
Non ho avuto nessun dubbio quest’anno nel decidere quale speciale bottiglia sarebbe stata la mia bottiglia di Natale.
Questo é stato il primo Natale dalla scomparsa, che non ci sembra vera, che ancora consideriamo ingiusta e che ancora ci fa male, di un amico carissimo che ci manca tanto, Teobaldo Cappellano, ed il vino per festeggiare, per ricordare, per pensare che in fondo, anche se in forma diversa, Baldo fa ancora parte di noi e delle nostre vite, anche se non possiamo sentirlo impegnarsi in una delle sue memorabili polemiche, non poteva che essere un suo Barolo, il vino che Baldo ha più amato.
Un amore profondo, intenso, coinvolgente, come dimostrano le prese di posizione in difesa di questo sommo vino di Langa che Baldo, con la sorridente incoscienza di un Don Chisciotte, la purezza e l’ingenuità di un’idealista, ha condotto negli anni, alla testa dell’Enoteca Regionale del Barolo, dentro e fuori il Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba Langhe Roero, nelle sue infinite prese di posizione pubbliche, nelle battaglie condotte, magari sapendo in anticipo che difficilmente avrebbero portato ad una vittoria, per il semplice motivo che sentiva fosse giusto e doveroso combatterle. Come orgoglio, intelligenza e dignità, consapevolezza della propria storia e delle proprie radici, l’essere discendente da quel Giuseppe Cappellano, farmacista di Alba e geniale inventore del Barolo Chinato, che ha segnato il proprio nome nella storia del Barolo, richiedeva.
Degustare, ma che dico, bere con consapevolezza, gustare dedicandogli tutta l’attenzione che merita, un Barolo di Baldo, in occasione di quella sagra del consumismo, oltre che festa religiosa (per chi crede) che è il Natale, mi è sembrato potesse rappresentare il giusto omaggio, laico, da uomo che cerca di essere libero ed indipendente e padrone delle proprie idee com’è stato sino in fondo Baldo, ad una persona cara che ho avuto la fortuna di conoscere e cui ho voluto bene.
Ed un modo, perché la vita va avanti, di stringere in un forte abbraccio, da amico, Augusto Cappellano, che ora prova, con tanta pazienza e la stessa passionaccia, a fare quello che suo padre ha fatto per anni, condurre al meglio i vigneti di proprietà in quel posto magico che è Serralunga d’Alba e vinificarne con onestà le uve Nebbiolo per ottenere, senza forzature, in modo naturalmente naturale, senza proclami, senza scorciatoie, senza pasticci, quel vino speciale che è Monsù Barolo.
Proprio quello che ha dovuto imparare a fare, dopo la morte di suo padre Bartolo, anche Maria Teresa Mascarello, che ad Augusto è profondamente legata, come a Beppe Rinaldi, unico superstite del trio di quegli “ultimi dei Mohicani”, che era appunto formato da Baldo, da Bartolo e da Citrico. Sarebbe stata comunque, al di là del contenuto, una bottiglia speciale, piena di significati profondi com’era, colma di ricordi, di parole dette e taciute, di silenzi, della “presenza” di quel volto buono, al quale non si poteva proprio non volere bene, tanto disarmante era la naturalezza, la distensione di quel sorriso, la bottiglia che avevo scelto e portato a casa con ogni cura dalla cantina e lasciata ad ambientarsi per qualche giorno, il Barolo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999.
Una grandissima annata ed il Barolo, quello da Nebbiolo piantato su piede franco, ottenuto, come ha scritto Roberto Giuliani in questo bell’articolo, “da una vigna impiantata da Cappellano oltre trentanni fa di viti di nebbiolo varietà Michet a piede franco, cioé senza l’innesto americano, quindi post-fillossera”, cui Baldo era particolarmente affezionato. Forse considerandola, la vigna prefillosserica, senza innesto americano, manifestazione di una sorta di Eden incontaminato della viticoltura e dell’enologia, quando il vino era semplicemente vino e non tante altre cose, estranee, cui Baldo si opponeva con la sua testimonianza, espressione di una Langa primigenia non ancora contaminata e corrotta dagli interessi commerciali e dalle cupidigia che in nome del dio danaro ha portato ad impiantare vigneti e Nebbioli dove i Giuseppe Cappellano, i Ferdinando Vignolo Lutati, i Giacomo Conterno, i Giulio Mascarello, i Renato Ratti, i Giovan Battista Burlotto, avrebbero, forse, piantato solo Dolcetti. O con più probabilità avrebbero lasciato boscaglia o pioppi…
Un vino, questo Otin Fiorin Pié Franco – Michet, espressione di una porzione di quel sommo vigneto di Serralunga d’Alba che è il Gabutti, sicuramente non per tutti, bisognoso, per essere capito appieno, di quella conoscenza e confidenza che nasce dalla lunga consuetudine, di quell’umiltà, di quella disponibilità ad ascoltare il vino, a coglierne le sfumature, l’estro, la particolarità, l’accento peculiare, che non è materia troppo diffusa oggi, quando di vino, e di Barolo, parlano, scrivono, ciarlano, spesso a vanvera, senza cultura, senza umiltà, troppi.
