Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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11 febbraio 2010

Sulla questione Mc Italy sono totalmente d’accordo con Slow Food. Anzi, quasi quasi…

Ho fatto una “scoperta” e quasi preso una decisione, dopo aver assistito allo speciale di Omnibus, annunciato qui ieri, dedicato al “caso McItaly”, il presunto panino made in Italy di Mc Donald’s, trasmesso questa mattina su La 7.
Ho capito che su questo tema sono assolutamente più vicino ed in sintonia, quasi totale, con il presidente di Slow Food Roberto Burdese, che è intervenuto in maniera impeccabile definendo “una brutta storia” il marchio del Ministero delle Politiche Agricole a questa operazione (che sarebbe semmai stata più materia da Ministero delle Attività Produttive, l’ex Ministero dell’Industria, visto che sono industria e industriali ad essere coinvolti) che con gli altri intervenuti.
Lontano anni luce dall’A.D. di Mc Donald’s Italia Masi, con la sua faccia governativa ed il coraggio di parlare di “filiera rintracciabile” delle materie prime utilizzate dalla multinazionale.
Lontanissimo dalle idee (che quali fossero non si è capito bene) del segretario generale della Fondazione Qualivita Mauro Rosati, che ha sostenuto che “la realtà produttiva italiana ha bisogno di simili iniziative” e ha solidarizzato con Zaia parlando di “archeologia alimentare” e di inutili barricate a proposito delle obiezioni di Slow Food, che ideologiche e polverose non mi sembrano affatto, bensì animate da solide questioni di principio.
E allora, non sorpreso più di tanto che da parte di una Fondazione nel cui comitato scientifico si trovano, leggete qui, due “scienziati” del calibro di Lamberto Sposini e Carlo Cambi, e tra i cui soci figurano la politica senese e toscana, Consorzi vari (anche quelli del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano), nonché il Ministero delle Politiche Agricole, si arrivi a difendere e quasi “benedire” l’operazione Mcitaly, sapete cosa mi viene una gran voglia di fare?
Di iscrivermi anch’io, cosa che non avrei mai pensato potesse accadere, a Slow Food e di farmi chiamare da Zaia, dai rappresentanti della sinistra pragmatica e realista, la Pragmatic Left, Don Chisciotte, colpevole di “abbaiare alla luna, sempre più lontani dai reali problemi e chiusi nella loro sterile ortodossia mentale, che danneggia ogni tipo di sviluppo e ostacola una visione chiara della realtà”.
Se questo è il loro “realismo”, meglio fantasticare, meglio essere irreali, meglio credere ad un’idea, romantica, dell’agroalimentare italiano, dove non ci siano ministri che facciano propaganda, inconsapevole ovviamente, ad una multinazionale del fast food…

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8 febbraio 2010

E’ morta Anna Bologna. Ora è con Giacomo nel paradiso dei grandi del vino…

Ben consapevole della loro assoluta inadeguatezza voglio spendere anch’io due parole, anche se con clamoroso ritardo, a commento della tristissima notizia della morte di Anna Bologna (nella foto in compagnia dei figli e di un vecchio amico di famiglia, Gianni Rivera), avvenuta sabato a Rocchetta Tanaro.
Una notizia, che quando mi è stata comunicata dal caro amico Romano Dogliotti, sabato pomeriggio, mentre mi trovavo a Barolo con Jeremy Parzen e sua moglie Tracie, mi ha profondamente addolorato e fatto tornare con la memoria a tanti anni indietro, ai primi passi di questa ormai lunga attività di cronista del vino.
Anna Martinengo Bologna era la moglie di Giacomo Bologna, un nome che non ha bisogno di presentazioni, anche se sono trascorsi già dieci anni dalla sua scomparsa – il tempo, crudele, vola via veloce.., e che rappresenta uno dei personaggi chiave del rinascimento del vino italiano ed una figura chiave nella storia del vino piemontese negli ultimi trent’anni.
Giacomo il grande apostolo della rinascita della Barbera, l’inventore, con vini entrati nella “leggenda” come la Monella ed il Bricco dell’Uccellone, di una nuova fase, direi meglio di una nuova storia dell’apprezzamento di un vino, la Barbera, sinora considerato come un prodotto, popolare, disponibile in abbondanza, senza pretese.
Ricordo come fosse ora il primo incontro con Giacomo e con Anna, era il 1984, quando cominciavo a muovere i primi passi, collaboratore della Gazzetta di Parma, in questo mondo che poi sarebbe diventato un po’ anche il mio.
Un’intervista a Giacomo, una prima visita a casa ed in cantina e subito un’immediata simpatia, una lunga consuetudine interrotta solo dalla prematura scomparsa di Giacomo.
Si dice sempre che accanto ad un grande uomo è sempre presente una grande donna, e al fianco di Giacomo, generoso, debordante, entusiasta, pieno di energie e di umanità spese non solo per i suoi vini e la sua azienda, ma per il vino, Anna è sempre stata l’elemento di equilibrio, il punto di riferimento e di equilibrio, impegnata a sorreggere Giacomo, a bilanciare i suoi slanci, ad aiutarlo in azienda, e a far crescere i figli, Raffaella e Giuseppe, che dopo la morte del padre, e sempre con la presenza al loro fianco della mamma, hanno proseguito il discorso aziendale ed il lavoro, eminentemente sulla Barbera, condotto con istinto quasi visionario e volontà da pioniere, da Giacomo.
Sapere che oggi, dopo una lunga malattia di cui non avevo notizia, mancando da anni da quella cantina di Rocchetta Tanaro alla quale mi legano grati e personali ricordi e la malinconia degli anni passati e del tempo che vola, Anna Bologna se n’è andata, mi riempie di tristezza.
Ma regala, a me che non ho il conforto della fede, un sorriso, illudendomi che abbia lasciato Raffaella e Giuseppe, ormai grandi e genitori a loro volta, per andare a riabbracciare il suo Giacomo nel paradiso dei grandi del vino, delle persone che hanno speso un’intera vita per quel prodotto, il vino, che tante emozioni ci regala.
Pensare nuovamente uniti Anna e Giacomo, come lo sono stati in vita, è un’illusione che mi dà calore e che spero ne dia altrettanto ai loro figli, che devono essere orgogliosi di avere avuto due genitori tanto speciali, il cui ricordo rimarrà sempre scolpito nel cuore di chi abbia avuto la fortuna di conoscerli.
Che la terra ti sia leggera Anna, riposa in pace…

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28 gennaio 2010

Una precisazione necessaria: a proposito di me e del mio lavoro di cronista del vino

