Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Mon coeur mis a nu...'

12 luglio 2010

Vino al Vino si congeda: pausa di riflessione per capire

Con i due post pubblicati oggi Vino al Vino si congeda, non ho ancora deciso se provvisoriamente o definitivamente, dai propri lettori.
E’ un momento molto particolare quello che sto vivendo, in cui ho bisogno di fare chiarezza in me stesso, di capire molte cose che per lungo tempo, troppo tempo, mi sono illuso potessero essere rimandate sine die e che mi sono rifiutato di affrontare.
Chiamatela pausa di riflessione, oppure “vacanza”, o chiusura a tempo indeterminato, poco cambia.

Non avendo chiare le idee sulla mia vita, non posso fare finta di niente e continuare a condurre questo diario in pubblico come se nulla fosse ed è lo stesso senso del mandare avanti un blog, raccontando molto di me come ho fatto e non limitandomi a parlare di vino, ad essere profondamente messo in discussione, a rivelarsi, in fondo, privo di senso. Questo anche se scrivere è la mia ragione di vita, l’unica cosa che, forse, so fare decentemente.
Non smetterò, visto che vivo del mio lavoro di giornalista enoico, di scrivere articoli, finché ci saranno testate che vorranno ancora pubblicarmeli, ma niente più blog, niente più “coeur mis a nus”, perché sarebbe veramente ipocrita. Una presa in giro di voi lettori, prima che di me stesso.
Tanti cari saluti a tutti e grazie per la compagnia che mi avete fatto, per le attenzioni che mi avete dedicato…

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5 luglio 2010

Quattro mercoledì all’Hotel Perla di Corvara per scoprire la bellezza del silenzio


Viviamo in un mondo così pieno di rumori, di frastuono, di cacofonie sonore, consegnati al caos e al disordine della quotidianità, ad esistenze sempre più spesso prive di armonia, di bellezza e addirittura di senso, che difficilmente riusciamo ad apprezzare la forza e la ricchezza di significato di una delle cose più semplici e più profonde, il silenzio.
Così come abbiamo paura della solitudine e della morte e cerchiamo in ogni modo di esorcizzarle, siamo intimoriti dal silenzio e posti di fronte alla sua nuda verità temiamo di apparire per quello che in fondo siamo: fragili, indifesi, pieni di contraddizioni, spaventati, convinti di essere padroni del nostro destino, mentre in verità ne siamo solo un piccolo ingranaggio.
Eppure riabituarsi ad arrendersi alla magia del silenzio, goderne fino in fondo tutte le sfumature, non parlare e non fare rumore per essere costretti ad ascoltare le voci di dentro, sarebbe un ottimo rimedio, del tutto naturale, per provare a ritrovarsi, per riprendere quei ritmi naturali che con il ritmo forsennato dato alle nostre esistenze abbiamo smarrito.

Certo, non è facile fare in modo, come direbbe Franco Battiato, che un Oceano di Silenzio possa scorrere “lento senza centro né principio”, come “luce che illumina i miei pensieri neri”, vivendo nel caos delle città.
Più facile farlo, invece, in luoghi, benedetti dagli dei, dove il silenzio è la colonna sonora di uno scenario naturale dove la bellezza, l’armonia, la maestosità degli spazi aperti, fanno sì che “l’anima dentro” trovi pace e scorra “lento il tempo di altre leggi di un’altra dimensione”.
Posti magnifici, come ad esempio Corvara in Alta Val Badia, dove un personaggio geniale come Michil Costa, della famiglia proprietaria di quel luogo splendido, assolutamente baudelairiano tutto luxe, calme et volupté come l’Hotel La Perla, (dove lo scorso anno avevo partecipato ad una memorabile verticale di Château d’Yquem) per il secondo anno consecutivo ha pensato di offrire ai propri ospiti, come preziosissimo plus di un’accoglienza sempre nel segno della classe e dell’eleganza, un invito alla riscoperta del silenzio. Giorni dove il silenzio sarà protagonista.


E così, come venne già fatto lo scorso 19 e 20 settembre (leggete qui) anche quest’anno, nei mercoledì di luglio, 7, 14, 21, 28, presso la Stüa de Michil, uno degli angoli più raffinati dell’Hotel La Perla, verrà rispettato il silenzio della parola, dallo chef, la brigata, il maitre, i collaboratori, gli ospiti.
Come scrive Michil, “stare zitti non significa non dire niente. Vivremo una fiaba intrecciata alla realtà in silenzio, per riflettere su dove il mondo non deve andare. Per vivere il vero lusso, la tranquillità. Per riscoprire l’antico, con niente di nuovo. Solo stando in silenzio riusciamo a vivere delle esperienze inconsapevoli. Solamente tacendo riusciamo ad amplificare la nostra consapevolezza”.
Saranno quattro occasioni conviviali, menu di quattro portate con vini selezionati, con il costo della cena variante da 90 a 110 euro a persona, in base alla nostra e Vostra soddisfazione. 90 euro perché non siamo stati perfetti, 100 euro perché è stato bello, 110 euro perché manca la lode ma ci abbiamo provato”, che Michil introduce con queste parole:
“E’ bandito qualsiasi elemento che possa diffondere inquinamento acustico come ad esempio le suonerie dei cellulari. Il silenzio della propria voce si rispetterà dall’entrata del ristorante e si prolungherà per tutta la serata. Il silenzio varrà per tutti, collaboratori e chef di cucina compresi.

