Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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10 Maggio 2008

Serralunga, Monforte, Castiglione Falletto, Barolo: dove c’è il grande terroir ci sono i grandi vini

Riflessione di questa mattina. Com’è che è bastato assaggiare solo dieci campioni di Monforte d’Alba per vedere balzare all’occhio l’evidenza solare che dove c’è il terroir ci sono e non possono non esserci anche i vini veri, i vini di qualità e soprattutto personalità e carattere?
E poi com’è che proseguendo nella degustazione, addentrandoci attraverso i trenta campioni di Barolo di Monforte d’Alba e soprattutto la trentina di Serralunga d’Alba (in piedi signori, questa è la patria, la heimat, la homeland del Barolo!) quella fatica che ti prendeva ieri mattina percorrendo i tornanti stretti, angusti, tutti in salita e con poche pause di respiro, dell’assaggio dei vini di La Morra (leggi), diventava improvvisamente (com’era già accaduto, ma in misura minore, con i Barolo di Barolo, di Castiglione Falletto, di Verduno, che hanno presentato cose ottime accanto ad altre un po’ meno esaltanti) goduria organolettica, libido barolesca, rilassante ed esaltante passeggiata rimirando dall’alto le alte vette, l’atmosfera fine ed inebriante del vero Nebbiolo, e occasione di grandi, autentiche emozioni?
Domanda da cento milioni di euro? Ma niente affatto? Domanda elementare e risposta ovvia, basta avere i grandi terroir, le zone d’elezione (l’area di produzione del Barolo, dati fine 2007, ha ormai superato i 1800 ettari e non tutti hanno la stessa vocazione e possibilità di grandezza) e in un’annata classica come il 2004 è naturale, ovvio, elementare Watson!, che arrivino i grandi vini. Questo a patto che il produttore usi la testa, il buon senso, ragione, cuore ed umiltà, e scelga di lavorare con spirito di servizio, lasciando che uniche protagoniste siano la terra ed il Nebbiolo, senza intervenire troppo di suo, lasciando che gli strumenti di cantina restino strumenti e basta, che i legni siano solo contenitori e non ingombranti, fastidiosi, redolenti primedonne imbellettate.
Con Monforte d’Alba, questa mattina, ovvero tannini solidi, salda materia, varietà d’espressione, bella paletta aromatica, siamo tornati ad una realtà virtuosa e non paradossale o caricaturale, con vini caldi in alcuni casi, più o meno ben riusciti, ma consistenti, reali, espressivi, rappresentativi di una denominazione, di un vitigno, di una zona. Molti i vini interessanti di cui seguire l’evoluzione, con salda struttura, possibilità di tenuta nel tempo.
Voglio citare il Gramolere dei fratelli Alessandria, il Bussia di Giacomo Fenocchio, il Campo dei Buoi ed il Coste di Bussia di Costa di Bussia Tenuta Arnulfo, il Vigne dei Fantini ed il Bussia di Silvano Bolmida, il Bussia Munie di Franco Conterno Cascina Sciulun, il Castelletto di Mauro Veglio, il Barolo base di Monti, i due vini di Josetta Saffirio.
Poi abbiamo preso idealmente “l’ascensore” e siamo entrati nell’empireo barolesco, nel regno della complessità, della classe, della solidità vera senza improvvisazioni e finzioni vini solidi, integri, profondi, espressivi di carattere ampio, grande sostanza, imponente struttura tannica, ma un tannino profondo spesso vellutato, carnoso, terroso, mai aggressivo, mai fuori posto o fastidioso, ben fuso con il frutto, spesso con note minerali, una trionfante liquirizia, venature di sottobosco, una leggera speziatura.
Una delle più belle e coerenti serie di Barolo degustati che io ricordi, a perfetta conferma di una degustazione di una quarantina di vini già fatta in marzo a Serralunga e destinata ad un articolo di prossima uscita su Bibenda, (dopo un articolo, cui tengo molto e che ritengo significativo apparso sull’ultimo numero di The World of Fine Wine – sito ), tasting che aveva mostrato, come ha ribadito oggi, la totale sintonia di Serralunga con questa classica annata 2004, la capacità di esprimere vini già gustosi adesso, imponenti, immensi, infiniti al gusto, ampi, strutturati, pieni di sapore, di sfumature aromatiche e gustative, di chiaroscuri e mezzetinte, ma che avranno sicuramente un futuro esaltante quando daremo loro il tempo di svilupparsi e diventare ancora più grandi lasciandoli riposare, quietare il furore e la densità delle loro strutture tanniche, in cantina.
Pensando a tanti vini di La Morra assaggiati, con grande sofferenza, ieri, sembrava di essere totalmente non in un altro universo, respirando altra aria e atmosfere molto più rarefatte, ma proprio in un’altra denominazione (Barolo gli uni e gli altri, ma quanta abissale lontananza e quale siderale differenza di visioni, filosofie e stili!), in una, Serralunga, a dominare la terra, con tutte le sue variopinte espressioni aromatiche, e nell’altra la mano dell’uomo, proteso inutilmente ad intervenire su una materia che solo raramente riesce ad essere grande e su terroir che, con poche eccezioni, sono sicuramente inferiori.
Tantissimi i vini che mi hanno convinto e spesso emozionato. Voglio citare, in attesa di pubblicare le note di degustazione di un ampio numero di campioni (e mai tale parola è spesa bene come in questo caso) il Vigna Brolio di Palladino, il Serralunga ed il Meriame di Paolo Manzone, il Vigna Santa Caterina ed il Lazzairasco di Guido Porro, l’Arione di Gigi Rosso, il Cà Mia di Brovia, il Baudana di Luigi Baudana, il Cerretta di Ettore Germano, il Vigna Cucco ed il Cerrati di Cascina Cucco, il Vigna Margheria di Luigi Pira, il La Rosa di Fontanafredda, il Sorano di Giacomo Ascheri, e poi il Badarina di Bruna Grimaldi, il Serralunga di Giovanni Rosso e di Palladino, il Margheria di Massolino, il San Rocco Eredi Virginia Ferrero, il Soriano Coste Bricco di Ascheri.
Solo l’imbarazzo della scelta (e si tenga conto che alla degustazione mancavano i vini di pezzi da novanta come Giacomo Conterno, Bruno Giacosa, Schiavenza, Cappellano, per citare solo i primi che mi vengono in mente), ed un livello medio assolutamente esaltante. Queste le prime riflessioni. La settimana prossima, una volta tornato a casa, altre analisi più meditate e l’elenco completo dei Barolo, e sono tanti (non ho ancora indicato quelli di Barolo, Castiglione Falletto e Verduno, ad esempio), del mio privilegio, della felicità di trovarmi di fronte ad un’annata di quelle grandi che Bacco e Dio hanno mandato in terra di Langa…

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30 Aprile 2008

Coldplay: free download del nuovo singolo e Viva la Vida!

Ehi amici che amate la bella musica, la musica di quella che io ritengo, a mio personalissimo giudizio, la migliore band attiva sulla piazza, i Coldplay (video), avete provveduto a scaricare liberamente – e ovviamente ad ascoltare più volte – il singolo, intitolato Violet Hill, tratto dal nuovo album, Viva La Vida Or Death And All His Friends, in uscita da noi per il 13 giugno?
Potete farlo, lasciando il vostro indirizzo e-mail, dal sito ufficiale dei Coldplay (qui) oppure ricavando tutte le notizie utili dal sito italiano che si occupa di raccontare vita morte e miracoli del gruppo (qui).
Una cosa è certa, il 16 giugno, in occasione del concerto di presentazione del disco, che si terrà a Londra, io cercherò di esserci. Ho già attivato le mie quinte colonne inglesi per fare in modo di non mancare, quella sera, alla Brixton Academy!