Un vino, e sembrerà un paradosso riferito ad un uomo profondamente e coerentemente di sinistra com’è stato Baldo, senza pentimenti né rinnegamenti (perché “chi rinnega è rinnegato”, come amava dire un uomo politico lontano anni luce dalle idee di Baldo…), profondamente “aristocratico”, per sua natura non destinato a tutti, come dicono invece di essere, cialtronescamente e furbescamente, molti vini, anche Barolo, o presunti tali, prodotti con lo scopo dichiarato di “far scendere il re dei vini dal piedistallo”, di divulgarlo, popolarizzarlo, farlo “capire” anche a chi al vino si è appena avvicinato.
Balle! Mi chiedo difatti come costoro avrebbero potuto “capire” – e mi ritengo un privilegiato per illudermi di poterlo in qualche modo fare, dopo tanto tempo speso “a scuola di Barolo e di Nebbiolo” da uomini come Baldo – e cogliere la grandezza di un Barolo complesso eppure semplice e quasi “disarmante”, come questo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999, colore rubino squillante granato ravvivato e reso splendente della lucentezza e del nitore del Nebbiolo, brillantissimo, pieno di riflessi, bello e maestoso come certi tramonti sulle colline di Langa, naso di elegantissima fittezza, una sorta di quintessenza del barolesco bouquet, con terra e liquirizia, lamponi, prugne e ribes, foglie secche, rosa passita, melograno, cuoio, polvere da sparo, grafite.
E poi in evoluzione, a comporre una sinfonia senza, fine, cedro, funghi secchi, catrame, il timbro asciutto, scabro ed essenziale della pietra, un accenno di cacao, di fiori secchi, e di lavanda, di amaretti e china, erbe aromatiche e noce moscata a comporre un insieme di assoluta freschezza, incisivo, salato vivo e nervoso ed un finale solo leggermente affumicato, quasi ad evocare il mezzo toscano che Baldo amava tenere in bocca, l’innocenza, la bontà disarmante del suo sorriso.
E che gusto poi, quale integrità e indomabile energia sin dal primo attacco, vivo ampio carezzevole e nervoso, con un tannino, vero centro vitale del vino, che sembra “aggredirti” tanto è vibrante e pieno di nerbo, ma poi ti accarezza, ti scalda e culla, con il sapore e la verità della terra, scattante energico, lungo e verticale, quasi appuntito, con un’acidità calibrata ed un grande sale, largo, pieno, caldo, vellutato, avvolgente, con il calore e l’avvolgenza di una stoffa leggermente ruvida, ma che ti scalda nel profondo, ti consola, ti dà la certezza di non tradirti.
Un Barolo dal magnifico sostegno, dalla terrosità spiccata, anzi la terra e la roccia dei Gabutti fatta vino, straordinariamente elegante, composto, pieno di slancio e di generosità.
Un Barolo vero, proprio com’era quell’uomo, Baldo, che tutti gli uomini e le donne del vino di buona volontà dovrebbero considerare come un esempio, un esempio di coerenza e pulizia, in un universo enoico così falso e popolato da farabutti, manigoldi e cialtroni, una stella polare da seguire…
Perché è sempre meglio essere ricordati come degli idealisti e dei Don Chisciotte, come dei visionari, dal cuore e dalla menta pura, che dei trafficoni spudorati con tanto pelo sullo stomaco, che loro sì che sanno come stare al mondo…
Scritto da Franco Ziliani alle 19:18, in Mon coeur mis a nu...
7 Commenti »