Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Libiam nei lieti calici'

25 agosto 2010

Libera Terra di Puglia ottimi vini dal grande valore sociale

E’ da tempo che avevo in animo di dedicare un post ad alcuni vini che hanno rappresentato, per me, ma credo anche per molti altri, una delle principali sorprese dell’edizione 2010 di Radici Festival dei vitigni autoctoni, manifestazione che fa il punto sulla produzione basata sui vitigni locali della Puglia (con una piccola appendice in Basilicata) e che consente ai fortunati degustatori che sono invitati a parteciparvi, giornalisti e wine writers, ma anche ristoratori, sommelier, enotecari born in Apulia, di capire quello che bolle in pentola in tante cantine della bellissima regione con il tacco. Avendo avuto modo di riassaggiare, a quasi due mesi di distanza, tutti i vini che hanno partecipato a Radici, in maniera ancora più meditata, trascorrendo tre giorni in un posto meraviglioso che vi consiglio caldamente di visitare, la Masseria San Giovanni – I luoghi di Pitti di Altamura (un saluto, doveroso, alla famiglia Moramarco e all’ormai caro amico Pietro Morgese) ora posso dire con sicurezza che l’impressione molto positiva che avevo riportato a Monopoli è confermata. E che ora il panorama produttivo pugliese può contare su un altro protagonista di tutto rispetto.
Sto parlando di un soggetto produttivo molto particolare com’è la Cooperativa Sociale Terre di Pugliavisitate qui il sito Internet – che opera su terreni confiscati alla criminalità organizzata pugliese puntando al recupero sociale e produttivo di questi beni, aderisce a Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie e lavora in regime di viticoltura biologica certificata su terreni in provincia di Brindisi, e precisamente nella zona molto “calda”, da sempre una delle zone chiave della Sacra Corona Unita, di Mesagne, Torchiarolo, San Pietro Vernotico, su trenta ettari di vigneto, in larga parte destinati a Negroamaro coltivati prevalentemente ad alberello pugliese.
Cooperativa, Libera Puglia, Cooperativa Sociale Terre di Puglia, che oltre al vino produce Passata di pomodoro Fiaschetto bio, Olio extravergine, Tarallini e friselline bio, Pomodorini bio essiccati al sole in olio extravergine.
Tornando a Radici, la “sorpresa” si é anche trasformata in una vera e propria affermazione, visto che, come si può leggere qui, uno dei due vini presentati, il Salento Igt rosato Alberelli de la Santa 2009, si era aggiudicato il primo premio secondo la giuria tecnica di giornalisti e wine writer, lasciando dietro di sé fior di rosati splendidi – cito alcuni dei miei preferiti – come il Daunia Igt Melograno della Cantina La Marchesa, il Salento Igt Girofle di Masseria Monaci, il Salento Igt Scaloti di Cosim Taurino, il Salento Igt Mjère di Michele Calò, il Castel del Monte Petrigama di Tarantini, il Salento Igt Aruca di Santi Dimitri.
Cominciamo dal rosato, dunque, uno di quei rosati che non hanno scelto la strada facile, banale, non impegnativa, molto commerciale dei rosati furbetti, tutti profumi caramella e bon bon e gusto dolcione, che ho criticato in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S, ma mantiene una salda personalità, presentandosi con un colore brillante vivo luminoso, un bel rubino scarico cerasuolo, con un naso fresco, vivo complesso di salda costruzione e polpa, con note di rosa, rosmarino, lampone, ribes, equilibrato e ben asciutto, con una salda struttura, un’accentuata vinosità con un’acidità che spinge ed equilibra la materia e regala una persistenza lunga e salata e pienezza di sapore, con un ricordo di prugna sul finale. Affinato in acciaio, ma anche in botti di legno grande (non barrique, deo gratias!) anche il Negroamaro Salento Igt Filari di San’Antoni, sempre annata 2009.
Vino giovane intelligentemente moderno, caratterizzato da bella freschezza e vinosità. Grande fragranza fruttata, con note di ciliegia, rosa accenno di liquirizia a naso e salda struttura al gusto, con polpa viva, bel corredo tannico, una beva contagiosa e diretta e un finale di bocca fresco e incisivo. Ottimi vini, autentici, schietti, profumati di Salento, che diventano ancora più buoni se si pensa al valore sociale, e culturale del lavoro di questa esemplare Cooperativa (questo il suo indirizzo e-mail), cui spero tanto di poter fare visita, per stringere la mano ai responsabili, e camminare i vigneti, come amava dire Veronelli, in occasione di una prossima trasferta salentina. E’ anche questa, la Puglia che mi piace…

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8 luglio 2010

Per i vini Di Barrò affinamento solo in acciaio e addio al legno. Una svolta sorprendente

