Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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15 marzo 2010

Quale rapporto tra produzione, divulgazione e consumo? Filippo Parmigiani, enologo, dice la sua

E’ con grande piacere che pubblico questa acuta riflessione propostami da Filippo Parmigiani (nella foto), enologo e produttore nei Colli Piacentini, oltre che relatore ai corsi A.I.S.
Con Filippo ho fatto conoscenza solo di recente, in occasione della nostra partecipazione alla bella rassegna G & G (Ghemme e Gattinara) organizzata dall’A.I.S. Verbano Cusio Ossola a Stresa, ma è nato subito un naturale feeling, rafforzato dalla co-conduzione, che ci ha molto divertito, di una degustazione di Ghemme e Gattinara 1999, e soprattutto da una serie di commenti, alcuni assolutamente deliranti, che questa degustazione da noi condotta ha provocato su un forum vinoso frequentato soprattutto da talebani del vino. Non veri appassionati e conoscitori, ma semplici fanatici, talmente presi dal loro Ego ipertrofico da considerarsi non solo l’ombelico del mondo, ma i veri “arbitri” della validità di un vino e dell’operare di un produttore. Gente pericolosa, da cui meglio stare alla larga.
Sono persuaso che ci saranno altre occasioni per parlare insieme di vino e di commentarne le vicende alla luce di un comune sentire e sono pertanto molto contento di proporvi questo suo intervento, che tocca un tema centrale nel discorso sul vino odierno, il rapporto, che dovrebbe essere paritario e virtuoso, tra produzione, divulgazione e consumo. Buona lettura!

“Entrare in enoteca o sfogliare la carta dei vini e scegliere una bottiglia è un gesto quasi quotidiano e all’apparenza assai semplice che spesso nasconde un momento di decisione combattuto fra la sicurezza di un’etichetta già collaudata e la curiosità di qualcosa di nuovo; se ci troviamo in un posto di fiducia spesso ci si lascia consigliare su qualcosa di sconosciuto ma che merita di essere assaggiato, rimettendoci  a chi per professione ha avuto modo di comparare le molteplici offerte di un territorio o di un vitigno, scegliendo sulla base di parametri diversi tipo qualità, prezzo, reperibilità, concorrenza, notorietà, moda. Stessa funzione, ma su scala ben più ampia, dovrebbero avere riviste, articoli, guide e blog. Chi scrive di vino dovrebbe  quindi offrire un servizio di informazione verso il consumatore attento e curioso, che sulla base della fiducia maturata in uno o più reporter del vino attinge dalle recensioni e opera la propria scelta.
Affermazioni scontate e banali, lo so, se non fosse che i termini della questione siano stati ribaltati; la filiera dal produttore al consumatore con l’aiuto dell’informazione, è stata stravolta dal peso che il ruolo dell’informazione, ha assunto nel tempo.
Non parlo solo di casa nostra, prima la Francia dei celebri bordolesi poi la California dei Merlot e l’Australia dei Riesling hanno accusato il problema e hanno provato a rivendicare la paternità del territorio e della produzione nelle diverse interpretazioni che i singoli produttori sono in grado di offrire all’interno dei parametri dettati dai disciplinari.
Le responsabilità sono da distribuirsi in modo assolutamente paritetico; si parte dalla produzione che pur di mantenere quote di mercato o di conquistarne di nuove, ha rinunciato alla propria identità esasperando il normale aggiornamento qualitativo in una sorta di trasformismo verso gli standard dei produttori con più citazioni; si arriva al consumatore che per pigrizia e abitudine degenerata  in malcostume preferisce trovare tutto pronto, precotto e preconfezionato e attinge ciecamente a selezioni e scelte demandate ad altri delegando invece che condividerle le emozioni. L’informazione ha esagerato nell’approfittare commercialmente della posizione di privilegio data dalla necessità del produttore di vendere e dalla comodità del consumatore di appoggiarsi a peso morto e farsi guidare (in molti casi condizionare) nella scelta.
Oggi  per gran parte dei produttori poter comparire su una guida e vedersi premiati con qualsivoglia riconoscimento un vino è garanzia di vendita e di spuntare prezzi a volte oltre il ragionevole, mentre correre da solo viene ritenuto possibile solo per chi ha già raggiunto una notorietà inattaccabile; chi non rientra nelle due categorie è considerato fuori tempo.
Per molti consumatori bere le etichette celebrate è sinonimo di competenza, fra incompetenti, ma ancor più di immunità dalle critiche sulla scelta operata, protetti dalla tiratura di chi ha celebrato quei vini. Commercializzare una guida è garanzia di visibilità, guadagni e potere.
E allora perché non farlo? Proviamo a guardare dal fuori il sistema; si nota subito che la forza commerciale che vanta l’anello informativo si basa sulla possibilità di garantire visibilità alle prime scelte, quindi forte opportunità di vendita.
La “crescita” di un territorio sui parametri dettati da chi opera le scelte porta ad aumentare il panorama di aziende papabili del massimo riconoscimento; la prima conseguenza è la condivisione  delle potenzialità di mercato tra storici appartenenti al privilegio dell’olimpo e nuovi entrati, la seconda conseguenza, ancora più antitetica rispetto alla conclamata crescita del territorio, è che l’esigenza di fidelizzare il lettore anche con la coerenza dei parametri degustativi che caratterizzano le commissioni, porta al congelamento dei risultati raggiunti.
Paradossalmente in questa fase diventa più redditizio occuparsi degli esclusi, stilando nuove graduatorie di merito e offrendo di volta in volta nuove opportunità di promozione alternativa, il vino frutto in contrapposizione dei vini invecchiati, barricato o non barricato, quotidiano o da meditazione, del territorio o del vitigno.
Nasce una nuova guida cui mirano non solo gli esclusi dalle precedenti ma anche gli insoddisfatti dalle promesse di vendita non tradotte in fatturati. La rotta porta inevitabilmente al punto di partenza; tanti produttori con le cantine piene di vini che non parlano di loro ma di chi poteva scrivere di loro, difficoltà di vendita, la necessità di differenziarsi, nuovi vademecum che invadono gli spazi lasciati liberi dalle precedenti occupazioni; non a caso in alcuni esempi estremi si parla di “presidi” nel territorio: circoscrizione territoriale sottoposta a un’unica autorità (dizionario della lingua italiana “Sabatini”).
E il consumatore?  Inconsciamente è l’anello che condiziona tutto, le sue scelte, che siano di comodo, di moda, di alternativa, di abitudine, di competenza, di condizionamento…. finanziano il sistema.
Produzione, divulgazione e consumo non possono prescindere l’una dall’altra, il rispetto dei ruoli è garanzia di sopravvivenza delle diverse produzioni (che va oltre al concetto di “cru”), di pluralità di informazione, di diritto di scelta del consumatore finale.
Produttori e consumatori devono reclamare autonomia e rispetto; i primi a tutela della propria identità e delle importanti risorse investite nel progetto, i secondi a tutela del diritto di provare emozioni.
Rompere l’equilibrio fra le diverse forze in gioco, subendo la l’informazione e trasformandola in condizionamento, è una forma  suicidio collettivo da cui mi dissocio”.
Filippo Parmigiani