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27 Aprile 2008

Montalcino: I had a dream

… fra dormire e sognare c’é qualcosa di meglio, svegliarsi… Antonio Machado

Ho preso così a cuore questa vicenda dei Brunello di Montalcino “non conformi” al disciplinare di produzione, ho scritto così tanti post e altri penso ne dovrò ancora scrivere in futuro, che mi è persino capitato di trovarmi a sognare di Montalcino e del suo Brunello. Ecco il racconto del mio sogno.
Era un’altra Montalcino, una Montalcino diversa, non nella geografia, che era perfettamente rispettata, con i suoi luoghi canonici, la Fortezza, Sant’Antimo, il borgo storico, il viale di cipressi che porta alla tenuta del Greppo, il caffè wine bar alle Logge di Piazza, l’Hotel ristorante Il Giglio, ed i suoi personaggi, ricordo distintamente Giulio Salvioni, l’ex presidente del Consorzio Sarrino Fanti, Piero Palmucci, Gianni Brunelli, Stefano Cinelli Colombini, ma nello spirito e nei discorsi.
Ricordo che nel sogno, a furia di vedere additare Gianfranco Soldera al pubblico ludibrio, “colpevole” di aver inviato alla Procura di Siena l’esposto che avrebbe sollevato il caso e fatto esplodere il polverone, accadeva l’imprevedibile, ovvero che la Procura di Siena ed i magistrati, cui erano naturalmente arrivate le insistenti voci della presunta “colpevolezza” del reprobo Soldera, abilmente messe in giro da chi voleva distogliere l’attenzione sulle proprie responsabilità, decidessero di convocare Soldera.
Semplicemente come persona “informata dei fatti”, che magari aveva qualcosa da dire e da raccontare ai magistrati, magari sotto forma di una ricca documentazione, su ricerche e studi compiuti da lui e da suoi collaboratori, scienziati di chiara fama e assoluta affidabilità e rigore, su Montalcino ed i suoi vini.
Strano davvero e molto lontano dalla realtà questo sogno…
Accadeva difatti che invece di giustificare e assolvere, a priori, chi per decisione della magistratura e non di qualche giornalista era finito sotto inchiesta, il mondo del vino di Montalcino, dal Consorzio ai singoli produttori, reagisse con grande dignità e orgoglio, chiedendo non di appianare tutto, di chiudere al più presto la vicenda, di “dimenticare”, ma di stabilire le effettive responsabilità, di compiere una distinzione netta tra una maggioranza di persone rispettose delle leggi, del buon senso, dei consumatori e una minoranza di furbetti.
Nel sogno le aziende sotto inchiesta pensavano bene, era proprio un sogno, di auto-sospendersi cautelativamente, a difesa del proprio nome e di quei patrimoni comuni che sono la denominazione Brunello di Montalcino ed il suo Consorzio, in attesa che la giustizia facesse il proprio corso.
Oppure, altra scena, che non ricordo perfettamente, vedeva, non so bene se fosse il presidente del Consorzio, o se fosse invece un nutrito drappello di produttori ad aver firmato un appello, e a renderlo pubblico alla stampa, chiedere pubblicamente loro di farsi da parte, proponendo la sospensione cautelativa delle aziende incaricate, le dimissioni dei membri del Consiglio di amministrazione del Consorzio eletti in rappresentanza delle aziende sotto inchiesta e addirittura un azzeramento della situazione in atto, sotto forma di un commissariamento del Consorzio e la nomina di un comitato di garanzia, formato da probiviri di indiscutibile autorità morale e indipendenza, incaricato di reggere le sorti del Consorzio sino all’assemblea per l’approvazione del bilancio e sino a che tutte le responsabilità non fossero state chiarite.
In questo sogno erano i produttori di Montalcino, piccoli e grandi, fieri del loro operato, preoccupati che il buon nome del Brunello, la sua credibilità, il suo prestigio, venissero tutelati, a prendere in mano la situazione, sotto forma di un comitato che pubblicamente, con tanto di firme raccolte, con i nomi delle aziende e dei proprietari in bella evidenza, facesse quello che il Consorzio non sta facendo o forse non può fare, comunicare ai consumatori, ai clienti, ai mercati, agli importatori, parlare, spiegare, fare chiarezza, essere trasparente, rassicurare.
Ribadire che quello del Sangiovese 100% di Montalcino per il Brunello resta un paradigma indiscutibile, che non v’è alcuna seria motivazione tecnica, enologica, viticola, commerciale, d’immagine per modificare il disciplinare di produzione, per aprire al contributo di altre uve e modificare, sostanzialmente, l’identità di un vino che il mondo vuole continui ad essere diverso dagli altri e non omologato o essere ridotto ad imitazione di un qualsiasi Super Tuscan.
In questo sogno i produttori di buona volontà, che sono tanti, la netta maggioranza, decidevano di prendere in mano il proprio destino - ricordo nitidamente una pagina del Corriere della Sera e una del New York Times da loro commissionata, una pagina dove spiegavano la loro posizione e soprattutto le loro intenzioni, una conferenza stampa convocata a Montalcino e una a Roma, una direttiva chiara sulla strada da seguire data all’agenzia incaricata di curare la comunicazione – e proponevano, a tutela del loro lavoro, alcune cose molto precise.
Innanzitutto una rifondazione (oddio una parola non molto di moda in questo momento a Montalcino ed in Toscana…) del sistema delle Commissioni di degustazione della Camera di Commercio di Siena incaricate di dare il nulla osta e l’idoneità ai vini che vogliono avvalersi della fascetta e proporsi sul mercato come Brunello di Montalcino Docg, perché possano operare con ancora maggiore rigore e professionalità, promuovendo solo i vini veri e fermando quelli non solo discutibili tecnicamente, ma quelli palesemente in contraddizione con il disposto del disciplinare di produzione.
Nel sogno, ancora, i produttori ed il Consorzio del Brunello, uniti e concordi, decidevano, a larga maggioranza, di sottoporre non solo i loro Brunello dell’annata 2003 che è attualmente in commercio e che in alcuni casi è finito sotto inchiesta, ma anche i vini delle annate che riposano in cantina e che verranno commercializzate in futuro, il 2004, il 2005, il 2006 ed il 2007 figlio dell’ultima vendemmia, e qualche vino, a campione, delle annate precedenti, 2002, 2001, 2000, a rigorosi controlli analitici.
Questo ad opera di un team di Università ed Istituti di ricerca, l’Università di Milano, l’Istituto di San Michele all’Adige, l’Università Cattolica di Piacenza, l’Università di Davis in California, qualche Istituto di ricerca in Germania, team che effettuate meticolose analisi, con le modalità ed i sistemi evidenziati recentemente da studiosi come il professor Mario Fregoni (leggi) ed il professor Attilio Scienza (leggi), analisi degli antociani o analisi degli isotopi dell’acqua, renderebbero i produttori ed il Consorzio in grado di garantire ai consumatori che quei Brunello sono effettivamente Brunello di Montalcino Sangiovese di Montalcino in purezza e non dei vini dove, per errore o per calcolo, per un insieme di disattenzioni in vigna ed in cantina, il Sangiovese si fosse mischiato ad altre uve che nel Brunello, in ogni Brunello di questo nome, non dovrebbero entrarci nemmeno lontanamente.
Era davvero un sogno vedere i produttori ed il Consorzio uniti, orgogliosamente determinati, attivi, partecipi, protagonisti della situazione venutasi a creare, intenzionati a voltare pagina e non silenziosi spettatori, impauriti ed incapaci di afferrare il toro per le corna e di trarre il positivo da una vicenda che sembrerebbe esclusivamente negativa, era un sogno sentirli parlare, scrivere, prendere posizione, distinguere il grano dal loglio.
Il mondo, fatto di consumatori innamorati del Brunello ma un po’ delusi per l’accaduto, disorientati e quasi traditi nel loro affetto, bisognosi di verità, sincerità, onestà, reagiva benissimo a questo atteggiamento, capiva che questa dichiarata volontà di trasparenza, questo scegliere volontariamente di sottoporsi ai controlli analitici i più meticolosi possibili, questo pagare di tasca propria, magari chiedendo aiuto a qualche benefattore e mecenate, a qualche ricco Brunello fan americano o russo, pronto a finanziare un’operazione di glasnost in difesa del vero Brunello, testimoniava a favore di un’assoluta buona volontà, di una determinazione ferma a non lasciare più spazio ad equivoci, coni d’ombra, zone grigie, silenzi che poi diventano, magari involontariamente, connivenze e coperture. Reagiva, il mondo dei wine enthusiast e aficionados, decidendo di premiare la stragrande maggioranza dei produttori seri, rinnovando, mediante gli ordini degli importatori, dei ristoranti, delle enoteche, gli acquisti dei semplici appassionati, le visite in cantina, la prosecuzione senza soluzione di continuità, di quell’allegro, variopinto, un po’ caciarone flusso di enoturisti che accorrono ogni anno a Montalcino spinti dal mito e dalla leggenda del Brunello e che costituiscono una parte considerevole di quell’economia di Montalcino che si fonda sul vino.
Nel sogno le presentazioni e degustazioni di Brunello (e dell’altro grande vino di Montalcino, il Rosso), organizzate da un rinnovato e attivo Consorzio in giro per l’Italia e nelle più importanti città del mondo, Londra, New York, San Francisco, Monaco di Baviera, Berlino, Bruxelles, Parigi (mais oui, perché anche les français assistano a questo ritrovato spirito del Brunello), Madrid, Mosca, presentazioni rese possibili anche con il contributo, organizzativo ed economico, dell’Ice, di un Ministero delle Risorse Agricole pronto a fare seriamente la sua parte, della stampa indipendente italiana ed estera, venivano letteralmente prese d’assalto.
Affollate festosamente da un pubblico di eno-appassionati desiderosi di capire, conquistati da tanto entusiasmo e volontà di spiegare, da un desiderio evidente di aprirsi, di essere casa di vetro in un mondo del vino sempre più globalizzato, che animava, nel sogno, i produttori di Montalcino.
In questo sogno nessuno, peraltro, si sognava di demonizzare, di umiliare sulla pubblica piazza, fosse pure quella del piccolo mondo di Montalcino, chi ha sbagliato. Una volta accertate, da parte della Giustizia italiana, le eventuali responsabilità, svolti i processi, decise le sanzioni, a chi non avesse rispettato le leggi e avesse fatto del Brunello personale uso e abuso per i propri interessi di bottega, veniva dato il tempo, dopo un periodo di esemplare espulsione dal Consorzio in cui non è consentito di commercializzare Brunello e Rosso di Montalcino, di rientrare nel regolare alveo produttivo, di riprendere a produrre e commercializzare Brunello e Rosso di Montalcino secondo le regole canoniche, che vedono il Sangiovese ed i terroir di Montalcino unici protagonisti del vino, di affrontare nuovamente, dopo un periodo, breve, di decantazione (uno-due anni) il responso dei mercati e dei consumatori.
Nulla di drammatico, solo il rispetto delle regole finalmente, e di quella elementare norma di buonsenso che, anche se siamo in Italia, prevede che chi ha sbagliato paghi e che le responsabilità dei singoli non abbiano a ricadere su una comunità di soggetti che le leggi vigenti hanno rispettato.
Era un sogno, solo un mio sogno, I had a dream, cari amici produttori di Montalcino, ma vogliamo fare in modo, con uno spirito un po’ visionario se volete, utopico e romantico, che questo sogno diventi realtà?
Perché non fare vostre le parole di Martin Luther King (leggi) ed esclamare, tutti insieme, I have a dream for Montalcino, sogno un Brunello pulito, trasparente, senza inganni, che tuteli il lavoro delle donne e degli uomini di buona volontà che ne sono protagonisti, il buon nome e la credibilità di un vino, il patrimonio collettivo di una denominazione, la possibilità di quel vino speciale, unico, inimitabile, di essere ancora, ma su basi più solide, un mito e una leggenda?
Potete farlo amici del vino di Montalcino, basta volerlo…

