Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Libiam nei lieti calici'

2 Maggio 2008

Fleurie Les Garants 2004 Domaine du Vissoux Pierre-Marie Chermette

Si fa presto a dire Beaujolais, un vino semplice facile da bere prodotto con un’uva, il Gamay, che non entra di certo nell’aristocrazia ampelografica mondiale.
Poi, invece, ti capita di andare in cantina, di trovare una bottiglia che riposava lì da quando un amico francese, pardon borgognone, Gianni Pillon, te l’aveva portata, di stapparla senza aver pensato a nessun particolare abbinamento, tanto per il piacere di berne un paio di bicchieri, e scoprire che quel Fleurie Les Garants Domaine du Vissoux Pierre-Marie Chermette 2004 è davvero un signor vino.
Intendiamoci, qui con i Beaujolais nouveau “usa e getta” non abbiamo nulla a che fare, qui ci si trova di fronte ad una sorta di cru nel cru, perché Fleurie è una peculiare AOC delle varie (Julienas, Morgon, Saint Amour, Chenas, Moulin à Vent, Régnié, Chiroubles, Brouilly e Côte de Brouilly e appunto Fleurie) che vanno a comporre il multiforme universo del Beaujolais, e Les Garants una particolare porzione di vigneto che Pierre-Marie e Martine Chermette, viticulteurs à Saint-Vérand (vedi sito Internet), curano in nome di una loro, personale, “autre idée du Beaujolais”, che prevede cultura ragionata, vendemmie manuali, raccolta a giusta maturità delle uve, fermentazione naturale, esclusivo uso di lieviti autoctoni e praticamente quasi nessuna filtrazione.
Degustato a quasi quattro anni dalla vendemmia questo straordinario vino dimostra quale grande carattere e personalità spiccata possano avere i migliori Beaujolais.
Colore rubino violaceo denso, profondo, si propone con un bouquet inizialmente misterioso, giocato su note selvatiche, di sottobosco e cuoio, con accenni di cuoio, tabacco e pelliccia e striature minerali (chiara la grafite) e addirittura di polvere da sparo, per poi evolvere verso un fruttato dove la prugna domina sulla ciliegia selvatica e sul ribes nero, ed un floreale delizioso (nitido e fragrante anche a bicchiere vuoto) dove la viola si abbina a ricordi di genziana , di rabarbaro, prima di sfociare in una terrosità d’assieme che conquista.
Ottima anche la bocca, dove la componente terrosa, spiccata, si conferma la nota dominante, abbinata ad una succosa, vibrante, ben polputa e ancora croccante pienezza di frutto, ad un tannino ben sostenuto e vivo, ad una materia consistente, di grande energia, integrità e nerbo, che conferisce ricchezza di sapore, lungo e persistente, una perfetta tensione e dinamismo al vino, una notevole articolazione ed una piacevolezza estrema, favorita anche da un’acidità viva.
Ottimo vino, grande bottiglia. E questo sarebbe “solo” un Beaujolais?