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12 marzo 2010

Barbera meeting a ritmo di blog: una svolta nella comunicazione sul vino

Sono quasi dispiaciuto, visto che non mi è stato proprio possibile essere della partita, di essermi perso, pur non essendo un grandissimo fan di quest’uva e dei vini che ne sono espressione, l’edizione 2010 del Barbera meeting che per quattro giorni si è svolto ad Asti.
Quattro giornate dedicate all’assaggio di Barbera, d’Asti, del Monferrato e d’Alba, confesso non essere una prospettiva che mi alletta più di tanto, però, visti gli impegni profusi dagli organizzatori e da chi si é occupato, con grande professionalità, dei rapporti con la stampa, e soprattutto l’innovazione introdotta, che ha consentito di seguire praticamente in tempo reale quanto stava accadendo, sul blog dedicato, il Barbera blog, a chi è rimasto a casa, credo che sarebbe stato molto divertente oltre che interessante professionalmente, esserci.
E dare il mio contributo, da giornalista che opera anche sul blog, magari coinvolgendo alcuni amici italiani presenti, non propriamente blogger, ma che comunque operano sul Web come Carlo Macchi e Alessandro Franceschini, a postare, commenti, impressioni, fotografie, note di degustazione sui tanti vini in assaggio, proprio come ha fatto il gruppo di wine blogger provenienti da Stati Uniti e Regno Unito coordinati da Jeremy Parzen di Do Bianchi.
La loro presenza, il loro lavoro fuori dagli schemi, fatto sfruttando la velocità consentita dal Web, non sono sfuggiti, come dimostrano svariati articoli dedicati a questa novità, come quello di Sergio Miravalle, pubblicato sulla Stampa – leggete qui – oppure quello di Parzen: Leggete qui
Tra i vari post pubblicati, uno dei più interessanti è sicuramente quello del wine blog americano Saignée, dedicato al fenomeno dei cosiddetti “Super Barbera”, ovvero dei Barbera d’Asti dalle caratteristiche speciali in qualche modo ispirati al modello dei super Tuscan. Vini potenti, molto concentrati, colorati e ricchi di legno.
Leggendo quello che scrive il wine blogger americano, ma basta leggere tutti gli altri commenti sul Barbera blog, che hanno condannato l’eccesso di legno nei vini, la loro carenza di equilibrio e di piacevolezza, non sembra proprio che questa scelta incontri il favore dei degustatori e commentatori presenti ad Asti… Leggete qui


Sarebbe piaciuto anche a me, se solo ce l’avessi fatta ad esserci, partecipare agli incontri e alle discussioni con i produttori, che ci sono stati nei pomeriggi e nelle serate della manifestazione, per capire meglio dove stia andando questo superpopolare tra i vini piemontesi, prodotto tra l’altro in quantitativi molto rilevanti, e quali siano gli orientamenti dei produttori e come pensino di affrontare i vari mercati, soprattutto quelli esteri, con i loro vini.
Di una cosa, da osservatore da lontano della manifestazione, mi sono persuaso. Che il cambiamento e la novità introdotti dal Barbera meeting segnano un punto di svolta e di non ritorno.
E che sarà ben difficile, a mio avviso impossibile, pensare di organizzare analoghe manifestazioni, in Piemonte o altrove, rinunciando consapevolmente alla cassa di risonanza che i blogger, quelli in gamba, quelli che scrivono cose serie e autorevoli e fanno opinione (e ce ne sono, in Italia come all’estero) assicurano.
Non invitarli a partecipare, come viene invece fatto con i giornalisti che operano sulla carta stampata o che collaborano alle guide, sostenendo che … “tanto sono solo blogger”, è non solo sciocco, ma dimostra che non si é capito, come diceva Bob Dylan, che “times are a changing”, che oggi c’è tutto un pubblico di appassionati del vino, che frequenta la Rete e sa discernere il grano dal loglio, che tende a credere di più a quello che scrivono, assolutamente indipendenti da qualsivoglia condizionamento, determinati wine blogger, che esprimono in libertà le loro idee, i loro gusti e disgusti, che all’informazione tradizionale, spesso ingessata e condizionata, proveniente dalle riviste e da svariate guide.
Ecco perché questo Barbera meeting a ritmo di blog, con il live blogging assicurato questa volta da sette wine blogger, la prossima volta magari da quindici, ben coordinati, costituisce, nella piccola cronaca del discorso e della comunicazione del vino, un evento da ricordare. E da tenere seriamente in considerazione.

