Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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12 Giugno 2008

Montalcino: prime dimissioni dal Consorzio

L’intricata, assurda vicenda che il Brunello di Montalcino sta vivendo sulla propria pelle, sta provocando le prime reazioni, tra cui, prevedibile, una fuga da un Consorzio che non é mai apparso, in questi mesi, avere le idee chiare su come comportarsi di fronte a quanto stava accadendo. L’amico Francesco Leanza, del Podere Salicutti, produttore d’indiscussa serietà e grande passione, attaccato alla terra di Montalcino (lui che é nativo della Sicilia) forse più degli stessi ilcinesi, mi comunica di aver rassegnato le dimissioni da socio del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, con lettera raccomandata del 7 giugno, trasmessa per conoscenza, in data 11 giugno, a tutti i soci.
So quanto possa essere costata a Francesco, come pure a Stefano Cinelli Colombini, che si era dimesso dal collegio sindacale, questa decisione, quanto sia stata lungamente meditata e sofferta. Dal suo punto di vista non esistevano alternative, e la permanenza in questo Consorzio, alle attuali condizioni, non aveva più senso. Viene da chiedersi se continui ad avere senso per tutti gli altri 249 produttori associati…

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10 Giugno 2008

Barolo Broglio riserva 2001 Cascina Schiavenza

Non sono molti, nel mondo del Barolo, i vini che si presentano sul mercato come riserva, prodotti pertanto con un periodo di affinamento più lungo di almeno un anno rispetto al normale annata.
Sono vini che per giustificare questo extra time di permanenza in cantina e prezzi sensibilmente più alti devono per forza aver un bel “qualcosa” in più. Di fronte ad una vera riserva di Barolo, come ha scritto bene Riccardo Farchioni sul sito Acquabuona, “È come arrivare alla vetta più alta e salire ancora un gradino verso l’alto, non accontentarsi del meglio ma voler andare ancora più in là. Ad esso sono riservate spesso le migliori vigne, e spesso vigne con nomi che sono musica per chi frequenta i vini di Langa”.
I primi nomi di Riserva che mi vengono in mente sono il mitico Monfortino di Giacomo Conterno, e poi i straordinari Bricco Boschis Bricco San Giuseppe e Vignolo di Cavallotto, il Pernanno di Francesco Sobrero, il Rocche dell’Annunziata di Enrico Scavino, l’Arione Sorì dell’Ulivo di Gigi Rosso, il Massara del Castello di Verduno e poi il grande Vigna Rionda di Massolino ed il Cannubi di Borgogno. Ed infine quello che, Monfortino a parte, io amo di più, il raro, straordinario Riserva Monprivato Cà d’Morissio del mio amico Mauro (Giuseppe) Mascarello.
C’è un altro Barolo riserva, meno noto, che vorrei però segnalare alla vostra attenzione ed è un Barolo che viene da Serralunga d’Alba, prodotto da una piccola azienda il cui nome è anche, per chiunque frequenti la Langa, sinonimo di buona cucina, e cioè Schiavenza, la trattoria Cascina Schiavenza dove si possono gustare i piatti tipici della cucina locale (tajarin, agnolotti del plin, brasato al Barolo, peperone ripieno, vitello tonnato, insalata russa stupenda, ecc.) spendendo intorno ai 30 euro.
Schiavenza, è però anche il nome di una piccola azienda agricola, che opera dal 1956, avviata all’epoca dai fratelli Vittorio e Ugo Alessandria, e oggi condotta dalle figlie Enrica e Maura con il marito Luciano Pira, bella figura di vigneron-cantiniere poche parole e tanta sostanza e una devozione alla qualità davvero notevole.
Otto ettari di proprietà, in larga parte dislocati nel territorio di Serralunga, con l’eccezione di una piccola parte nella frazione Perno di Monforte d’Alba (da cui nasce un Barolo davvero eccellente), e porzioni di vigneti di tutto rispetto come Prapò, Bricco Ceretta e Broglio, da cui nascono vini, di stampo rigorosamente tradizionale, prodotti senza fretta, che costituiscono delle autentiche garanzie (discorso che vale anche per la Barbera d’Alba ed i Dolcetto d’Alba, soprattutto il Sorì) per chi ami ritrovare nei vini tutto il sapore ed i profumi inconfondibili della Langa.
L’altro, meno noto rispetto agli altri citati, Barolo riserva che voglio segnalare alla vostra attenzione è la riserva, prodotta solo nelle grandi annate, del vigneto Broglio (360 metri di altezza, terreno argilloso fortemente calcareo), un vino, fermentazione in vasche di cemento vetrificato per 15-20 giorni, affinamento in botti di rovere di Slavonia di 20-40 ettolitri, la cui versione 2001 degustata oggi è davvero splendida.
Colore rubino violaceo vivo, profondo, brillante, mostra un naso molto “Serralunga style”, complesso, austero, pieno di sfumature (la classica liquirizia, l’alloro, la terra, le note minerali, il cuoio, una leggera speziatura, lampone e rosa passita, accenni di catrame e di tartufo e poi alloro e rosmarino), ma molto elegante, fresco, sapido. Al gusto è estremamente vivo, pieno di nerbo, con tannini imponenti che “mordono” ancora e “scalpitano”, una materia fitta, importante, di grande dinamismo, con una persistenza lunga, una verticalità, un carattere minerale spiccato, quasi salato, petroso, che formano il timbro di questo vino e fanno capire di trovarsi ad un Barolo riserva vero, di quelli che poi lasciare tranquillamente riposare in cantina per anni e quando li stapperai non ti tradiranno, regalandoti mirabilie di complessità e armonia.