Ad intrattenere la serata folletti, attori e musicanti.. silenziosi. E se il vino non vi piace? Lo scriverete su un foglietto di carta e la risposta dal maitre arriverà… ovviamente scritta”.
Per partecipare a questa bella iniziativa, la possibilità di pernottamento è flessibile. Si può scegliere di arrivare il lunedì e partire il giovedì o arrivare il mercoledì e partire il venerdì.
I benefici di una serata in silenzio? Innumerevoli, “a partire dalla capacità di cogliere i gesti più comuni, gli sguardi più insignificanti, il vincere una piccola sfida. Svuotarsi di tante lettere scrivendo solo quelle strettamente necessarie. Benefici che ci porteremo appresso: vita natural durante”. Questo perché “nella sola Europa sono circa 100 milioni le persone che, esposte all’inquinamento acustico, hanno problemi di salute.
Almeno 20 milioni di persone soffrono di disturbi del sonno e di patologie indotte dal rumore. Il traffico, gli stabilimenti, le attività ricreative ma anche quelle domestiche inquinano. Tutti noi siamo partecipi di questo tarlo e ci adoperiamo ben poco perché questo Mundus Mirabilis diventi un po’ più silente!

Sarebbe un errore considerare l’inquinamento acustico un inevitabile problema connesso unicamente alla produttività e alla frenesia del mondo moderno; vi è piuttosto, e ne siamo convinti, una mancanza di cultura ed educazione da parte di noi soggetti inquinatori”.
Partecipare, come potete leggere qui, non è difficile. Basta telefonare allo 0471 831000 o inviare una e-mail a questo indirizzo.
Un’esperienza, conoscendo la bellezza dei posti, l’ospitalità squisita di Michil e della sua famiglia (e della dolcissima Joe), l’incanto di Corvara e la maestosità delle Dolomiti, che vale davvero la pena vivere…

Un Oceano di Silenzio scorre lento
senza centro né principio
cosa avrei visto del mondo
senza questa luce
che illumina i miei pensieri neri.
(Der Schmerz, der Stillstand des Lebens
Lassen die Zeit zu lang erscheinen)
Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma. (Und mir scheint fast
Dass eine dunkle Erinnerung mir sagt
Ich hatte in fernen Zeiten
Dort oben oder in Wasser gelebt)


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29 giugno 2010

Arrivederci Gianni…

In ricordo di Gianni Bortolotti
Il pensiero della morte, soprattutto con il trascorrere degli anni, è una presenza costante nelle nostre vite e non c’è giorno che trascorra senza ricordarci che non siamo eterni, che tutto finisce, prima o poi, anche noi… Eppure, forse per esorcizzare quel pensiero, ci illudiamo, o fingiamo di farlo, che tutte le persone care, quelle cui vogliamo bene e che ci vogliono bene, quelle che hanno lasciato traccia nelle nostre vite, che ci hanno tenuto compagnia facendoci sentire meno soli, o che ci hanno consentito di essere un po’ migliori, saranno per sempre accanto a noi.
E pensiamo (o speriamo) che potremo sentire la loro voce, guardare i loro volti, trascorrere un po’ di tempo insieme a loro, finché vorremo. Perché non ci riesce proprio pensare che potrebbero improvvisamente scomparire, lasciando un vuoto che sarà impossibile colmare, nonostante i ricordi…
Così, quando se ne va un amico caro, una di quelle persone speciali che vorremmo avere sempre accanto a noi, che ci riscalda e ci dà conforto, restiamo attoniti, senza parole, sgomenti, incapaci di farci una ragione per quello che è accaduto, impotenti e indifesi davanti allo scandalo e all’ingiustizia della morte.
Stasera, indifeso, affranto, non trovo parole di fronte alla notizia, che mi è arrivata all’improvviso come una pugnalata, che mi comunicava che uno degli amici a me più cari, una delle persone più straordinarie che abbia avuto la fortuna di conoscere, una delle più autentiche e sincere, Gianni Bortolotti, grande naso e palato di Aosta, compagno di tante avventure enoiche e di lunghe chiacchierate sul senso (se esiste) della vita, se n’è andato.
Stanco di lottare per una vita, quella cui era costretto da un paio d’anni, per i capricci del suo cuore tanto generoso e buono, che non era più la vita che voleva vivere. E che amava.
Ci sarà tempo, quando il dolore sarà meno straziante, ed il senso di vuoto per la perdita lascerà il posto alla rassegnazione e all’accettazione, per ricordare chi sia stato Gianni, uno della “banda di Giorgio Grai”, conosciuto a Bolzano alla corte del Maestro e poi incontrato tante altre volte ancora nella sua Vallée, al Vinitaly, in Franciacorta, o ancora a Montalcino, come lo scorso febbraio, nell’incanto del Podernovone di Gianni e ora di Laura Brunelli, che era diventato una sorta di suo buen retiro in terra toscana.
Ci sarà tempo e modo per ricordare quella voce, quegli occhi azzurri e profondi che quando ti fissavano ti entravano dentro, quella barba da profeta, quel carattere apparentemente burbero, tagliato con l’accetta, scomodo a volte, ma in realtà di una dolcezza e di un’umanità infinita.
Per ricordare, coccolandoli, i tanti discorsi fatti insieme in questi anni, anche nel corso del nostro ultimo incontro a fine aprile nella pace della sua casetta con orto su ad Introd.
Sarà bello raccontare tanti aneddoti, le sue battute fulminanti, le uscite apparentemente stravaganti, ma in verità sempre acute, sui vini e sulle persone del mondo del vino, il suo gusto speciale per la convivialità, per lo stare insieme, la felicità di condividere un buon piatto, una buona bottiglia, una fetta di quella fontina straordinaria che solo lui sapeva dove andare a trovare.
Ma questa sera, nella piena delle emozioni e del dolore sordo che mi lacera e che non riesco ad arginare e a cui mi arrendo, voglio solo piangere un amico carissimo, una persona stupenda e vera che non riesco ancora a credere non potrò più rivedere e che vorrei ancora, come capitava ad ogni nostro incontro, abbracciare forte.
Che la terra ti sia leggera Gianni carissimo, grazie per l’amicizia calda, sincera e disinteressata che mi hai regalato, per avermi consentito di esserti amico e di volerti bene. Non ti potrò mai dimenticare…

