Vino al vino

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23 maggio 2011

Davvero fantastico il Nebbiolo di Langa: grande anche in versione rosé

Da vecchio appassionato dei rosati non posso che prendere atto con piacere di una nuova diffusa tendenza che sta prendendo piede in terra di Langa.
Si continua a lavorare sul Nebbiolo ottenendo nelle rispettive zone di produzione, si chiamino Barbaresco, Barolo e Roero, grandi vini rossi da invecchiamento, oppure vini di timbro e taglio più giovane e fresco come Nebbiolo d’Alba e Langhe Nebbiolo (preferibilmente le versioni che utilizzano Nebbiolo in purezza e non sfruttano la possibilità consentita dal disciplinare di aggiungere sino ad un 15 per cento di altre uve, locali o internazionali), ma da qualche anno, complice la richiesta di parte della clientela di disporre di vini più appeal più immediato, si producono anche degli interessantissimi, godibili rosati.
Ricordo un eccellente Rosato di Nebbiolo prodotto da Aldo e Milena Vaira nella loro azienda, bottiglia con screwcap Rosaspina se ricordo bene il nome, destinato purtroppo solo al mercato inglese, e ho più volte celebrato, ad esempio qui, la grandezza assoluta, da vino in grado di confrontarsi con i migliori rosato italiani, dell’Elatis (base Nebbiolo, ma con una quota anche di Pelaverga e di Barbera) dell’eccellente cantina Comm. G.B. Burlotto di Verduno.
In occasione del Banco d’assaggio dei vini di un gruppo di produttori di Castiglione Falletto che si è svolto venerdì a Firenze, ho scoperto che il numero dei rosati di Langa è ulteriormente cresciuto, con tre diversi vini ognuno dei quali mi ha suscitato impressioni più che favorevoli.
Mi riferisco al succoso, goloso, intensamente fruttato rosato 2010 dell’azienda Livia Fontana, alla sua seconda edizione, mix calibrato di un 50% di uve Nebbiolo e Barbera (scelto per la capacità di dare colore, frutto e morbidezza al vino), che ho trovato splendido nel colore, esuberante nei profumi, molto pieno e piacevole (anche per merito di un leggero residuo zuccherino), del Langhe rosato Nebbiolo, di Gigi Rosso, decisamente più scarico nel colore, un buccia di cipolla, piuttosto sapido e nervoso e con l’impronta ben chiara dei tannini del Nebbiolo in evidenza, vino ancora molto giovane (recentissimo l’imbottigliamento) che deve ancora trovare il proprio pieno equilibrio.
E mi riferisco soprattutto, una piccola sorpresa, al rosato Vignola, Nebbiolo 100%, di un’altra valida azienda di Castiglione Falletto, nota soprattutto per il Barolo Rocche, l’azienda agricola Monchiero di Vittorio Monchiero.
Un vino davvero ben riuscito, ottenuto da Nebbiolo provenienti da vigneti ben esposti situati in questo comune celebrato per la propria eleganza, da uve rosse vinificate in bianco, particolarmente adatto, ora che il caldo e l’estate avanzano, in abbinamento ad antipasti freddi, piatti a base di carni bianche, anche in insalata, o di pesce. Colore cerasuolo scarico – buccia di cipolla, si propone con un naso vivo, fresco, carnoso, con una bella espressione di piccoli frutti rossi di bosco (lampone e ribes) e accenni floreali che richiamano geranio e viola e con un timbro sapido, nervoso ben preciso. Anche la bocca conferma le note saline, minerali, nervose, grazie ad una calibrata e fresca acidità che equilibra bene e dà slancio e vivacità e nerbo, e quindi grande piacevolezza di beva, ad una interessante polpa fruttata matura al punto giusto e alla struttura inconfondibile data dai tannini del Nebbiolo.
Una new wave, chiamatela anche diversa sensibilità e capacità di sfruttare appieno la duttilità di espressione del Nebbiolo, che mi trova perfettamente d’accordo.

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31 marzo 2011

Garantito… da me! Chianti Classico 2008 Castellinuzza e Piuca

“Ti occupi troppo dei dintorni del vino e ci parli poco di vini, non ci proponi buone bottiglie che mostrino l’aspetto migliore del vino”, mi è stato rimproverato bonariamente da qualche lettore, sicuramente intrigato dai discorsi relativi al sistema vino, ma forse maggiormente interessato ad avere qualche buon “consiglio” su qualche buona bottiglia da bere.
E così, come avevo in animo da tempo di fare, sicuro di poter offrire scrivendone come ho già fatto, un’indicazione sicura, eccomi qui a proporre alla vostra attenzione un Chianti Classico di quelli come piacciono a me, totalmente de-merlottizzato e de-cabernetizzato, testardamente prodotto all’antica.
Non dico con il contributo di quelle uve bianche previste dall’antico “disciplinare” del Barone Ricasoli (parlo del “barone di ferro” ovviamente non dei discendenti che in materia di Chianti hanno idee molto ma molto differenti), ma con le sole uve rosse veramente rappresentative del territorio, Sangiovese e Canaiolo.
Con buona pace di chi, anche autorevolmente, sostiene che le uve bordolesi in Chianti perderebbero il loro, spiccatissimo, carattere varietale per assumere un timbro “chiantigiano” favorito dall’impronta, fortissima, del terroir…
Qui da Castellinuzza e Piuca, il nome della piccola azienda agricola in oggetto con sede in Greve  in Chianti, dieci ettari vitati, una produzione di circa 90 quintali di Chianti Classico DOCG, di 40 quintali di vino IGT Toscano e 5 quintali di olio extravergine, oltre ad una piccola produzione di giaggiolo, azienda dal 1962 proprietà della famiglia Coccia, che vi lavorò prima in mezzadria, sono persuasi, e ne è fermamente convinto l’attuale conduttore, Simone Coccia, che il vino non debba fare salti in avanti, ma debba essere, come scrive, “il frutto dell’esperienza di tre generazioni e della generosità dei terreni di Lamole”.
E che le viti, “coltivate sulle antiche terrazze che fanno del paesaggio un giardino”, debbano continuare a produrre “eccellenti uve di sangiovese e canaiolo”, senza il contributo dei cosiddetti vitigni migliorativi.
Una vinificazione, come si legge in retroetichetta, “secondo metodi tradizionali tramandati di generazione in generazione”, vinificazione che “avviene in acciaio. Dopo la svinatura il vino riposa per circa un anno in vasche di cemento per poi essere messo in bottiglia per l’affinamento”.
Niente di più e niente di meno, nessun procedimento da stregoni del vino, o da wine maker come li si voglia definire.
Un Chianti Classico da bere, senza problemi, da portare e godere, mentre si mangia, magari un arrosto di maiale, una lonza, come è capitato a me (senza i classici fagioli al fiasco, purtroppo) a tavola. Il posto delegato dove si dovrebbe celebrare quella verità del vino, la capacità di farsi bere, la sua piacevolezza, il presentare un gusto non problematico che non ci mette in difficoltà, che troppo spesso in questi anni di complicazioni (eufemismo per non usare un’altra espressione tipo masturbatio grillorum, inventata dal grande Gioann Brera), di inutili “accademie” e discussioni fini a se stesse sul vino abbiamo dimenticato.
Ed eccomi quindi, infine, a raccontare le mie impressioni, assolutamente gratificate e soddisfatte, dopo l’assaggio del Chianti Classico 2008 (13 gradi ben bilanciati) di Castellinuzza e Piuca (5 euro più Iva franco cantina il costo agli operatori): colore rubino violaceo di buona intensità, ricco, materico il giusto ma non impenetrabile, e naso che subito, in maniera inconfondibile e netta, squillante direi, intona la canzone del Sangiovese toscano, con ciliegia ben matura e succosa, viola ed iris, macchia mediterranea, un accenno di selvatico e di erbe aromatiche, e una leggera vena pepata, in evidenza, a comporre un insieme di buona carnosità e ricchezza, ma fresco e vivo.
Bocca che conferma questa impressione molto positiva di vino gioioso, buono e senza inutili complicazioni, buona polpa fruttata e nerbo, un certo allungo, un tannino ben presente ma non rugoso o asciugante, che dà carattere e spessore, e una grande piacevolezza, ancora più avvertibile nel gesto di godere il vino mentre si mangia.