Cascina Schiavenza
Serralunga d’Alba
tel. 0173 613115
sito Internet e-mail

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26 Maggio 2008

Anteprima Costa Toscana: prime impressioni

Un saluto e un commento al volo - sono ancora in terra lucchese, in quel di Montecarlo, sede dell’omonima Doc - sulla degustazione - faticosa - dei vini delle aziende che fanno capo all’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana.
Assaggiati oltre 75 vini delle annate attualmente in commercio e una cinquantina di vini “en primeur” dell’annata 2007. Non sono un fan delle degustazioni en primeur, ma devo dire che é stato molto meno difficile assaggiare questi “vini” assolutamente in fieri, wine in progress ancora incompiuti, che degustare i vini già imbottigliati e attualmente in commercio, di annate 2006, 2005, 2004.
Nella stragrande maggioranza di questi vini ho visto ancora di scena una stilistica ormai antica e superata, all’insegna del motto “piacevolezza zero” o poca. Concentrazioni esasperate, estrazioni super, abbondanza di legno e poco equilibrio. Impressionanti nel colore, massicci, potenti, ma eleganza vo cercando e voglia di passare dalla fase dell’assaggio a quella della beva pressoché inesistente.
Nei 2007, ancora in larga parte intaccati e condizionati dal legno, ho visto invece un’aria nuova, altra freschezza, altro equilibrio, altra presenza di un frutto non marmellatoso, ben altro equilibrio, sapidità, corredo acido evidente, segno, mi auguro, di un cambiamento di rotta e di un ritrovato buon senso, dopo gli anni delle esagerazioni e delle esasperazioni stilistiche, dei vini fatti pour épater les dégustateurs et le guide, non certo dalla parte del consumatore.
Il racconto dettagliato della mia degustazione nei prossimi giorni. Oggi giro per Montecarlo, domani degustazione, che credo sarà molto interessante, dei vini di Montecarlo… 

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22 Maggio 2008

Anteprima vini della Costa Toscana a Lucca e Viavinaria a Montecarlo

Sabato 24 e domenica 25 maggio (giornata, per gli interessati, in cui si svolge, in tutta Italia la manifestazione Cantine Aperte - sito) tornerò, dopo un’assenza durata alcuni anni, nella bellissima Lucca, in tempo per partecipare, nella consueta sede di Villa Bottini, all’Anteprima  Vini della Costa Toscana, organizzata dall’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana (sito), che comprende un’ottantina di aziende comprese nelle province di Massa, Lucca, Pisa, Livorno, Grosseto, quindi in un’area piuttosto ampia e differenziata che subisce l’influenza del Mar Tirreno.
Le aziende partecipanti (vedi qui la loro dislocazione provincia per provincia) presenteranno i loro vini en primeur e la loro produzione che esce in commercio nel 2008, permettendo a giornalisti ed esperti di capire l’evoluzione del prodotto.
Per la prima volta, Anteprima vini aprirà al pubblico e nella giornata di domenica si svolgeranno dei seminari di degustazione in cui verranno messi a confronto, in una degustazione alla cieca, i vini en primeur ed i vini che escono in commercio nel 2008, 5 vini per tipo.
Sono disponibili due seminari, uno alle 10,30 e uno alle 15 di domenica 25 maggio, entrambi guidati da esperti del settore, che aiuteranno i partecipanti a capire l’evoluzione di un buon vino.
Chi è iscritto ai seminari avrà anche la possibilità di visitare i banchi di degustazione allestiti per i vini en primeur e in commercio, normalmente riservati a giornalisti e produttori.
Per iscriversi ai seminari, a numero chiuso, occorre contattare la segreteria telefonicamente al 347 4354310 oppure per e-mail
Dopo i due giorni di Villa Bottini la mia parentesi in terra lucchese non sarà ancora conclusa, perché domenica mi sposterò, breve viaggio, da Lucca a Montecarlo, per seguire, presso il Centro storico, sino alle 19 (apertura ore 10) la rassegna Viavinaria, che propone banchi d’assaggio e vendita di vini delle Doc Montecarlo e Colline Lucchesi (presso l’ex Chiesa della Misericordia in via Cerruglio).
Lunedì 26, presso il Teatro Comunale dei Rassicurati, seguirò la conferenza stampa di presentazione della nuova denominazione Associazione Strada del Vino e dell’Olio di Lucca, Montecarlo e Versilia el’atteso momento conviviale che vedrà quattro grandi ristoranti e chef della provincia lucchese, Lorenzo Viani di Da Lorenzo di Forte dei Marmi, Romano Franceschini di Da Romano a Viareggio, Sauro Brunicardi della Mora di Sesto a Moriano e Fabrizio Girasoli del Butterfly di Marlia, nonché Antonio Pirozzi del ristorante PierAntonio all’Antico Ristorante Forassiepi di Montecarlo, che ospiterà la manifestazione, proporre una serie di piatti a base delle materie prime tipiche locali. Ovviamente in abbinamento ai vini Doc Montecarlo e Colline Lucchesi.
E non è finita, perché la mattina del 27 mi attende una ricca e sono certo molto interessante ampia degustazione dei vini della Doc Montecarlo (in bianco ed in rosso), di cui scriverò per la rivista dell’A.I.S. De Vinis.
Per informazioni: Comune di Montecarlo tel. 0583 229725 e-mail

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21 Maggio 2008

Concorso per il miglior Sommelier del mondo sabato 24 maggio a Roma

Sabato 24 maggio torna di scena la W.S.A., la Worldwide Sommelier Association, con un grande evento di grande respiro internazionale.
Presso l’Hotel Cavalieri Hilton (via Cadlolo) a Roma si svolgeranno per la prima volta le finali dell’atteso Concorso per il migliore sommelier professionista nel mondo, che vedrà tre finalisti, provenienti da diversi Paesi, mettere “in gioco la loro professionalità, la loro abilità, la loro competenza e le loro emozioni per aggiudicarsi il più ambito trofeo della Sommellerie”.
Il programma prevede l’avvio delle finali alle 15.30 e a seguire, per tutti gli appassionati del vino che interverranno è prevista una degustazione di 40 vini in rappresentanza di tutte le zone vinicole del mondo, che si protrarrà sino alle 21.
Alle 20.30 sono invece previste, nel corso di una cena di gala, la proclamazione del vincitore del Concorso e l’assegnazione del
titolo di Miglior Sommelier Comunicatore del Vino e del Cibo nel Mondo.
Il vincitore del trofeo resterà in carica sino al 2010 quando è prevista l’organizzazione, con la Spagna quale Paese ospitante, della prossima edizione del Concorso.
Per informazioni ed iscrizioni visitare i siti Internet Bibenda e W.S.A. telefono 06 8550941 – 02 2846237 e-mail

Ecco l’elenco completo dei sommelier finalisti: Andrew Connor (New Zealand), Manuel Moreira (Portogallo), Yuniko Ushio (Giappone), Luca Gardini (Italia), Leandro Emanuel Orona (Argentina), Roger Viusà (Spagna), Milan Krejci (Rep. Ceca), Gabriele Rappo (Inghilterra), Byung-Kyun Yoo (Korea), Isabelle Le Balpe (Francia), Aldo Shom (U.S.A.), Gerardo Tèllez Zamorano (Messico) e Romano Thierry (Andorra).