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Vamos a Madrid! Concurso Internacional de Vinos Bacchus 2010

Cosa ne dite signori di questo ambientino ritratto nelle foto che illustrano questo post? Davvero niente male, non trovate?
Bene, da venerdì 12 a martedì 16, sarà questo, in Alcalà 15, nel pieno centro di quella città meravigliosa che è Madrid, lo scenario che accoglierà la nona edizione di Bacchus, Concurso Internacional de Vinos organizzato dall’Union Española de Catadores.
Qui, nello splendido Casino de Madrid, che proprio nel 2010 celebra il primo secolo di storia, degustatori de todo el mundo, tra cui il vostro “Don Quixote”, che a Bacchus torna per la terza volta, si troveranno a degustare e giudicare, per decidere se assegnare loro le “medallas del Gran Bacchus de Oro, Bacchus de Oro y Bacchus de Plata” qualcosa come un migliaio di vini provenienti da Italia, Francia, Germania, Argentina, oppure Bulgaria, Turchia, Cipro, Slovacchia, Brasile o Israele, per citare solo alcuni dei Paesi che presenteranno in concorso le loro produzioni.

Una grande occasione per vedere che aria tira, quali gli orientamenti stilistici, le tendenze, nel sempre più variegato mondo del vino mondiale e per incontrare vecchi e nuovi amici, giornalisti e anche qualche wine blogger, ma anche tecnici, degustatori, professori universitari, ricercatori, che ho già incontrato nelle precedenti edizioni di Bacchus e che sicuramente ritroverò quest’anno.

E poi, lo confesso, uno dei motivi più forti che mi hanno spinto ad accettare l’invito degli organizzatori e del presidente della U.E.C., l’amico Fernando Gurucharri Jaque, la magia infinita, la vitalità, il fascino, l’energia di una città ogni volta sorprendente e bellissima come Madrid, dove sarà bello, anche questa volta, regalarsi qualche ora, dimenticando vini e dintorni, da wanderer, per visitare nuovamente il Museo del Prado e quelli Thyssen-Bornemisza o Reina Sofia, o girovagare per il Mercado de San Miguel o cogliere, nel tempo libero lasciato dalle degustazioni, dalle tapas e dai momenti conviviali, le tantissime opportunità offerte – vedete qui – da questo posto davvero a misura di turista.
Sto arrivando Madrid e que viva la vida!
N.B. Voi comunque continuate a seguire il blog, dove troverete sempre nuovi post da me già programmati per l’uscita nei prossimi giorni

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11 marzo 2010

Cirò Classico Superiore 2008 ‘A Vita Vigna De Franco e Serata A.I.S. a Cirò marina

