Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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16 agosto 2010

Gianfranco Soldera e il Brunello: un’intervista

Voglio semplicemente segnalare questa lunga, interessante intervista – leggete qui – concessa da Gianfranco Soldera, alias Case Basse, ovvero il produttore di quello che continuo a considerare di gran lunga il miglior Brunello di Montalcino.
Avrei molte cose da dire a proposito, ma essendo questo blog ancora in pausa di riflessione, mi limito a segnalarvi quello che ha detto, perché credo meriti attenta considerazione…

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14 luglio 2010

Grazie a tutti, dal profondo del cuore

Un immenso grazie a tutti per i vostri commenti, le telefonate, le e-mail, le testimonianze di affetto e stima, per i reiterati inviti a ripensarci e a ritornare presto che mi avete riservato.
Sono parole che mi confortano emi sono di grande aiuto in questo momento difficile, di confusione e di crisi, che prima o poi passerà, deve passare.
Dal profondo del mio cuore grazie…

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2 luglio 2010

Aglianico, Albariño, Teroldego californiano: più che una moda, un pasticcio…

Sul blog, a mio avviso di riferimento, che porta il suo nome, l’acuto wine writer californiano Steve Heimoff ha parlato della crescente diffusione che nel vigneto californiano incontrano varietà di uva che non hanno alcuna tradizione viticola locale.
Citando a conforto un articolo di Laurie Daniel pubblicato sul San José Mercury News – leggetelo qui – ricorda che dieci anni fa c’erano due acri di Albariño piantati, diventati 108 nel 2009, che nello stesso lasso di tempo il Verdelho è passato da 12 a 94 acri, il Teroldego da 14 a 79, il Lagrein da 65 a 157, il Muscat blanc da 758 a 1698.  Questo mentre il vigneto californiano è cresciuto dal 2000 solo dell’11,3%.
Molti enologi e produttori californiano stanno provando – sembra una battuta dirlo riferendosi al caso loro – la strada delle varietà internazionali, ma le cose, secondo Heimoff, non sono positive.
Va bene la diversità in vigna, ma da un lato questi tecnici non “sanno bene dove piantare, crescere e vinificare il Gruner Veltliner o l’Aglianico in California”, dall’altro quando provano a farlo i risultati sono spesso mediocri e deludenti rispetto agli originali.
Se si aggiunge poi, come il wine writer osserva, la prudenza di larga parte dei consumatori americani a sperimentare strade nuove e non conosciute, ecco spiegata la grande difficoltà di vendere questi vini espressione di “oscure varietà” che sono veramente, dice, una lama a doppio taglio: “They open up potential niches, but, as with political parties, it’s hard to sell something that’s outside the mainstream”, aprono nicchie potenziali, ma è difficile vendere qualcosa che si colloca al di fuori delle abitudini diffuse.
Inoltre, va bene andare oltre la logica obbligata, in California, di Chardonnay, Cabernet, Merlot, Syrah, Sauvignon, oltre che Zinfandel, ma dove sta scritto che una varietà galiziana come l’Albariño oppure una trentina come il Teroldego possano crescere bene, anche andando ad individuare… “con il lanternino”, eventuali terroir abbastanza adatti, in terra californiana?
E quale stravagante consumatore desidera, volendo bere un Teroldego, un vino prodotto in California e non invece l’originale della Piana Rotaliana (magari con rese per ettaro meno abbondanti di quelle, 170 quintali ettaro, previste dal disciplinare)?

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24 giugno 2010

Quando la classe non è acqua, ma Brunello: un incontro al Greppo con Franco Biondi Santi

Silvana Biasutti, carissima amica che ha scelto da molti anni Montalcino per viverci (e che spesso impreziosisce con i commenti questo blog), mi ha inviato questa deliziosa, delicata e un po’ commossa cronaca di una visita, fatta qualche giorno fa, con una delle sue figlie e con un’altra persona, a quel grande personaggio che è Franco Biondi Santi alla Tenuta Il Greppo.
Poche parole, ma intense e sentite, che descrivono mirabilmente una situazione, un grande uomo, un mondo, un’idea non banale di Montalcino e del suo vino simbolo.
Un qualcosa di speciale e di bello, tra il ritratto, il ricordo, il cameo, che, persuaso come sono dell’assoluta centralità della figura di Franco Biondi Santi, nella storia, nel presente e nel futuro del Brunello, di pubblicare… sono felice e orgoglioso di pubblicare…