Mi perdonerete, spero, se in questo post parlerò di me. Nessun egocentrismo o presunzione di essere in qualche modo al centro di un mondo, quello del vino, che potrebbe benissimo fare anche a meno della mia modesta persona e del mio contributo, anche se sono 25 anni e non due giorni, che faccio parte di questo universo.
Ma poiché questo blog è da me concepito e ha assunto la dimensione di un diario in pubblico, dove racconto le mie esperienze e sensazioni legate all’universo vinoso e dove voi dite liberamente la vostra interagendo con me, ho pensato di dovervi rendere partecipe di una cosa che mi è accaduto. Nei giorni scorsi ho ricevuto da un produttore di cui non dirò niente, né se sia uomo o donna, in quale zona vinicola operi, che tipo di vini produca, una mail che contiene, tra le altre cose, questa considerazione: “Perchè questa antipatia nei tuoi confronti? Non perchè sei campione di verità che fanno male e che tu porti alla luce, come ami credere e far credere, ma perché, contrariamente al ‘tizio’, o ad altri tuoi colleghi, non parli di un territorio con rispetto e conoscenza, ma ne parli superficialmente, per partito preso, da guastatore, da polemista, senza verificare e visitare, senza bussare e conoscere, senza umiltà e desiderio di capire, con l’unico intento di costruirti un tuo personaggio da vendere, nell’indifferenza verso chi su quel territorio ci vive”.
Voglio solo aggiungere che questo produttore conosco da anni e con questo produttore ho da tempo rapporti normali, tanto che quando ci s’incontra e ci si saluta (un paio di volte è addirittura capitato di sedersi accanto allo stesso tavolo in occasione di una cena).
Su questo produttore e sui suoi vini e sui vini di alcuni produttori della denominazione entro la quale opera ho avuto modo di esprimere delle riserve, di dire, dopo averli assaggiati, che quei vini non mi piacciono, che penso rappresentino una forzatura e una lettura particolare dell’identità storica dei vini prodotti in quella zona. Tutto qui.
Mi chiedo ora, se di fronte ad un rapporto tutto sommato normale tra produttore e giornalista, dove il secondo dice la sua, senza pretendere di rappresentare il Verbo, esprimendo una propria opinione personale legata al proprio gusto, alla propria esperienza di degustatore, ad una propria “estetica” e “filosofia” del vino, sia giusto che quel produttore, che comprensibilmente non ha gradito il giudizio che ho espresso, possa reagire in maniera tanto scomposta provando a liquidare il mio lavoro di cronista del vino, che gira tantissimo, degusta altrettanto, cerca di documentarsi, farsi un’idea precisa di quello su cui scrive, e che scrive di qualcosa è perché quella cosa conosce, e non per sentito dire, affermando, di me che io non parlerei di un territorio, quello dove lui opera, “con rispetto e conoscenza, ma ne parli superficialmente, per partito preso, da guastatore, da polemista, senza verificare e visitare, senza bussare e conoscere, senza umiltà e desiderio di capire, con l’unico intento di costruirti un tuo personaggio da vendere, nell’indifferenza verso chi su quel territorio ci vive”.
Bene, io posso accettare, fa parte del gioco, è normale dialettica, che io a quel produttore possa essere antipatico, che magari quando gli capiti di parlare di me con altre persone esprima giudizi non certo lusinghieri e dire magari che sono uno “stronzo” (ci sono stati produttori, in questi anni, che me l’hanno detto sul muso di considerarmi così), ma non posso accettare, anzi rifiuto in maniera risoluta che lui o altri possano accusarmi di superficialità, di scrivere senza conoscere le cose di cui scrivo, senza documentarmi e peggio ancora “con l’unico intento di costruirti un tuo personaggio da vendere, nell’indifferenza verso chi su quel territorio ci vive”.
Polemista lo sono di certo, “guastatore” e “franco tiratore” pure, ma con l’intento di distruggere per poi costruire, e alla luce di una mia idea molto donchisciottesca, se si vuole, del mestiere di giornalista, che nonostante l’esperienza riesce ancora ad avere in sé un briciolo di idealismo, una propria dimensione etica.
Chi mi conosce, bene, non come questo produttore, sa perfettamente che è lontana anni luce da me, da quello che sono, da come opero nel mondo del vino, una qualsiasi idea di recitare una parte, di atteggiarmi a personaggio, e che impronti quello che scrivo, il modo in cui mi rapporto con i produttori, alla necessità di mantenere fede a quel “personaggio”.
Per queste accuse, mi spiace dirlo, ridicole e queste sì, superficiali, rivolgersi altrove. Con me sono fuori posto, assurde, irreali…

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27 dicembre 2009

Ricordando Baldo… Barolo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999 Cappellano