Ancora due bellissime foto che lo ritraggono, lo scorso febbraio a Montalcino, in una bellissima occasione, una degustazione ricordo di Gianni Brunelli, al Podernovone.
Le immagini sono di Roberto Giuliani

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25 giugno 2010

Ma com’è finita Orsara nella mappa della migliore ristorazione italiana? Merito di Peppe Zullo cuoco contadino e viticoltore

Si ricordino, gli studiosi di cucina e gastronomia che si occuperanno di scrivere la storia della ristorazione italiana dal dopoguerra ad oggi, del ruolo che alcuni cuochi, patron, chef e ristoratori, hanno avuto nel far conoscere, celebrando la grandezza della provincia profonda, borghi e villaggi di cui diversamente, senza la loro opera, molto difficilmente saremmo venuti a conoscenza.
Gli esempi da citare sarebbero innumerevoli, ma chi si sarebbe accorto dell’esistenza di Canneto sull’Oglio senza il lavoro della famiglia Santini e del loro Dal Pescatore, di Samboseto senza Giuseppe e Mirella Cantarelli, l’altissima Val d’Ultimo senza Giancarlo Godio, Maleo senza Franco Colombani ed il suo Sole, Quistello senza Romano Tamani e la sua Ambasciata?
Al Sud uno degli esempi più clamorosi di identificazione stretta tra il locale di un ristoratore geniale ed il paese dove opera e del debito di gratitudine che quel villaggio, che altrimenti non avrebbe mai conosciuto la notorietà, ha nei confronti di un cuoco che proprio quel borgo, lontano dalle rotte principali del turismo, ha scelto come propria fucina, lo abbiamo, in provincia di Foggia, a 45 chilometri dal capoluogo e a 35 da una cittadina come Lucera, in località Orsara di Puglia.
Un posto isolato, un paese di poche migliaia di abitanti – visitate qui il sito Internet comunale –  da cui, come potete apprezzare da Google map, non si passa per caso, dove ci si deve recare apposta, ma dove la gente oggi arriva, anche da lontano, e ci arriverà anche sabato 26 giugno, per la Festa del Vino e la prima edizione del Premio Welcomeleggete qui il programma con il percorso dei vini, i piatti tipici, la piazza dei bianchi, l’agorà dei rosati (dove saranno presenti con il Melograno anche gli amici Marika e Sergio della Cantina La Marchesa di Lucera), la piazza dei rossi, con parecchie cose sorprendenti da scoprire – per merita di un personaggio straordinario e davvero speciale come Peppe Zullo.
Chi sia Peppe è presto detto, un cuoco contadino, un poeta, un visionario, un sognatore, che dopo aver girato il mondo, lavorando, e con successo, per lunghi periodi in Paesi come gli Stati Uniti ed il Messico ha voluto riscoprire le radici, ritornare nel proprio paese d’origine, inseguendo l’utopia di far diventare quel paesino in collina, naturalmente vocato all’agricoltura, dove produrre buoni salumi e formaggi, olio e grano di qualità, verdure saporite era prassi comune, un posto da collocare in evidenza nella mappa dei luoghi dove i golosi, gli appassionati di cose buone, autentiche ed espressione diretta del territorio, si recano in pellegrinaggio. Disposti anche a percorrere un bel po’ di chilometri, per trovare profumi e sapori unici, da riscoprire.

la costruzione in pietra che ospita le suites. Davanti un vigneto

E così, passo dopo passo, con determinazione e pazienza Peppe ha ricominciato da Orsara, puntando su Orsara, facendo entrare questo borgo, dove vi invito a venire, almeno una volta, nella mappa delle gastrolocalità imperdibili, dapprima con il suo piccolo ristorante, nucleo iniziale e punto di forza del suo lavoro di propositore delle cose buone del proprio territorio, poi, come potete verificare sul sito Internet che presenta tutte le sue attività, in un percorso sempre coerente che va dalla terra alla tavola, quindi con quella che in maniera suggestiva ha voluto chiamare la Nuova Sala Paradiso, una sala ricevimenti, sistemata sopra e attorno al ristorante, e poi uno spazio per l’accoglienza che è stato definito “suites” ma che io preferisco definire una sorta di foresteria molto elegante, posta nella parte più alta della struttura e circondata da un vigneto.
Non è contraddittoria con il ristorante, con la Nuova Sala Paradiso, con quel suo modo di fare che resta profondamente contadino, anche l’estensione più recente dell’attività di Peppe, posta in un’area, denominata Piana della Corte, che s’incontra sulla sinistra salendo verso il borgo storico di Orsara.
Parlo del grande spazio di Villa Jamele, posto intorno all’omonima Villa costruita dall’avvocato Ettore Jamele agli inizi del Novecento, con la sua impostazione neo-gotica di gusto inglese, recuperata con gran gusto da un intervento di restauro effettuato con la collaborazione dell’architetto orsarese Nicola G. Tramonte (personaggio che ritroveremo più avanti) tra il 2002 ed il 2004, uno spazio, che conta su ampie sale e spazi verdi circondati dal bosco, destinato a ricevimenti ed eventi.
Anche su numeri importanti, la struttura è stata progettata per ospitare molte persone ed è sede anche di una scuola internazionale di cucina, lo stile dell’ospitalità, il gusto rimangono gli stessi, con una filosofia della qualità senza compromessi, dell’autenticità, della valorizzazione delle materie prime del territorio, che permane anche in un regime di grandi numeri.