Cari lettori di Vino al Vino vi autorizzo a darmi del babbeo e dell’addormentato. Perché solo un babbeo e un addormentato come me, potendo disporre, da dicembre, non da due giorni, di un’assoluta novità e potenzialmente di un ottimo vino, avrebbe aspettato sino a marzo inoltrato per decidersi a stapparla e metterla alla prova.
Così, di fronte a questa sorprendente ed eccellente prova d’esordio di una voce nuova del panorama di una zona vinicola a me cara com’è l’area di Cirò marina nel crotonese, in Calabria, parlo del Cirò Classico Superiore 2008 ‘A Vita della società agricola Vigna De Franco, devo solo fare mea culpa e mettermi in fila dopo le lucidissime celebrazioni di amici e colleghi giornalisti e blogger che mi hanno preceduto e che ben prima di me hanno festeggiato l’avvento sulla scena cirotana di un nuovo originale protagonista.
Cosa aggiungere, difatti, a quello che hanno scritto Roberto Giuliani su LaVINIum – leggete qui – Luciano Pignataro sul suo omonimo wine blog – leggete qui – e Andrea Petrini su Percorsi di vino – leggete qui – ?Direi ben poco, salvo ricordare, dicendo loro un convinto bravi!, chi siano gli artefici di questo exploit, Francesco De Franco, “architetto pentito fresco laureato in Enologia, e la sua compagna, friulana, Laura Violino”.
Otto ettari di vigneti in biologico la loro tenuta, “nessuna sostanza di sintesi, solo rame, zolfo e agenti naturali, utilizzati con parsimonia. Nessuna concimazione, solo sovesci e ridotte lavorazioni del terreno per preservare la fertilità e favorire la biodiversità del suolo.Coltiviamo Gaglioppo, Magliocco, Greco nero e Greco Bianco, i migliori interpreti del nostro terroir”.
L’azienda si trova a Cirò Marina, in località Muzzunetto, e può contare su vigneti piantati ad alberello, di età media tra i 30 ed i 40 anni e condotti interamente con sistema di agricoltura biologica.La prima uscita, diecimila bottiglie, è di quelle con il botto. Di quelle che colpiscono tale e tanta appare la chiarezza delle idee e la precisione del fare, visti i risultati.
Com’è dunque questo Cirò esaltazione assoluta della grandezza, quando lo si sa prendere per il verso giusto, del Gaglioppo, raccolto tra il 2 e il 16 di ottobre a vendemmia tardiva?
Non chiedetemi del colore, un rubino splendente, che Luciano Pignataro ha ben fotografato celebrando “la penetrabilità del colore, adoro avere la possibilità di traversare il vino fino al fondo del bicchiere, proprio come quando dalla barca si può vedere il fondo del mare. Non è un rubino stanco, ma scarico, non ha riflessi aranciati ma è vivo brillante, come deve essere appunto qualcosa messa in bottiglia appena un mese fa dopo dodici mesi di affinamento in acciaio”, un qualcosa che a differenza dai vini dai colori esagerati, lutulenti e volgari, come chi li ha così concepiti, “annuncia in genere finezza ed eleganza, sensazioni decise ma non pronunciate e imposte, qualcosa da corteggiare e non da respingere”.
Quanto ai profumi, cosa aggiungere, di più e di meglio, a quello che ha osservato Roberto Giuliani, parlando di “una deliziosa ciliegia che si mescola alla varietà amarena ma rimane avvolta da spire odorose di rosa purpurea. Pur giovanissimo mostra già una iniziale tessitura speziata, ma prima si dona salmastro, quasi salino, poi incontra il mirto, il pepe, il timo, l’alloro, una profonda traccia minerale”.
Da parte mia, sottoscrivendo in toto, aggiungerei la bellezza e la limpidezza del colore, quasi “nebbiolesco” l’eleganza, la suadenza carezzevole, che abbina fiori, frutta (ciliegia, ma anche lampone), accenni selvatici di liquirizia e mirto e leggermente pepati, e la salinità del mare, la cui vicinanza le vigne avvertono e “respirano”, l’eloquio inconfondibilmente “mediterraneo” del vino, quel suo accento inconfondibilmente calabrese e un accenno tra la menta e l’eucalipto. Ma un calabrese uso di mondo, che conosce la Langa del Nebbiolo, la Bourgogne del Pinot noir e sente in qualche modo vicina la Sicilia dell’Etna…
E poi che dire una volta passati al primo sorso, all’insegna di un assoluto equilibrio e di una bevibilità golosa, conquistati dall’alcol calibrato e non protagonista, dall’attacco asciutto, energico e perentorio nella sua dolcezza, dall’integrità ben polputa e “croccante” del frutto, dal tannino ben sottolineato ma non aggressivo, di terrosa consistenza e dall’acidità perfetta che equilibra e innerva e dà spinta a tanta materia?
Viene da dire di trovarsi di fronte se non ad un grande vino, ad un vino giusto, vero, di assoluta precisione e autenticità, che ha profondità, dinamismo, continuità espressiva e dà sempre crescente soddisfazione quando lo gusti, che esprime con fedeltà la verità del luogo dov’è nato, il suo poter essere figlio solo di questa situazione e non di altre.

Un vino all’insegna della freschezza, del sale, del nerbo, che si fa bere e si esalta, come dovrebbe essere obbligo di ogni vino degno di questo nome, quando lo si accosta alla cucina, non solo a preparazioni importanti, ma anche ai due hamburger preparati a casa sul quale l’ho messo alla prova. Un vino che mi fa venire una gran voglia di conoscerne l’artefice, di stringergli la mano guardandolo negli occhi e dicendogli grazie.
Cosa che farò sicuramente, se Francesco Maria De Franco mi farà il grande piacere di poterlo incontrare, il prossimo 19 marzo, festività di San Giuseppe (e anniversario dei primi 80 anni del più grande cuoco italiano vivente, Gualtiero Marchesi: auguri!) quando scenderò proprio nella sua Cirò Marina, invitato dagli amici dell’A.I.S. Calabria, per condurre, alle 18.30 presso il Centro culturale A Casedda dell’azienda vinicola Librandi, una degustazione dal titolo “Colori a confronto”.
6 vini italiani, di spiccata personalità, da me scelti, a confronto per approfondire la questione del colore del vino. Sempre di più il mercato globale viene spinto dalla richiesta dei consumatori verso vini molto concentrati di colore. In Italia ed in Calabria ci sono vini che a questa tendenza di mercato contrappongono la loro personalità territoriale di grande spessore e la loro peculiare identità, che non si fa condizionare da mode che hanno ormai fatto il loro tempo e sono ancor più prive di senso.
I vini in degustazione saranno:
Aglianico del Vulture 2004 Eleano
Barbaresco Rio Sordo 2006 Cascina delle Rose
Barolo Acclivi 2006 Comm. G.B. Burlotto
Brunello di Montalcino 2005 Col d’Orcia
Chianti Classico 2007 Monteraponi
Cirò classico riserva Duca San Felice 2007 Librandi

Insomma una bella serata per parlare di vino e trovare quali punti di incontro ci possano essere, lavorando nel segno dell’autenticità, del rispetto delle caratteristiche varietali, della storia e della peculiarità di un territorio, tra vitigni apparentemente lontani e assai diversi tra loro come Aglianico, Nebbiolo, Sangiovese e Gaglioppo.
Scommettiamo che ci divertiremo?

