Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Pazza Inter'

30 Luglio 2008

Domanda: ma il sor Mourinho il panettone riuscirà a mangiarlo?

Però che splendido risultato è riuscito a conseguire alla prima uscita in un torneo estivo di quelli che fanno discutere al bar e scaldare i tifosi, il Trofeo Tim, il signor José Mário dos Santos Mourinho Félix, in arte José Mourinho!
Il nuovo allenatore dell’Inter, la più brutta Inter degli ultimi decenni (roba che se in panchina ci fossero stati Simoni, Cuper o persino Mancini si sarebbe scatenata la caccia all’uomo), è riuscito a far perdere la Beneamata sia contro gli odiati gobbi juventini (a Torino per di più…) che contro i cuginastri rossoneri! Apparsi, i primi, tonici e motivati, grintosi e pieni di motivazioni come ai vecchi tempi, i secondi con un grandissimo Seedorf (due gol da campione) ed il solito elegantissimo Kakà come punti di riferimento.
“Bella” presentazione, con una squadra non solo prevedibilmente imballata e ancora in super ritardo di preparazione, ma senza idee, senza nessuno a inventare gioco in mezzo al campo, con una difesa in stato d’emergenza e improvvisata, vecchie glorie inutilmente in campo, Balotelli confinato all’ala e impossibilitato a sfruttare la sua velocità ed il suo estro ed il solito Adriano, volonteroso ma pasticcione e dal senso tattico pressoché inesistente.
Domanda: ma questo “Murigno”, che da furbetto ha badato ad arruffianarsi la stampa con battute, uscite in italiano – “io non sono un pirla” ha detto: speriamo! – atteggiamenti da guru e filosofo della pelota e che ha subito conquistato, con la sua aria da bel tenebroso, le tifose, riuscirà a “mangiare il panettone” o si rivelerà l’ennesimo bluff, l’ennesima scommessa (persa) di un presidente Moratti jr (quello vero, il padre Angelo, era tutt’altra cosa…) che si rivela sempre più come il punto debole (anche se ha tanti dané e li spende/sperpera) di questa nostra amatissima Inter?

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31 Maggio 2008

Pazza Inter: le comiche continuano

Uno, il danaroso e molto spendaccione mega presidente, Moratti jr., ha espresso così, con questo stringato comunicato (leggi qui) le motivazioni del licenziamento di Roberto Mancini. L’altro il licenziato (che in ogni caso cade in piedi, con tanto di abbondante liquidazione milionaria – anche se solo di euro) ha replicato con quest’altra nota (leggi qui), annunciando di aver dato mandato al suo legale di tutelare la sua immagine “in tutti le sedi competenti”.
In mezzo, di fronte a questo indegno, indecoroso, squallido spettacolo (leggi) di carte bollate, avvocati, cause, di milioni e milioni di euro letteralmente gettati al vento - intendiamoci sono suoi e può farne l’uso e l’abuso che ne vuole, ma sempre gettati via sono – ci siamo noi tifosi, appassionati, innamorati pazzi dell’Inter, che alla Beneamata, nonostante tutto, nonostante queste comiche e queste disfide rusticane, vogliamo e continueremo a volere bene.
E non è finita, perché partito un “fighetto” liftingato dal caratterino niente male è annunciato in arrivo un altro ancora peggio, tale Josè Mourinho, portoghese (di “accontentarsi” di un italiano, di uno come Zenga o come Prandelli, al nostro presidente, convinto che Internazionale sia sinonimo di multinazionale e di torre di Babele linguistica, non passa nemmeno per l’anticamera del cervello…), il cui caratteraccio ed il cui culto di sé, si è autonominato “The Special One, sono ben noti, uno capace di litigare con mezza squadra, al Chelsea, pur di imporre le proprie ragioni. Un “genio scorbutico”, come l’ha chiamato efficacemente la Gazzetta, parlando di un Inter maestra nell’arte di complicarsi la vita.
Faccia pure quello che vuole Moratti jr. si porti a casa il dodicesimo allenatore della sua complicata, contrastata gestione, ma perché visto che dice di amare l’Inter, non fa la cosa, semplice, di cui tanti tifosi gli sarebbero grati, trova un acquirente per la società (trovarlo…), vende, e si toglie, una volta per tutte, dai piedi?
Invece di licenziare, anche se in fondo di buoni motivi ce n’erano, l’antipaticissimo e sopravvalutato Mancini, perché non pensa a licenziare se stesso? Sarebbe davvero la migliore delle tante strampalate decisioni prese in tredici anni di presidenza dell’Inter…