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31 Marzo 2008

Brindisi a Rosso di Montalcino in Langa per difendere l’onore del Brunello

Solo un imbecille, un disonesto o un cretino (agli interessati la scelta) possono pensare, o addirittura affermare che io abbia in qualche modo gioito per le tristissime notizie in arrivo da Montalcino che per completezza e correttezza dell’informazione, perché il senso di responsabilità è una cosa, l’omertà ed i ragionamenti di comodo ben altro, ho dovuto pubblicare dando il mio contributo ad innescare quella che ormai la stampa ha definito Brunellopoli.
Ho sofferto per quanto trapelava grazie alle indagini condotte dapprima dal Consorzio e poi dalla Guardia di Finanza, dai Nas e non ho fatto nomi limitandomi a riferire dell’inchiesta in corso, e l’unica parvenza di soddisfazione l’ho avuta solo prendendo atto che, finalmente!, qualcuno si era deciso a guardare, con attenzione, dentro al bicchiere. In altre parole a capire, riscontri precisi alla mano, in vigna ed in cantina, se quello che alcuni di noi denunciavano da anni, senza che nessuno ci avesse smentiti o querelati, basandoci sulla nostra esperienza di assaggio dei vini, ovvero che il Brunello venisse tirato per la giacchetta e interpretato liberamente da alcuni che se ne “strafregavano” non solo del dettato del disciplinare di produzione, ma della decenza e della dignità, ovvero riveduto, corretto e taroccato con il contributo di altre uve che non fossero il solo Sangiovese.
Quello che accadeva e si perpetuava, con totale impudicizia e sfrontatezza, da diversi anni, direi a partire dall’annata 1997, e che, ironia della sorte, vedeva i vini più stravaganti e incredibili portati in palmo di mano da larga parte della stampa, era talmente vergognoso da costituire una vera e propria offesa al lavoro serio e coscienzioso, rispettoso delle leggi e dell’identità del Brunello, della stragrande maggioranza dei produttori di Montalcino, da gridare letteralmente vendetta al cospetto di Bacco.
Finalmente qualcosa si è mosso e pur essendo dispiaciuto per le aziende che si sono trovate coinvolte in questa sporca vicenda (che sono semplicemente finite sotto inchiesta e non sono state condannate e quindi sono ancora, da un punto di vista giuridico, totalmente innocenti), non posso che essere soddisfatto per il fatto che finalmente a Montalcino qualcosa si sia mosso e si cerchi di porre fine ad uno scandalo che era, le bottiglie, i bicchieri parlavano chiaramente a volerli ascoltare, sotto gli occhi di tutti e che solo i pavidi, i conformisti, gli ottusi o i collusi non potevano vedere.
Non godo pertanto per i guai di cui soffre in questo momento un comparto, quello di Montalcino, la cui economia è in larga parte basata sul Brunello, sul turismo del vino, sul mito del grande vino Docg base Sangiovese di Montalcino. Mi viene solo da chiedermi se tanto garantismo ipercilioso si sarebbe ugualmente scatenato se a trovarsi nel mirino degli inquirenti non fossero state le tre grandi e celeberrime e potenti aziende che sono finite sulle pagine di tutti i giornali, ma tre aziende piccoline, sconosciute, non mediaticamente influenti, che non hanno mezzi per fare pubblicità sulle riviste specializzate e sui newspaper, o se invece, in quel caso, i tre “reprobi”, ovviamente teorici, perché si tratta solo di indagini e non di condanne, sarebbero stati dimenticati da tutti. Anche da quegli stessi, pompieri, giustificazionisti, appassionati ridimensionatori dell’accaduto, che tanto si danno da fare oggi per cercare di convincere che non è successo nulla e chi ha scritto le cose che ha scritto (ma oggi gli incendiari sono ormai molti e non sono solo i soliti incoscienti wine blogger, ma fior di quotidiani) è solo un pazzo, visionario, irresponsabile, che ha oggettivamente danneggiato l’immagine del vino italiano e di Montalcino. Per di più alla vigilia del rito del Vinitaly.
E che magari agisce al soldo di chissà quali oscure forze della reazione, o della concorrenza, che potrebbero avere le sembianze dei produttori piemontesi oppure, perché no, dell’Australia, del Cile, della California.
Prima che qualche sprovveduto e cretino arrivi a dire che Ziliani ha agito, sputando nel piatto dove mangia (come giornalista che vive del proprio lavoro di cronista del vino mi è stato detto che avrei dovuto capire, avere senso di responsabilità, dimenticare, insomma che avrei dovuto tenere un comportamento omertoso o indulgere al gioco, tanto diffuso, delle tre scimmiette), per conto dei barolisti, voglio raccontare quello che con un moto d’animo sincero e sempre con quello spirito di aperta difesa del lavoro dei produttori seri di Montalcino (la maggioranza, come ho sempre sostenuto, parlando di una quota minoritaria di furbetti e di mele marce), ho fatto sabato sera.
Come ho già raccontato (qui) mi trovavo in Piemonte per una due giorni, dapprima a Torino e poi in Langa, dedicata a due presentazioni del bel libro di Camilla Baresani e Allan Bay La cena delle meraviglie (Feltrinelli editore) e sabato sera, dopo aver presentato il libro a Castiglione Falletto davanti ad un vero e proprio parterre de roi di ottimo produttori di Barolo (di quel villaggio, ma anche di La Morra, Barolo, Serralunga d’Alba), siamo finiti a cena in quell’ottimo ristorante che per me (e tanti altri che lo affollano regolarmente e ci ritornano) è Felicin a Monforte d’Alba.
A tavola avremmo naturalmente bevuto Barolo, (per la cronaca gli ottimi 2003 Bricco Boschis di Cavallotto, i 2001 riserva di Monchiero e l’Arione di Gigi Rosso, nonché un commovente, monumentale, splendido magnum di un incredibile 1983 di Bartolo Mascarello - ne scriverò presto), dopo un goccio di bianco, il Langhe bianco Riesling di Vajra, con il primo antipasto.
Come gesto simbolico ho però voluto, portando la bottiglia dalla mia cantina, che a precedere la fiesta del Barolo fosse nientemeno che un vino di Montalcino. Uno di quelli grandi, uno di quelli veri e sicuri per i quali metterei, senza nessuna esitazione, la mano sul fuoco sicuro di ritirarla miracolosamente intatta, uno dei vini che illustrano meglio la grandezza del Sangiovese, le incrollabili ragioni del mantenere il dogma della presenza in purezza di quest’uva nel Brunello nonché nell’altro grande vino di Montalcino, il Rosso.
Una scelta fortemente voluta, perché da una delle capitali del Barolo, Monforte, potesse partire, alla presenza di alcuni produttori di Barolo, un messaggio di solidarietà e di forza nei confronti dei tanti produttori di Montalcino, la maggioranza, che oggi si trovano a soffire, perché lo scandalo colpisce un po’ tutti e crea sospetto nei riguardi di tutto il Brunello, non solo dei vini delle aziende finite nel mirino degli inquirenti, per colpa dei comportamenti disonesti e spregiudicati di una minoranza e del silenzio, un po’ complice, di molti.
Ho voluto che il testimone di questo ideale dialogo tra grandi vini veri, tra vini che esprimono la verità di un territorio e di una grande uva, non fosse nemmeno un Brunello, ma un “quasi Brunello” tale è tradizionalmente la qualità di questo “secondo vino”, ovvero il fantastico Rosso di Montalcino, annata 2004, dell’azienda Poggio di Sotto di Piero Palmucci, azienda (sito) che gode non direi dell’assistenza, ma del conforto in sede d’assaggio, un’assoluta garanzia, da parte di quel sommo conoscitore di Sangiovese che è Giulio Gambelli.
Bene, il vino era talmente grande, buono, splendente, puro, con il suo spiccato carattere territoriale, con la sua purezza di frutto, gli aromi (quasi “baroleggianti”) di terra e liquirizia, il respiro di macchia mediterranea e di sottobosco, i tannini ben sostenuti, ma setosi, il finale lunghissimo, delicato, verticale, di grande freschezza, sapidità, nerbo e carattere (insomma proprio l’opposto di certi “Brunello” che oggi fanno scuola e riescono a non indignare solo gli ottusi o i collusi), che quel brindisi, convinto, ed entusiasta fatto all’unisono da Camilla e Allan, dal sottoscritto e dai tre produttori di Barolo, ammirati per la grandezza di un vino tanto grande, elegante, autentico, ha finito per essere forse il momento enologicamente e simbolicamente più alto di un momento conviviale che tutti conserveremo nella memoria.
Da Monforte d’Alba, dalla terra del Barolo, un ideale, caldo, amicale invito ai vignaioli e ai produttori seri di Montalcino a non avere paura della verità, a stringersi attorno al Brunello, alla sua storia, alla sua identità, ai suoi veri portabandiera e interpreti. Questa la verità di un gesto che ho fortemente voluto e di cui sono felice.
Il resto, le scempiaggini, le accuse di aver sparato sul Brunello per scandalismo, per sete di scoop, per protagonismo o incoscienza, lasciamo agli idioti. Con il raglio delle loro parole senza senso…