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8 marzo 2010

Live blogging: un’interessante innovazione dal Barbera meeting

Interessante e innovativo l’esperimento che si sta conducendo, in quel di Asti, in occasione dell’edizione 2010 del Barbera meeting, la presentazione alla stampa specializzata delle nuove annate di Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato e Barbera d’Alba, di oltre un centinaio di aziende. Per la prima volta si è messi in condizione di seguire, quasi dal vivo, quello che i degustatori stanno facendo, le loro prime impressioni ed i commenti, in italiano ed in inglese, mediante il blog dedicato, aggiornato con i contributi dei vari wine blogger presenti, con un sito Internet della manifestazione (che ospita anche una sezione dedicate alle bellissime foto, tra cui quella che correda questo post, di Vittorio Ubertone, e, potevano mai mancare i “social network”?, con interventi postati sull’immancabile Facebook e in omaggio all’instant messaging su Twitter.
Seguiremo, nei prossimi giorni, la manifestazione prosegue sino a giovedì 11, lo sviluppo delle discussioni.

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Donne e vino: l’”altra metà del cielo” sempre più protagonista

Allora signori uomini vogliamo smetterla, non perché sia l’8 marzo ed essere politicamente corretti necesse est, di scherzare sull’esperienza in materia di vino delle donne?
Vogliamo, una volta per tutte, smetterla di definire riduttivamente i rosati o i vini dolci “vini da donne”, e lasciando da parte quel maschilismo residuo che resiste nel mondo del vino e nei suoi dintorni, riconoscere alla “altra metà del cielo”, come ben definiva le donne Mao Tse Tung, di capirne di vino almeno quanto noi maschietti, se non addirittura di più?
Se non vi bastasse lo spettacolo quotidiano di fior di sommelier, da Nicoletta Gargiulo a Katia Soardi, Rossella Romani o Francesca Tamburello, wine writer, da Jancis Robinson a Serena Sutcliffe, da Rosemary George a Carla Capalbo a Cinzia Montagna a Kerin O’Keefe, di produttrici toste (da Elisabetta Foradori a Pia Donata Berlucchi a Elena Martusciello alle gemelle Padovani di Fonterenza a Elena Ercole e Angela Velenosi), p.r. e addette stampa (Maddalena Mazzeschi, Ursula Thurner, Grazia Lotti, Marinella Minetti), responsabili commerciali (tipo la tostissima Erika Ribaldi, ex responsabile di Trinoro) che incontriamo in ogni momento della nostra attività, vi invito a leggere, sul sito Internet transalpino Vitisphère, i risultati di uno studio presentato a Montpellier in occasione del Salone ViniSud. Uno studio relativo ai rapporti tra donne e vino e all’apprezzamento da parte del pubblico femminile francese del prodotto vino.

L’articolo, che potete leggere qui nella sua interezza, ci informa che secondo questo studio le donne rappresentano percentualmente il 25 per cento del consumo di vino in Francia, una percentuale che appare decisamente bassa rispetto ad un altro studio, condotto questa volta dalla rivista Cuisine et Vins de France la scorsa estate, secondo il quale solo un 16 per cento di donne dichiarano di non entrare nel merito della scelta del vino né a casa né al ristorante.
Va poi rilevato che in Francia il 70% delle bottiglie sono acquistate nella GDO, e l’80% di queste sono acquistati da donne, che non si accontentano di rappresentare la percentuale più rilevante degli acquirenti, e di scegliere in base ai gusti dei loro familiari,ma impongono sempre più il proprio gusto, con l’emergere di quella figura che i francesi definiscono “femme prescriptrice”, la donna che sa scegliere.
Per Vitisphère l’89% delle donne interpellate nel sondaggio condividono l’opinione secondo la quale “le donne apprezzano sempre più il vino perché hanno imparato a conoscerlo (punto di vista condiviso da un 85% di uomini).
Quanto al sentirsi esperte di vino, il 58% delle donne interpellate si dichiarano in grado di stabilire, dal punto di vista gustativo, la differenza tra un vino corrente ed un grande vino, mentre solo cinque anni fa, in occasione di un sondaggio analogo, solo il 18% delle donne si erano definite “esperte di vino”.
Magari scelgono vini meno alcolici e più aromatici, ma ben il 63% delle donne interpellate dicono di trovare più facilmente oggi che in passato vini che si adattano al loro gusto.
Questo in Francia, ma anche nel Regno Unito le cose non sono poi tanto diverse visto che il 60 per cento dei consumatori di vino sono donne, sette su dieci delle quali bevono almeno una bottiglia di vino al mese e consumano circa il settanta per cento del vino consumato in UK.
Uno studio del 2005 ha messo in luce l’emergere della cosiddetta “Bridget Jones generation”, composta da donne attive sulla quarantina, amanti dello Chardonnay e sensibili alle promozioni.
E negli Stati Uniti le cose non sono diverse, con dati statistici che parlano di donne che acquistano più del 70% del vino e ne consumano circa il 60 per cento. Il Wine Market Council sostiene che il 53 per cento degli acquisti di vini sopra i 15 dollari è effettuato da donne.
Oltre ad essere soggetti attivi come consumatrici e acquirenti, le donne ormai tendono ad affermare un proprio approccio personale al vino, un modo peculiare di giudicarlo. Lo dimostra ad esempio il moltiplicarsi di concorsi enologici “al femminile”, organizzati da donne, che vedono protagonisti vini prodotti da donne e tasting panel formati unicamente da gentili signore.
Basta citare, in Francia, il concorso Féminalise di Beaune in Borgogna, il Coup de Coeur des Femmes Journalistes nel Languedoc-Roussillon, o ancora il Concours International Femmes et Vins du Monde, la cui nuova edizione si svolgerà il prossimo 22-23 aprile a Monaco, e che può contare in Italia, cosa interessante per le aziende che volessero partecipare, su una responsabile come Liliana Pitti, sommelier A.I.S. e degustatrice O.N.A.V., alla quale ci si può rivolgere (questa la sua mail) per maggiori informazioni in merito alle modalità di partecipazione (l’invio dei campioni va effettuato entro e non oltre il 23 marzo). Senza dimenticare che, negli States si svolge da tempo la National Women Wine Competition.
Come non concordare dunque con il collega blogueur du vin francese Olivier Lebaron che sul suo blog ShowViniste ci invita, qui, a celebrare oggi una giornata di festa delle donne, del vino, delle vignaiole e di tutti quelli che le amano, rispettando sempre più il loro lavoro di “vigneronnes con pari dignità”, non limitandosi solo a definirle sexy quando lo sono (e tra le donne del vino donne incredibilmente sensuali non mancano di certo… ) “perché sono appassionate, appassionanti, piene d’energia, incredibilmente forti e seducenti quando vi parlano del loro vino e della loro storia”?
Del resto senza “l’altra metà del cielo” il mondo del vino non sarebbe terribilmente più grigio, noioso e privo di fascino?

