Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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10 Marzo 2008

Barolo 2004: da Serralunga d’Alba segnali chiari di assoluta grandezza

Ritorno dalla mia (quasi) due giorni a Serralunga d’Alba non solo inebriato di Langa e, come direbbe Lucio Battisti (senti) “innamorato sempre di più in fondo all’anima per sempre tu” (l’oggetto del mio amore ovviamente la terra del Barolo e del Barbaresco) ma con alcune assolute certezze che, in rapida sintesi, vi elenco:
il 2004, come già fatto capire chiaramente dagli ottimi Barbaresco, è un’annata grandissima in Langa. Un’annata classica a misura del Nebbiolo;
da Serralunga d’Alba, come ho potuto chiaramente capire da una godibilissima degustazione di oltre 30 Barolo (dispiace siano mancati all’appello i vini di Fontanafredda, Ceretto, Batasiolo, Pio Cesare, Luigi Pira…) targati semplicemente Serralunga, oppure singoli cru, che ho avuto l’opportunità di fare in tutta tranquillità la mattina di sabato 8 marzo grazie alla preziosa collaborazione degli amici della Bottega del Vino del più alto e isolato dei comuni del Barolo, parte un segnale di assoluta chiarezza: il Barolo 2004 è e sarà grandissimo. Un vino da comprare e mettere in cantina, oltre che da cominciare a bere (anche se giovane) perché già di fantastica piacevolezza;
il 2004 è l’annata perfetta a misura di Barolo classici, con uve splendide da cui si potevano ottenere proprio tutte le sfumature, i chiaroscuri, le delicatezze, la struttura, il nerbo, la complessità, l’eleganza che rendono il Barolo un vino unico ed inimitabile. Di più: il miglior vino del mondo;
chi ha la fortuna di godere di vigneti super nella zona del Barolo ed in particolare a Serralunga d’Alba, ha potuto ricavare vini che fanno assolutamente sognare. Due nomi su tutti: Falletto e Rocche dei Falletto di Bruno Giacosa, fatto anche con l’aiuto del bravissimo enologo in uscita, Dante Scaglione (il più grande vino, soprattutto il secondo, della mia degustazione rigorosamente alla cieca) e Cascina Francia, nonché Monfortino, di Giacomo Conterno, che ho assaggiato ancora in botte. Come l’incredibile, stesso vigneto, Barbera d’Alba 2006. Roba da brivido; anche si deve “accontentare” di vigne come Parafada, Margherita, Broglio, Gabutti, Arione, Lazzairasco, Prapò, (sul Vigna Rionda non mi pronuncio, perché ho assaggiato, in altro contesto, solo un campione di 2004, ancora tremendamente bambino) ha tirato fuori cose da mille e una notte. Nebbiolosa e barolesca;
lo stile classico, tradizione, seppure riveduto, corretto, non fossilizzato e polveroso, aperto al nuovo intelligente, prevale nettamente a Serralunga, sui Barolo 2004, sullo stile moderno. Quello stile che anche in un’annata classica come questa suggeriva di giocare sull’eleganza e non sulla potenza (c’è già tutto nella scultorea massa michelangiolesca dei tannini del Nebbiolo!) e di rinunciare ad un eccessivo, protagonistico apporto di tannini da legno francese.
Cosa mi ha poi detto questa due giorni tra Serralunga d’Alba e Monforte d’Alba (dove la sera di venerdì ho splendidamente cenato da Felicin, in compagnia di Davide Rosso e di un giovane enologo, Gianni Meleni, di cui sentirete parlare – e non solo per il lavoro che sta già facendo in una nota grande cantina dell’astigiano, ma per consulenze intelligenti fatte in Langa)?
Che ho aggiunto al ristretto, eletto novero dei Barolo del mio cuore, un Barolo di Serralunga – e che Barolo! – il Vigna Rionda riserva dei fratelli Franco e Roberto Massolino (aiutati da un altro giovane enologo molto bravo, Giovanni Angeli), grazie ad una degustazione verticale di 12 annate, dal 2002 (mais oui!) sino all’imperioso 1982 (passando per 2001, 2000, 1999, 1998, 1997, 1996: chapeau!, 1990, 1989, 1998, 1986) che mi ha regalato una delle più grandi, complete, assolute emozioni che una degustazione di più annate (e ho avuto il privilegio di farne parecchie) di Barolo mi abbia suscitato. Per la serie: quando una vigna è super, se il vignaiolo ne è interprete fedele e umile, se ne sa cogliere la voce e l’anima, se sa dare il giusto tempo ai vini, il risultato non può che essere straordinario.
Aggiungo poi un’altra notizia, ad uso e consumo dei lettori italiani ed esteri, di questo blog e di VinoWire.com. A Serralunga d’Alba c’è chi ha prodotto due Barolo riserva annata 2002 che faranno fare alla stampa che aveva decretato, ancora in estate, ancora prima della rovinosa grandinata del 3 settembre che colpì La Morra, Barolo, Novello, parte di Monforte d’Alba e sostanzialmente risparmiò Serralunga, ancora prima della vendemmia, ancora prima che le uve – bellissime – frutto di un settembre e di un ottobre dall’andamento da favola, venissero portate in cantina, che l’annata 2002 fosse non solo da dimenticare, ma nemmeno da prendere in considerazione, la figura del dilettante e dell’allocco.
Già alcuni onestissimi 2002, tutt’altro che piccoli, avevano dimostrato che anche in questa annata più piccola, con selezioni severissime, si potevano fare validi vini, ma saranno due vini blasonatissimi, con edizioni 2002 pienamente all’altezza del loro nome, a dimostrare senza timore di smentita che anche dal 2002, a Serralunga d’Alba, si potevano fare vini super.
Segnatevi i nomi e preparatevi, come formicuzze, a mettere via i soldini (parecchi) per cercare di acquistarne qualche bottiglia, che nel caso del primo vino saranno davvero pochine:
Barolo Vigna Rionda riserva 2002 Massolino (elegante, completo, classico) e un monumentale grandioso indescrivibile Barolo riserva Monfortino Giacomo Conterno.
L’assaggio del vino, da due botti di diverso formato, diverso legno, che Roberto Conterno, cui ho fatto visita venerdì sera, mi ha per la prima volta consentito, regalandomi una scossa assoluta e purissima, che un tizio una volta avrebbe definito da “faccino radioso”, mi ha convinto senza alcuna ombra di dubbio possibile e immaginabile che la scelta azzardata che Roberto e ancora prima il suo indimenticabile babbo Giovanni avevano fatto tra il 2002 ed il 2003 di destinare tutte le uve del vigneto Francia esclusivamente al Monfortino riserva, rinunciando alla produzione dell’altro enorme vino, il Cascina Francia, non era stato un azzardo, ma una scelta intelligente, consapevole e geniale.
Il Monfortino 2002 sarà all’altezza del suo blasone di più grande vino italiano in assoluto (scelta confermata, leggi, anche da un recente sondaggio tra una ventina di esperti condotto dalla rivista inglese Decanter) e mostrerà a chiunque lo acquisterà (peccato che costi così tanto…) quale incredibili vertici di grandezza il Barolo possa toccare.
Un’altra cosa confortante la mia due giorni a Serralunga d’Alba e dintorni mi ha detto: che due dei miei prediletti artigiani alimentari della zona, la Panetteria Cravero di Piazza Castello a Barolo tel. 0173 56134 - vedi - e la Macelleria Alessandro Garello a La Morra via Roma 13 tel. 0173 50397 - vedi - continuano a lavorare con intatta coscienza, serietà e onesta, proponendo la prima grissini stirati a mano, paste di meliga, brutti ma buoni, e pasticceria secca varia, il secondo carni di fassone, salsiccia, salumi, ecc. ecc. di primissima qualità. Se venite in Langa non mancate di fare loro visita a mio nome: non rimarrete delusi.
Mi è infine rimasto un divorante (non nel senso che mi laceri, m’impedisca il sonno, mi divida, ma che mi spingerebbe a divorare l’oggetto della mia perplessità anche a colazione non solo a pranzo e cena) interrogativo: meglio gli ineffabili, dolci, leggeri tajarin alle verdure di Da Felicin (vedi) o quelli croccanti, altrettanto angelici e gustosi, al leggero ragù di carne dell’accogliente Trattoria Cascina Schiavenza (vedi) proprietà della stessa famiglia che produce gli ottimi vini, tra i migliori di Serralunga, dell’azienda agricola Schiavenza?
Idea: e se invece di una verticale di Barolo, la prossima volta qualche anima buona, con buona pace del mio fegato e del mio colesterolo, mi ammannisse una verticale, orizzontale, obliqua degustazione, macché, abbuffata, di tajarin di questi due locali che amo e di altri ancora (ad esempio il ristorante Brezza a Barolo – vedi – il ristorante del Buon Padre a Vergne di Barolo – vedi – il ristorante Real Castello del Castello di Verduno – vedi - ) di tajarin, fino a togliermene la voglia almeno per una settimana?
Perché la Langa, non è solo Barolo e Barbaresco (nonché Dolcetto, Barbera, Freisa, Moscato), colline su colline che ti tolgono il fiato, bricchi, scenari mozzafiato e gente vera da abbracciare, amici che ti scaldano il cuore, personaggi estrosi, storie da raccontare “a millanta che tutta la notte canta”, ma anche un brasato al Barolo e un piatto di tajarin (o di raviole del plin…) fumanti, carne cruda tagliata a coltello, antipasti la cui sequenza tu vorresti non finisse mai, panna cotta e bunet.
Un pranzo e una “cena della meraviglie”, come direbbero Camilla Baresani e Allan Bay, che non ti stancano mai e rinnovano la tua fame, la tua sete di vita, la tua voglia di tornare in questa Langa che ti é entrata nel cuore. Come l’amore della vita…