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17 Marzo 2008

Madrid: tapas, vinos y mucha alegria!

Non posso che mettere già all’attivo delle esperienze positive esta my secunda vez aqui in Madrid, la mia seconda volta a Madrid, città che ho ritrovato dopo quattro anni, (quelli del governo di sinistra Zapatero, ma che hanno fatto seguito anche agli anni dell’eccellente gestione di quel politico di rango che è stato José Maria Aznar…) ancora più energica, positiva, piena di vita, dinamica, godereccia e perfetta per viverci, di come mi avesse colpito nel 2004, quando ci ero stato una settimana prima del terribile attentato dell’11 marzo in quella stazione di Atocha che dista poche centinaia di metri dal mio hotel e da quei centri assoluti della cultura europea che sono il Museo del Prado ed il Museo della Regina Sofia.
Dopo oltre tre giorni dal mio arrivo devo dire che mi sono facilmente ambientato in questo clima dove la gente lavora (basta vedere quanti cantieri in azione anche in centro città, aperti anche la domenica) e trova il tempo anche di divertirsi, come dimostrano i locali di ogni tipo, dal ristorante importante alla cervezeria dove si mangiano cose più semplici e alla portata di tutti, i bar, i posti frequentati dai giovani, che sono sempre pieni in ogni ora del giorno. E dove trovi la gente intenta a godersi un bicchiere di vino, di birra (molto buona), a fare uno spuntino, a stare insieme per il piacere di farlo, a socializzare in maniera scopertamente divertita e rilassata.
La compagnia, qui al Concurso Internacional de Vinos Bacchus, è tra le migliori che io ricordi. Pochissimi periodistas (giornalisti) – io forse sono l’unico (non solo l’unico italiano) che sia giornalista e basta e non abbia anche incarichi tecnici, di consulenza, di commercio, o di responsabilità gestionale all’interno di un Consorzio o di un’azienda, ed una compagnia di giro internazionale, soprattutto tecnici, consulenti di aziende, responsabili marketing, dove accanto agli spagnoli, che ovviamente sono la maggioranza, figurano greci, francesi, portoghesi, canadesi, austriaci, ungheresi (il simpatico Peter Sarkany che ho incontrato per la prima volta a Chardonnay du Monde), inglesi, lussemburghesi, argentini e russi, come la simpatica e fascinosa Svetlana Trofimova, chimica di formazione ma impegnata in una compagnia che si occupa del commercio e della distribuzione di vini, anche italiani, in patria.
Con loro, tutte persone di grande esperienza e simpatia, gente alla mano, che non se la tira, anche se magari ha ruoli importanti, si sta bene insieme, si dialoga, si confrontano idee sul vino. Naturalmente grazie al mio francese, che sono felice di tirare fuori e rispolverare in questi contesti, ho fraternizzato particolarmente, oltre che con una vecchia conoscenza, il giornalista, ma anche enologo e docente universitario all’Università di Toulouse, Pierre Casamayor, anche con Nicolas Ponzo, attivo nel Syndicat Costières de Nimes in Languedoc, con il simpaticissimo Belgacem d’Khili, ingegnere enologo e direttore generale della potente Union Centrale des Coopératives Viticoles in Tunisia, presso la storica Cartagine.
Anche con altri però, come la collega ed enologa greca Maria Netsika, autrice di importantissimi libri sul vino in Grecia, come il celebre, stimatissimo agronomo ed enologo José Hidalgo Togores, consulente in quella celebre bodega della DO Valdeorreas che è Guitian (leggi), con Svetlana, con il presidente della mia commissione di degustazione l’esperto enologo Jesus Navascués, virtuoso della varietà Garnacha nella sua bodega  Vinedos de Mancuso en Cariñena (Saragoza) e con le altre persone, tra cui Olga Fernandez, figlia di Alejandro Fernández creatore del celeberrimo Ribera del Duero Tinto Pesquera, i rapporti in questi giorni sono stati bellissimi.
Si degusta insieme, da 30 a 40 vini, dalle 9 sino alle 14 – 14.30, con alcune pause break, e poi comincia la vida in Madrid. Vida non tanto loca che tra le cose più “impegnative” e divertenti, oltre alle visite culturali ai magnifici musei, alle passeggiate nel centro città, comprende ovviamente, perché in Spagna comer es un arte, la cucina ed il cibo. Si mangia, mucho y con mucho gusto, ma non solo seduti a tavola, nel corso di cene eccellenti, all’Europa Decò dell’Hotel Urban (vedi), al Puerta 57 posto proprio all’interno del mitico stadio Santiago Bernabeu (vedi), all’Alboroque (qui) posto all’interno di Casa Palacio, ma si comincia a mangiare, un sacco, in quel rito tutto spagnolo, una sorta di aperitivo molto allargato, un pre-pranzo o pre-cena, che è il rito delle tapas.
Tu arrivi al ristorante (sempre ad orari molto spagnoli, non prima delle 14.30 e la sera non prima delle 21 - 21.30) e pensi di sederti, consultare il menu e ordinare? Manco per niente, prima si resta in piedi e mentre ti pulisci la bocca (cosa indispensabile dopo l’assaggio di vini – lo dirò con più calma e tempo – che non sempre entusiasmano: nei Concorsi internazionali é molto difficile trovare e degustare grandi vini…) da tannini un po’ sgraziati, eccessi di legno e acidità che vanno per la tangente, bevendo un bicchiere di Cava, un Jerez Fino, una cerveza, ecc. ecco arrivarti in sequenza una marea di cose da stuzzicare, che da sole basterebbero a fare pranzo o cena.
Pesce crudo o in varie preparazioni (indimenticabile il polipo sottilissimo con patate dell’Hotel Villa Real), fritti leggerissimi di verdure o di pesce, salumi, generalmente catalani da urlo, polpettine, crocchette, bocconcini di carne, e poi il superbo Jamon Iberico, che da solo vale un viaggio in Spagna, e una marea di cose, in umido, fritte, croccanti, saporite, golose, che ti preparano poi, in allegria, assaporando il piacere di masticare, di provare cose diverse, al piacere del pranzo o della cena vera e propria, quando il tempo sembra non avere più importanza e si vuole solo stare insieme, ridere, chiacchierare, gustare. Purtroppo, unica nota negativa in questa Spagna che pone attenzione alla qualità della vita, alla libertà individuale, al piacere di vivere, anche di fumare, perché in Spagna, accidenti, anche nei locali pubblici, si continua a fumare in maniera tosta e tu che non sei fumatore ti ritrovi, cosa che non ricordavi ormai più, a subire un fumo passivo a causa delle persone, tante le donne, che ti fumano intorno e se ne fregano altamente se a te quel fottutissimo fumo della sigaretta dia fastidio oppure no.
Bisognerà inviare un appello, al presidente Zapatero, perché anche in Spagna, come in Italia ed in Francia, il divieto di fumo nei locali pubblici, diventi realtà. Questo per rispetto del chi non fuma e si trova a subire oggettivamente una “violenza” da parte di chi alla propria dose di nicotina non sa proprio rinunciare.
Ma per il resto, fumo a parte, questa Madrid giovane e perfetta per i giovani, piena di vita, colorata, allegra, simpaticamente caciarona, rumorosa il giusto, fatta per tirare tardi, mi piace moltissimo. Non sarà la mia amatissima Londra, che ha uno stile, un’eleganza, una compostezza, anche nel dinamismo estremo che la caratterizza, insuperabile, di classe, ma che bel posto per tornarci presto, non solo a degustare, ma da turista!
Que viva Madrid, que viva España!  

