Qualche numero che rappresenta tutti i dati anagrafici presenti nella “carta d’identità” della Valpolicella oggi prima di esprimere, senza alcuna pretesa di sistematicità (sono ancora sotto lo scacco dei ben 70 vini 70 degustati ieri), le mie prime impressioni sull’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004 cui ho partecipato ieri in quel di Verona:
5.839 ettari di superficie vitata iscritti all’albo del Valpolicella
2.470 aziende iscritte all’albo del Valpolicella
1.226 aziende che producono uva per l’Amarone
390 fruttai per l’appassimento dell’uva
90 milioni di euro il valore totale delle uve prodotte
5 cantine sociali in zona di produzione
148 aziende imbottigliatrici fuori dalla zona di produzione
165 aziende vitivinicole di filiera in zona di produzione
24 nuove aziende vitivinicole di filiera nate negli ultimi 6 anni
170 milioni di euro il valore delle giacenze di Amarone
220 milioni di euro il fatturato complessivo della DOC Valpolicella
Gli ettari vitati sono suddivisi:
53% in collina 23% nella fascia pedecollinare 24% nelle zone di fondovalle
Complessivamente dal 2001 al 2007 è stato rinnovato il 32% della superficie vitata
Superficie vitata 80% pergola 20% Guyot
Produzione uve Valpolicella in mln. Kg
1997: 49,8 – 2001: 56,5 – 2003: 60,4 – 2004: 61,5 – 2005: 59,9 – 2006: 66,3 – 2007: 68,7
Produzione uve Valpolicella per appassimento (Amarone e Recioto) in mln. Kg
8,2: 1997 – 12,7: 2001 – 16,2: 2003 – 15,9: 2005 – 23,6: 2006 - 25,7: 2007
Stima bottiglie vendute di Amarone / Recioto della Valpolicella
1997: 1.558 mln – 2000: 3.302 – 2001: 3.634 – 2003: 4.982 – 2004: 5.751 – 2006: 8.218 – 2007 :8.350
Ci sarà tempo e luogo per esaminare, con calma, magari con la collaborazione dell’ottimo Marco Baccaglio de I numeri del vino, questi dati, che sono oggettivamente impressionanti, comunque li si osservi.
Non posso però e me ne dolgo, vista la simpatia che nutro per questa zona, che è tra le più belle paesaggisticamente parlando e come sintesi ideale tra paesaggio e vigneto, d’Italia, e dove agiscono molti produttori che stimo profondamente e rispetto, concordare con l’ottimismo della volontà (radicato e non di facciata) del presidente del Consorzio Valpolicella Emilio Pedron che parla apertamente dell’Amarone (della Valpolicella) come di “un vero e proprio fenomeno sia in termini di consumi che di notorietà”.
E non posso accogliere il suo cortese invito, pronunciato in un franco conversare che abbiamo avuto ieri davanti agli amici Roberto Giuliani, Enzo Brambilla e Alessandro Franceschini e a due produttrici serie come Elena Coati di Corte Rugolin e Sabrina Tedeschi dell’omonima azienda di Pedemonte, a “credere” più di quel che dimostri di fare, nel “successo” dell’Amarone e nella positività e nella forza di dati, la produzione di uve, la produzione di uve destinate all’appassimento, la stima di bottiglie di vendute, la sempre minore quantità di uve e di bottiglie destinate ai vini Valpolicella base, che a me, invece, fanno paura.
E sembrano, come nel caso della quantità folle di uve destinate all’appassimento, passate dagli 8,2 milioni di chili del 1997 ai 25,7 di dieci anni dopo, indice di una strategia che, mi auguro di sbagliare e nel caso farò autocritica e ammenda, giudico estremamente arrischiata e spericolata. Perché i 5,7 milioni di bottiglie del 2004 e gli 8.350 milioni stimati per l’annata 2007 (il cui indice Winkler è simile a quello del 2003…) bisogna poi venderli…
Non ho dubbi, conoscendo la serietà e la preparazione e la capacità manageriale di Emilio Pedron, che conosco da molti anni (e con il quale, lo racconterò molto presto, in passato ho avuto rapporti che andavano oltre a quelli normalmente esistenti tra un giornalista e un amministratore di una grande realtà produttiva), che sia vero che “la filiera Valpolicella funziona e distribuisce reddito”, che il reddito viticolo di ventimila euro ettaro sia rispettabilissimo, che è “aumentata la solidità strutturale” delle aziende della Valpolicella, che qualcosa come venti esperti agronomi ingaggiati dal Consorzio Valpolicella hanno perlustrato e controllato per cinque mesi vigneti e fruttai, portando al declassamento di 18.000 quintali di uva in appassimento giudicati “non idonei”, ma resto ugualmente molto perplesso. Anche quando ci viene detto che nel 2007 invece di “soli” 8.350 milioni di bottiglie se ne potevano produrre 12…
E non riesco a credere che questa corsa all’appassimento e all’Amarone (della Valpolicella) non sia dettata, come Pedron nega sia, da “un desiderio di arricchimento veloce” e da una strategia molto pericolosa, che si regge anche sull’assunto, espresso da Pedron, che “non c’è alternativa che vendere prodotti di prezzo più alto perché siamo convinti che abbiamo grandi possibilità”. Attenzione a percorrere l’equazione Amarone della Valpolicella = premium wine (ed i prezzi di tanti, troppi Amarone sono diventati eccessivamente, assurdamente elevati, con una qualità che spesso non giustifica la spesa) perché a fenomeni di errate valutazioni strategico – commerciali abbiamo già assistito ed i tonfi, quando si cade, possono essere rovinosi.