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23 Febbraio 2008

Quale il miglior Brunello di Montalcino degustato?

La domanda é una di quelle che potremmo definire “delle cento pistole”: qual’é il miglior Brunello di Montalcino che hai avuto modo di degustare a Montalcino nei due giorni e mezzo della tua permanenza?
La risposta é semplicissima, un Brunello che non figurava tra quelli in degustazione nella tensostruttura allestita dentro la Fortezza di Montalcino dove si svolgeva Benvenuto Brunello, ma un Brunello, anzi, una serie di Brunello di Montalcino, uno già in bottiglia e gli altri in fieri, che un po’ masochisticamente il sottoscritto, in compagnia di pochi altri amici e colleghi un po’ carbonari, siamo andati in pellegrinaggio a degustare, pardon a bere, in quel posto splendido, unico, magico che corrisponde al nome di Case Basse. Dove grandi, anzi grandissimi vini, nascono grazie ad un terroir speciale, ad una luce incredibile, ad una volontà incrollabile di perseguire la qualità senza compromessi, di investire in ricerca e sperimentazione, di capire, interrogarsi, non dare nulla per scontato. E dove un uomo dal carattere difficile, ma appunto per questo di forte carattere e personalità, persegue il sogno, diventato realtà, di produrre vini che non solo esaltano al massimo grado l’anima e l’unicità del Sangiovese, che sono finezza, eleganza, complessità, purezza fatte vino, ma che si propongono e sono come alcuni tra i più grandi vini che si producano al mondo.
Quest’uomo (nella foto) si chiama Gianfranco Soldera, veneto di nascita, quindi milanese, ma ilcinese (ovvero orgoglioso sostenitore di Montalcino e della sua grandezza) più di tantissimi altri che a Montalcino ci sono nati o sono venuti in seguito a viverci e a fare business vinicolo.
Perché é un po’ una forma di masochismo venire quasi “in pellegrinaggio”, tutte le volte che scendo a Montalcino, dall’amico Soldera? Perché bere i tuoi vini ti fa salire nel paradiso di Bacco, ti fa sognare, ti fa toccare enoicamente il cielo con un dito. Ma poi il confronto con la stragrande maggioranza dei vini che costituiscono la realtà quotidiana di Montalcino e del Brunello diventa faticoso e lacerante, tanto i vini di Case Basse appartengono ad un’altra dimensione, ad un’altra idea (ad un altro sogno e ad un’altra etica) del vino. Che non ricerca improbabili e assurde muscolarità e concentrazioni, che non ricorre ad enologi consulenti dalla bacchetta più o meno magica, che rispetta la vigna ed il suo ambiente, che non pasticcia o traffica in cantina, che non arrangia, ma che propone vini che, anno dopo anno, sono espressione di quel millesimo, di quell’andamento stagionale, di quei terroir, di quell’uva speciale che é il Sangiovese. Prova a chiedere a Soldera cosa ne pensa del ruolo dei lieviti nella vinificazione, se usi lieviti naturali o selezionati. La sua risposta sarà forte ma tranchant : “scusa, ma tu faresti ingravidare tua moglie da un estraneo?”…
Ho riassaggiato dalla botte, (ovviamente grande e di rovere di Slavonia, costruita con amore da Garbellotto) dove é rimasto mesi 66 (andrà in bottiglia entro fine febbraio) un Brunello di Montalcino 2002 che potrebbe stendere fior di grandi borgognoni, anzi apparire più grande di loro. Eleganza assoluta, dolcezza naturale, equilibrio, piacevolezza estrema, tannini che ci sono eppure non li senti. Una carezza, un bacio in forma di vino.
E poi, sempre dalla botte, un 2004 che sarà grandissimo, che ha di tutto e di più senza essere eccessivo, un 2007 in divenire che ti conquista già ora e poi un 2003 che con il 90% e più dei Brunello pari annata degustati in quel del Benvenuto Brunello non ha assolutamente nulla da spartire. Che sembra provenire da mondi remoti, da altre galassie enologiche, frutto di altri linguaggi, altra cultura. Altra capacità di sognare e far diventare realtà la grandezza di un vino.
E poi, infine, a cena, mangiando addirittura pesce (perché no?) in una deliziosa trattoria di Camigliano l’apoteosi, la piacevolezza assoluta, il vino già grande e godibile ora, ma destinato a sfidare il tempo per decenni, della riserva 2001, uno spettacolo, vino elegante per palati eleganti e raffinati, per chi sa capire, per chi non si accontenta della realtà e dei compromessi, ma sogna un mondo puro, tutta bellezza, armonia, eleganza. Dove tutto ha una logica e una razionalità, un ordine interiore, un’etica che informa e regola l’operare umano.
Per godere di vini così valeva la pena fare la fatica di degustare tanti (troppi) vini senza gioia e senza senso, vini nella migliore delle ipotesi vorrei ma non posso, vini, ahimé, che non ti viene voglia di bere e che ti mettono tanta malinconia…

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21 Febbraio 2008

Live from Montepulciano

Cari amici riesco solo questa mattina a collegarmi e a “moderare” i vostri commenti. Sono a Montepulciano in vista dell’Anteprima del Vino Nobile. Sono reduce da una fantastica Serata Barbaresco in Versilia, organizzata dagli amici della locale delegazione A.I.S. Ci voleva, in una settimana all’insegna del Sangiovese, una parentesi nebbiolesca! Posso dirlo che il nobilissimo Nebbiolo, il re dei vitigni, ha cominciato a conquistare la Toscana? Appena potrò cronache e resoconti dalla serata, che é stata piacevolissima e ha visto i sette Barbaresco 2004 da me selezionati e raccontati risplendere.

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7 Febbraio 2008

Back from Torino e Langa

Ho un sacco di cose da raccontare sulle due fittissime intense giornate di ieri e di oggi trascorse tra Torino e la Langa del Barolo e del Barbaresco. Incontri sorprendenti e autentiche rivelazioni, grandissimi vini degustati (ne cito solo alcuni: Barolo Borgogno 1982, Barbaresco Rabajà 1989 e 1999 e altre annate Castello di Verduno, Barolo Monvigliero 1988 Castello di Verduno), amici ritrovati, cose buone gustate. Soprattutto, però, il mio nuovo forte, intenso, caldo abbraccio, con la terra del vino del mio cuore, con quella Langa che ogni volta mi regala quelle emozioni che nessun’altra zona vinicola mi sa dare.
Comincerò a raccontare domani, per ora, dopo queste brevi parole, poco più di una didascalia, una fotografia scattata questa mattina verso le 8 dalla camera dove ho dormito a Monforte d’Alba. Come fotografo sono solo un dilettante, ma spero ugualmente di riuscire in qualche modo a ridarvi l’atmosfera di quel sogno, di quell’amore chiamato Langa…

