Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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9 Febbraio 2008

Ma perché non chiamarlo Oscar? Incontro con Farinetti “patron” di Eataly – parte prima

Non poteva essere che un Barolo, e che Barolo, nientemeno che un 1982, targato, ma guarda caso, Borgogno (leggi) la bottiglia, servita al tavolo dell’ottimo ristorante Guido per Eataly, che ha sancito l’entente cordiale, o meglio un incontro umanamente riuscito, piacevole, positivo, tra l’imprenditore di successo e “cassaforte” di Slow Food, al secolo Oscar Farinetti, ed il vostro “franco tiratore”, visitatore, per la prima volta, di quella grande cosa che è Eataly a Torino.
Nell’accingermi a raccontare di questa prima esperienza, cui, ne sono certo, faranno seguito diverse altre (sicuramente non per andare a comprare formaggi che trovo, altrettanto buoni, anzi migliori dal mio amico Giulio Signorelli, alias, Ol formagervedi sito Internet – a Bergamo) devo necessariamente dividere il racconto e distribuirlo su due o tre piani diversi.
Comincio dal più importante, per uno che come me crede al fattore umano e che è felice di avere un rapporto franco (è il caso di dirlo) con diversi produttori e personaggi del mondo del vino (vi basta se dico Gaja?) che ho criticato e che, nel caso, continuerò a criticare, ma quando fanno cose giuste riscuotono il mio plauso convinto.
Anche se quello che dirò farà discutere e magari porterà ad affermare (come un amico ha già fatto scrivendomi ieri “spari a zero solo con chi non conosci e non hai rapporti. Poi arriva l’occasione di conoscerlo e improvvisamente tendi a subire psicologicamente la “presenza” dei vip. Quando sei al loro cospetto ti sciogli”) che sono troppo “facilmente seducibile“, devo dire che l’incontro con Oscar Farinetti, con il quale è venuto naturale dopo breve tempo darsi del tu e parlare con naturalezza e cordialità, come con un “vecchio amico” è stato un incontro che umanamente mi ha gratificato.
Ho trovato di fronte a me non solo, come già sapevo, un imprenditore con i controfiocchi (non certo un imprenditore “del cavolo” come si potrebbe pensare, guardando le foto spiritose da me scattate che lo ritraggono), uno che sa il fatto suo, un costruttore, un personaggio che “berlusconianamente” definirei “un uomo del fare”, uno che ha messo in piedi una cosa geniale (oh yes!) che si chiama Eataly.
In Oscar Farinetti, che ho incontrato da giornalista, facendo domande e avendo delle risposte (alcune magari un po’ sfumate…), ho trovato una persona, siamo quasi coetanei, con la quale ho scoperto di essere molto più in sintonia di quanto pensassi e alla quale mi legano idee, sogni, visioni, passioni che riguardano quel mondo magico e unico che è la Langa che entrambi follemente amiamo.
Lui magari comprandosi un’azienda storica come la Borgogno di Barolo e portandosi a casa 50 mila bottiglie di grandi annate storiche, io girandola, sforzandomi di coglierne l’essenza, di raccontarne l’epos ed i personaggi (è anche Farinetti è uno di questi) nei miei articoli.
Credetemi, non sono stato in alcun modo condizionato psicologicamente dal miliardario “gauche caviar” che Farinetti indubbiamente è, dal Vip che collabora con i vertici delle potentissime Coop (alcune delle quali sono nel pacchetto azionario e nel consiglio di amministrazione di Eataly), dall’imprenditore che come ultimo sfizio, segnatevi questa notizia che sono il primo a dare, è entrato come socio, con un 33%, nell’azienda Monterossa della famiglia Rabotti, produttrice di buoni Franciacorta Docg.
Chi mi ha “conquistato” intellettualmente e umanamente sedotto, è l’uomo con il quale a tavola abbiamo fraternizzato, vuotandola in allegria, davanti ad una stupenda buta del “suo” (ora lo è) Barolo Borgogno 1982, l’uomo con il quale, con assoluta naturalezza, è nata l’idea di studiare di fare qualcosa, insieme, per il Barolo classico, inteso come il grande Barolo tradizionale e vero, quello che lo stappi dopo 20 – 30 anni e sali nel paradiso di Bacco. E qualcosa, come ho già scritto, (leggi) per la rarissima Nascetta di Novello.
Lo confesso, mi è piaciuto l’uomo prima che l’imprenditore ed il geniale organizzatore, l’uomo che di fronte al mio sconcerto di fronte ai pomodori Ferrisi (vedi sito), una sorta di Roberto Voerzio del pomodoro date le bassissime rese, posti in vendita sulla splendida bancarella delle verdure (vedi foto) a 25 euro al chilo, ripeto 25 euro, ha avuto la brillante idea di chiedere al responsabile degli acquisti frutta e verdura di prenderne 4 etti e di mandarli al ristorante perché ce li servissero in insalata con tanto di olio ligure e cipollotto.
E così ce li siamo gustati, come entree, facendo “scarpetta” e rimanendo, apprezzando la qualità suprema di questi Lycopersicum siculi, di idee diverse. Lui persuaso che la grande qualità si debba pagare a caro prezzo, anche quando si tratta solo di pomodori, io tuttora convinto che per quanto fossero stupendi e dal gusto suadente, a 25 euro al chilo siano pomi… d’oro, più che pomodori e che spendere una cifra del genere per aggiudicarsene un chilo ai banchi di Eataly sia (eufemismo) stravagante…
E’ all’uomo, ricco di fantasia, di idee, affabile con tutti, con i suoi collaboratori (giovani ed entusiasti) che ho conosciuto, e che ho visto motivati e caricati a molla, spinti a dare il meglio di sé, ma anche con i clienti, che lo fermano, gli fanno i complimenti, gli chiedono consigli, gli parlano come se fosse il bravo negoziante sottocasa e non il tycoon del più grande food store del mondo, prima che all’imprenditore che una ne fa e altre dieci ne sta pensando, al quale, “mignottona” come sono, mi sono metaforicamente ed intellettualmente concesso.
Perché trovare una persona che nonostante tu l’abbia criticato, punzecchiato, tu abbia ironizzato sul suo essere la “cassaforte” ed il “salvatore” (lo è stato) dell’Università di Pollenzo e di quella bella cosa che teoricamente sarebbe l’associazione di via della Mendicità Istruita a Bra, e nonostante tu abbia parlato di un conflitto d’interessi, che permane, dato dall’essere legato a Slow Food a triplo filo e poi essere contemporaneamente proprietario di Borgogno, socio al 50% di Serafini e Vidotto in Veneto, proprietario della Brandini, ex Cavagnero di La Morra, proprietario delle Cantine del Castello di Santa Vittoria (sito), co-proprietario della Monte Rossa (e qui taccio, perché su altre notizie bomba, che non ho avuto da Farinetti, preferisco attendere ulteriori sviluppi…), ti tratta con simpatia, rispettando il tuo lavoro, giudicandolo legittimo, doveroso e salutare, farebbe capitolare anche il più tetragono dei cronisti. E non solo il vostro franco tiratore che di fronte agli uomini che sanno fare, che sanno creare gruppi di lavoro, che danno sbocchi concreti alla creatività e alla fantasia e alla genialità degli altri, che mostrano di dare un senso forte alla loro presenza nel mondo non può che dire chapeau…
Mi è piaciuto senza se né ma, a pelle, l’uomo Oscar Farinetti, capace di cogliere al volo la mia proposta di organizzare una presentazione, semplicemente facendosi raccontare l’idea, chiamando la sua collaboratrice addetta agli eventi e di dire in cinque minuti ok lo facciamo, (ci resta solo da fissare la data), che non confessarlo, e nella maniera più scoperta che sto volutamente adottando e che forse sbalordirà molti lettori (e meno male che non è una bella donna, ma solo un simpatico uomo con i baffi, ottimista per natura e che non ha problemi nel definirsi “onesto ma furbo”) sarebbe da parte mia intellettualmente disonesto.
Ho parlato, all’inizio, di tre piani di lettura diversi di questa mia prima esperienza ad Eataly - i prossimi saranno quelli relativi ad Eataly come idea e come struttura e quello relativo agli aspetti commerciali che Eataly, dove si fa cultura del cibo, si cerca di educare i consumatori, ma soprattutto si vendono prodotti, rappresenta – e penso di poter chiudere questa prima parte con una battuta.
Ho già citato (in questo post, leggi) Oscar il Super Telegattone, presenza fissa del programma musicale Superclassifica Show che andava in onda nei primi anni Ottanta su Canale 5.
Con la voce del celebre imitatore Franco Rosi il Telegattone cantava una famosissima sigla il cui testo (ineffabile) si chiudeva con la frase “Se vi piace chiamatemi Oscar”.
Ma poiché Farinetti è il Super Telegattone dell’odierno panorama enogastronomico italico, ed è la persona simpatica che ho raccontato, perché farmi una colpa se anch’io d’ora in poi lo chiamerò Oscar?