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15 Febbraio 2008

Messaggio quasi in codice a chi vorrà capire…

Una persona seria e rispettabile, con la quale ultimamente sto dialogando e verso la quale ho cercato di avere un atteggiamento il più onesto e corretto possibile, rispettoso dei rispettivi ruoli, questa sera mi ha indirizzato un messaggio sms che tra l’altro riporta queste precise parole: “tu come persona sei infinitamente meglio del tuo blog”.
Sorvolo sul fatto che questa osservazione si pone, oggettivamente, in sintonia con la “scomunica” pronunciata ieri nei miei confronti da Slow Food, organizzazione golosa che, come scrivevo (leggi), mi pone “tra i cattivi del pianeta”.
Quel che maggiormente mi preme, con un messaggio in codice che lui o chiunque vorrà e potrà capire, è dire alla persona che così mi ha scritto che non esiste alcuna dicotomia tra Franco Ziliani persona e Franco Ziliani giornalista e conduttore di questo blog, tra uno Ziliani buono in forma di Henry Jekyll e un “cattivone” che quando si mette davanti al p.c. e redige le note per questo blog si trasforma nel malvagio Edward Hyde.
L’autore dell’sms ha conosciuto e ha trovato gradevole come persona (almeno così dice) non un alter ego buono del giornalista che si esprime anche su questo blog e che si diverte a dire le cose che scrive e che oggi avrebbe tanta voglia di dire la sua sul misterioso episodio (leggi) delle bottiglie di vino rubate ad un rinocerontesco produttore piemontese (confesso che non sono stato io e che ho un buon alibi per quella notte…).
La persona da lui incontrata è esattamente la stessa, nessuna metamorfosi, nessuna differenza, perché questo wine blog (fino a che non mi stancherò, cosa che sento potrebbe arrivare presto, di dedicargli tempo ed energie) rispecchia con fedeltà la mia personalità, quello che sono, i miei gusti e disgusti, il mio modo di vivere e di essere, i miei sogni e le mie emozioni e talvolta, come stasera, la mia stanchezza e la mia amarezza.
Pertanto o la persona, importante e autorevole, capisce e accetta questa semplicissima evidenza di un Vino al Vino specchio fedele del sottoscritto, e ritratto confessione in pubblico di quello che sento, oppure il nostro dialogo, la nostra frequentazione, il nostro ipotetico voler costruire insieme qualcosa per un mondo del vino di cui siamo entrambi, con forme diverse, espressione, è già finito, si esaurisce già alle prime battute, perché non ha ragione di esistere.
Perché forse è stato un errore o un equivoco pensare che fosse possibile, o forse perché, visti i tanti elementi che entrano in gioco, non può sussistere.
Questo anche se umanamente entrambi considerano l’altro migliore di quello che é o appare in questo gioco delle parti, in questa umana commedia che è il vino italiano di oggi, croce e delizia, luci e ombre, piacere dionisiaco e manifestazione commerciale dai molteplici interessi.
Questo a chi mi ha scritto dovevo dire, in pubblico, a cuore aperto, per onestà intellettuale e per rispetto di me stesso.

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9 Febbraio 2008

Ma perché non chiamarlo Oscar? Incontro con Farinetti “patron” di Eataly – parte prima