Basterebbe raccontare questo di Peppe Zullo, per dare la misura di come il suo lavoro, la sua “utopia” abbia contagiato Orsara e fatto sì che quando si dice Peppe Zullo si pensi ad Orsara e viceversa, ma c’è di più ed è quel qualcosa che segna ancora più profondamente il legame profondo, inscindibile di Peppe con la sua terra, la sua identità contadina.
E’ un aspetto insospettabile ed incredibilmente importante che ho scoperto solo con la mia prima visita da lui – immediato il coup de foudre, intellettualmente parlando – lo scorso 3 giugno.
Sapevo che Peppe produceva anche del vino, ma mai avrei pensato che il suo essere viticoltore, vignaiolo, trasformatore di uve in vino fosse una cosa così importante, che comportasse così tanto impegno. E che si svolgesse, questa attività, in una cantina, progettata ancora da Nicola G. Tramonte, con la consulenza artistica del pittore, nato nella poco distante Troia, Leon Marino, che considero tra le più originali, sorprendenti, geniali cantine mai visitate in oltre 25 anni di attività.
Una cantina (vedi la foto) che definirei “in salita”, e che nasce, così la definisce Tramonte, “dalla volontà di restituire memoria ai luoghi ormai dimenticati di questo territorio, attraverso la ricostruzione di un frammento di storia. Ricreare una vecchia via paesana, quelle che ancor oggi si percorrono nella maggior parte dei borghi del Preappennino Dauno e nello stesso tempo manipolarne il dato temporale, recuperando dal grande magazzino della tradizione artigiana i materiali per costruzione di una sorta di maschera contemporanea”.

Una cantina, con la parte destinata alla vinificazione posta in fondo al percorso e non visibile se non alla fine, quando si valica una porta al culmine della salita, che prevede ai lati spazi ulteriori destinati alla bottaia, a magazzini di cose buone, a sale che possono essere destinate a degustazioni, ma anche a convegni e proiezioni, che ti dà la misura, ti fa capire come il vino respiri una sorta di quotidianità, sia il punto finale di un processo che è vita vissuta, naturalezza, allegria, il gustare le cose buone, stare in compagnia degli amici, discutere dei temi che danno qualità e senso alla vita.

un dettaglio della cantina con un'opera di Leon Marino

In questa cantina, che è davvero “il ventre del Paradiso”, e dove il vino respira grazie all’uso costante della pietra locale e forse s’inebria e acquista vitalità grazie alla costante presenza, in ogni ambiente, di opere originalissime, colorate, piene di estro e di ironia, di fantasia, di Leon Marino, Peppe Zullo produce, da quattro ettari di vigneto qualcosa come ventimila bottiglie in larga parte destinate all’uso nel proprio ristorante e nel complesso di Villa Jamele.
Vini di personalità, che portano l’impronta, fortissima, dell’enologo sommo che li ha tenuti a battesimo e li ha ideati insieme a Peppe, Severino Garofano, consulente sino al 2005, oggi sostituito da un giovane talento di Ariano Irpino, Fortunato Sebastiano.
Con crescente stupore, sempre più gratificato dai campioni che Peppe, con grande modestia, proponeva a me e all’amico carissimo Nicola Campanile (ideatore con Enzo Scivetti di quella grande cosa che è Radici Festival dei vitigni autoctoni) che mi accompagnava, ho scoperto che anche fare il vino per Peppe, e come poteva essere altrimenti, è una cosa tremendamente seria, fatta con la passione del “dilettante” (inteso nel senso più alto del termine) di genio.
Ho così scoperto, solo parzialmente “turbato” da un piccolo elemento “filosoficamente” a me ostile, il fatto cioè che fossero espressione di un mix, ottimamente riuscito, ma sempre mix, tra vitigni del territorio e vitigni internazionali, di cui in terra di Puglia non vorrei mai, con tanta abbondanza e importanza di cultivar locali, trovare traccia…, vini di una qualità che non mi sarei mai sognato di trovare come l’Aliuva ( mix di Uva di Troia, Tuccanese e Merlot) e ancora di più l’Ursaria (mix di Uva di Troia, Tuccanese e Cabernet). Cosa sia esattamente il Tuccanese, una delle ultime varietà autoctone pugliesi in corso di riscoperta, non è ancora chiaro.
In questo video, girato al Vinitaly, Peppe ci racconta delle ricerche e sperimentazioni in corso, ed inoltre, curiosando su Internet, si trova che sull’origine di quest’uva, presente nella zona di Orsara, circolino due ipotesi: che possa trattarsi “di un clone del vitigno siciliano Perricone, importato durante la dominazione Angioina nel 1300; o che possa essere un clone del Piedirosso data la vicinanza di Orsara con Benevento”.
Data la tannicità spiccata io propendo di più, a naso, per una parentela con il Perricone, anche se assaggiati i vini di Peppe credo che il Tuccanese sia dotato di una personalità tutta propria che le ricerche in corso consentiranno, nei prossimi anni, di sviscerare.
Ma come sono questi vini contadini di Peppe Zullo? Buonissimi, l’Aliuva (provato, ancora in serbatoio, il 2008) più immediato, semplice succoso, beverino, dotato di una polpa croccante e di una vinosità accentuata, il classico vino che ti porti a tavola, quando mangi con gusto e ne fai fuori una bottiglia.


