Brunello di Montalcino: piccolo memorandum di problemi da affrontare

Torno ad occuparmi, ad una decina di giorni dalla nomina del nuovo Presidente del Consorzio, avvenuta non con un plebiscito come qualcuno avrebbe voluto, ma con otto voti favorevoli su quindici, cinque astenuti e due andati a Fabrizio Bindocci, della vicenda relativa all’elezione del cavalier Ezio Rivella alla guida dell’ente consortile del Brunello di Montalcino.
Che io non fossi favorevole a questa soluzione è chiaro a tutti, altrimenti non avrei intitolato “Suicidio a Montalcino” la breve notizia relativa all’affermazione di un uomo il cui passato, la cui storia, le cui idee, espresse sempre con ammirevole chiarezza e coerenza, non lascerebbero ragionevolmente pensare che possa essere un araldo dell’equazione, a mio avviso imprescindibile, Brunello = Sangiovese. Di Montalcino, è inutile precisarlo.
Come ho già affermato in sede di commento, voglio sforzarmi di avere un atteggiamento il più laico e meno prevenuto nei confronti dell’innegabile novità rappresentata dall’elezione di Rivella.
Se il nuovo Presidente del Consorzio del Brunello, insieme al Consiglio di amministrazione, riuscirà a riportare il Brunello nella sua posizione originale di vino importante e rispettato e in tutto il mondo, io sarò il primo a prenderne atto e a plaudire pubblicamente al suo operato.
Sarò ben felice di essere smentito e di dover ammettere, su questo blog che ha avuto molti dubbi sull’ipotesi della presidenza Rivella e che ha preso il “rischio” di opporvisi, che mi ero sbagliato, e che l’uomo che aveva pubblicamente affermato essere molto difficile se non impossibile produrre grandi vini a Montalcino utilizzando il solo Sangiovese si sarà trasformato nel più tenace difensore di quel patrimonio del vino toscano e italiano che è il Brunello.
Scelgo questo atteggiamento soprattutto alla luce della prima dichiarazione rilasciata da Rivella, che ha affermato “Dobbiamo lavorare tutti insieme e riposizionare Montalcino al vertice della vitivinicoltura italiana. Lavorerò per tutti e sarò il presidente di tutti”.
Superata la fase, molto toscana, delle divisioni, delle contrapposizioni (che non sono poi nemmeno apparso tanto accese) tra diverse fazioni, viene ora il momento, molto più difficile, di ricostruire, di affrontare i tanti problemi che qualsiasi presidente e qualsiasi Consiglio di amministrazione avrebbe dovuto affrontare.
Vediamo di elencarne un paio.
L’area di produzione del Brunello di Montalcino è troppo vasta e comprende zone dove il Sangiovese da solo “zoppica”, fa fatica ad esprimersi con le caratteristiche che servono a dare complessità e grandezza ai vini.
Di conseguenza, e la crisi economica internazionale non ha fatto che acuire questa evidenza, si produce più Brunello di Montalcino di quello che i mercati, interno e soprattutto quello internazionale, sono in grado di assorbire.
E si produce meno Brunello di quella qualità indiscussa e indiscutibile che i mercati e gli appassionati e i fan del mito Brunello si attenderebbero.
Basta parlare con enotecari, ristoratori, distributori, importatori per scoprire che in questo momento molte aziende stanno cercando di spingere con operazioni promozionali, con prezzi in ribasso (a volte troppo in ribasso), non solo l’annata attualmente in vendita, il 2005, che fa fatica commercialmente parlando a prendere quota, ma anche il 2004, per tacere del 2003, di cui in molte cantine restano ancora parecchie bottiglie. Piuttosto che trovarsi costretti a svendere, a “calare le brache”, a scegliere una politica di prezzi non lineare, non sarebbe meglio produrre meno Brunello e di qualità superiore e impeccabile (ovvero l’eccellenza) e fare sì che, come le leggi dell’economia insegnano, la domanda sia leggermente superiore all’offerta e non al contrario come attualmente accade?
Non so in quale modo, ma dall’alto della sua esperienza il cavalier Rivella saprà sicuramente trovare il modo, i tempi e gli strumenti, ma non sarebbe il caso di innescare qualche meccanismo che calmieri e controlli la produzione di Brunello soprattutto negli anni più difficili?