“Caro Franco, per tre anni ho raccontato esperienze ed emozioni, scrivendo certe “cronache” dalla campagna, o meglio, da Montalcino, e ogni tanto – anche se gli anni passano e ci si abitua alla bellezza, ma anche a molte incongruenze – vengo presa ancora dal furore (segno che non sono morta?) e devo assolutamente “raccontare”, per far sapere, per condividere, per rammaricarmi, o per (questa volta) dire l’incanto di un incontro. L’allitterazione non è casuale.
“Bisogna avere il cuore freddo!”. Mi sono segnata quest’osservazione di Franco Biondi Santi, seduto a capotavola e io seduta accanto a lui, nella sala degustazioni (ma non so se abbia o meno un nome), al Greppo, al culmine di una visita della cantina, dove avevo accompagnato un amico che me lo chiedeva da un anno.
Il cuore freddo, secondo il detto, ce l’ha chi ha le mani calde, oppure viceversa, le mani calde sono il segnale di un cuore freddo.
Così, garbatamente e con ironia lieve, FBS suggeriva di ascoltare il profumo dei suoi vini, dopo averli bevuti – “il vino si fa per berlo” è un concetto ribadito più volte – e per sentirli ancora e intensamente, i profumi, una volta svanito l’alcol, egli ci suggeriva di tenere il bicchiere tra le mani calde (presumendo che fossimo dotati di cuore freddino, e per ciò che mi riguarda ha colpito giusto) e poi annusarlo, col naso proprio dentro: quasi una sniffata, e con risultati certamente più inebrianti.
La visita alla cantina – c’ero stata molti anni fa e ci son tornata con nuove curiosità – è stata come sfogliare un libro che racconta una storia asciutta, apparentemente semplice, però rigorosa ed emozionante allo stesso tempo. La presentazione ce l’ha fatta una graziosa ragazza, Francesca, che lì lavora non banalmente: niente paroloni, solo lavoro, molto rigore, e un verbo – scegliere – che viene coniugato frequentemente.
Ma prima di scendere in cantina, attraversando quel tratto di terra che circonda quel lato del Greppo, c’era stato l’incontro con Franco, il dottor Franco, che mi ha sorriso con quei bagliori metallici in fondo agli occhi, dicendomi che, secondo lui, deve essere girata voce che non è più un giovane (ma le parole non erano queste e non le ricordo con precisione!), che poi ci ha mostrato un reperto fossile trovato nella vigna sotto ai Greppini: Franco, che alla fine del giro in cantina ci ha raggiunti per la degustazione.
E per parlare di passato e di futuro. E raramente mi è capitato di ‘toccare con mano’ il valore che hanno la memoria di sé e la conoscenza di ciò che si è fatto.
Succede al Greppo, parlando con FBS non si può non essere emozionati. Hai negli occhi quei prati e quegli alberi ben accuditi, senza pompa con consumata eleganza, e nelle nari quel profumo che ti racconta la storia di un uomo e del suo stile.

Tornando, succede anche questo  pensavo, percorrendo rigorosamente a passo d’uomo il viale del Greppo. Succede anche questo a Montalcino, pensavo, e bisognerebbe ricordarsene.
Silvana Biasutti”.