Celebrando un matrimonio molto immediato e semplice, molto più vero, ricco di motivazioni, pieno di estri sanguigni, di tante inutili celebrazioni del vino come status symbol spacciate stupidamente al consumatore in questi confusi anni…  

Azienda Agricola Castellinuzza e Piuca
Via Petriolo 21/a 50022 Greve in Chianti (FI)
tel+fax 055/8549033
info@castellinuzzaepiuca.it

http://www.castellinuzzaepiuca.it/

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3 marzo 2011

Brut d’Autrefois Corbon: un’altra idea dello Champagne

Altrove, su Lemillebolleblog, ho celebrato un’altra idea dello Champagne e della Champagne, non quella delle rispettabilissime grandi Maison, ma quella più confidenziale, più vicina al mio gusto, alla mia sensibilità, dei récoltant-manipulant, con le loro piccole exploitations familiales, i piccoli domaines controllati da una sola famiglia.
Magari padre e figlia, come nel caso di Claude e Agnès Corbon, attivi nel loro piccolo domaine – visitate qui il sito Internet – circa sei ettari di vigneto situati in un villaggio, Avize, posto nella Côte de Blancs e classificato al 100% nella classifica dei Crus e uno dei soli 17 Grand Crus champenois.
Uno Champagne, il loro Brut d’Autrefois, che mi ha colpito con la forza che lascia senza fiato, disarmati, felicemente arrendevoli e arresi, di un vero e proprio coup de foudre, che mi ha fatto andar fuori di testa con il suo calibratissimo mix di un 80% di Chardonnay e un 20% di Pinot noir, una “cuvée perpetuelle” con affinamento di sette anni sui lieviti.
Un vino in cui tutto è meraviglioso e perfetto, dalla robe, dal colore, paglierino intenso, oro antico, dai riflessi pieni di vita, luminescenti, per proseguire con il suono leggiadro, quello da ruscello in un bosco incantato, che il vino sprigiona scendendo nel bicchiere.
E poi la meraviglia, da perdersi letteralmente nella loro contemplazione, come se invece che bollicine si trattasse degli occhi della donna che amate, del perlage, di una finezza mai vista, con bulles piccolissime che viaggiano nel calice compiendo percorsi imprevedibili, di una felicità espressiva, di un’energia, di una bellezza senza pari, finissimi e splendenti come le perle preziose ed i diamanti che vorreste donare alla vostra amata. Ovviamente insieme ad una ricca dotazione di bottiglie (e di magnum, perché no?) di questo capolavoro.

E infine il bouquet, con la sua estrema, quasi incredibile finezza, sottile, elegante, delicato, croccante nel conquistare le vostre narici, profumato di fiori bianchi e frutta secca (mandorla in particolare), con striature progressive di agrumi, miele d’acacia e una vena nitida e salata che ravviva e rende leggiadra la materia, e  poi la vivacità da farfallina con cui il Brut d’Autrefois conquista, con dolcezza, ma con forza il vostro palato. Accarezzandolo come un merletto, titillando sapientemente le vostre sensazioni gustative e tattili con la sua complessità, la ricchezza di sapore, il perfetto equilibrio tra un corpo ben sostenuto e ben secco, la succosità del frutto ed il nerbo verticale, l’energia indomita, quasi elettrica, dell’acidità. Che dire, sono proprio contento di poter nuovamente incontrare tra un paio di settimane, in Italia, i Corbon, pronto a dire ancora una volta, di fronte ai loro mirabili Champagne, chapeau!

