Ma perché non chiamarlo Oscar? Incontro con Farinetti “patron” di Eataly – parte prima
Non poteva essere che un Barolo, e che Barolo, nientemeno che un 1982, targato, ma guarda caso, Borgogno (leggi) la bottiglia, servita al tavolo dell’ottimo ristorante Guido per Eataly, che ha sancito l’entente cordiale, o meglio un incontro umanamente riuscito, piacevole, positivo, tra l’imprenditore di successo e “cassaforte” di Slow Food, al secolo Oscar Farinetti, ed il vostro “franco tiratore”, visitatore, per la prima volta, di quella grande cosa che è Eataly a Torino.
Nell’accingermi a raccontare di questa prima esperienza, cui, ne sono certo, faranno seguito diverse altre (sicuramente non per andare a comprare formaggi che trovo, altrettanto buoni, anzi migliori dal mio amico Giulio Signorelli, alias, Ol formager – vedi sito Internet – a Bergamo) devo necessariamente dividere il racconto e distribuirlo su due o tre piani diversi.
Comincio dal più importante, per uno che come me crede al fattore umano e che è felice di avere un rapporto franco (è il caso di dirlo) con diversi produttori e personaggi del mondo del vino (vi basta se dico Gaja?) che ho criticato e che, nel caso, continuerò a criticare, ma quando fanno cose giuste riscuotono il mio plauso convinto.
Anche se quello che dirò farà discutere e magari porterà ad affermare (come un amico ha già fatto scrivendomi ieri “spari a zero solo con chi non conosci e non hai rapporti. Poi arriva l’occasione di conoscerlo e improvvisamente tendi a subire psicologicamente la “presenza” dei vip. Quando sei al loro cospetto ti sciogli”) che sono troppo “facilmente seducibile“, devo dire che l’incontro con Oscar Farinetti, con il quale è venuto naturale dopo breve tempo darsi del tu e parlare con naturalezza e cordialità, come con un “vecchio amico” è stato un incontro che umanamente mi ha gratificato.
Ho trovato di fronte a me non solo, come già sapevo, un imprenditore con i controfiocchi (non certo un imprenditore “del cavolo” come si potrebbe pensare, guardando le foto spiritose da me scattate che lo ritraggono), uno che sa il fatto suo, un costruttore, un personaggio che “berlusconianamente” definirei “un uomo del fare”, uno che ha messo in piedi una cosa geniale (oh yes!) che si chiama Eataly.
In Oscar Farinetti, che ho incontrato da giornalista, facendo domande e avendo delle risposte (alcune magari un po’ sfumate…), ho trovato una persona, siamo quasi coetanei, con la quale ho scoperto di essere molto più in sintonia di quanto pensassi e alla quale mi legano idee, sogni, visioni, passioni che riguardano quel mondo magico e unico che è la Langa che entrambi follemente amiamo.
Lui magari comprandosi un’azienda storica come la Borgogno di Barolo e portandosi a casa 50 mila bottiglie di grandi annate storiche, io girandola, sforzandomi di coglierne l’essenza, di raccontarne l’epos ed i personaggi (è anche Farinetti è uno di questi) nei miei articoli.
Credetemi, non sono stato in alcun modo condizionato psicologicamente dal miliardario “gauche caviar” che Farinetti indubbiamente è, dal Vip che collabora con i vertici delle potentissime Coop (alcune delle quali sono nel pacchetto azionario e nel consiglio di amministrazione di Eataly), dall’imprenditore che come ultimo sfizio, segnatevi questa notizia che sono il primo a dare, è entrato come socio, con un 33%, nell’azienda Monterossa della famiglia Rabotti, produttrice di buoni Franciacorta Docg.
Chi mi ha “conquistato” intellettualmente e umanamente sedotto, è l’uomo con il quale a tavola abbiamo fraternizzato, vuotandola in allegria, davanti ad una stupenda buta del “suo” (ora lo è) Barolo Borgogno 1982, l’uomo con il quale, con assoluta naturalezza, è nata l’idea di studiare di fare qualcosa, insieme, per il Barolo classico, inteso come il grande Barolo tradizionale e vero, quello che lo stappi dopo 20 – 30 anni e sali nel paradiso di Bacco. E qualcosa, come ho già scritto, (leggi) per la rarissima Nascetta di Novello.
Lo confesso, mi è piaciuto l’uomo prima che l’imprenditore ed il geniale organizzatore, l’uomo che di fronte al mio sconcerto di fronte ai pomodori Ferrisi (vedi sito), una sorta di Roberto Voerzio del pomodoro date le bassissime rese, posti in vendita sulla splendida bancarella delle verdure (vedi foto) a 25 euro al chilo, ripeto 25 euro, ha avuto la brillante idea di chiedere al responsabile degli acquisti frutta e verdura di prenderne 4 etti e di mandarli al ristorante perché ce li servissero in insalata con tanto di olio ligure e cipollotto.