Qui l’elenco dei vini in degustazione:
Clos de Lambrays Grand Cru 2004 - Domaine des Lambrays (Francia) // Château Haut Condissas 2000 - Château Haut Condissas (Francia) // Champagne Brut Cuvée L’Ame de la Terre 1998 - Domaine Françoise Bedel (Francia) // Muscat Kaefferkopf 2004 - Domaine Audrey et Christian Binner (Francia) //Savennières Clos de la Coulée de Serrant 2005 - Clos de la Coulée de Serrant - Nicolas Joly (Francia) // Langhe Nebbiolo Sperss 2003 – Gaja (Italia) // Franciacorta Brut 2003 - Ca’ del Bosco (Italia) // Bolgheri Sassicaia Sassicaia 2004 - Tenuta San Guido (Italia) // Alto Adige Moscato Rosa 2006 - Franz Haas (Italia) // Chardonnay 2006 - Planeta (Italia) // Turriga 2003 – Argiolas (Italia) // Dits del Terra 2004 - Dits del Terra (Spagna) // Mendall Rancio 2004 – Mendall (Spagna) // Matallana 2001 - Telmo Rodriguez (Spagna) // Albariño de Fefiñanes 2006 - Bodegas del Palacio de Fefiñanes (Spagna) // Porto Vintage 2003 - Fonseca Porto (Portogallo) // Riesling Spätlese Trocken 2006 - Weingut Clemens Busch (Germania) // Hölle Riesling QbA Gewächs 2005 – Künstler (Germania) // Königsbacher Idig Riesling Spätlese Trocken 2005 – Christmann (Germania) // Kakhetian Noble - Badagoni Wine Company (Georgia) // Riesling x Sylvaner 2003 - Domaine de Beudon (Svizzera) // Grüner Veltliner Ried Kafeberg 2002 – Brundlmayer (Austria) // Tokaji Aszù 5 Puttonyos – Disznókö (Ungheria) // Skalani 2005 – Boutari (Grecia) // Château Musar White 1995 - Château Musar (Libano) //Vitovska 2005 – Čotar (Slovenia) //Pinot Noir La Neblina 2005 - Radio-Coteau (Stati Uniti) // Cabernet Sauvignon 2002 – Shafer (Stati Uniti) // Riesling Icewine 2004 – Vineland (Canada) // Almaviva 2002 - Viña Almaviva (Cile) // Montes Folly 2001 - Montes (Cile) // Château Cheval Blanc & Terrazas de los Andes 2002 - Cheval des Andes (Argentina) // M3 Vineyard Chardonnay 2004 - Shaw And Smith (Australia) // Shiraz 2003 – Craiglee (Australia) //Pinot Noir Reserve 2004 - Pipers Brook (Australia) // Sauvignon Blanc Wairau Reserve 2007 - Saint Clair (Nuova Zelanda) // Cabernet Sauvignon 2004 – Yarden (Israele) // Vin de Constance 2000 - Klein Constantia (Sudafrica) // Gran Malvazija 2005 - Moreno Coronica (Croazia) // Tessano di San Marino 2004 - Consorzio vini San Marino (San Marino)


