Che belle sorprese ti riservano a volte i colleghi! Non solo di scoprire che magari, come te, amano, somma stranezza!, i vini rosati, che come te hanno in uggia i vini taroccati, balestrati, gonfiati a suon di body builing enologici, che vorrebbero vini più sinceri e meno furbi, ma magari di rivelarti, massima delle perversioni, che il loro cuore (anche i giornalisti del vino hanno un cuore) batte per la Beneamata, quella squadra che tremare i propri tifosi fa che si chiama Inter.
Così, all’ideale club degli “interisti etilisti”, o meglio dei barolisti nerazzurri, insieme a Carlo Macchi, che è addirittura, non so se posso scriverlo oggi che è giornata di voto, membro del club degli “interisti leninisti” (sic!), ho scoperto essere iscritto anche un altro collega, più giovane di noi, accidentaccio, che stimo molto, faccia pulita e persona a posto, che è Francesco Falcone, che oltre a collaborare, ed è già un titolo di merito, con Alessandro Masnaghetti per la sua Enogea, collabora a diverse altre testate, note e meno note, distinguendosi innanzitutto per una qualità della scrittura che è raro trovare, e poi per un modo di raccontare e vivere il vino molto intenso e sincero, partecipato e mai banale.
Francesco, facendomi una grande sorpresa, qualche giorno fa mi ha mandato, così per ridere, questo suo scritto, la cui simpatia e la cui intensità lascio a voi giudicare e apprezzare, dedicato, stiamo parlando da interista ad interista (juventini e milanisti, please, astenersi, non è roba che possiate capire…), ad uno dei grandi miti “bisleroni” degli ultimi trent’anni, all’”uomo ragno”, al portiere per antonomasia, il grande Walter Zenga, che con l’Inter ha vinto lo scudetto record da 58 punti nell’88-89, la Supercoppa e le coppe Uefa del 1990 e 1994. Un fenomeno di portiere che per tre anni di seguito ha visto il titolo di miglior portiere del mondo nonché il titolo di miglior portiere ai mondiali d’Italia del 1990.
Dopo aver terminato la carriera calcistica e aver compiuto un serio apprendistato di allenatore all’estero, allenando negli Stati Uniti, quindi la FC National Bucaresti, la Steaua, la Stella Rossa di Belgrado, il Gaziantespor in Turchia, Walter é approdato di recente in serie A alla guida del Catania, incarico che io considero solo una tappa che dovrà portarlo prima o poi - é scritto nelle stelle, su un’altra panchina, immaginate quale…
Francesco Falcone, con questo bello e intenso ricordo, azzeccatisismo già nel titolo, che é tutto un programma, un vero proemio introduttivo, “Il ritorno dell’Uomo Ragno e le mie domeniche ritrovate”, rende omaggio a Walter, ma anche a tutti noi tifosi interisti che nel tempo, dalla invincibile Inter del Mago Herrera e dei tutti campioni (Sarti, Burgnich, Facchetti, Guarneri, Bedin, Picchi, Jair, Mazzola, Suarez, Peirò, Corso: ragazzi che malinconia!) sino all’Inter multinazionale di oggi, abbiamo avuto un nostro idolo (per me Mazzola e poi anni dopo Rummenigge, “Pinna” Marini, Matthäus, lo “zio” Bergomi, Zenga, oggi, forse, capitan Zanetti), un mito, che ci ha fatto sentire la maglia nerazzurra ancora più fortemente cucita addosso, parte di noi.
E bravo Francesco, che belle emozioni, ci hai fatto rivivere con questo ricordo dell’Uomo Ragno, di Walterone, sempre uno di noi…
f.z.
“Lo chiamavo Walterone, per affetto, perché era grande. Uomo Ragno è venuto dopo. Qualcuno lo chiamava Deltaplano (dopo che in nazionale, a Berna contro la Svizzera, fece una paratona impossibile, con Candido Cannavò che gli dedicò un pezzo da incorniciare sulla Gazzetta), qualcun altro il Guardiano del Faro (ma tutti i portieri sono guardiani del Faro), oppure Superman (per via del suo fisico perfetto), anche se a me non è mai dispiaciuto MaZenga – il Grande, quello che usciva dal mare.
Hai presente il cartone giapponese? Cominciai ad amarlo che ero ancora all’asilo, la mia fidanzatina si chiamava Chiara Castellaneta (ma non ho ricordi lucidi del suo viso), abitavo a Gioia del Colle (Puglia, Murgia di periferia, né mare, né montagna, jet militari, mozzarelle e primitivo) e mi piaceva Toto Cutugno (roba da intellettuale, penserete).