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7 marzo 2010

Angelo Gaja compie oggi 70 anni: auguri, ma niente tappeti rossi, please!

Non aspettatevi da me i toni celebrativi che altri commentatori e cronisti del vino hanno ritenuto opportuno utilizzare, come accade normalmente con la stragrande maggioranza dei miei colleghi quando parlano di lui, per salutare questo evento privato, i 70 anni di età compiuti proprio oggi, domenica 7 marzo 2010.
Mi accodo anch’io, che non sono un suo fan, ma cerco solo di essere un onesto cronista che prende atto di quello che fa e poi dice cosa ne pensa, agli auguri ad Angelo Gaja per l’importante ricorrenza che festeggia oggi, considerato che i 70 anni sono un traguardo importante nella vita di ogni uomo.
Sono però persuaso che, anche in queste occasioni, dove una certa tendenza italica di stare dalla parte dei potenti, celebrandoli acriticamente, prevale, la parola d’ordine dovrebbe essere invece la lucidità, ovvero la capacità di riconoscere i pregi, che nel caso di Gaja sono indubbiamente numerosi (è stato di gran lunga il più efficace propagandista, oltre che di se stesso e della sua azienda, del Piemonte del vino nel mondo), ma non privi di zone d’ombra e contraddizioni, come accade in ogni uomo che si rispetti.
Quindi anche nel caso di un uomo che i suoi sostenitori invece definiscono tranquillamente “le roi”, il re, oppure “il giove tonante dell’enologia italiana”.
Penso che i produttori di Barbaresco dovrebbero fare un monumento a Gaja: perché da quando il loro idolo ha deciso di declassare i suoi cru di Barbaresco (Costa Russi, Sorì Tildin, Sorì San Lorenzo) e l’ex Nebbiolo Sperss a Langhe Nebbiolo (per motivi tutt’altro che misteriosi e non certo per le motivazioni fornite dall’interessato…) rimanendo nella Docg solo con il Barbaresco base, la denominazione non é mai stata così vitale, così piena di fermenti e di protagonisti.
Una vivacità che dimostra che si può benissimo fare a meno di un presunto “re” e che sia meglio un normale regime democratico, con tanti soggetti che contribuisco nono a vivacizzare la scena, a darle significato e valore, di un regime monarchico, con un re e tanti sudditi…
Oggi il Barbaresco senza re – anche se a dire il vero uno, autentico, ci sarebbe, un fuoriclasse come Bruno Giacosa – é uno dei vini italiani più in  forma e più interessanti.
Auguri comunque a Gaja, “grande esperto di marketing e tecniche aziendali”, come ha annotato qualcuno, grande propagandista di se stesso e difensore dei propri interessi, per i suoi 70 anni, portati con invidiabile grinta ed in forma smagliante.
Ma per avere le vere, grandi emozioni dai vini di Langa (quella terra che ad un certo punto ha parzialmente abbandonato per vivere altre avventure, legate al business, a Montalcino e a Bolgheri), prego rivolgersi altrove.
La grandezza, la complessità, la capacità di raccontare la verità di una terra, il legame speciale di una grande uva, il Nebbiolo, con luoghi che meglio di qualsiasi altro al mondo ne sanno sviscerare la forza, l’insondabile eterno mistero, sono ben altra cosa dall’eleganza algida, dall’impeccabile dimostrazione di stile, quello della sua griffe, dal perfetto dominio tecnico della materia, che i vini di Gaja mostrano puntualmente, per la gioia dei loro fan internazionali.