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25 Aprile 2008

Brunello di Montalcino 2002 Il Colle

Continuo a trovare stucchevoli, ripetitive, assolutamente inadatte a portare quella chiarezza che sarebbe indispensabile e che il consumatore pretende, le rare prese di posizione – perché tutto, o quasi tace – che arrivano dal mondo produttivo di Montalcino di fronte al ciclone – lo scandalo dei vini “non conformi” o taroccati – che sta investendo (e sono persuaso investirà ancora per lungo tempo) la celeberrima località vinicola senese.
Invece di riconoscere che qualcuno ha sbagliato, invece di riconoscere che si è sbagliato (gesto che sarebbe quantomai opportuno e apprezzato da parte di chi si trova sotto inchiesta, evidentemente non per colpa di qualche magistrato ipercilioso, di qualche produttore “spione” o di qualche giornalista in cerca di notorietà, ma perché esistono dei ben precisi addebiti), si continua a cerca di sminuire, negare, ridimensionare, giustificare quasi, come se, accidenti, il buon nome e l’immagine non di un vino qualsiasi, ma di uno dei vini italiani più noti e apprezzati al mondo, non fossero stati attaccati dall’incoscienza e dall’egoismo di pochi.
Voglio citare due esempi di questa comunicazione che, alla fine, non comunica e indispettisce, di questo modo di dire eloquente, ma senza la trasparenza necessaria.
Il primo è un brano della lettera, inviata solo a parte della stampa, con la quale la proprietaria di Argiano (una delle aziende finite sotto inchiesta) ha comunicato il declassamento del proprio Brunello 2003 ad una Igt, fantasiosamente battezzata Il Duemilatre di Argiano.
Ha scritto la contessa Noemi Marone Cinzano:” Nelle ultime settimane il Brunello di Montalcino sta subendo pesanti attacchi alimentando polemiche che condizionano in modo negativo il lavoro svolto e il patrimonio costruito con il contributo di tutte le aziende della zona, oggi riconosciuto a livello internazionale. Il Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza e sostenendo la qualità dei prodotti con puntualità e perizia”.
Capisco benissimo l’imbarazzo di chi si trova nella condizione, ben poco simpatica, di dover declassare a Igt un proprio Brunello, subendo danni non solo commerciali, ma d’immagine (anche se, paradossalmente, questo vino declassato potrebbe godere di un effetto curiosità, con la gente a correre a provare come fosse questo vino che avrebbe potuto, ma non potrà essere Brunello…), e capisco altrettanto bene che al sangue non si comanda e che i legami di parentela inducono la proprietaria di Argiano ad ergersi a difensore dell’operato del Consorzio e del suo presidente, il conte Francesco Marone Cinzano.
Nonostante ciò, e di fronte ad un silenzio che continua ad essere assordante, allucinante, ingiustificabile, affermare, come fa la contessa Marone Cinzano, che il “Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza” appartiene solo al mondo dei sogni, delle pie illusioni, perché è proprio il Consorzio il grande assente, il convitato di pietra in tutti i discorsi, in questa vicenda.  Dal canto suo un’altra donna del vino di Montalcino, proprietaria di un’azienda che non è stata in alcun modo sfiorata da questa vicenda, Poggio Antico, ha rivolto una lettera “Ai nostri amici e clienti”.
Paola Gloder ha scritto: “Ci rendiamo conto che le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta. Il modo in cui le notizie sono state gestite e pubblicate, riportando anche informazioni non corrette e non fondate, hanno ingenerato una totale confusione nel pubblico.
Questo è del tutto inaccettabile. La stampa ha trattato le notizie combinando due distinti argomenti. Uno riguarda la scoperta di vino sofisticato scoperto in Puglia, prodotto per essere venduto ad un prezzo inferiore a 1 Euro al litro, e questo non ha alcuna relazione con Montalcino. L’altro riguarda il Brunello per una questione del tutto diversa. Relativamente alle notizie riportate sul Brunello di Montalcino, desideriamo informare che le indagini, per quanto ad oggi a noi noto, si basano sul sospetto che altre varietà di uve quali Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot prodotte a Montalcino - e pertanto sostanze non pericolose per la salute del consumatore - possano essere state aggiunte al Sangiovese per la produzione di Brunello di Montalcino.
L’utilizzo di diverse varietà di uve nel Brunello di Montalcino è proibita, poiché il disciplinare di questo vino richiede l’utilizzo del 100% di uve Sangiovese. Tali uve devono inoltre provenire da vigneti siti nel solo comprensorio del comune di Montalcino, i quali devono essere in aggiunta specificatamente iscritti all’Albo di produzione del Brunello di Montalcino, ed ottenere quindi una precisa autorizzazione alla produzione di Brunello rilasciata dalle autorità competenti.
Per chiarezza, va anche segnalato che le indagini in corso riguardano il Brunello di Montalcino prodotto da 5 specifiche aziende, e pertanto non coinvolgono l’intera comunità dei produttori del vino Brunello di Montalcino. Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio. E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo. In aggiunta, va anche detto che - per ora - non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere
”.