Non ho avuto nessun dubbio quest’anno nel decidere quale speciale bottiglia sarebbe stata la mia bottiglia di Natale.
Questo é  stato il primo Natale dalla scomparsa, che non ci sembra vera, che ancora consideriamo ingiusta e che ancora ci fa male, di un amico carissimo che ci manca tanto, Teobaldo Cappellano, ed il vino per festeggiare, per ricordare, per pensare che in fondo, anche se in forma diversa, Baldo fa ancora parte di noi e delle nostre vite, anche se non possiamo sentirlo impegnarsi in una delle sue memorabili polemiche, non poteva che essere un suo Barolo, il vino che Baldo ha più amato.
Un amore profondo, intenso, coinvolgente, come dimostrano le prese di posizione in difesa di questo sommo vino di Langa che Baldo, con la sorridente incoscienza di un Don Chisciotte, la purezza e l’ingenuità di un’idealista, ha condotto negli anni, alla testa dell’Enoteca Regionale del Barolo, dentro e fuori il Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba Langhe Roero, nelle sue infinite prese di posizione pubbliche, nelle battaglie condotte, magari sapendo in anticipo che difficilmente avrebbero portato ad una vittoria, per il semplice motivo che sentiva fosse giusto e doveroso combatterle. Come orgoglio, intelligenza e dignità, consapevolezza della propria storia e delle proprie radici, l’essere discendente da quel Giuseppe Cappellano, farmacista di Alba e geniale inventore del Barolo Chinato, che ha segnato il proprio nome nella storia del Barolo, richiedeva.
Degustare, ma che dico, bere con consapevolezza, gustare dedicandogli tutta l’attenzione che merita, un Barolo di Baldo, in occasione di quella sagra del consumismo, oltre che festa religiosa (per chi crede) che è il Natale, mi è sembrato potesse rappresentare il giusto omaggio, laico, da uomo che cerca di essere libero ed indipendente e padrone delle proprie idee com’è stato sino in fondo Baldo, ad una persona cara che ho avuto la fortuna di conoscere e cui ho voluto bene.
Ed un modo, perché la vita va avanti, di stringere in un forte abbraccio, da amico, Augusto Cappellano, che ora prova, con tanta pazienza e la stessa passionaccia, a fare quello che suo padre ha fatto per anni, condurre al meglio i vigneti di proprietà in quel posto magico che è Serralunga d’Alba e vinificarne con onestà le uve Nebbiolo per ottenere, senza forzature, in modo naturalmente naturale, senza proclami, senza scorciatoie, senza pasticci, quel vino speciale che è Monsù Barolo.
Proprio quello che ha dovuto imparare a fare, dopo la morte di suo padre Bartolo, anche Maria Teresa Mascarello, che ad Augusto è profondamente legata, come a Beppe Rinaldi, unico superstite del trio di quegli “ultimi dei Mohicani”, che era appunto formato da Baldo, da Bartolo e da Citrico. Sarebbe stata comunque, al di là del contenuto, una bottiglia speciale, piena di significati profondi com’era, colma di ricordi, di parole dette e taciute, di silenzi, della “presenza” di quel volto buono, al quale non si poteva proprio non volere bene, tanto disarmante era la naturalezza, la distensione di quel sorriso, la bottiglia che avevo scelto e portato a casa con ogni cura dalla cantina e lasciata ad ambientarsi per qualche giorno, il Barolo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999.
Una grandissima annata ed il Barolo, quello da Nebbiolo piantato su piede franco, ottenuto, come ha scritto Roberto Giuliani in questo bell’articolo, “da una vigna impiantata da Cappellano oltre trentanni fa di viti di nebbiolo varietà Michet a piede franco, cioé senza l’innesto americano, quindi post-fillossera”, cui Baldo era particolarmente affezionato. Forse considerandola, la vigna prefillosserica, senza innesto americano, manifestazione di una sorta di Eden incontaminato della viticoltura e dell’enologia, quando il vino era semplicemente vino e non tante altre cose, estranee, cui Baldo si opponeva con la sua testimonianza, espressione di una Langa primigenia non ancora contaminata e corrotta dagli interessi commerciali e dalle cupidigia che in nome del dio danaro ha portato ad impiantare vigneti e Nebbioli dove i Giuseppe Cappellano, i Ferdinando Vignolo Lutati, i Giacomo Conterno, i Giulio Mascarello, i Renato Ratti, i Giovan Battista Burlotto, avrebbero, forse, piantato solo Dolcetti. O con più probabilità avrebbero lasciato boscaglia o pioppi…
Un vino, questo Otin Fiorin Pié Franco – Michet, espressione di una porzione di quel sommo vigneto di Serralunga d’Alba che è il Gabutti, sicuramente non per tutti, bisognoso, per essere capito appieno, di quella conoscenza e confidenza che nasce dalla lunga consuetudine, di quell’umiltà, di quella disponibilità ad ascoltare il vino, a coglierne le sfumature, l’estro, la particolarità, l’accento peculiare, che non è materia troppo diffusa oggi, quando di vino, e di Barolo, parlano, scrivono, ciarlano, spesso a vanvera, senza cultura, senza umiltà, troppi.
Un vino, e sembrerà un paradosso riferito ad un uomo profondamente e coerentemente di sinistra com’è stato Baldo, senza pentimenti né rinnegamenti (perché “chi rinnega è rinnegato”, come amava dire un uomo politico lontano anni luce dalle idee di Baldo…), profondamente “aristocratico”, per sua natura non destinato a tutti, come dicono invece di essere, cialtronescamente e furbescamente, molti vini, anche Barolo, o presunti tali, prodotti con lo scopo dichiarato di “far scendere il re dei vini dal piedistallo”, di divulgarlo, popolarizzarlo, farlo “capire” anche a chi al vino si è appena avvicinato.
Balle! Mi chiedo difatti come costoro avrebbero potuto “capire” – e mi ritengo un privilegiato per illudermi di poterlo in qualche modo fare, dopo tanto tempo speso “a scuola di Barolo e di Nebbiolo” da uomini come Baldo – e cogliere la grandezza di un Barolo complesso eppure semplice e quasi “disarmante”, come questo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999, colore rubino squillante granato ravvivato e reso splendente della lucentezza e del nitore del Nebbiolo, brillantissimo, pieno di riflessi, bello e maestoso come certi tramonti sulle colline di Langa, naso di elegantissima fittezza, una sorta di quintessenza del barolesco bouquet, con terra e liquirizia, lamponi, prugne e ribes, foglie secche, rosa passita, melograno, cuoio, polvere da sparo, grafite.
E poi in evoluzione, a comporre una sinfonia senza, fine, cedro, funghi secchi, catrame, il timbro asciutto, scabro ed essenziale della pietra, un accenno di cacao, di fiori secchi, e di lavanda, di amaretti e china, erbe aromatiche e noce moscata a comporre un insieme di assoluta freschezza, incisivo, salato vivo e nervoso ed un finale solo leggermente affumicato, quasi ad evocare il mezzo toscano che Baldo amava tenere in bocca, l’innocenza, la bontà disarmante del suo sorriso.
E che gusto poi, quale integrità e indomabile energia sin dal primo attacco, vivo ampio carezzevole e nervoso, con un tannino, vero centro vitale del vino, che sembra “aggredirti” tanto è vibrante e pieno di nerbo, ma poi ti accarezza, ti scalda e culla, con il sapore e la verità della terra, scattante energico, lungo e verticale, quasi appuntito, con un’acidità calibrata ed un grande sale, largo, pieno, caldo, vellutato, avvolgente, con il calore e l’avvolgenza di una stoffa leggermente ruvida, ma che ti scalda nel profondo, ti consola, ti dà la certezza di non tradirti.
Un Barolo dal magnifico sostegno, dalla terrosità spiccata, anzi la terra e la roccia dei Gabutti fatta vino, straordinariamente elegante, composto, pieno di slancio e di generosità.
Un Barolo vero, proprio com’era quell’uomo, Baldo, che tutti gli uomini e le donne del vino di buona volontà dovrebbero considerare come un esempio, un esempio di coerenza e pulizia, in un universo enoico così falso e popolato da farabutti, manigoldi e cialtroni, una stella polare da seguire…
Perché è sempre meglio essere ricordati come degli idealisti e dei Don Chisciotte, come dei visionari, dal cuore e dalla menta pura, che dei trafficoni spudorati con tanto pelo sullo stomaco, che loro sì che sanno come stare al mondo…

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2 dicembre 2009

Gianni Brunelli, un anno dopo…

E’ già passato un anno da quando Gianni Brunelli, lasciando un vuoto che è impossibile colmare e che appare più profondo man mano che il tempo passa, se n’è andato e la scena di Montalcino da quel momento ha perso un vero protagonista, uno dei personaggi più schietti, più profondamente legati alla sua terra e ai vini, Brunello e Rosso di Montalcino, che dalla tenace e appassionata coltivazione del Sangiovese se ne ricavano.
Le parole sono sempre vane in questi casi, e forse la cosa migliore, per chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo e di essergli amico, porre mano allo scrigno dei ricordi, ad alcuni momenti speciali, che con Gianni erano sempre di grande allegria e convivialità, improntati al piacere di stare insieme e di parlare, che abbiamo avuto modo di condividere con lui.
E’ proprio quello che ho cercato di fare, in maniera molto asciutta ed essenziale, com’era nello stile dell’uomo Gianni Brunelli, ricordando una magnifica serata trascorsa al Podernovone qualche anno fa, in beata e allegra compagnia, mangiando una squisita bistecca e bevendo svariate annate del suo Brunello, in un articolo, che ho pubblicato qualche giorno fa – leggete qui – sul sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers.
Che bella persona che sei stata Gianni e quanto manchi non solo a Laura, ma a tutti noi che ti abbiamo voluto bene…