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10 Marzo 2008

Barolo 2004: da Serralunga d’Alba segnali chiari di assoluta grandezza

Ritorno dalla mia (quasi) due giorni a Serralunga d’Alba non solo inebriato di Langa e, come direbbe Lucio Battisti (senti) “innamorato sempre di più in fondo all’anima per sempre tu” (l’oggetto del mio amore ovviamente la terra del Barolo e del Barbaresco) ma con alcune assolute certezze che, in rapida sintesi, vi elenco:
il 2004, come già fatto capire chiaramente dagli ottimi Barbaresco, è un’annata grandissima in Langa. Un’annata classica a misura del Nebbiolo;
da Serralunga d’Alba, come ho potuto chiaramente capire da una godibilissima degustazione di oltre 30 Barolo (dispiace siano mancati all’appello i vini di Fontanafredda, Ceretto, Batasiolo, Pio Cesare, Luigi Pira…) targati semplicemente Serralunga, oppure singoli cru, che ho avuto l’opportunità di fare in tutta tranquillità la mattina di sabato 8 marzo grazie alla preziosa collaborazione degli amici della Bottega del Vino del più alto e isolato dei comuni del Barolo, parte un segnale di assoluta chiarezza: il Barolo 2004 è e sarà grandissimo. Un vino da comprare e mettere in cantina, oltre che da cominciare a bere (anche se giovane) perché già di fantastica piacevolezza;
il 2004 è l’annata perfetta a misura di Barolo classici, con uve splendide da cui si potevano ottenere proprio tutte le sfumature, i chiaroscuri, le delicatezze, la struttura, il nerbo, la complessità, l’eleganza che rendono il Barolo un vino unico ed inimitabile. Di più: il miglior vino del mondo;
chi ha la fortuna di godere di vigneti super nella zona del Barolo ed in particolare a Serralunga d’Alba, ha potuto ricavare vini che fanno assolutamente sognare. Due nomi su tutti: Falletto e Rocche dei Falletto di Bruno Giacosa, fatto anche con l’aiuto del bravissimo enologo in uscita, Dante Scaglione (il più grande vino, soprattutto il secondo, della mia degustazione rigorosamente alla cieca) e Cascina Francia, nonché Monfortino, di Giacomo Conterno, che ho assaggiato ancora in botte. Come l’incredibile, stesso vigneto, Barbera d’Alba 2006. Roba da brivido; anche si deve “accontentare” di vigne come Parafada, Margherita, Broglio, Gabutti, Arione, Lazzairasco, Prapò, (sul Vigna Rionda non mi pronuncio, perché ho assaggiato, in altro contesto, solo un campione di 2004, ancora tremendamente bambino) ha tirato fuori cose da mille e una notte. Nebbiolosa e barolesca;
lo stile classico, tradizione, seppure riveduto, corretto, non fossilizzato e polveroso, aperto al nuovo intelligente, prevale nettamente a Serralunga, sui Barolo 2004, sullo stile moderno. Quello stile che anche in un’annata classica come questa suggeriva di giocare sull’eleganza e non sulla potenza (c’è già tutto nella scultorea massa michelangiolesca dei tannini del Nebbiolo!) e di rinunciare ad un eccessivo, protagonistico apporto di tannini da legno francese.
Cosa mi ha poi detto questa due giorni tra Serralunga d’Alba e Monforte d’Alba (dove la sera di venerdì ho splendidamente cenato da Felicin, in compagnia di Davide Rosso e di un giovane enologo, Gianni Meleni, di cui sentirete parlare – e non solo per il lavoro che sta già facendo in una nota grande cantina dell’astigiano, ma per consulenze intelligenti fatte in Langa)?
Che ho aggiunto al ristretto, eletto novero dei Barolo del mio cuore, un Barolo di Serralunga – e che Barolo! – il Vigna Rionda riserva dei fratelli Franco e Roberto Massolino (aiutati da un altro giovane enologo molto bravo, Giovanni Angeli), grazie ad una degustazione verticale di 12 annate, dal 2002 (mais oui!) sino all’imperioso 1982 (passando per 2001, 2000, 1999, 1998, 1997, 1996: chapeau!, 1990, 1989, 1998, 1986) che mi ha regalato una delle più grandi, complete, assolute emozioni che una degustazione di più annate (e ho avuto il privilegio di farne parecchie) di Barolo mi abbia suscitato. Per la serie: quando una vigna è super, se il vignaiolo ne è interprete fedele e umile, se ne sa cogliere la voce e l’anima, se sa dare il giusto tempo ai vini, il risultato non può che essere straordinario.
Aggiungo poi un’altra notizia, ad uso e consumo dei lettori italiani ed esteri, di questo blog e di VinoWire.com. A Serralunga d’Alba c’è chi ha prodotto due Barolo riserva annata 2002 che faranno fare alla stampa che aveva decretato, ancora in estate, ancora prima della rovinosa grandinata del 3 settembre che colpì La Morra, Barolo, Novello, parte di Monforte d’Alba e sostanzialmente risparmiò Serralunga, ancora prima della vendemmia, ancora prima che le uve – bellissime – frutto di un settembre e di un ottobre dall’andamento da favola, venissero portate in cantina, che l’annata 2002 fosse non solo da dimenticare, ma nemmeno da prendere in considerazione, la figura del dilettante e dell’allocco.
Già alcuni onestissimi 2002, tutt’altro che piccoli, avevano dimostrato che anche in questa annata più piccola, con selezioni severissime, si potevano fare validi vini, ma saranno due vini blasonatissimi, con edizioni 2002 pienamente all’altezza del loro nome, a dimostrare senza timore di smentita che anche dal 2002, a Serralunga d’Alba, si potevano fare vini super.
Segnatevi i nomi e preparatevi, come formicuzze, a mettere via i soldini (parecchi) per cercare di acquistarne qualche bottiglia, che nel caso del primo vino saranno davvero pochine:
Barolo Vigna Rionda riserva 2002 Massolino (elegante, completo, classico) e un monumentale grandioso indescrivibile Barolo riserva Monfortino Giacomo Conterno.
L’assaggio del vino, da due botti di diverso formato, diverso legno, che Roberto Conterno, cui ho fatto visita venerdì sera, mi ha per la prima volta consentito, regalandomi una scossa assoluta e purissima, che un tizio una volta avrebbe definito da “faccino radioso”, mi ha convinto senza alcuna ombra di dubbio possibile e immaginabile che la scelta azzardata che Roberto e ancora prima il suo indimenticabile babbo Giovanni avevano fatto tra il 2002 ed il 2003 di destinare tutte le uve del vigneto Francia esclusivamente al Monfortino riserva, rinunciando alla produzione dell’altro enorme vino, il Cascina Francia, non era stato un azzardo, ma una scelta intelligente, consapevole e geniale.
Il Monfortino 2002 sarà all’altezza del suo blasone di più grande vino italiano in assoluto (scelta confermata, leggi, anche da un recente sondaggio tra una ventina di esperti condotto dalla rivista inglese Decanter) e mostrerà a chiunque lo acquisterà (peccato che costi così tanto…) quale incredibili vertici di grandezza il Barolo possa toccare.
Un’altra cosa confortante la mia due giorni a Serralunga d’Alba e dintorni mi ha detto: che due dei miei prediletti artigiani alimentari della zona, la Panetteria Cravero di Piazza Castello a Barolo tel. 0173 56134 - vedi - e la Macelleria Alessandro Garello a La Morra via Roma 13 tel. 0173 50397 - vedi - continuano a lavorare con intatta coscienza, serietà e onesta, proponendo la prima grissini stirati a mano, paste di meliga, brutti ma buoni, e pasticceria secca varia, il secondo carni di fassone, salsiccia, salumi, ecc. ecc. di primissima qualità. Se venite in Langa non mancate di fare loro visita a mio nome: non rimarrete delusi.
Mi è infine rimasto un divorante (non nel senso che mi laceri, m’impedisca il sonno, mi divida, ma che mi spingerebbe a divorare l’oggetto della mia perplessità anche a colazione non solo a pranzo e cena) interrogativo: meglio gli ineffabili, dolci, leggeri tajarin alle verdure di Da Felicin (vedi) o quelli croccanti, altrettanto angelici e gustosi, al leggero ragù di carne dell’accogliente Trattoria Cascina Schiavenza (vedi) proprietà della stessa famiglia che produce gli ottimi vini, tra i migliori di Serralunga, dell’azienda agricola Schiavenza?
Idea: e se invece di una verticale di Barolo, la prossima volta qualche anima buona, con buona pace del mio fegato e del mio colesterolo, mi ammannisse una verticale, orizzontale, obliqua degustazione, macché, abbuffata, di tajarin di questi due locali che amo e di altri ancora (ad esempio il ristorante Brezza a Barolo – vedi – il ristorante del Buon Padre a Vergne di Barolo – vedi – il ristorante Real Castello del Castello di Verduno – vedi - ) di tajarin, fino a togliermene la voglia almeno per una settimana?
Perché la Langa, non è solo Barolo e Barbaresco (nonché Dolcetto, Barbera, Freisa, Moscato), colline su colline che ti tolgono il fiato, bricchi, scenari mozzafiato e gente vera da abbracciare, amici che ti scaldano il cuore, personaggi estrosi, storie da raccontare “a millanta che tutta la notte canta”, ma anche un brasato al Barolo e un piatto di tajarin (o di raviole del plin…) fumanti, carne cruda tagliata a coltello, antipasti la cui sequenza tu vorresti non finisse mai, panna cotta e bunet.
Un pranzo e una “cena della meraviglie”, come direbbero Camilla Baresani e Allan Bay, che non ti stancano mai e rinnovano la tua fame, la tua sete di vita, la tua voglia di tornare in questa Langa che ti é entrata nel cuore. Come l’amore della vita…

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23 Febbraio 2008

Quale il miglior Brunello di Montalcino degustato?