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17 gennaio 2011

Garantito… da me! Falanghina dei Campi Flegrei 2009 Grotta del Sole

Davvero speciali le condizioni in cui si svolge larga parte della viticoltura nell’area, storica, dei Campi Flegrei!  Qui, soprattutto nella zona, ricca di fascino e di antiche testimonianze archeologiche, vicina al Lago d’Averno, dove i terreni sono estremamente sciolti, quasi sabbiosi, vulcanici ovviamente, di natura trachitica e pomicea, la vite è ancora coltivata su piede franco, ovvero non è innestata su piede americano e vive sulle proprie radici.
Grazie alla natura vulcanica dei suoli in cui vengono coltivate le viti del territorio flegreo all’epoca della diffusione della fillossera rimanevano invece immuni: pur essendo coltivate franche di piede, esattamente come al tempo degli antichi Elleni. L’insetto, infatti, in questi terreni porosi, viene ostacolato negli spostamenti ed ha quindi difficoltà ad attaccare le radici, mentre le acque piovane invernali che imbibiscono il terreno gli impediscono la respirazione, e quindi lo svi­luppo.
Questa speciale prerogativa consente alla vite coltivata su piede franco una serie di vantaggi: maggior longevità e resistenza alla siccità, miglior capacità di raggiungere il giusto contenuto di zuccheri e di nutrirsi in modo bilanciato, grazie ad un più agevole assorbimento delle sostanze necessarie attraverso le radici.
In queste terre, che possono contare dal 1994 su una Doc, nonché di un Parco Regionale costituito negli stessi anni, due sono le varietà che hanno trovato storicamente dimora, al punto da identificarsi quasi con il territorio: in rosso il Per’e Palummo o Piedirosso ed in bianco quell’uva bianca campana per antonomasia, presente, con diverse espressioni e riuscite un po’ in tutta la regione, dal beneventano (con l’apice del vino di Sant’Agata dei Goti) al casertano dove è il vitigno base delle denominazioni Falerno del Massico e Galluccio.
Sto ovviamente parlando della Falanghina, un antico vitigno, già noto e apprezzato dai Sanniti e dai Romani che lo chiamavano anche Falernina, per la sua grande diffusione nel “Falernus Ager”.
Vitigno con ogni probabilità portato dalla Grecia dai mercanti romani, che ne diffusero la coltivazione al centro e al Sud. Deve il suo nome al latino, per l’antico sistema di coltivazione con cui veniva fatta crescere la vite. Il cosiddetto sistema alla puteolana, o “spalatrone” ancora oggi ampiamente utilizzato nella zona, che prevedeva che le viti fossero sostenute da un palo, detto in latino phalanx.
Come si è detto parlare di vitigno totalmente autoctono non sarebbe giusto, in quanto questo vitigno proviene originariamente dalla Grecia (Tessaglia), quindi è più logico parlare di vitigno storico che da tantissimo tempo si é adattato al suolo e al clima, o più precisamente ai suoli ed ai climi della Campania.

Tornando ai nostri Campi Flegrei, sono svariate le aziende vinicole in zona che propongono valide versioni dei vini locali. Io sono particolarmente affezionato, forse anche perché la conosco e apprezzo da molti anni, dall’epoca in cui nacque la Doc Campi Flegrei, alla cantina Grotta del Sole di Quarto, che oltre a lavorare in altre aree campane, la Penisola Sorrentina, il Vesuvio, l’Irpinia, nonché quella dell’Agro di Aversa da cui ottiene un eccellente Asprinio Extra Brut metodo classico, è molto attiva nella zona, di casa, dei Campi Flegrei, visto che lavora su qualcosa come 35 ettari, 13 di proprietà e 22 in conduzione diretta.
E a piacermi particolarmente non è la Falanghina più ambiziosa, il cru Coste di Cuma riserva, “elevato per 6 mesi in barriques di rovere francese e imbottigliato 12 mesi dopo la vendemmia”, bensì la Falanghina base, prodotta con una vinificazione che prevede criomacerazione delle bucce sul mosto per dodici ore a sette gradi e affinamento esclusivamente in acciaio.
Un vino semplice (ma non banale) diretto, franco, che si beve, soprattutto a tavola, anche se può costituire un valido starter, un simpatico aperitivo, molto piacevolmente. E con soddisfazione.
Color paglierino oro squillante, di “spumeggiante” vivacità e brillantezza, si propone, discreto, senza ricorrere ad effetti speciali, con un naso ben secco, eppure caldo, ben espresso, con una buona maturità del frutto (pesca bianca e mela) ed eleganti note floreali di biancospino e fiori d’arancio, di fieno secco e ovviamente, siamo o no nella terra dei vulcani?, accenni sulfurei, minerali di pietra focaia.
Nessuna traccia, deo gratias!, di quelle assurde, stupide divagazioni “bananose”, portate da lieviti selezionati e chissà da che, cui indulgeva qualche anno fa, per la sua “Falanghina” (almeno così stava scritto in etichetta) una nota azienda irpina di cui solo un mesetto fa si scriveva che se non fosse esistita “non sarebbe stato possibile uno sviluppo così rapido e profondo della viticoltura campana e il tutto sarebbe rimasto a livello hobbystico”.
Azienda cui veniva riconosciuto, per di più, un ruolo “molto positivo e trainante”, ed il merito di aver trasmesso “l’idea che in Campania si potesse fare vino di alta qualità e a farlo conoscere in Italia e nel mondo”. Non sono assolutamente d’accordo, ovviamente, e prendo atto.

Tornando alla Falanghina dei Campi Flegrei di Grotta del Sole, appartenente a quella “produzione eterogenea” di cui si fa accenno nella scheda dedicata all’azienda da Slowine, scheda dove questo vino non viene citato, sarà anche semplice, o non sufficientemente ambiziosa per certi palati o criteri di giudizio, ma a me piace proprio così, per quella bocca ampia, larga, salata, di gran nerbo, diritta, verticale, precisa e senza divagazioni o tentazioni di residui zuccherini, per quell’acidità che incide e si fa sentire e dà ritmo al vino.
Per quel carattere ben secco, asciutto, e quella ricchezza di sapore, pur in una cornice di buona persistenza, che rende il vino un’ottima scelta (e senza doversi svenare) per preparazioni a base di pesce. O di primi piatti con verdure.

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16 dicembre 2010

Vin Santo Colli dell’Etruria Centrale San Michele a Torri 2003

Acciperbacco, che peccato aver conosciuto questo ottimo Vin Santo toscano così tardi!
Se l’avessi conosciuto prima, parlo del Vin Santo Colli dell’Etruria Centrale San Michele a Torri del 2003 che ho provato per la prima volta la sera del 30 settembre a Firenze, la sera preceente una simpatica degustazione di Chianti Colli Fiorentini, che ho avuto il piacere di condurre, non avrei avuto dubbi, avendo io selezionato i vini, ad inserirlo nella degustazione di 27 Vin Santo Toscani oggetto di un ampio e circostanziato articolo – resoconto nella issue n°30 della prestigiosa rivista britannica The World of Fine Wineleggete qui.
Tasting nel corso del quale, come ho scritto, su 27 campioni degustati, ben 18 hanno ottenuto un punteggio variante da 14,5 a 16,5/20.  E poi il vino che è piaciuto di più ha ottenuto 18/20, tre vini 17,5/20, due vini 17/20 e quattro vini 16,5/20. E poi sette 16/20 e sei ancora 15,5/20.
Sorry
, all’epoca della nostra degustazione, membri del panel tasting Mrs. Jancis Robinson MW, Nicolas Belfrage MW e Michael Edwards, oltre che il sottoscritto, non conoscevo il produttore, Fattoria San Michele a Scandicci, non avevo ancora avuto modo di apprezzare l’ottimo Chianti Colli Fiorentini, “il vino che più di ogni altro identifica l’azienda”, a base di Sangiovese (80%), il Canaiolo (15%) ed il Colorino (5%) e senza il contributo, peraltro previsto dal disciplinare, di uve franciose.
Non conoscevo l’azienda, circa 50 ettari sono occupati di vigneto e 30 di oliveto, non sapevo che agisce in regime di agricoltura biologica, con certificazione fornita dal Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici di Bologna, il proprietario dell’azienda, Paolo Nocentini.
E non mi era mai capitato di assaggiare il vino che giustamente loro considerano “l’orgoglio di San Michele, un vino che è il risultato di un duro lavoro che comporta un notevole dispendio di energie, tempo e spazio”.