Era da tempo, dall’ultima visita che avevo fatto loro, a fine aprile, in località Chateau Feuillet a Saint-Pierre, dove si trovano sia la casa che la cantina, che pensavo di scrivere delle ultime annate dei vini, e di un’importante svolta che hanno conosciuto, di Elvira Stefania Rini e di suo marito Andrea Barmaz, ovvero la piccola realtà produttiva più nota come Di Barrò.
Una di quelle piccole maison, aderenti all’associazione dei Viticulteurs Encaveurs o piccoli vignaioli (visita qui il sito Internet, non proprio aggiornatissimo…) che formano la nobilitate della proposta valdostana odierna.
Volevo farlo perché amo i loro  vini, perché li considero tra i più rappresentativi, in bianco (e parlo del Pinot grigio) che in rosso (Torrette, Mayolet, Petit rouge) della produzione di quella piccola realtà cui sono tanto legato che è la Vallée, e perché a farmeli conoscere per la prima volta, non mi ricordo bene se durante una mia visita ad Aosta, oppure perché lui aveva portato qualche bottiglia da assaggiare in qualche occasione conviviale in Franciacorta, oppure a Salò, dove ci si trovava alcune volte durante l’anno, è stato il mio carissimo amico Gianni Bortolotti, che ho salutato per l’ultima volta mercoledì scorso.
A farmi decidere che era il momento buono per scrivere dei vini Di Barrò è stato proprio l’aver visto Elvira e Andrea ai funerali di Gianni e aver ricordato le occasioni in cui li avevo incontrati in compagnia di Gianni o le volte che negli ultimi anni si discuteva con lui di come stava evolvendo la loro produzione, se l’annata era stata più favorevole al Torrette, il loro vino simbolo, piuttosto che agli altri.
E a farmi sentire che i vini più adatti ad accompagnare questo particolare brutto momento, di grande dolore, fossero proprio i vini di Elvira e Andrea è stato anche il fatto che dopo il funerale, su espresso desiderio della compagna di Gianni, Ines, ci si fosse trovati per un piccolo rinfresco da un altro vecchio amico di Gianni, Guido Zublena, nella sua Osteria La Cave, rinfresco aperto proprio con alcune bottiglie di Pinot grigio 2008 Di Barrò, stappate nientemeno che dalla sorella di Elvira…
Così, ricordando Gianni, mi piace parlare di questa piccola azienda il cui nome in patois (il dialetto locale) significa letteralmente “dai/dei barili” (vd etichetta) barili che venivano utilizzati per il trasporto in cantina dell’uva spremuta direttamente in vigna; a tale scopo i barrò erano caricati su una carretta.
Va poi detto, come si legge nello spazio riservato all’azienda del sito Internet dei Viticulteurs Encaveurs, che “la parola barrò è un acronimo dei cognomi Barmaz e Rossan, suoceri dell’attuale titolare, che negli anni ‘60 proseguirono la coltivazione dei vigneti di famiglia a Conze (Conce secondo quanto scrive L. F. Gatta nel 1838 a proposito delle migliori regioni vinifere di Saint-Pierre nel “Saggio intorno alle viti ed ai vini della Valle d’Aosta”) e Toule ubicati nella zona del monte Torrette.
A metà degli anni ‘80 l’azienda fu tra le prime a fregiarsi della denominazione di origine controllata Valle d’Aosta Torrette”.
Oggi questa piccola azienda familiare conta solo su due ettari e mezzo di vigneto in località Torrette, Condemine e Boné a Saint Pierre, Veyne a Villeneuve e Champcognein a Aymavilles.
Pensando alla mia ultima visita, quando avevo scattato le fotografie che illustrano questo post e assaggiato i nuovi prodotti, mi viene in mente un aspetto, scoperto in quella circostanza, di cui incredibilmente in questi due mesi trascorsi dalla visita in cantina (nonché dalla mia ultima chiacchierata con Gianni) non ho avuto modo, per vari motivi, di discutere con l’amico.
E su cui non potrò, purtroppo, chiedere, come tante volte avevamo fatto, confrontando le nostre idee sui vini della Vallée, il suo punto di vista.
Mi sto riferendo alla scelta, sorprendente e per certi versi “rivoluzionaria”, di non affinare più i rossi, nemmeno i più importanti, in legno (che talvolta era legno piccolo, alias barrique) ma esclusivamente in acciaio, dovuta, secondo Andrea, che è agronomo direttore della ricerca dell’Institut Agricole Régional di Aosta, ad una precisa volontà di far risaltare fino in fondo la specificità di ogni vitigno, il carattere preciso del terroir, senza la mediazione, che talvolta si fa eccessivamente sentire, del legno.
So che Gianni Bortolotti avrebbe apprezzato, ma fors’anche discusso questa decisione, così drastica, con quel segno di cambiamento e di rottura così forte rispetto al passato.
Ma degustando i vini che non mi sono mai mostrati così nitidi nella loro definizione come ora, così precisi, incisivi, non mi sento proprio, io che della barrique non sono e non sarò mai un fan, di non condividere la scelta tecnica di Andrea Barmaz e di sua moglie.
Dal Petit Rouge 2008 (5,83 euro più Iva franco cantina) così intrigante da far ricredere anche i più scettici su questo piccolo rosso intimamente valdotaine, vino da bere (mentre si mangia) più che da degustare, al Mayolet Vigne de Toule 2008 (7,50 euro più Iva franco cantina), da vigneti di 7-8 anni piantati nella zona del Monte Torrette, in ambiente secco e ventilato, dal colore rubino violaceo intenso e dal naso vivo e succoso, molto presente, pulito, diretto, profumato di ciliegia e di prugna e con una leggera speziatura, vino di grande nerbo, non di grandissima sostanza, ma preciso, appuntito, freschissimo, al Fumin 2007 (10,42 euro più Iva f.c.), al quale, paradossalmente, un po’ di affinamento in legno non avrebbe fatto male per ammorbidire la sua carica tannica ancora mordente, anche se compensata da una grande intensità e densità aromatica (tabacco, cuoio, spezie pepe nero, prugna, mora di rovo) e da una bocca di buon impegno, questa nouvelle vague unoaked mi è piaciuta molto e mi ha convinto.

E ancora di più sorvolando sulle calibrate dolcezze dell’edizione 2008 del classico vino da dessert, Lo Flapì (50% Moscato 50% Pinot grigio – 12,50 euro più Iva f.c.) da uve in appassimento, squillante colore oro, profumato di albicocca, miele, frutta secca, mela cotogna, molto ricco, succoso, materico, di bella grassezza e soddisfazione, ma con una magnifica vena acido-salata che equilibra la materia, sottoscrivo questo nuovo approdo no oak ai vini che considero i più emblematici dell’azienda.
Penso al Torrette (tutti i Torrette nascono da un 90% di Petit Rouge, più un 10% suddiviso tra Mayolet, Fumin, Cornalin, Vien de Nus, Premetta e Vuillermin) 2008 Clos de Château Feuillet (6,67 euro più Iva f.c.), grande intensità di colore, naso carnoso e denso, grande materia fitta, piena, larga, succosa, di grande soddisfazione e pronunciata terrosità, e poi al Torrette Supérieur 2008 Clos de Château Feuillet (8,33 euro più Iva f.c.), dal colore importante e profondo, dal naso intensamente selvatico, profumato di prugna selvatica, spezie, cuoio, sottobosco, ma con una sorprendente e viva fragranza floreale, note di fieno, fiori secchi, molto elegante.
Vino di nerbo sinuoso, salato, verticale, di grande equilibrio e piacevolezza, con quella freschezza naturale, quella vena minerale che dà ancora più energia e slancio al bicchiere.
E poi il Torrette Supérieur Vigne de Torrette 2006 (solo 1200 le bottiglie prodotte e un prezzo di 15 euro più Iva), da uve che compiono un leggero appassimento in cassetta, con il suo naso caldo e fitto che fa capire la qualità del lavoro fatto sulle uve, vino che ha profondità, grande ricchezza di frutto (prugna secca, ciliegia, mora di rovo), sfumature balsamico-selvatiche, ricordi di liquirizia, vino di ampia struttura, molto ricco, terroso, con lunghissima persistenza e pienezza di sapore, in una cornice di succosità carnosa, ma ravvivata da un vivo corredo acido.
Vini molto belli, bilanciati, fatti per essere bevuti, che, ne sono certo, anche l’indimenticabile Gianni Bortolotti avrebbe apprezzato e di cui avrebbe continuato ad essere, com’è stato sin dal primo momento, un appassionato “ambasciatore”…
Di Barrò
di Elvira Stefania Rini
Loc. Chateau Feuillet, 8
Saint-Pierre (AO)
tel + 39 0165 903 671
e-mail

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27 maggio 2010

Barbaresco 1970 Minuto Luigi fu Lorenzo (Cascina Luisin)