La domanda é una di quelle che potremmo definire “delle cento pistole”: qual’é il miglior Brunello di Montalcino che hai avuto modo di degustare a Montalcino nei due giorni e mezzo della tua permanenza?
La risposta é semplicissima, un Brunello che non figurava tra quelli in degustazione nella tensostruttura allestita dentro la Fortezza di Montalcino dove si svolgeva Benvenuto Brunello, ma un Brunello, anzi, una serie di Brunello di Montalcino, uno già in bottiglia e gli altri in fieri, che un po’ masochisticamente il sottoscritto, in compagnia di pochi altri amici e colleghi un po’ carbonari, siamo andati in pellegrinaggio a degustare, pardon a bere, in quel posto splendido, unico, magico che corrisponde al nome di Case Basse. Dove grandi, anzi grandissimi vini, nascono grazie ad un terroir speciale, ad una luce incredibile, ad una volontà incrollabile di perseguire la qualità senza compromessi, di investire in ricerca e sperimentazione, di capire, interrogarsi, non dare nulla per scontato. E dove un uomo dal carattere difficile, ma appunto per questo di forte carattere e personalità, persegue il sogno, diventato realtà, di produrre vini che non solo esaltano al massimo grado l’anima e l’unicità del Sangiovese, che sono finezza, eleganza, complessità, purezza fatte vino, ma che si propongono e sono come alcuni tra i più grandi vini che si producano al mondo.
Quest’uomo (nella foto) si chiama Gianfranco Soldera, veneto di nascita, quindi milanese, ma ilcinese (ovvero orgoglioso sostenitore di Montalcino e della sua grandezza) più di tantissimi altri che a Montalcino ci sono nati o sono venuti in seguito a viverci e a fare business vinicolo.
Perché é un po’ una forma di masochismo venire quasi “in pellegrinaggio”, tutte le volte che scendo a Montalcino, dall’amico Soldera? Perché bere i tuoi vini ti fa salire nel paradiso di Bacco, ti fa sognare, ti fa toccare enoicamente il cielo con un dito. Ma poi il confronto con la stragrande maggioranza dei vini che costituiscono la realtà quotidiana di Montalcino e del Brunello diventa faticoso e lacerante, tanto i vini di Case Basse appartengono ad un’altra dimensione, ad un’altra idea (ad un altro sogno e ad un’altra etica) del vino. Che non ricerca improbabili e assurde muscolarità e concentrazioni, che non ricorre ad enologi consulenti dalla bacchetta più o meno magica, che rispetta la vigna ed il suo ambiente, che non pasticcia o traffica in cantina, che non arrangia, ma che propone vini che, anno dopo anno, sono espressione di quel millesimo, di quell’andamento stagionale, di quei terroir, di quell’uva speciale che é il Sangiovese. Prova a chiedere a Soldera cosa ne pensa del ruolo dei lieviti nella vinificazione, se usi lieviti naturali o selezionati. La sua risposta sarà forte ma tranchant : “scusa, ma tu faresti ingravidare tua moglie da un estraneo?”…
Ho riassaggiato dalla botte, (ovviamente grande e di rovere di Slavonia, costruita con amore da Garbellotto) dove é rimasto mesi 66 (andrà in bottiglia entro fine febbraio) un Brunello di Montalcino 2002 che potrebbe stendere fior di grandi borgognoni, anzi apparire più grande di loro. Eleganza assoluta, dolcezza naturale, equilibrio, piacevolezza estrema, tannini che ci sono eppure non li senti. Una carezza, un bacio in forma di vino.
E poi, sempre dalla botte, un 2004 che sarà grandissimo, che ha di tutto e di più senza essere eccessivo, un 2007 in divenire che ti conquista già ora e poi un 2003 che con il 90% e più dei Brunello pari annata degustati in quel del Benvenuto Brunello non ha assolutamente nulla da spartire. Che sembra provenire da mondi remoti, da altre galassie enologiche, frutto di altri linguaggi, altra cultura. Altra capacità di sognare e far diventare realtà la grandezza di un vino.
E poi, infine, a cena, mangiando addirittura pesce (perché no?) in una deliziosa trattoria di Camigliano l’apoteosi, la piacevolezza assoluta, il vino già grande e godibile ora, ma destinato a sfidare il tempo per decenni, della riserva 2001, uno spettacolo, vino elegante per palati eleganti e raffinati, per chi sa capire, per chi non si accontenta della realtà e dei compromessi, ma sogna un mondo puro, tutta bellezza, armonia, eleganza. Dove tutto ha una logica e una razionalità, un ordine interiore, un’etica che informa e regola l’operare umano.
Per godere di vini così valeva la pena fare la fatica di degustare tanti (troppi) vini senza gioia e senza senso, vini nella migliore delle ipotesi vorrei ma non posso, vini, ahimé, che non ti viene voglia di bere e che ti mettono tanta malinconia…

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21 Febbraio 2008

Live from Montepulciano

Cari amici riesco solo questa mattina a collegarmi e a “moderare” i vostri commenti. Sono a Montepulciano in vista dell’Anteprima del Vino Nobile. Sono reduce da una fantastica Serata Barbaresco in Versilia, organizzata dagli amici della locale delegazione A.I.S. Ci voleva, in una settimana all’insegna del Sangiovese, una parentesi nebbiolesca! Posso dirlo che il nobilissimo Nebbiolo, il re dei vitigni, ha cominciato a conquistare la Toscana? Appena potrò cronache e resoconti dalla serata, che é stata piacevolissima e ha visto i sette Barbaresco 2004 da me selezionati e raccontati risplendere.