Mi spiace per Paola Gloder, che conosco come donna intelligente, ma usare ancora l’argomento, piuttosto spuntato, che “le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta” e affermare che “non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere” è scarsamente convincente, perché chiunque vivesse a Montalcino era perfettamente a conoscenza di una pratica diffusa, anche se limitata ad una minoranza di soggetti, di “Brunello” che da anni venivano spudoratamente taroccati con l’aggiunta di altre uve. Quali fossero e da dove provenissero è ancora cosa da accertare completamente, anche se credo che le indagini in corso, che continuano, riusciranno ad  acclarare.
Nessuno, nemmeno il più bischero e scalcinato dei giornalisti, si è sognato di mettere sullo stesso piano lo scandalo della criminale sofisticazione di bevande che con il vino non hanno nulla a che spartire e pur persuaso che “il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio”, oddio, tra quelli di maggior prestigio direi piuttosto, trovo assurdo che una produttrice, seppure preoccupata e accorata da quanto accade, scriva che “questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”.
Il sottoscritto, e altri, forse da Don Chisciotte o da romantici sognatori pensiamo invece che il Brunello, quello vero, vada difeso da quello presunto tale, che questo grande vino toscano debba continuare a profumare di Sangiovese di Montalcino, che non possa essere scambiato se assaggiato alla cieca e come tranquillamente accadeva con determinati vini che in etichetta spudoratamente riportavano il nome “Brunello” per vini fatti chissà dove e chissà con quali uve.
Noi chiediamo solo che parole come identità, tipicità, riconoscibilità continuino a fare rima con Brunello e con Montalcino e che chi invece in questi paradigmi non si riconosca, li considera stretti, obsoleti, inadatti alla propria filosofia, si accomodi altrove e faccia i vini, senza speculare e utilizzare un patrimonio comune che è quello del mondo produttivo, della storia del Brunello, che meglio crede.
Chiamandoli Sant’Antimo, la doc di “ricaduta” o piuttosto di soccorso e “asilo” per tante cose (chi l’ha voluta? Chi ha spinto perché nascesse? Chi ha piantato a Montalcino determinate uve e per farne cosa?) oppure Igt o Super Tuscan, o come diavolo vuole. Ecco perché leggendo le parole delle gentili signore Marone Cinzano e Gloder (due cognomi che peraltro di ilcinese hanno ben poco e che fanno capire come Montalcino sia ormai divenuto affaire soprattutto di tante persone venute da fuori, che magari l’anima toscana e ilcinese non conoscono o sentono propria) resto piuttosto indispettito.
Per calmarmi e ritrovare l’anima del Brunello e di questa terra bellissima che ho imparato ad amare abbastanza tardi nel mio percorso professionale passato attraverso lunghe frequentazioni franciacortine e altoatesine prima di trovare alveo ideale nella Langa albese e in questa parte di Toscana, ho pensato di stapparmi una bottiglia di un Brunello di un’altra azienda tutta al femminile, dove sono tre donne, Caterina Carli (nella foto dell’amico Roberto Giuliani), sua sorella Luisa e sua mamma, a condurre la danza e occuparsi di una produzione piccola per numeri, ma sempre più qualificata e paradigmatica nell’universo ilcinese.
Non un vino di un’annata grandissima, il Brunello 2002 dell’azienda agricola Il Colle, quello che mi sono stappato, prodotto una realtà che ha 35 anni di storia,
posta in località “Il Colle al Marchese” e che conta su sette ettari di proprietà e su una storia produttiva che risale al 1978, giusto trent’anni fa.
Eppure, anche in un’annata che nessuno ricorderà tra le più indimenticabili di Montalcino (e sarebbe bellissimo, come risarcimento morale, che l’annata 2008 diventasse un’annata super, cinque stelle, ma di quelle meritate e sonanti…), merito del Sangiovese, merito di uno stile produttivo lineare e preciso, merito di un “consulente” che è una garanzia assoluta e corrisponde al nome di Giulio “bicchierino” Gambelli, merito, posso dirlo?, di una moralità e di un’etica del fare vino, il risultato non ha mancato di confortarmi e di allargarmi il cuore facendomi, nei fatti e non a parole, per dichiarazioni generiche, che “Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente” tra i vini italiani di maggior prestigio. “E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”, nonostante gli scandali, i taroccamenti, le bischerate ed i tradimenti.
Colore rubino violaceo di media intensità, si svela progressivamente, a naso, passando da profumi fitti, selvatici, misteriosi, intensamente terrosi, con nitide venature minerali, di grafite, e poi ricordi di pepe, ginepro, e poi di pelliccia di animale e cuoio, ad una ciliegia selvatica, alla viola, al gladiolo, all’iris, alla macchia mediterranea.
Nitido, diretto, personale, incisivo, il bouquet, senza concessioni ruffiane alle mode, senza alcuna volontà di compiacere alcuno, ma solo di essere se stesso. 2002 l’annata, ma che bocca la bocca, scabra, essenziale, nervosa inizialmente, con un tannino, assolutamente non acerbo, né verde, ma intensamente e solidamente tannico, che poi lascia spazio, sostenendola e dandogli vigore e quasi spingendola, da propellente ampelografica, ad una struttura insospettabile, ampia, carnosa, piena di sapore, terrosa, viva, dalla lunghezza verticale e precisa mirabile.
Una forza, un’energia, una nitidezza d’espressione, un gusto, inconfondibilmente toscano e ilcinese, che solo il Sangiovese, cresciuto in questa landa benedetta da Bacco, può dare. Questo il Brunello che amiamo, che ci fa sognare, che ci fa aprire e scolare con gioia le bottiglie, che vorremmo, anzi, che siamo certi, avrà un futuro, finché persone dabbene, come i Carli, come gli appassionati che vogliono questi vini e non altri fasulli, ci saranno ad onorare Montalcino e il suo nome…