Ditegli di andare a scopare… il mare (sapida espressione lombarda, in particolare mantovana) a quelli che sostengono, solo per fare prendere aria alla bocca, perché non sanno esattamente quello che dicono, o perché semplicemente non hanno gusto, intelligenza e cultura, che 30-40 anni fa o più non si producevano grandi vini in terra di Langa.
Si producevano eccome, avevano solo bisogno di tempo, di tanto tempo per esprimersi, data la lunghezza delle macerazioni, la qualità dei tannini, e tecniche di cantine che non avevano la scientificità (talvolta da laboratorio, asettica e senz’anima) di quelle odierne, che erano empiriche, basate sull’esperienza, ma difficilmente davano cattivi risultati. Ovviamente in presenza di buone annate e lavorando uve provenienti da signori vigneti. Grandi vini da bere anche a decenni dalla vendemmia non sono patrimonio esclusivo del Barolo, perché anche nella zona del Barbaresco ti può capitare di trovarti di fronte ad un vegliardo di quelli che ti lasciano senza parola. Proprio quello che mi è capitato, ero in compagnia di alcuni altri amici e colleghi, tra cui Roberto Giuliani di LaVINIum ( su cui vi consiglio di leggere la bellissima intervista in tre parti ad Antonio Albanese, realizzata da Alessandro Franceschini – vedete qui) la scorsa settimana, durante la mia lunga full immersion ad Alba e dintorni, in una delle cantine di Barbaresco a me più care, perché posta nel cuore di un vigneto speciale, che adoro, come il Rabajà, e perché proprietà di persone perbene, oltre che cari amici, come Luigi e Roberto Minuto (ritratti nella foto), alias Cascina Luisin.
Questa azienda che oggi conta su sette ettari vitati e che fino al 1958 era una proprietà unica con i cugini dell’azienda (confinante) Moccagatta (tutt’altro stile di vini) produce Barbaresco di stile tradizionale, il Sorì Paolin ed il Rabajà, di precisa personalità e nitida definizione, uno un po’ più aperto e succoso, l’altro più terrigno, che esaltano le peculiarità dei vigneti d’origine, le sfumature legate all’origine dei terreni, alle esposizioni, all’età delle parcelle di vigna.
In passato però non era così e nella tradizione dei grandi Nebbiolo di Langa era molto più facile, come ho scritto a proposito del fantastico Barolo 1982 di Franco Fiorina, unire uve di vigneti diversi per arrivare ad un equilibrio maggiore, o semplicemente perché non si facevano le distinzioni di oggi e si tendeva a produrre un solo vino, un Barolo o un Barbaresco, con le uve di cui si disponeva, cercando di farlo come meglio possibile.
In visita in azienda dopo aver assaggiato qualcosa in botte e gustato le nuove annate, l’ottimo fragrante Dolcetto d’Alba 2009 e quello 2008, la succosa Barbera d’Alba Magiur 2008, riassaggiato i Barbaresco 2006, di classica impostazione, con la mia costante preferenza per il Rabajà, Luigi Minuto, il papà di Roberto, attuale responsabile dell’azienda e per anni conduttore di questa bella realtà, ci ha fatto uno splendido regalo.

Stappata diverse ore prima è arrivata sul tavolo, con la sua etichetta di stampo antico, la bottiglia di vetro giallo marrone, la dicitura in etichetta Minuto Luigi fu Lorenzo, che fa tanto antico Piemonte, ma indica quell’idea del fare vino che è trasmissione di esperienza generazione dopo generazione, senza rotture, con continuità e tenacia, una bottiglia di Barbaresco 1970.
Non un’annata leggendaria come il 1971 o il 1964, o una di riconosciuta grandezza come 1978 o 1979, ma un’annata apparentemente minore… Eppure, ecco la magia, il mistero, l’infinita riserva di risorse del Nebbiolo di Langa, il colpo di teatro, una bottiglia, aiutata anche da un tappo “amico”, in perfetta forma, che avrei voluto volentierissimo portare a tavola e mettere alla prova su uno dei tanti piatti di questa cucina ricca di sapore. Sorprendente la vivacità e la brillantezza del colore, un rubino squillante, pieno di riflessi e di luce, un naso integro, compatto, succoso, profumato di mille cose, agrumi, rabarbaro, china, prugna secca, uvetta, tabacco biondo, amaretti, rose appassite, ma soprattutto di terra e di viole.
Un bouquet di grande dinamismo ed energia, di estrema pulizia. Fantasmagorico il palato, con un tannino ben fuso, una sorprendente, inusitata, miracolosa dolcezza del frutto, una grande tensione, una tessitura ricca tale da riempire di sapore ed innervare il palato, di regalarci ampiezza, sapidità, verticalità estrema, anche grazie ad un’acidità viva ma non tagliente. Un Barbaresco di quarant’anni, l’eleganza, la signorilità contadina, la misura, la compostezza, ma anche la capacità di avvolgerti in un turbinio di passione, di emozioni, che ti scalda il corpo e la mente, solo dei grandi vini.
Quelli che nascono in questa inimitabile dolcissima, sacra terra di Langa…