Un vino molto particolare già nell’uvaggio, che prevede Uvaggio Trebbiano Toscano per l’80% e San Colombano per il 20%, il modo di lavorare, che prevede che le uve rimangano in appassimento sui loro graticci finché la concentrazione di zuccheri non è quella desiderata, intorno al 40%, e che poi faccia seguito una severissima selezione delle uve in maniera da utilizzare solo quelle perfettamente integre, prima della pigiatura e torchiatura per ottenere tutto il mosto che poi viene posto in piccoli caratelli di circa 100 litri.
Caratelli, come vuole la tradizione toscana più autentica, “fatti di legni diversi quali rovere, ciliegio, castagno, gelso”, una varietà di essenze che conferisce al Vinsanto un gusto unico.
Fermentazione lunga, sino a cinque anni, e poi dopo l’imbottigliamento la fase, quanto mai edonistica, dell’assaggio, puro ovviamente, senza alcun abbinamento, come purtroppo ancora spesso accade, ai famosi cantucci di Prato.
Meglio da solo o se proprio vogliamo abbinarlo a qualcosa, che siano grandi formaggi erborinati, un Gorgonzola giusto, un Roquefort, uno Stilton. O un Blu del Moncenisio… Insomma, un grande vino da meditazione, da centellinare moltiplicando sorso dopo sorso il piacere…
Poi l’ho conosciuto, provato quasi a fine cena in una trattoria tipica di Firenze dove ero stato con alcuni produttori, e subito la sorpresa. La conferma di trovarmi di fronte ad uno di quei Vin Santo seri con cui fare assolutamente i conti.
Tanto più che il vino che mi ha così tanto favorevolmente colpito nasce da un’annata non certo ideale per la produzioni di vini di alta qualità, trattandosi di quell’annata, il 2003, nota per la sua terribile calura tropicale che perdurò per tutta l’estate. E invece…
Colore giallo ambra oro, molto brillante, intenso, pieno di riflessi luminosi e poi, sorpresa delle sorprese, nulla di cotto, di marmellatoso, statico, eccessivo, bensì un naso vivo, fresco, complesso, variegato, con note di agrumi, frutta secca, spezie orientali, zafferano, fichi e albicocche secche, e una intrigante florealità, a colpire, per la loro fragrante incisività, la loro nettezza e precisione.
Altrettanto fresca, viva, con una bella articolazione tra il giustamente dolce ed il salato, la bocca, con una materia ricca, multistrato, piena, grassa quanto basta, sorretta da un’acidità calibrata, e da un nerbo ammirevole che dà energia e carattere al bicchiere.
Gran bel Vin Santo, che se vi capita di passare da Scandicci vi consiglio, se ce n’è ancora, di provare a procurarvi in azienda…

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15 dicembre 2010

Centopercento Extra Brut metodo classico Pasini San Giovanni

Lo so bene che qualcuno avrà da ridire, che mi accuseranno d’incoerenza visto che ho scelto di scrivere di questo vino.
Ma come, mi sembra di sentire, lanci un blog, lemillebolleblog, dedicato alle bollicine (soprattutto metodo classico) promettendo che concentrerai l’attenzione su quelle prodotte in zone (Franciacorta, Trentino, Oltrepò Pavese, Alto Adige, Alta Langa, Conegliano Valdobbiadene, Asti) che dispongono di un’apposita denominazione e poi ti metti anche tu a scrivere di metodo classico generici?
Per di più di uno che non nasce dalle uve canoniche della tradizione “méthode champenoise” ma utilizza, in purezza, un’uva autoctona di un territorio dove si producono anche bollicine, ma noto soprattutto per Chiaretti e rossi di medio corpo, oltre che per qualche buon bianco?
Avete ragione, mi arrendo, confesso il peccato d’incoerenza e di fronte alla sorprendente bontà di questo Extra Brut metodo classico, prodotto da un’azienda che sui metodo classico lavora da vent’anni, mi salvo in corner.
E non destinerò a lemillebolleblog questo post, anche se il blog comprende una sezione “altre bollicine” che potrebbe tranquillamente ospitarlo, ma a Vino al Vino. Anche per sottolineare con energia il carattere fortemente vinoso di questa bottiglia.
Bene, siamo, nel caso non si sia ancora capito, sul Lago di Garda, sponda bresciana, a Raffa di Puegnago, area Valtenesi, in un’azienda con oltre 50 anni di storia, la Pasini San Giovanni, dove sono “ormai alla terza generazione con Luca e Paolo che, accanto a Giuseppe, Diego e Bruno, perseguono con sempre maggiore tenacia la via della produzione di grande qualità, cercando di unire l’originalità dei vitigni autoctoni alla garanzia di qualità dei più affermati vitigni internazionali.
Le bollicine da “famolo strano” (e mi fermo qui, considerando che l’azienda produce un altro vino che si presta ai giochi di parole e ai doppi sensi, un Lugana tutto speciale…) che ho scelto, vedono come protagonista, in purezza, senza alcun contributo dello Chardonnay (utilizzato invece in un altro vino, il Ceppo 326 Brut mentre il Ceppo 326 è base Chardonnay e Pinot nero) il vitigno identitario della Valtenesi. Quel Groppello di cui ho parlato recentemente – leggete qui – a proposito di un ottimo vino prodotto dalla Cantrina di Cristina Inganni.
Da Pasini sul Groppello lavorano intensamente, tanto da operare su tre diversi cloni e aver selezionato sei genotipi messi a dimore in un vigneto speciale.
E così un giorno, forse perché ai giovani e baldanzosi Paolo e Luca piace… farlo strano, discutendo anche con il loro team di enologi, gente cui piace le bollicine, tra cui spiccano Alberto Musatti e Nico Danesi, gente che opera anche in Franciacorta, è nata la “folle” idea di vedere cosa potesse succedere vinificando in bianco (manco fosse Pinot noir) un’uva rossa come il Groppello.
E da una selezione di uve, provenienti da un vigneto posto su terreno calcareo sabbioso di origine morenica, ecco Centopercento, il primo metodo classico prodotto con sole uve di groppello vinificate in bianco. Affinato sui lieviti per 24 mesi e dosato con bassissima quantità di zuccheri (3 grammi litro).
Ovviamente si tratta di uve raccolte con una vendemmia leggermente anticipata, facendo attenzione a che il Ph delle uve non fosse troppo elevato. Solo 5000 bottiglie la produzione, con una bella acidità elevata un estratto secco superiore a 20.