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14 novembre 2009

Addio Giancarlo! La scomparsa di un grande della ristorazione italiana


Non sono stato, contrariamente ai programmi, al controverso confronto con il Barbaresco che avrebbe dovuto anticipare l’Anteprima del Chianti Rufina in programma, a Rufina, questa mattina.
Pur essendo sceso in Toscana giovedì pomeriggio, per condurre una Serata Franciacorta in Casentino da Caterina e Simone, alla Tana degli Orsi di Pratovecchio, venerdì mattina ho dovuto riprendere la strada di casa.
Non potevo mancare, ieri pomeriggio, insieme a mia moglie e a mia figlia (che l’hanno conosciuto e apprezzato) a porgere insieme a tanti l’ultimo saluto, nella sua Manerba del Garda, a quell’autentico signore, nella vita e nella ristorazione, che è stato Giancarlo Tassi, patron, con la moglie Giuliana, del Ristorante Capriccio.
Sono rimasto di sasso quando giovedì mattina, un altro comune amico ristoratore gardesano, Gianni Briarava dell’Antica Trattoria alle Rose di Salò, mi aveva telefonato dandomi la terribile notizia che Giancarlo, a soli 52 anni, se n’era improvvisamente andato, lasciando non solo la moglie Giuliana e la figlia Francesca, il suocero Martino, sgomenti e preda di un dolore infinito, ma attoniti, feriti nel profondo, increduli, tutti noi che Giancarlo abbiamo avuto la fortuna, anzi, il privilegio di conoscere.
Saranno altri, gastronomi e studiosi della ristorazione bresciana e lombarda, nel cui ambito il Capriccio si era distinto, dagli inizi nel 1967, quando il locale nacque per iniziativa dei genitori di Giuliana, Martino Germiniasi e l’indimenticabile Mary, Maria Veggio, scomparsa anche lei qualche anno orsono, sino alla nuova formula, nata nel 1985 e poi cresciuta sino a fregiarsi di una meritatissima stella Michelin, a parlare del Tassi grande ristoratore.
A me, che l’ho conosciuto nei primissimi anni Novanta, quando approdai nella frazione Montinelle di Manerba, in questo angolo incantato dove il Capriccio ha sede, per scrivere per A tavola un articolo sui ristoranti gardesani dove il Capriccio non poteva mancare, preme ricordare non solo il Giancarlo professionista, patron impeccabile, elegante e signorile nei modi, raffinato nel porgere e nel mettere a proprio agio il cliente, pardon, l’ospite. Oppure il sommelier di primario valore, attento nel costruire una carta dei vini personale e mai scontata, a pescare, girando per cantine e assaggiando con palato sensibile, le chicche da proporre non per stupire, ma per offrire un elemento ancora più personale alla propria offerta.
Si trattasse dei suoi amatissimi Riesling tedeschi o austriaci, dei vini altoatesini, di uno Champagne di qualche piccolo récoltant o del Brunello di Giulio Salvioni.
Pensando a Giancarlo, che ho avuto il piacere di conoscere anche al di fuori del “teatro” del suo locale, recandoci insieme qualche volta in Alto Adige per cantine o incontrandolo in occasioni conviviali in Franciacorta, non posso che pensare ad una bella persona, di poche, ma mai banali, parole, e di eloquenti silenzi, misurato, il volto sempre leggermente malinconico, anche quando sorrideva, e ad un galantuomo, di quelli che è sempre più raro incontrare, tanto che lo faceva apparire quasi una mosca bianca, un marziano, in un mondo, quello della ristorazione, dove l’apparire, il sapersi “vendere”, contano molto più della sostanza, dell’effettivo spessore umano delle persone.
Un modo garbato, mai urlato, sempre autentico e riflessivo il suo, una compostezza, anche nell’affrontare i momenti difficili che gli erano capitati (un male con cui aveva lungamente lottato trovando il modo se non di domarlo, quantomeno di conviverci, ma senza per questo rinunciare mai al suo modo di essere e al suo amato mestiere di ristoratore esercitato con antica saggezza), che non potevano non colpire.
E non lasciare oggi, dentro, un segno profondo, consapevoli che se n’è andato, in punta di piedi, quasi per non disturbare, con quella voce pacata che aveva sempre quando telefonandogli ti diceva “quando ci vieni a trovare?”.
Non ti dimenticheremo Giancarlo e grazie davvero per quella testimonianza di garbo e signorilità e di professionalità mai ostentata, ma vera, concreta che hai lasciato e quella cifra di eleganza, di misura, di classe che resterà il segno del tuo passaggio, ahimé così breve, in questo mondo…

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25 ottobre 2009

Muore ignominiosamente la Repubblica: povera Patria!


Dovrebbe essere, questa domenica, l’occasione per stare sereni, godendo, laddove c’è, il tiepido sole di questo autunno che annuncia l’inverno (sempre più the winter of our discontent, l’inverno del nostro scontento per dirla con Shakespeare e con Steinbeck), per rallegrarsi delle buone compagnie, magari di una buona bottiglia di vino di quello vero, del nono mondiale conquistato da Valentino Rossi.
E per chi è è elettore del Partito Democratico, andare a votare, per eleggere il proprio nuovo segretario, nelle primarie di oggi.
Invece, basta leggere le cronache dei quotidiani, gli ultimi “strilli” della loro edizioni on line, per vedere salire la nausea, il disgusto, lo schifo, la rabbia a livelli altissimi e intollerabili.
Questa Repubblica, questo modo di fare politica, di intendere la gestione della “cosa pubblica” sta letteralmente andando a puttane, mi correggo, per essere politicamente e sessualmente corretti, bisognerebbe aggiungere che sta andando anche a trans.
Il “caso Marrazzo”, il Governatore della Regione Lazio, ricattato da 4 carabinieri (vergogna per un’Arma popolata da simili mele marce, da così squallidi figuri!) per un filmato che lo ritrarrebbe mentre “si intrattiene” con un trans, è solo l’ultimo caso di un’estate dominata dallo spettacolo indecoroso e volgare di un Presidente del Consiglio più che sospettato di essere frequentatore abituale di escort a pagamento, di squallide patriziedaddario.
L’ultimo fotogramma di uno sconcio spettacolo, di malgusto televisivo, di un’Italia dove molti nostri uomini politici, di ogni estrazione e colore, siano, sebbene regolarmente dotate di famiglie e figli, delle persone dalla dubbia moralità, che in pubblico predicano bene e nel privato dei loro letti razzolano arrendendosi agli ormoni impazziti, che mi fa letteralmente venire il voltastomaco.