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29 aprile 2010

Eloro Nero d’Avola Rosa nera 2009 Marabino

Ancora un grande rosato di Sicilia nel mio bicchiere e ora su questo blog. Dopo l’eccellente Nerello Mascalese di Bonavita di cui vi ho parlato ieri, ribadisco il mio entusiasmo per la nouvelle vague dei rosati siculi segnalandovi doverosamente un’altra primizia.
Parlo della prima prova di rosato di un’azienda di recente storia, Marabino, nata nel 2002, e situata nella zona sud orientale della Sicilia, in val di Noto, nell’area della Doc Eloro (nelle contrade “Buonivini” e “Barone”), dove conta su trenta ettari di vigneto, allevati a spalliera per i nuovi impianti e ad alberello Pachinese (detto alberello “impupato”) per le vecchie vigne, con una resa che va dai 40 agli 80 quintali ettaro, coltivati entrambe secondo il metodo biologico – dinamico.
Ho già scritto di altri vini di questa realtà produttiva molto interessante, il Nero d’Avola Don Pasquale 2007 – leggete qui – e il Moscato di Noto – leggete qui – ma devo dire che questo nuovo rosato di Nero d’Avola mi ha veramente conquistato (e ha ottenuto il parere favorevole, generalmente ancora più severo del mio, della mia Signora) per la sua estrema bevibilità, per una duttilità d’utilizzo che lo rende adatto ad accompagnare una vasta gamma di piatti, dalla pizza ad umidi di pesce, da primi piatti con verdure oppure preparazioni a base di pesce azzurro a quel capolavoro della cucina mediterranea che è la parmigiana di melanzane.
Prima di raccontarvi le mie emozioni su questo Eloro Rosa nera, voglio che a raccontarvi la sua genesi sia, con le sue parole, direttamente il suo artefice, il proprietario della Marabino, il giovane Pierpaolo Messina (che ho avuto il piacere di conoscere a Catania durante il Congresso dell’A.I.S. del 2008, occasione in cui conobbi anche la carissima amica Francesca Tamburello, organizzatrice di una per me indimenticabile serata dedicata al Nebbiolo di Langa in quel di Castebuono lo scorso gennaio – vedete qui – a lei un abbraccio e un in bocca al lupo!).
Mi scrive Pierpaolo che “il Rosa Nera è un vino che io ho fortemente voluto, frutto della mia passione per questa tipologia di prodotto, che oltretutto era prevista nella Doc Eloro.
E’ un vino che non nasce dal classico e sbrigativo salasso, ma è stato studiato sin dalla selezione del vigneto da dedicare esclusivamente per la produzione di questo rosato.
Il Rosa Nera è un vino ottenuto da un vigneto ad alberello di 27 anni, con una densità di 7000 piante ettaro, di circa un ettaro e mezzo, esposto a sud. Vigneto su terreno leggero molto calcareo con scheletro abbondante e tessitura fine.
Potatura corta con tre speroni e due gemme con una resa di 50 quintali ettaro. Il vigneto è allevato ad alberello “Pachinese”, un alberello differente dagli alberelli pugliesi e del resto della Sicilia.
L’alberello Pachinese è detto “impupato” proprio come un pupo siciliano, che consiste nel legare ( “liari” ) i germogli a un tutore di canna che poi vengono avvolti a se stessi (“mazzunatura”) senza essere spezzati ma solamente strozzati, inibendo la dominanza apicale .
Questa vigna è la figlia del vigneto di Archimede, poiché  si usarono le sue marze per innestarla. L’uva raccolta  in piccole cassette viene diraspata e fatta macerare in pressa ad una temperatura di circa 10 gradi per 5/6 ore, quindi viene pressata molto soffice estraendo solo il mosto fiore ricco di acidi e aromi primari.
Dopo una decantazione statica di una notte il mosto limpido viene fermentato ad una temperatura di circa 18 gradi con i suoi lieviti indigeni. Dalla fine della fermentazione alcolica fino al momento dell’ imbottigliamento viene conservato su fecce fini periodicamente rimesse in sospensione”.
Fin qui l’autore del vino, prodotto sinora in 6000 esemplari posti in vendita al prezzo, franco cantina, di 6 euro.
A me raccontare ora perché questo rosato di Nero d’Avola, colore cerasuolo splendente vivo, di notevole profondità più da rosso non di grande intensità che da rosato (mi ricorda una Schiava altoatesina), un rubino scarico di grande luminosità e con una bella vena che richiama la granatina, mi sia piaciuto molto.
Bello il naso, dolce, succoso, di grande polpa e materia larga piena matura ma senza eccessi, con nitide note di ciliegia e fragola, accenni di ribes, rosa canina e rosmarino, molto compatto, denso di larga tessitura.
Un naso da rosato vero e non costruito furbescamente, senza nessuna di quelle note, artificiali, di confetto, bubble gum, bon bon, che infestano diversi furbeschi rosati moderni.
Ma che spettacolo la bocca, ricca e piena, che inizialmente sembra prendere la via di una calibrata dolcezza, ma poi si rivela piacevolmente, asciutto con una giusta succosità e morbidezza del frutto, ma non priva di qualche piacevole asperità tannica, di una struttura salda, con buona persistenza e nerbo e un finale lungo, grande ricchezza di sapore e soddisfazione.
Un vino molto equilibrato, con una naturale rotonda, ben tornita dolcezza del frutto e una bella nota salata finale che non stanca e invoglia golosamente al bere. Cosa volere di più?

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28 aprile 2010

Bonavita: un Nerello che si fa… rosato

Ricordate il Faro Doc dell’azienda Bonavita della famiglia Scarfone, Emanuela, Carmelo, Giovanni e Francesco, di cui vi ho parlato, molto positivamente, oltre un anno fa, qui, vino ottenuto da ripidi terrazzamenti a 250 metri di altezza, circondati da un bosco di querce e castagni secolari, in un “anfiteatro” naturale sui Monti Peloritani affacciato sullo Stretto di Messina?
Bene, dagli stessi vigneti, soprattutto da quelli più giovani, coltivati a Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera, e con lo stesso protocollo di viticoltura naturale, nessun utilizzo di concimi chimici, apporto di sostanza organica attraverso sovesci annuali di leguminose, nessun utilizzo di erbicidi ed insetticidi; oculati interventi di potatura verde per limitare allo stretto necessario i trattamenti antiparassitari effettuati a bassi dosaggi di rame e zolfo, che ha portato la piccola azienda ad essere presente a Vino Vino Vino, gli Scarfone, hanno per così dire differenziato.
E così, oltre a confermarsi alla grande con un eccellente Faro 2007, più essenziale e scabro del 2006, e dotato di un tannino quasi piemontese (come hanno notato e apprezzato i partecipanti alla bellissima serata sui vini del Sud che ho condotto per Onav la settimana scorsa a Milano), hanno pensato bene, in via sperimentale, con una produzione molto confidenziale, di provare la via del rosato.
Un’IGT Sicilia, annata 2009, davvero interessante, che prevede una macerazione con le bucce per 12 ore, poi fermentazione in piccoli fusti di rovere senza controllo della temperatura.
Colore cerasuolo splendente, di straripante vivacità, rilucente di mille riflessi, uno di quei colori che nel bicchiere ti mettono allegria e ti dispongono al bere, si propone con un naso intrigante, dove le note di lampone e ribes, di agrumi e rose sono esaltate da una matrice sapida, molto incisiva e nervosa, e dove il frutto è solo un elemento tra i tanti che in sequenza si colgono.
Altrettanto bene al gusto, con una bocca ricca, piena, succosa, asciutta e di salda struttura, con un tannino ben pronunciato, un’acidità ben viva, sapidità a volontà che regala freschezza, scatto e dinamismo al vino, saldo, ben strutturato e di gran nerbo.
Un gran bel rosato, goloso, che conferma la grandezza del terroir della Doc Faro, la grande sapienza come viticoltori e produttori degli Scarfone e la duttilità di uve, Nerello e Nocera, che esprimono, anche in rosa, vini di grande carattere.
P.S.
Dedico questo post alla carissima amica Francesca Tamburello, indomito delegato A.I.S. di Palermo.  Lei ne conosce i motivi e sa che sono con lei. Credo che di persone come Francesca una grande Associazione debba far tesoro, ora e in futuro, senza alcuna esitazione