Non poteva essere che un Barolo, e che Barolo, nientemeno che un 1982, targato, ma guarda caso, Borgogno (leggi) la bottiglia, servita al tavolo dell’ottimo ristorante Guido per Eataly, che ha sancito l’entente cordiale, o meglio un incontro umanamente riuscito, piacevole, positivo, tra l’imprenditore di successo e “cassaforte” di Slow Food, al secolo Oscar Farinetti, ed il vostro “franco tiratore”, visitatore, per la prima volta, di quella grande cosa che è Eataly a Torino.
Nell’accingermi a raccontare di questa prima esperienza, cui, ne sono certo, faranno seguito diverse altre (sicuramente non per andare a comprare formaggi che trovo, altrettanto buoni, anzi migliori dal mio amico Giulio Signorelli, alias, Ol formagervedi sito Internet – a Bergamo) devo necessariamente dividere il racconto e distribuirlo su due o tre piani diversi.
Comincio dal più importante, per uno che come me crede al fattore umano e che è felice di avere un rapporto franco (è il caso di dirlo) con diversi produttori e personaggi del mondo del vino (vi basta se dico Gaja?) che ho criticato e che, nel caso, continuerò a criticare, ma quando fanno cose giuste riscuotono il mio plauso convinto.
Anche se quello che dirò farà discutere e magari porterà ad affermare (come un amico ha già fatto scrivendomi ieri “spari a zero solo con chi non conosci e non hai rapporti. Poi arriva l’occasione di conoscerlo e improvvisamente tendi a subire psicologicamente la “presenza” dei vip. Quando sei al loro cospetto ti sciogli”) che sono troppo “facilmente seducibile“, devo dire che l’incontro con Oscar Farinetti, con il quale è venuto naturale dopo breve tempo darsi del tu e parlare con naturalezza e cordialità, come con un “vecchio amico” è stato un incontro che umanamente mi ha gratificato.
Ho trovato di fronte a me non solo, come già sapevo, un imprenditore con i controfiocchi (non certo un imprenditore “del cavolo” come si potrebbe pensare, guardando le foto spiritose da me scattate che lo ritraggono), uno che sa il fatto suo, un costruttore, un personaggio che “berlusconianamente” definirei “un uomo del fare”, uno che ha messo in piedi una cosa geniale (oh yes!) che si chiama Eataly.
In Oscar Farinetti, che ho incontrato da giornalista, facendo domande e avendo delle risposte (alcune magari un po’ sfumate…), ho trovato una persona, siamo quasi coetanei, con la quale ho scoperto di essere molto più in sintonia di quanto pensassi e alla quale mi legano idee, sogni, visioni, passioni che riguardano quel mondo magico e unico che è la Langa che entrambi follemente amiamo.
Lui magari comprandosi un’azienda storica come la Borgogno di Barolo e portandosi a casa 50 mila bottiglie di grandi annate storiche, io girandola, sforzandomi di coglierne l’essenza, di raccontarne l’epos ed i personaggi (è anche Farinetti è uno di questi) nei miei articoli.
Credetemi, non sono stato in alcun modo condizionato psicologicamente dal miliardario “gauche caviar” che Farinetti indubbiamente è, dal Vip che collabora con i vertici delle potentissime Coop (alcune delle quali sono nel pacchetto azionario e nel consiglio di amministrazione di Eataly), dall’imprenditore che come ultimo sfizio, segnatevi questa notizia che sono il primo a dare, è entrato come socio, con un 33%, nell’azienda Monterossa della famiglia Rabotti, produttrice di buoni Franciacorta Docg.
Chi mi ha “conquistato” intellettualmente e umanamente sedotto, è l’uomo con il quale a tavola abbiamo fraternizzato, vuotandola in allegria, davanti ad una stupenda buta del “suo” (ora lo è) Barolo Borgogno 1982, l’uomo con il quale, con assoluta naturalezza, è nata l’idea di studiare di fare qualcosa, insieme, per il Barolo classico, inteso come il grande Barolo tradizionale e vero, quello che lo stappi dopo 20 – 30 anni e sali nel paradiso di Bacco. E qualcosa, come ho già scritto, (leggi) per la rarissima Nascetta di Novello.
Lo confesso, mi è piaciuto l’uomo prima che l’imprenditore ed il geniale organizzatore, l’uomo che di fronte al mio sconcerto di fronte ai pomodori Ferrisi (vedi sito), una sorta di Roberto Voerzio del pomodoro date le bassissime rese, posti in vendita sulla splendida bancarella delle verdure (vedi foto) a 25 euro al chilo, ripeto 25 euro, ha avuto la brillante idea di chiedere al responsabile degli acquisti frutta e verdura di prenderne 4 etti e di mandarli al ristorante perché ce li servissero in insalata con tanto di olio ligure e cipollotto.
E così ce li siamo gustati, come entree, facendo “scarpetta” e rimanendo, apprezzando la qualità suprema di questi Lycopersicum siculi, di idee diverse. Lui persuaso che la grande qualità si debba pagare a caro prezzo, anche quando si tratta solo di pomodori, io tuttora convinto che per quanto fossero stupendi e dal gusto suadente, a 25 euro al chilo siano pomi… d’oro, più che pomodori e che spendere una cifra del genere per aggiudicarsene un chilo ai banchi di Eataly sia (eufemismo) stravagante…
E’ all’uomo, ricco di fantasia, di idee, affabile con tutti, con i suoi collaboratori (giovani ed entusiasti) che ho conosciuto, e che ho visto motivati e caricati a molla, spinti a dare il meglio di sé, ma anche con i clienti, che lo fermano, gli fanno i complimenti, gli chiedono consigli, gli parlano come se fosse il bravo negoziante sottocasa e non il tycoon del più grande food store del mondo, prima che all’imprenditore che una ne fa e altre dieci ne sta pensando, al quale, “mignottona” come sono, mi sono metaforicamente ed intellettualmente concesso.
Perché trovare una persona che nonostante tu l’abbia criticato, punzecchiato, tu abbia ironizzato sul suo essere la “cassaforte” ed il “salvatore” (lo è stato) dell’Università di Pollenzo e di quella bella cosa che teoricamente sarebbe l’associazione di via della Mendicità Istruita a Bra, e nonostante tu abbia parlato di un conflitto d’interessi, che permane, dato dall’essere legato a Slow Food a triplo filo e poi essere contemporaneamente proprietario di Borgogno, socio al 50% di Serafini e Vidotto in Veneto, proprietario della Brandini, ex Cavagnero di La Morra, proprietario delle Cantine del Castello di Santa Vittoria (sito), co-proprietario della Monte Rossa (e qui taccio, perché su altre notizie bomba, che non ho avuto da Farinetti, preferisco attendere ulteriori sviluppi…), ti tratta con simpatia, rispettando il tuo lavoro, giudicandolo legittimo, doveroso e salutare, farebbe capitolare anche il più tetragono dei cronisti. E non solo il vostro franco tiratore che di fronte agli uomini che sanno fare, che sanno creare gruppi di lavoro, che danno sbocchi concreti alla creatività e alla fantasia e alla genialità degli altri, che mostrano di dare un senso forte alla loro presenza nel mondo non può che dire chapeau…
Mi è piaciuto senza se né ma, a pelle, l’uomo Oscar Farinetti, capace di cogliere al volo la mia proposta di organizzare una presentazione, semplicemente facendosi raccontare l’idea, chiamando la sua collaboratrice addetta agli eventi e di dire in cinque minuti ok lo facciamo, (ci resta solo da fissare la data), che non confessarlo, e nella maniera più scoperta che sto volutamente adottando e che forse sbalordirà molti lettori (e meno male che non è una bella donna, ma solo un simpatico uomo con i baffi, ottimista per natura e che non ha problemi nel definirsi “onesto ma furbo”) sarebbe da parte mia intellettualmente disonesto.
Ho parlato, all’inizio, di tre piani di lettura diversi di questa mia prima esperienza ad Eataly - i prossimi saranno quelli relativi ad Eataly come idea e come struttura e quello relativo agli aspetti commerciali che Eataly, dove si fa cultura del cibo, si cerca di educare i consumatori, ma soprattutto si vendono prodotti, rappresenta – e penso di poter chiudere questa prima parte con una battuta.
Ho già citato (in questo post, leggi) Oscar il Super Telegattone, presenza fissa del programma musicale Superclassifica Show che andava in onda nei primi anni Ottanta su Canale 5.
Con la voce del celebre imitatore Franco Rosi il Telegattone cantava una famosissima sigla il cui testo (ineffabile) si chiudeva con la frase “Se vi piace chiamatemi Oscar”.
Ma poiché Farinetti è il Super Telegattone dell’odierno panorama enogastronomico italico, ed è la persona simpatica che ho raccontato, perché farmi una colpa se anch’io d’ora in poi lo chiamerò Oscar?