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2 Febbraio 2008

Speaker’s Corner: un sogno londinese ad occhi aperti

Non è la prima volta che venivo a Londra, ma tutte le altre volte, ad eccezione della prima volta, parecchi anni fa, quando ci fu un po’ di tempo anche per girare questa magnifica città, le mie puntate essendo dovute esclusivamente ad eventi legati al vino, a wine tasting, seminari, ero praticamente stato confinato, da mane a sera, in redazione, a degustare l’ingente numero di vini previsto dal programma.
C’era poi stato qualche breve giro, la sera, andando a cena o tornando, ma la città, questo luogo frenetico, palpitante, pieno d’energia, questa sintesi di storia e modernità, mi era rimasta come estranea, senza la possibilità di conoscerla, di sondarne gli umori, il ritmo, la vitalità, le infinite possibilità che offre a chi, fortunatamente, ci vive e a coloro che vengono a visitarla.
Questa volta, invece, in occasione della mia trasferta dovuta alla finale del Concorso del migliore sommelier europeo e alle iniziative varate da A.I.S. e W.S.A. essendo arrivato prestissimo con il volo delle 6.40 da Bergamo e non avendo nella prima giornata particolari impegni in programma ho potuto decidere, dopo essere arrivato in albergo e aver incontrato qualcuno dei molti personaggi dei vertici A.I.S. che sono arrivati, un po’ da tutta Italia, a Londra, ho potuto decidere di fare il turista.
Avevo previsto un impegno culturale, la visita a quella summa della storia e della cultura che è il British Museum, posto poco distante dall’Hilton Park Lane che ci ospitava. Ma poi, complice una giornata splendida, non fredda, con un sole che riscaldava e rendeva ancora più limpido e cristallino un cielo spazzato da un piacevole venticello del nord, ho preso, come direbbero i francesi, “la clé des champs” e ho deciso di andare dove mi portava il cuore, a zonzo, facendo una lunghissima, salutare, gustosa camminata in quei due grandissimi polmoni verdi che sono, mi è bastato attraversare la strada e partire, Hyde Park ed i confinanti, contigui Kensington Gardens. Che meraviglia amici miei, che grande piacere dimenticare per qualche ora articoli, personal computer, blog, cose vinose e respirare a pieni polmoni non solo l’aria incredibilmente buona di questi che sono due dei più celebri e bei parchi dell’affollatissima ma verdissima London, ma un clima, un’atmosfera, un milieu che in Italia è solo un sogno.
Camminando per ore, camminando con calma e con assoluta gioia spostandomi in luoghi celeberrimi come lo Speaker’s Corner, il Serpentine Itinerary con il laghetto all’interno, alla statua di Peter Pan (nella foto) , uno dei miei eroi, perché in ognuno di noi e quindi anche in me c’è un po’ un fanciullo sognante che si rifiuta di crescere, al Princess Diana Memorial Children’s Playground, con la splendida ed evocativa Memorial Fountain, ho gustato un mondo, della gente libera, sorridente e felice, intenta, un po’ solipsisticamente se vogliamo, con le onnipresenti cuffiette di quegli Ipod che ti isolano dal mondo brandite, a dedicarsi un momento piacevole della propria vita.
Facendo footing, anche in calzoncini e canottiera nonostante la giornata comunque fredda, stando seduti sulle panchine, impeccabili e pulitissime, a godersi un po’ di relax e di sole, dando da mangiare agli innumerevoli piccioni, oche, anatre, cigni, gabbiani e volatili vari, oppure a simpaticissimi e per niente spaventati scoiattoli che tranquillamente si lasciavano nutrire e sembravano quasi incitare il passante a curarsi di loro e dedicare loro attenzioni.
Che atmosfera perfetta, che relax, quale senso di libertà, in un’assoluta e stupefacente pulizia ovunque senza l’ombra di una cartaccia, di un rifiuto qualsiasi, di un graffito, indice di un assoluto senso civico, di un rispetto per il bene comune che in quanto comune è patrimonio e va tutelato da tutti…
Spettacolare, divertente e rasserenante, relegati come un lontano ricordo e come un incubo le tonnellate di rifiuti di Napoli, i governi che cadono e anche quando si riformano si ripropongono tutti uguali, tutti inadeguati, tutti deludenti, la delinquenza diffusa che ammorba le nostre città ma anche la provincia, l’incuria dilagante (provate a visitare un parco pubblico a Milano o Roma e vedrete quale differenza), la sciatteria che trionfa, il pressappochismo, l’assenza di speranza, passare ore e ore, nutrendomi solo di un sandwich acquistato à la volée nel parco, godendomi il mio momento da wanderer, sostando in panchina, gustando i richiami degli uccelli e gli squittii gioiosi dei bambini…
La dolcezza infinita, la nostalgia per un mondo e una civiltà, un senso civico, un rispetto del prossimo e delle sue libertà individuali che sono assolutamente, mi costa tanto dirlo, roba da altro pianeta rispetto alla nostra Italia, espressione tangibile di un modo di pensare, prima che di vivere (anche il tempo libero, anche un’ora di relax ritagliata in una giornata di lavoro), che per apprezzarlo bisogna solo venire all’estero, in questa Londra magica ad esempio, e scoprire quanto ci manchi, quale violenza ci sia stata fatta costringendoci a rinunciarvi.
Donne, non ragazzine, sui pattini, ragazze che fanno footing anche in totale solitudine senza che nessun imbecille si sogni minimamente di importunarle, mamme che corrono portandosi dietro, nella loro corsa, la carrozzina, nonne con nipotini, ragazzi dalla faccia pulita e sorridenti e fiduciosi nel loro futuro, un senso di tranquillità, di pace, di libertà interiore, il ricordo di una bellissima giornata (molto più bella in questa sua prima solitaria parte che la lunga successiva camminata guardando i negozi e rabbrividendo per i prezzi lungo l’affollatissima Oxford street) ecco quello che da Londra, qualunque cosa l’esperienza professionale, il Concorso per il migliore sommelier, le degustazioni, gli incontri con i produttori ed i wine writers inglesi, mi regalerà mi porterò a casa.
Avendone già sin d’ora, mentre scrivo dalla mia camera d’hotel, una struggente nostalgia…