Allora che dire di questo vino che ho degustato/bevuto in due occasioni, a settembre quando ho fatto visita all’azienda in compagnia di alcuni colleghi polacchi, e nei giorni scorsi, a casa, rimanendo ogni volta convinto senza se e senza ma?
Direi che non è una bollicina per tutti, che o piace decisamente (come a me) o può lasciare perplessi, per il suo carattere secco, deciso, senza concessioni.
Colore paglierino oro, tendente leggermente al ramato, mostra un perlage fine e continuo ed un naso molto nervoso, incisivo, con note nitide e ben delineate di fiori secchi e fieno, crosta di pane, pesca bianca, accenni agrumati.
Il suo meglio, visto che il bouquet è tutto sommato discreto, non spettacolare, e caratterizzato da un bel “sale”, da una interessante mineralità, lo offre però al gusto sin dal primo sorso, con un attacco preciso, scattante, sapido, di nerbo quasi “viperino”, fresco, vivace, “croccante”. Nerbo che apre quando non te lo aspetteresti, anche se il vino è decisamente più verticale che largo, verso una bella consistenza vinosa, una succosa rotondità del frutto che dà spalla (sono pur sempre uve rosse ad essere utilizzate!) e buona struttura al vino. Che gli amanti delle bollicine nervose apprezzeranno per la sua eleganza, la precisione, quella leggera petrosità che esprime.
Come suggerisce il produttore giocatevelo su salumi di un certo pregio, culatello, uno strolghino di culatello (ma anche un bel salame di Varzi andrà benone o quegli ottimi salami che si mangiano nel bresciano e nell’entroterra gardesano) e poi sul pesce di lago, soprattutto le gustosissime sardine di lago, sarà proprio una libidine berlo.
Ma voi, bevetelo pure con quello che volete questo Centopercento (prezzo in cantina ai privati 15 euro, franco cantina 9,50 + Iva) e anche l’abbinamento, perché no, se vi va, fatelo strano…

Azienda Agricola San Giovanni
Via Videlle, 2
Raffa di Puegnago (Brescia)
e-mail: info@pasiniproduttori.com
sito Internet http://www.pasiniproduttori.com
tel. 0365 651419

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29 novembre 2010

Garda Classico Doc Groppello 2009 Cantrina

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani
Eh sì, non posso che essere d’accordo con il mio vecchio amico Gianni Briarava, oste e albergatore di qualità in quel di Salò, e da qualche tempo anche blogger, quando celebra con accenti da innamorato, come uno dei posti più belli d’Italia (Gianni, in verità, dice di tutto il mondo) la sua terra d’origine, la sponda gardesana bresciana d’occidente, l’area che da Desenzano sale sino a Gargnano, Campione, Limone, ed il suo entroterra, quella zona che corrisponde al nome di Valtenesi e comprende sia comuni rivieraschi come Moniga e Manerba del Garda, Padenghe e San Felice del Benaco, sia comuni collinari come Puegnago e Polpenazze del Garda e Soiano del Lago.
E capisco benissimo come un altro amico comune, Giovanni Arcari, talent scout del vino in area bresciana dedichi, anche sul suo blog Terra Uomo Cielo, ampio spazio a questa zona e ai suoi prodotti.

Qui non solo si produce uno degli oli extravergini d’oliva migliori e più soavi d’Italia, e si gusta spesso una cucina deliziosa, ma grazie ad una terra dolce e ospitale, dove è bello vivere o sognare di farlo un giorno, con la persona a te più cara, anche la difficile arte di fare vino si sta progressivamente affinando e porta a risultati sempre più interessanti.
Buoni vini bianchi, soprattutto quando si lavora su uve di valore come Riesling renano ed Incrocio Manzoni, ma a fare la differenza, a caratterizzare la produzione locale, in rosato, con i celebri Chiaretti, ed in rosso, è l’uva identitaria per eccellenza della zona, il Groppello, un’uva che come si legge nel puntuale excursus storico presente sul sito Internet dell’attivo Consorzio Garda Classico presieduto da Sante Bonomo, è strettamente legata a questo territorio, anche se si favoleggia di lontane origine etrusche ancora tutte da provare.
Un’uva, il Groppello, il cui nome fa pensare alle particolari caratteristiche morfologiche del grappolo del vitigno, “contraddistinto da forma chiusa, serrata, compatta come una “pigna”, con etimologia certamente dialettale derivata dei vernacoli lombardi (grop) e veneti (gropo) e spesso alternata con la dizione di “pignola” per analogia di raffronto anatomico”.
Del Groppello, citato dal professor Molon “nel II volume edito da Hoepli nel 1906 con quattro sinonimi, un Groppello bianco rispondenti ai nomi di Gropel, Gropel Cremones, Pignola bianca veronese e Gropela bianca e ben nove tipi di Groppello nero coi nomi di Groppello, Grapello, Gallazzone, Gropel, Gropel fi, Gropel Cremones, Grupela Veronese, Groppel e Gruppello nero”, hanno parlato nell’antichità ampelografi come Agostino Gallo (1499/1570) Soderini (1600), Acerbi (1825), Mendola (1868), Incisa (1869), Di Rovasenda (1877).
Richiami di quest’uva sostanzialmente dedicati ai Groppelli lombardi bresciani in primo luogo e veneti in secondo, con sporadici accenni a quelli d’altre regioni.
Venendo ai giorni nostri in Valtènesi si distinguono tre biotipi di pregio di Groppello: il Gentile, il più diffuso soprattutto nella parte più vicina al lago ed il Mocasina, meno produttivo dislocato nella zona più interna e dotato di buccia più spessa e maggiore tannicità del Gentile, mentre il S.Stefano è praticamente scomparso.
Dal Groppello si ottengono i celebri Chiaretti del Garda (ai quali danno il loro contributo anche quantità minori di Barbera, Marzemino e Sangiovese coltivate in zona), ma anche rossi di diverso stile e ambizione, più strutturati nella versione riserva e piacevolmente freschi, immediati, fruttati, ma non senza una loro certa quale complessità nella versione annata, che esalta la succosa plasticità del frutto.
Vini, i Groppello, che si esaltano sulla cucina della zona dove domina il magnifico spiedo bresciano ovviamente con polenta e sui primi piatti, sempre piuttosto saporiti.