Non riesco a condividere l’entusiasmo pedroniano anche per altri motivi, perché non penso assolutamente, come mi diceva (e come doveva dire nella sua posizione) il top manager trentino che in Valpolicella ha trovato la sua piena affermazione professionale, che tutti i vini proposti in degustazione fossero “buoni” con sfumature e personalità diverse.
Questo perché nel mio assaggio, effettuato in condizioni non ideali (Bacco continui a preservare e benedire Alba Wines Exhibition, la migliore delle manifestazioni dove la stampa internazionale è chiamata a degustare, in maniera meditata e riflessiva e non in un clima di festosa kermesse), ho trovato tanti vini indegni, non buoni, assolutamente non appealing, paradossali, privi di qualsivoglia idea di cosa significhino termini basilari come equilibrio, piacevolezza, possibilità di essere abbinati convenientemente ai cibi, eleganza, varietà di espressione, ricchezza di sfumature.
Non posso essere ottimista come l’enologo Emilio Pedron, la cui presenza alla presidenza del Consorzio Valpolicella (come quella di altri personaggi della galassia Gruppo Italiana Vini alla testa di importanti Consorzi italiani) considero un clamoroso esempio di “conflitto d’interessi”, perché è assurdo che il più importante gruppo vinicolo italiano controlli svariati Consorzi italiani, di fronte a vini, parecchi, che esprimono lo stesso genium loci, un senso dei terroir della Valpolicella, una provenienza chiara e inconfondibile che possono avere i vini di Bolgheri e dintorni.
Non posso, farei violenza alla mia onestà intellettuale e al mio senso critico e ad un dovere di chiarezza che ho nei confronti dei miei lettori (non ho pagine di pubblicità da chiedere per questo blog o per i giornali su cui scrivo e quindi, caro dottor Pedron, posso dire, e continuo a dire quello che penso) se non dicessi a chiare lettere che resto spiazzato e indignato e sgomento di fronte a tanti vini proposti, dove il carattere varietale, anche dopo l’appassimento, che contribuisce ad appianare e livellare le caratteristiche, è piuttosto quello del Merlot, del Cabernet, del Syrah (e qui mi limito senza riferire del puro “sospetto” della presenza di uve che in Valpolicella non crescono) e non quello delle uve che hanno fatto la storia e la nobilitate di questa splendida regione vinicola veneta.
Prendo atto, non sorpreso, che quel che sgomenta e indigna me per Pedron é solo espressione di una diversità stilistica, di una qualità (“sono vini tutti buoni” mi diceva, davanti a testimoni) indiscutibile che anche io, irriducibile bastian contrario, Don Chisciotte e rompi…., non riesco, per miei limiti oggettivi, perché non sono aperto allo spirito dei tempi, perché non voglio accettare che così vadano le cose in questo mondo del vino (e nel mondo in genere), a cogliere. Quando una zona non qualsiasi ma di suprema e assoluta enodiversità e ampelodiversità (si faccia spiegare dai suoi amici di Slow Food cosa significa o meglio cosa dovrebbe teoricamente significare questa espressione, dottor Pedron…) come la Valpolicella esprime vini che se assaggiati totalmente alla cieca, non solo senza conoscere il nome del produttore, ma l’area di provenienza, non riesci a connotare come provenienti dalla Valpolicella e che pensi siano tali solo perché facendoti largo a colpi di machete in una foresta di rovere francese e americano ti sembra di cogliere le note dell’appassimento nella tanta marmellata alla tostatura che domina, questo, egregio signor Presidente del Consorzio Valpolicella, questo a casa mia non è un successo, come lo chiama trionfalmente lei, ma è un fallimento. Anzi, un tradimento, una deriva pericolosa, una rinuncia suicida e insensata a presentarsi con i colori e le sfumature e l’eleganza della Valpolicella per compiacere un gusto ed un mercato internazionale che del genius loci, della provenienza, dei terroir, mi perdoni il termine un po’ crudo, se ne frega altamente (eufemismo).