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18 Maggio 2008

Vittoria, ma con tanto amaro in gola…

Alla fine ce l’hanno fatta, con la consueta fatica, con l’affanno, con la voglia insana di fare soffrire quelli che nonostante tutto continuano a tifare per lei, la Beneamata.
Sono, anzi, siamo Campioni d’Italia, per la sedicesima volta, nonostante una società imbarazzante e inadeguata, un presidente appassionato ma pasticcione e poco competente, una parodia di allenatore, un gruppo di giocatori, alcuni molto bravi, che non riescono ancora ad essere una squadra e non sanno assolutamente cosa sia l’orgoglio della maglia e l’onore di portarla.
Una vittoria senza tanta gioia, anche se coincide con la mancata qualificazione del Milan per la Champions League (un po’ di Uefa non potrà che fare bene ai cugini rossoneri), con la serie B per il Parma (avete cacciato el hombre vertical, quel galantuomo di Hector Cuper? Bene ora rimanete un po’ nella serie minore…), che lascia tanto amaro in gola, che avrà, come sempre, perché se noi interisti non ci roviniamo la festa non siamo contenti, una lunga coda di polemiche.
Godiamoci questo scudetto e speriamo che questa soddisfazione porti finalmente ad una maturazione, che non può che passare attraverso una decisa de-mancinizzazione (abbiamo già dato, vada a fare danni altrove…) e soprattutto de-morattizzazione (ha i dané, ma non ha un briciolo della competenza e della classe di suo padre), ad un arrivo in squadra di uomini veri, prima che bravi giocatori, di gente che abbia senso di responsabilità, orgoglio, carattere e che faccia di undici giocatori una compagine vera, un team.
Perché i giocatori, i dirigenti ed i presidenti mediocri, gli allenatori sopravvalutati e fighetti passano (speriamo), l’Inter resta, con le sue pazzie, le sue stravaganze, il suo innato modo di farci soffrire anche quando siamo felici. Forza magica Inter e grazie comunque!

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45 minuti alle comiche: una barzelletta chiamata Inter…

Mancano solo 45 minuti alle comiche, al realizzarsi di un incubo che mai, con una squadra seria, avrebbe potuto diventare realtà, perdere uno scudetto troppe volte dato per già vinto, all’ultima giornata. Un 18 maggio che farebbe il paio con il “mitico” 5 maggio del 2002.
Una cosa é certa, quella squadra, o meglio quella confusa armata Brancaleone, ha già abbondantemente dimostrato da chi é composta e da chi é guidata, da una masnada di pagliacci, senza dignità, senza orgoglio, senza attributi e senza attaccamento alla maglia. Comunque vada vergogna!

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28 maggio 1989 Treno per la vittoria - di Francesco Falcone

Non c’è nulla da dire, per scaramanzia e buon senso, su quello che potrebbe accadere, nel bene o nel male, che si sia tifosi della Beneamata oppure no, oggi. Gufi vari ovviamente permettendo…
Non resta che affidarsi, come diceva Gioann Brera fu Carlo, ad Eupalla, la dea che presiede alle vicende del calcio ma soprattutto, del bel gioco ( dal greco “Eu”=bene), la divinità benevola che assiste pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi”.
E toccando ferro e sperando che porti bene, pubblico un nuovo racconto dell’amico Francesco Falcone, che celebra l’epos di un vero indimenticabile campione da Inter, quando l’Inter era una cosa seria, “l’uomo ragno”, Walter Zenga, sperando che alla testa del Catania di cui è allenatore, faccia il doppio miracolo.
Male che vada, mi trasferirò per qualche tempo, armi e bagagli, in Islanda…