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14 giugno 2010

Langhe Bianco Anas-Cetta 2009 Elvio Cogno

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Incredibile ma vero, non sono solo i rossi (base Nebbiolo soprattutto, ma anche con Dolcetto, Barbera, Freisa, Pelaverga e persino Grignolino) a splendere nelle magiche terre del Barolo, ma un numero crescente di vini bianchi mostrano la grandezza di questi terroir e l’adattabilità di alcune varietà a bacca bianca in questa zona a decisa vocazione rossista. Rassicuratevi, non penso ad una Langa convertita a Sauvignon, Chardonnay (anche se alcuni, ormai ambientata da anni la grande uva borgognona in queste terre sono sorprendentemente buoni se bevuti non giovani : cito tra tutti Barale e Cordero di Montezemolo Monfalletto), oppure ad Arneis, che sicuramente dà le sue prove migliori dall’altra parte del Tanaro, in Roero.
E anche se registro con entusiasmo i risultati ottenuti da alcuni Riesling, su tutti quelli di Aldo Vajra e di Sergio Germano, che il suo vigneto l’ha piantato in Alta Langa, a Ciglié, non credo che la Langa possa e debba diventare una piccola Mosella.
Un bianco che invece mi entusiasma da anni e che esprime un’anima misteriosa, tutta particolare, per certi versi magica, della terra del Barolo, è invece quello che nasce da un vitigno che finalmente è stato iscritto nel Catalogo nazionale delle varietà di vite e che era tra quelli autorizzati per la produzione di Langhe bianco, un’uva – alla Camera di Commercio di Cuneo ne sono iscritti circa 6 ha di vigneti – che ha storicamente avuto il suo areale, la sua terra promessa, la sua heimat in quel comune compreso nella zona di produzione del Barolo che è Novello (dove si contano ben 4 dei sei ettari totali) e che è chiamata, a seconda delle abitudini, Nascetta, oppure Anascetta o Nas-cëtta.
La Nascetta, nota nel passato come uva di sapore squisito e di eccellenti attitudini enologiche, è un vitigno ancora tutto da studiare e già citato nella seconda metà dell’Ottocento sulle cronache vitivinicole del tempo, si presenta come un vino bianco di origine mediterranea, la cui sapidità riporta ai grandi vitigni degli ambienti caldi, come il Vermentino (a cui alcuni studi ampelografici lo fanno risalire).
La si può definire – ma vi consiglio la lettura di questa relazione tecnica del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe Roero per saperne di più -  una varietà semiaromatica, ricca di terpeni, norisoprenoidi e glicosilati, con elevato potenziale d’invecchiamento e con una sorprendente adattabilità alla vinificazione in acciaio, piuttosto che in legno o in mix acciaio legno, con maturazione medio-precoce (nella seconda decade di settembre), circa una settimana dopo lo Chardonnay e all’incirca contemporanea a quella del Dolcetto. Ha vigoria medio elevata, buon equilibrio vegeto produttivo, media fertilità e un buon portamento dei tralci.
Se oggi ne parliamo, se alcune aziende anche fuori Novello hanno cominciato a piantarla, ad esempio Ettore Germano, Fontanafredda, se si può parlare della Anas-Cetta come di “un vino storico del comune di Novello” è sicuramente grazie ad una eccellente cantina come Elvio Cogno, che dalla prima microproduzione risalente al 1994 è arrivata oggi a produrre qualcosa come 12 mila bottiglie, inducendo altre realtà produttive di Novello come Le Strette e Sartirano a seguirne l’esempio.
Valter Fissore e la sua bella moglie Nadia, figlia di un grande signore del Barolo come Elvio Cogno, credono moltissimo in questo loro bianco e pur privilegiando varietà autoctone come Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, dedicano un occhio di riguardo al vino e non perdono occasione di presentarlo con grande orgoglio.
Ricordo con estremo piacere una degustazione verticale, fatta alcuni anni fa in cantina, di diverse annate, e la sorpresa nello scoprire che questo bianco “con i tannini”, poteva reggere splendidamente, anzi evolvere in maniera straordinaria, anche dopo 5-6 anni e più di bottiglia.
Loro trattano quest’uva, in vigna ed in cantina, con tutte le attenzioni riservate ad una varietà importante, e non solo con la simpatia riservata a qualcuno, un po’ bizzarro e dai comportamenti misteriosi, della famiglia.
Dai due ettari di proprietà, controspalliera potata a Guyot con 4000 viti per ettaro, vigneto posto a 350 metri di altezza, ottengono un uva che vinificano per il settanta per cento in acciaio e per il 30% in piccoli fusti francesi, ottenendo un vino che affinano poi sei mesi in acciaio e 6 mesi in barrique di Allier, ovviamente non usate, e lasciano 6 mesi sui lieviti fini e poi ancora tre mesi in bottiglia prima di commercializzarlo.
Ne risulta un vino molto particolare, che regge benissimo l’abbinamento a preparazioni a base di carni bianche (il tonno di coniglio di Langa è perfetto), oltre che di pesce e di verdure, pieno di sapore.
Vino che nell’edizione 2009, dove non è volutamente stata fatta la fermentazione malolattica, si propone con un bellissimo colore, un giallo paglierino intenso, brillante, molto luminoso e pieno di riflessi, con un naso intensamente aromatico, molto fresco e articolato, variante dal floreale (mughetto, fiori bianchi), alle erbe aromatiche, al fruttato (agrumi e albicocca, accenni di frutta esotica), al miele, di grande eleganza e slancio. Seppure ancora giovane – consiglio di gustare ora il 2008 ed il 2007 – mostra già struttura ampia e calda, una certa consistenza e “grassezza”, un’acidità scattante ed un sale ed un sorprendente, siamo sempre in Langa, in terra di Barolo e non in Liguria, carattere mediterraneo e quasi “marino”. Aggiungetegli un pizzico di mineralità e un nerbo che non manca e avrete il ritratto di un bianco di carattere da prendere sul serio.
Chiamatelo come volete, Nascetta, oppure Anascetta o Nas-cëtta, ma questo è un bianco con cui fare assolutamente i conti…