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13 Gennaio 2008

Ma il lavoro rende davvero liberi ? Ripensando agli operai morti della Thyssen-Krupp

Siamo qui a discutere e accapigliarci, anche di domenica, di Slow Food, di Carlin Petrini aspirante Santo, delle divisioni tra destra e sinistra, di Ocm vino, di Barolo taroccati e di controllori ed esperti che hanno fatto il gioco delle tre scimmiette, di munnezza che copre la Campania, degli amici degli Schuetzen che non emettono scontrini fiscali e vorrebbero andarsene da Roma, poi uno, che se l’era perso, legge, su segnalazione di un lettore che ringrazio, questo articolo (leggi), perfetto, agghiacciante nella sua eloquenza, tragico per lo scenario, umano soprattutto, che descrive, e le parole, tutte le parole, sembrano tutte inutili, sprecate, banali…
Si parla della strage continua, silenziosa, implacabile, dei morti sul lavoro in Italia, degli operai morti, dopo immani sofferenze, nel rogo della Thyssen-Krupp di Torino, di quelli che sono restati e hanno visto i loro compagni di lavoro morire e non hanno potuto far niente se non piangerli.
Si parla della rabbia di una categoria, gli operai, usata, strumentalizzata, tradita, non tutelata, da politici di ogni colore,  se viene ancora, nel 2008, non nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale mandata al massacro, e si finisce con il pensare, senza voler essere irriverenti, senza alcuna volontà di scandalo, a quella terribile frase scritta sul cancello d’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, Arbeit mach frei.
Ma questo lavoro, questa idea del lavoro che prevede e non demonizza, come dovrebbe, il sacrificio continuo di tante vite umane, questo lavoro che all’alienazione, alla rabbia, all’insicurezza, aggiunge anche la paura (quella di non riuscire a salvare la pelle ogni volta che si entra in fabbrica o in un cantiere) che senso ha accidenti, e rende davvero liberi?