“Il 28 maggio 1989, il giorno del primo e ultimo scudetto di Walter Zenga non ero a casa. Qualche volta di domenica andavo dai parenti, spesso quelli più lontani. Quella volta andai da zia Lina, sorella di mio papà, due figlie, un cane, un marito direttore di posta e una casa così grande che per gli attuali standard abitativi ci vivrebbero quattro famiglie.
Abitano, ancora oggi, ad Altamura: alta Murgia, pane buono (ma, sopravvalutato), grano, lavoratori infaticabili e latifondisti senza fondo.
Quel pomeriggio presi il treno della “Apulo Lucana” dalla stazione di Gioia del Colle. La domenica pomeriggio l’apatia meridionale si concentra al quadrato: c’era solo il macchinista sonnecchioso, un paio di cani randagi ondeggianti, il bigliettaio col pacchetto delle MS nel taschino e il capostazione col Corriere dello Sport sul tavolo.
Faceva caldo. Quattro vecchi vicino a me parlavano un dialetto così stretto che stentavo a capirli, giocavano a carte al bar della stazione, e sul tavolo ricordo i soliti arnesi del mestiere: un foglio di carta per i punti, una Peroni e quattro bicchieri da osteria, le Stop senza filtro e un mazzo di carte napoletane. E quelle mani grandi come pale, le dita gialle che non vi dico, e l’odore di verderame che si portavano dietro dal giorno prima.
Sullo sfondo via Roma, le saracinesche abbassate dei negozi rigorosamente chiusi, e le solite auto che facevano le vasche. Il rumore delle 128, delle 127 e delle Ritmo potrei riconoscerlo perfino oggi, a 20 anni di distanza. Così come l’odore dei loro interni: ferro e finta pelle, i tappetini in gomma e il profumo di idrocarburi della benzina.
Quel treno per Altamura conteneva un mondo perduto, privo di tecnologia e futuro. Era un mondo parallelo e controcorrente, tutto correva, tutto cambiava, eppure quel treno rimaneva uguale a se stesso. Il viaggio era sempre sinuoso, lento, molto pomeridiano. Me lo ricordo cigolante, sbalzellante, emozionante.
Avevo dietro la mia radiolina, la trovai nell’uovo di Pasqua che mi regalarono Zia Liviana e Zio Vincenzo, i miei zii napoletani. Strano il destino, perché a San Siro Walterone si giocava la partita della vita proprio contro il Napoli di Maradona, Careca e Alemao. Uno squadrone, mica il Pro Gioia di Malvaso e Palmieri.
I ricordi e le emozioni oggi sono più sfumati, un poco meno lucidi, anche perché si mescolano alle sensazioni del viaggio, uno dei miei primi viaggi in solitudine. Fu un grande pomeriggio, che però iniziò male. Per via del goal di Careca (primi venti minuti della partita, 1 a 0 per il Napoli!), un tiro da trenta metri che si infilò sotto il sette alla destra del mio Walterone.
E poi perché mi scappava da pisciare, ma in quel treno non c’erano bagni, solo tre carrozze puzzolenti, le tende sdrucite e smagliate che facevano passare pulviscolo, le mosche che sbattevano sui vetri e un controllore con la faccia minacciosa.
Nessun turista comodo in quel treno, ma solo gente strana: qualche fricchettone nostalgico, qualche giovane in piena crisi ormonale, qualche vecchio dalla tosse grassa e dallo sputo facile.
Nel frattempo si fa 1 a 1: autorete di un difensore del Napoli, e la speranza che si riaccende.
Il casino della radio si mescolava ai cigolii del treno. Una sorta di vaporiera del Far West in versione moderna, senza leggenda e senza i film di Sergio Leone. Semmai più vicino a quelli di Sergio Rubini, attore e regista pugliese di Grumo Appula. Se vi capita, guardate uno delle sue pellicole più riuscite: si chiama La Stazione. Appunto.
In diretta, Ciotti descrisse la punizione di Matthaus, quella del 2 a 1, quella dello scudetto. L’arbitro la fece ripetere due volte, la barriera si muoveva, i napoletani protestavano e Giuliani (portiere tragicamente scomparso un decennio più tardi. Un saluto a te, portiere operaio, e uomo perbene) sembrava disperato.
Il treno della ”Apulo Lucana” stava arrivando ormai ad Altamura, la partita era agli sgoccioli. Tiro regolare e goal da sogno: una “castagna” dai venti metri, una rasoiata a filo d’erba di rara precisione. S’infilò nell’angolino alla destra del povero Giuliani.
Fu l’apoteosi! Venne giù San Siro, l’urlo dei tifosi ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca, pensai a Zenga, a Viale Ungheria, ai dieci anni senza vittorie, a mio padre che gioisce, ai miei amici zenghisti.
La partita finì proprio mentre il treno arrivava ad Altamura. Avrebbe dovuto rallentare, ma forse non aveva mai accelerato, per cui non cambiò nulla.
Cambiò tutto il resto. Fino a sera a far festa per le strade del centro. Ricordo i caroselli, i ragazzi sudati e felici, e mio padre che al telefono mi disse: Francé, ce l’abbiamo fatta. Io rimasi da zia Lina per due giorni a leggere giornali. Walter era campione d’Italia. E non solo il campione della mia vita”.

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4 Maggio 2008

C’é sempre un “Cinque Maggio” (anche se é solo il 4) con i mercenari ed i lanzichenecchi!

C’è sempre un “5 maggio” – leggi e guarda - (anche se in verità oggi era solo il 4…) quando l’Inter è rappresentata da un’armata Brancaleone formata da gente senza dignità, senza orgoglio e senza attaccamento alla maglia, mercenari, lanzichenecchi, soldati di ventura, fighetti senza attributi, allenati da una parodia di allenatore che solo con un presidente generoso e diciamolo!, incompetente come Massimo Moratti può essere rimasto tanti anni sulla panchina della Beneamata!
Oggi questi cialtroni, a dire metà del loro nome e senza usare gli epiteti che meriterebbero - grande squadra? Ma mi faccia il piacere! - sono riusciti nella grande “impresa” di far sembrare grande una squadra come il Milan, mostrando di che pasta, frolla, siano fatti, quale sia la loro consistenza, la loro moralità, come siano degni di vestire la maglia che fu di Mazzola, Facchetti, Picchi, Corso, Suarez, Rummenigge, Matthaus e oggi è sulle spalle di una masnada di smidollati.
Volete vedere che con la Roma a tre soli punti lo “scudetto” e con una “squadra” ormai decotta, senza idee e senza energie, allo sbando, prenderà la strada della Capitale?
E volete scommettere che qualcuno, un tizio esperto di look più che di calcio, non avrà il buon senso e la dignità di dimettersi prima che venga, come dovrebbe essere se ci fosse una qualsiasi giustizia terrena, cacciato?
Vergogna buffoni senza vergogna!

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20 Aprile 2008

Il sabato del villaggio sognando Zenga di Francesco Falcone

Settimana scorsa la pubblicazione dell’intenso omaggio a Walter Zenga regalataci dal collega Francesco Falcone (leggi qui) ha portato benissimo e siamo stati noi, della Beneamata, a fare viola i viola (un netto 2 a 0), mantenendo la Roma a quattro punti di distanza.
Oggi, ancora più importante dopo il pareggio di ieri dei giallorossi, ci aspetta la partita con il Torino, che potrebbe essere decisiva nella tappa di avvicinamento a qualcosa che non nomino, per pura scaramanzia, ma che spero tanto dovrebbe continuare a fare bella mostra di sé sulle nostre maglie.
Ragion per cui spazio ancora al buon Falcone, con un nuovo episodio, sempre autobiografico, della saga che potrei titolare “paravamo alla Walter Zenga, o quantomeno ci si provava…”. Buona lettura e sempre forza Inter!
f.z.