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14 Aprile 2008

Trento Doc 976 Brut Riserva del Fondatore 1998 Letrari

C’è Trentino e Trentino nel vino.
C’è quello super aziendalista, anche troppo (prima l’azienda poi il resto, peccato che il resto sia magari un’associazione di produttori di cui si è anche presidenti…), che porta a titolare “Tra Trentodoc e Franciacorta è meglio il Ferrari” un articolo di commento contenuto in una news letter aziendale ad una degustazione di metodo classico dove ad affermarsi è, vedi caso, non un marziano, ma un Trento Doc, anche se griffato Ferrari, e c’è quello, il solito, delle potentissime cantine cooperative che recentemente, dopo avere baruffato per anni (o fingevano?), buttano lì, con nonchalance, l’ipotesi di un accordo, di un gentleman’s agreement o di una sorta di joint venture che toccherebbe nientemeno Cavit e Mezzacorona, con l’effetto, prevedibile, di strozzare tutti gli altri competitors locali.
C’è anche, e devo dire purtroppo, vedi qui articolo in allegato (leggi
GuerrieriGonzaga-Cavit), un Trentino che non ti aspetti, e che vede un’azienda che hai sempre considerato esemplare e simbolo e punto di riferimento, la Tenuta San Leonardo dei marchesi Guerrieri Gonzaga (sito e blog), persone splendide per le quali confermo la mia ammirazione, venire come a patti con il “nemico”, sotto forma di un’incredibile accordo che porterebbe Carlo Guerrieri Gonzaga a firmare un vino di fascia medio alta (uno o due milioni di bottiglie, che sarebbero vendute tra gli 8 ed i 10 euro), prodotto con la sua supervisione tecnica ed enologica nientemeno che da Cavit e destinato al mercato tedesco.
Operazione legittima, ma dalla quale, a mio modesto avviso, come ho avuto modo di dire al marchese Carlo, trarrà vantaggio solo la Cavit, che potrà presentarsi come interlocutore degno di un grande del vino come il patron di San Leonardo, non certo il produttore del più elegante uvaggio bordolese non solo trentino, ma forse d’Italia tutta…
C’è poi un altro Trentino, che accidenti a me, che insieme all’Alto Adige, pardon Süd Tirol, frequento molto meno di un tempo, portato dai casi della vita e del mio lavoro o da precise scelte di campo nel caso della provincia di Bolzano, in altri lidi, un Trentino del vino serio, solido, poco chiacchierone, vero, che produce bene, che rispetta la terra dove opera, ne esalta le caratteristiche, che non indulge al marketing o alla comunicazione, ma prova con impegno e fatica, anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia, a proporre vini che siano degni di questo nome e costituiscano una garanzia, un punto di riferimento per i consumatori.
Una di queste aziende, magari non mediatiche, ma vere, di questo Trentino serio, tutto da scoprire, è l’azienda agricola che Leonello Letrari e sua moglie Maria Vittoria hanno fondato 32 anni fa, nel 1976, (sito Internet) punto d’arrivo di una carriera brillantissima di enologo che ha portato Leonello (da leggere, vedi qui, il bel libro scritto da Nereo Pederzolli e dedicato alle sue prime 55 vendemmie) a collaborare con molte delle più importanti realtà produttive locali e a mettere a segno vini che fanno parte della storia dell’enologia e del vino trentino dal dopoguerra ad oggi.
Originari di Borghetto all’Adige, un tempo confine fra l’Impero austro-ungarico ed il Regno d’Italia, oggi fra Veneto e Trentino, i Letrari, la cui avventura nel vino continua oggi, con lo stesso smalto, con i figli Lucia (enologo dal 1987) e Paolo, elaborano vini seri, ben fatti, godibili e di riferimento (magari con una gamma un po’ troppo vasta, ma nessuno è perfetto…), da 23 ettari di vigneto dislocati in diverse località della Vallagarina e della Terra dei Forti, e affinati in una bella e ampia moderna cantina posta in Borgo Sacco di Rovereto, attorniata da un vasto giardino ricco di specie mediterranee.
Tanti i buoni vini che i Letrari producono, dai Trentino Marzemino, annata e riserva, che io considero tra i più interessanti della denominazione, sino al taglio bordolese Maso Lodron, al particolarissimo uvaggio tra i due Cabernet, il Merlot ed il Lagrein Ballistarius, al Cabernet franc riserva, e tra i bianchi al Sauvignon e al singolare uvaggio Chardonnay, Pinot bianco, Pinot grigio e Incrocio Manzoni che è il Fossa Bandita, sino ai Trento Doc metodo classico, il Brut ed il Brut riserva, che Leonello, da grande spumantista di lunga esperienza e sensibilità ha sempre saputo realizzare, tra le più belle espressioni in un panorama, quello dell spumantistica metodo classico trentina, dove gli acuti sono ben rari e costituiscono delle eccezioni.
Per festeggiare i primi trent’anni (e chissà quante altre vendemmie ancora!) della storia della cantina, Leonello Letrari e la sua famiglia, hanno però voluto cavare dal cappello del mago qualcosa di veramente speciale, espressione di una grande annata (solo i grandi millésimes, i francesi c’insegnano, consentono di fare cose super), ma anche di un’expertise, di un savoir faire, di un ars spumantistica che non è da tutti e che fa davvero la differenza.
Questa volontà di celebrare il primo trentennio di una cantina esemplare è un Trento Doc che io considero in assoluto tra i più grandi metodo classico italiani di sempre, un vino che onora non solo quella denominazione non in grandissimo spolvero che è il Trento doc, ma credo degno di confrontarsi, senza timore di inferiorità, con gli altri grandi metodo classico italiani e addirittura con signori Champagne.
Una cuvée, 50% Chardonnay e 50% Pinot nero, da uve dell’annata 1998 che magari non spiccherà per fantasia per il nome, 976 Riserva del Fondatore (mi sembra di averlo già sentito questo nome in Trentino…), ma con la sua dichiarata natura di “dégorgement tardiv”, con oltre 90 mesi di permanenza sui lieviti, vuole proporre una via italiana e trentina alle grandi cuvée de prestige lungamente affinate e pensate come qualcosa di speciale, che gratifichi il gusto e dimostri come anche in Italia sui méthode champenoise non siamo proprio gli ultimi arrivati.
Un capolavoro questo Trento Doc Brut riserva Talento (do you remember? - leggi qui
Talento) solo 3000 bottiglie, ma di livello assoluto, come dimostra il rapido vuotarsi della bottiglia che mia moglie ed io, non appena stappata, abbiamo “onorato”, con crescente ammirazione e piacere.
Colore paglierino oro brillante, multiriflesso, traslucido, luminoso, perlage sottile, continuo, persistente, questa Riserva 1998 dei Letrari mostra un naso ricco, complesso, maturo, di grande tessitura, che parte secco, deciso, incisivo, per poi aprirsi cremoso e articolato, con note di nocciola, frutta secca, fieno, erbe, agrumi, cioccolato bianco, una leggera speziatura, incenso e legni orientali e poi crosta di pane, pan brioche a susseguirsi, ognuna ben distinta, nitida, ma funzionale ad un disegno complessivo, ad un mosaico olfattivo che si compone mirabilmente pur mostrando ogni singola tessera.
Grande naso, ma che meraviglia poi questo Brut riserva all’assaggio, con un attacco secco, incisivo, nervoso, di grande carattere, che progressivamente disvela una grande ampiezza, una consistenza vinosa e una salda struttura al palato, con un gusto pieno, ricco, sorprendentemente spallato, di grande continuità e dinamismo, eppure mirabilmente ed incredibilmente (stiamo parlando di una cuvée di uve del 1998!) fresco, vivo, croccante, carezzevole, sostenuto e scandito da un’acidità calibratissima, da un perfetto bilanciamento, che rende la beva straordinariamente piacevole, anzi golosa, intrigante, allegra e spumeggiante.
Ecco il metodo classico italiano che mi piace, la via italiana – e trentina – alla re-interpretazione che non può che essere personale, perché diverse sono le storie, le tradizioni, i terroir, le uve, nonché lo stile, ed il destino del secolare, insuperabile modello della Champagne!
Chapeau Monsieur Letrari, penso che anche i francesi, di fronte ad uno “Champagne”, pardon, ad un Trento Doc come questa riserva 1998, farebbero altrettanto…

