccola frazione di Verrayes, a nord di Nus e Chambave, sarebbe piaciuta anche a lui, se avesse avuto modo di salirvi.

Non potendo raccontare a Gianni dell’incanto di questo posto, dove oltre a produrre, in piccola quantità, diecimila bottiglie massimo, in larga parte consumate sul posto o in Valle, ottimi e schietti vini, a coltivare con cura l’ettaro e mezzo di vigneti, senza forzature, con metodi naturali, Luciana propone una cucina squisita, leggera, gustosa e personalissima, colta, d’ispirazione sia valdotaine che francese (terra di origine del vigneron) e si coccolano letteralmente, nelle sei accoglienti camere e poi al mattino a colazione (che colazione!) gli ospiti, voglio raccontare a voi lettori come valga assolutamente salire a La Vrille (visitate qui il sito Internet).
Su da Luciana ed Hervé (il marito vigneron francese) in questo bel posto dove a 650 metri di altezza si gode una splendida veduta del Mont Avic e del Mont Emilius cosi come un’ ottima esposizione al sole durante tutto l’anno. Un’azienda vinicola piccolissima, la cui prima annata è stata il 2005 (in passato le uve venivano conferite alla Crotta di Vegneron), e la cui gamma, oltre al fantastico Chambave Muscat Flétri propone, tutti buoni, veri, ben fatti, un Muscat de Chambave secco (che ho apprezzato moltissimo proposto a tavola la sera della mia cena con pernottamento), un Fumin (con parte delle uve sottoposte ad appassimento per un mese e poi con affinamento in tonneau), un Cornalin, un Gamay e uno Chambave rouge (a base di Petit rouge per un 70% e per un 30% di Vuillermin, coltivato dall’altra parte della valle), che mi ha sorpreso per la sua pienezza e succosità ed una stoffa davvero notevole.

Ma è il Vallée d’Aoste Chambave Muscat Flétri, di cui ho apprezzato e goduto, anche in abbinamento ad una torta preparata da una mia cognata (vedete la foto) l’annata 2007, la punta di diamante della (petite) maison, un vino calibrato in tutto, nella gradazione alcolica (13,5°), nella ricchezza, nel gusto, mai troppo dolce assolutamente non stucchevole nervoso di gran carattere.
Colore paglierino oro splendente di grande luminosità, spicca subito con il suo naso caratteristico, fresco, vivo, con l’eleganza e la freschezza dei passiti del nord e la svettante aerea vivacità, il “sale” dei vini di montagna.
Note, in successione, di fiori bianchi freschi, di gelsomino, e di fiori secchi e accenni a fieno di montagna, e poi scorza d’agrumi, mandorla, frutta secca, canditi, un cenno di miele d’acacia fiori d’arancio e una bella vena salata.
Ma poi che meraviglia la bocca, di sorprendente nerbo, vivacità, scatto, con l’acidità che ravviva ed elettrizza una materia giustamente dolce, ma senza eccessi, vivacizzata da un bel retrogusto di salvia e di agrumi, da bella sapidità e carattere, con una precisa vena di mandorla sul finale, che non si siede e si mantiene sempre in tensione, scattante con una sapida mineralità, una suadenza nell’allargarsi in bocca e darle un temperato calore, una cremosa burrosità, da burro d’alpeggio, veramente notevole.

A 16 euro per la bottiglietta di 0,375 cl. diciamo che si tratta di un prezzo d’affezione o da amatori, ma credo sia difficile trovare oggi in Vallée, e credo che anche Gianni sarebbe stato d’accordo, uno Chambave Muscat Flétri altrettanto buono e vero, in grado di far sognare davvero chi se lo gusta centellinandolo…

La Vrille Agriturismo e azienda agricola
1 Hameau du Grandzon
Verrayes
tel. 0166 543018
cell. 333 2393695 – 347 1165945
e-mail
sito Internet.

Indicazioni per arrivare:
Uscita autostradale a Nus, proseguire in direzione Torino. A 5 km circa alla prima rotonda  girare a sinistra al panello  direzione “Verrayes”. Del pannello “Verrayes” salire  per circa 600 metri ( riferimenti : a sinistra una stalla, a destra una piccola serra in plastica), quindi girare a destra verso  “La Vrille agritourisme, Cretaz, Clapey, Ganjeon (attenzione al piccolo cartello) e seguire la stradina che sale per circa 800 metri. L’Azienda agrituristica è  ubicata al termine della strada.