Così, una volta tanto, non posso essere d’accordo con l’ottimo Marcello Veneziani, che in un articolo pubblicato sul quotidiano proprietà della famiglia del presidente frequentatore di escort, esordisce scrivendo “È permesso dire che preferisco essere governato da un donnaiolo incontinente piuttosto che da un abituale frequentatore di trans, in festini di coca e sesso? E che preferisco chi denuncia i ricattatori e li attacca in pubblico a chi li asseconda, li paga di nascosto e poi nega tutto in pubblico? So distinguere tra sfera pubblica e sfera privata, giudico chi governa da quel che fa da governatore e non da erotomane. Però lasciate che io consideri più squallido, più ricattabile e meno affidabile il politico del secondo tipo”.
Pur essendo ancora, romanticamente, più che razionalmente di “destra”, e legato ad una mia idea di “destra” con la quale il Berlusca, Fini e gli ex aennini che hanno svenduto ideali e diversità nel nome del potere, non hanno assolutamente nulla a che fare, trovo parimenti squallidi, vomitevoli, perché opera di personaggi pubblici, che dovrebbero rispettare un’etica, una moralità dei comportamenti, i problemi “di letto” del Primo Ministro e del Governatore della Regione Lazio.
Allora di fronte a questo sfacelo, a questo verminaio, a questa putrefazione della morale, allo spettacolo di un confronto politico giocato a colpi di dossier sulle licenze sessuali di questo o di quel personaggio, non posso che trovare rifugio e pensare che sia forse l’unica consolazione possibile, nell’arte, nella cultura, nella poesia.
Ho così pensato ad un piccolo componimento di un grandissimo poeta che ho amato molto e di cui conservo gelosamente alcune lettere che fu così gentile da inviarmi, quando gli scrissi, tanti anni fa, in un’altra vita, per manifestargli la mia ammirazione e l’amore per la sua opera poetica.
Parlo di Mario Luzi, incredibilmente non coronato da quel Nobel per la Letteratura che avrebbe illuminato e dato gloria e credibilità a quel Premio e ad un piccolo poema che risale ai tempi del “caso Moro”, il cui attacco, Muore ignominiosamente la repubblica, credo riassuma meglio di tanti editoriali l’attuale triste situazione.
Un poema, leggetelo qui nella sua completezza, che rende l’idea tragica della lotta feroce, dello sbranamento ignominioso, tra i suoi sciacalli.

Ma ho pensato anche, perché poesia e musica si legano, e sono il modo migliore, il più autentico, di elevarci dalle bassezze e  dal sozzume della realtà che ci tocca vivere, anche ad una canzone civile, ad una vera e propria invettiva, di quel grande musicista e poeta che è Franco Battiato, la sua Povera Patria, “schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos’è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!”…
Battiato canta “non cambierà, non cambierà”, ma speriamo tanto che possa davvero cambiare “che il mondo torni a quote più normali che possa contemplare il cielo e i fiori”…

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11 ottobre 2009

Brunellopoli, game over. Pubbliche decisioni e una svolta


Ho letto e riletto con grande attenzione i due commenti dell’avvocato Bernardo Losappio pubblicati a margine di questo mio post.
Li ho trovati due interventi di grande chiarezza e determinazione, redatti con stile diretto e del tutto scevri da quel tecnicismo un po’ leguleio cui fanno spesso ricorso gli uomini di legge quando scrivono.
Leggendoli e rileggendoli e ripensandoci sopra, perché è vero che la notte porta consiglio, mi sono accorto di una folgorante evidenza, e cioè che mi ero così profondamente e totalmente immerso, considerandole quasi una “sfida” e un fatto personale, nelle vicende relative allo scandalo del Brunello, che ero finito in debito d’ossigeno, rischiando di abdicare quasi a quello spirito critico, a quella lucidità, indispensabili per ogni giornalista, che mi avrebbero consentito, se perfettamente attivate e presenti, di capire quello che andava pubblicato e quello che invece era superfluo o dannoso, o addirittura sbagliato.
E che mi avrebbero permesso di cogliere, nei commenti che mi sono stati inviati a questo post, quelli che valeva la pena pubblicare, per sviluppare il dibattito su Montalcino e dintorni che questo blog ha innescato dal 21 marzo 2008, e quelli che invece andavano cestinati. Perché non solo non erano così importanti, ma perché contenevano espressioni, valutazioni e giudizi e circostanze che potevano anche essere considerati offensivi dalle persone che avessero ritenuto di riconoscersi tra quelle cui, seppure mediante un linguaggio colorito, con molti messaggi in codice al loro interno, si faceva riferimento.
Preso dalla “trance agonistica” non sono stato sufficientemente lucido e vigile nel giudicarli e li ho pubblicati, sbagliando.
Per questo motivo, del tutto spontaneamente, senza che nessuno me l’abbia chiesto, perché certe cose si possono e devono capire anche da soli, sono arrivato alla determinazione di dover prendere quattro decisioni che qui comunico:
1) chiedo pubblicamente scusa, perché è giusto e doveroso farlo, quando si sbaglia (lo fanno anche fior di ladri, assassini e malviventi di ogni tipo, non vedo perché non dovrei farlo anch’io, che ho compiuto un errore di molto minor portata), all’avvocato Losappio e alle persone che, anche se da parte mia, come ho già scritto, non v’era alcuna volontà “offensiva e diffamatoria” nei loro confronti, abbia involontariamente e incautamente offeso pubblicando una serie di giudizi contenuti in alcuni commenti pubblicati a margine di questo post.
Sono dispiaciuto per l’accaduto e per la leggerezza che, in assoluta buona fede, ho oggettivamente compiuto come responsabile di questo blog e delle cose che vi vengono pubblicate e m’impegno a porre ancora maggiore attenzione, nell’immediato futuro, ai commenti cui verrà dato spazio;
2) voglio dichiarare a chiare lettere la mia dabbenaggine non essendomi accorto del trappolone e mordendo con avidità la polpetta avvelenata, perché tale lo era (anche se non so bene per quale motivo allestita per la bisogna) che era stato preparata. Come diciamo a Milano, bravo pirla, che ti serva da lezione per la prossima volta;
3) ho ovviamente deciso di eliminare i commenti cui fa riferimento l’avvocato Losappio, e ne conserverò copia, nei miei archivi, perché possa rileggerli e meditarci sopra, quando mi dovesse nascere l’insana tentazione di pubblicarne di analoghi. Più li rileggo, più mi accorgo di essere stato stupidamente trascinato in faide e conflitti ilcinesi-senesi da cui avrei invece dovuto tenermi alla larga;