E questo quando si è finanziato un progetto di zonazione vinicola per arrivare ad un “manuale d’uso del territorio” e fare in modo, come titola L’Informatore Agrario che il terroir sia “determinante”…
Mi aspettavo, come sta accadendo in quella terra di Langa dove l’intelligenza ed il buon senso hanno portato a rivedere molte posizioni estreme (e da dove arrivano quei vini che sempre più sento vicini non solo al mio gusto, ma al mio cuore, alla mia intelligenza, alla mia sensibilità, alla mia residua capacità di sognare e di lasciami trasportare dalle emozioni), che in un’annata classica come il 2004, ideale, “ottima” come l’hanno definita i tecnici, i vini, la stragrande maggioranza dei vini, presentassero, come ha detto nella sua relazione tecnica il presidente di Assoenologi sezione Veneto Occidentale Daniele Accordini” come comune denominatore eleganza, finezza e freschezza gusto-olfattiva dettata da un corretto bilanciamento alcolico e da un moderato residuo zuccherino che conferisce una buona bevibilità e abbinabilità a tavola”.
Forse il buon Accordini ed il sottoscritto (ma potrei citare un sacco di colleghi, italiani ed esteri, con i quali scambiando opinioni dopo la degustazione ho visto condividere le stesse perplessità e riserve: vedremo se le metteranno nero su bianco nei loro articoli) la vediamo diversamente, ma di vini come quelli che lui ha descritto e annunciato ne ho trovati, ripeto, forse ci capisco poco, forse molti vini, diamo loro la controprova di una nuova degustazione tra qualche mese, erano ancora molto in fieri, visto che tanti erano campioni di botte e molti devono ancora completare totalmente il loro affinamento, e bisognosi di più tempo per esprimersi (ma allora perché degustare in Anteprima a gennaio?), davvero una minoranza, meno del 50 per cento.
Ho visto, invece, oltre alle consuete stravaganze, agli esotismi, alle donne cannone e ai mister muscolo, agli irriducibili che se non concentrano selvaggiamente e non estraggono sino allo spasimo (anche tanti “bei” tanninacci verdi) non sono contenti, ai fenomeni messi lì pour épater les guide et les dégustateurs, agli irriducibili (ditegli che la “guerra” è finita e a fare vini del genere sono solo patetici), anche troppi vini che definirei “piacevolezza zero”, vini con i quali non passeresti mai, nemmeno sotto tortura, dalla fase degustazione campione numero X alla fase “stasera me lo berrei volentieri a tavola con gli amici”.
Vini squilibrati, eccessivi, sgraziati, con residui zuccherini allucinanti (sicuramente qualche produttore ha sbagliato etichetta scambiando dei Recioto per degli Amarone…), con alcol spaventosamente elevati (ma non era solo una costrizione dovuta alla torrida annata 2003?), vini monodimensionali, noiosi, prevedibili, senza sfumature e senza dinamismo, ammassi informi di frutta varia e di marmellata che possono piacere ai teorici del vino frutto che frutta ma non alle persone dabbene che ad un vino nobile e dalla lunga storia chiamato Amarone della Valpolicella e non solo Nero d’Avola o chissà che chiedono, soprattutto visti i prezzi correnti, molto ma molto di più.
Se nel nome dell’estetica e della filosofia dell’Amarone della Valpolicella dominante e gradita ai Pedron la dolcezza da appassimento esasperato deve sconfinare nel dolciastro, nel molle, nello snervato, nel senz’anima e senza eleganza, nei colori che sfiorano la melanzana, nei tenori alcolici da 16 gradi e mezzo o peggio, nella super concentrazione, nella volgarità (mi si consenta il paragone un po’ ardito: molti vini erano sexy e appealing come possono esserlo le tette al silicone di una Pamela Anderson o dell’ennesima starlette cine-televisiva che per avere più successo si gonfia le poppe sfoggiando un’improbabile quarta la cui artificiosità si riconosce immediatamente), nella prevedibilità e nella tristezza noiosa, nella serialità (cambiava il numero del campione ma il vino era sempre lo stesso), nella fiacchezza, nelle acidità furbescamente ribassate per dare ancora più morbidezza morbidosa e rotondità stucchevole, allora alzo le mani e mi arrendo e dico chiaramente che questa Valpolicella non fa per me.