Molto più ambizioso e complesso l’Ursaria, di cui ho trovato sorprendenti, (al punto di decidere d’imperio, dopo rapida consultazione con Nicola, di proporle in un assaggio estemporaneo e anonimo ai colleghi degustatori delle giurie di Radici, la sera di domenica 6 in una bella cena presso l’Hotel & Resort Restaurant La Peschiera di Monopoli) le annate 2003 e 2001, ancora disponibili, ve le consiglio caldamente, in cantina ad Orsara.
Grande integrità di colore, sorprendente freschezza (avete presente i 2003 super maturi, evoluti, stanchi, alcolici, senza vita? Bene qui è tutta un’altra musica…), nerbo per l’Ursaria 2003, dal naso intrigante e complesso, con bella maturità di frutta, liquirizia, ribes, ginepro, discreti accenni cabernettosi pirazinici, bocca freschissima e salata, una componente di frutta (prugna soprattutto) spiccata e una persistenza lunga e golosa.
Ma che dire, Nicola, lo stesso Peppe ed io, siamo rimasti senza parole, anche perché impegnati a gustare le cose buonissime e semplici che Peppe preparava all’impronta solo per noi, in un clima di grande serenità, con il piacere tangibile di stare insieme, dell’Ursaria 2001, colore rubino violaceo brillante, luminoso, pieno di energia, naso freschissimo, salato, balsamico, ancora con liquirizia in evidenza e poi prugna, rabarbaro, accenni di goudron e di note catramose, un tannino presente ma non aggressivo, un perfetto equilibrio, con una persistenza lunga e verticale e una pienezza di sapore straordinaria, di tutti i suoi componenti?
Davvero niente male per un produttore “dilettante” ma pieno di passione e di motivazioni, davvero la misura, che potete anche voi toccare con mano recandovi ad Orsara da Peppe, visitando la sua cantina, gustando l’accoglienza e la qualità della cucina del suo locale (aperto solo a pranzo), chiedendo di degustare le sue enoiche creature, di un’autenticità che confonde e conquista, che dà calore.
Come l’abbraccio forte di un amico vero, di una persona speciale, e stupenda come il grande Peppe Zullo, cuoco contadino e uomo vero…

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11 giugno 2010

Giorgio Grai, palato e naso supremo del vino compie oggi 80 anni: auguri!

Uno dei più grandi e straordinari personaggi del mondo del vino, il più grande naso e palato che abbia mai conosciuto, Giorgio Grai, compie oggi 80 anni.
In attesa di abbracciarlo domani a Buttrio in Friuli, dove gli amici convocati da Marina Danieli lo festeggeranno e gli faranno sentire tutto il loro affetto e la gratitudine che si deve ad un vero maestro, ho pensato di dedicargli questo articolo, scritto con il cuore, che ho pubblicato – potete leggerlo qui – sul sito Internet dell’A.I.S.
A Grai il più affettuoso, sincero e perché negarlo, anche il più commosso degli auguri. Ti vogliamo bene Giorgio!

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8 giugno 2010

Le Rupi del vino: la poesia della Valtellina nel documentario capolavoro di Ermanno Olmi

Non posso purtroppo dirvi di procurarvene immediatamente una copia, visto che questo autentico capolavoro, un documentario di soli 54 minuti che ha la tenerezza e la verità della poesia, non è ancora in circolazione su dvd e chissà se e quando lo sarà.
Ma se siete, come me, innamorati della Valtellina e della sua eroica viticoltura di testimonianza e resistenza, se i vigneti terrazzati che ne sono simbolo appartengono anche al vostro immaginario, e hanno trovato posto nel vostro cuore, allora dovete fare di tutto per poter assistere almeno una volta (io conto di rivederlo più e più volte) a quell’opera d’arte di un maestro del cinema come Ermanno Olmi che corrisponde al nome de Le Rupi del Vino. Un omaggio commosso e commovente alla unicità, alla magia della Valtellina e delle sue vigne.
Non posso darvi grandi suggerimenti, se non di scrivere alla Provincia di Sondrio e sapere quando preveda altre proiezioni (diverse ne sono già state realizzate in Valle e altre ne saranno fatte prossimamente), oppure alla Fondazione Fojanini, che tramite il suo direttore Graziano Murada è stata coinvolta nella realizzazione del film, oppure alla Fondazione Provinea. Basterà questo semplice estratto, che potete visionare qui, su You tube, per venire letteralmente contagiati ed entrare nell’incantesimo di quest’opera che con immagini, silenzi, suoni, musiche, sapientemente miscelati dalla mano e dall’anima di un vero artista e di un poeta, ha catturato in una maniera indescrivibile quel legame tutto speciale che esiste tra una terra, le sue montagne, le sue vigne scoscese ed il suo Nebbiolo che si fa vino.

un grappolo di Chiavennasca: foto di Giacomo Gatti

Io ho avuto la fortuna di assistere, sabato 29 maggio a Morbegno, durante una riuscitissima edizione di quella gioiosa festa dei viticoltori che è Vininfesta alla Costiera del Cech, alla proiezione, su maxischermo, di questo che è riduttivo definire come un documentario e poi di parlarne con la persona che ha collaborato con Olmi alla sua realizzazione, il 38 enne aiuto regista milanese Giacomo Gatti, autore anche della spettacolare foto che ritrae magicamente un grappolo di Nebbiolo, pardon, Chiavennasca valtellinese.
E poiché mi sono ripetutamente commosso di fronte a scene così essenziali e toccanti, a quel ritrarre la natura che cambia nel corso delle stagioni animando in ogni momento e suggellando l’unicità di quei paesaggi, non posso che invitarvi a trovare assolutamente il modo di vedere Le Rupi del Vino.
Per affidarvi quietamente a quelle immagini, per trovare il modo di amare ancora più profondamente questa terra benedetta dalla natura e da Dio e che gli uomini dovrebbero trovare il modo di risaltare e di far risplendere nella sua stupefacente bellezza…