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27 Gennaio 2008

Amarone della Valpolicella: perché non possiamo dirci ottimisti

nullQualche numero che rappresenta tutti i dati anagrafici presenti nella “carta d’identità” della Valpolicella oggi prima di esprimere, senza alcuna pretesa di sistematicità (sono ancora sotto lo scacco dei ben 70 vini 70 degustati ieri), le mie prime impressioni sull’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004 cui ho partecipato ieri in quel di Verona:
5.839 ettari di superficie vitata iscritti all’albo del Valpolicella
2.470 aziende iscritte all’albo del Valpolicella
1.226 aziende che producono uva per l’Amarone
390 fruttai per l’appassimento dell’uva
90 milioni di euro il valore totale delle uve prodotte
5 cantine sociali in zona di produzione
148 aziende imbottigliatrici fuori dalla zona di produzione
165 aziende vitivinicole di filiera in zona di produzione
24 nuove aziende vitivinicole di filiera nate negli ultimi 6 anni
170 milioni di euro il valore delle giacenze di Amarone
220 milioni di euro il fatturato complessivo della DOC Valpolicella
Gli ettari vitati sono suddivisi:
53% in collina 23% nella fascia pedecollinare 24% nelle zone di fondovalle
Complessivamente dal 2001 al 2007 è stato rinnovato il 32% della superficie vitata
Superficie vitata 80% pergola 20% Guyot
Produzione uve Valpolicella in mln. Kg
1997: 49,8 – 2001: 56,5 – 2003: 60,4 – 2004: 61,5 – 2005: 59,9 – 2006: 66,3 – 2007: 68,7
Produzione uve Valpolicella per appassimento (Amarone e Recioto) in mln. Kg
8,2: 1997 – 12,7: 2001 – 16,2: 2003 – 15,9: 2005 – 23,6: 2006 - 25,7: 2007
Stima bottiglie vendute di Amarone / Recioto della Valpolicella
1997: 1.558 mln – 2000: 3.302 – 2001: 3.634 – 2003: 4.982 – 2004: 5.751 – 2006: 8.218 – 2007 :8.350
Ci sarà tempo e luogo per esaminare, con calma, magari con la collaborazione dell’ottimo Marco Baccaglio de I numeri del vino, questi dati, che sono oggettivamente impressionanti, comunque li si osservi.
Non posso però e me ne dolgo, vista la simpatia che nutro per questa zona, che è tra le più belle paesaggisticamente parlando e come sintesi ideale tra paesaggio e vigneto, d’Italia, e dove agiscono molti produttori che stimo profondamente e rispetto, concordare con l’ottimismo della volontà (radicato e non di facciata) del presidente del Consorzio Valpolicella Emilio Pedron che parla apertamente dell’Amarone (della Valpolicella) come di “un vero e proprio fenomeno sia in termini di consumi che di notorietà”.
E non posso accogliere il suo cortese invito, pronunciato in un franco conversare che abbiamo avuto ieri davanti agli amici Roberto Giuliani, Enzo Brambilla e Alessandro Franceschini e a due produttrici serie come Elena Coati di Corte Rugolin e Sabrina Tedeschi dell’omonima azienda di Pedemonte, a “credere” più di quel che dimostri di fare, nel “successo” dell’Amarone e nella positività e nella forza di dati, la produzione di uve, la produzione di uve destinate all’appassimento, la stima di bottiglie di vendute, la sempre minore quantità di uve e di bottiglie destinate ai vini Valpolicella base, che a me, invece, fanno paura.
E sembrano, come nel caso della quantità folle di uve destinate all’appassimento, passate dagli 8,2 milioni di chili del 1997 ai 25,7 di dieci anni dopo, indice di una strategia che, mi auguro di sbagliare e nel caso farò autocritica e ammenda, giudico estremamente arrischiata e spericolata. Perché i 5,7 milioni di bottiglie del 2004 e gli 8.350 milioni stimati per l’annata 2007 (il cui indice Winkler è simile a quello del 2003…) bisogna poi venderli…
Non ho dubbi, conoscendo la serietà e la preparazione e la capacità manageriale di Emilio Pedron, che conosco da molti anni (e con il quale, lo racconterò molto presto, in passato ho avuto rapporti che andavano oltre a quelli normalmente esistenti tra un giornalista e un amministratore di una grande realtà produttiva), che sia vero che “la filiera Valpolicella funziona e distribuisce reddito”, che il reddito viticolo di ventimila euro ettaro sia rispettabilissimo, che è “aumentata la solidità strutturale” delle aziende della Valpolicella, che qualcosa come venti esperti agronomi ingaggiati dal Consorzio Valpolicella hanno perlustrato e controllato per cinque mesi vigneti e fruttai, portando al declassamento di 18.000 quintali di uva in appassimento giudicati “non idonei”, ma resto ugualmente molto perplesso. Anche quando ci viene detto che nel 2007 invece di “soli” 8.350 milioni di bottiglie se ne potevano produrre 12…
E non riesco a credere che questa corsa all’appassimento e all’Amarone (della Valpolicella) non sia dettata, come Pedron nega sia, da “un desiderio di arricchimento veloce” e da una strategia molto pericolosa, che si regge anche sull’assunto, espresso da Pedron, che “non c’è alternativa che vendere prodotti di prezzo più alto perché siamo convinti che abbiamo grandi possibilità”. Attenzione a percorrere l’equazione Amarone della Valpolicella = premium wine (ed i prezzi di tanti, troppi Amarone sono diventati eccessivamente, assurdamente elevati, con una qualità che spesso non giustifica la spesa) perché a fenomeni di errate valutazioni strategico – commerciali abbiamo già assistito ed i tonfi, quando si cade, possono essere rovinosi.