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9 agosto 2010

Raffaele Moccia: essere viticoltori ad Agnano (Napoli)

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Uva: falanghina
Fascia di prezzo da 5 a 10 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Napoli si esprime al meglio nell’emergenza, nell’eccesso, nella straordinarietà. L’ordinario opprime l’animo partenopeo, la spinta a muoversi deve essere qualcosa di pratico, visibile, con cui fare i conti subito, adesso, in questo momento. Solo così scatta.
Così nella città capace di ispirare Rosi per la valanga di cemento piovuta a partire dagli anni ‘50, ancora inarrestabile in periferia, vive una viticoltura straordinaria. Sì, avete capito bene, dentro il perimetro urbano.

Raffaele Moccia (nella foto) è contadino autentico di Agnano, la sabbia grigia nella quale sono piantate le sue viti è quella degli Astroni, uno dei cento vulcani di Campi Flegrei, divenuto oasi protetta del WWF e nel quale si conserva uno degli ultimi boschi preistorici europei.
Raffaele lavora piedirosso e aglianico, i due vitigni di quest’area sui quali è costruita la doc: bevibilità, freschezza, struttura contenuta. Tutte caratteristiche molto fuori moda negli anni ‘90 ma che adesso stanno tornando prepotentemente alla ribalta.
La Falanghina Vigna del Pino ci ricorda sicuramente gli aspetti positivi dell’annata 2008 per i bianchi: frutto, equilibrio, decisa spinta acida. A questo aggiungiamo la sapidità straordinaria e il finale amaro tipico dei vini di aree vulcanico, toni particolarmente accentuati nell’areale vulcanico partenopeo in cui rientra, tanto per gradire, il Vesuvio.
A distanza di quasi due anni dalla vendemmia il frutto è un po’ evoluto ma ancora tanto fresco, note minerali si fondono a quelle della macchia mediterranea e di sottobosco. Una grande e marcata complessità olfattiva per una Falanghina capace di regalare grandi emozioni.

Se una città è capace di esprimere un bicchiere così buon, vuol dire che non tutto è perduto.
Luciano Pignataro

Sede a Napoli, Contrada Astroni, 3
Tel. e fax 081.7628104.
Sito Internet
-
E-mail
Enologo: Maurizio De Simone
Bottiglie prodotte: 15.000
Ettari: 3,5 di proprietà
Vitigni: falanghina e piedirosso

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2 agosto 2010

L’Amaretto di Gavi: che gustosa tenzone!

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Noi IGP abbattiamo tutte le barriere, superiamo ogni ostacolo, miglioriamo ogni record ma soprattutto non ci fermiamo di fronte a niente (sarà un complimento? Speriamo).
Per la prima volta da che Internet esiste proviamo un esercizio mai tentato da anima viva: la singolar tenzone in diretta (oserei dire in streaming se sapessi cosa vuol dire) con gli  Amaretti di Gavi!
“Rullino i tamburi e si avvicinino i contendenti: da una parte Carlo Macchi, bianco (anzi bianchiccio) categoria massimi, peso 98 kg.
Dall’altra l’Amaretto di Gavi, categoria piuma, bianco perlato che nasconde un incarnato color mandorla, profumo fine, gustoso, inconfondibile, peso forma 23  grammi di bontà. Pare una lotta impari, ma attenzione, suona il gong.
Macchi col suo passo elastico da bradipo  artritico gira attorno all’amaretto. Questi, guardingo, rimane fermo a centro ring. Ecco che Macchi scatta (si fa per dire) in avanti,  prende l’amaretto alla vita, lo stringe ed in un solo movimento delle forti mascelle (questo è vero) lo riduce in briciole.
Seguono altre 11 riprese finite tutte alla stessa maniera, anche se verso la fine il mio passo non era così scattante come all’inizio.
Ma lasciamo da parte la nuda cronaca e parliamo del vero vincitore dell’incontro: l’amaretto di Gavi. Come voi tutti saprete Gavi è uno dei miei pallini enologici: si trova nel basso Piemonte, ai confini con la Liguria e da sempre è un luogo dove tradizioni liguri e piemontesi vanno a braccetto. Esempio: la mattina al bar si fa colazione con la focaccia di Recco, ma a pranzo si mangiano gli agnolotti col sugo d’arrosto. In questo confine gastronomico le ricette classiche piemontesi vengono ingentilite mentre quelle liguri mostrano strutture di maggior rilievo.