Sono diverse ormai le aziende della Valtenesi che hanno fatto dei Groppello i loro vini simbolo e per averne un panorama completo consiglio di leggere l’ampio, esaustivo articolo dedicato a questa zona da Francesco Falcone, pubblicato sul numero 32 della news letter bimestrale indipendente Enogea, ideata da Alessandro Masnaghetti.
Cito, alla rinfusa, senza alcuna pretesa di completezza, Pasini, che dal Groppello ottiene anche un originalissimo metodo classico, il Ceppo 326, e poi Comincioli, Cascina La Pertica, Costaripa, Monte Cicogna, Zuliani.
Io per cercare di invogliarvi a scoprire la “tannicità morbida” del Groppello, quel suo carattere schietto, a volte piacevolmente ruvido, ma autentico, ho scelto il vino di un’azienda posta davvero nel retroterra, in quel di Bedizzole, borgo situato “sulle ultime colline moreniche formate in epoca lontanissima dai ghiacciai che plasmarono il territorio gardesano”.
Azienda dove agisce una delle più vivace ed appassionate donne del vino che io conosca, Cristina Inganni, impegnata a proseguire il lavoro di suo marito Dario Dattoli, ristoratore e grande cultore di Bacco prematuramente scomparso nel 1998, che volle creare questa piccola realtà agli inizi degli anni Novanta.

Azienda piccola la Cantrina, oggi condotta da Cristina insieme ad un altro super appassionato, Diego Lavo: poco meno di 6 ettari di terra, su due appezzamenti, ventimila bottiglie circa prodotte, ma un lavoro tenace che ha coinvolto, con molte prove e sperimentazioni, anche spericolate, qualcosa come 33 mila ceppi di vigne, inizialmente “privilegiando in fase iniziale le varietà internazionali ed ora riscoprendo, in parte, alcuni vitigni locali”. Azienda dove provare vie nuove è di prammatica, come ama ricordare la proprietaria quando osserva che “i vini trasmettono il carattere del territorio d’origine e delle persone che lo realizzano; da questi elementi, grazie anche alle mie esperienze passate legate ad una formazione artistica, ho voluto dare ai nostri vini una impronta assolutamente creativa e di conseguenza unica”.
Della Cantrina ho già segnalato, recentemente, qui, il Benaco Bresciano Riné, a base di Riesling renano, Chardonnay e Incrocio Manzoni, ma con po’ di acquolina in bocca, pensando che prima di Natale uno spiedo come Bacco comanda me lo devo proprio concedere, voglio raccomandare oggi alla vostra attenzione, non concordando assolutamente con l’amico (e compagno di fede interista) Francesco Falcone, che nella sua nota nel già citato articolo su Enogea lo definisce, forse dopo una valutazione superficiale, “sfocato e senza pretese”, il Garda Groppello 2009.
Vino ottenuto da uve Groppello vendemmiate verso la terza decade di settembre dell’anno scorso, con una tecnica di cantina semplice che prevede macerazione a freddo prefermentativa per una settimana cui seguono la fermentazione a bassa temperatura per circa otto giorni e affinamento di sei mesi in botti inox.
Vino dai dati analitici interessanti che parlano di tredici gradi alcol, Ph di 3,70, estratto secco di 29,00 g/l e di un carattere secco, con zuccheri residui fermi a 3 grammi litro.

Non aspettatevi da questo Garda Classico Doc Groppello 2009 il vinone in grado di sorprendere ed emozionare le guide – anche se Slowine recensisce positivamente il vino – il vino ambizioso e importante, ma sì il vino in grado di farsi bere con grande piacevolezza, di accompagnare armoniosamente i cibi, lo spiedo ovviamente, ma anche pesce di lago, salumi freschi, primi piatti e carni alla griglia, o della salsiccia con patate. Leggero nel colore (un bel rubino squillante multi riflesso), ma di grande fragranza ed immediatezza il vino, con un bouquet caratterizzato da un frutto ciliegioso, ma con toni anche di mora e lampone, ben polputo e croccante, impreziosito da sfumature di erbe aromatiche, liquirizia, pepe nero, un accenno lievemente minerale, ed una bella componente floreale in evidenza che richiama la viola.
Identica succosità e rotondità, vibrante, del frutto al gusto, ed una dichiarata, trasparente bevibilità, corroborata da una convincente carnosità e da un saldo contenuto tannico che dà carattere e nerbo al vino insieme ad una fresca e sapida acidità ben calibrata. Un vino schietto (prezzo intorno agli 8 euro in cantina) di quelli che portati a tavola e abbinati ai piatti giusti non vedono mai la bottiglia restare semi piena sul tavolo. E scusate se è poco…

Azienda Agricola Cantrina
Via Colombera 7 Bedizzole BS tel. e fax 030 6871052 e-mail info@cantrina.it sito Internet http://www.cantrina.it/

Questo articolo è pubblicato contemporaneamente su www.lucianopignataro.it www.winesurf.it www.vinoalvino.org