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26 maggio 2010

Ritorni di Langa: partire sapendo di ritrovarsi ancora…

vigneti di Barbaresco a Neive

Lo scriverò, prima o poi, un post sui miei ritorni di Langa, sulle emozioni che chilometro dopo chilometro, nel tragitto che da Barolo o Alba o Barbaresco mi porta sino a Bergamo, alimentano e rendono più leggero, ma anche più malinconico, il mio cammino.
Dovrò guardarmi dentro, non avere timore di scadere nel retorico o nel sentimentale (ma il mio amore per quella terra è davvero un forte sentimento) nel cercare di mettere nero su bianco, su carta, pardon, on line, e provare a razionalizzare i perché del mio legame speciale, di quelle sensazioni di cui faccio il pieno, anzi, la scorta ogni volta che trascorro anche un solo giorno su queste colline.
Non vi sono nato, è la mia heimat, la mia patria adottiva la Langa, ma ad ogni volta, nel rinnovarsi dell’incanto, amandola in ogni stagione, nell’estate e nell’autunno dei grappoli di Nebbiolo maturi e turgidi nei vigneti, nell’inverno delle vigne spoglie e in riposo e nella primavera dove la vita tra i filari riparte e fa capire quale sarà il suo destino, tradursi in uva e vino, è come se fosse la prima volta.
E come se in questa cornice unica rinnovassi la mia promessa d’amore, il mio impegno (la mia volontà, il mio fuoco) di amare questo angolo di mondo per sempre.

tra Barolo e Novello prima di una grandinata

E’ bellissima l’Italia del vino e sono tanti altri, dalla Valle d’Aosta alla Valtellina, dalla magnifica, solare e vitale Puglia che é profondamente nel mio cuore, a scorci di Toscana, dall’area di Cirò alla Liguria delle Cinque Terre e del Rossese di Dolceacqua, i posti che mi porto dentro, che mi trasmettono messaggi speciali e quella magia misteriosa che è il genius loci.
Ma quando sono in Langa, ma sì, diciamolo, anche nel Roero, e giro tra quelle colline consacrate alla vite, percorrendo strade che la mia auto conosce praticamente a memoria, con una sorta di “pilota automatico”, e incontro quel popolo del vino, sento quelle voci, stringo quelle mani callose, abbraccio qualche amico particolarmente caro, capisco di essere a casa mia, che non ci potrebbe essere altro posto, al mondo, dove potrei scegliere, quando verrà il momento, di trascorrere i miei ultimi giorni e dove chiudere gli occhi per sempre.
Ed è proprio in questi posti che mi è chiarissimo che non potrei ormai fare altro, nella vita, che questo strano mestiere che mi sono scelto, raccontando questi vini, la loro malia, la loro inesauribile energia, il loro “testimoniare” la terra, il loro essere terra fatta vino, in questo modo non tecnico, appassionato, da cuore in mano, che è il mio.
E’ per quello, credo, che ogni ritorno, anche se velato di malinconia, mi è lieve, con il carico di immagini, di profumi, di sfumature, di chiaroscuri, di colore, ma soprattutto aromatici, che porto nel cuore.
Perché so che di quei panorami, di quegli scorci, con quelle vigne che scandiscono il ritmo ed il respiro di queste colline, non potrò mai fare a meno. E che a loro, perché parte del mio essere, dovrò, presto o tardi tornare. Per poi ritornare e ritornare ancora fino alla fine…

lo scenario maestoso del vigneto Santo Stefano a Neive

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7 aprile 2010

Protesta al Vinitaly: un (doveroso) passo indietro, ma per portare a casa il risultato

Dalla protesta alla proposta
Parola d’onore, quando la sera di Pasqua pubblicavo questo post, invitando ad unirmi a me in una clamorosa protesta da inscenare al Vinitaly, per fare sentire alta la nostra voce di appassionati di vino e consumatori contro la tirannia di un sistema di controlli, il cosiddetto alcol test, che non offre alcuna garanzia scientifica di sicurezza, da Don Chisciotte quale sono ero convinto che quanto proponevo si potesse realizzare.
Credetemi, non prendevo in giro nessuno, non cercavo di attirare ulteriori attenzioni su questo blog speculando su un problema vero, non promettevo qualcosa che sapevo non avrei potuto mantenere.
Ero semplicemente (e forse ingenuamente) persuaso che una simile rumorosa, civile, democratica forma di protesta, da attuare in occasione di quella che è la grande vetrina del vino italiano, si potesse mettere tranquillamente in atto senza infrangere leggi, regolamenti, permessi.
Senza ritrovarci, paradossalmente, dalla parte del torto. Senza passare per quelli, cosa che assolutamente non siamo e non vogliamo essere, che chiedono licenza di bere a volontà e magari ubriacarsi, con il pretesto della fiera del vino, del fatto che siamo degustatori, giornalisti, produttori, sommeliers, gente, insomma, del mondo del vino.
Volevo, volevano le tante persone che si sono unite a me nel manifestare la loro disponibilità a partecipare a questa protesta, molto più semplicemente chiedere sicurezza e garanzie, una doverosa distinzione tra consumo moderato e consapevole di vino, fatto mangiando, a tavola, e abuso, generalmente a base di superalcolici magari mischiati a stupefacenti.
E volevamo segnalare l’ipocrisia di una “zona franca” riservata alle migliaia di visitatori del Vinitaly, che prevedibilmente non saranno sottoposti a controlli, mentre il normale cittadino che altrove va al ristorante, o che oppure a casa pranza bevendo un paio di bicchieri di vino, rischia di vedersi ritirare la patente, e di essere additato come un “alcolizzato” dopo un controllo.
Non avevo, non avevamo, fatto i conti con la burocrazia, con quell’insieme di norme che regolano le manifestazioni sul suolo pubblico, come è l’area antistante il quartiere fieristico, oppure in uno spazio privato come è l’area che accoglie la rassegna veronese.
Mettendo in pratica quello che, entusiasticamente, avevo promesso, radunando, senza aver chiesto un preventivo permesso, centinaia di persone, inscenando una protesta non individuale, bensì collettiva e preventivamente organizzata, rischiavamo, così mi è stato detto, di infrangere le leggi, di passare dalla parte del torto.
Anche se abbiamo assolutamente ragione nel voler protestare, a Verona, in occasione del Vinitaly, contro un sistema di controlli che, basta rileggere l’intervento di Luigi Bortolotti – qui – oppure la vasta documentazione presentata da Enzo Zappalà, qui – manicheo, assolutamente non garantista, privo di scientificità, contestabilissimo.