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28 Marzo 2008

Rias Baixas ‘O Rosal 2004 Terras Gauda

Non ho ancora dimenticato, per la sua singolarità, la serata del 15 marzo, quando noi degustatori del Concurso Internacional de Vinos Bacchus a Madrid (ecco qui in allegato l’elenco dei vincitori delle medaglie) siamo stati portati a cena non in un ristorante qualsiasi, ma nientemeno che in un locale, l’elegante e simpatico Puerta 57 (vedi), da cui si accede, come dice il nome, dalla Porta n°57 del celeberrimo, mitico stadio Santiago Bernabeu (leggi) e una cui sala, il Salon Madrid consente una spettacolare visuale (vedi foto), tramite un’ampia vetrata sul campo di gioco dove si sono celebrati e si celebreranno tanti momenti epici della storia del calcio.
Non l’ho dimenticata per l’assoluta peculiarità del luogo (non riesco ad immaginare, pensando ai nostri stadi italiani in permanente stato d’assedio, sgarruppati e inospitali, qualcosa del genere al Meazza San Siro a Milano, al San Paolo di Napoli, al Delle Alpi di Torino o all’Olimpico di Roma), ma anche perché buona cucina tradizionale marinara a parte (boquerones, ovvero acciughe, all’andalusa, gambas en gabardina (vedi ricetta), pulpo de pedrero con patatinas, dell’ottimo Merluza del Cantabrico a la gallega, gustata allegramente, i vini che hanno accompagnato la serata venivano dalla zona che notoriamente è la migliore zona di bianchi di tutta la Spagna e dalla più nota D.O.
Parlo della D.O. Rias Baixas galiziana (sito Internet), di cui è base e simbolo quella magnifica uva che è l’Albariño. Una ventina di Rias Baixas a nostra disposizione, da abbinare ai piatti via via serviti e da gustare per cogliere le sfaccettature organolettiche e qualitative della denominazione.
Al mio tavolo, che ho avuto il piacere di condividere con il collega francese Pierre Casamayor, con Nicolas Ponzo, direttore del Syndicat Costières de Nimes in Languedoc, con Belgacem d’Khili, ingegnere enologo e direttore generale dell’Union Centrale des Coopératives Viticoles in Tunisia, con il wine writer inglese John Salvi e sua moglie Petronella, nonché con Miguel Berzosa Iborra della Unione de Catadores, sono passati diversi vini, noti e meno noti, ma quelli che ci sono piaciuti di più, oltre all’elegantissimo Albariño de Fefiñanes (uno dei punti di riferimento della denominazione, insieme al Pazo de Señorans, all’Albariño de Fillaboa e a qualche altro), sono stati l’eccellente Laxas 2006 della Bodega As Laxas, il 2006 della Bodega Vilarvin-Valtea, oltre al sorprendente, ancora freschissimo 2003 delle Bodegas La Val, in una particolare selezione che oltre all’Albariño comprendevano altre quote di uve gallegas come Treixadura, Loureiro, y Caiño Blanco.
Una selezione che oltre all’invidiabile freschezza mostrava una complessità aromatica che mi ha fatto molto riflettere e pensare che l’Albariño sia una grandissima uva, ma che il contributo anche di altre varietà possa conferire un quid di particolare.
Rientrato a casa, avendo la fortuna di poter disporre, nella mia cantina, di ancora una decina di bottiglie di Rias Baixas che l’amico Juancho Asenjo mi aveva portato lo scorso maggio, ho voluto subito verificare questa ipotesi, scegliendo, tra le diverse ipotesi (ad esempio l’ottimo Albariño Do Ferreiro Cepas Viejas della Bodega Gerardo Mendez Labaro) un vino che dalla prima volta che l’ho degustato mi è piaciuto moltissimo, abbinando freschezza a complessità, carattere varietale spiccato a mineralità. Sto parlando del Rias Baixas ‘O Rosal delle Bodegas Terras Gauda di Pontevedra (sito Internet).
Un vino, uno dei tre della gamma di questa azienda nata nel 1990, dieci anni dopo la creazione della D.O. Rias Baixas, che conta su vigneti in gran parte collocati nella pregiatissima zona vinicola della Valle de O Rosal, che vede l’ Albariño maggioritario (con il 70% delle uve), ma non solitario, accompagnato com’è da un 30% di Loureiro e Caiño Blanco.
In effetti, riassaggiando, anzi bevendo con grande piacere a casa l’annata 2004 del vino, ho trovato un vino in splendida forma (gli Albariño Rias Baixas non sono da bere giovanissimi e danno il loro meglio dopo tre-quattro-cinque anni, grazie ad un’acidità importante), colore paglierino oro splendente luminosissimo e spettacolare, e dal bouquet aromatico quanto mai variegato e intrigante, ricchissimo di sfumature. In evidenza le note agrumate (di cedro e mandarino in particolare), ma completate da accenni floreali (gelsomino, ma anche fiori e fieno secco), e fruttati (pesca bianca e un ricordo di albicocca), e da striature di erbe aromatiche, salvia, menta, ma anche finocchio e anice, per completarsi con note di mandorla, marzapane e una mineralità sancita da un quid di pietra focaia. Il tutto in una cornice iodata e salata, con estrema fragranza, pulizia, nitidezza d’espressione.
La bocca non faceva che confermare questa impronta sapida, questa freschezza che non è sinonimo di semplicità, ma di purezza, di perfetto controllo tecnico della materia e di una capacità del vino di esprimere l’esprit di un uva e di un terroir, quello della Valle de O Rosal galiziana. Attacco preciso e ben secco, grande nerbo incisivo e lungo, un timbro asciutto e alieno da ruffianerie, grande continuità, dinamismo, ricchezza di sapore, petrosa, ma delicata, elegante, una lunga persistenza scattante e una capacità del vino di farsi bere, accompagnando splendidamente il cibo, con carattere, ma anche con una soavità cremosa, lasciando pulita la bocca e stimolando la salivazione.
Cosa volere di più da un vino bianco autoctono, non barricato (gli Albariño barricas sono orrendi, solo una stupida concessione commerciale al mercato americano), di quattro anni?