Non riesco a condividere l’entusiasmo pedroniano anche per altri motivi, perché non penso assolutamente, come mi diceva (e come doveva dire nella sua posizione) il top manager trentino che in Valpolicella ha trovato la sua piena affermazione professionale, che tutti i vini proposti in degustazione fossero “buoni” con sfumature e personalità diverse.
Questo perché nel mio assaggio, effettuato in condizioni non ideali (Bacco continui a preservare e benedire Alba Wines Exhibition, la migliore delle manifestazioni dove la stampa internazionale è chiamata a degustare, in maniera meditata e riflessiva e non in un clima di festosa kermesse), ho trovato tanti vini indegni, non buoni, assolutamente non appealing, paradossali, privi di qualsivoglia idea di cosa significhino termini basilari come equilibrio, piacevolezza, possibilità di essere abbinati convenientemente ai cibi, eleganza, varietà di espressione, ricchezza di sfumature.
Non posso essere ottimista come l’enologo Emilio Pedron, la cui presenza alla presidenza del Consorzio Valpolicella (come quella di altri personaggi della galassia Gruppo Italiana Vini alla testa di importanti Consorzi italiani) considero un clamoroso esempio di “conflitto d’interessi”, perché è assurdo che il più importante gruppo vinicolo italiano controlli svariati Consorzi italiani, di fronte a vini, parecchi, che esprimono lo stesso genium loci, un senso dei terroir della Valpolicella, una provenienza chiara e inconfondibile che possono avere i vini di Bolgheri e dintorni.
Non posso, farei violenza alla mia onestà intellettuale e al mio senso critico e ad un dovere di chiarezza che ho nei confronti dei miei lettori (non ho pagine di pubblicità da chiedere per questo blog o per i giornali su cui scrivo e quindi, caro dottor Pedron, posso dire, e continuo a dire quello che penso) se non dicessi a chiare lettere che resto spiazzato e indignato e sgomento di fronte a tanti vini proposti, dove il carattere varietale, anche dopo l’appassimento, che contribuisce ad appianare e livellare le caratteristiche, è piuttosto quello del Merlot, del Cabernet, del Syrah (e qui mi limito senza riferire del puro “sospetto” della presenza di uve che in Valpolicella non crescono) e non quello delle uve che hanno fatto la storia e la nobilitate di questa splendida regione vinicola veneta.
Prendo atto, non sorpreso, che quel che sgomenta e indigna me per Pedron é solo espressione di una diversità stilistica, di una qualità (“sono vini tutti buoni” mi diceva, davanti a testimoni) indiscutibile che anche io, irriducibile bastian contrario, Don Chisciotte e rompi…., non riesco, per miei limiti oggettivi, perché non sono aperto allo spirito dei tempi, perché non voglio accettare che così vadano le cose in questo mondo del vino (e nel mondo in genere), a cogliere. Quando una zona non qualsiasi ma di suprema e assoluta enodiversità e ampelodiversità (si faccia spiegare dai suoi amici di Slow Food cosa significa o meglio cosa dovrebbe teoricamente significare questa espressione, dottor Pedron…) come la Valpolicella esprime vini che se assaggiati totalmente alla cieca, non solo senza conoscere il nome del produttore, ma l’area di provenienza, non riesci a connotare come provenienti dalla Valpolicella e che pensi siano tali solo perché facendoti largo a colpi di machete in una foresta di rovere francese e americano ti sembra di cogliere le note dell’appassimento nella tanta marmellata alla tostatura che domina, questo, egregio signor Presidente del Consorzio Valpolicella, questo a casa mia non è un successo, come lo chiama trionfalmente lei, ma è un fallimento. Anzi, un tradimento, una deriva pericolosa, una rinuncia suicida e insensata a presentarsi con i colori e le sfumature e l’eleganza della Valpolicella per compiacere un gusto ed un mercato internazionale che del genius loci, della provenienza, dei terroir, mi perdoni il termine un po’ crudo, se ne frega altamente (eufemismo).
E questo quando si è finanziato un progetto di zonazione vinicola per arrivare ad un “manuale d’uso del territorio” e fare in modo, come titola L’Informatore Agrario che il terroir sia “determinante”…
Mi aspettavo, come sta accadendo in quella terra di Langa dove l’intelligenza ed il buon senso hanno portato a rivedere molte posizioni estreme (e da dove arrivano quei vini che sempre più sento vicini non solo al mio gusto, ma al mio cuore, alla mia intelligenza, alla mia sensibilità, alla mia residua capacità di sognare e di lasciami trasportare dalle emozioni), che in un’annata classica come il 2004, ideale, “ottima” come l’hanno definita i tecnici, i vini, la stragrande maggioranza dei vini, presentassero, come ha detto nella sua relazione tecnica il presidente di Assoenologi sezione Veneto Occidentale Daniele Accordini” come comune denominatore eleganza, finezza e freschezza gusto-olfattiva dettata da un corretto bilanciamento alcolico e da un moderato residuo zuccherino che conferisce una buona bevibilità e abbinabilità a tavola”.