Il sabato pomeriggio non poteva mancare la partita con gli amici del quartiere. Nessun campo da gioco, niente erbetta e spalti, per amor del cielo. Solo un piazzale in cemento, due saracinesche sempre chiuse al posto delle porte (ancora oggi mi domando perché fossero sempre chiuse), un paio di panchine in ferro sui bordi del rettangolo di gioco (mi piace chiamarlo rettangolo di gioco, fa tanto Ciotti) e l’edificio scolastico della San Filippo Neri a proteggerci dai pericolosissimi riflessi del sole.
Pericolosi soprattutto per un portiere, intendo. Sì, perché io ero il portiere più quotato del quartiere (anche se la mia nomea era nota pure fuori: mi conoscevano all’Ospedale, alla Stazione, in Piazza XX Settembre e all’oratorio di Padre Semeria). Quando c’era una partita da giocare, state tranquilli che chiamavano me. E, sono sincero,  non perché fossi un fenomeno, ma perché vivevo il ruolo in modo passionale, davo l’impressione di crederci davvero, di esserci nato portiere.
Mi presentavo al campo (sì, al campo per modo di dire) completamente bardato, senza il minimo pudore. Indossavo la maglia originale di Walter Zenga (la ricordo ancora, è stata la più bella di sempre: gialla, edizione 84/85, Castagner in panca, semifinale col Real Madrid persa al Bernabeu per colpa di Santillana e di un giudice sportivo che sorvolò su una biglia scagliata sul capo di Zio Bergomi).
La maglia era così grande che mi stava come una vestaglia da notte, e i guantoni (rigorosamente Ulsport, non sopportavo quelli della Puma, per non parlare di quelli della Hummel) così giganteschi che sembravo un Jean Marie Pfaff  in miniatura. Ricordate quel fuori di testa di un belga? Non mi facevo mancare nulla: calzettoni, parastinchi e pantaloncini professionali con tanto di imbottitura. Anche loro di grandezza naturale (di Zenga, certo): sei taglie in più della mia, immaginate la scena (e, vi prego, cancellatela immediatamente dalla vostra testa).
Ma, soprattutto, stavo attento ai dettagli: al collo indossavo pure io una catenina d’oro rigorosamente in bella vista (come faceva Walterone) che baciavo a ogni parata importante (per me, tutte.). Solo che io mettevo un girocollo che rubavo a mia sorella, lui non credo.
Ero l’ultimo ad arrivare (la preparazione non era facile, capitemi), con gli altri già schierati che si riscaldavano tirando la palla verso la porta (pardon, la saranicesca) sguarnita. Arrivavo di corsa e baciavo il campo. Si fa presto a dire campo, diciamo il Palazzo dei Diamanti di Ferrara rovesciato (avete presente?); tornavo a casa che mia madre, ossessionata dal sangue, voleva rivedermi solo la domenica mattina.
Poi, giusto per gasarmi un pò, imitavo Walter: segno della croce, doppia piroetta (come faceva lui, uguale), un cinque a tutti i miei compagni che per l’imbarazzo nemmeno mi guardavano negli occhi e poi dritto nella saracinesca. Ero così fuso che alzavo la mano verso gli spalti (i miei spalti erano le panchine del piazzale, dov’erano seduti sempre quattro vecchi che discutevano dell’orto, della pensione e di Democrazia Cristina), mi sputavo addosso (sui guantoni, anche se non ho mai capito a che diamine serve), e segnavo con la punta delle scarpette le dimensioni della porta.
Avete presente come fanno i portieri veri che segnano la distanza dei due pali? Anch’io lo facevo, peccato che il cemento non è la terra, e che le mie linee erano semplicemente immaginarie…Durante la partita qualche volta mi chiamavano Zenga. E, se mi chiamavano Zenga, non passava più nessuno. Perfino sui tiri telefonati (anzi, soprattutto su quelli) mi esibivo in  paratone gonfiate, così gonfiate che avrei potuto fare concorrenza a Fabrizio Lorieri. Ve le ricordate le sue parate con tanto di doppio salto mortale e mezzo ritornato in posizione carpiata?
Non ero un bravo portiere, non sarei mai potuto diventarlo. Ero bassoccio (e lo sono rimasto: più basso di Tancredi e di Mancini, per portarvi degli esempi di portieri bassi), con un fisico mingherlino, insomma senza speranze. Non potevo nemmeno pensare di diventare un portiere normale. Che ne so, uno come Cusin (che pure sbagliava spesso), oppure come Landucci (uno che una domenica faceva il fenomeno e l’altra combinava disastri), ma nemmeno come Terraneo, Nuciari, Piotti o Bistazzoni (vabbè forse come Bistazzoni sì).
Non ne parliamo se le mie ambizioni fossero andate più in là: per esempio su Giovanni Galli (elegante e pulito come pochi, peccato non fosse altrettanto solido nel carattere), oppure su Stefano Tacconi (l’opposto di Galli: fondamentali essenziali, istinto animale e tempra mattacchiona).
Non avevo speranza. Eppure le nottate trascorse a studiare al rallentatore le parate di Zenga mi avevano insegnato una gestualità straordinaria, che mi serviva come il pane. Ad esempio, dopo una parata con tanto di deviazione miracolosa in angolo (il miracolo vero, nel mio caso,  era che ogni tanto paravo davvero), rimanevo a terra almeno due minuti. Braccia e gambe divaricate, guancia destra o sinistra appoggiata sul cemento e occhi chiusi (semichiusi, visto che dovevo vedere la faccia degli altri), proprio come faceva Walterone dopo un vero miracolo dei suoi.
Mi alzavo di scatto, urlavo qualcosa di indefinito ai miei compagni della difesa (difesa? ma quale difesa…) e mi piazzavo sul palo opposto a quello di tiro, battendo le mani come un rimbambito e sbattendo i tacchettti sul palo. (Ma quali tacchetti, portavo le Superga, e quale palo? Era una saracinesca!).