Gli amaretti sono una tradizione del basso Piemonte, come quelli famosissimi di Mombaruzzo. Qui a Gavi l’amaretto sente l’aria di mare e diventa più gentile, più elegante, più raffinato, vorrei dire più godurioso. Già alla vista denota nobili natali: la faccia marroncina e piena di rughe del classico amaretto piemontese qui è resa più gradevole da un’infarinata di vanillina che già da sola rende l’amaretto particolare.
A Gavi vi sono pasticcerie come Traverso (tel/fax 0143.642713 – info@amarettitraverso.it) che li produce e li vende addirittura dal 1780 ed altre pasticcerie meno blasonate che però ne sfornano di altrettanto buoni (se non migliori).
Su tutte ne ho scelta una che li produce “solo” dal 1910. Il suo nome è Bassano (ma il locale si chiama Caffè del Moro) e si trova nella centralissima Via Mameli al 39 (tel. 0143642648).
La ricetta si rifà ad ingredienti classici, come mandorle dolci e amare, zucchero, albume d’uovo, bicarbonato e miele, a cui però si aggiungono “le armelline amare”. Queste non sono altro che i noccioli di ogni tipo di drupa  i quali contengono il seme e la sua pelle amara.
L’impasto porta, dopo la cottura, ad un prodotto di una morbidezza avvolgente, che nasconde però una forza gustativa notevole: mentre si scioglie in bocca mostra una sinuosa e delicata dolcezza, ben mitigata dalle struggenti note amare. Dopo che si è sciolto rimangono in bocca per molto le sensazioni amarotiche, pardon, rimarrebbero, perché un nuovo amaretto prenderà subito il posto del precedente e così via fino a che morte per iperglicemia non vi separi.
Carlo Macchi

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26 luglio 2010

Donnas: roccia, terra e bosco fatti vino

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Un tesoro enoico della Valle d’Aosta tutto da scoprire

Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Non preoccupatevi, non ho preso un colpo di sole e so benissimo che siamo a fine luglio, che il termometro è ben oltre i trenta gradi e che con questo caldo di bere rossi, tanto più se corposi, non se ne parla nemmeno.
Eppure e non solo perché ne sono innamorato perso ho scelto di consigliarvi ugualmente un rosso e non un rosso stile “vinino”, leggero, beverino, da servire più fresco del solito nelle serate estive, ma nientemeno che un vino base Nebbiolo.
L’ho fatto guardando alla geografia e ai percorsi turistici di questo periodo che precede di poco agosto, ben consapevole che la magnifica Vallée d’Aoste costituisce, per chi ama la montagna, una delle mete più ambite e altrettanto lo è per il turista goloso, quello che non manca di scegliere mai come meta dei propri itinerari culle del mangiar bere bene.
Per trovare questo Nebbiolo, che al limite potrete limitarvi ad acquistare per poi stivarlo nelle vostre cantine e gustarlo quando le temperature saranno meno elevate, vi invito a salire ai limiti della Vallée, in Bassa Valle, in una delle primissime località che s’incontrano salendo da Ivrea in direzione Aosta.
Al confine con la provincia di Torino, dove, estrema propaggine di Piemonte in un paesaggio che è già interamente valdostano si trova il borgo vinicolo di Carema, vi invito a fermarvi, a 300 metri di altezza, in uno scenario che è l’esaltazione della viticoltura eroica, con vigneti terrazzati a grande pendenza letteralmente strappati alla roccia, a Donnas.
Un piccolo paese, dove, come si legge, già “nel primo secolo a.C. i Romani lasciarono una visibile impronta della loro civiltà, scalpellando nella viva roccia , per più di 200 metri, una strada ed un arco di pietra sotto il quale transitavano i carri che percorrevano la via delle Gallie”.
A Donnas la viticoltura ha tradizioni antichissime ed è stata una ovvia conseguenza, venendo ai tempi nostri, all’epoca successiva alla creazione delle Doc in Italia, che nel 1971 nascesse la Denominazione di Origine Controllata legata al nome del borgo e del suo vino di Donnas.
Meno normale, anzi più difficile, che proprio lo stesso anno, a Donnas venisse creata una cantina cooperativa con il “preciso scopo di tutelare e garantire la qualità e genuinità del vino” e che questa cooperativa, passando gli anni, si configurasse come una sorta di “presidio” a difesa di un vino che se questa cooperativa, formata da viticoltori non a tempo pieno di età media superiore ai 60 anni, proprietari di piccoli appezzamenti, non fosse esistita sarebbe scomparso.