Forse il buon Accordini ed il sottoscritto (ma potrei citare un sacco di colleghi, italiani ed esteri, con i quali scambiando opinioni dopo la degustazione ho visto condividere le stesse perplessità e riserve: vedremo se le metteranno nero su bianco nei loro articoli) la vediamo diversamente, ma di vini come quelli che lui ha descritto e annunciato ne ho trovati, ripeto, forse ci capisco poco, forse molti vini, diamo loro la controprova di una nuova degustazione tra qualche mese, erano ancora molto in fieri, visto che tanti erano campioni di botte e molti devono ancora completare totalmente il loro affinamento, e bisognosi di più tempo per esprimersi (ma allora perché degustare in Anteprima a gennaio?), davvero una minoranza, meno del 50 per cento.
Ho visto, invece, oltre alle consuete stravaganze, agli esotismi, alle donne cannone e ai mister muscolo, agli irriducibili che se non concentrano selvaggiamente e non estraggono sino allo spasimo (anche tanti “bei” tanninacci verdi) non sono contenti, ai fenomeni messi lì pour épater les guide et les dégustateurs, agli irriducibili (ditegli che la “guerra” è finita e a fare vini del genere sono solo patetici), anche troppi vini che definirei “piacevolezza zero”, vini con i quali non passeresti mai, nemmeno sotto tortura, dalla fase degustazione campione numero X alla fase “stasera me lo berrei volentieri a tavola con gli amici”.
Vini squilibrati, eccessivi, sgraziati, con residui zuccherini allucinanti (sicuramente qualche produttore ha sbagliato etichetta scambiando dei Recioto per degli Amarone…), con alcol spaventosamente elevati (ma non era solo una costrizione dovuta alla torrida annata 2003?), vini monodimensionali, noiosi, prevedibili, senza sfumature e senza dinamismo, ammassi informi di frutta varia e di marmellata che possono piacere ai teorici del vino frutto che frutta ma non alle persone dabbene che ad un vino nobile e dalla lunga storia chiamato Amarone della Valpolicella e non solo Nero d’Avola o chissà che chiedono, soprattutto visti i prezzi correnti, molto ma molto di più.
Se nel nome dell’estetica e della filosofia dell’Amarone della Valpolicella dominante e gradita ai Pedron la dolcezza da appassimento esasperato deve sconfinare nel dolciastro, nel molle, nello snervato, nel senz’anima e senza eleganza, nei colori che sfiorano la melanzana, nei tenori alcolici da 16 gradi e mezzo o peggio, nella super concentrazione, nella volgarità (mi si consenta il paragone un po’ ardito: molti vini erano sexy e appealing come possono esserlo le tette al silicone di una Pamela Anderson o dell’ennesima starlette cine-televisiva che per avere più successo si gonfia le poppe sfoggiando un’improbabile quarta la cui artificiosità si riconosce immediatamente), nella prevedibilità e nella tristezza noiosa, nella serialità (cambiava il numero del campione ma il vino era sempre lo stesso), nella fiacchezza, nelle acidità furbescamente ribassate per dare ancora più morbidezza morbidosa e rotondità stucchevole, allora alzo le mani e mi arrendo e dico chiaramente che questa Valpolicella non fa per me.
Che non abbiamo quasi più niente da dirci, che non c’è forma di dialogo possibile, all’insegna di quella giusta dialettica che deve esistere tra un cronista del vino che degusta ed ogni zona di produzione, possibile e che quindi è meglio, tanto i miei lettori potranno trovare facilmente altrove abbondanti notizie e valutazioni (forse di tono diverso) su questa zona, che in occasione dell’Anteprima 2005 io me resti a casa e che dedichi il mio tempo ad altre zone che hanno vini ed identità più rilevanti di questa, pur amatissima e splendida, Valpolicella dell’Amarone.
Conclusione, è il caso di dirlo, amara, ma, sperando di aver modo di riassaggiare tutti gli stessi vini il prossimo autunno, se il Consorzio ed i suoi futuri reggitori vorranno concedermi questa prova d’appello (io mi dichiaro sin d’ora disponibile), l’unica conclusione alla quale, in tutta onestà, possa arrivare.
Tutto disastroso pertanto il bilancio della mia degustazione dei 70 Amarone della Valpolicella 2004 di ieri? Niente affatto, perché anche senza rendere noti i punteggi (che riporterò in altrettanti articoli che scriverò per De Vinis e The World of Fine Wine) voglio subito rendere noti in ordine decrescente di gradimento, con valutazioni, in ogni caso, che vanno dall’ottimo al molto buono, i 30 vini (su un totale di 70 però) che mi hanno convinto pienamente e mi hanno fatto pensare, senza esitazione, assaggiandoli, di trovarmi in Valpolicella e non a Bolgheri, Sicilia, Nuovo Mondo o chissà dove.
Vini che mi permetto di raccomandare alla vostra attenzione e al vostro assaggio, di aziende note e meno note, grandi, oppure piccole o addirittura esordienti (alla degustazione, va ricordato, mancavano i vini di produttori come Allegrini, Masi, Dal Forno, Le Ragose, Quintarelli, Fattoria Garbole, Villa Spinosa, Le Salette, Begali, Viviani, Marion, Brunelli, Mizzon, Villa Monteleone, Bolla: accidenti quante assenze significative!).
Questi, per dirla con Veronelli, i vini del mio privilegio, i vini che in una degustazione faticosa, impegnativa, costantemente in salita, sono apparse come altrettante oasi di fresco e di cielo sereno in un orizzonte, quello della Valpolicella dell’Amarone di oggi, corrusco, dove vedere la luce e sul quale nutrire un “ottimismo della volontà”, mi è davvero, e mi dispiace, impossibile. Un bravo a questi defensor della valpolicelliana amaroniana ratio e misura, sui quali questa storica zona può sicuramente fare affidamento.