Prendevo qualche goal, certo, ma anche quando prendevo goal non rimanevo mai fermo: mi tuffavo in ritardo, magari con un volo plastico (in quello ero diventato bravo, peccato che sembravo un pallavolista in bagher più che un portiere di calcio), giusto per buttare un pò di fumo negli occhi dei miei compagni, per fare il paraculo.
Lo facevo soprattutto perché mi piaceva tuffarmi, rotolarmi dieci volte per terra e fermarmi stremato, col corpo appiccicato sul cemento. Soprattutto in quel momento mi sentivo esattamente come Walter, e fa niente se lui il portiere lo faceva davvero, se al posto della San Filippo Neri lui c’aveva le tribune di San Siro, se invece delle panchine in ferro e di quattro vecchi pensionati, aveva la nord che cantava a squarciagola “C’è solo un Walter Zenga”. Io ero semplicemente uno di loro, solo che al sabato pomeriggio sognavo di essere lui. Lui, per inciso, era Walter Zenga. Il portiere dei miei sogni.

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13 Aprile 2008

Il ritorno dell’Uomo Ragno e le mie domeniche ritrovate - di Francesco Falcone

Che belle sorprese ti riservano a volte i colleghi! Non solo di scoprire che magari, come te, amano, somma stranezza!, i vini rosati, che come te hanno in uggia i vini taroccati, balestrati, gonfiati a suon di body builing enologici, che vorrebbero vini più sinceri e meno furbi, ma magari di rivelarti, massima delle perversioni, che il loro cuore (anche i giornalisti del vino hanno un cuore) batte per la Beneamata, quella squadra che tremare i propri tifosi fa che si chiama Inter.
Così, all’ideale club degli “interisti etilisti”, o meglio dei barolisti nerazzurri, insieme a Carlo Macchi, che è addirittura, non so se posso scriverlo oggi che è giornata di voto, membro del club degli “interisti leninisti” (sic!), ho scoperto essere iscritto anche un altro collega, più giovane di noi, accidentaccio, che stimo molto, faccia pulita e persona a posto, che è Francesco Falcone, che oltre a collaborare, ed è già un titolo di merito, con Alessandro Masnaghetti per la sua Enogea, collabora a diverse altre testate, note e meno note, distinguendosi innanzitutto per una qualità della scrittura che è raro trovare, e poi per un modo di raccontare e vivere il vino molto intenso e sincero, partecipato e mai banale.
Francesco, facendomi una grande sorpresa, qualche giorno fa mi ha mandato, così per ridere, questo suo scritto, la cui simpatia e la cui intensità lascio a voi giudicare e apprezzare, dedicato, stiamo parlando da interista ad interista (juventini e milanisti, please, astenersi, non è roba che possiate capire…), ad uno dei grandi miti “bisleroni” degli ultimi trent’anni, all’”uomo ragno”, al portiere per antonomasia, il grande Walter Zenga, che con l’Inter ha vinto lo scudetto record da 58 punti nell’88-89, la Supercoppa e le coppe Uefa del 1990 e 1994. Un fenomeno di portiere che per tre anni di seguito ha visto il titolo di miglior portiere del mondo nonché il titolo di miglior portiere ai mondiali d’Italia del 1990.
Dopo aver terminato la carriera calcistica e aver compiuto un serio apprendistato di allenatore all’estero, allenando negli Stati Uniti, quindi la FC National Bucaresti, la Steaua, la Stella Rossa di Belgrado, il Gaziantespor in Turchia, Walter é approdato di recente in serie A alla guida del Catania, incarico che io considero solo una tappa che dovrà portarlo prima o poi - é scritto nelle stelle, su un’altra panchina, immaginate quale…
Francesco Falcone, con questo bello e intenso ricordo, azzeccatisismo già nel titolo, che é tutto un programma, un vero proemio introduttivo, “Il ritorno dell’Uomo Ragno e le mie domeniche ritrovate”, rende omaggio a Walter, ma anche a tutti noi tifosi interisti che nel tempo, dalla invincibile Inter del Mago Herrera e dei tutti campioni (Sarti, Burgnich, Facchetti, Guarneri, Bedin, Picchi, Jair, Mazzola, Suarez, Peirò, Corso: ragazzi che malinconia!) sino all’Inter multinazionale di oggi, abbiamo avuto un nostro idolo (per me Mazzola e poi anni dopo Rummenigge, “Pinna” Marini, Matthäus, lo “zio” Bergomi, Zenga, oggi, forse, capitan Zanetti), un mito, che ci ha fatto sentire la maglia nerazzurra ancora più fortemente cucita addosso, parte di noi.
E bravo Francesco, che belle emozioni, ci hai fatto rivivere con questo ricordo dell’Uomo Ragno, di Walterone, sempre uno di noi…
f.z.