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7 Febbraio 2008

Back from Torino e Langa

Ho un sacco di cose da raccontare sulle due fittissime intense giornate di ieri e di oggi trascorse tra Torino e la Langa del Barolo e del Barbaresco. Incontri sorprendenti e autentiche rivelazioni, grandissimi vini degustati (ne cito solo alcuni: Barolo Borgogno 1982, Barbaresco Rabajà 1989 e 1999 e altre annate Castello di Verduno, Barolo Monvigliero 1988 Castello di Verduno), amici ritrovati, cose buone gustate. Soprattutto, però, il mio nuovo forte, intenso, caldo abbraccio, con la terra del vino del mio cuore, con quella Langa che ogni volta mi regala quelle emozioni che nessun’altra zona vinicola mi sa dare.
Comincerò a raccontare domani, per ora, dopo queste brevi parole, poco più di una didascalia, una fotografia scattata questa mattina verso le 8 dalla camera dove ho dormito a Monforte d’Alba. Come fotografo sono solo un dilettante, ma spero ugualmente di riuscire in qualche modo a ridarvi l’atmosfera di quel sogno, di quell’amore chiamato Langa…

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27 Gennaio 2008

Amarone della Valpolicella: perché non possiamo dirci ottimisti

nullQualche numero che rappresenta tutti i dati anagrafici presenti nella “carta d’identità” della Valpolicella oggi prima di esprimere, senza alcuna pretesa di sistematicità (sono ancora sotto lo scacco dei ben 70 vini 70 degustati ieri), le mie prime impressioni sull’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004 cui ho partecipato ieri in quel di Verona:
5.839 ettari di superficie vitata iscritti all’albo del Valpolicella
2.470 aziende iscritte all’albo del Valpolicella
1.226 aziende che producono uva per l’Amarone
390 fruttai per l’appassimento dell’uva
90 milioni di euro il valore totale delle uve prodotte
5 cantine sociali in zona di produzione
148 aziende imbottigliatrici fuori dalla zona di produzione
165 aziende vitivinicole di filiera in zona di produzione
24 nuove aziende vitivinicole di filiera nate negli ultimi 6 anni
170 milioni di euro il valore delle giacenze di Amarone
220 milioni di euro il fatturato complessivo della DOC Valpolicella
Gli ettari vitati sono suddivisi:
53% in collina 23% nella fascia pedecollinare 24% nelle zone di fondovalle
Complessivamente dal 2001 al 2007 è stato rinnovato il 32% della superficie vitata
Superficie vitata 80% pergola 20% Guyot
Produzione uve Valpolicella in mln. Kg
1997: 49,8 – 2001: 56,5 – 2003: 60,4 – 2004: 61,5 – 2005: 59,9 – 2006: 66,3 – 2007: 68,7
Produzione uve Valpolicella per appassimento (Amarone e Recioto) in mln. Kg
8,2: 1997 – 12,7: 2001 – 16,2: 2003 – 15,9: 2005 – 23,6: 2006 - 25,7: 2007
Stima bottiglie vendute di Amarone / Recioto della Valpolicella
1997: 1.558 mln – 2000: 3.302 – 2001: 3.634 – 2003: 4.982 – 2004: 5.751 – 2006: 8.218 – 2007 :8.350
Ci sarà tempo e luogo per esaminare, con calma, magari con la collaborazione dell’ottimo Marco Baccaglio de I numeri del vino, questi dati, che sono oggettivamente impressionanti, comunque li si osservi.
Non posso però e me ne dolgo, vista la simpatia che nutro per questa zona, che è tra le più belle paesaggisticamente parlando e come sintesi ideale tra paesaggio e vigneto, d’Italia, e dove agiscono molti produttori che stimo profondamente e rispetto, concordare con l’ottimismo della volontà (radicato e non di facciata) del presidente del Consorzio Valpolicella Emilio Pedron che parla apertamente dell’Amarone (della Valpolicella) come di “un vero e proprio fenomeno sia in termini di consumi che di notorietà”.
E non posso accogliere il suo cortese invito, pronunciato in un franco conversare che abbiamo avuto ieri davanti agli amici Roberto Giuliani, Enzo Brambilla e Alessandro Franceschini e a due produttrici serie come Elena Coati di Corte Rugolin e Sabrina Tedeschi dell’omonima azienda di Pedemonte, a “credere” più di quel che dimostri di fare, nel “successo” dell’Amarone e nella positività e nella forza di dati, la produzione di uve, la produzione di uve destinate all’appassimento, la stima di bottiglie di vendute, la sempre minore quantità di uve e di bottiglie destinate ai vini Valpolicella base, che a me, invece, fanno paura.
E sembrano, come nel caso della quantità folle di uve destinate all’appassimento, passate dagli 8,2 milioni di chili del 1997 ai 25,7 di dieci anni dopo, indice di una strategia che, mi auguro di sbagliare e nel caso farò autocritica e ammenda, giudico estremamente arrischiata e spericolata. Perché i 5,7 milioni di bottiglie del 2004 e gli 8.350 milioni stimati per l’annata 2007 (il cui indice Winkler è simile a quello del 2003…) bisogna poi venderli…
Non ho dubbi, conoscendo la serietà e la preparazione e la capacità manageriale di Emilio Pedron, che conosco da molti anni (e con il quale, lo racconterò molto presto, in passato ho avuto rapporti che andavano oltre a quelli normalmente esistenti tra un giornalista e un amministratore di una grande realtà produttiva), che sia vero che “la filiera Valpolicella funziona e distribuisce reddito”, che il reddito viticolo di ventimila euro ettaro sia rispettabilissimo, che è “aumentata la solidità strutturale” delle aziende della Valpolicella, che qualcosa come venti esperti agronomi ingaggiati dal Consorzio Valpolicella hanno perlustrato e controllato per cinque mesi vigneti e fruttai, portando al declassamento di 18.000 quintali di uva in appassimento giudicati “non idonei”, ma resto ugualmente molto perplesso. Anche quando ci viene detto che nel 2007 invece di “soli” 8.350 milioni di bottiglie se ne potevano produrre 12…
E non riesco a credere che questa corsa all’appassimento e all’Amarone (della Valpolicella) non sia dettata, come Pedron nega sia, da “un desiderio di arricchimento veloce” e da una strategia molto pericolosa, che si regge anche sull’assunto, espresso da Pedron, che “non c’è alternativa che vendere prodotti di prezzo più alto perché siamo convinti che abbiamo grandi possibilità”. Attenzione a percorrere l’equazione Amarone della Valpolicella = premium wine (ed i prezzi di tanti, troppi Amarone sono diventati eccessivamente, assurdamente elevati, con una qualità che spesso non giustifica la spesa) perché a fenomeni di errate valutazioni strategico – commerciali abbiamo già assistito ed i tonfi, quando si cade, possono essere rovinosi.
Non riesco a condividere l’entusiasmo pedroniano anche per altri motivi, perché non penso assolutamente, come mi diceva (e come doveva dire nella sua posizione) il top manager trentino che in Valpolicella ha trovato la sua piena affermazione professionale, che tutti i vini proposti in degustazione fossero “buoni” con sfumature e personalità diverse.
Questo perché nel mio assaggio, effettuato in condizioni non ideali (Bacco continui a preservare e benedire Alba Wines Exhibition, la migliore delle manifestazioni dove la stampa internazionale è chiamata a degustare, in maniera meditata e riflessiva e non in un clima di festosa kermesse), ho trovato tanti vini indegni, non buoni, assolutamente non appealing, paradossali, privi di qualsivoglia idea di cosa significhino termini basilari come equilibrio, piacevolezza, possibilità di essere abbinati convenientemente ai cibi, eleganza, varietà di espressione, ricchezza di sfumature.
Non posso essere ottimista come l’enologo Emilio Pedron, la cui presenza alla presidenza del Consorzio Valpolicella (come quella di altri personaggi della galassia Gruppo Italiana Vini alla testa di importanti Consorzi italiani) considero un clamoroso esempio di “conflitto d’interessi”, perché è assurdo che il più importante gruppo vinicolo italiano controlli svariati Consorzi italiani, di fronte a vini, parecchi, che esprimono lo stesso genium loci, un senso dei terroir della Valpolicella, una provenienza chiara e inconfondibile che possono avere i vini di Bolgheri e dintorni.
Non posso, farei violenza alla mia onestà intellettuale e al mio senso critico e ad un dovere di chiarezza che ho nei confronti dei miei lettori (non ho pagine di pubblicità da chiedere per questo blog o per i giornali su cui scrivo e quindi, caro dottor Pedron, posso dire, e continuo a dire quello che penso) se non dicessi a chiare lettere che resto spiazzato e indignato e sgomento di fronte a tanti vini proposti, dove il carattere varietale, anche dopo l’appassimento, che contribuisce ad appianare e livellare le caratteristiche, è piuttosto quello del Merlot, del Cabernet, del Syrah (e qui mi limito senza riferire del puro “sospetto” della presenza di uve che in Valpolicella non crescono) e non quello delle uve che hanno fatto la storia e la nobilitate di questa splendida regione vinicola veneta.