Amarone della Valpolicella Classico Corte Rugolin
Amarone della Valpolicella Ca’ Rugate
Amarone della Valpolicella Classico Sel. A. Castagnedi Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Villa Rizzardi Guerrieri Rizzardi
Amarone della Valpolicella Classico Castelliere delle Guaite Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Terre di Cariano Cecilia Beretta
Amarone della Valpolicella Classico Gaso San Rustico
Amarone della Valpolicella Classico Tedeschi
Amarone della Valpolicella Classico Tenuta Galtarossa
Amarone della Valpolicella Classico Moropio Antolini
Amarone della Valpolicella Classico Arduini Luciano
Amarone della Valpolicella Classico Bussola Tommaso
Amarone della Valpolicella Classico Vigneti di Ravazzol Cà la Bionda
Amarone della Valpolicella Monte Zovo
Amarone della Valpolicella Classico La Bastia Cà dei Rocchi Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Capitel de la Crosara Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Campo dei Gigli Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Monteci
Amarone della Valpolicella Classico Santa Sofia
Amarone della Valpolicella Classico Croce del Gal Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Campomasua Venturini Massimino
Amarone della Valpolicella Musella
Amarone della Valpolicella Classico Nicolis
Amarone della Valpolicella Classico Boscaini Carlo
Amarone della Valpolicella Classico Monte del Frà
Amarone della Valpolicella Classico Fratelli Recchia Enorama
Amarone della Valpolicella Classico Cà Bertoldi Fratelli Recchia
Amarone della Valpolicella Classico Aurum Valleselle Tinazzi

