Quale rapporto tra produzione, divulgazione e consumo? Filippo Parmigiani, enologo, dice la sua

E’ con grande piacere che pubblico questa acuta riflessione propostami da Filippo Parmigiani (nella foto), enologo e produttore nei Colli Piacentini, oltre che relatore ai corsi A.I.S.
Con Filippo ho fatto conoscenza solo di recente, in occasione della nostra partecipazione alla bella rassegna G & G (Ghemme e Gattinara) organizzata dall’A.I.S. Verbano Cusio Ossola a Stresa, ma è nato subito un naturale feeling, rafforzato dalla co-conduzione, che ci ha molto divertito, di una degustazione di Ghemme e Gattinara 1999, e soprattutto da una serie di commenti, alcuni assolutamente deliranti, che questa degustazione da noi condotta ha provocato su un forum vinoso frequentato soprattutto da talebani del vino. Non veri appassionati e conoscitori, ma semplici fanatici, talmente presi dal loro Ego ipertrofico da considerarsi non solo l’ombelico del mondo, ma i veri “arbitri” della validità di un vino e dell’operare di un produttore. Gente pericolosa, da cui meglio stare alla larga.
Sono persuaso che ci saranno altre occasioni per parlare insieme di vino e di commentarne le vicende alla luce di un comune sentire e sono pertanto molto contento di proporvi questo suo intervento, che tocca un tema centrale nel discorso sul vino odierno, il rapporto, che dovrebbe essere paritario e virtuoso, tra produzione, divulgazione e consumo. Buona lettura!
“Entrare in enoteca o sfogliare la carta dei vini e scegliere una bottiglia è un gesto quasi quotidiano e all’apparenza assai semplice che spesso nasconde un momento di decisione combattuto fra la sicurezza di un’etichetta già collaudata e la curiosità di qualcosa di nuovo; se ci troviamo in un posto di fiducia spesso ci si lascia consigliare su qualcosa di sconosciuto ma che merita di essere assaggiato, rimettendoci a chi per professione ha avuto modo di comparare le molteplici offerte di un territorio o di un vitigno, scegliendo sulla base di parametri diversi tipo qualità, prezzo, reperibilità, concorrenza, notorietà, moda. Stessa funzione, ma su scala ben più ampia, dovrebbero avere riviste, articoli, guide e blog. Chi scrive di vino dovrebbe quindi offrire un servizio di informazione verso il consumatore attento e curioso, che sulla base della fiducia maturata in uno o più reporter del vino attinge dalle recensioni e opera la propria scelta.
Affermazioni scontate e banali, lo so, se non fosse che i termini della questione siano stati ribaltati; la filiera dal produttore al consumatore con l’aiuto dell’informazione, è stata stravolta dal peso che il ruolo dell’informazione, ha assunto nel tempo.
Non parlo solo di casa nostra, prima la Francia dei celebri bordolesi poi la California dei Merlot e l’Australia dei Riesling hanno accusato il problema e hanno provato a rivendicare la paternità del territorio e della produzione nelle diverse interpretazioni che i singoli produttori sono in grado di offrire all’interno dei parametri dettati dai disciplinari.
Le responsabilità sono da distribuirsi in modo assolutamente paritetico; si parte dalla produzione che pur di mantenere quote di mercato o di conquistarne di nuove, ha rinunciato alla propria identità esasperando il normale aggiornamento qualitativo in una sorta di trasformismo verso gli standard dei produttori con più citazioni; si arriva al consumatore che per pigrizia e abitudine degenerata in malcostume preferisce trovare tutto pronto, precotto e preconfezionato e attinge ciecamente a selezioni e scelte demandate ad altri delegando invece che condividerle le emozioni. L’informazione ha esagerato nell’approfittare commercialmente della posizione di privilegio data dalla necessità del produttore di vendere e dalla comodità del consumatore di appoggiarsi a peso morto e farsi guidare (in molti casi condizionare) nella scelta.
Oggi per gran parte dei produttori poter comparire su una guida e vedersi premiati con qualsivoglia riconoscimento un vino è garanzia di vendita e di spuntare prezzi a volte oltre il ragionevole, mentre correre da solo viene ritenuto possibile solo per chi ha già raggiunto una notorietà inattaccabile; chi non rientra nelle due categorie è considerato fuori tempo.
Per molti consumatori bere le etichette celebrate è sinonimo di competenza, fra incompetenti, ma ancor più di immunità dalle critiche sulla scelta operata, protetti dalla tiratura di chi ha celebrato quei vini. Commercializzare una guida è garanzia di visibilità, guadagni e potere.
E allora perché non farlo? Proviamo a guardare dal fuori il sistema; si nota subito che la forza commerciale che vanta l’anello informativo si basa sulla possibilità di garantire visibilità alle prime scelte, quindi forte opportunità di vendita.
La “crescita” di un territorio sui parametri dettati da chi opera le scelte porta ad aumentare il panorama di aziende papabili del massimo riconoscimento; la prima conseguenza è la condivisione delle potenzialità di mercato tra storici appartenenti al privilegio dell’olimpo e nuovi entrati, la seconda conseguenza, ancora più antitetica rispetto alla conclamata crescita del territorio, è che l’esigenza di fidelizzare il lettore anche con la coerenza dei parametri degustativi che caratterizzano le commissioni, porta al congelamento dei risultati raggiunti.
Paradossalmente in questa fase diventa più redditizio occuparsi degli esclusi, stilando nuove graduatorie di merito e offrendo di volta in volta nuove opportunità di promozione alternativa, il vino frutto in contrapposizione dei vini invecchiati, barricato o non barricato, quotidiano o da meditazione, del territorio o del vitigno.
Nasce una nuova guida cui mirano non solo gli esclusi dalle precedenti ma anche gli insoddisfatti dalle promesse di vendita non tradotte in fatturati. La rotta porta inevitabilmente al punto di partenza; tanti produttori con le cantine piene di vini che non parlano di loro ma di chi poteva scrivere di loro, difficoltà di vendita, la necessità di differenziarsi, nuovi vademecum che invadono gli spazi lasciati liberi dalle precedenti occupazioni; non a caso in alcuni esempi estremi si parla di “presidi” nel territorio: circoscrizione territoriale sottoposta a un’unica autorità (dizionario della lingua italiana “Sabatini”).
E il consumatore? Inconsciamente è l’anello che condiziona tutto, le sue scelte, che siano di comodo, di moda, di alternativa, di abitudine, di competenza, di condizionamento…. finanziano il sistema.
Produzione, divulgazione e consumo non possono prescindere l’una dall’altra, il rispetto dei ruoli è garanzia di sopravvivenza delle diverse produzioni (che va oltre al concetto di “cru”), di pluralità di informazione, di diritto di scelta del consumatore finale.
Produttori e consumatori devono reclamare autonomia e rispetto; i primi a tutela della propria identità e delle importanti risorse investite nel progetto, i secondi a tutela del diritto di provare emozioni.
Rompere l’equilibrio fra le diverse forze in gioco, subendo la l’informazione e trasformandola in condizionamento, è una forma suicidio collettivo da cui mi dissocio”.
Filippo Parmigiani