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5 marzo 2010

Serata Barolo A.I.S. Mantova su Sapori d’autore (7 Gold tv)

Gran bella serata, in quel di Mantova, o meglio di Castel d’Ario, dove presso il ristorante Edelweiss (dove per inciso si gustano davvero al meglio i piatti della classica, saporita e gustosa cucina mantovana), la delegazione dell’A.I.S. guidata da Luigi Bortolotti ha organizzato una bella degustazione di otto Barolo (annunciata e presentata qui)

Grazie a questi vini:

Barolo Tre Autin 2005 Gagliasso La Morra
Barolo Ciabot Tanasio 2005 Sobrero Castiglione Falletto
Barolo Tenuta Rocca 2005 Tenuta Rocca Monforte d’Alba
Barolo Pugnane 2005 Cascina Sciulun Monforte d’Alba
Barolo Boscareto 2005 Principiano Monforte d’Alba
Barolo Lazzairasco 2005 Guido Porro Serralunga d’Alba
Barolo Acclivi 2001 Comm. G.B. Burlotto Verduno
Barolo Mosconi 2000 Bussia Soprana Monforte d’Alba

la settantina di persone presenti hanno potuto farsi un’idea di cosa voglia dire parlare di terroir del Barolo e di caratteristiche organolettiche diverse legate alla collocazione dei vigneti in uno dei comuni della denominazione piuttosto che in un altro, e della diversa stilistica e modalità dei produttori di dare voce al grandissimo Nebbiolo.
Una bella serata di cui domenica 7 marzo alle 19, collegandovi alla rete televisiva Italia 7 Gold, potrete trovare testimonianza, grazie ad uno speciale che verrà trasmesso nell’ambito della rubrica Sapori d’autore.
Anzi, già che ci siete, guardatevi, qui, anche il servizio dedicato al banco d’assaggio di Barolo di 33 produttori, che si è tenuto, con grandissimo successo, lo scorso 2 febbraio, per la regia di A.I.S. Modena

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4 marzo 2010

Altri Brunello 2005 in degustazione all’Osticcio: Querce Bettina, Fonterenza, Pian dell’Orino, ecc.

Mi spiace molto se, anche in questo caso, qualcuno, come ha già fatto in coda al mio post sull’eccellente Brunello 2005 di Costanti, se la prenderà perché mi attardo a parlare di Brunello di Montalcino che non ho assaggiato nella cornice istituzionale (e un po’ caciarona) del Benvenuto Brunello, bensì nella cornice accogliente, salottiera, intrinsecamente colta, dell’Enoteca l’Osticcio di Francesca e Tullio Scrivani.
Non è però colpa mia, né degli animatori di questa bella enoteca, se proprio nei giorni dell’Anteprima del grande Sangiovese di Montalcino in quel posto si potevano degustare anche altri vini di aziende che, per motivi vari, non erano presenti alla Fortezza.
E non posso di certo far finta che non esistano, visto che in larga parte sono molto buoni, anzi, esemplari, altri Brunello oltre ai molti, alcuni eccellenti, altri decisamente meno, che sono stati messi a nostra disposizione per due giorni per l’assaggio.
Degustazione dove a splendere particolarmente, come il grande vino che ci si aspetta dal Brunello, non sono stati tanto i 2005, oppure le riserve 2004 (tra cui alcune spettacolose) ma una riserva presentata con la calma e la pazienza dei forti da Col d’Orcia, una straordinaria versione di un classico come il riserva Poggio al Vento annata 2001 tale da giustificare, da sola, la discesa a Montalcino.
Tornando a noi all’Osticcio ho potuto degustare diverse cose che mi sono piaciute e che mi hanno mostrato quelle doti di eleganza che negli oltre 130 2005 degustati durante Benvenuto Brunello mi sono spesso sembrate assenti.
Comincio dal Brunello 2005 dell’azienda Campi di Fonterenza delle gemelle Padovani, che conferma le eccellenti impressioni suscitate dalla prova d’esordio del Brunello 2004, vino dalla grande fragranza aromatica, caratterizzato da dolcezza e purezza di frutto, da una polpa succosa, da una bella struttura tannica, da un notevole equilibrio e da una freschezza che innerva il vino e lo rende fragrante, vivo, dalla prima “snasata” all’ultimo sorso.
A seguire il 2005 del Paradiso di Frassina, caratterizzato da una vivacità d’espressione che definirei straordinaria, che comincia dalla brillantezza del colore e prosegue passando al naso ricco, carnoso, profumato di ciliegia e macchia mediterranea, e prosegue nel tannino che nonostante qualche esuberante “rugosità” giovanile e che si fa sentire e ad un alcol leggermente in eccesso, segna il vino e gli conferisce un carattere spiccato, e una grande piacevolezza.