E così ce li siamo gustati, come entree, facendo “scarpetta” e rimanendo, apprezzando la qualità suprema di questi Lycopersicum siculi, di idee diverse. Lui persuaso che la grande qualità si debba pagare a caro prezzo, anche quando si tratta solo di pomodori, io tuttora convinto che per quanto fossero stupendi e dal gusto suadente, a 25 euro al chilo siano pomi… d’oro, più che pomodori e che spendere una cifra del genere per aggiudicarsene un chilo ai banchi di Eataly sia (eufemismo) stravagante…
E’ all’uomo, ricco di fantasia, di idee, affabile con tutti, con i suoi collaboratori (giovani ed entusiasti) che ho conosciuto, e che ho visto motivati e caricati a molla, spinti a dare il meglio di sé, ma anche con i clienti, che lo fermano, gli fanno i complimenti, gli chiedono consigli, gli parlano come se fosse il bravo negoziante sottocasa e non il tycoon del più grande food store del mondo, prima che all’imprenditore che una ne fa e altre dieci ne sta pensando, al quale, “mignottona” come sono, mi sono metaforicamente ed intellettualmente concesso.
Perché trovare una persona che nonostante tu l’abbia criticato, punzecchiato, tu abbia ironizzato sul suo essere la “cassaforte” ed il “salvatore” (lo è stato) dell’Università di Pollenzo e di quella bella cosa che teoricamente sarebbe l’associazione di via della Mendicità Istruita a Bra, e nonostante tu abbia parlato di un conflitto d’interessi, che permane, dato dall’essere legato a Slow Food a triplo filo e poi essere contemporaneamente proprietario di Borgogno, socio al 50% di Serafini e Vidotto in Veneto, proprietario della Brandini, ex Cavagnero di La Morra, proprietario delle Cantine del Castello di Santa Vittoria (sito), co-proprietario della Monte Rossa (e qui taccio, perché su altre notizie bomba, che non ho avuto da Farinetti, preferisco attendere ulteriori sviluppi…), ti tratta con simpatia, rispettando il tuo lavoro, giudicandolo legittimo, doveroso e salutare, farebbe capitolare anche il più tetragono dei cronisti. E non solo il vostro franco tiratore che di fronte agli uomini che sanno fare, che sanno creare gruppi di lavoro, che danno sbocchi concreti alla creatività e alla fantasia e alla genialità degli altri, che mostrano di dare un senso forte alla loro presenza nel mondo non può che dire chapeau…
Mi è piaciuto senza se né ma, a pelle, l’uomo Oscar Farinetti, capace di cogliere al volo la mia proposta di organizzare una presentazione, semplicemente facendosi raccontare l’idea, chiamando la sua collaboratrice addetta agli eventi e di dire in cinque minuti ok lo facciamo, (ci resta solo da fissare la data), che non confessarlo, e nella maniera più scoperta che sto volutamente adottando e che forse sbalordirà molti lettori (e meno male che non è una bella donna, ma solo un simpatico uomo con i baffi, ottimista per natura e che non ha problemi nel definirsi “onesto ma furbo”) sarebbe da parte mia intellettualmente disonesto.
Ho parlato, all’inizio, di tre piani di lettura diversi di questa mia prima esperienza ad Eataly - i prossimi saranno quelli relativi ad Eataly come idea e come struttura e quello relativo agli aspetti commerciali che Eataly, dove si fa cultura del cibo, si cerca di educare i consumatori, ma soprattutto si vendono prodotti, rappresenta – e penso di poter chiudere questa prima parte con una battuta.
Ho già citato (in questo post, leggi) Oscar il Super Telegattone, presenza fissa del programma musicale Superclassifica Show che andava in onda nei primi anni Ottanta su Canale 5.
Con la voce del celebre imitatore Franco Rosi il Telegattone cantava una famosissima sigla il cui testo (ineffabile) si chiudeva con la frase “Se vi piace chiamatemi Oscar”.
Ma poiché Farinetti è il Super Telegattone dell’odierno panorama enogastronomico italico, ed è la persona simpatica che ho raccontato, perché farmi una colpa se anch’io d’ora in poi lo chiamerò Oscar?
Non è la prima volta che venivo a Londra, ma tutte le altre volte, ad eccezione della prima volta, parecchi anni fa, quando ci fu un po’ di tempo anche per girare questa magnifica città, le mie puntate essendo dovute esclusivamente ad eventi legati al vino, a wine tasting, seminari, ero praticamente stato confinato, da mane a sera, in redazione, a degustare l’ingente numero di vini previsto dal programma.