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6 Gennaio 2008

I vini dell’epifania: bollicine d’antan per sognare

Dopo tante discussioni da cittadino, prima che da cronista di Bacco, torno a parlare di vino cogliendo l’occasione per ringraziare pubblicamente i miei cognati Leo, mio “personal trainer” (da poco) nella sua palestra Progetto Work in Progress (sito), e Paolo, dirigente di banca in un’importante banca tedesca a Milano.
Ci sarebbe anche un terzo cognato, Gino, già mio compagno di scuola ai tempi del liceo, ma per quanto bene gli voglia nei discorsi enoici che seguiranno lui c’entra poco, perché lui, che è un genio della matematica ed un ingegnere, di vino continua a capirci pochino, anche se con pazienza stiamo cercando di portarlo sulla via del bene…
Perché ci parli dei tuoi cognati, obietterà qualcuno, temendo che finisca per parlare anche del mio edicolante (che il vino lo apprezza) o del mio barbiere? Ne parlo, dei cognati, ed è per questo che li ringrazio, perché è grazie agli incontri conviviali che ogni tanto facciamo, con mogli, figlie e suocero, che il sottoscritto ha modo di estrarre dalla sua cantina (che in verità sarebbero due…) vini, soprattutto in grandi formato, magnum e jeroboam, oppure normali bottiglie di grandi annate, che difficilmente avrebbe occasione di stappare.
Bene, questi ripescaggi, non dall’oblio, ma dal profondo buio e dal silenzio delle caves, diventano talvolta delle vere e proprie rivelazioni, anzi, è il caso di dirlo in questi giorni, della epifanie.
Dirò di più, per dirla con Montale,
che nella sua poetica (leggi) “aveva intuito che gli oggetti potevano inviare dei segnali da decifrare e che in essi ci fossero dei significati profondi da cogliere” e che pertanto bisognasse cercare “la verità nel dettaglio” queste bottiglie talvolta si rivelano delle agnizioni, portando ad una rivelazione esistenziale, ad una sorta d’illuminazione lirica.
Bene, di queste rivelazioni le due ultime occasioni d’incontro – e di stappatura – ce ne hanno offerte diverse, visto che a Santo Stefano abbiamo delibato, se la memoria non mi tradisce, un magnum di godibilissimo, fresco, pimpante Franciacorta Blanc de Blancs di Cavalleri, una Barbera d’Alba 2003 di Vajra, un energetico Rosso di Montalcino 2005 (uno dei più grandi Rosso da me mai bevuti) di Gorelli Le Potazzine, e poi, dello stesso produttore, un Brunello 1999, quindi un fantasmagorico indimenticabile Brunello di Montalcino 1998 del Poggione e restando al 1998 ancora un perfetto, equilibrato, carezzevole Barolo riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe di Cavallotto, prima di varie ed eventuali rappresentate da Barolo Chinato (ancora di Vajra) e un whisky Bowmore di 35 anni.
Alla vigilia dell’Epifania invece, per festeggiare le nostre adorate… Befane (mia moglie e le sue tre sorelle, oltre alla moglie di mio cognato), abbiamo deciso di celebrare il rito del risotto. Preparato, ovviamente, ça va sans dire, utilizzando il riso.. più buono che ci sia, ovvero il Carnaroli, ma nemmeno il Carnaroli normale (qui), bensì il Vintage (qui) coltivato in purezza ad Arro di Salussola nella Baraggia Biellese da Carlo Zaccaria, agricoltore e blogger(leggi) e dalla sua famiglia e stagionato oltre un anno.
Per un risotto super, preparato per una dozzina di persone, deciso che doveva essere un risotto al vino, ecco recuperato dalla cantina numero uno, dove riposava da alcuni anni, un Jeroboam della pregiatissima Cuvée 2000 (millesimato 1995) preparata dalla Ferrari di Trento per i grandi festeggiamenti per l’arrivo del Nuovo Millennio.
Abbondantemente utilizzato per la preparazione del risotto (diciamo che ne è andato via quasi un buon litro) questo bel Trento Doc, che all’epoca della sua comparsa sul mercato veniva descritto in questo modo “colore giallo paglierino chiaro e sfumature di giallo verdolino, perlage fine e persistente, buona effervescenza. Al naso rivela aromi intensi, puliti e gradevoli che si aprono con note di mela e acacia seguite da note di banana, lievito, brioche, limone, litchi, pera e pompelmo. In bocca ha buona corrispondenza con il naso, un attacco effervescente e fresco comunque equilibrato, buon corpo, sapori intensi, piacevole. Il finale è persistente con ricordi di pera e limone”, ha accompagnato muy bien la risottata, proponendosi alla degustazione, con i suoi dodici anni di vita ben portati, con un paglierino oro squillante con riflessi oro antico, un naso molto complesso con note di pasticceria, pan brioche, cioccolato bianco, una punta di tartufo, e poi agrumi, molto vinoso ancora nella sua struttura gagliarda, molto ricco, pieno, persistente, sorprendentemente “croccante”, ampio e talmente buono, anche se con una liqueur robusta e un’abile “concia” tesa a realizzare, riuscendoci, una cuvée importante anche se un filo di freschezza inferiore a quella che mi sarei aspettato da un metodo classico base Chardonnay trentino. Splendida, elegantissima la confezione, un vero e proprio “scrigno” in legno di ciliegio, con tanto di scatoletta dove conservare il tappo.
Ottima soddisfazione, e già una rivelazione niente male, ma poiché avevamo ancora sete e c’erano alcune insalate sfiziose e cosette varie prima di passare alle carni e ai rossi, che per la cronaca sono stati un goloso, rotondo succosissimo (ne scriverò presto) Colli Tortonesi rosso Pertichetta 1999, ovvero una Croatina in purezza firmata da quel genietto che è il buon Walter Massa a Monleale, quindi due Barbaresco, il Montestefano 2001 della
Cá Növa, molto buono ma… ed il trionfale, immenso Pajorè Suran Rizzi, capolavoro della famiglia Dellapiana a Treiso, avevo preparato e tenuto alla giusta temperatura un’altra “bollicina” in grande formato.
Questa volta niente Trento, ma Franciacorta, ed un magnum di una selezione ancora più rara e spavalda quasi nel suo voler sfidare il tempo, visto che si trattava nientemeno, come ho ricostruito oggi tramite Internet,
una Cuvée 1990 di Franciacorta Brut RD, con la sigla RD a significare Recentemente Degorgiato. In altre parole una selezione della produzione di una vendemmia particolarmente pregiata, quella che si suole definire “una grande annata”, che per parecchi anni viene lasciata in cantina a maturare sui propri lieviti, cosa che questa Cuvée 1990 Franciacorta Brut RD del Mosnel, confezionata esclusivamente in formato Magnum, un’edizione unica nel numero limitato di 300 bottiglie, ha fatto per ben 14 anni.
Non conosco, lo chiederò nei prossimi giorni a Lucia e Giulio Barzanò, oggi anima del Mosnel, l’esatta composizione di questo vino, che con ogni probabilità vedrà lo Chardonnay dominare con una quota significativa di Pinot bianco ed una piccola parte di Pinot nero.
Ricordo, al momento di brandire il magnum e di stapparlo e osservando l’etichetta che si presenta con uno sfondo nero con scritta dorata verticale, quasi in forma di una pennellata che ricorda le diciture riportate nelle lavagnette che spesso si trovano in cantina accanto alle cataste, che non pensavo che questo Franciacorta avesse una storia così speciale.
Pensavo piuttosto alla mamma di Lucia e Giulio, quella splendida persona che è stata
Emanuela Barboglio Barzanò, scomparsa qualche mese fa, per anni l’anima del Mosnel avendo dovuto farsi carico alla morte del padre, quando aveva solo diciott’anni, della conduzione dell’azienda di famiglia, trasferendosi dalla città, dove viveva, a Camignone, “contribuendo, dopo un iniziale periodo in cui l’azienda fece alcune esperienze in campo zootecnico, a delinearne la piena vocazione vitivinicola, con l’impianto dei primi vigneti specializzati e nel 1968 con l’adozione della neonata DOC Franciacorta per i propri vini”.
Ricordavo bene gli incontri avuti con questa vera gentildonna, dal primo quando con estremo garbo “protestò” per i giudizi non molto positivi dati ad un suo Franciacorta nell’ambito di una degustazione fatta per una rivista la collaborazione alla quale non ricordo certo come il momento più alto della mia attività di giornalista…
Da questo cordialissimo scambio telefonico e poi epistolare di opinioni scaturì la prima di una lunga serie di visite al Mosnel, quella bella azienda franciacortina che
deve il suo nome ad un antico toponimo dialettale d’origine celtica che significa “pietraia”, cumulo di sassi e che rende l’idea del lungo e faticoso lavoro di bonifica effettuato dai monaci cistercensi provenienti dall’abbazia di Cluny in Borgogna, che a poca distanza dalla cantina, nel borgo di Rodengo, fondarono una magnifica Abbazia e si resero protagonisti dell’introduzione della cultura della vite dissodando i terreni della zona”.
E nacque, anno dopo anno, la mia idea (condivisa anche da parecchi altri) del Mosnel come di una delle più vere e interessanti realtà produttive di Franciacorta, come dimostrano l’intera gamma dei vini tra cui spicca, bevuto proprio a Capodanno nella sua versione 2004, l’ottimo Franciacorta Rosé Pas Dosé millesimato Parosé.
Come definire la mia sorpresa quando non appena stappato il magnum e trovato un tappo in perfetto stato e versato il vino non nella flute ma addirittura nel Calice Meraviglia messo a punto da quel genio che è Donato Lanati mi sono trovato di fronte – ecco l’agnizione!, ecco le temps retrouvé proustiano, l’epifania! – ad uno Champagne, pardon, ad un Franciacorta tra i più buoni ed in splendida forma che mi siano capitati nella mia lunga esperienza di degustatore-bevitore?
Un vino, diciassette anni la sua età anagrafica, quasi irreale nella sua freschezza, colore paglierino verdognolo brillante, luminoso, multiriflesso, un naso freschissimo floreale (netti i profumi di lilium e di gladiolo), sapido, nervoso, scattante, dove una spiccata mineralità scandiva il ritmo vivacizzando un bouquet caratterizzato da note di alloro, accenni di cioccolato bianco, di crosta di pane, una leggerissima speziatura, una vena di mandorla intrigante.
Che vino fantastico, signori miei, una volta passati al momento topico della beva, salato, lungo, dalla persistenza verticale e viva, pimpante, pieno d’energia, dal nerbo spiccato, croccante, perfettamente pulito, incisivo, “croccante” nel suo modo di disporsi sul palato, vino di assoluto carattere e spiccata personalità!
Un Franciacorta importante, strutturato, ricco di corpo, ma tutt’altro che “gnucco” e difficile da bere, come accade talvolta anche con i più noti e celebrati millesimati franciacortini, ma un vino splendidamente vivo, integro, che si è fatto golosamente bere, anche se il magnum (i cognati guardavano già ai rossi debitamente stappati) non è stato vuotato.
Così buono che, scusate, ora vi saluto e me ne vado a bere un bel bicchiere, visto che il “fond de la buta” me lo sono portato io a casa… Prosit cari amici, e buon anno!