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24 Marzo 2008

Cento di questi giorni “bicchierino”! Tanti cari auguri al Maestro del Sangiovese

Condivido in pieno, anzi rilancio con entusiasmo l’invito (leggi) rivolto dal bravissimo Andrea Pagliantini, dal suo bel “blog del Campino del Paiolo” (ovvero poesie, immagini, riflessioni enoiche, pensieri di varia umanità chiantigiana e toscana, scritti con cuore puro e con uno stile delizioso, spesso con accenti di lirismo toccanti - vedi) ad alzare idealmente il calice e brindare, oggi 24 marzo, a Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese, che compie 83 primavere.
Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo non può che volere un gran bene a “bicchierino” com’è simpaticamente soprannominato per lo straordinario dono di saper ”leggere” dentro ad un vino, soprattutto se si tratta del suo amatissimo Sangiovese, di saperne riconoscere origine, pregi, difetti, caratteristiche, con una capacità che hanno solo i grandissimi, e non può quindi, soprattutto oggi che da Montalcino giungono notizie fosche e preoccupanti sul Brunello e sulle inchieste in corso che coinvolgono svariate cantine, che guardare a Giulio come ad un ideale garante e ad una figura di riferimento.
Uno di quei personaggi che hanno dimostrato (collaborando con aziende completamente al di sopra di ogni sospetto come Case Basse - nella seconda foto qui a fianco é proprio con Gianfranco Soldera - Poggio di Sotto, Il Colle, ed in Chianti Classico Montevertine, Bibbiano, Rodano, Villarosa, Ormanni) non solo, come recita il libro del bel libro - vedi - che gli ha dedicato Carlo Macchi per la collana de I Semi di Veronelli editore, di “saper ascoltare il vino”, ma di onorare, con raro spirito di servizio, umiltà, e assoluta deontologia, rifiutando risolutamente ogni possibile scorciatoia e arrangiamento, il buon nome e l’immagine onesta dei vini di Toscana.
Non fosse altro che per questo, oltre che per la sua umanità e per il suo eccellente lavoro, come non stringerci idealmente attorno a Giulio e porgergli i nostri più sinceri, calorosi, riconoscenti auguri? Grazie di cuore Giulio e ancora cento di questi giorni!