C’era poi il fondato rischio, non avendo potuto, per assoluta mancanza di tempo, chiarire bene tutti gli aspetti e la portata della nostra protesta, che è contro, ma soprattutto a favore di un sistema certo di garanzie che tuteli chi non ha compiuto alcun reato e sanzioni invece, con giusta durezza, chi infrange la legge, chi si mette alla guida senza averne le condizioni, l’incosciente che ha bevuto troppo e costituisce un pericolo per sé e per il prossimo, che la nostra iniziativa venisse erroneamente letta come una richiesta di poter bere a dismisura senza essere controllati.
Come la pretesa, proprio perché addetti ai lavori coinvolti in diversa misura nel mondo del vino, di essere immuni da controlli, e in altre parole intoccabili.
Nessuna richiesta di immunità ad personam invece, nessuna volontà, da parte nostra, di chiedere che i controlli non vengano fatti, che la sicurezza delle strade non venga tutelata, con severità, ma anche e soprattutto con giustizia.
Alla luce di questa consapevolezza, maturata lunedì e ieri, dopo essermi consultato con gli amici che hanno sostenuto, rilanciando sui loro blog e siti la mia idea, (mi dicono che questa mattina ne abbia parlato anche Platinette a Radio Deejay…) mi trovo costretto a comunicare di aver sospeso, per il momento, l’idea della protesta.
Questo anche se qualcosa a Verona domani mattina sicuramente faremo, qualcosa di molto più semplice, estemporaneo e meno impegnativo. Magari di scherzoso, vero Andrea?
Questo passo indietro non va però letto come una rinuncia, o come un rimangiarmi il mio impegno, ma come un fermarsi, ragionare e prendere la rincorsa per poi, in una prossima occasione, spiccare un balzo in avanti più deciso per cercare di cogliere l’obiettivo e portare a casa il risultato desiderato.
Per fare questo, d’accordo con Carlo Macchi, Luciano Pignataro, Andrea Dal Cero, Luigi Bortolotti, Roberto Giuliani, ho pensato sia necessario creare un piccolo gruppo di studio e di lavoro, aperto al contributo di tutte le persone di buona volontà (anche Enzo Zappalà, se gli farà piacere) che studi bene in tutte le sue angolazioni il problema, per arrivare a formulare un documento semplice, chiaro, condiviso e condivisibile, da sottoporre all’attenzione di tutti – mondo del vino, associazioni di categoria (Francesco Bonfio: posso contare sulla tua disponibilità come presidente di Vinarius?), se necessario anche i politici, per trovare le necessarie aggregazioni per “risolvere il problema” e formulare una soluzione concreta, valida, praticabile.
Credetemi, mi costa molto, istintivo e diretto come sono, passare da una soluzione viscerale e appassionata, molto donchisciottesca e da “giamburrasca” un po’ stagionato, come poteva essere la protesta annunciata, ad un approccio, molto più meditato e razionale, del problema. Ma è proprio per una forma di responsabilità verso i tanti che hanno appoggiato l’idea di farci sentire e per un doveroso rispetto del problema in campo, che è serio e necessita di valutazioni e soluzioni ben ponderate, che ho deciso di fermarmi.
Ma non è un dietro front, una ritirata, una rinuncia, o peggio ancora una “badogliata”, ve lo assicuro e ve ne accorgerete presto…

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11 febbraio 2010

Sulla questione Mc Italy sono totalmente d’accordo con Slow Food. Anzi, quasi quasi…