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24 novembre 2010

Puglia Igt Tufiano 2009 Colli della Murgia

Suonerà sorprendente che al ritorno da cinque giorni intensi trascorsi in quella terra da rossi per antonomasia che è la Puglia, per prendere parte alla riuscitissima Radici Wine Experience (ne riparleremo presto) il primo vino di cui abbia deciso di parlare sia nientemeno che un vino bianco. Intendiamoci, nulla mette in discussione il primato, sia in termini quantitativi che qualitativi dei vini espressioni di uve autoctone e identitarie come Negroamaro, Uva di Troia, Primitivo, Malvasia Nera, ecc, ma dobbiamo entrare nell’ordine di idee che a dispetto delle annate calde che si ripetono, anche sui bianchi la terra pugliese abbia valide carte da giocarsi.
Per chi come me partecipa da anni alle degustazioni di Radici, è un elemento ormai assodato, tanto più che una ricca scelta di bianchi pugliesi ho avuto modo di metterla alla prova non solo in giugno, per la quinta edizione del Festival – concorso che l’amico Nicola Campanile ha organizzato, ma dall’incarico, che ho cercato di svolgere nel migliore dei modi, di dover riassaggiare gli stessi vini circa due mesi dopo per redigere le note di degustazione della seconda edizione della guida Radici Wines. Guide on Apulia wines for experts and wine lovers.
Edizione che abbiamo presentato non più tardi di lunedì 21 nella accogliente cornice della splendida Masseria San Giovanni – I luoghi di Pitti che ha ospitato gli incontri B2B tra wine buyers, importatori e wine writer stranieri e qualcosa come 35 produttori di tutta la Puglia.
In questa guida edita dall’associazione Pro Papilla (alla quale potete rivolgervi, a questo indirizzo e-mail, o a quest’altro, per riceverne copia – 208 pagine 15 euro) i bianchi hanno la pari dignità dei più blasonati e noti rosati e rossi, con diverse sorprese possibili, perché svariati vini, di annata 2009 o precedenti, riassaggiati ancora a fine novembre, appaiono in piena forma e mostrano addirittura di poter essere bevuti (peccato che in larga parte non siano più disponibili e bisognerà attendere la nuova annata 2010) ancora nel 2011.
Uno dei vini che più mi ha convinto – e che ha colpito anche i colleghi wine writer ed i buyer in tour con noi – durante una visita con degustazione fatta lunedì mattina è stato proprio un bianco che considero tra i due, tre vini più emblematici di quella particolare tipologia rappresentata dal vitigno semi aromatico, di abbastanza recente riscoperta, denominato Fiano Minutolo. Anzi Minutolo e basta, visto che la varietà è ormai stata iscritta con questo nome al registro nazionale delle varietà di uva. Rimandandovi, per saperne di più su questa cultivar, alla lettura di questo articolo e di quest’altro, vado subito al sodo per dirvi che il vino in oggetto, prodotto in ventimila esemplari, (prezzo franco cantina 8 euro) è il Puglia Igt Tufiano 2009 della Cantina Colli della Murgia di Gravina in Puglia (località che gli amanti di Bacco conoscono per un’altra cantina, Botromagno), un’azienda che conduce qualcosa come 22 ettari, tutti con certificazione biologica delle uve, che esprimono una produzione, suddivisa su quattro vini, due bianchi e due rossi, inferiore alle duecentomila bottiglie.

Altro elemento importante da sottolineare è che questa azienda è stata la prima a recuperare in Puglia il Minutolo e che lo vinifica, con ogni certezza (cosa che non sempre sembra accadere con altre aziende) in purezza, senza il contributo di altri vitigni.
Il risultato, come ho verificato nuovamente lunedì mattina, è un vino che abbina complessità varietale, freschezza, carattere, nerbo, ottima personalità e capacità, cosa che non sempre accade con altri Minutolo, magari ancora più spettacolari nei profumi, ma meno verticali, equilibrati e retti da un’acidità ben calibrata, ma un po’ meno dinamici, di sposarsi bene ai cibi.
Com’è questo Minutolo Tufiano 2009? Per descriverlo ricorrerò alla scheda di degustazione che appare nella Guida Radici Wines, dove le mie note tecniche sono state corroborate e completate dal contributo, offerto da appassionato, di quell’autentico gentiluomo che è l’amico Vincenzo Rizzi, critico gastronomico del Corriere del Mezzogiorno. Autore e corresponsabile dei testi della guida.
Nella nostra esperienza di degustazione di fine luglio, avevamo così descritto il vino: colore verdolino scarico, ma convince progressivamente per il carattere salato, sottile, elegante, minerale degli aromi, con una nitida vena di mandorla e muschio e un’aromaticità controllata e una leggera nota di anice, un’armoniosa gamma di sofisticate fragranze.
La bocca è precisa, salata, con una bella vena di mandorla precisa che colpisce per il nitore e la precisione, ottimo equilibrio e piacevolezza gustativa.

Cantina Colli della Murgia
Contrada Zingariello
Gravina in Puglia (BA)
Tel. e fax 080 3261271
mail info@collidellamurgia.it
www.collidellamurgia.it

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10 novembre 2010

Cuvée Annamaria Clementi Rosé: un Franciacorta da sogno

Data da ricordare, quella di martedì 9 novembre, nella storia dei vini metodo classico italiani e nel percorso, che svolterà la boa dei primi 50 anni, nel 2011, della Franciacorta.
E’ nato, ed è stato ufficialmente presentato alla stampa ieri a Milano, in un appuntamento conviviale tutto al femminile, con tre grandissime chef tristellate (Nadia Santini Dal Pescatore di Canneto sull’Oglio, Luisa Valazza Al Sorriso di Soriso, Annie Feolde, Enoteca Pinchiorri di Firenze) autrici degli squisiti piatti abbinati ai vini, quello che mi sento senza alcuna esitazione di definire, come ho fatto qui, in questo articolo pubblicato à la volée sul sito Internet dell’A.I.S. (a proposito complimenti e auguri al nuovo Presidente appena eletto, Antonello Maietta) il migliore metodo classico rosé mai prodotto in Italia.
Un vino che non ha nulla da invidiare, anzi, alle più prestigiose cuvée de prestige della Champagne.
Sto parlando, e conto di parlarne ancora presto, in un nuovo spazio che vi abituerete a conoscere, di quella che è stata annunciata come la “declinazione in rosa della Cuvèe Annamaria Clementi”, la nuova Cuvée Annamaria Clementi Rosé, annata 2003, di Cà del Bosco.
Un Franciacorta millesimato, sette anni di affinamento sui lieviti, ottenuto da uve Pinot nero in purezza, provenienti da vigneti particolarmente vocati posti nel cuore delle superfici vitate aziendali ad Erbusco, a poca distanza dalla nuova modernissima cantina di vinificazione.
Una sfida questo Rosé, e una “scommessa” assolutamente vinta, un millesimato importante, strutturato, ma giocato sul filo dell’eleganza, della freschezza, del nerbo, un gioiello di finezza, che apre davvero una nuova era nel discorso sulle bollicine nobili rosate fatto sinora nel nostro Paese.

Maurizio Zanella

Vi rimando ancora al mio articolo già citato per saperne di più sulle “specifiche tecniche”, sul meticoloso protocollo seguito, dalla fase dell’ideazione sino al risultato finale, dai due artefici del vino, Maurizio Zanella, patron e deus ex machina di Cà del Bosco, ed il suo bravissimo enologo, un campione anche di modestia, Stefano Capelli (nella foto qui sotto).