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26 aprile 2010

Vallée d’Aoste Nus 2008 Lo Triolet

Per la serie Viticulteurs encaveurs (vedi qui il sito dell’Associazione) crescono in territorio valdostano oggi voglio parlarvi di una realtà, nata nel lontano 1993, ormai cresciuta, anche se le dimensioni, con poco più di cinque ettari controllati e una produzione tra le trenta e le quarantamila bottiglie, rimangono quelle di un’azienda di piccole dimensioni, anche se ormai tra le più “grandi”, cantine sociali escluse, della Vallée.
Per conoscerla dovete portarvi in quel di Introd (uscita Aosta ovest in direzione Courmayeur) e cercare l’insegna – che è anche quella di un piccolo, accogliente, agriturismo, de Lo Triolet.
E’ questo il “regno” di Marco Martin, tra i protagonisti della “renaissance viticole” della Valle, che nei primi anni Novanta, facendo tesoro di una tradizione vitivinicola familiare basata sulla produzione di vino per l’autoconsumo e caratterizzata da una grande passione per la coltivazione del vigneto tipica dei vignerons valdostani, scelse la strada dell’ampliamento e del rinnovamento varietale dei vigneti, puntando, la prima annata prodotta fu il 1993, sul Pinot Gris.
Una varietà che si è rivelata particolarmente adatta agli 850 metri di altitudine e al microclima della zona viticola di Introd, esprimendo vini molto profumati e di buon corpo e con un sorprendente potenziale di evoluzione nel tempo nella versione, molto minoritaria come numero di bottiglie (nemmeno 2000 contro le oltre diecimila di quella “normale”), vinificata in barrique.
Il Pinot grigio continua ad essere il vino “simbolo” di Lo Triolet, ma a partire dal 2000, grazie ai nuovi impianti effettuati (in vigneti del suocero) nella zona di Nus (dopo Chatillon e Chambave, e prima di Aosta) la gamma dei prodotti si è ampliata con i vini Gamay, Nus e Coteau Barrage.
Ai quali si sono affiancati un Pinot noir e un Passito dolce, denominato Mitsigri, ottenuto da una vendemmia tardiva di Pinot grigio.
Molte le cose interessanti che bollono in pentola da Marco Martin, e riferito del Pinot grigio, vino ricco, pieno, ben strutturato, di ampio sviluppo al palato, più sul frutto e largo, con note di frutta esotica e pera, nella versione 2009 che in quella, peraltro eccellente, sapida e nervosa e di grande beva, del 2008, non posso non segnalare come sorprendente, ottenuto da vigneti ancora giovani veramente di montagna, questa volta posti ancora nell’area di Introd, a 900 metri di altezza, il varietale e complesso Gewürztraminer 2008, che Martin ha tenuto intelligentemente secco, “trocken” con soli due grammi litro di zucchero (ma non si spinge mai oltre la soglia dei 5 grammi), dal naso agrumato, elegante, fine, con note speziate, di ginger, agrumi, rosa passita, pietra focaia, largo e pieno in bocca, denso e soddisfacente, ma reso più nervoso e vivo da una bella vena acido-sapida, che dà lunghezza, verticalità, vitalità al vino.
Intrigante, non saprei definirlo diversamente, il Mitsigri (pardon, Mistigri) sul quale Martin sta calibrando la mano, abbassando decisamente le rese (poco più di un chilogrammo di uva per pianta), curando maniacalmente l’appassimento, in fruttaio, ma anche all’aperto, calibrando l’alcol (nell’ordine dei 14 gradi e mezzo) e ottenendo un vino, molto personale, che dall’annata 2009 entrerà nella Doc Valle d’Aosta, dal naso particolarissimo, variante dalla mela cotogna all’albicocca agli agrumi, alle mandorle, molto pieno, suadente, avvolgente al gusto, di moderata e non trabordante dolcezza ed imprevedibilmente secco, fresco, diritto e sapido.
Accanto a questi vini, ho trovato importante e degno del suo nome il Vallée d’Aoste Fumin 2008, grande densità ricco pieno carnoso multistrato nel bicchiere, naso caldo pieno di bella espressione e calore mediterraneo, con note di pepe nero, una speziatura leggera e accenni carnosi di grande espressività.
E al gusto caratterizzato da una bocca ricca e piena di grande dolcezza, polpa succosa grande struttura e continuità, con finale lungo e persistente pieno di sapore, e molto buono anche il Vallée d’Aoste Coteau Barrage 2008, 85% Syrah, 15% Fumin, (affinato in legno piccolo per dieci mesi) dalla notevole concentrazione colorante, naso fitto, denso, compatto, “materico”, con note speziate balsamiche animali che vanno a completare un frutto maturo e denso.
Vino molto più bilanciato e pieno di energia in bocca, con un bel sostegno tannico, una giusta acidità, una vivacità di espressione insospettabile e una grande freschezza, di quel si potesse aspettare, con tutti quegli strati di prugna e di ribes, al naso.
Voglio però spendere una parola di particolare plauso, perché il vino mi è piaciuto tanto e perché si tratta di una denominazione geografica, Nus (che ha la sua capitale nell’omonimo villaggio, e che comprende anche la zona di Verrayes, Fénis, Quart e Saint-Christophe – disciplinare che prevede l’utilizzo di Vien de Nus (per un 50%), di Petit Rouge (30%) e di altri vitigni autorizzati, per una percentuale massima del 20%), più celebrata per la sua Malvoisie (così viene localmente chiamato il Pinot grigio) per il Vallée d’Aoste Nus 2008 Le Triolet.
Non un vino da degustazione, ma uno di quei vini che soprattutto abbinati ai piatti semplice e saporiti (non solo quelli della cucina valdotaine) ma anche quella che possiamo gustare a casa nostra, dà piena soddisfazione e soprattutto se non ci sono problemi di spostamenti e di guida (quelli che invitano ad un consumo ben più che moderato) invita ad andare oltre al secondo bicchiere.
Un signor Nus, bellissima brillantezza e vivacità cromatica, rubino splendente, luminoso, naso fresco, vivo, nervoso con bella espressione minerale, molto essenziale e petrosa, grande integrità di frutto sapidità, con sfumature di viola, sottobosco, ribes, e accenni di erbe aromatiche. Molto fresco vivo scattante di grande equilibrio piacevolezza al gusto, con la giusta carica tannica e quel carattere inconfondibile, schietto, vinoso e di grande sapore, che hanno i rossi, anche quelli apparentemente “minori”, o più “semplici” della Vallée.