4) ultima decisione, apparentemente la più sofferta e difficile, invece la più semplice e naturale, il giusto corollario della premessa e delle altre tre determinazioni sopra esposte. La esemplificherei con un titolo che è tutto un programma, andare oltre, voltare pagina.
Ho difatti deciso di chiudere con questo post l’esperienza, che è stata professionalmente esaltante, e di cui sono orgoglioso, di cronista e commentatore “ufficioso” di Brunellopoli e dintorni. Non per paura, ma, scusate la parola un po’ forte, per “disintossicarmi”, per non essere, come accade a certi attori e caratteristi del cinema, cui si richiede sempre, dopo anni, di fare la stessa parte, magari quella del “cattivo”, ostaggio del ruolo di fustigatore in servizio permanente effettivo di quanto accade, veramente o nei si dice, a Montalcino.
Sono orgoglioso della stragrande maggioranza delle cose che ho scritto, del reiterato invito ai produttori ad opporsi al cambiamento del disciplinare del Brunello, alla merlottizzazione del loro grande vino, alla standardizzazione, e ricordo ancora con commozione la partecipazione del carissimo, indimenticabile amico, Teobaldo Cappellano, già ammalato, al Dibattito sul Brunello che mi vide contrappormi il 3 ottobre del 2008 a Siena alle tesi, favorevoli ad un apertura ai vitigni internazionali, sostenute, con grande chiarezza e coerenza da Ezio Rivella.
Ho fatto quel che potevo e anche di più, ma ora è venuto il momento di fermarmi e di dedicarmi ad altro.
Così, a meno di non trovarmi di fronte a fatti clamorosi che giustifichino il mio intervento di cronista e di cui darò debitamente notizia, lascerò Montalcino, i suoi produttori ed il Brunello al loro destino, lasciando che siano liberi di decidere quali presidenti del Consorzio darsi, quali strade prendere, da quali potentati economici farsi orientare, ignorando bellamente che a Montalcino possano nascere o meno comitati d’affari per tutelare gli interessi privati di qualcuno, oppure che si dia vita a formazioni politiche con santi in paradiso a Roma oppure in Veneto o a Washington. Problemi e questioni loro, che facciano, che brighino e decidano come meglio credono.

Ovviamente, da cronista del vino quale sono e continuerò ad essere, da persona che da 25 anni degusta vini e gira l’Italia enoica, non smetterò di occuparmi del Brunello e di recarmi nel bellissimo borgo senese (dove ho diversi amici) quando sarà opportuno, ma lo farò esclusivamente scrivendo dei vini che a mio avviso onorano il terroir di Montalcino ed esaltano la grandezza e l’eleganza del Sangiovese che cresce solo in questa zona benedetta da Bacco.
Ignorerò, del resto per fortuna lo stanno già facendo molti consumatori, istruiti da questa storia tutta italiana, e toscana, i vini che non mi piacciono, gli alfieri della standardizzazione e della normalizzazione brunellesca, e non mancherò, anche mediante qualche idea che sto mettendo a fuoco e che spero si possa presto tradurre in un progetto editoriale, di parlare delle non poche positività di Montalcino e del Brunello.
Volto pagina, cambio registro (solo sulle questioni legate al Brunellogate ovviamente) con l’intenzione e l’impegno di fare ancora meglio, con più precisione e onestà intellettuale e senza stupide ingenuità ed errori di percorso come quello da me compiuto, diciamo per furore agonistico, per quella carenza di lucidità che porta il calciatore in debito d’ossigeno ed in eccesso di acido lattico a compiere falli inutili non riuscendo a controllare il suo gesto atletico, il mio lavoro di giornalista. Che si serve anche di questo blog, libero ed indipendente, per esprimere il mio pensiero, come fa su riviste italiane ed estere.
Dopo averlo per qualche tempo “truccato” dandogli un assetto “da gara” (una aggiustatina al motore per aumentare la potenza e la velocità) restituisco a questo blog enoico la configurazione normale che talvolta, occupandomi del caso Brunello, non aveva avuto.
Brunellopoli game over dunque: perché c’è vita, serenità, possibilità di fare critica e buon giornalismo di idee, sempre nel segno dell’indipendenza, e della libertà di giudizio, anche non occupandosi di quel che si dice, si sussurra, si architetta, si pensa e non sempre si dice chiaramente nel borgo ilcinese.
Esco dalle sabbie mobili di Montalcino, del suo scandalo senza fine e senza soluzioni precise, del suo immobilismo, delle aporie e contraddizioni, delle ombre che oscurano le luci, delle sue “logiche” municipali, prima di esserne inghiottito.

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16 settembre 2009

Lo confesso: sono un pirla! E’ solo una perdita di tempo replicare a chi ti diffama via blog