Nessuno pensa, è letteralmente impossibile farlo in un regime di diritti acquisiti, a ridurre l’area di produzione del Brunello, a delimitarla – anche se con un serio lavoro di zonazione ci sarebbero le basi scientifiche, pedologiche, ampelografiche per un’ipotesi di lavoro del genere – ma non si possono prevedere soluzioni che facciano sì che ad esempio per produrre Brunello sia indispensabile che i vigneti abbiano una certa età e che con le vigne più giovani si debba giocoforza produrre altro?
Quell’altro, a Montalcino, se si escludono i vini IGT stile Super Tuscan, già abbastanza in crisi di loro, ha tradizionalmente due nomi: Rosso di Montalcino e Sant’Antimo. Entrambi Doc.
Due denominazioni in seria difficoltà, bisognose di essere profondamente ripensate, se non fatte confluire nell’ambito di un’unica, nuova denominazione. Difficoltà diverse quelle in cui versano.
Quella relativa alla fine, per non dire al fallimento di un’idea di vino, quella che ha portato a chiamare Sant’Antimo tutti i vini prodotti con vitigni non toscani a Montalcino, vini monovarietali o mix di varietà alloctone, e pensare che il fatto di produrli a Montalcino potesse dare un valore aggiunto ad un Pinot grigio, ad un Sauvignon, ad un Merlot.
E quella, invece, relativa alla difficoltà di pensare ad un’identità precisa, piuttosto che a molteplici identità, tra loro contraddittorie, che possa essere chiaramente percepita dai consumatori, per il Rosso di Montalcino, che in questi anni è stato tutto ed il contrario di tutto, un prodotto “di ricaduta” del Brunello, un “quasi” Brunello, un “brunellino”, un rosso giovane simpatico e senza pretese. Normale che con una confusione del genere il consumatore faticasse ad affezionarsi a questo vino…
Ora, di fronte alla oggettiva impasse di due denominazioni come Sant’Antimo e Rosso di Montalcino, verrebbe la tentazione, come qualche volta si è ipotizzato, di annullarle facendole confluire in una nuova denominazione che potrebbe contare su un innegabile fortissimo effetto richiamo dato dal suo nome, Montalcino.
Potrebbe essere un’ipotesi di scuola su cui lavorare, ma siamo poi sicuri che il contemporaneo uso del nome del borgo in due vini che dovrebbero essere profondamente diversi, Brunello di Montalcino con esclusivo uso di uve Sangiovese e Montalcino, e Montalcino Doc con una possibilità di “doppio binario”, uso di Sangiovese da vigneti giovani, o da Sangiovese potenzialmente adatto a produrre Brunello affinato per breve tempo in legno o in acciaio, e uso di Sangiovese insieme ad quota (15% massimo?) di altre uve presenti a Montalcino non finirebbe con il creare qualche confusione nel consumatore?
E siamo poi sicuri che questa politica della doppia modalità del Montalcino Doc, Sangiovese 100% o con contributo di altre uve verrebbe percepita come una opportunità in più e non come un limite?
Questi sono solo alcuni dei temi, oltre a quelli legati al ruolo del Consorzio, alla sua modalità di azione, al suo modo di comunicare, al suo relazionarsi con i produttori e con la stampa, al suo operare, sul tappeto in questa prima fase di attività del nuovo Consiglio e del nuovo Presidente.
Ma sono temi forti il cui modo di essere affrontati darà la misura della direzione che si intende seguire e lo stile di un’azione che tutti si augurano incisiva, determinata, precisa, senza navigazioni a vista e senza tentennamenti.
Un ultimo pensiero, prima di chiudere questo primo memorandum. Non si può non pensare se con l’attuale fragilità del Brunello che non si presenta più rilucente e stellare come un tempo il vino simbolo di Montalcino possa riverberare sugli altri vini, o sull’altro vino (l’eventuale Montalcino Doc) sufficienti luci e attenzioni.