“Lo chiamavo Walterone, per affetto, perché era grande. Uomo Ragno è venuto dopo. Qualcuno lo chiamava Deltaplano (dopo che in nazionale, a Berna contro la Svizzera, fece una paratona impossibile, con Candido Cannavò che gli dedicò un pezzo da incorniciare sulla Gazzetta), qualcun altro il Guardiano del Faro (ma tutti i portieri sono guardiani del Faro), oppure Superman (per via del suo fisico perfetto), anche se a me non è mai dispiaciuto MaZenga – il Grande, quello che usciva dal mare.
Hai presente il cartone giapponese? Cominciai ad amarlo che ero ancora all’asilo, la mia fidanzatina si chiamava Chiara Castellaneta (ma non ho ricordi lucidi del suo viso), abitavo a Gioia del Colle (Puglia, Murgia di periferia, né mare, né montagna, jet militari, mozzarelle e primitivo) e mi piaceva Toto Cutugno (roba da intellettuale, penserete).
Amavo Walterone senza limiti: si fa presto a dire portiere di calcio, era di più, icona degli anni ’80, spavaldo, spaccone, guascone, istintivo, uno che sapeva trascinare e dividere; non come Zoff per intenderci. Durante la settimana ritagliavo i suoi articoli sui giornali (e le sue foto che appiccicavo sulle agende di papà e di zio Franco) e dal venerdì pensavo alla partita: facevo il ritiro, la riunione tecnica (studiavo al rallentatore le sue parate e i suoi avversari) e lunghe passeggiate domenicali come prepartita.
Di quelle domeniche pomeriggio ho ricordi straordinariamente nitidi. Poca gente per strada, i soliti cani randagi, qualche Ritmo blu che faceva le vasche su e giù per il paese (da noi si usava e si usa, anche se il prezzo attuale del carburante potrebbe giustificare un rapido cambio di abitudini) e i soliti fighetti a fumarsi le canne davanti al Bar della Belle Epoque. La domenica, tutti si vestivano per bene, perfino Giovanni “Il Pazzo” si cambiava gli abiti, aveva i capelli leccati e la riga al lato.
Lui, per rispettare la festività, mentre camminava faceva meno rumore del solito quando metteva le marce - avete presente i matti che camminano a sprazzi, e mentre camminano fingono di mettere le marce? La strada che da casa mia portava al bar di mio padre era ancora più desolata del solito: Celiberti, negozio di pompe funebri, era l’unico sempre aperto (anche ai tempi si moriva di domenica), per il resto era tutto serrato: l’autolavaggio, il fiorista, il pizzicagnolo, l’edicola e il Bar del “cimitero”.
La percorrevo con un’attenzione che oggi mi stupisce – anche se per tutto il tratto tiravo pietre contro le saracinesche dei negozi, <<…e se la piazzo all’angolino>>, dicevo tra me e me, <<…Zenga fa un partitone>>.
Ricordo perfettamente alcuni dettagli non di poco conto, e su tutti, quei super cafoni degli “iov iov” (non so bene come si scriva in dialetto, ma si legge così) che la domenica se ne stavano sul balcone a fumare in canottiera. Piccoli teppistelli di quartiere che abitavano in uno dei palazzi più brutti del paese (oggi, a quasi trent’anni di distanza, potrei dire del mondo). E, ancora, l’insegna “Modello Napoli” di Spendimeno (avete presente quelle vecchie insegne che si incontrano lungo i quartieri spagnoli? Se no, basta vedere un vecchio film di Martone per capire), un discount vicino casa mia, la cui cassiera, a noi ragazzini faceva sangue: mora, sguardo ormonale e polpacci da ciclista (forse l’ex moglie del capo, ma non ne sono sicuro).
Così come ricordo il tendone d’uva da tavola con sguardo a volo d’angelo sulla Termosud. E due casette di campagna avvolte nel mistero: noi borghesucci “palazzinari” guardavamo con inconsapevole distacco i bambini che abitavano lì, forse perché tra noi e loro c’erano di mezzo costruzioni alte dieci piani (dei colori non vi parlo, sarebbe troppo!), galline, conigli e una strada non ancora asfaltata.
Sullo sfondo, di domenica, c’era sempre l’odore del sugo di braciole, della carne ai ferri, e dell’aceto per condire l’insalata - ma forse quello me lo portavo dietro io, visto che a mio padre piace così tanto l’aceto che ha sempre invertito le proporzioni con l’olio, senza mai sentirsi in colpa. C’era un silenzio oggi impensabile, così tanto silenzio (hai presente l’ovatta?), che se qualcuno in casa si lasciava andare in discussioni private, diventavano pubbliche senza volerlo. Non ne parliamo, poi, se passavi davanti ai vecchi sottani (case a piano terra, quasi sempre aperte, con una bella tenda “simil-juta” all’ingresso), spesso abitati da vecchi bestemmiatori insaziabili - dovete sapere che dalle mie parti esistono interpreti virtuosi dal repertorio ricchissimo.