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25 Gennaio 2008

Colli Tortonesi Rosso Pertichetta 1999 Walter Massa

Attenzione attenzione, quello di cui sto per parlarvi non è un vino base Nebbiolo, ma semplicemente un vino espressione di quella Croatina, kroh-ah-TEE-nah oppure crow-aa-TEA-naa per gli amici di lingua inglese, presente soprattutto nel Piacentino e nell’Oltrepò Pavese (dov’è alla base della Bonarda, versione ferma o frizzante, del Buffafuoco, del Rosso Oltrepò Riserva.
Presente anche in Veneto, nella zona della Valpolicella, nel parmigiano, appare anche in Piemonte, dove viene utilizzata, con la menzione Croatina, nelle Doc Colline Novaresi e Coste della Sesia, nel Cisterna d’Asti e nel Bramaterra, ma anche, sorpresa in quella zona, tutta da scoprire e non solo per le pesche di Volpedo (patria del celebre pittore del Quarto Stato), che sono i Colli Tortonesi.
E’ qui, difatti, che uno dei produttori italiani più originali e geniali, Walter Massa, l’autore della riscoperta e dell’affermazione del Timorasso, che solo grazie a lui (leggi) è diventato oggi il vitigno importante e stimato che è, lavorando con la Croatina, dal vigneto Pertichetta, 25 anni d’età, allevamento a guyot, un ettaro e mezzo d’estensione, 3800 ceppi ettaro, esposizione ovest, terreno argilloso e 260 metri d’altezza, resa contenuta in 80 quintali, tira fuori un vino “della madonna”, consentitemi l’espressione, che oggi, perché l’estero esige vini più rotondi, viene affinato in barrique, ma che nelle prime versioni era affinato esclusivamente, oh yes!, in acciaio.
Altro che vino “con contenuto di tannini esiguo, carenza di “corpo” e profumi intensi di frutti rossi”! Con questo magnum di Colli Tortonesi Rosso Pertichetta 1999 io, ed i miei cognati Leo, Paolo e Gino, in un recente convivio eno-goloso, ci siamo trovati di fronte ad un vino con i controfiocchi, vigoroso, energetico, che ha evocato in noi maschietti (le mogli non ascoltavano per fortuna…) l’immagine di una splendida maggiorata (tutta roba vera, niente silicone) misure canoniche 90-60-90, con le curve al posto giusto, sensuale (anzi, sexy, che oggi nel vino va di moda questo aggettivo), carnosa, dall’abbraccio avvolgente e mozzafiato. Un qualcosa stile Megan Gale, Magda Gomes o Randy Ingerman o la Loren d’antan, tanto per dare un’idea.
Colore rubino violaceo profondo, vivo, dalle bellissima tonalità e brillantezza, mostrava un naso fitto, intenso, freschissimo, nebbioleggiante, dalla succosità profonda, profumato di ciliegia, terra, liquirizia, venato di accenni selvatici, e una bocca rotonda, golosa, popputa e polpeggiante come le curve delle gentili bellezze sopra citate, assolutamente godibile, con tannini presenti, ben sottolineati ma dolci, e una fastosa consistenza senza per questo perdere di freschezza, di nerbo, di vivacità.
Solo una Croatina, che il brothers-in-law quartet si è ciucciato allegramente, nonostante in tavola ci fossero anche fior di Barbaresco, ma che vino signori miei!
Avvertenza per il produttore: accidenti Walter usa la barrique per i fiori e torna a ridarci la tua Pertichetta, in bottiglia e magnum, oak free, lussureggiante e libera come la corsa tra prati e boschi di una bella donna ignuda!
Vigneti Massa
Monleale (AL)
tel. 0131 80302
e-mail

 

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23 Novembre 2007

Back from Slovenia

Un solo messaggio veloce al volo, appena tornato dalla splendida esperienza, professionale ma soprattutto umana, in Slovenia. Un rapido sguardo al blog mi ha mostrato che anche in mia assenza avete reagito ai post che avevo programmato, con una ricca serie di commenti moderati (e colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente) dal caro amico e collega Roberto Giuliani di LaVINIum.
Datemi il tempo, per favore, di leggerli tutti e di dire la mia, perché vedo che sono stato più volte chiamato in causa. Anche dal solito “bastian contrario” che ha rotto un lungo silenzio per dire le consuete prevedibili cose…
Una sola riflessione, back from Slovenia e dopo giorni trascorsi con ottimi e simpatici colleghi wine writer esteri: che terribile provincialismo qui in Italia! Come direbbe il duo Mondaini-Vianello: che noia, che barba, che barba, che noia!…

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8 Novembre 2007

Malvasia: c’è anche quella bianca da Barsento!

Ci ero venuto per quella Nera di Malvasia, fondamento e “polpa” di quel Magilda che considero uno dei più completi e ricchi (e particolari) rosati d’Italia. E poi per vedere come alle Cantine Barsento, a Noci, nella Murgia barese, se la cavassero con il Primitivo, in purezza (Casasola), in tandem con il Montepulciano (il Paturno) oppure versione dolce naturale, il gustoso Malicchia Mapicchia.
Anche solo selezionando uve da vigneti in affitto (al momento non ne hanno ancora di propri) se la cavano bene e ci sanno fare i fratelli Colucci, non c’è che dire.
Piuttosto, sorpresa, ho scoperto che di Malvasia la cantina ne propone anche un’altra, bianca, che tradotta in un vino che si chiama Epillio esprime un bianco da prendere seriamente in considerazione. E che si beve con grande piacere.
Sorprendente scoprire che addirittura di varietà Istriana fosse questa Malvasia, proveniente da vigneti posti nell’alto Salento tarantino. Ancora più sorprendente rilevare quanto sia piacevole, ben fatta, golosamente beverina, un paglierino squillante, ma non eccessivamente carico, nel bicchiere, dove il vino si dispone con buona grassezza, profumi ampi, dolci, variegati, di notevole intensità e freschezza, con uno spettro variante dalla frutta matura ai fiori bianchi, e poi dagli agrumi, al miele, alle mandorle, incisiva, croccante, con un bell’attacco diretto e incisivo, ed un divenire sapido e ricco di nerbo.
Un vino gioioso, semplice ma ben fatto, ottimo come aperitivo, con primi piatti e secondi a base di pesce, che non mi sarei mai aspettato di trovare in Puglia, ma che sono ben contento di aver scoperto…