Cari lettori di Vino al Vino vi autorizzo a darmi del babbeo e dell’addormentato. Perché solo un babbeo e un addormentato come me, potendo disporre, da dicembre, non da due giorni, di un’assoluta novità e potenzialmente di un ottimo vino, avrebbe aspettato sino a marzo inoltrato per decidersi a stapparla e metterla alla prova.



Quanto al sentirsi esperte di vino, il 58% delle donne interpellate si dichiarano in grado di stabilire, dal punto di vista gustativo, la differenza tra un vino corrente ed un grande vino, mentre solo cinque anni fa, in occasione di un sondaggio analogo, solo il 18% delle donne si erano definite “esperte di vino”.
Come non concordare dunque con il collega blogueur du vin francese Olivier Lebaron che sul suo blog ShowViniste
Non aspettatevi da me i toni celebrativi che altri commentatori e cronisti del vino hanno ritenuto opportuno utilizzare, come accade normalmente con la stragrande maggioranza dei miei colleghi quando parlano di lui, per salutare questo evento privato, i 70 anni di età compiuti proprio oggi, domenica 7 marzo 2010.



Ne abbiamo sentite di cotte e di crude sullo Champagne, in questi ultimi mesi, non solo in merito alla sua “crisi”, al calo di vendite registrato nel corso del 2009 un po’ su tutti i mercati, ma per accennare a presunte “guerre” che vedrebbero lo Champagne “sorpassato” da vini, con le bollicine, che non hanno un briciolo della nobiltà, della storia, del fascino e della grandezza dei vini di Reims ed Epernay.
The Finest wines of Champagne. A guide to the best cuvées, houses and growers é pubblicato, per la serie delle Fine Wine Editions emanazione della rivista 