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3 Gennaio 2008

Operazione nostalgia: Gino Cervi – Maigret in DVD

Operazione nostalgia ieri sera a casa Ziliani. Catturato dal volto di Gino Cervi colto tra mille altre cose in edicola mi sono portato a casa e mi sono gustato, in compagnia di mia moglie, il primo di una serie di Dvd editi dalla Fabbri editore (vedi) dedicati alle celebri Inchieste del commissario Maigret (dai romanzi di George Simenon) trasmessi dal 1964 al 1972 dalla Rai.
Episodi rigorosamente girati e riproposti in bianco e nero e tutto il fascino (legato anche al fatto che a quell’epoca eravamo molto ma molto più giovani, entusiasti ed ingenui e che la visione di quei filmati si ricollega e rievoca tanti episodi della nostra vita, anche alle prime bottiglie di vino “serio” viste in casa mia, un Dolcetto e un Barolo della Poderi Einaudi acquistate da mio padre nella prima Esselunga milanese) dovuto alla presenza di un volto caro come quello di Gino Cervi (grande attore bolognese indimenticabile interprete anche di Peppone nella serie di film tratti dai capolavori di Giovanni Guareschi) che di Maigret rappresenta uno dei migliori interpreti possibili, anche a detta dello stesso Simenon.
Che fascino quel Natale di Maigret visto ieri sera, con deuteragonisti come la dolcissima Andreina Pagnani, l’ironico Mario Maranzana, il grande Andrea Checchi e altri attori di vaglia e caratteristiche che sarebbe lungo citare!
Un fascino unico, legato all’impostazione rigidamente teatrale dell’episodio, con scene tutte girate all’interno e nemmeno uno scorcio esterno di quella Parigi dove Maigret svolgeva gran parte delle proprie indagini, alla grandezza quasi gigioneggiante di attore di Cervi, che ci offre un Maigret bonario, leggermente severo, ma profondamente buono d’animo, ben diverso dai Maigret impersonato da quei grandissimi attori del cinema francese che hanno interpretato il commissario frutto della geniale fantasia di Simenon, da Jean Gabin (vedi) a Michel Simon sino a quel Bruno Cremer che a mio avviso, soprattutto grazie agli affascinanti episodi girati da France 2 in collaborazione con la Télévision Suisse Romande e proposti anche in Italia da Retequattro, costituisce (vedi) l’interprete più inquietante e fascinoso di Maigret, capace di rendere le sottili inquietudini, l’acuta psicologia dell’uomo, prima che del commissario Maigret.
Ma questo Cervi e quella Pagnani che giganti della recitazione e del teatro e quale nostalgia per la grandezza di una Rai bambina quasi ma cento volte migliore di quella di oggi, capace di fare cultura, mais oui!, con gli sceneggiati televisivi d’autore e anche con questi episodi della serie Maigret – Cervi – Mario Landi (il bravissimo regista) che non mancherò di acquistare senza perdermene uno solo, man mano che la Fabbri li manderà in edicola…
Quanto a ieri sera, ci mancava solo la malinconica voce di Luigi Tenco (ascolta) a cantare Un giorno dopo l’altro, la sigla del Commissario Maigret Rai d’antan e l’operazione nostalgia sarebbe stata perfetta…