Dire Donnas Doc ieri come oggi, quando le Caves Coopératives de Donnas (visitate qui il loro sito Internet) contano su 85 soci che controllano 29 ettari, di cui 21 iscritti all’albo della Doc, e producono attorno alle ottantamila bottiglie, equivale a parlare dell’azione di questa cantina, della sua opera intelligente e lungimirante, del sostegno tecnico fornito ai soci, del lavoro paziente e faticoso di accorpamento fondiario, della continua attenta salvaguardia dei vigneti e del territorio, che nei vigneti si identifica.
E’ proprio per la centralità, la tenacia, l’importanza non solo enoica, ma anche sociale ed economica dell’azione di questa Cantina sociale voglio invitarvi, se vi capita di salire in Valle, di farle visita, magari facendovi prendendo preventivamente appuntamento telefonico (0125 807096) o via e-mail.
Chiedete se sia possibile accompagnarvi tra i vigneti, camminare lungo quei percorsi scoscesi, quelle pendenze per cogliere preventivamente l’anima del vino, quella natura petrosa che ritroverete puntualmente bevendolo, per capire da che razza di fatica, di lucida follia, di ragionamento anti-economico abbia origine. Come sia figlio dell’amore e della passione per questa terra.
Una volta camminate, come amava dire Veronelli, le sue vigne, il Donnas vi apparirà, nelle diverse interpretazioni che ne dà la Cantina, come il vino più logico e consequenziale dato l’ambiente circostante, un vino di testimonianza, anti-spettacolare e assolutamente non ruffiano per natura, un vino da capire e conquistare lentamente, magari attraverso l’assaggio – cosa che io ho avuto la fortuna di fare, alcuni anni fa, come racconto qui – di qualche vecchia annata, dall’evoluzione straordinaria e sorprendente, da gustare non solo sulla saporita cucina locale dove salumi (il magnifico lardo della poco distante Arnad, ad esempio), formaggi, carni la fanno da padrone, ma anche su molti altri piatti tradizionali delle vostre zone di origine, sui quali data la sua duttilità, scandita da una grande freschezza, da un’acidità importante, da una ricchezza di sale, il Donnas si sposerà perfettamente.
Potete cominciare la vostra conoscenza con il Nebbiolo di Donnas con l’assaggio del Nebbiolo più fresco e giovane delle Caves, il Barmet, di cui viene ora commercializzata (circa 15 mila le bottiglie) l’annata 2009, facendovi letteralmente “la bocca” con la sua accentuata vinosità e con la piacevole ruvidezza dei tannini, con un’acidità che “morde”.
Poi, prima di passare ai Donnas che la cantina considera più ambiziosi, il Donnas Napoleone 2006 (6500 bottiglie) prodotto la prima volta con la vendemmia del 1997 e presentato in occasione del bicentenario del passaggio in Valle d’Aosta di Napoleone, che, fermatosi a Donnas nel maggio del 1800 ebbe occasione, come riferiscono le cronache dell’epoca, di degustare ed apprezzare il vino locale, affinato per almeno due anni in tonneaux, ed il Donnas Vieilles Vignes 2006 (3300 bott) ottenuto da vigne di 60-70 anni, una sorta di Sfursat o Amarone valdostano, ottenuto da un appassimento delle uve, raccolte a piena maturità, non inferiore ai 90 giorni, potrete finalmente fare confidenza con il Donnas, di cui è ora in commercio, a 7,20 euro in cantina, l’annata 2006. Disponibile in 55 mila esemplari.
Da questo vino ottenuto da uve di Picotendro Nebbiolo (vale a dire dall’acino piccolo e tenero) per l’85% e da Freisa e Neyret per un massimo di 15%, provenienti dalle coste rocciose dei Comuni di Donnas, Pont-Saint-Martin, Perloz e Bard, invecchiato per almeno due anni in botti grandi di rovere da 25 ettolitri non aspettatevi il “vinone”, largo e potente e nemmeno le note di frutta matura, la succosità, l’espansione del Vieilles Vignes e quel gusto un po’ più internazionale che troverete nel, pur buono, Donnas Napoléon, dove una certa dolcezza del legno si fa sentire.
Entrate invece nell’ordine di idee di trovarvi nel campo dell’essenzialità fatta vino, della petrosità, con un naso che non si concede subito ampio, ben definito, ma rimane “guardingo”, un po’ contratto, con qualche leggera riduzione ed un carattere tra il selvatico, il salmastro, e persino “acciugoso”, e poi si apre regalando note di lampone e ribes, di pietra focaia, di sottobosco, accenni di rosa passita e rosmarino e poi con un palato scandito da una salda struttura tannica, un tannino che morde e si fa sentire senza essere aggressivo e invadente, che si pone al centro del vino e ne detta i tempi, da un’acidità ben delineata, viva, salata, che innerva il vino e gli dà slancio e verticalità, lo rende pieno di energia, nervoso.
Vino giovanissimo, che comincia ad aprirsi e a fare intravedere tutti i suoi tesori di eleganza, la sua misura discreta ed elegante e che potrà essere ancora molto migliore nei prossimi anni.
Compratelo “a scatola chiusa”, fatene scorta, visto il prezzo contenuto, da oscar del rapporto prezzo-qualità e mettetelo in cantina esplorandone nel tempo, bottiglia dopo bottiglia, l’evoluzione, la progressiva conquista di quella dimensione, essenziale ma autentica, il suo essere roccia e terra e bosco e montagna fatti vino, che lo rende unico, inimitabile.
Non è forse questa la bellezza, il fascino straordinario del vero vino?

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