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2 Febbraio 2008

Speaker’s Corner: un sogno londinese ad occhi aperti

Non è la prima volta che venivo a Londra, ma tutte le altre volte, ad eccezione della prima volta, parecchi anni fa, quando ci fu un po’ di tempo anche per girare questa magnifica città, le mie puntate essendo dovute esclusivamente ad eventi legati al vino, a wine tasting, seminari, ero praticamente stato confinato, da mane a sera, in redazione, a degustare l’ingente numero di vini previsto dal programma.
C’era poi stato qualche breve giro, la sera, andando a cena o tornando, ma la città, questo luogo frenetico, palpitante, pieno d’energia, questa sintesi di storia e modernità, mi era rimasta come estranea, senza la possibilità di conoscerla, di sondarne gli umori, il ritmo, la vitalità, le infinite possibilità che offre a chi, fortunatamente, ci vive e a coloro che vengono a visitarla.
Questa volta, invece, in occasione della mia trasferta dovuta alla finale del Concorso del migliore sommelier europeo e alle iniziative varate da A.I.S. e W.S.A. essendo arrivato prestissimo con il volo delle 6.40 da Bergamo e non avendo nella prima giornata particolari impegni in programma ho potuto decidere, dopo essere arrivato in albergo e aver incontrato qualcuno dei molti personaggi dei vertici A.I.S. che sono arrivati, un po’ da tutta Italia, a Londra, ho potuto decidere di fare il turista.
Avevo previsto un impegno culturale, la visita a quella summa della storia e della cultura che è il British Museum, posto poco distante dall’Hilton Park Lane che ci ospitava. Ma poi, complice una giornata splendida, non fredda, con un sole che riscaldava e rendeva ancora più limpido e cristallino un cielo spazzato da un piacevole venticello del nord, ho preso, come direbbero i francesi, “la clé des champs” e ho deciso di andare dove mi portava il cuore, a zonzo, facendo una lunghissima, salutare, gustosa camminata in quei due grandissimi polmoni verdi che sono, mi è bastato attraversare la strada e partire, Hyde Park ed i confinanti, contigui Kensington Gardens. Che meraviglia amici miei, che grande piacere dimenticare per qualche ora articoli, personal computer, blog, cose vinose e respirare a pieni polmoni non solo l’aria incredibilmente buona di questi che sono due dei più celebri e bei parchi dell’affollatissima ma verdissima London, ma un clima, un’atmosfera, un milieu che in Italia è solo un sogno.
Camminando per ore, camminando con calma e con assoluta gioia spostandomi in luoghi celeberrimi come lo Speaker’s Corner, il Serpentine Itinerary con il laghetto all’interno, alla statua di Peter Pan (nella foto) , uno dei miei eroi, perché in ognuno di noi e quindi anche in me c’è un po’ un fanciullo sognante che si rifiuta di crescere, al Princess Diana Memorial Children’s Playground, con la splendida ed evocativa Memorial Fountain, ho gustato un mondo, della gente libera, sorridente e felice, intenta, un po’ solipsisticamente se vogliamo, con le onnipresenti cuffiette di quegli Ipod che ti isolano dal mondo brandite, a dedicarsi un momento piacevole della propria vita.
Facendo footing, anche in calzoncini e canottiera nonostante la giornata comunque fredda, stando seduti sulle panchine, impeccabili e pulitissime, a godersi un po’ di relax e di sole, dando da mangiare agli innumerevoli piccioni, oche, anatre, cigni, gabbiani e volatili vari, oppure a simpaticissimi e per niente spaventati scoiattoli che tranquillamente si lasciavano nutrire e sembravano quasi incitare il passante a curarsi di loro e dedicare loro attenzioni.
Che atmosfera perfetta, che relax, quale senso di libertà, in un’assoluta e stupefacente pulizia ovunque senza l’ombra di una cartaccia, di un rifiuto qualsiasi, di un graffito, indice di un assoluto senso civico, di un rispetto per il bene comune che in quanto comune è patrimonio e va tutelato da tutti…
Spettacolare, divertente e rasserenante, relegati come un lontano ricordo e come un incubo le tonnellate di rifiuti di Napoli, i governi che cadono e anche quando si riformano si ripropongono tutti uguali, tutti inadeguati, tutti deludenti, la delinquenza diffusa che ammorba le nostre città ma anche la provincia, l’incuria dilagante (provate a visitare un parco pubblico a Milano o Roma e vedrete quale differenza), la sciatteria che trionfa, il pressappochismo, l’assenza di speranza, passare ore e ore, nutrendomi solo di un sandwich acquistato à la volée nel parco, godendomi il mio momento da wanderer, sostando in panchina, gustando i richiami degli uccelli e gli squittii gioiosi dei bambini…
La dolcezza infinita, la nostalgia per un mondo e una civiltà, un senso civico, un rispetto del prossimo e delle sue libertà individuali che sono assolutamente, mi costa tanto dirlo, roba da altro pianeta rispetto alla nostra Italia, espressione tangibile di un modo di pensare, prima che di vivere (anche il tempo libero, anche un’ora di relax ritagliata in una giornata di lavoro), che per apprezzarlo bisogna solo venire all’estero, in questa Londra magica ad esempio, e scoprire quanto ci manchi, quale violenza ci sia stata fatta costringendoci a rinunciarvi.
Donne, non ragazzine, sui pattini, ragazze che fanno footing anche in totale solitudine senza che nessun imbecille si sogni minimamente di importunarle, mamme che corrono portandosi dietro, nella loro corsa, la carrozzina, nonne con nipotini, ragazzi dalla faccia pulita e sorridenti e fiduciosi nel loro futuro, un senso di tranquillità, di pace, di libertà interiore, il ricordo di una bellissima giornata (molto più bella in questa sua prima solitaria parte che la lunga successiva camminata guardando i negozi e rabbrividendo per i prezzi lungo l’affollatissima Oxford street) ecco quello che da Londra, qualunque cosa l’esperienza professionale, il Concorso per il migliore sommelier, le degustazioni, gli incontri con i produttori ed i wine writers inglesi, mi regalerà mi porterò a casa.
Avendone già sin d’ora, mentre scrivo dalla mia camera d’hotel, una struggente nostalgia…

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13 Gennaio 2008

Ma il lavoro rende davvero liberi ? Ripensando agli operai morti della Thyssen-Krupp

Siamo qui a discutere e accapigliarci, anche di domenica, di Slow Food, di Carlin Petrini aspirante Santo, delle divisioni tra destra e sinistra, di Ocm vino, di Barolo taroccati e di controllori ed esperti che hanno fatto il gioco delle tre scimmiette, di munnezza che copre la Campania, degli amici degli Schuetzen che non emettono scontrini fiscali e vorrebbero andarsene da Roma, poi uno, che se l’era perso, legge, su segnalazione di un lettore che ringrazio, questo articolo (leggi), perfetto, agghiacciante nella sua eloquenza, tragico per lo scenario, umano soprattutto, che descrive, e le parole, tutte le parole, sembrano tutte inutili, sprecate, banali…
Si parla della strage continua, silenziosa, implacabile, dei morti sul lavoro in Italia, degli operai morti, dopo immani sofferenze, nel rogo della Thyssen-Krupp di Torino, di quelli che sono restati e hanno visto i loro compagni di lavoro morire e non hanno potuto far niente se non piangerli.
Si parla della rabbia di una categoria, gli operai, usata, strumentalizzata, tradita, non tutelata, da politici di ogni colore,  se viene ancora, nel 2008, non nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale mandata al massacro, e si finisce con il pensare, senza voler essere irriverenti, senza alcuna volontà di scandalo, a quella terribile frase scritta sul cancello d’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, Arbeit mach frei.
Ma questo lavoro, questa idea del lavoro che prevede e non demonizza, come dovrebbe, il sacrificio continuo di tante vite umane, questo lavoro che all’alienazione, alla rabbia, all’insicurezza, aggiunge anche la paura (quella di non riuscire a salvare la pelle ogni volta che si entra in fabbrica o in un cantiere) che senso ha accidenti, e rende davvero liberi?