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21 Ottobre 2007

Ecco Domani – Gallo: alla Cavit continuano a preferire il top secret

Storia di ordinario mistero e di scarsa trasparenza quella della Cavit di Trento (celeberrimo Consorzio di cantine sociali che riunisce 12 delle 15 Cantine sociali presenti in Trentino e rappresenta, con 5400 soci viticoltori e circa 7000 ettari coltivati a vite, il 70% della produzione enologica trentina), che improvvisamente, dopo anni, rompe il contratto con la potente casa californiana Gallo per la fornitura di Pinot grigio (ma anche Chardonnay, Cabernet, Merlot, tutti Igt delle Venezie) per la linea Ecco Domani, asserendo che “i margini di operatività dell’azienda si erano abbassati in modo eccessivo. Non c’era infatti più margine di guadagno sufficiente per continuare il rapporto con l’azienda californiana”, ma venendo immediatamente sostituita, in questa commissione da 30 milioni di bottiglie, non bruscolini, dalle concorrenti trentine Mezzacorona, Casa Girelli / Lavis e dalla Schenk Italia di Ora in provincia di Bolzano.
Storie che sollevano polemiche, con un socio della Cavit, il presidente della Cantina di Toblino, Filiberto Bleggi, dichiarare al Corriere del Trentino l’unico quotidiano locale che ha voluto vederci chiaro in questa strana vicenda, ”c’è preoccupazione in tutta la base sociale di Cavit e tra tutti i contadini trentini” e che il Consiglio di Amministrazione Cavit “è stato escluso da ogni decisione ed è stato messo al corrente solo a cose fatte. Venerdì scorso abbiamo semplicemente preso atto di quello che è successo, ossia di aver perso la commessa di Gallo che in questi anni ha rappresentato per Cavit il cliente più importante, per il quale sono stati fatti forti investimenti e che ha garantito fino ad ora gran parte della redditività del consorzio”.
Consiglio di amministrazione che é indiscusso protagonista e pesantemente, quando sconfessa Bleggi, e dichiara in un comunicato ufficiale che “le dichiarazioni rilasciate alla stampa non sono veritiere e non rispecchiano l’andamento attuale di Cavit sul mercato americano; le stesse ledono gli interessi di Cavit e il regolare lavoro cooperativo della cantina alimentando sterili polemiche su decisioni strategiche aziendali; il confronto tra membri del Consiglio deve avvenire nelle sedi appropriate, all’interno del Consiglio stesso. La Cooperativa non approva l’utilizzo strumentale della stampa locale avvenuto nei giorni scorsi”.
Ecco, oggi, non domani, il consueto arrogante attacco alla stampa che non accetta le verità ufficiali, ben poco convincenti, del colosso della cooperazione trentina e viene tacciata di essere manovrata, di fare un uso strumentale dell’informazione, perché si permette di avanzare dubbi e perplessità su questa strana rottura di una fruttuosa collaborazione pluriennale. Che Cavit afferma di aver deciso in prima persona, ma questione centrale su cui taluni, in Trentino, si “permettono” di pensarla diversamente, sussurrando (il paese é piccolo e la gente mormora) che sia stato Gallo, invece, a “mollare” Cavit e aver deciso cambiare partner e non come ci “dice” (se così si può affermare, visto che la cortina di mistero resta) il management della potente cantina trentina.
Di questa vicenda, della consueta scarsa trasparenza (che denunciavo quasi sei anni fa, in questo articolo su WineReport) di Cavit, delle strategie che guarderebero “a rafforzare i rapporti con Palm Bay (l’importatore Usa di Cavit) e cercarne di nuovi nei Paesi emergenti, come India e Cina”, prontamente smentite da esperti che ben conoscono il mercato cinese, i quali affermano testualmente “oggi non esiste in giro per il mondo nemmeno un mercato che possa assorbire in tempi brevi queste quantità”, e di altro ancora ho parlato in questo lungo articolo che ho voluto destinare al seguitissimo sito Internet LaVINIum del fraterno amico Roberto Giuliani.
Un articolo che ricordando al management Cavit che l’epoca del Concilio di Trento e dei Principi Vescovi è lontanissima, si conclude con le stesse parole dell’articolo di WineReport del 2002: “Ombre, misteri, sospetti sulla principale azienda vinicola di quel Trentino che dovrebbe far rima con vino e che preferisce invece giocare a nascondino con il consumatore e con il contribuente regionale, che avrebbe tutto il diritto di sapere come siano spesi i suoi soldi, erogati in generosi contributi alle cooperative, non sono assolutamente tollerabili.” Perché gli anni passano ma le cattive abitudini restano le stesse nel misterioso mondo del vino e delle potenti cooperative del vino trentine…
(n.b. da leggere anche, in allegato, l’intervista che ho rilasciato a questo proposito al Corriere del Trentino)
p20071021corad078901ntrento1.pdf

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20 Settembre 2007

Squisito: San Patrignano per tre giorni capitale dell’enogastronomia

Per la serie “save the date, ovvero per non dimenticarvi questo appuntamento fatevi un nodo al fazzoletto”, si segnala, settimana prossima, da venerdì 28 a domenica 30 settembre, presso la meravigliosa comunità di San Patrignano creata da Vincenzo Muccioli e oggi condotta egregiamente da suo figlio Andrea, l’edizione 2007 di Squisito, manifestazione dedicata ai “cultori del buon gusto, del mangiarbene o anche a chi non si stanca mai di scoprire nuovi accostamenti di sapori o vecchie tradizioni dimenticate”.
All’insegna di un ecumenismo eno-gastronomico che vede coinvolgere Davide Paolini, Slow Food, l’A.I.S., Bibenda, nonché personaggi vari e di varia umanità, ci sarà davvero di tutto: “chef stellati ed esperti, giornalisti e gourmet”, per cercare di “tracciare una mappa del gusto che superi i confini nazionali”, protagonisti della grande cucina e grandi artigiani alimentari, cuochi da strada e cantine produttrici di vini dai prezzi importanti. E poi incontri, tavole rotonde, workshop, con ripetute possibilità di assaggi, degustazioni, confronti tra cose buone da bere e da mangiare. Insomma, una grande “festa del palato”, gestita con la consueta, coinvolgente, entusiasmante passione dal mondo di questa magnifica comunità posta nell’entroterra collinare di Rimini.
Sul sito Internet della manifestazione, che porta come sottotitolo cuochi, prodotti, ricette, vini, itinerario nel buon Paese, troverete, ben spiegato, il programma dettagliato, cos’è Squisito, chi l’organizza, come arrivarci.
C’è davvero di tutto un po’: i vigneti in bottiglia, ovvero degustazioni e seminari a cura di A.I.S. e Bibenda, cantieri del gusto animati “ dalla ricerca e dalla sperimentazione”, grandi cuochi in rassegna, le materie prime protette dai presidi di Slow Food, itinerari golosi nella filiera agroalimentare di San Patrignano, i cibi di strada, e poi concorsi di cucina, il villaggio degli artigiani alimentari, la pasticceria e l’arte della panificazione raccontati da alcuni protagonisti, il déjeuner sur l’herbe, il convegno Good Food: il cibo della speranza contro droga guerra e povertà, l’osteria della pasta, a tavola con i visiting chef, e tante altre cose ancora puntualmente presentate nel ricco menu ammannito via Web della tre giorni.
A voi il piacere di scoprirle e di decidere se conoscere un’altra Romagna, quella dell’eno-gastronomia di qualità (o con ambizioni di essere tale o che come tale si presenta) in questo fine settembre che profuma ancora d’estate. Informazioni utili e contatti

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