Note altrettanto positive con il 2005 di Pian dell’Orino, anche in questo caso con un alcol un po’ elevato, ma chiaramente improntato ad una grande ricchezza d’espressione e ad una grande materia, come appare già dai profumi, di ciliegia nera, liquirizia, prugna, macchia mediterranea, ancora rinchiusi in un insieme molto compatto che non si concede e rimane molto in sé, e poi si svela maggiormente passando al gusto, di gran “carne” e sostanza, con salda struttura tannica, notevole allungo e dinamismo, bella persistenza lunga.
Non altrettanto convincente, e mi spiace, l’assaggio del Brunello 2005 di un’altra nuova protagonista del panorama ilcinese, Stella di Campalto, di cui continua a piacermi più il Rosso di Montalcino che il Brunello, forse il più chiuso e tetragono dei 2005 degustati all’Osticcio, segnato da un eccesso di legno, nei profumi e al gusto, che ne condiziona l’apprezzamento e che contrae il vino, lo rende fin troppo compatto e materico e gli impedisce di distendersi e acquisire quella piacevolezza, quella capacità di convincere subito che caratterizza gli altri vini sinora citati.
Non ho potuto degustare, perché non più disponibile, il 2005 di Salicutti, ma ho molto apprezzato – ne parlerò in un prossimo post, il riserva 2004.
Infine, citando en passant il 2005 di Valdicava, espressione di uno stile che ad alcuni potrà piacere, ma che a me appare decisamente superato, anche se moderno, ovvero colore fitto, naso cremoso, burroso, tendente alla concentrazione e alla confettura, ricchissimo, pieno, masticabile al gusto, ma senza freschezza, slancio, un monumento alla materia ma un po’ muto e monocorde, non posso che citare con sorpresa la performance offerta dal Brunello di Montalcino 2005 di Querce Bettina.

Una piccola azienda (un ettaro a Brunello e 1, 4 ettari a Rosso di Montalcino) sul mercato dal 2006 con il Rosso di Montalcino, proprietà di due brianzoli, Vilma Sandra Barenghi e Roberto Moretti, giunti a Montalcino da una decina d’anni.
Il vigneto è giovane, impiantato nel marzo 1999 e nel 2000 è entrato in produzione nel corso del 2002/2003, posto a circa 440 metri sul livello del mare nel versante sud-ovest della collina di Montalcino e la produzione annua contenuta in circa 6500 bottiglie di Brunello DOCG e di circa 9000 bottiglie di Rosso di Montalcino DOC, ma il vino mostra già ora un peculiare carattere, fedele ad una filosofia che si può sintetizzare nella dichiarazione “costruiamo il nostro vino in vigna e stiamo attenti a non rovinarlo in cantina”.
Il che, come dicono nel loro sito Internet, significa “vendemmiare uve perfettamente sane e cercare di non distruggere il fitocomplesso in fase di vinificazione, a ridurre al minimo i trattamenti antiparassitari (solo rame e zolfo), a rinunciare a processi di filtrazione e di vinificazione forzata e su tutti quello di chiarificazione, sempre alla ricerca e tutela degli effetti benefici dei propri prodotti.
Ma veniamo al Brunello 2005, fermentato in serbatoi di acciaio sino all’esaurimento dell’acido malico, affinato in botti di rovere di slavonia da 22 ettolitri per un periodo superiore ai 30/36 mesi, imbottigliato e affinato in bottiglia per oltre dodici mesi e messo in commercio non prima di cinque anni successivi alla vendemmia.
Un vino che definirei all’insegna della dolcezza (non intesa in senso zuccheroso ma come soavità d’espressione), di un frutto succoso, vivo, di bella polpa e consistenza, eppure sostenuto da un corredo tannico degno di nota, con una struttura che fa pensare che, a differenza di tanti altri Brunello, apparsi già piuttosto evoluti o stanchi, questo vino, già godibile e sostanzioso ora, direi quasi goloso, possa avere un bel potenziale d’evoluzione, assicurato anche da un’acidità ben presente e calibrata. Perché mai, pur non essendo ai nastri di partenza del Benvenuto Brunello, non avrei dovuto parlare e segnalarvi validi vini del genere?

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3 marzo 2010

Michael Edwards ci propone i suoi Finest wines of Champagne

Ne abbiamo sentite di cotte e di crude sullo Champagne, in questi ultimi mesi, non solo in merito alla sua “crisi”, al calo di vendite registrato nel corso del 2009 un po’ su tutti i mercati, ma per accennare a presunte “guerre” che vedrebbero lo Champagne “sorpassato” da vini, con le bollicine, che non hanno un briciolo della nobiltà, della storia, del fascino e della grandezza dei vini di Reims ed Epernay.
Così tante, e spesso assurde, che penso valga proprio la pena di tornare a parlare della Champagne e dei suoi magnifici vini, per conoscere meglio le loro caratteristiche, le migliori cuvées, e per fare un viaggio immaginario in questa splendida regione.
Per farlo, vi consiglio di leggere – e soprattutto di procurarvi il libro di cui stiamo parlando, The finest wines of Champagne – l’intervista, che trovate qui, sul sito Internet dell’A.I.S., al freelance wine e food writer e wine blogger Michael Edwards, uno specialista della Champagne, cui ha già dedicato altri due libri, tra cui The Champagne Companion (vincitore del Prix Lanson) e la Pocket Champagne guide, a suo tempo pubblicata con il titolo di Champagne e spumanti di tutto il mondo da Rosenberg & Sellier, e collaboratore di The World of Fine Wines, Harpers, Drink Business e altre testate.
The Finest wines of Champagne. A guide to the best cuvées, houses and growers é pubblicato, per la serie delle Fine Wine Editions emanazione della rivista The World of Fine Wine in coedizione tra la londinese Aurum e University of California Press.
Un libro bellissimo, arricchito dallo splendido corredo fotografico opera di Jon Wyand che potete acquistare on line qui e qui, che, presenta la regione, le sue caratteristiche, la sua lunga storia, e propone una serie di ritratti ragionati di 100 Maison de Champagne, grandi e piccole, celeberrime e meno note, ma da scoprire.

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