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6 Gennaio 2008

I vini dell’epifania: bollicine d’antan per sognare

Dopo tante discussioni da cittadino, prima che da cronista di Bacco, torno a parlare di vino cogliendo l’occasione per ringraziare pubblicamente i miei cognati Leo, mio “personal trainer” (da poco) nella sua palestra Progetto Work in Progress (sito), e Paolo, dirigente di banca in un’importante banca tedesca a Milano.
Ci sarebbe anche un terzo cognato, Gino, già mio compagno di scuola ai tempi del liceo, ma per quanto bene gli voglia nei discorsi enoici che seguiranno lui c’entra poco, perché lui, che è un genio della matematica ed un ingegnere, di vino continua a capirci pochino, anche se con pazienza stiamo cercando di portarlo sulla via del bene…
Perché ci parli dei tuoi cognati, obietterà qualcuno, temendo che finisca per parlare anche del mio edicolante (che il vino lo apprezza) o del mio barbiere? Ne parlo, dei cognati, ed è per questo che li ringrazio, perché è grazie agli incontri conviviali che ogni tanto facciamo, con mogli, figlie e suocero, che il sottoscritto ha modo di estrarre dalla sua cantina (che in verità sarebbero due…) vini, soprattutto in grandi formato, magnum e jeroboam, oppure normali bottiglie di grandi annate, che difficilmente avrebbe occasione di stappare.
Bene, questi ripescaggi, non dall’oblio, ma dal profondo buio e dal silenzio delle caves, diventano talvolta delle vere e proprie rivelazioni, anzi, è il caso di dirlo in questi giorni, della epifanie.
Dirò di più, per dirla con Montale,
che nella sua poetica (leggi) “aveva intuito che gli oggetti potevano inviare dei segnali da decifrare e che in essi ci fossero dei significati profondi da cogliere” e che pertanto bisognasse cercare “la verità nel dettaglio” queste bottiglie talvolta si rivelano delle agnizioni, portando ad una rivelazione esistenziale, ad una sorta d’illuminazione lirica.
Bene, di queste rivelazioni le due ultime occasioni d’incontro – e di stappatura – ce ne hanno offerte diverse, visto che a Santo Stefano abbiamo delibato, se la memoria non mi tradisce, un magnum di godibilissimo, fresco, pimpante Franciacorta Blanc de Blancs di Cavalleri, una Barbera d’Alba 2003 di Vajra, un energetico Rosso di Montalcino 2005 (uno dei più grandi Rosso da me mai bevuti) di Gorelli Le Potazzine, e poi, dello stesso produttore, un Brunello 1999, quindi un fantasmagorico indimenticabile Brunello di Montalcino 1998 del Poggione e restando al 1998 ancora un perfetto, equilibrato, carezzevole Barolo riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe di Cavallotto, prima di varie ed eventuali rappresentate da Barolo Chinato (ancora di Vajra) e un whisky Bowmore di 35 anni.
Alla vigilia dell’Epifania invece, per festeggiare le nostre adorate… Befane (mia moglie e le sue tre sorelle, oltre alla moglie di mio cognato), abbiamo deciso di celebrare il rito del risotto. Preparato, ovviamente, ça va sans dire, utilizzando il riso.. più buono che ci sia, ovvero il Carnaroli, ma nemmeno il Carnaroli normale (qui), bensì il Vintage (qui) coltivato in purezza ad Arro di Salussola nella Baraggia Biellese da Carlo Zaccaria, agricoltore e blogger(leggi) e dalla sua famiglia e stagionato oltre un anno.
Per un risotto super, preparato per una dozzina di persone, deciso che doveva essere un risotto al vino, ecco recuperato dalla cantina numero uno, dove riposava da alcuni anni, un Jeroboam della pregiatissima Cuvée 2000 (millesimato 1995) preparata dalla Ferrari di Trento per i grandi festeggiamenti per l’arrivo del Nuovo Millennio.
Abbondantemente utilizzato per la preparazione del risotto (diciamo che ne è andato via quasi un buon litro) questo bel Trento Doc, che all’epoca della sua comparsa sul mercato veniva descritto in questo modo “colore giallo paglierino chiaro e sfumature di giallo verdolino, perlage fine e persistente, buona effervescenza. Al naso rivela aromi intensi, puliti e gradevoli che si aprono con note di mela e acacia seguite da note di banana, lievito, brioche, limone, litchi, pera e pompelmo. In bocca ha buona corrispondenza con il naso, un attacco effervescente e fresco comunque equilibrato, buon corpo, sapori intensi, piacevole. Il finale è persistente con ricordi di pera e limone”, ha accompagnato muy bien la risottata, proponendosi alla degustazione, con i suoi dodici anni di vita ben portati, con un paglierino oro squillante con riflessi oro antico, un naso molto complesso con note di pasticceria, pan brioche, cioccolato bianco, una punta di tartufo, e poi agrumi, molto vinoso ancora nella sua struttura gagliarda, molto ricco, pieno, persistente, sorprendentemente “croccante”, ampio e talmente buono, anche se con una liqueur robusta e un’abile “concia” tesa a realizzare, riuscendoci, una cuvée importante anche se un filo di freschezza inferiore a quella che mi sarei aspettato da un metodo classico base Chardonnay trentino. Splendida, elegantissima la confezione, un vero e proprio “scrigno” in legno di ciliegio, con tanto di scatoletta dove conservare il tappo.
Ottima soddisfazione, e già una rivelazione niente male, ma poiché avevamo ancora sete e c’erano alcune insalate sfiziose e cosette varie prima di passare alle carni e ai rossi, che per la cronaca sono stati un goloso, rotondo succosissimo (ne scriverò presto) Colli Tortonesi rosso Pertichetta 1999, ovvero una Croatina in purezza firmata da quel genietto che è il buon Walter Massa a Monleale, quindi due Barbaresco, il Montestefano 2001 della
Cá Növa, molto buono ma… ed il trionfale, immenso Pajorè Suran Rizzi, capolavoro della famiglia Dellapiana a Treiso, avevo preparato e tenuto alla giusta temperatura un’altra “bollicina” in grande formato.
Questa volta niente Trento, ma Franciacorta, ed un magnum di una selezione ancora più rara e spavalda quasi nel suo voler sfidare il tempo, visto che si trattava nientemeno, come ho ricostruito oggi tramite Internet,
una Cuvée 1990 di Franciacorta Brut RD, con la sigla RD a significare Recentemente Degorgiato. In altre parole una selezione della produzione di una vendemmia particolarmente pregiata, quella che si suole definire “una grande annata”, che per parecchi anni viene lasciata in cantina a maturare sui propri lieviti, cosa che questa Cuvée 1990 Franciacorta Brut RD del Mosnel, confezionata esclusivamente in formato Magnum, un’edizione unica nel numero limitato di 300 bottiglie, ha fatto per ben 14 anni.
Non conosco, lo chiederò nei prossimi giorni a Lucia e Giulio Barzanò, oggi anima del Mosnel, l’esatta composizione di questo vino, che con ogni probabilità vedrà lo Chardonnay dominare con una quota significativa di Pinot bianco ed una piccola parte di Pinot nero.
Ricordo, al momento di brandire il magnum e di stapparlo e osservando l’etichetta che si presenta con uno sfondo nero con scritta dorata verticale, quasi in forma di una pennellata che ricorda le diciture riportate nelle lavagnette che spesso si trovano in cantina accanto alle cataste, che non pensavo che questo Franciacorta avesse una storia così speciale.
Pensavo piuttosto alla mamma di Lucia e Giulio, quella splendida persona che è stata
Emanuela Barboglio Barzanò, scomparsa qualche mese fa, per anni l’anima del Mosnel avendo dovuto farsi carico alla morte del padre, quando aveva solo diciott’anni, della conduzione dell’azienda di famiglia, trasferendosi dalla città, dove viveva, a Camignone, “contribuendo, dopo un iniziale periodo in cui l’azienda fece alcune esperienze in campo zootecnico, a delinearne la piena vocazione vitivinicola, con l’impianto dei primi vigneti specializzati e nel 1968 con l’adozione della neonata DOC Franciacorta per i propri vini”.
Ricordavo bene gli incontri avuti con questa vera gentildonna, dal primo quando con estremo garbo “protestò” per i giudizi non molto positivi dati ad un suo Franciacorta nell’ambito di una degustazione fatta per una rivista la collaborazione alla quale non ricordo certo come il momento più alto della mia attività di giornalista…
Da questo cordialissimo scambio telefonico e poi epistolare di opinioni scaturì la prima di una lunga serie di visite al Mosnel, quella bella azienda franciacortina che
deve il suo nome ad un antico toponimo dialettale d’origine celtica che significa “pietraia”, cumulo di sassi e che rende l’idea del lungo e faticoso lavoro di bonifica effettuato dai monaci cistercensi provenienti dall’abbazia di Cluny in Borgogna, che a poca distanza dalla cantina, nel borgo di Rodengo, fondarono una magnifica Abbazia e si resero protagonisti dell’introduzione della cultura della vite dissodando i terreni della zona”.
E nacque, anno dopo anno, la mia idea (condivisa anche da parecchi altri) del Mosnel come di una delle più vere e interessanti realtà produttive di Franciacorta, come dimostrano l’intera gamma dei vini tra cui spicca, bevuto proprio a Capodanno nella sua versione 2004, l’ottimo Franciacorta Rosé Pas Dosé millesimato Parosé.
Come definire la mia sorpresa quando non appena stappato il magnum e trovato un tappo in perfetto stato e versato il vino non nella flute ma addirittura nel Calice Meraviglia messo a punto da quel genio che è Donato Lanati mi sono trovato di fronte – ecco l’agnizione!, ecco le temps retrouvé proustiano, l’epifania! – ad uno Champagne, pardon, ad un Franciacorta tra i più buoni ed in splendida forma che mi siano capitati nella mia lunga esperienza di degustatore-bevitore?
Un vino, diciassette anni la sua età anagrafica, quasi irreale nella sua freschezza, colore paglierino verdognolo brillante, luminoso, multiriflesso, un naso freschissimo floreale (netti i profumi di lilium e di gladiolo), sapido, nervoso, scattante, dove una spiccata mineralità scandiva il ritmo vivacizzando un bouquet caratterizzato da note di alloro, accenni di cioccolato bianco, di crosta di pane, una leggerissima speziatura, una vena di mandorla intrigante.
Che vino fantastico, signori miei, una volta passati al momento topico della beva, salato, lungo, dalla persistenza verticale e viva, pimpante, pieno d’energia, dal nerbo spiccato, croccante, perfettamente pulito, incisivo, “croccante” nel suo modo di disporsi sul palato, vino di assoluto carattere e spiccata personalità!
Un Franciacorta importante, strutturato, ricco di corpo, ma tutt’altro che “gnucco” e difficile da bere, come accade talvolta anche con i più noti e celebrati millesimati franciacortini, ma un vino splendidamente vivo, integro, che si è fatto golosamente bere, anche se il magnum (i cognati guardavano già ai rossi debitamente stappati) non è stato vuotato.
Così buono che, scusate, ora vi saluto e me ne vado a bere un bel bicchiere, visto che il “fond de la buta” me lo sono portato io a casa… Prosit cari amici, e buon anno!

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