Cari lettori devo confessarvelo: sono proprio un pirla, un coglione, un emerito stupido.
Nonostante agisca in Internet da almeno dieci anni e ne conosca profondamente le luci e le ombre, il pregio legato alla libertà e spontaneità di espressione ed i limiti legati al fatto che chiunque, una volta in Rete, si sente libero di sparare a zero e di diffamare, magari trincerandosi dietro un conigliesco anonimato, non riesco a convincermi del fatto che la migliore risposta a certuni che si ritagliano un momento di protagonismo e l’impressione di essere vitali schizzando merda sul prossimo sia ignorarli. L’ho detto, sono così allocco che lascio che emerga il mio aspetto fumino, istintivo, incazzoso, su quello razionale e di fronte a certe provocazioni, che sono scoperte, volute, forse calcolate a tavolino, forse fatte per doppi fini, invece di ignorare, far finta di niente, perché certe uscite sono solo ragli d’asino che salgono al cielo, modalità internettiane di far prendere aria alla bocca, e replicare a certi tizi equivale solo ad abbassarsi al loro infimo livello, quel “boccalone” del sottoscritto non riesce ad avere sufficiente sangue freddo e self control, ma parte a razzo e risponde.
Mentre un bel silenzio, un totale ignorare quello che dicono certuni, con autorevolezza e credibilità pari a zero, e per di più trincerandosi conigliescamente dietro ad un nick name, sarebbe la sola risposta giusta. Secca, tombale, umiliante.
Ma il mondo del blog è anche il mondo del dialogo, anche nei confronti di persone che provano, con raro sprezzo del ridicolo, ad infangare la tua professionalità, con “argomenti” così deboli che si sbriciolano come un grissino.
Così, lo confesso, quel fessacchiotto del sottoscritto, di fronte al raglio di tale Simone e Zeta, definito dal responsabile del blog che l’ha ospitato come “un commentatore della prima ora che qui ha lasciato un centinaio di commenti”, invece di ignorare che in una discussione relativa alla mia partecipazione al dibattito sulla comunicazione sul vino via Internet organizzato per venerdì a Bra da Slow Food, quel tizio (che magari nella vita normale é una persona in gamba con tanto di professionalità a prova di bomba) avesse scritto, leggete qui, “Dall’alto del mio equilibrio, oltre che saggezza e non da meno modestia, posso solo affermare che Ziliani qualche battaglia giusta l’ha combattuta; gli sarà convenuto, ma l’ha combattuta. Non vado oltre”, ha stoltamente replicato.
Non solo con un commento dove dicevo “Signor Simone e Zeta: mi vuole spiegare, di grazia, in che cosa mi sarebbe “convenuto” combattere determinate battaglie (che lei bontà sua definisce “giuste”)? Vada oltre, perché altrimenti vado oltre io, perché mi sono rotto i corbelli di ricevere, su questo blog che erroneamente continuo a considerare amico, mentre invece non lo é, attacchi capziosi, allusioni, e robette del genere. Mi faccia capire, prima che le chieda di rendere conto di simili azzardate e calunniose affermazioni in altra sede. A lei e a chi ospita senza battere ciglio simili cose… Resto in attesa”, ma scrivendo direttamente al tipo, senza ricevere alcuna risposta, e soprattutto rivolgendomi al responsabile del blog, Massimo Bernardi e ai suoi principali collaboratori, Antonio Tomacelli e Fiorenzo Sartore, tre persone che da emerito idiota quale sono, e babbeo, consideravo degli amici.
Invece come sono andate le cose sono sotto gli occhi di tutti coloro che abbiano la compiacenza e la pazienza di andare su questo blog, che non voglio nemmeno nominare e che chiusa questa vicenda cancellerò dalla mia mente e dalle mie visite (i lettori di Vino al Vino sono così intelligenti e liberi che sapranno perfettamente come regolarsi, se continuare a leggere oppure meno) e di leggere i commenti, tra i quali spicca quella del senior editor di questo blog, che dice: “Nel caso specifico, questo significa che giuridicamente, non siamo obbligati a togliere il commento del lettore Simone e Zeta, che ha fatto arrabbiare Franco. Non fino a quando la Polizia postale ce lo chiede, a seguito di una querela. Ma non è per questo che il moderatore di Intravino non ha rimosso il commento. Lo ha fatto per due motivi. Nel merito, non gli è parso particolarmente offensivo. Forse è allusivo, ma è il genere di commento al quale un abile comunicatore del vino come Franco, risponde chiedendo chiarimenti e fornendo risposte. Se ci tiene. Invece, qui si fa un gran parlare di querele e avvocati. E se pensiamo che tutto deriva da un invito a un panel sulla comunicazione del vino, la situazione appare surreale. D’accordo, il panel è organizzato da Slow Food, che online, non è che abbia esattamente brillato per la comunicazione. Finora. Ma i comunicatori comunicano (cioè rispondono ai commenti) non querelano”.
Come potete vedere nemmeno l’ombra di una presa di distanza dal commento diffamatorio, secondo il quale mi “sarà convenuto” sostenere le battaglie che ho sostenuto (battaglie che mi hanno portato a guadagnare di meno, addirittura a perdere delle collaborazioni che duravano da una vita), nessuna scusa.
Taccio poi, perché la legge sulal privacy me lo impone, sul contenuto delle e-mail che ho ricevuto dal signor Bernardi dove addirittura al danno si aggiunge la beffa e dove non trovo alcuna traccia non dico del senso di quella “amicizia” che io, da pirla quale sono, pensavo mi legasse in qualche modo a quella persona, nessuna espressione di umana solidarietà verso un attacco tanto sciocco, proditorio e ridicolo. Ma comunque diffamatorio.

Un attacco al quale avrei, nel caso, dovuto rispondere solo con poche parole, dicendo “sì ho avuto convenienze nel prendere certe posizioni, può sembrare banale, ma ho avuto convenienze personali, con la mia coscienza, perché sono un pirla che non accetta compromessi, anche (forse soprattutto) quando mi converrebbe, e molto. sono proprio un pirla, e sono una rarità! perché quelli che illazionano si comportano ben altrimenti (sennò non farebbero illazioni)”.
Ma sono stato e sono un fesso, e nonostante il signor Bernardi, privatamente, ma non pubblicamente sul suo blog, mi abbia scritto “tu sei specchiato e puoi distruggere chiunque lo metta in dubbio”, ho replicato e ho minacciato, non per ridere, ma perché anche diversi lettori e amici, tra cui un paio di avvocati, mi hanno invitato a farlo, di adire a vie legali, di chiedere in tribunale a quel tipo e a chi, con tanta leggerezza e superficialità ha pubblicato quel commento, di spiegare, di portare prove circostanziate, documenti, del perché sostenere determinate battaglie, da solo, come un Don Chisciotte un po’ pirla, mi “sarà convenuto”.
Sono persuaso, così mi dicono gli esperti di legge, che avrei potuto vincere la causa e chiedere un bel risarcimento e rimpolpare il mio conto in banca che nonostante io conduca le mie battaglie per convenienza, come sostengono i commentatori anonimi, non è certo ricchissimo.
A differenza di quello di altri miei colleghi che, loro sì che sanno stare al mondo e decidono se scrivere o meno qualcosa, se fare i virtuosi nel gioco delle tre scimmiette, e candidarsi al premio lecchino d’oro, in base a ragionamenti di comodo e convenienza.
Ma l’ho detto, sono un pirla, un fesso, un, ancor non vecchio, rincoglionito e invece di fare quello che raziocinio a calcolo mi suggerirebbe, ho pensato di chiudere la vicenda, stendendo una pietra tombale su quel blog, sulle persone che lo animano, sul suo pilatesco responsabile, e di non adire, come avevo seriamente minacciato e come sarebbe buono pulito e giusto fare, a vie legali. Voglio essere coglione e pirla sino in fondo, per coerenza, per istinto, per gusto e senso estetico, per una forma di romanticismo, perché il solo pensiero di aver ancora a che fare con persone del genere, di dover relazionarmi con loro in tribunale mi causa nausea e orrore.
Mi basta la soddisfazione, morale (capiranno di che si tratta?) di aver raccontato esattamente questa vicenda e di aver offerto, a chi vuole capire, ragionare, tutti gli elementi per trarre le debite conclusioni e capire come il mondo di Internet e dei blog, seppure bellissimo, abbia ancora bisogno di crescere, di maturare una coscienza profonda, un senso di responsabilità, un’etica che ancora, lo dimostra bene questa brutta vicenda, ancora fa difetto in molti.

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10 agosto 2009

Caro Sud, un pizzico di senso civico in più smonterebbe il folklore leghista!

La settimana scorsa ho avuto l’opportunità, per di più dall’osservatorio privilegiato di una permanenza di alcuni giorni in quella South Land che è la Puglia, di sentire quale effetto abbiano sulla gente del Sud alcune stravagantissime, lunari proposte, sicuramente colpa del caldo e di qualche colpo di sole, di parlamentari e ministri dell’attuale maggioranza di governo espressione del “partito del Nord”, la Lega.
Parlo delle “gabbie salariali”, ops, così definite inizialmente – leggete qui – ma poi trasformate in “buste paga parametrate al costo della vita”, perché la vita al Sud è meno cara – link – opera del ministro Calderoli e parlo dell’autentica “genialata”, una vera “perla” del capogruppo della Lega al Senato Federico Bricolo, di proporre una modifica dell’articolo 12 della Costituzione, che recita “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso”, con l’aggiunta delle parole “Ciascuna regione ha come simboli la bandiera e l’inno”, che ci porterebbe ad avere in aggiunta o in alternativa alla storica bandiera i vari vessilli delle diverse realtà regionali. Con tanto di inni cispadani, toscani, borbonici, ovviamente in omaggio al federalismo fiscale approvato dal Governo in carica.