Nella calma piatta le loro bestemmie le sentivi come ceffoni a tradimento, pensa che le più torbide erano così articolate che te le dovevi appuntare su un block notes per non perdere il filo.
Alle tre del pomeriggio (o alle due e mezza, d’inverno) ero pronto per la partita. Non c’era Sky (erano lontani anche i tempi di Quelli Che il calcio e di Tele +) e la partita te la dovevi immaginare tu, con le voci narranti di Ciotti e Ameri (chissà se c’è il campionato anche nell’ al di là; spero di sì, perché vuol dire che un giorno potrò risentire le loro voci) e il rettangolo di gioco disegnato nella tua testa. <<Zenga tra i pali… >>, era la frase magica che mi rassicurava (gli infortuni dell’ultimo minuto mi facevano incazzare). E mentre la radio era collegata sugli altri campi, io ero lì, vicino alla cassa del Bar (si chiamava Bar Napoli, una città e una squadra nel destino di Zenga) a disegnare le sue maglie e i suoi guantoni, a stringere i denti, a immaginare parate da circo, all’incrocio del pali.
<<…Grazie per la linea Ameri>>. Ed ecco Ciotti, col vocione rauco e il nodo grande quanto il collo (quello lo immaginavo): <<…nel periodo non collegato, due pericoli per l’Inter e due grandi parate di Zenga: la seconda, in particolare, addirittura prodigiosa, quando con uno scatto felino ha letteralmente tolto la palla dall’incrocio dei pali. Un colpo di reni superbo>>. Ecco, era la mia domenica: non vedevo l’ora che finisse la partita, che finisse la giornata per poter tornare a casa e guardare la Domenica Sportiva.
Nel frattempo rimanevo al Bar fino a tardi a parlare di calcio con Attilio, pure lui Zenghista, Feluccio, Tommaso Barbetta, e Matteo “Scap’chion”, nemico Zoffista. Poi, fino a notte fonda, mi rifugiavo nelle sue parate senza soluzione di continuità, e quando per la sintesi della partita su Rai 2 (ricordate?), sceglievano l’Inter, non mi perdevo un briciolo delle sue gesta.
Nel dettaglio: la piruetta con tanto di segno della croce all’ingresso in campo, il ditone alzato verso il cielo, il saluto con la manona aperta ai tifosi, E ancora, le sue rimesse da fondo campo (sono un maestro nella sua imitazione: tacchetti contro il palo, mano sulla fronte a spazzare via la lunga frangia, e vari segni convenzionali diretti ai compagni di squadra), le urla con tanto di braccia alzate durante i calci d’angolo (lo ammetto, sulle uscite ogni tanto andava a farfalle, ma la perfezione appartiene ai robot e io la lascio volentieri a Zoff e ai “zoffisti”), il posizionamento della barriera (era un cinema quando piazzava gli uomini, con tanto di incazzature fuori programma), le parate impossibili (lui le faceva davvero), e poi la sua gestualità, il suo stile: unico perfino nell’ordinaria amministrazione.
Credo che Walter Zenga sia stato il portiere più naturale e bello da vedere di tutti i tempi, più di Albertosi (che, invece, era più slegato e spettacolare), più di Preud’Homme (forse più incisivo nelle uscite), più di altri grandi portieri che ho avuto la fortuna di “studiare”. Non dico il più bravo, il più completo, il più continuo (lo penso, ma sono di parte), ma il più talentuoso e bello sì. Senza dubbi. I suoi scatti erano traiettorie disegnate, i suoi movimenti affusolati, sapeva parare con un’armonia innata. Non mi piacciono le antonomasie, ma per lui faccio un’eccezione: è stato “Il Portiere”.
Oggi, a un sacco di anni di distanza, provo stranamente le stesse emozioni di quelle domeniche pomeriggio. E non me ne vergogno. Anche se sono padre, vivo nel nord “zoffista” e il mio lavoro non mi lascia un briciolo di libertà. Anche se il Bar Napoli non c’è più, e un sacco di amici-nemici non ci sono più. Anche se al posto del vecchio tendone dietro la mia ex casa ora ci hanno messo un c…o di ipermercato che non si guarda, anche se la cassiera è meno arrapante di un tempo e i vecchi bestemmiatori quasi tutti morti…
A parte tutto, io sono felice che Walterone sia tornato in serie A, e poi a Catania, con l’Etna a proteggerlo e qualche buon rosso (che buoni che sono i rossi etnei!) a consolarlo nei momenti difficili. E fa niente se adesso è meno bello di un tempo, se somiglia più a Peter Parker che all’Uomo Ragno, se non potrà più sistemarsi il ciuffo a ogni colpo di vento. Non vedo l’ora che sia domenica pomeriggio: per staccare la spina un paio d’ore, rifugiandomi nel mio passato. Bentornato, Walterone.