Ho fatto una “scoperta” e quasi preso una decisione, dopo aver assistito allo speciale di Omnibus, annunciato qui ieri, dedicato al “caso McItaly”, il presunto panino made in Italy di Mc Donald’s, trasmesso questa mattina su La 7.
Ho capito che su questo tema sono assolutamente più vicino ed in sintonia, quasi totale, con il presidente di Slow Food Roberto Burdese, che è intervenuto in maniera impeccabile definendo “una brutta storia” il marchio del Ministero delle Politiche Agricole a questa operazione (che sarebbe semmai stata più materia da Ministero delle Attività Produttive, l’ex Ministero dell’Industria, visto che sono industria e industriali ad essere coinvolti) che con gli altri intervenuti.
Lontano anni luce dall’A.D. di Mc Donald’s Italia Masi, con la sua faccia governativa ed il coraggio di parlare di “filiera rintracciabile” delle materie prime utilizzate dalla multinazionale.
Lontanissimo dalle idee (che quali fossero non si è capito bene) del segretario generale della Fondazione Qualivita Mauro Rosati, che ha sostenuto che “la realtà produttiva italiana ha bisogno di simili iniziative” e ha solidarizzato con Zaia parlando di “archeologia alimentare” e di inutili barricate a proposito delle obiezioni di Slow Food, che ideologiche e polverose non mi sembrano affatto, bensì animate da solide questioni di principio.
E allora, non sorpreso più di tanto che da parte di una Fondazione nel cui comitato scientifico si trovano, leggete qui, due “scienziati” del calibro di Lamberto Sposini e Carlo Cambi, e tra i cui soci figurano la politica senese e toscana, Consorzi vari (anche quelli del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano), nonché il Ministero delle Politiche Agricole, si arrivi a difendere e quasi “benedire” l’operazione Mcitaly, sapete cosa mi viene una gran voglia di fare?
Di iscrivermi anch’io, cosa che non avrei mai pensato potesse accadere, a Slow Food e di farmi chiamare da Zaia, dai rappresentanti della sinistra pragmatica e realista, la Pragmatic Left, Don Chisciotte, colpevole di “abbaiare alla luna, sempre più lontani dai reali problemi e chiusi nella loro sterile ortodossia mentale, che danneggia ogni tipo di sviluppo e ostacola una visione chiara della realtà”.
Se questo è il loro “realismo”, meglio fantasticare, meglio essere irreali, meglio credere ad un’idea, romantica, dell’agroalimentare italiano, dove non ci siano ministri che facciano propaganda, inconsapevole ovviamente, ad una multinazionale del fast food…

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8 febbraio 2010

E’ morta Anna Bologna. Ora è con Giacomo nel paradiso dei grandi del vino…

Ben consapevole della loro assoluta inadeguatezza voglio spendere anch’io due parole, anche se con clamoroso ritardo, a commento della tristissima notizia della morte di Anna Bologna (nella foto in compagnia dei figli e di un vecchio amico di famiglia, Gianni Rivera), avvenuta sabato a Rocchetta Tanaro.
Una notizia, che quando mi è stata comunicata dal caro amico Romano Dogliotti, sabato pomeriggio, mentre mi trovavo a Barolo con Jeremy Parzen e sua moglie Tracie, mi ha profondamente addolorato e fatto tornare con la memoria a tanti anni indietro, ai primi passi di questa ormai lunga attività di cronista del vino.
Anna Martinengo Bologna era la moglie di Giacomo Bologna, un nome che non ha bisogno di presentazioni, anche se sono trascorsi già dieci anni dalla sua scomparsa – il tempo, crudele, vola via veloce.., e che rappresenta uno dei personaggi chiave del rinascimento del vino italiano ed una figura chiave nella storia del vino piemontese negli ultimi trent’anni.
Giacomo il grande apostolo della rinascita della Barbera, l’inventore, con vini entrati nella “leggenda” come la Monella ed il Bricco dell’Uccellone, di una nuova fase, direi meglio di una nuova storia dell’apprezzamento di un vino, la Barbera, sinora considerato come un prodotto, popolare, disponibile in abbondanza, senza pretese.
Ricordo come fosse ora il primo incontro con Giacomo e con Anna, era il 1984, quando cominciavo a muovere i primi passi, collaboratore della Gazzetta di Parma, in questo mondo che poi sarebbe diventato un po’ anche il mio.
Un’intervista a Giacomo, una prima visita a casa ed in cantina e subito un’immediata simpatia, una lunga consuetudine interrotta solo dalla prematura scomparsa di Giacomo.
Si dice sempre che accanto ad un grande uomo è sempre presente una grande donna, e al fianco di Giacomo, generoso, debordante, entusiasta, pieno di energie e di umanità spese non solo per i suoi vini e la sua azienda, ma per il vino, Anna è sempre stata l’elemento di equilibrio, il punto di riferimento e di equilibrio, impegnata a sorreggere Giacomo, a bilanciare i suoi slanci, ad aiutarlo in azienda, e a far crescere i figli, Raffaella e Giuseppe, che dopo la morte del padre, e sempre con la presenza al loro fianco della mamma, hanno proseguito il discorso aziendale ed il lavoro, eminentemente sulla Barbera, condotto con istinto quasi visionario e volontà da pioniere, da Giacomo.
Sapere che oggi, dopo una lunga malattia di cui non avevo notizia, mancando da anni da quella cantina di Rocchetta Tanaro alla quale mi legano grati e personali ricordi e la malinconia degli anni passati e del tempo che vola, Anna Bologna se n’è andata, mi riempie di tristezza.
Ma regala, a me che non ho il conforto della fede, un sorriso, illudendomi che abbia lasciato Raffaella e Giuseppe, ormai grandi e genitori a loro volta, per andare a riabbracciare il suo Giacomo nel paradiso dei grandi del vino, delle persone che hanno speso un’intera vita per quel prodotto, il vino, che tante emozioni ci regala.
Pensare nuovamente uniti Anna e Giacomo, come lo sono stati in vita, è un’illusione che mi dà calore e che spero ne dia altrettanto ai loro figli, che devono essere orgogliosi di avere avuto due genitori tanto speciali, il cui ricordo rimarrà sempre scolpito nel cuore di chi abbia avuto la fortuna di conoscerli.
Che la terra ti sia leggera Anna, riposa in pace…

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