Siamo qui a discutere e accapigliarci, anche di domenica, di Slow Food, di Carlin Petrini aspirante Santo, delle divisioni tra destra e sinistra, di Ocm vino, di Barolo taroccati e di controllori ed esperti che hanno fatto il gioco delle tre scimmiette, di munnezza che copre la Campania, degli amici degli Schuetzen che non emettono scontrini fiscali e vorrebbero andarsene da Roma, poi uno, che se l’era perso, legge, su segnalazione di un lettore che ringrazio, questo articolo (
Dopo tante discussioni da cittadino, prima che da cronista di Bacco, torno a parlare di vino cogliendo l’occasione per ringraziare pubblicamente i miei cognati Leo, mio “personal trainer” (da poco) nella sua palestra Progetto Work in Progress (
Operazione nostalgia ieri sera a casa Ziliani. Catturato dal volto di Gino Cervi colto tra mille altre cose in edicola mi sono portato a casa e mi sono gustato, in compagnia di mia moglie, il primo di una serie di Dvd editi dalla Fabbri editore (
Un fascino unico, legato all’impostazione rigidamente teatrale dell’episodio, con scene tutte girate all’interno e nemmeno uno scorcio esterno di quella Parigi dove Maigret svolgeva gran parte delle proprie indagini, alla grandezza quasi gigioneggiante di attore di Cervi, che ci offre un Maigret bonario, leggermente severo, ma profondamente buono d’animo, ben diverso dai Maigret impersonato da quei grandissimi attori del cinema francese che hanno interpretato il commissario frutto della geniale fantasia di Simenon, da Jean Gabin (
Ma questo Cervi e quella Pagnani che giganti della recitazione e del teatro e quale nostalgia per la grandezza di una Rai bambina quasi ma cento volte migliore di quella di oggi, capace di fare cultura, mais oui!, con gli sceneggiati televisivi d’autore e anche con questi episodi della serie Maigret – Cervi – Mario Landi (il bravissimo regista) che non mancherò di acquistare senza perdermene uno solo, man mano che la Fabbri li manderà in edicola…
Che grande emozione scoprire su Winenews.tv, rassegna stampa audio appendice del celebre sito Internet
Provate a leggerli integralmente, recuperati on line tramite questi links (New York Times
Pubblicati gli auguri, significativi, calibrati e bellissimi, di Briscola, mi stavo chiedendo se fosse il caso che anch’io, “tenutario” di questo blog, v’inviassi un qualche messaggio augurale, dribblando il rischio del retorico, del déja vu et dit, e del banale, quando ho ricevuto da Stefano Tesi, un collega e amico carissimo cui mi legano tante cose e che purtroppo non mi capita di poter frequentare quanto vorrei, queste riflessioni sul Natale. Non le solite parole augurali, che tutti ci scambiamo, con maggiore o minore autenticità o capacità di esprimere, in sintesi, con le parole giuste, quello che sentiamo dentro e che vorremmo trasmettere agli altri, ma alcuni pensieri, che potranno anche apparire irriverenti e iconoclasti, in questo contesto dove, ci dicono, dobbiamo volerci tutti bene ed essere felici (e soprattutto consumare e acquistare), che mi hanno fatto riflettere a lungo. E’ per questo che, d’accordo con Stefano, che dichiara di aver ripreso e rielaborato precedenti contributi, ho pensato che forse il mio migliore pensiero, per il mio ed il vostro Natale, potesse essere il rendervi partecipi di queste considerazioni e rimandarle alla vostra riflessione.
Babbo Natale l’ha inventato…la Coca Cola…
Addobbi e ghirlande? Faraoniche!
S.O.S.: c’è qualcuno che ha il potere di far tacere l’Incontenibile Incontinente, di impedirgli, per il suo bene, per quello del prossimo, di continuare ad elargirci, come fossero parole di saggezza, il torrenziale flusso di banalità e qualunquismi che purtroppo il Cavaliere ci dispensa ?
Buon ultimo, non ho potuto farlo prima e mi scuso, mi unisco anch’io al cordoglio di tutti coloro che amano la Langa ed i suoi protagonisti per dedicare un pensiero ed un ricordo a Valentino Migliorini, scomparso il giorno di Santa Lucia nella sua amatissima Monforte d’Alba.
Non fui sorpreso più di tanto quando scoprii che grande appassionato e profondo conoscitore di vini piemontesi Valentino, con il sempre forte supporto della moglie Jolanda, aveva deciso di trasformarsi in produttore e di farlo seriamente, addirittura calandosi nei panni, difficili, del produttore di Barolo, da grandi vigneti a Monforte d’Alba e dintorni. Purtroppo, pur essendo diventato un giornalista “barolocentrico”, non sono mai riuscito ad entrare in sintonia con i Barolo di Valentino, addirittura non riuscendo a fargli mai visita nella sua splendida cantina, ma ogni volta che mi capitava di incontrarlo, in Langa, da quel gran signore che era si comportava come se i nostri rapporti fossero rimasti quelli di una volta, lui ristoratore ed io giovane giornalista ai primi passi nel mondo della scrittura enogastronomica. Nessun rancore, nessuna polemica, la pacifica accettazione, che dovrebbe valere per tutti, che ad un giornalista i suoi vini non potessero piacere, o potessero piacere meno di altri. Questo perché la barrique nel Barolo per me è sempre un qualcosa che preferirei non ci fosse, anche quando non diventa una sfacciata protagonista. Ora Valentino, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato, andando a raggiungere nel “paradiso” dei giusti, la sua carissima Jolanda, compagna e sodale di tutta una vita. Ci lascia, ma resterà nei nostri pensieri e nel nostro ricordo come una bella persona, vignaiolo per scelta e per passione, che mancherà a tutta la Langa e a tutti gli amici del Barolo e non solo ai figli, cui sono vicino, che proseguiranno il lavoro dei genitori. Che la terra ti sia leggera 