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3 Marzo 2008

La sconfitta di Napoli: quali significati?

Secondo quell’inguaribile e inossidabile buonista che è il nostro presidente Moratti, (leggi) “dopo un anno senza macchia era normale che prima o poi sarebbe arrivata una sconfitta in campionato, non mi sembra un dramma” e quindi non ci sarebbe da preoccuparsi più di tanto per la sconfitta di ieri a Napoli e per come è maturata.
Gli rende merito riconoscere che “ieri la squadra non ha giocato bene, al contrario del Napoli che invece è stato molto bravo“, mentre invece, cosa che non può fare, avrebbe piuttosto dire che ieri hanno fatto sincera pena, e che sebbene la colpa del gol subito sia di una papera di Julio Cesar, dobbiamo ringraziare il portierone brasilieiro non solo per il rigore parato, ma perché con una serie di grandi parate ha evitato un umiliante 4 a 0. Che ci sarebbe stato tutto, per come larga parte dei giocatori scesi in campo, sia i giovani che i più esperti, hanno, se così si può dire “giocato”.
Quello che preoccupa invece, oltre al consueto giustificazionismo del patron nerazzurro, e alla sua volontà di trovare delle scuse ad un comportamento che scusanti non ha, affermando ad esempio che “anche se chiunque dirà il contrario un po’ penso che la testa fosse al Liverpool. C’era una grinta diversa dal solito, ma bisogna tornare alla tensione che avevamo una volta“, è una valutazione sempre troppo ottimistica dello stato delle cose, che porta Moratti a sostenere “comunque credo che la squadra abbia la mentalità per affrontare le grandi sfide“.
Io questa certezza non l’ho. Io che sono solo un tifoso, e vagamente incazzato per la piega che stanno prendendo le cose a questo punto della stagione, due a zero secco all’andata a Liverpool senza manco fare un tiro in porta, eliminazione dalla Champions League alle porte, perché una squadra in queste condizioni un 3 a 0 non lo fa nemmeno con l’ultima delle squadrette, non i campioni inglesi, campionato vagamente riaperto (sei punti si fanno sempre in tempo a recuperare…), sento una strana arietta malsana di “solita Inter”, quella che al momento del dunque si squaglia, quella che a Roma con la Lazio perde uno scudetto già vinto e annunciato con troppo anticipo, che trova sempre pretesti e alibi (ieri gli arbitri, le malefatte della triade, oggi gli infortuni a catena).
Ma, mi chiedo, infortuni pesanti a parte (soprattutto quello di Samuel, che stava giocando alla grandissima, e poi quello di Matrix, da cui Materazzi, quello vero, non si è ancora ripreso e speriamo che Ibra ritorni in condizione e non debba operarsi), chi è, se non quell’allenatore fighetto e sopravalutato, dal capello e dal look curato, il responsabile di quella condizione atletica indecente che porta la squadra in questo momento topico della stagione a liquefarsi, a farsi soverchiare dal furore agonistico e dal dinamismo del Napoli di turno?
Non voglio fare la Cassandra ed il menagramo, ma se dovessimo uscire dalla Champions ed il campionato dovesse riaprirsi al punto da indurci a lottare sino all’ultima partita con la Roma, e magari a soccombere, chi avrà la faccia di tolla e l’impudenza di difendere ancora non solo l’allenatore (che spero tanto vada presto a fare danni altrove…), ma una dirigenza che si conferma una volta di più, dal presidente ai suoi collaboratori, inadeguata al blasone di quella grande squadra che è l’Inter?

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14 Febbraio 2008

Traditore, certo, ma la solidarietà é d’obbligo

Dite pure le peggio cose di lui, che é stato un infame, che ha tradito una maglia e un presidente troppo buono (eufemismo), scappandosene via verso Madrid allettato, come un mercenario, da tante pesetas, come il peggiore e il più ingrato dei ladri.
Dategli, lo é stato, del traditore, che quando ha deciso di tornare in Italia lo ha fatto, con scarsa sensibilità e intelligenza, scegliendo nientemeno che “l’altra squadra di Milano”…
Eppure, anche il più fanatico ed esacerbato degli interisti, cosa che non sono certo,  non può che essere vicino, ed esprimere la sua sincera solidarietà, al signor Ronaldo Luis Nazario de Lima, in arte Ronaldo, per il gravissimo infortunio, l’ennesimo, che l’ha colpito ieri sera, a tradimento e bastardo, nel corso di una partita di campionato che contrapponeva il Milan al Livorno.
Non chiedeteci di volere bene a quel personaggio che ci fece sognare quando era davvero “il fenomeno” e che dall’Inter e dai suoi tifosi ha ricevuto tanto affetto, ricambiandoli come sappiamo.
Ma gioire per il suo infortunio, che rischia di interrompere una carriera che aveva già imboccato la parabola discendente, anche se ogni tanto la buttava ancora dentro, perché l’istinto, il demone del campione che fu viveva ancora in lui e dava talora sprazzi di vita, quello no, quello assolutamente no, perché un sentimento tanto squallido e volgare non può di certo albergare nel cuore puro di un interista vero, che quel Ronaldo (vedi foto) ricorda ancora, con gratitudine, un filo di commozione e tanta rabbia.
Non solo per uno scudetto rubato (ricordate quel gigantesco fallo proprio su Ronaldo per cui solo un arbitro incapace, per non dire altro, non decretò un sacrosanto, enorme, lapalissiano rigore?), ma per quello che avrebbe potuto essere, un grande amore, un grande rapporto, che finì invece con un tradimento…
Nonostante tutto auguri Ronaldo, gli interisti veri e l’Inter sono con te…

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