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4 Marzo 2008

Segnatevi questo nome: Segmento Salento, un’altra idea del Negroamaro

Consiglio d’amico, segnatevi questi due nomi: Segmento Salento (sito) e Giacomo Palmisano. Siamo in Puglia, meglio in quella magnifica Penisola salentina dove fioriscono, ogni anno che Bacco manda in terra, sempre nuovi protagonisti di un panorama vivace ma confuso dove i grandi termini di riferimento, per i vini base Negroamaro, restano sempre quelli. E dove nessuno è ancora uscito a far meglio dei grandi vini storicamente firmati da quel grande maestro dell’enologia che è Severino Garofano (alle Agricole Vallone, da Candido, da Taurino, nella sua Masseria Monaci di Copertino). Con la sola eccezione di quello squisito vino che è il Carminio dei miei amici Carrozzo (sito Internet) a Magliano di Carmiano.
Bene, in questo mondo dove ci sono ancora aziende di antico lignaggio che pensano di resuscitare a nuova vita o recuperare un’immagine un po’ sbiadita ricorrendo all’ingaggio di enologi dall’ipotetica “bacchetta magica” (ogni riferimento non è casuale, ma voluto, al recente incarico di consulenza conferito dalle Leone de Castris a Riccardo Cotarella), voglio segnalare qualcosa di veramente nuovo. Nuovo per lo stile e per la capacità di tirare fuori da quella grane uva salentina per antonomasia che è “u Niurumaru qualcosa di personale e d’inedito. E perché nuovi sono i suoi artefici e protagonisti, un imprenditore con il gusto della scommessa e del rischio, amante della sua terra e dei sogni, Antonio Martina, un giovane enologo locale di cui sentiremo parlare, Giacomo Palmisano, mentre non nuova ma restituita a nuova vita e rivitalizzata dall’avventura nella quale è stata coinvolta, è l’azienda che funge da struttura produttiva, la Cantina Viticultori Associati di Veglie, che in questi anni, in verità, non si era fatta di certo notare per exploit qualitativi rilevanti nonostante la sua collocazione in posizione centralissima (vedi) nella fertile Penisola Salentina.
Cosa ha fatto questo coacervo di volontà e d’intelligenze? Ha semplicemente riflettuto meglio sulla materia prima a disposizione, sul modo di condurre i vigneti e di valorizzare le uve che ne derivano, e nel 2005 ha dato vita ad un progetto, battezzato “Segmento Salento” ideato “per far emergere la vera essenza e la qualità di quello che è uno dei prodotti tipici del Salento: il Negroamaro”.
Mediante una stretta collaborazione con la Cantina Viticultori Associati di Veglie tesa a trasformare questa struttura cantina “da produttrice massiva di vini in sponsor “unico” di un nuovo prodotto, un Negro amaro in purezza” di nuovo stile, si è arrivati a mettere in opera una “valorizzazione delle vigne , con particolare attenzione ai vigneti del tipo ad alberello pugliese, accuratamente selezionati tra quelli coltivati dai soci della Cantina”, ad una più razionale “programmazione delle scelte sulle tipologie di coltivazione concordate con i soci selezionati; infine supervisione e controllo per il conseguimento di miglioramenti alle coltivazioni al fine di ottenere uve di qualità”.
Tutto questo bel progetto, condotto tra Milano, dove Martina vive e opera, ed il Salento, con Palmisano e la Cantina di Veglie ad interagire sempre più strettamente, si è tradotto in un sorprendente vino, una Igt Salento, di cui da tempo contavo di parlarvi, nonché in un ancora più sorprendente secondo vino, che ho provato in questi giorni e mi ha persuaso a non perdere altro tempo e a raccontarvi quale cosa originale, e ben riuscita, sia. I vini di cui sto parlando, targati Segmento Salento (vedi sito Internet, in verità non proprio aggiornatissimo…) sono entrambi interpretazioni-esaltazioni del Negroamaro in purezza, l’Igt Salento 2005 denominata None ed un vino da tavola sans année (non casualmente uso questa dizione francese), un vino spumante rosé extra dry metodo Charmat lungo denominato Carlo V.
Etichetta moderna, “in controtendenza” per il None, che in dialetto salentino significa “No”, ed un packaging dimesso, un po’ precario, da prosecchino anonimo e senza pretese per il Carlo V (nome che richiama un episodio della storia salentina, quando l’imperatore Carlo V, dal quale il castello ha preso il nome, ordinò all’architetto salentino Gian Giacomo dell’Acaja di costruire una fortificazione a Lecce, lì dove già sorgeva una struttura castellare dell’epoca di re Tancredi - vedi).
Il risultato, in entrambi i casi, è sorprendente e rivela un’idea del Negroamaro del tutto originale, che tende ad esaltare la plasticità dell’uva, la sua fruttuosità, la sua solarità estrema, il suo calore espansivo e generoso, senza scadere in quegli eccessi ossidativi, in quegli aromi di gomma bruciata o accenni animali in cui si scade, causa una vinificazione non attenta, in molti casi.
Sul None posso dirvi di più, che è Negroamaro in purezza da uve provenienti da vigneti ad alberello di cinquant’anni che provengono dall’agro di Veglie, con una densità di 6800 ceppi ettaro, e una resa per pianta abbastanza generosa. Vinificazione in rosso a temperatura controllata, macerazione di dieci giorni, utilizzo della tecnica di microssigenazione per circa una dozzina di giorni, malolattica e affinamento rigorosamente solo in acciaio.
Del Carlo V so meno, se non che per produrlo si è fatto ricorso non alla Cantina di Veglie, ma ad un’altra struttura produttiva, altrettanto importante e bisognosa di rivitalizzazione, dove erano disponibili le autoclavi necessarie per il ricorso al metodo Charmat.
Gli assaggi mi hanno detto però benissimo in entrambi i casi.
Per il None colore rosso rubino denso caldo fitto, ma senza eccessi, e vino abbastanza grasso nel bicchiere, ma agile, vivo, scattante, naso solare, inconfondibilmente mediterraneo e salentino, con frutta matura, ciliegia, prugna, mora, in evidenza e poi note selvatico speziate (tutte originarie dell’uva) di liquirizia, cacao, incenso, accenni di cannella, avvolgenti, strutturate succose, eppure fresche, nitide, ben delineate ognuna. In bocca il vino si propone succoso, multistrato, caldo, largo, piacevolissimo e “piacione”, eppure ricco di carattere, mai noioso, grazie ad un tannino ben pronunciato, ma rotondo e dolce, ad un calibrato corredo acido che ravviva la materia prima e fa sì che la pienezza gustosa del sapore non sia mai monocorde, ma sempre in tensione, ben articolata, viva. Un vino corposo, una bella espressione del Negroamaro, ma dotato di una plasticità, di una duttilità, di un appeal davvero rari.
Sorprendentissimo il rosato di Negroamaro spumante charmat extra dry (chissà cosa succederebbe con una rifermentazione in bottiglia…), dal colore di strepitosa bellezza e fascino, rubino chiaro corallo, cerasuolo splendente, con riflessi tra il melograno ed il granato, un bouquet aromatico fresco, vivo, accattivante, dove i piccoli frutti (lampone e ribes), spiccano sulla rosa e su un leggero ricordo di rosmarino, creando un insieme succoso, ben polputo, fragrante e cremoso.
Ma è al gusto che questo originale Negroamaro spumante offre il suo meglio, con una bocca di grande nerbo e freschezza iniziale, che poi s’allarga ampia, calda, piena, ricca, di notevole struttura e succosità, con bella persistenza, carattere spiccato, terroso, sapido, vivo, croccante, di razza, che abbina la purezza ben polputa del frutto alla saldezza della struttura tannica, della stoffa (è sempre un Negroamaro anche se spumante signori miei!), in una cornice di grande equilibrio e piacevolezza estrema, intrigante quanto mai anche (sperimentazione fatta a casa con mia moglie) con un palato femminile.
Diavoli di Martina & Palmisano, chi avrebbe mai pensato che un rosato di Negroamaro spumante potesse essere così vivace, moderno e appealing?