Azienda agricola Elvio Cogno
località Ravera 2 Novello CN
tel. 0173 744006
e-mail

Questo articolo è pubblicato contemporaneamente su www.lucianopignataro.it
www.winesurf.it
www.vinoalvino.org

il trio IGP: da sinistra Luciano Pignataro, Franco Ziliani e Carlo Macchi ritratti a Monopoli, durante Radici 2010

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9 giugno 2010

Arrivederci amata Puglia…

Un veloce saluto, qui da questo splendido Melograno, al termine della mia, ahimé troppo breve, settimana pugliese, una delle più belle, emozionanti, indimenticabili settimane della mia vita, talmente ricca di suggestioni, di ricordi, di incontri, di situazioni giuste e vere e intense, che mi riuscirà davvero difficile raccontarla.
Sono stati, quelli nel nord Puglia, tra Orsara (dove ho conosciuto la genialità e l’energia di Peppe Zullo, cuoco straordinario e uomo coraggioso),  Lucera (dagli amici carissimi Marika e Sergio, della Tenuta La Marchesa), San Severo (per le bollicine nobili di D’Arapri) e poi quelli, qui a Monopoli da dove scrivo in attesa di prendere un aereo che vorrei non partisse mai , giorni che mi hanno fatto capire ancora più chiaramente come sia legato a questa terra speciale, a questa gente.
Nei prossimi giorni cercherò di relazionarvi sull’andamento di Radici, Festival dei vitigni autoctoni, ancora una volta perfettamente organizzato dagli amici fraterni Nicola Campanile ed Enzo Scivetti, sui tanti vini degustati, sul clima bellissimo che si é creato tra noi degustatori, noi giornalisti italiani e stranieri, e tra gli esperti (ristoratori ed enotecari e sommelier) pugliesi.
Una vera festa, il modo migliore di onorare il vino, con allegria, voglia di vivere, felicità di condividere momenti speciali con gli altri.
Perché abbiamo una vita sola e non viverla al meglio, cogliendo l’attimo, gustando ogni momento e cogliendo da ogni momento il suo gusto speciale, sarebbe un delitto, un’assurdità.
Arrivederci a presto, adorata terra di Puglia, ti porterò nel cuore, aspettando il momento di poterti nuovamente abbracciare….