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21 aprile 2010

Oltrepò Pavese Pinot nero 2005 Le Fracce

Gran brutta bestia il Pinot nero. Bello e impossibile, o quasi, per dirla con Gianna Nannini. Provare a confrontarsi, ad ogni latitudine, con questa uva grande e difficile, che illude e fa disperare, che promette mirabilie che poi, in moltissimi casi, non si verificano, è davvero uno sforzo titanico e richiede, da parte di chi vi si dedichi, non solo una pazienza certosina, ma grande forza d’animo.
Lasciando da parte la Bourgogne, che è altra cosa, un mondo a sé e non solo il modello storico, lo spietato termine di riferimento, con il quale chiunque, in Europa o dall’altra parte del mondo (Nuova Zelanda o California) deve giocoforza fare i conti, è difficile trovare areali dove questa cultivar offra risultati all’altezza del suo blasone. E delle ambizioni di chi si misura con lei. In Italia con il Pinot nero provano a confrontarsi in diversi, in zone che avrebbero qualche potenzialità e in altre, come la Toscana, dove si sa in partenza (lo sanno anche i produttori, che pure diabolicamente e tafazzianamente perseverano nell’errore) che è una “mission impossible”. Eccezion fatta per exploit isolati, che necessitano di conferme, che si registrano, quasi mosche bianche, in Friuli (provate il Pinot nero di Bressan), in Franciacorta, in Veneto (il Campo alle More di Gini), in Valle d’Aosta (ad esempio i vini dell’Atoueyo e delle Cretes), le zone vocate sono sempre quelle: Trentino (con la garanzia dei vini di Pojer & Sandri, Dalzocchio, Graziano Fontana), Alto Adige (Gottardi su tutti) e Oltrepò Pavese.
Non ripeterò qui i rimbrotti che a questa splendida zona vinicola lombarda, posso dirlo?, la più bella, Valtellina a parte, di tutta la Lombardia, ho varie volte riservato. E che potrei confermare in toto ora.
Prendo atto solo che in questa euforia crescente da Pinot nero versione bollicine metodo classico da tradursi in quella cosa ancora misteriosa che il “faraone” Panont ha voluto chiamare Cruasé (“purissimo rosé”, ça va sans dire…), euforia che moltiplica le etichette sul mercato anche se i produttori e fornitori di vini sono un numero inferiore, c’è un’azienda, che non ha assolutamente voluto farsi contagiare dalla moda del momento e che le bollicine le produce in una versione millesimata extra brut, che sul Pinot nero, in rosso, sta lavorando con grande serietà.
Senza farsi distrarre da progetti tipo il Pino’ Club (qualcuno ne ha traccia?) cercando di tirare fuori un Pinot nero degno di questo nome.
Alle Fracce, l’azienda di cui sto parlando, 40 ettari proprietà della Fondazione Bussolera Branca, situati in una zona splendida e isolata a Mairano di Casteggio, 45° parallelo, la latitudine di Bordeaux, lo staff tecnico guidato dal giovane, bravissimo enologo Roberto Gerbino, nativo di Monforte d’Alba, non so se mi spiego, lavora sul Pinot nero, su un progetto di grande Pinot nero oltrepadano, in una zona ristretta, due ettari, di terreno ciottoloso calcareo a 300 metri di altezza posto in San Biagio di Casteggio, selezione di tralci prelevati da vecchie viti.
Lavorazione in vigneto svolta in totale assenza di antibotritici e prodotti di sintesi, riducendo all’indispensabile la lavorazione del terreno, con impiego degli “attinomiceti”, funghi naturali che proteggono le giovani radici dalle patologie, durante la messa a dimora delle piantine.
Resa per ettaro contenuta in 50 quintali di uva, su una media di 5000 ceppi. In vinificazione l’uva è stata diraspata evitando il più possibile la rottura dell’acino che porterebbe a un’immediata riduzione del potenziale aromatico, e successivamente l’uva ammostata ha sostato per 2 giorni a 15 gradi prima di procedere a gestire la macerazione con leggeri rimontaggi per otto giorni senza mai superare i venticinque gradi.
Svolta la fermentazione malolattica il vino sosta per 18 mesi in barrique tipo “panachè” (assemblaggio di legni in rovere francese provenienti da 3 foreste diverse con 36 mesi di stagionatura all’aria) e si affina ulteriormente per sei mesi in acciaio.
Il risultato è un Pinot nero annata 2005 che giustamente l’azienda definisce “espressione pura di eleganza” e che al mio assaggio, che ho effettuato in giorni diversi verificando l’evoluzione e la tenuta del vino in bottiglia (i vini grami dopo un’ora sono già morti, quelli veri sono ancora più buoni il giorno dopo…), mi ha convinto di trovarmi di fronte ad uno dei migliori Pinot nero oltrepadani e italiani che avessi bevuto negli ultimi anni.
Un vino affinato, com’è giusto che sia, in legno piccolo, senza che questo strumenti di cantina diventasse fastidioso e volgare protagonista. Come accade, ahimé, anche in titolati Blauburgunder altoatesini.
Bellissimo, rubino squillante luminoso, con una maestà e una luminosità d’espressione rara, il colore, con un modo agile, plastico, sinuoso, di disporsi nel bicchiere. Un timbro speciale che trova conferma nei profumi, varietali, di lampone, ribes nero, di bella dolcezza succosa, con un coté selvatico e terroso che progressivamente emerge portando sfumature anche di spezie orientali, pepe nero, accenni di cuoio a costituire un insieme di buona densità e precisione reso più etereo e caldo da una presenza alcolica (14 gradi) non eccessiva, ma sicuramente presente.
Ma è la bocca a convincere ancora di più, fresca, viva, carnosa, dotata di una consistenza di frutto succosa, ampia, dotata di stoffa, carne, nerbo, ricca di sapore e di piena soddisfazione, da vino che non si limita ad esprimere un nitido carattere varietale (una voce pinotnereggiante inconfondibile, una calda suadenza) ma lo fa mostrando chiaramente la propria origine ed il timbro di quell’Oltrepò che potrebbe essere davvero, Valtellina del Nebbiolo di montagna a parte, la grande terra da rossi lombarda.
Una terra che dovrà decidere, prima o poi, cosà fare da grande, se essere l’eterna promessa (spesso incompiuta) oppure no…

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10 aprile 2010

Primitivo di Manduria dolce naturale 2007 Attanasio

Ce ne dimentichiamo colpevolmente troppo spesso, affascinati e soggiogati, enoicamente parlando, da vini meravigliosi e particolarissimi come i Banyuls e Maury del Sud della Francia, nel Roussillon, oppure degli spettacolari Pedro Ximénez della D.O. Montilla-Moriles o dei dulces naturales di Jerez, per tacere dei Palo Cortado o dei Cream, oppure dai vini di Porto e di Madeira, che anche in casa nostra, nella solare Puglia abbiamo vini che possono tranquillamente confrontarsi senza sfigurare affatto con questi secolari modelli.
Si parla spesso, e sempre di più negli ultimi anni, di Primitivo, ma curiosamente, forse condizionati da una corrente di pensiero che tende a penalizzare i vini dal contenuto alcolico elevato, ci si dimentica che nel campo del Primitivo di Manduria forse alcune delle espressioni più autentiche e più esaltanti vengono dalla tipologia dolce naturale nella quale l’alcol è sicuramente elevato, dai 15 gradi minimo sino ai 20 gradi, ma dove, nei risultati migliori l’alcol non è mai fuori posto o costituisce un elemento bruciante e aggressivo, ma consente al vino, con gli estratti importanti su cui può contare, di raggiungere la sua particolarissima personalità.
Ho già celebrato, com’era giusto, lo scorso dicembre, qui, i meravigliosi risultati ottenuti con il suo stile classico, anzi, antico, da quell’emozionante personaggio che è Vittorio Pichierri, ma ora, avvicinandosi la Pasqua e pensando ad un suo ideale abbinamento non solo con la pasticceria secca a base di pasta di mandorle, nonché ai formaggi erborinati, ma a dolci tra i quali includerei, perché no?, le tradizionali uova di cioccolato,  voglio proporre alla vostra attenzione un altro Primitivo di Manduria di livello superiore.
Un vino prodotto dall’azienda agricola Attanasio Giuseppe che come recita il suo sito Internet “continua con passione le tradizioni di una tipica famiglia di viticoltori salentini” in una cantina “di fine ottocento dove dal 2000 giungono le uve di Primitivo, raccolte con metodo tradizionale e provenienti esclusiva-mente dai vitigni di proprietà, circa 5 ettari di alberello pugliese nell’agro di Manduria curati personalmente da Giuseppe Attanasio con un’esperienza di oltre 60 anni”.
Il vino che mi ha profondamente colpito di questa azienda è proprio un Primitivo di Manduria dolce naturale dalla gradazione alcolica totale “monstre” di 19,5 gradi, ottenuto da uve Primitivo provenienti da un vecchissimo vigneto di 90 anni, ad alberello, con resa per ettaro contenuta in 20 quintali, affinato esclusivamente in acciaio e proposto (2000 gli esemplari prodotti) in una bottiglia da mezzo litro.
Un vino spettacolare, ottenuto, raccontano, “solo in particolari annate asciutte che permettono di prolungare l’appassimento fino ai primi giorni di ottobre. Nella tradizione della famiglia, i grappoli venivano tagliati e riposti ad asciugare su un letto di erba secca preparato ai piedi del ceppo per ottenere un vino dolcissimo che in passato si serviva in occasione delle feste e delle ricorrenze più importanti accompagnandolo a tipici dolcetti di mandorle”.
Colore rubino violaceo di estrema profondità, densità e concentrazione, viscoso e consistente nel bicchiere, mi ha colpito per il suo naso estremamente fitto, compatto, complesso, pieno di energia, dove note di prugna secca e prugna sotto spirito si abbinano a ricordi di fichi secchi, rabarbaro, china, amarena, striature di macchia mediterranea, dal ginepro alle erbe aromatiche, al cuoio e al tabacco da pipa.
Grande naso, ma bocca ancora migliore, con la sua opulenza, il suo calore, l’ampiezza e la larghezza senza fine, un dinamismo che porta il vino ad impadronirsi progressivamente, con calcolata dolcezza, della cavità orale e del palato, con strati su strati di frutta matura, dolce al punto giusto, mai stucchevole, ma anche con una sorprendente e piacevolissima struttura tannica, che rende vibrante il vino, e gli regala un finale, merito di un’acidità calibrata, estremamente salato, pieno di carattere, di persistenza lunghissima.
Un grande vino che renderà ancora più golose e cioccolatose, nel contrasto dolce amaro, le vostra uova pasquali…