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26 Dicembre 2007

Bruno Giacosa su Winenews.tv: tanti cari auguri al “grande vecchio” di Langa

Che grande emozione scoprire su Winenews.tv, rassegna stampa audio appendice del celebre sito Internet Winenews.it, questa breve ma succosa intervista (vedi) ad uno dei più grandi uomini del vino piemontese e italiano, presentato, a ragione, come “uno dei pochi produttori importanti di Langa che fa grandissimi Barbaresco e grandissimi Barolo”.
Che gioia vedere e sentire “l’orso”, l’adorabile, inimitabile, Bruno Giacosa rispondere, con sagacia e sottile ironia, nella sua maniera sempre asciutta, quasi “difendendosi” dai complimenti (meritatissimi) alle domande dell’intervistatore!
Mi piace segnalarvi (leggete qui) un’intervista (con qualche ingenuità da parte dell’intervistatore, che gli feci nel 1993 e che riproposti dieci anni dopo su WineReport).
Più ci penso e non posso che concludere che scomparsi Giovanni Conterno e Bartolo Mascarello, pur con tutto il massimo rispetto per grandi figure storiche come Giacomo Oddero, Aldo Conterno, Gigi Rosso, Giacinto Brovia o Beppe Colla, e per i più giovani Mauro Mascarello, Beppe Rinaldi, Baldo Cappellano, Oreste Brezza, per i Luciano Sandrone, i Clerico, gli Elio Grasso, i Roberto Voerzio, i Gaja, il vero “grande vecchio”, la figura di riferimento, il maestro del Nebbiolo non può essere che lui, l’insuperabile artefice di vini come i Barbaresco Santo Stefano, Asili e Rabajà, i Barolo Falletto e Rocche dei Falletto (ed in passato anche magnifiche edizioni di Vigna Rionda), e poi l’ottimo Extra Brut metodo classico, il Roero Arneis, ecc. ecc.
Che dire dunque se non lunga vita ed i più calorosi auguri (all the best, direbbero gli inglesi) a questo straordinario, fondamentale, imprescindibile uomo del vino di Langa al quale non si può che volere bene?

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23 Dicembre 2007

Italia: una Dolce Vita amara anche per il Times…

Provate a leggerli integralmente, recuperati on line tramite questi links (New York Times quiThe Times qui), i due articoli che nel giro di dieci giorni hanno lucidamente e impietosamente messo a fuoco il malessere, macché, il declino cui la nostra povera Italia è tristemente destinata.
In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment, strillava il New York Times una decina di giorni fa con il suo corrispondente da Roma Ian Fisher. La Dolce vita turns sour as Italy faces up to being old and poor, replica ieri da Londra l’autorevole (si dice sempre così) The Times per la penna del suo corrispondente Richard Owen, che già nel 2006 (leggi qui) aveva scritto cose analoghe.
Provate a dar loro torto, come ha fatto subito, con la consueta miopia, larga parte della nostra classe politica, anche ai livelli più alti, provate a liquidare questi due articoli, documentati, seri, circostanziati, come catastrofisti, anti-italiani, qualunquisti!
Hanno clamorosamente ragione i due colleghi Fisher e Owen, offrendo un ritratto dell’Italia di oggi, triste, preoccupata, senza slanci, senza entusiasmi, seriamente preoccupata per l’oggi e per il domani, senza progetti seri, rassegnata, destinata ineluttabilmente al declino, che è proprio quell’immagine dell’Italia alla quale ognuno di noi, a meno di volersi tenere larghe fette di mortadella (non sto parlando di Prodi ovviamente) sugli occhi si trova quotidianamente davanti.
Ha perfettamente ragione la grande stampa internazionale a dipingerci in grande difficoltà e poi in declino.E ancor più ragione non puoi che darle quando visiti l’edizione on line di quello stesso Corriere della Sera che giustamente (vedi) dedica una cronaca a quanto scritto dal Times e leggi Esodo di Natale. 15 milioni di auto in viaggio, e quando passato a Kelablu scopri con sgomento (leggi) quanto costeranno i cenoni di fine anno in alcuni ristoranti stellati e come i posti disponibili stiano andando a ruba.
Sarò una Cassandra anche in questo caso, ma come non pensare che la nostra povera, amatissima Italia sia proprio come il salone delle feste del Titanic, mentre la grande nave, tra lussi, sfarzi e musica stava colando a fondo negli abissi? Beh, Buon Natale, e godiamocela, finché possiamo…

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22 Dicembre 2007

Riflessioni sul Natale, il suo mistero, la sua (vera) storia. Dimenticavo: auguri!

Pubblicati gli auguri, significativi, calibrati e bellissimi, di Briscola, mi stavo chiedendo se fosse il caso che anch’io, “tenutario” di questo blog, v’inviassi un qualche messaggio augurale, dribblando il rischio del retorico, del déja vu et dit, e del banale, quando ho ricevuto da Stefano Tesi, un collega e amico carissimo cui mi legano tante cose e che purtroppo non mi capita di poter frequentare quanto vorrei, queste riflessioni sul Natale. Non le solite parole augurali, che tutti ci scambiamo, con maggiore o minore autenticità o capacità di esprimere, in sintesi, con le parole giuste, quello che sentiamo dentro e che vorremmo trasmettere agli altri, ma alcuni pensieri, che potranno anche apparire irriverenti e iconoclasti, in questo contesto dove, ci dicono, dobbiamo volerci tutti bene ed essere felici (e soprattutto consumare e acquistare), che mi hanno fatto riflettere a lungo. E’ per questo che, d’accordo con Stefano, che dichiara di aver ripreso e rielaborato precedenti contributi, ho pensato che forse il mio migliore pensiero, per il mio ed il vostro Natale, potesse essere il rendervi partecipi di queste considerazioni e rimandarle alla vostra riflessione.
Forse abbiamo sbagliato tutto, forse, come sembra, non ce la raccontano giusta e del vero Natale resta ormai solo una pallida traccia, consumata (è il caso di dirlo) nel corso degli anni e dei mala tempora che ci tocca vivere.
Comunque la pensiate, siate cattolici tradizionalisti, osservanti più o meno convinti o tiepidi, oppure pagani o agnostici, vi mando, dal profondo del mio cuore, i più sinceri auguri
di Buon Natale e di un 2008 che sia soprattutto buono, sereno, più a dimensione d’uomo e meno frettoloso e superficiale di questi ultimi anni che ci hanno visti, tutti, sempre più inquieti, nervosi, insoddisfatti.
Abbiamo bisogno di pace, di una pace interiore innanzitutto, di un ritornare a voler bene a noi stessi ancor prima di volere bene al prossimo. Speriamo che questa nostra sete di tranquillità, di un vivere meno congestionato, trovi, in queste feste di Natale e fine anno e nell’anno che verrà, ascolto…