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3 giugno 2010

Suicidio a Montalcino: Rivella nuovo presidente del Consorzio del Brunello

Qui trovate la notizia in tutta la sua laconica eloquenza: http://www.consorziobrunellodimontalcino.it/it/comunicati-stampa/55-ezio-rivella-nuovo-presidente-del-consorzio-brunello-di-montalcino.html Ezio Rivella eletto nuovo presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino.
Che dire se non che con questa scelta gli ilcinesi e Montalcino hanno scelto la strada della peggiore conservazione, hanno assolutamente rifiutato di voltare pagina e mandano al mondo, che li giudicherà, un segnale inquietante?
Dal mio angolo di Puglia felice, dove mi trovo, non posso dire che mi dispiace tantissimo, che non ho parole…
Che Bacco benedica il borgo del Brunello e limiti al massimo i danni prevedibili e annunciati…

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Ancora a Monopoli per Radici, Festival dei Vitigni autoctoni della Puglia e della Basilicata

Pausa “sabbatica” di una settimana per un’immersione in terra pugliese

Prendo congedo per qualche giorno dagli amici lettori di questo blog. Dopo un mese, quello di maggio, durante il quale ho girato come una trottola (qualcosa come 18 giorni fuori di casa) rischiando di perdere la trebisonda, letteralmente frullato da un eno-impegno ed un altro, ho bisogno di qualche giorno di pausa.
Intendiamoci, non me ne vado assolutamente in ferie, lontano da vini, bottiglie e manifestazioni varie. Semplicemente me ne scendo in una delle terre che più amo, la Puglia, per partecipare ad una manifestazione, Radici, Festival dei vitigni autoctoni, cui voglio un gran bene, come agli amici che la organizzano (Nicola Campanile, Enzo Scivetti e Pasquale Porcelli) e a larghissima parte delle persone con cui condividerò tre intense giornate, e non certo per riposare il palato, visto che assaggeremo qualcosa come 180 vini di Puglia e Basilicata.

Coglierò però l’occasione di questa discesa, per la quinta edizione (è la mia terza presenza) di Radici, per regalarmi, vista anche la cornice meravigliosa, il Relais Il Melograno di Monopoli, ed il grande, elegante sfarzo, anzi luxe, calme et volupté, come direbbe Baudelaire, qualche giorno di relax, in una terra dove sento di avere parte delle mie radici (mia nonna materna era pugliese di Erchie nel tarantino) e dove ogni volta che scendo, e cerco di farlo il più sovente possibile, ritrovo come una parte di me stesso e mi sento come a casa mia. Sereno, felice, (quasi) in pace con me stesso.
Cosa sia Radici, quali le sue caratteristiche, la sua formula vincente, l’ho già raccontato, diffusamente, qui, in questa presentazione che ho scritto per il sito Internet dell’A.I.S.

Un’occasione per fare il punto sul livello qualitativo dei vini pugliesi (con una piccola appendice in terra di Basilicata), una fantastica possibilità di rivedere colleghi italiani ed esteri, di conoscerne di nuovi e di confrontarmi con quella serie di agguerritissimi ristoratori ed enotecari pugliesi che formano l’altra giuria, altrettanto valida, che giudicherà i vini in concorso insieme ed in complemento a quella composta da noi giornalisti (e wine writers).
Ma ho soprattutto grande desiderio di immergermi nuovamente nei colori intensi, negli aromi, nei sapori precisi, delicati, ma anche forti, pieni di gusto, ma equilibrati della Puglia, simboleggiati dalla sua cucina, ma anche dai panorami, dalle sfumature della sua terra, dai tramonti e dalle albe, dai suoni di un mondo che ha su di me un fascino speciale. Quasi stregante, a volte mi viene da pensare persino magico.
Per farlo, oltre a ripromettermi di godermi fino in fondo l’atmosfera di Radici, di ridere e scherzare con gli amici, di degustare vini con l’animus del dilettante, che trae piacere diletto da quanto fa (in verità questo mio strano lavoro non mi stanca mai ed è sempre fonte di gioia e di piacevoli sorprese), ho pensato di anticipare la discesa in Puglia di qualche giorno.
E accogliendo l’invito di alcuni cari amici di salire in una zona, quella settentrionale della provincia di Foggia, dove non mi ero mai fermato e da cui ero sinora transitato in auto per poi puntare verso il Salento.