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22 marzo 2010

Brunello di Montalcino 2005: i miei migliori assaggi del Benvenuto Brunello

Non ho mai pensato di voler parlare dei Brunello 2005 degustati a Montalcino nel corso dell’anteprima del Benvenuto Brunello limitandomi a segnalarvi, come ho fatto qui e poi ancora qui,  una serie di vini, non presenti alla vetrina istituzionale, ma che abbiamo potuto degustare presso l’Enoteca l’Osticcio.
Come promesso, ecco una serie di sintetiche note di degustazione dei vini che mi hanno maggiormente colpito redatte nei due giorni di assaggi a Montalcino.
Avrò modo di riassaggiare questi vini e soprattutto avranno modo di farlo gli appassionati che vi parteciperanno, il 29 marzo a Como, in occasione di una Serata Brunelloleggete qui – alla quale vi consiglio di iscrivervi, che abbiamo programmato con gli amici di A.I.S. Como.
Comincio subito dal tiro di vini che mi hanno maggiormente colpito, quelli di Gianni Brunelli, Il Colle e San Lorenzo.
Gianni Brunelli
Naso ben definito, fresco, elegante, con la fragranza e la freschezza tipiche del Sangiovese, aromi di macchia mediterranea, di viola, cuoio pepe e ginepro, con bella apertura, pulizia e nitida definizione.
Al gusto bella la succosità del frutto, una bella struttura ben definita tannino ben presente, grande freschezza e sapidità, con allungo preciso e carattere.
San Lorenzo

Bellissima dolcezza di espressione aromatica, con ciliegia nera, viola, sottobosco, una leggera speziatura, accenni minerali, di ginepro, alloro, macchia mediterranea. Bocca di buon impegno e consistenza, con frutto vivo e succoso, saldo corredo tannico e notevole stoffa.
Il Colle
Naso discreto e inizialmente poco appariscente che si apre su note selvatiche terrose con una bella definizione minerale e mentolata di notevole freschezza. Al gusto ottima materia, con salda struttura tannica e lunga persistenza precisa.
A seguire, decisamente validi anche questi, gli altri vini.
Canalicchio di Sopra
Grande vivacità e intensità di colore, naso, fresco, fragrante selvatico-floreale con note di sottobosco e mazzetto odoroso in evidenza. Al gusto spicca un bel frutto succoso, una salsa materia terrosa con importante corredo tannico e una buona lunghezza.
Col d’Orcia
Sostanza aromatica ben definita, con note di macchia mediterranea erbe aromatiche, ciliegia nera di notevole freschezza. Al gusto buona piacevolezza, grande equilibrio, una materia ricca e ben definita, con una certa sostanza e persistenza e un’acidità finale ben calibrata.
Tassi
Naso molto toscano, con frutta ben matura e tipiche note selvatiche in evidenza. La bocca è fresca, viva, succosa, non di grande ampiezza ma molto precisa con acidità che spinge e nerbo piacevole.
Fuligni
Naso caldo, fitto maturo, con una bella vena selvatica floreale. Bocca rotonda, equilibrata, con una buona succosità di frutto e una consistenza ricca e terrosa
Poggio dell’Aquila
Naso ricco espressivo, complesso e variegato, molto fragrante ed elegante con un mix floreal-fruttato e note di sottobosco di grande ampiezza. Al gusto è sapido, nervoso, incisivo con una bella vivacità e nerbo elegante, molto equilibrato, succoso, minerale con grande sale, manca un po’ di ampiezza ma davvero molto piacevole
L’Aietta
Grande vivacità cromatica, naso di bella personalità, mix di macchia mediterranea, grafite, tabacco, cuoio e accenni selvatici. Bocca di buona dolcezza e impegno, il vino si dispone lungo, pieno, persistente, con una bella sostanza terrosa minerale e un finale di notevole persistenza e precisione.
Lisini
Naso abbastanza espressivo, con una buona dolcezza di frutto succoso polputo e consistente che si conferma con coerenza e continuità anche al gusto, con una bella trama tannica e uno sviluppo interessante.
Le Macioche
Vino dalla buona fittezza aromatica, con frutta ben matura, striature minerali, accenni speziati e una leggera vena floreale. Al gusto una buona materia ricca, ben strutturata, con continuità e sviluppo, dinamismo e finale lungo.
P.S.
Sui Brunello 2005 ho espresso il mio parere anche in questa video intervista rilasciata a Dario Pettinelli di Italia Tv – vedete qui