Amavo Walterone senza limiti: si fa presto a dire portiere di calcio, era di più, icona degli anni ’80, spavaldo, spaccone, guascone, istintivo, uno che sapeva trascinare e dividere; non come Zoff per intenderci. Durante la settimana ritagliavo i suoi articoli sui giornali (e le sue foto che appiccicavo sulle agende di papà e di zio Franco) e dal venerdì pensavo alla partita: facevo il ritiro, la riunione tecnica (studiavo al rallentatore le sue parate e i suoi avversari) e lunghe passeggiate domenicali come prepartita.
Di quelle domeniche pomeriggio ho ricordi straordinariamente nitidi. Poca gente per strada, i soliti cani randagi, qualche Ritmo blu che faceva le vasche su e giù per il paese (da noi si usava e si usa, anche se il prezzo attuale del carburante potrebbe giustificare un rapido cambio di abitudini) e i soliti fighetti a fumarsi le canne davanti al Bar della Belle Epoque. La domenica, tutti si vestivano per bene, perfino Giovanni “Il Pazzo” si cambiava gli abiti, aveva i capelli leccati e la riga al lato.
Lui, per rispettare la festività, mentre camminava faceva meno rumore del solito quando metteva le marce - avete presente i matti che camminano a sprazzi, e mentre camminano fingono di mettere le marce? La strada che da casa mia portava al bar di mio padre era ancora più desolata del solito: Celiberti, negozio di pompe funebri, era l’unico sempre aperto (anche ai tempi si moriva di domenica), per il resto era tutto serrato: l’autolavaggio, il fiorista, il pizzicagnolo, l’edicola e il Bar del “cimitero”.
La percorrevo con un’attenzione che oggi mi stupisce – anche se per tutto il tratto tiravo pietre contro le saracinesche dei negozi, <<…e se la piazzo all’angolino>>, dicevo tra me e me, <<…Zenga fa un partitone>>.
Ricordo perfettamente alcuni dettagli non di poco conto, e su tutti, quei super cafoni degli “iov iov” (non so bene come si scriva in dialetto, ma si legge così) che la domenica se ne stavano sul balcone a fumare in canottiera. Piccoli teppistelli di quartiere che abitavano in uno dei palazzi più brutti del paese (oggi, a quasi trent’anni di distanza, potrei dire del mondo). E, ancora, l’insegna “Modello Napoli” di Spendimeno (avete presente quelle vecchie insegne che si incontrano lungo i quartieri spagnoli? Se no, basta vedere un vecchio film di Martone per capire), un discount vicino casa mia, la cui cassiera, a noi ragazzini faceva sangue: mora, sguardo ormonale e polpacci da ciclista (forse l’ex moglie del capo, ma non ne sono sicuro).
Così come ricordo il tendone d’uva da tavola con sguardo a volo d’angelo sulla Termosud. E due casette di campagna avvolte nel mistero: noi borghesucci “palazzinari” guardavamo con inconsapevole distacco i bambini che abitavano lì, forse perché tra noi e loro c’erano di mezzo costruzioni alte dieci piani (dei colori non vi parlo, sarebbe troppo!), galline, conigli e una strada non ancora asfaltata.
Sullo sfondo, di domenica, c’era sempre l’odore del sugo di braciole, della carne ai ferri, e dell’aceto per condire l’insalata - ma forse quello me lo portavo dietro io, visto che a mio padre piace così tanto l’aceto che ha sempre invertito le proporzioni con l’olio, senza mai sentirsi in colpa. C’era un silenzio oggi impensabile, così tanto silenzio (hai presente l’ovatta?), che se qualcuno in casa si lasciava andare in discussioni private, diventavano pubbliche senza volerlo. Non ne parliamo, poi, se passavi davanti ai vecchi sottani (case a piano terra, quasi sempre aperte, con una bella tenda “simil-juta” all’ingresso), spesso abitati da vecchi bestemmiatori insaziabili - dovete sapere che dalle mie parti esistono interpreti virtuosi dal repertorio ricchissimo.
Nella calma piatta le loro bestemmie le sentivi come ceffoni a tradimento, pensa che le più torbide erano così articolate che te le dovevi appuntare su un block notes per non perdere il filo.