Che non abbiamo quasi più niente da dirci, che non c’è forma di dialogo possibile, all’insegna di quella giusta dialettica che deve esistere tra un cronista del vino che degusta ed ogni zona di produzione, possibile e che quindi è meglio, tanto i miei lettori potranno trovare facilmente altrove abbondanti notizie e valutazioni (forse di tono diverso) su questa zona, che in occasione dell’Anteprima 2005 io me resti a casa e che dedichi il mio tempo ad altre zone che hanno vini ed identità più rilevanti di questa, pur amatissima e splendida, Valpolicella dell’Amarone.
Conclusione, è il caso di dirlo, amara, ma, sperando di aver modo di riassaggiare tutti gli stessi vini il prossimo autunno, se il Consorzio ed i suoi futuri reggitori vorranno concedermi questa prova d’appello (io mi dichiaro sin d’ora disponibile), l’unica conclusione alla quale, in tutta onestà, possa arrivare.
Tutto disastroso pertanto il bilancio della mia degustazione dei 70 Amarone della Valpolicella 2004 di ieri? Niente affatto, perché anche senza rendere noti i punteggi (che riporterò in altrettanti articoli che scriverò per De Vinis e The World of Fine Wine) voglio subito rendere noti in ordine decrescente di gradimento, con valutazioni, in ogni caso, che vanno dall’ottimo al molto buono, i 30 vini (su un totale di 70 però) che mi hanno convinto pienamente e mi hanno fatto pensare, senza esitazione, assaggiandoli, di trovarmi in Valpolicella e non a Bolgheri, Sicilia, Nuovo Mondo o chissà dove.
Vini che mi permetto di raccomandare alla vostra attenzione e al vostro assaggio, di aziende note e meno note, grandi, oppure piccole o addirittura esordienti (alla degustazione, va ricordato, mancavano i vini di produttori come Allegrini, Masi, Dal Forno, Le Ragose, Quintarelli, Fattoria Garbole, Villa Spinosa, Le Salette, Begali, Viviani, Marion, Brunelli, Mizzon, Villa Monteleone, Bolla: accidenti quante assenze significative!).
Questi, per dirla con Veronelli, i vini del mio privilegio, i vini che in una degustazione faticosa, impegnativa, costantemente in salita, sono apparse come altrettante oasi di fresco e di cielo sereno in un orizzonte, quello della Valpolicella dell’Amarone di oggi, corrusco, dove vedere la luce e sul quale nutrire un “ottimismo della volontà”, mi è davvero, e mi dispiace, impossibile. Un bravo a questi defensor della valpolicelliana amaroniana ratio e misura, sui quali questa storica zona può sicuramente fare affidamento.
Amarone della Valpolicella Classico Corte Rugolin
Amarone della Valpolicella Ca’ Rugate
Amarone della Valpolicella Classico Sel. A. Castagnedi Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Villa Rizzardi Guerrieri Rizzardi
Amarone della Valpolicella Classico Castelliere delle Guaite Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Terre di Cariano Cecilia Beretta
Amarone della Valpolicella Classico Gaso San Rustico
Amarone della Valpolicella Classico Tedeschi
Amarone della Valpolicella Classico Tenuta Galtarossa
Amarone della Valpolicella Classico Moropio Antolini
Amarone della Valpolicella Classico Arduini Luciano
Amarone della Valpolicella Classico Bussola Tommaso
Amarone della Valpolicella Classico Vigneti di Ravazzol Cà la Bionda
Amarone della Valpolicella Monte Zovo
Amarone della Valpolicella Classico La Bastia Cà dei Rocchi Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Capitel de la Crosara Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Campo dei Gigli Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Monteci
Amarone della Valpolicella Classico Santa Sofia
Amarone della Valpolicella Classico Croce del Gal Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Campomasua Venturini Massimino
Amarone della Valpolicella Musella
Amarone della Valpolicella Classico Nicolis
Amarone della Valpolicella Classico Boscaini Carlo
Amarone della Valpolicella Classico Monte del Frà
Amarone della Valpolicella Classico Fratelli Recchia Enorama
Amarone della Valpolicella Classico Cà Bertoldi Fratelli Recchia
Amarone della Valpolicella Classico Aurum Valleselle Tinazzi
Scritto da Franco Ziliani alle 14:34, in Senza categoria
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