Ma Gesù non è nato il 25 dicembre?
La nascita di Gesù non è avvenuta il 25 Dicembre dell’anno 0. Si tratta di una convenzione. La data fu scelta nel 337 d.C. da Papa Giulio I della Chiesa d’ Occidente: in quel giorno ricorreva la festa romana “Dies Natalis Invicti Solis”, cioè il compleanno del Sole “non conquistato dalle tenebre”: da questo momento in poi, infatti, le giornate si allungavano. I cristiani d’ Oriente continuarono invece a festeggiare il 6 Gennaio, facendolo coincidere con l’Epifania. Solo nel Vangelo di Luca si trovano infatti indicazioni sulla nascita di Gesù. Si parla di pastori che fanno pascolare il gregge durante la notte di Natale e che vengono avvertiti dall’ Angelo: situazione inverosimile in Giudea, dove le temperature, in Dicembre, scendono sotto lo 0.
Anche l’anno 0 è un errore storico: in realtà Gesù sarebbe nato tra il 10 e il 4 a.C., durante il Regno di Erode il Grande, morto nell’ anno 750 dalla fondazione di Roma (4 a.C.). L’ errore deriva dagli errati calcoli del monaco Dionigi il Piccolo, incaricato nel 523 di perfezionare i conteggi per stabilire la data della Pasqua. Dionigi prese l’anno della nascita di Gesù come base per il conteggio anziché partire dalla data di proclamazione dell’Imperatore Diocleziano, come si era soliti fare. Considerò dunque la nascita di Gesù come se fosse avvenuta il 25 Dicembre del 753 dalla fondazione di Roma, ovvero 3 anni dopo la morte di Erode, sotto il cui Regno nacque effettivamente il Salvatore.

Lo scambio dei regali
Lo scambio dei doni nasce da un’antica tradizione latina. Romolo ricevette, come segno di gratitudine per aver fatto cingere delle mura la città, un fascio di rami tagliati dal bosco sul monte Velia, dedicato alla dea sabina Strenia (da cui strenna). L’omaggio piacque così tanto a Romolo, che lui stesso decise di rinnovare l’usanza ogni anno, in coincidenza con l’ anniversario della fondazione di Roma. L’usanza veniva rinnovata il primo Marzo e venne poi spostata alla fine dei Saturnali, dal 17 al 24 Dicembre. Il nome della dea Strenia fece assumere la definizione di strenne ai doni. Quando si stabilì il 25 Dicembre come giorno della Natività, cambiò il significato dei doni, ma non l’ usanza.

Il bue e l’asinello? Arrivati dopo!
Fu San Francesco, pare, a dar vita alla prima rappresentazione vivente della natività nel 1223, prendendo spunto dal Vangelo di Luca. La mangiatoia ed i pastori con il gregge che accorrono fanno parte del racconto dell’evangelista, mentre il bue e l’ asinello sarebbero “arrivati” 4 secoli dopo, dall’interpretazione di alcuni vangeli apocrifi. I Re Magi sarebbero stati introdotti ancora più tardi, per testimoniare la forza dell’ evangelizzazione.

Babbo Natale l’ha inventato…la Coca Cola…
Il Babbo Natale che vediamo riprodotto ovunque è stato inventato dalla Coca-Cola nel 1931, per mano del pubblicitario Haddon H. Sundbolm. Si tratta, dunque, di un colossale inganno mediatico, anche se la storia dell’ uomo buono che porta doni non è del tutto priva di fondamento. San Nicola (Santa Claus), nato in Turchia, partecipò al Concilio di Nicea nel 325 d.C. e, secondo la leggenda (vedi anche Purgatorio, XX, 31-3), sarebbe corso in aiuto di un nobiluomo in disgrazia, le cui 3 figlie sarebbero state costrette a prostituirsi. Per 3 notti consecutive Nicola donò 3 sacchi pieni di monete d’ oro per costituire la dote delle ragazze. La terza notte, trovando la finestra chiusa, lasciò cadere i sacchi dal camino e salvò le ragazze dal triste destino. San Nicola venne spesso raffigurato come un vecchio, alto e longilineo, vestito di giallo o di blu. Il rosso è un’invenzione della Coca-Cola.

Tutti più buoni? Sì, ma nel nome di Saturno!
Nell’ antica Roma, dal 17 al 24 Dicembre si celebravano i SATURNALIA. In quei giorni tutte le differenze sociali venivano abolite, i servi e i padroni potevano sedere alla stessa tavola e veniva concessa a tutti qualsiasi libertà. Anche le vacanze di Natale traggono origine dai Saturnali, durante i quali cessavano tutte le attività pubbliche.

L’albero di Natale è pagano
La storia dell’ albero di Natale affonda le proprie origini nelle tradizioni del Nord Europa. La Chiesa non ha mai del tutto accettato questa tradizione pagana, preferendo e “consigliando” il presepe. L’ abete, pianta tipica del Natale, è visto come l’albero della vita in quanto sempre verde. L’usanza nasce da una commistione di riti cristiani e pagani di origine germanica. Sarebbero stati in particolare i Teutoni a contribuire alla diffusione di questa usanza. Nei giorni più bui dell’ anno, infatti, erano soliti portare davanti alle proprie case un abete ed ornarlo con le ghirlande.

Addobbi e ghirlande? Faraoniche!
La tradizione di addobbare l’ albero deriva, sembra, dall’ antico Egitto. Qui l’albero era sostituito da una piccola piramide di legno addobbata con bastoncini ai quali veniva poi dato fuoco. I popoli del Nord Europa alla piramide sostituirono il loro tradizionale albero. Secondo alcuni sarebbe stato Lutero ad introdurre l’uso dell’abete, sostituendolo al simulacro egizio. Furono comunque i luterani ad adottare le candeline e le luci sull’albero, come simbolo di fede e vita.

Le renne: macché, erano cavalli
Anche la slitta trainata dalle renne fa parte delle trovate della Coca-Cola. Ogni anno, a partire dal 1931, i pubblicitari dovevano inventare una nuova storia per arricchire le vicende natalizie di Santa Claus. Proprio da una di queste nuove avventura nacque la slitta trainata dalle renne. In realtà San Nicola é stato spesso raffigurato in sella ad un cavallo bianco, ma perché questo si sia trasformato in realtà resta un mistero. I primi a parlarne furono proprio due scrittori americani, William Giley, nel 1921, nel suo poemetto Santaclaus e Clement Clarke Moore, nel 1923, ne La notte prima di Natale…
Auguri!