Alle tre del pomeriggio (o alle due e mezza, d’inverno) ero pronto per la partita. Non c’era Sky (erano lontani anche i tempi di Quelli Che il calcio e di Tele +) e la partita te la dovevi immaginare tu, con le voci narranti di Ciotti e Ameri (chissà se c’è il campionato anche nell’ al di là; spero di sì, perché vuol dire che un giorno potrò risentire le loro voci) e il rettangolo di gioco disegnato nella tua testa. <<Zenga tra i pali… >>, era la frase magica che mi rassicurava (gli infortuni dell’ultimo minuto mi facevano incazzare). E mentre la radio era collegata sugli altri campi, io ero lì, vicino alla cassa del Bar (si chiamava Bar Napoli, una città e una squadra nel destino di Zenga) a disegnare le sue maglie e i suoi guantoni, a stringere i denti, a immaginare parate da circo, all’incrocio del pali.
<<…Grazie per la linea Ameri>>. Ed ecco Ciotti, col vocione rauco e il nodo grande quanto il collo (quello lo immaginavo): <<…nel periodo non collegato, due pericoli per l’Inter e due grandi parate di Zenga: la seconda, in particolare, addirittura prodigiosa, quando con uno scatto felino ha letteralmente tolto la palla dall’incrocio dei pali. Un colpo di reni superbo>>. Ecco, era la mia domenica: non vedevo l’ora che finisse la partita, che finisse la giornata per poter tornare a casa e guardare la Domenica Sportiva.
Nel frattempo rimanevo al Bar fino a tardi a parlare di calcio con Attilio, pure lui Zenghista, Feluccio, Tommaso Barbetta, e Matteo “Scap’chion”, nemico Zoffista. Poi, fino a notte fonda, mi rifugiavo nelle sue parate senza soluzione di continuità, e quando per la sintesi della partita su Rai 2 (ricordate?), sceglievano l’Inter, non mi perdevo un briciolo delle sue gesta.
Nel dettaglio: la piruetta con tanto di segno della croce all’ingresso in campo, il ditone alzato verso il cielo, il saluto con la manona aperta ai tifosi, E ancora, le sue rimesse da fondo campo (sono un maestro nella sua imitazione: tacchetti contro il palo, mano sulla fronte a spazzare via la lunga frangia, e vari segni convenzionali diretti ai compagni di squadra), le urla con tanto di braccia alzate durante i calci d’angolo (lo ammetto, sulle uscite ogni tanto andava a farfalle, ma la perfezione appartiene ai robot e io la lascio volentieri a Zoff e ai “zoffisti”), il posizionamento della barriera (era un cinema quando piazzava gli uomini, con tanto di incazzature fuori programma), le parate impossibili (lui le faceva davvero), e poi la sua gestualità, il suo stile: unico perfino nell’ordinaria amministrazione.
Credo che Walter Zenga sia stato il portiere più naturale e bello da vedere di tutti i tempi, più di Albertosi (che, invece, era più slegato e spettacolare), più di Preud’Homme (forse più incisivo nelle uscite), più di altri grandi portieri che ho avuto la fortuna di “studiare”. Non dico il più bravo, il più completo, il più continuo (lo penso, ma sono di parte), ma il più talentuoso e bello sì. Senza dubbi. I suoi scatti erano traiettorie disegnate, i suoi movimenti affusolati, sapeva parare con un’armonia innata. Non mi piacciono le antonomasie, ma per lui faccio un’eccezione: è stato “Il Portiere”.
Oggi, a un sacco di anni di distanza, provo stranamente le stesse emozioni di quelle domeniche pomeriggio. E non me ne vergogno. Anche se sono padre, vivo nel nord “zoffista” e il mio lavoro non mi lascia un briciolo di libertà. Anche se il Bar Napoli non c’è più, e un sacco di amici-nemici non ci sono più. Anche se al posto del vecchio tendone dietro la mia ex casa ora ci hanno messo un c…o di ipermercato che non si guarda, anche se la cassiera è meno arrapante di un tempo e i vecchi bestemmiatori quasi tutti morti…
A parte tutto, io sono felice che Walterone sia tornato in serie A, e poi a Catania, con l’Etna a proteggerlo e qualche buon rosso (che buoni che sono i rossi etnei!) a consolarlo nei momenti difficili. E fa niente se adesso è meno bello di un tempo, se somiglia più a Peter Parker che all’Uomo Ragno, se non potrà più sistemarsi il ciuffo a ogni colpo di vento. Non vedo l’ora che sia domenica pomeriggio: per staccare la spina un paio d’ore, rifugiandomi nel mio passato. Bentornato, Walterone.
Scritto da Franco Ziliani alle 10:25, in Pazza Inter
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