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16 marzo 2010

Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank 2004 Pojer e Sandri

Erano ormai un po’ di anni che non salivo, da San Michele all’Adige, dove ha sede il mitico Istituto Agrario fonte di alcune delle più importanti ricerche e sperimentazioni in campo viticolo ed enologico in Italia, su per la bellissima collina di Faedo, mare di vigneti da cui arrivano diversi dei più pregiati vini bianchi trentini.
Trovandomi a Trento per una degustazione di Marzemino (di cui scriverò presto e che è stata un’autentica sorpresa, per la qualità diffusa e l’autenticità di molti dei 40 vini degustati) non ho potuto non cogliere l’occasione per ritornare quindi in quel di Faedo e andare a fare visita nella sua attrezzatissima cantina, con tanto di esemplare distilleria (diciamolo: una delle migliori in assoluto d’Italia), il vecchio caro amico Mario Pojer, che con il socio Fiorentino Sandri conduce (sono ormai 35 le vendemmie) uno dei fiori all’occhiello di una produzione enologica trentina che non si può ridurre solo alle potentissime – e un po’ in difficoltà mega cantine cooperative – ma che può contare su una serie di piccole e medie realtà di assoluto valore.
Sto parlando, l’avrete capito benissimo, dell’azienda Pojer e Sandri. Riferendosi a questa cantina bisognerebbe decisamente dilungarsi, e raccontare, per filo e per segno, come non solo si lavori splendidamente in vigna, con una tenacia, una ricerca delle soluzioni più adatte, terroir per terroir, da Faedo alla Val di Cembra (dove da qualche anno Pojer si è esteso), ma anche in cantina, senza eccessivi tecnologismi, ma con una ricerca, e si può tranquillamente dire in questo caso, una sperimentazione, invenzione e messa a punto di soluzioni tecnologiche di assoluta avanguardia, che poi qui da Faedo vengono applicate in tutto il mondo. Basta leggere, sul sito aziendale, la parte dedicata al concetto di innovazione – leggete qui – per capire come qui ci si sforzi di guardare sempre avanti e di migliorare, sino al punto da introdurre un qualcosa, che poteva anche apparire stravagante o assurdo, come il “lavaggio” delle uve, mediante “l’utilizzo di una lava-uva (pensata e progettata nel 2003) utilizzando una vasca con effetto “Jacuzzi” (un idromassaggio con microbolle)”, con il preciso intento “di asportare terra, polvere, insetti, residui floreali e soprattutto residui di rame e zolfo, utilizzati in campagna contro peronospora e oidio che sono dei funghi, proprio come i lieviti che svolgeranno, più tardi, la fermentazione” Mario Pojer sostiene, e dati analitici ben precisi confortano la sua intuizione, che “lavando l’uva mettiamo i lieviti indigeni, propri delle uve, nelle condizioni ottimali di lavoro.
Manteniamo così integro il carattere dell’uva che conserva le caratteristiche del suo territorio, inteso anche come microflora responsabile delle fermentazioni”.
Il risultato lo si vede dai vini classici – provati in cantina, ancora in serbatoio in acciaio splendidi, fragranti, promettentissimi Müller Thurgau, Nosiola, Sauvignon, e poi in attesa di essere imbottigliati uno squillante Pinot nero 2008 e un uvaggio Rosso Faye, di pari annata (Cabernet franc e Sauvignon, Merlot e Lagrein mai provato così complesso, succoso ed equilibrato in terra trentina) – e da nuovi vini, che Mario e Fiorentino producono con la freschezza mentale, l’inventiva, la fantasia, di un neofita. Ho così potuto assaggiare, in anteprima, un vino destinato a far parlare, un uvaggio bianco denominato Filii (figli) che ispirandosi ai vini bianchi tedeschi, nei quali la componente alcolica non è mai elevata, si vuole proporre, “ospitato” in una bella bottiglia renana da mezzo litro, come un vino di facile approccio e di beva immediata, ma non banale, con i suoi soli 9 gradi alcolici, ed il suo mix, calibrato, di uve Riesling e dei suoi “figli”, Müller Thurgau (incrocio Riesling x Sylvaner), Kerner (incrocio Trollinger x Riesling) e Incrocio Manzoni (incrocio Riesling x Pinot bianco).
Tutte uve raccolte in anticipo sulla maturazione, (un 40-50% del frutto presente in vigna) e sottoposte alle altre cure e attenzione riservate ai vini più importanti.
Un vino, in particolare, tra quelli degustati, mi ha profondamente colpito, tanto da volerlo poi riassaggiare, ma che dico, bere, a casa. Parlo di uno degli ultimi nati, ancora un bianco, da uve Pinot bianco, Riesling Renano, Sauvignon, Kerner, Incrocio Manzoni, espressione di una delle ultime “avventure” del duo Pojer e Sandri, lo “sbarco” in Alta Val di Cembra in quel magnifico posto – vedete qui le foto e rimanete incantati anche voi – che è il Maso Besleri, in località Valbona di Cembra, “frutto di diversi  acquisti e di una ricomposizione fondiaria”.
Lavoro iniziato nel 1998 con una bonifica di 3,5 ettari con relativo impianto viticolo e proseguito sino ad arrivare agli attuali otto ettari di vigneto completamente ristrutturato,  ai quali nell’anno 2009 si aggiunge la ristrutturazione del maso  inteso come casa composto da un ricovero per macchine agricole, una piccola cantina adibita ad acetifico e dei locali adibiti ad Agritur.
Un maso da cui nascono un vino bianco  ed uno rosso frutto ognuno di una cuvèe di 5 differenti varietà di uva, allevate con intensità elevate ad ettaro, sino a 6200 ceppi. In questo posto bellissimo, modellato dal ritiro dei ghiacciai e dall’opera del torrente Scorzai, con presenza elevata di roccia porfirica di origine vulcanica e terreni ricchi in scheletro, da uve raccolte a maturazione avanzata, con mosti fermentati in piccoli fusti di rovere e di acacia (il 60 per cento) e 6 mesi di affinamento in legno a contatto dei propri lieviti, Pojer e Sandri hanno tirato fuori l’Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank, la cui annata 2004 (si tratta di un vino naturalmente destinato a durare a lungo, di grande personalità e complessità, dovute al particolarissimo mix varietale, ai terroir, all’altezza (e a qualche “magia” enologica di Mario), proverò a descrivervi.
Colore paglierino oro dalla maestosa brillantezza e qualche leggero riflesso verdognolo, naso caratteristico, particolare, molto complesso, compatto, con una componente aromatica spiccata e un ricordo di muschio, una presenza di frutta ben matura e succosa, dagli agrumi alla pesca ad un ricordo di albicocca, ma anche con una freschezza, da fiori bianchi, fieno di montagna, e una vena leggermente speziata, completata da striature di mandorla fresca e frutta secca, davvero notevole.
Al gusto se possibile ancora meglio, inizialmente ben secco, incisivo, nervoso, come dev’essere un vero bianco di montagna, ma poi progressivamente il vino si distende, si allarga, prende confidenza, e consistenza, al gusto, conquista e riempie il palato con ampiezza cremosa, pienezza d’espressione, struttura ben sostenuta, dinamismo e sviluppo, per chiudere, ricco di sapore, importante, su una fresca nota salata, una vena minerale, esaltata da un’acidità ben calibrata.
Una vera e propria scoperta, che la cantina consiglia di abbinare a piatti di pesce speziati, a primi saporiti, carni bianche, che ho pienamente gustato, e lo stesso mia moglie, che sui bianchi affinati in legno è solitamente molto scettica, su un saporito piatto di bucatini all’amatriciana.
E bravi Mario e Fiorentino! Prossimamente, sui vostri schermi, per parlare dei loro metodo classico, che si guardano bene dal presentare come Trento Doc. Vista la confusione che (ancora) regna in Trentino su questa tipologia, con aziende “leader” che puntano indifferentemente a bollicine top “da guide” e a bottiglie da svendere negli hard discount a prezzi da prosecchino, come dare loro torto?

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