Il tempo di atterrare il 3 mattina a Bari e poi, grazie all’amico fraterno Nicola Campanile, salirò in quel di Orsara di Puglia, “adagiata sulle pendici di Monte San Marco e nascosta dai dolci declivi di Monte Maggiore alla piatta e assolata piana di Capitanata, sentinella dei monti del pre-Appennino dauno”, per la mia prima esperienza della cucina di uno dei più grandi cuochi e ristoratori pugliesi, Peppe Zullo, con cui ho lungamente conversato al Vinitaly, gustando i magnifici Negroamaro Girofle e Le Braci allo stand della Masseria Monaci della famiglia Garofano.
Poi mi sposterò a Lucera e dintorni, per fare visita ad una piccola azienda che ho scoperto e apprezzato lo scorso anno proprio in occasione di Radici. Parlo, siamo in terra dove l’Uva di Troia è protagonista, dell’azienda La Marchesa dei simpaticissimi Marika Maggi e Sergio Grasso, i cui vini, in particolare il Donna Cecilia ed Il Nerone, ho molto apprezzato nuovamente a fine novembre e ho giustamente celebrato in questo articolo.
Ma non è finita, perché salutata Lucera ed il foggiano ed il tempo di scendere al Melograno a Monopoli, sabato 5 nel tardo pomeriggio dovrò di nuovo ripartire questa volta alla volta di Gravina in Puglia, dove un altro amico carissimo, Beniamino D’Agostino, alias Botromagno, mi ha invitato a partecipare nella sua Osteria Grano e Vino alla “presentazione degustativa” del libro di un altro fratello e sodale in quel di Radici, Luciano Pignataro, 101 vini da bere almeno una volta nella vita spendendo poco (Newton Compton editore).

E poi, dalla mattina del 6 sino alla sera dell’8, con la proclamazione dei vincitori prevista a partire dalle 18.30, nel corso di un convegno conclusivo aperto anche ai produttori partecipanti, e poi alla partenza nel pomeriggio del 9, (ma con quale cuore ripartire e strapparmi dall’amata Puglia?) sarà la grande festa di Radici, il piacere, immenso, di stare insieme in un bel posto, di condividere un’esperienza, di ridere scherzare, mangiare cose buone, prendere un po’ di sole, ironizzare, prima di tutto su noi stessi.
Perché se il vino non è allegria, condivisione, gioia di vivere, anche bevendo un bicchiere di rosato a bordo piscina, di cogliere l’attimo che fugge, legato a situazioni e persone e sensazioni che ci fanno stare bene, che piacere è?
Ci risentiamo tra qualche giorno, statemi tutti bene…

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30 maggio 2010

Montalcino: forse non tutti i giochi sono ancora fatti!