Stefano Capelli foto tratta da Viaggiatore Gourmet Altissimo Ceto

E per leggere le mie note di degustazione con le quali ho cercato, ma è un compito improbo, questa Cuvée mette davvero a dura prova chi intenda tentare di restituirne l’incanto e la speciale armonia, di raccontare le emozioni che questa cuvée de prestige made in Franciacorta mi ha regalato. L’unico “problema” con questo vino, che lo rende Franciacorta da happy few, è il limitato quantitativo di bottiglie disponibili, 6500, ed il costo, importante anche se bilanciato da una qualità al di sopra di ogni possibile discussione, nientemeno che 80 euro + Iva.
Ma non è forse vero che l’arte, anche questa forma di arte che “si tinge di rosa” e si fa vino, autentica poesia vinosa, espressione fedele della terra e del lavoro paziente e ispirato degli uomini, della loro sapienza e di un savoir faire collaudato, non ha prezzo?

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9 novembre 2010

Cacc’e Mmitte di Lucera 2009 Cantina La Marchesa

Ho già espresso, qui, a fine giugno, a seguito di una visita fatta in azienda, nell’agro di quella bellissima cittadina che è Lucera in provincia di Foggia, nel cuore della Daunia o Capitanata, tutto il bene che penso del lavoro, serio e impegnato e teso alla qualità senza compromessi, di Marika Maggi e Sergio Grasso, protagonisti di quella piccola, ma agguerrita azienda agricola che è la Cantina La Marchesa.
Ho raccontato come stiano lavorando bene, in bianco con il Quadrello, in rosato con l’ottimo Melograno ed in rosso con due vini, Donna Cecilia e Il Nerone, ottime letture di quell’uva difficile che é il Nero di Troia, e avevo proposto le mie prime impressioni d’assaggio del nuovo vino con il quale hanno deciso di affrontare il giudizio di un pubblico di appassionati che grazie ad un rapido passa parola ha cominciato ad affezionarsi ai vini di questa cantina del nord Puglia.
Questa volta il confronto è avvenuto con la storica, ma ben poco conosciuta fuori dai confini locali e non molto rivendicata, visto che in commercio sono ben poche le versioni di questo vino, denominazione del territorio, il Cacc’e Mmitte di Lucera, Doc dal 1975, la cui produzione è consentita nella zona tra le pendici dell’Appennino Dauno, nella zona comprendente i comuni di Lucera, Biccari e Troia in provincia di Foggia appena a Sud del Gargano. La Doc Cacc’e Mmitte di Lucera è la seconda zona Doc che si incontra entrando in Puglia se si proviene dal nord (la prima è la Doc San Severo). Molto complesso, come già scrivevo quest’estate, il disciplinare del vino, tanto che comprende, accanto all’Uva di Troia, che è prevalente, anche Montepulciano, Sangiovese, Malvasia nera Trebbiano, Bombino bianco, Malvasia e fors’anche Falanghina.
I vitigni maggiormente utilizzati sono Uva di Troia, Montepulciano e Bombino Bianco. Alla Marchesa hanno pensato (insieme all’enologo consulente Mauro Cappabianca) ad una versione molto personale, caratterizzata da una forte e prevalente quota di Uva di Troia e Montepulciano.
Molto singolare il nome del vino, un’espressione dialettale che richiama l’antica pratica di vinificazione in atto nella zona, che si svolgeva nei “palmenti”, ovvero in vasche di mattoni, calcestruzzo o anche scavate nella roccia, usate nell’Italia meridionale per la pigiatura dell’uva e la fermentazione del mosto, proprietà del latifondista che le metteva a disposizione di chi ne faceva richiesta per la pigiatura delle uve.
Queste attrezzature “potevano essere utilizzate esclusivamente nella giornata di fitto, al termine della quale l’utilizzatore, completate le operazioni previste per la vinificazione, lasciava il “palmento” a disposizione di un altro richiedente che vi versava le proprie uve. Il viticoltore, a questo punto, trasferiva il mosto dalla masseria del latifondista alla propria cantina, in città”.
Da questa procedura deriva l’espressione “Cacc’e Mmitte” e cioè “Cacce” (cacciare fuori dal “palmento” il mosto ottenuto dalla pigiatura) e “Mmitte” (mettere nel “palmento” vuoto l’uva del successivo utilizzatore).
Negli ultimi decenni si è stravolto completamente il significato storico-etimologico di questa Doc, passando dal riferimento al metodo di produzione al particolare metodo di degustazione che consiste nel versare il vino nel bicchiere, nel degustarlo subito e nel versarlo nuovamente.

Marika Maggi e Sergio Grasso

Io sono per la storicità e per la tradizione eppure gustata nuovamente in questi giorni, a distanza dal primo assaggio, la prova d’esordio sul Cacc’e Mmitte di Lucera della Cantina La Marchesa, ho trovato che la piacevolezza del vino, la sua facilità d’approccio giustifichi pienamente l’idea che si tratti di un vino da versare, bere e poi versare nuovamente. E così via.
Confermo le impressioni estive, trovando splendido il colore, un rubino violaceo brillante e luminoso, suadente la dolcezza succosa dei profumi, la profondità e l’ampia tessitura, con note di ribes, mora, lampone, accenni selvatici, di sottobosco, liquirizia, prugna, ciliegia selvatica, macchia mediterranea, accenni “catramosi” che si rincorrono e vanno a comporre, ben distinti, ma ben fusi, un insieme intrigante.
Ma ho trovato, dopo alcuni mesi di bottiglia, ancora più vivace e ricco di estro, compatto, stratiforme, con una punta di pepe nero e una leggera speziatura, il naso, e più goloso il gusto, una bocca larga e piena caratterizzata da una calibrata succosità e morbidezza del frutto, ma vivo, “croccante”, vibrante, senza alcun eccesso di surmaturazione, una presenza tannica precisa ma non aggressiva, ben sostenuta, una persistenza lunga e viva, piena di sale.
E una grande freschezza, con un dinamismo e un’articolazione notevoli, e un alcol calibrato (13 gradi) che è raro trovare nei vini, anche nei migliori, del Sud.
Un vino che ho gustato su un arrosto di maiale con tortino di patate, fontina e cipolle e che credo possa esprimersi al meglio su carnivore preparazioni che prevedano cotture alla griglia oppure arrosto, in preparazioni gustose e ricche di sapore.
Un gran bel vino, che vale pienamente i sette euro di costo franco cantina.

Cantina La Marchesa

Contrada Marchesa Strada per Castelnuovo Lucera FG tel. 329 0946868 – 337 8387702 

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