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18 Dicembre 2007

Bloccate l’Incontinente, fatelo tacere!

S.O.S.: c’è qualcuno che ha il potere di far tacere l’Incontenibile Incontinente, di impedirgli, per il suo bene, per quello del prossimo, di continuare ad elargirci, come fossero parole di saggezza, il torrenziale flusso di banalità e qualunquismi che purtroppo il Cavaliere ci dispensa ?
Dalla politica, dove un giorno insulta gli ex alleati e poi li blandisce chiamandoli cari amici, al tiro al magistrato e alla toga rossa, al calcio, è tutto un fuoco di fila di battute, sentenze, uscite di lunare, surreale assurdità che lasciano basito chi le ascolti.
Dopo aver fatto il ganassa, domenica in televisione (una delle sue) a Controcampo con la Canalis, proponendosi come l’uomo esperto adatto per lei (con buona pace di quella santa donna di Donna Veronica che ha il paradiso assicurato per aver sposato un tipo così), cosa fa ieri il Berlusca, più tronfio e pieno di sé del solito, accogliendo all’aeroporto della Malpensa il suo Milan campione del mondo di ritorno dal Giappone?
Non si è accontentato di ostentare “il trofeo appena conquistato dalla sua squadra” e di dire “Com’è tenere in mano una coppa? Ormai è un’abitudine”, ma è arrivato, con una totale faccia di tolla, leggi, a “smontare” Calciopoli affermando “L’avete capito o no che è stata tutta una montatura?“. Dice replicando alla domanda se fosse contento per la vittoria mondiale del Milan, dopo tutto ciò che era accaduto, come, per esempio, Calciopoli. “L’avete capito o no - ha affermato Berlusconi - che è stata tutta una montatura? Qualche club aveva influenza e l’ha fatta valere, e noi abbiamo perso qualche scudetto“. E’ per questo motivo, cari fratelli interisti, che domenica, nel derby, che non sarà un derby qualsiasi, ma IL derby, non dobbiamo, pardon, dovete, andare in campo come se fosse una partita qualsiasi, seppure importante, ma con la prospettiva, sportiva ovviamente, di andare ad una battaglia decisiva, con la baionetta tra i denti se necessario, perché non tanto i giocatori della squadra avversaria ed il loro allenatore, che sono persone valide e rispettabili, ma il loro insopportabile, spudorato presidente ricevano una salutare lezione.
Questo derby lo dobbiamo vincere, anzi stravincere e convincendo, facendo una partitona e opponendo ai “campioni d’Europa e del mondo” il nostro, modesto ma concreto, primato di Campioni d’Italia.
Dobbiamo farlo, assolutamente, per l’onore dell’Inter e per la generale salvezza, altrimenti chi lo ferma più l’Incontinente, chi porrà limite al suo debordante egocentrismo, al delirio (che è tale ormai) di ritenersi quello che ha sempre ragione, anzi il Sole attorno al quale devono ruotare tutti i pianeti?
Ma come cavolo ho fatto a votare uno del genere?
P.S. aggiornamento del 19-12, sempre più da “oggi le comiche”: leggi

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15 Dicembre 2007

La scomparsa di Valentino Migliorini, vignaiolo di Langa per passione

Buon ultimo, non ho potuto farlo prima e mi scuso, mi unisco anch’io al cordoglio di tutti coloro che amano la Langa ed i suoi protagonisti per dedicare un pensiero ed un ricordo a Valentino Migliorini, scomparso il giorno di Santa Lucia nella sua amatissima Monforte d’Alba.
Non ho mai amato particolarmente i suoi vini, ma la persona, quella sì, che era squisita! Ho avuto la fortuna ed il privilegio di conoscere Valentino nei primi anni Ottanta, quando era ancora un ottimo ristoratore in quel di Caorso nel piacentino, attivissimo membro di quella bellissima associazione di ristoratori che è stata Linea Italia in cucina. Ho ricordi bellissimi degli incontri conviviali che questo gruppo di amici, prima che colleghi, voluto da Franco Colombani del Sole di Maleo e fatto crescere da altri grandi, come Antonio Santini del Pescatore di Canneto sull’Oglio, Roberto Ferrari del Bersagliere di Goito, Tano Martini del Cigno di Mantova, Sauro Brunicardi della Mora di Ponte a Moriano, Romano Franceschini del Romano di Viareggio, Dino Boscarato dell’Amelia di Mestre, Tonino Verro della Contea di Neive (ne dimentico molti altrettanto importanti e me scuso), organizzava periodicamente. Incontri ai quali, divenuto amico di Linea Italia in cucina, ero invitato.
In queste riunioni, festose, Valentino era sempre presente, allegro, sorridente, sereno, positivo nello spirito impegnatissimo a fare bene.
Non fui sorpreso più di tanto quando scoprii che grande appassionato e profondo conoscitore di vini piemontesi Valentino, con il sempre forte supporto della moglie Jolanda, aveva deciso di trasformarsi in produttore e di farlo seriamente, addirittura calandosi nei panni, difficili, del produttore di Barolo, da grandi vigneti a Monforte d’Alba e dintorni. Purtroppo, pur essendo diventato un giornalista “barolocentrico”, non sono mai riuscito ad entrare in sintonia con i Barolo di Valentino, addirittura non riuscendo a fargli mai visita nella sua splendida cantina, ma ogni volta che mi capitava di incontrarlo, in Langa, da quel gran signore che era si comportava come se i nostri rapporti fossero rimasti quelli di una volta, lui ristoratore ed io giovane giornalista ai primi passi nel mondo della scrittura enogastronomica. Nessun rancore, nessuna polemica, la pacifica accettazione, che dovrebbe valere per tutti, che ad un giornalista i suoi vini non potessero piacere, o potessero piacere meno di altri. Questo perché la barrique nel Barolo per me è sempre un qualcosa che preferirei non ci fosse, anche quando non diventa una sfacciata protagonista. Ora Valentino, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato, andando a raggiungere nel “paradiso” dei giusti, la sua carissima Jolanda, compagna e sodale di tutta una vita. Ci lascia, ma resterà nei nostri pensieri e nel nostro ricordo come una bella persona, vignaiolo per scelta e per passione, che mancherà a tutta la Langa e a tutti gli amici del Barolo e non solo ai figli, cui sono vicino, che proseguiranno il lavoro dei genitori. Che la terra ti sia leggera Valentino e riposa in pace…

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