Una grande verticale, sperando che il buon senso prevalga

Ho lasciato volutamente calare un po’ di silenzio intorno alle vicende, di cui ho lungamente scritto, dell’elezione del nuovo Consiglio di amministrazione del “rinnovato” (si fa per dire) Consorzio del Brunello di Montalcino, e della prossima scadenza della votazione, da parte di questo Consiglio, del nuovo Presidente del Consorzio.
Elezione che avrà luogo giovedì 3 giugno, giorno in cui per ritemprarmi me ne scenderò una settimana in Puglia, per partecipare dal 6 all’8 all’edizione 2010 di Radici, Festival dei vitigni autoctoni e visitare in precedenza Lucera, Orsara (anche per andare a trovare uno dei più grandi ristoratori pugliesi, Peppe Zullo) e ritrovare, e abbracciare forte, vecchi e nuovi amici. Mi sa che con tutto il parlare di Ezio Rivella si, Ezio Rivella no, discorso cui ho contribuito anch’io, si stia già dando per scontato che Rivella abbia una grossa preferenza all’interno degli eletti, quando invece, se i neo eletti consiglieri ci pensano bene e si mettono una mano sulla coscienza, ci sarebbe anche numericamente un’alternativa a questo punto molto interessante.
Secondo me, e a questo punto è opportuno fare i nomi, l’alternativa porta i volti di Giancarlo Pacenti, alias azienda agricola Siro Pacenti e Fabrizio Bindocci, direttore della Tenuta Il Poggione.
Numericamente questa alternativa all’ipotesi Rivella presidente (oppure all’altra netta favorita, Donatella Cinelli Colombini) sarebbe fattibile (a meno che qualcuno non abbia, consentitemi l’espressione paradossale già faustianamente “venduto l’anima” ) ovvero unendo i consiglieri di Coldiretti (Palazzesi e Cortonesi Marco) con i consiglieri di Cia (Cortonesi Andrea, Pacenti Giancarlo, Ripaccioli Francesco e Lambardi Maurizio) si arriva a sei.
A questo punto  per la maggioranza ne servono due che, guardando bene, sono sì Unione Agricoltori  (Bindocci e Lisini), ma credo non condividano l’opzione Rivella e tantomeno lo storico potere, emerso anche nelle vicende relative all’elezione del “nuovo” Consiglio, della più grossa e potente azienda di Montalcino. Che è naturalmente presente nel Consiglio con propri uomini.
Non so proprio come andranno le cose, e quali margini di manovra esistano per arrivare ad una soluzione di buon senso che tale appaia agli occhi del mondo.
Di quel mondo,  fatto di appassionati, consumatori, ristoratori, enotecari, importatori, distributori, giornalisti (una comunità composta e pulsante che ha un peso che non può essere trascurato) che guarda a Montalcino e non capirebbe – non lo sta già capendo ora – che il “rinnovamento” possa ragionevolmente passare attraverso la scelta simbolica di eleggere come presidente di un Consorzio che deve essere rinnovato sin dalle fondamenta, che punti sull’equazione Sangiovese=Brunello di Montalcino, un rappresentante del “vecchio” (e non lo dico per ragioni anagrafiche: il cavalier Rivella è più giovane di tanti quarantenni) come è, oggettivamente, Ezio Rivella.
A proposito del quale si è letta recentemente, sul blog dell’amico e collega Stefano Tesi, una riflessione (purtroppo anonima) di un “montalcinese Doc”, che merita di essere comunque presa in considerazione.
Sperando – la speranza è l’ultima a morire, spes ultima dea – che le cose possano prendere una piega giusta e che il seme del dubbio si faccia strada nella mente dei 15 consiglieri che avranno la responsabilità pesantissima di scegliere il Presidente, nonché i tre vicepresidenti che resteranno in carica per tre anni, inducendoli ad usare la propria testa, domani, ultimo giorno di maggio, domani ritornerò a ragionare di Brunello nel modo che sicuramente è il più giusto.
Lo farò rendendo omaggio, in sette diverse sue espressioni legate a diverse annate, ad un Brunello che sicuramente è fedele al nome che porta, e illustra in maniera ottima le caratteristiche che deve avere un vino prodotto con uve Sangiovese di Montalcino in quel di Montalcino.
Parlo del Brunello della Tenuta Il Poggione proprietà della famiglia Franceschi, una cui verticale di sette annate:
Brunello di Montalcino Riserva 2004
Brunello di Montalcino Riserva 2003
Brunello di Montalcino Riserva 1999
Brunello di Montalcino Riserva 1985
Brunello di Montalcino 1982
Brunello di Montalcino 1979
Brunello di Montalcino 1973

avrò il privilegio di co-condurre in quel di Mogliano Veneto, insieme ad un servitore e artefice di questi vini, l’amico Fabrizio Bindocci, in occasione dell’edizione 2010 del Wine Day organizzato dalla famiglia Balan nell’elegante veste di Villa Braida.
Prevista alle 18, sarà l’ultima di una serie di cinque grandi degustazioni verticali, e coronerà una giornata che nell’arco dalle 10 alle 19.30 prevede qualcosa come 80 produttori, 250 vini tra italiani ed esteri e 20 distillati in libera degustazione, e che sarà sicuramente una grande festa del vino di qualità, celebrata in una terra che la qualità conosce e apprezza.
Sarà un grande onore condurre, insieme ad una persona che conosco e apprezzo da molti anni, che so profondamente legata alla propria terra, e che se eletto Presidente farebbe l’interesse di tutte le aziende di Montalcino, con spirito di servizio verso il Brunello, con un giusto, saldo legame alla tradizione, ma anche la capacità di guardare avanti, una verticale così importante, una degustazione che dimostrerà una cosa semplice e chiara a tutti. Anche a chi fa lo gnorri e fa finta di non capire.