È la fama di Montalcino che è in dubbio, (in una cornice più generale dove è anche la Toscana del vino e non entrata in un cono d’ombra), quel fantastico appeal, quel fascino speciale che prima di Brunellopoli consentiva a tutti, o quasi tutti, di vendere qualsiasi bottiglia portasse in etichetta la magica dicitura Brunello. E di far apparire come oro quello che invece era solo argento, oppure bronzo o ferro…
Qui non si tratta solamente di azzeccare operazioni commerciali, di marketing, di comunicazione, di trovare la formuletta giusta per dare la quantità giusta del Brunello giusto, quello che accende la fantasia, ai consumatori che sono oggi leggermente delusi o guardinghi verso questo vino.
Qui si tratta soprattutto, ed è la cosa più ardua, di provare a recuperare il prestigio, la reputazione, la credibilità, la leggenda, il mito, di Montalcino e del suo Brunello. E sarà proprio nel dedicarsi a questa mission apparentemente impossible che si farà la nobilitate del nuovo Consiglio del Consorzio e del suo Presidente…






Significa che di Brunello autentico annata 2003 ne è stato restituito ai produttori circa un milione di litri (meno di quello reso come declassato!). Di quali aziende saranno quel milione e centomila litri di ex Brunello oggi “Rosso Igt Toscano”? Un po’ di coraggio nella comunicazione non guasterebbe. Anche perché non si capisce come poi la quasi totalità dei produttori (96%) abbia votato a favore del mantenimento del disciplinare con il Sangiovese in purezza sia per il Brunello che per il Rosso di Montalcino.
Non mi sono di certo dimenticato di Montalcino, dove anche se non se parla accadono sempre cose interessanti, tipo l’assemblea dei soci del Consorzio del 14 scorso, che ha confermato quanto era già stato deciso nella notissima riunione del 27 ottobre, ovvero che si prosegue con la formula storia Sangiovese (di Montalcino) al 100 per cento per il Brunello.
Il Sindaco ricorda poi che “il Brunello appartiene alla storia di Montalcino, al suo territorio, la sua produzione è inequivocabilmente e automaticamente associata alle nostre colline e grazie anche a questo territorio e all’impegno di generazioni di produttori è divenuto uno dei più importanti nomi del made in italy nel mondo. Al Brunello sono legati altri comparti della nostra economia, penso in primis al turismo ma anche, ad esempio
E qui Belloni, che mi piacerebbe tanto conoscere, tira in ballo il famoso/famigerato dibattito sul Brunello che si svolse a Siena lo scorso 3 ottobre, con il contraddittorio tra Ezio Rivella ed il sottoscritto e rivolgendosi sempre al Sindaco di Montalcino dice: “lei non c’era. Cos’è, quel giorno doveva assolutamente cambiare la lettiera al gatto? Oppure era intento ad elaborare un piano per salvare il mondo? Qualunque sia stata la causa dell’assenza dell’amministrazione, è curioso che non abbia diramato un comunicato per spiegare perché né lei né nessun altro degli assessori o dei rappresentanti comunali fossero presenti. Si stava parlando del nostro futuro, lo sa? O credeva che Ziliani e Rivella disquisissero sull’opportunità di modifica del manuale della coltivazione in serra dei limoni?”.

Un unico commento mi viene spontaneo: Madonna bonina, come sono bravi ‘sti Marchesi Frescobaldi a produrre non solo un top Brunello di Montalcino 2003, ma anche un Super Tuscan, il Giramonte (80% Merlot e 20% di Sangiovese: un vero capolavoro di territorialità) che arriva dalla tenuta posta a Montespertoli nella zona del Chianti Colli Fiorentini, dove tirare fuori un grande vino è davvero un exploit!
Aveva stranamente taciuto dopo il voto di lunedì 27 ottobre, con il quale, con una percentuale “bulgara” del 96%, i produttori soci del 