Prendo atto, non sorpreso, che quel che sgomenta e indigna me per Pedron é solo espressione di una diversità stilistica, di una qualità (“sono vini tutti buoni” mi diceva, davanti a testimoni) indiscutibile che anche io, irriducibile bastian contrario, Don Chisciotte e rompi…., non riesco, per miei limiti oggettivi, perché non sono aperto allo spirito dei tempi, perché non voglio accettare che così vadano le cose in questo mondo del vino (e nel mondo in genere), a cogliere. Quando una zona non qualsiasi ma di suprema e assoluta enodiversità e ampelodiversità (si faccia spiegare dai suoi amici di Slow Food cosa significa o meglio cosa dovrebbe teoricamente significare questa espressione, dottor Pedron…) come la Valpolicella esprime vini che se assaggiati totalmente alla cieca, non solo senza conoscere il nome del produttore, ma l’area di provenienza, non riesci a connotare come provenienti dalla Valpolicella e che pensi siano tali solo perché facendoti largo a colpi di machete in una foresta di rovere francese e americano ti sembra di cogliere le note dell’appassimento nella tanta marmellata alla tostatura che domina, questo, egregio signor Presidente del Consorzio Valpolicella, questo a casa mia non è un successo, come lo chiama trionfalmente lei, ma è un fallimento. Anzi, un tradimento, una deriva pericolosa, una rinuncia suicida e insensata a presentarsi con i colori e le sfumature e l’eleganza della Valpolicella per compiacere un gusto ed un mercato internazionale che del genius loci, della provenienza, dei terroir, mi perdoni il termine un po’ crudo, se ne frega altamente (eufemismo).
E questo quando si è finanziato un progetto di zonazione vinicola per arrivare ad un “manuale d’uso del territorio” e fare in modo, come titola L’Informatore Agrario che il terroir sia “determinante”…
Mi aspettavo, come sta accadendo in quella terra di Langa dove l’intelligenza ed il buon senso hanno portato a rivedere molte posizioni estreme (e da dove arrivano quei vini che sempre più sento vicini non solo al mio gusto, ma al mio cuore, alla mia intelligenza, alla mia sensibilità, alla mia residua capacità di sognare e di lasciami trasportare dalle emozioni), che in un’annata classica come il 2004, ideale, “ottima” come l’hanno definita i tecnici, i vini, la stragrande maggioranza dei vini, presentassero, come ha detto nella sua relazione tecnica il presidente di Assoenologi sezione Veneto Occidentale Daniele Accordini” come comune denominatore eleganza, finezza e freschezza gusto-olfattiva dettata da un corretto bilanciamento alcolico e da un moderato residuo zuccherino che conferisce una buona bevibilità e abbinabilità a tavola”.
Forse il buon Accordini ed il sottoscritto (ma potrei citare un sacco di colleghi, italiani ed esteri, con i quali scambiando opinioni dopo la degustazione ho visto condividere le stesse perplessità e riserve: vedremo se le metteranno nero su bianco nei loro articoli) la vediamo diversamente, ma di vini come quelli che lui ha descritto e annunciato ne ho trovati, ripeto, forse ci capisco poco, forse molti vini, diamo loro la controprova di una nuova degustazione tra qualche mese, erano ancora molto in fieri, visto che tanti erano campioni di botte e molti devono ancora completare totalmente il loro affinamento, e bisognosi di più tempo per esprimersi (ma allora perché degustare in Anteprima a gennaio?), davvero una minoranza, meno del 50 per cento.
Ho visto, invece, oltre alle consuete stravaganze, agli esotismi, alle donne cannone e ai mister muscolo, agli irriducibili che se non concentrano selvaggiamente e non estraggono sino allo spasimo (anche tanti “bei” tanninacci verdi) non sono contenti, ai fenomeni messi lì pour épater les guide et les dégustateurs, agli irriducibili (ditegli che la “guerra” è finita e a fare vini del genere sono solo patetici), anche troppi vini che definirei “piacevolezza zero”, vini con i quali non passeresti mai, nemmeno sotto tortura, dalla fase degustazione campione numero X alla fase “stasera me lo berrei volentieri a tavola con gli amici”.
Vini squilibrati, eccessivi, sgraziati, con residui zuccherini allucinanti (sicuramente qualche produttore ha sbagliato etichetta scambiando dei Recioto per degli Amarone…), con alcol spaventosamente elevati (ma non era solo una costrizione dovuta alla torrida annata 2003?), vini monodimensionali, noiosi, prevedibili, senza sfumature e senza dinamismo, ammassi informi di frutta varia e di marmellata che possono piacere ai teorici del vino frutto che frutta ma non alle persone dabbene che ad un vino nobile e dalla lunga storia chiamato Amarone della Valpolicella e non solo Nero d’Avola o chissà che chiedono, soprattutto visti i prezzi correnti, molto ma molto di più.
Se nel nome dell’estetica e della filosofia dell’Amarone della Valpolicella dominante e gradita ai Pedron la dolcezza da appassimento esasperato deve sconfinare nel dolciastro, nel molle, nello snervato, nel senz’anima e senza eleganza, nei colori che sfiorano la melanzana, nei tenori alcolici da 16 gradi e mezzo o peggio, nella super concentrazione, nella volgarità (mi si consenta il paragone un po’ ardito: molti vini erano sexy e appealing come possono esserlo le tette al silicone di una Pamela Anderson o dell’ennesima starlette cine-televisiva che per avere più successo si gonfia le poppe sfoggiando un’improbabile quarta la cui artificiosità si riconosce immediatamente), nella prevedibilità e nella tristezza noiosa, nella serialità (cambiava il numero del campione ma il vino era sempre lo stesso), nella fiacchezza, nelle acidità furbescamente ribassate per dare ancora più morbidezza morbidosa e rotondità stucchevole, allora alzo le mani e mi arrendo e dico chiaramente che questa Valpolicella non fa per me.
Che non abbiamo quasi più niente da dirci, che non c’è forma di dialogo possibile, all’insegna di quella giusta dialettica che deve esistere tra un cronista del vino che degusta ed ogni zona di produzione, possibile e che quindi è meglio, tanto i miei lettori potranno trovare facilmente altrove abbondanti notizie e valutazioni (forse di tono diverso) su questa zona, che in occasione dell’Anteprima 2005 io me resti a casa e che dedichi il mio tempo ad altre zone che hanno vini ed identità più rilevanti di questa, pur amatissima e splendida, Valpolicella dell’Amarone.
Conclusione, è il caso di dirlo, amara, ma, sperando di aver modo di riassaggiare tutti gli stessi vini il prossimo autunno, se il Consorzio ed i suoi futuri reggitori vorranno concedermi questa prova d’appello (io mi dichiaro sin d’ora disponibile), l’unica conclusione alla quale, in tutta onestà, possa arrivare.
Tutto disastroso pertanto il bilancio della mia degustazione dei 70 Amarone della Valpolicella 2004 di ieri? Niente affatto, perché anche senza rendere noti i punteggi (che riporterò in altrettanti articoli che scriverò per De Vinis e The World of Fine Wine) voglio subito rendere noti in ordine decrescente di gradimento, con valutazioni, in ogni caso, che vanno dall’ottimo al molto buono, i 30 vini (su un totale di 70 però) che mi hanno convinto pienamente e mi hanno fatto pensare, senza esitazione, assaggiandoli, di trovarmi in Valpolicella e non a Bolgheri, Sicilia, Nuovo Mondo o chissà dove.
Vini che mi permetto di raccomandare alla vostra attenzione e al vostro assaggio, di aziende note e meno note, grandi, oppure piccole o addirittura esordienti (alla degustazione, va ricordato, mancavano i vini di produttori come Allegrini, Masi, Dal Forno, Le Ragose, Quintarelli, Fattoria Garbole, Villa Spinosa, Le Salette, Begali, Viviani, Marion, Brunelli, Mizzon, Villa Monteleone, Bolla: accidenti quante assenze significative!).
Questi, per dirla con Veronelli, i vini del mio privilegio, i vini che in una degustazione faticosa, impegnativa, costantemente in salita, sono apparse come altrettante oasi di fresco e di cielo sereno in un orizzonte, quello della Valpolicella dell’Amarone di oggi, corrusco, dove vedere la luce e sul quale nutrire un “ottimismo della volontà”, mi è davvero, e mi dispiace, impossibile. Un bravo a questi defensor della valpolicelliana amaroniana ratio e misura, sui quali questa storica zona può sicuramente fare affidamento.