Un’evidenza fulminante: ovvero che quando profuma di Sangiovese, di Toscana e di Montalcino, il Brunello, nelle grandi annate e da uve provenienti dai migliori terroir, non teme confronti, è unico al mondo, magico ed inimitabile.
E per farsi apprezzare e risplendere, come il gioiello che è, non deve affatto, come dice qualcuno, “interpretare le dinamiche attuali dei mercati e le tendenze enologiche più moderne”, ma semplicemente essere se stesso, fedele alla propria identità e storia.

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28 maggio 2010

Vininfesta alla Costiera del Cech 2010 a Morbegno. Una festa della viticoltura eroica

Non fateci caso se la locandina è ancora quella dell’edizione 2009.
Preso da un vortice di impegni e di spostamenti un po’ in ogni dove non ho potuto recuperare e scannerizzare quella nuova, ma anche se simboleggiata graficamente da quella del 2009 l’edizione di quest’anno della tradizionale rassegna VinINfesta alla Costiera dei Cech, di cui avevo celebrato qui, lo scorso anno, l’eccellente svolgimento, si annuncia altrettanto interessante.
Innanzitutto spieghiamo, ai non valtellinesi, cosa sia questa Costiera, ovvero l’area che designa il versante orografico destro della Bassa Valtellina, dal Culmine di Dazio a Monastero, o meglio il tratto della catena Retica che va da Dubino a Postalesio, che ha come centro ideale e località più conosciuta Morbegno, ma comprende paesi come Ardenno, Buglio il Monte, Cercino, Cino, Civo, Dazio, Dubino, Mantello, Mello e Traona, che vantano antiche tradizioni viticole. In queste zone si pratica una viticoltura di testimonianza e di passione, non ancora a scopo commerciale, ma legata all’antico piacere dei viticoltori di prodursi il proprio vino, che merita ampio rispetto e attenzione.
Di cosa tratterà l’edizione 2010, in programma sabato 29 maggio in quel di Morbegno, dapprima a partire dalle 9.30, presso il Cinema Pedretti, poi dalle 13 presso il Polo Fieristico Provinciale?
Ovviamente della viticoltura valtellinese, delle sue specificità, del suo carattere eroico, con l’attesissima proiezione del documentario d’autore, firmato dal grande regista Ermanno Olmi, dal titolo Le rupi del vino, prevista alle 10.30, preceduta dai saluti dei rappresentanti delle istituzioni.
A seguire, intorno alle 11.30, l’amico Graziano Murada, direttore della Fondazione Fojanini di Sondrio, premierà una serie di produttori di vini selezionati e non etichettati della Costiera del Cech.
Dopo il trasferimento al Polo Fieristico Provinciale e al pranzo accompagnato dai vini Sentimento e Bulium (vini che lo scorso anno avevo molto apprezzato), mi toccherà fare la mia parte, moderando, insieme a Murada, una tavola rotonda dedicata ai Rossi di Valtellina, o meglio ad un confronto di idee e esperienze tra alcuni vignerons della Costiera del Cech (Piccapietra Vini, La Capuscena, La Corte dei Gira) e vignaioli del Terziere Superiore di Valtellina che hanno da tempo onore di bottiglia e sono ben conosciuti.
Parlo di Dirupi, Nicola Nobili, Terrazzi Alti e Le Strie.
Discussione, pensiamo animata, seguita dalla degustazione dei vini della Costiera del Cech e da un’esibizione del Coro del C.A.I. di Sondrio.
Beh, se vi venisse la tentazione di fare un salto in Valtellina, penso che ne avreste tutte le ragioni…

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