Vi lascio immaginare i commenti, dal divertito al vagamente incazzato, all’indignato dei miei amici pugliesi. E le perplessità circa la ventilata costituzione di una “Agenzia per il Sud” annunciata – leggete qui – dal presidente del Consiglio.
Altrettanto ovvio che stando al Sud ho cercato di farmi spiegare da loro cosa ne pensino del tanto chiacchierato – pasticciato e confuso – progetto di Partito del Sud, una specie di Lega meridionale, che dovrebbe tutelare, meglio di quanto faccia il governo centrale (pieno di quei “polentoni” di leghisti e con gli ex aennini ridotti al rango di tristi silenti ascari del Re Silvio e dei suoi voleri) e come vedrebbero l’idea di una Banca del Sud, di cui parla spesso, e sovente con intelligenza, di cui è sicuramente dotato, come di ironia, il ministro dell’Economia e delle finanze, il valtellinese Giulio Tremonti.
Anche in questo caso gli amici pugliesi non mi hanno aiutato a capire se queste due ipotetiche innovazioni, il Partito e la Banca del Sud, potrebbero fare al caso loro. E dare un po’ di costrutto all’ennesima puntata del dibattito sulla cosiddetta “questione meridionale“…
Per quanto bene voglia loro, per quanto abbia un po’ di sangue pugliese, essendo nativa di Erchie nel tarantino la mia nonna materna, fatico un po’ a capire, al di là delle loro indignazioni verso i folkloristici, pittoreschi, comici eccessi di quella Lega che è padrona e maggioritaria dove vivo, le loro proposte pratiche, le loro idee per un armonico rapporto – di collaborazione e non di sudditanza/sfruttamento – tra il Nord ed il Sud (dimentico la ridotta dell’Appennino, che si traduce in un vero e proprio “partito dell’Appennino” rappresentato da quel Centro Italia – Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, ecc che costituisce ormai la sacca di sopravvivenza più forte di quello che rimane dell’ex sinistra comunista).
Tra realtà ognuna delle quali ha bisogno dell’altra, si integra e si armonizza con l’altra e solo degli autentici imbecilli, dei trogloditi privi di cultura, potrebbero pensare di rendere autonome, nel senso di ognuna completamente distaccata dall’altra.
Eppure, dicevo, anche se adoro scendere al Sud e quando ci sono non me ne tornerei più a Bergamo (“ma sta giò traditore di un mezzo terrone e turna no a cà!” diranno a questo punto i leghisti più trinariciuti!) ogni volta che scendo al sud colgo il senso di incompiutezza, quel fare a metà o non fare, quella rassegnazione, quel piagnisteo, quel lamentarsi senza fare poi molto per cambiare, che mi suona come una litania insopportabile.
Continuo a vedere (come al Nord del resto) la gente girare in macchina senza allacciarsi le cinture e parlare al cellulare senza auricolare, ragazzini in moto senza casco, paesi, che potrebbero avere un loro fascino, non perfettamente puliti, cumuli di immondizie abbandonati in aperta campagna, la segnaletica stradale che sembra risalga a secoli orsono, le strade dissestate, e tante altre cose che, oggettivamente, agevolano e favoriscono lo svilupparsi di quella mentalità nordica anti-meridionale che è sempre esistita, anche se in uno stadio più bonario, a livello di battute sui “terroni”, anche prima che nascesse la Lega e alla quale la Lega ha dato espressione politica.
Mi chiedo però, visto che siamo tutti in un Paese, un po’ sgarrupato, con politici non all’altezza e cialtroni sia a destra che a sinistra, che si chiama Italia, e che continua ad avere un Governo centrale, perché determinate regole di una banalità assoluta che vengono fatte applicare, senza che nessuno abbia nulla da eccepire, al Nord oppure in Europa, non vengano applicate pari pari anche al Sud.
Mi chiedo anche perché, ad esempio, quando parto dall’aeroporto di Milano Orio al Serio (alias Bergamo) con qualsiasi destinazione (Bari, Brindisi, Roma, Londra, Madrid) e abbia con me il mio notebook, a Bergamo al momento del controllo al metal detector mi venga chiesto di togliere il notebook dalla custodia e di accenderlo per verificare che sia veramente un p.c. portatile e non invece chissà cosa, e la stessa cosa, con maggiore severità e cavilli accada quando torni da Londra.
Ma non posso non chiedermi perché lo stesso elementare tipo di controllo, disposto da un protocollo preciso di norme, non sia stato applicato in giugno quando m’imbarcavo, per Bergamo, dall’aeroporto di Bari e la scorsa settimana, dall’aeroporto di Brindisi, dove un incaricato, alla mia precisa richiesta “devo accendere il notebook?” mi ha risposto “e perché mai?”… Sono piccole cose, dettagli – ma non solo il diavolo, ma le spiegazioni di molte cose stanno proprio nei dettagli… – che rivelano una difformità di comportamenti, un lassismo, un residuo di menefreghismo e di furbizia (vogliamo parlare dei taxisti che anche a Roma quando arrivi alla Stazione Termini o a Fiumicino tentano di depredarti con tariffe esagerate o dei ristoratori farabutti che fanno pagare cifre iperboliche a quell’animale da spennare che è il turista straniero?) che a tutti dovrebbe causare la nausea ed una volontà di cambiamento.
Che in alcuni, come me, diventa fastidio, insofferenza, arrabbiatura passeggera, con un pizzico di fatalismo, ma in altri genera stati d’animo e posizioni che al confronto l’ennesima “calderolata” o le trovate anti-sud del gerarchetto leghista di turno sono esempi di buon senso e prove d’amore per Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo e le sue genti.
Amici del Sud, perché non disarmare le arrière pensées ed i luoghi comuni e quel fondo di ignoranza becera, che costituiscono il serbatoio, oltre ad alcune poche valide cose, del “pensiero” e della “cultura di governo” leghista più deteriore (che ha pure dato e dà molti esempi di efficientismo e di buon governo in tante amministrazioni pubbliche al Nord), con un pizzico di amor civico, di assunzione di responsabilità, di energia positiva, in più?
Lo scriveva Luigi Sturzo nel lontano 1923: “Intendiamo bene: il risorgimento meridionale non è opera momentanea e di pochi anni, o che dipenda da una qualsiasi legge, o che venga fuori dalla semplice volontà di un governo; è opera lunga, vasta, di salda cooperazione nazionale; e che come spinta, orientamento, convinzione, parta dagli stessi meridionali”.
Provateci a darvi questa “convinzione” e vedrete che anche i fanatici dell’identità padana non potranno non volervi bene…
In fondo, tanti di loro che d’inverno vivono a polenta e pregiudizio anti-meridionale e che nelle chiacchiere da bar o da barbiere ululano contro i “terun”, non vengono già, stando un po’ più “schisci” nelle loro esternazioni, a fare le vacanze estive in Terronia?

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