Amarone della Valpolicella Classico Corte Rugolin
Amarone della Valpolicella Ca’ Rugate
Amarone della Valpolicella Classico Sel. A. Castagnedi Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Villa Rizzardi Guerrieri Rizzardi
Amarone della Valpolicella Classico Castelliere delle Guaite Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Terre di Cariano Cecilia Beretta
Amarone della Valpolicella Classico Gaso San Rustico
Amarone della Valpolicella Classico Tedeschi
Amarone della Valpolicella Classico Tenuta Galtarossa
Amarone della Valpolicella Classico Moropio Antolini
Amarone della Valpolicella Classico Arduini Luciano
Amarone della Valpolicella Classico Bussola Tommaso
Amarone della Valpolicella Classico Vigneti di Ravazzol Cà la Bionda
Amarone della Valpolicella Monte Zovo
Amarone della Valpolicella Classico La Bastia Cà dei Rocchi Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Capitel de la Crosara Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Campo dei Gigli Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Monteci
Amarone della Valpolicella Classico Santa Sofia
Amarone della Valpolicella Classico Croce del Gal Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Campomasua Venturini Massimino
Amarone della Valpolicella Musella
Amarone della Valpolicella Classico Nicolis
Amarone della Valpolicella Classico Boscaini Carlo
Amarone della Valpolicella Classico Monte del Frà
Amarone della Valpolicella Classico Fratelli Recchia Enorama
Amarone della Valpolicella Classico Cà Bertoldi Fratelli Recchia
Amarone della Valpolicella Classico Aurum Valleselle Tinazzi

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