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2 Marzo 2008

Chianti Classico Castellinuzza e Piuca 2006

Beh bella gente, non dite che non penso a voi, che non vi segnalo aziende poco note o sconosciute che meritano attenzione!
Come ho già scritto, anche qui (vedi), in sede di resoconto dalle degustazione di Chianti Classico 2006 fatte una decina di giorni orsono in quel di Firenze, piccole realtà che crescono e si propongono con vini di grande piacevolezza e ottimo rapporto prezzo qualità non mancano di certo.
Tra queste, una di quelle che più mi ha colpito, innanzitutto per la stranezza del nome, che farebbe addirittura pensare ad uno di quelle coppie di comici che vanno tanto per la maggiore in televisione (tipo Ficarra e Picone), è, a Greve in Chianti, con vigneti posti in quella splendida zona che è l’areale di Lamole, l’azienda agricola Castellinuzza e Piuca, nome di due distinte frazioni della zona di Greve, una realtà che, come scritto sul sito Internet (vedi) nasce nel 1962 “dopo decenni di mezzadria, in un momento dove tutti abbandonavano le campagne” e dove il padre e lo zio del giovane Coccia che parla, “acquistarono l’azienda dove avevano lavorato da sempre”.
Nel 1985 l’azienda viene divisa fra i cinque fratelli e da allora a condurla con la famiglia è Giuliano Coccia. L’azienda, che si sviluppa su circa dieci ettari, conta su due ettari a vigneto e produce, prima annata imbottigliata il 2003, circa 90 quintali di vino Chianti classico DOCG, 40 quintali di vino IGT Toscano e 5 quintali di olio, oltre ad una piccola produzione di giaggiolo.
Un Chianti Classico, da vigneti in parte di 25 anni e altri dei primi anni Novanta posti a 500 metri d’altezza, disponibile in quantitativo ridotto, solo 5000 bottiglie, “frutto dell’esperienza di tre generazioni e della generosità dei terreni di Lamole. Le viti, coltivate sulle antiche terrazze che fanno del paesaggio un giardino, producono eccellenti uve di Sangiovese e Canaiolo” e non contemplano la presenza di altre uve.
La vinificazione avviene secondo metodi che più tradizionali non si potrebbe, tramandati di generazione in generazione da quasi cento anni, con vinificazione in acciaio, con due settimane di macerazione, quindi svinatura e affinamento nientemeno che in vasche di cemento (il vecchio caro cemento in corso di riscoperta da parte di molti!) dove riposa, prima di trascorrere altri 3-4 mesi in bottiglia prima di affrontare il mercato.
A Firenze, assaggiati senza sapere nulla dell’azienda, il Chianti Classico 2006 ed il 2005 (90% Sangiovese e 10% Canaiolo) sono piaciuti moltissimo un po’ a tutti e ci hanno dato l’idea di quel Chianti Classico spesso favoleggiato come l’araba fenice negli anni della cabernetizzazione e del barricamento spinto come il vino beverino, piacevole, vero, schiettamente e inconfondibilmente chiantigiano, da contrapporre ai noiosissimi Chianti tipo Super Tuscan, serialmente tutti uguali, prevedibili e ben scarsamente appealing che imperversavano.
Il 2006, colore
rubino brillante, naso nitido, floreale, fragrante, profumato di ciliegia e di viola, equilibrato piacevole beverino, con bella materia ricca, ottima freschezza e acidità e finale vivo, il 2005 lo stesso bel colore rubino brillante vivo, con un naso di bell’impatto, vivo, succoso, pulito, odoroso di macchia mediterranea e ciliegia, molto essenziale e sapido, con grande freschezza e finale lungo che invoglia golosamente al bere.
Non sarà un vino “da guide”, complesso e “dialettico”, vivaddio!, ma un vino vero, schietto, contadino, inconfondibilmente chiantigiano e toscano, ma fossi in voi, considerando che il vino viene via dall’azienda al prezzo (commovente) di quattro euro più Iva, che magari diventano sette nel listino prezzi presentato sul sito, non aspetterei molto prima di contattare i Coccia e aggiudicarmi un bel po’ di bottiglie di questo vino vero, che riconcilia con il Chianti e con un’idea, antica ma quantomai vera e attuale, di vino che solo in Toscana ed in Chianti, nel cuore del Chianti Classico, potrebbe nascere: evviva!

Azienda Agricola Castellinuzza e Piuca
Via Petriolo 21/a 50022 Greve in Chianti (FI)
tel+fax 055 8549033
e-mail sito Internet

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4 Febbraio 2008

Rioja Contino Gran Reserva 1996 Bodegas Y Viñedos del Contino

Sono stati gli spagnoli, pardon, i catalani di Barcellona gli assoluti dominatori della grande manifestazione che l’A.I.S. e la W.S.A., ovvero la Worldwide Sommelier Association hanno organizzato a Londra giovedì 31 gennaio.
Trionfatori perché Roger Viusà Barbarà capo sommelier a Barcellona nel Ristorante Moo dell’Hotel Omm è risultato vincitore, battendo due concorrenti italiani, il fiorentino Andrea Gori, e Gabriele Rappo, che rappresentava l’Inghilterra, del titolo di Miglior Sommelier Professionista d’Europa, e perché Juan Muñoz Ramos, Presidente della Unión de Associaciones Españolas de Sumilleres (vedi) nonché Vice Presidente della Worldwide Sommelier Association, ha ricevuto il titolo di Miglior Sommelier Comunicatore del Vino e del Cibo per la sua incessante attività divulgativa svolta in questi anni di attività con la Union de Associaciones Españolas de Sumilleres.
Niente da dire su questo trionfo spagnolo, Roger Viusà Barbarà, che lavora a Barcellona nel Ristorante Moo dell’Hotel Omm è stato complessivamente il più bravo, il più elegante, il più completo dei tre concorrenti, e Juan Muñoz Ramos è persona d’indiscutibile preparazione, professionalità e prestigio e quindi per festeggiare ed esclamare anch’io ¡Arriba! ¡Arriba España!, una volta tornato a casa non avendo a disposizione una bottiglia di Cava, ho pensato per brindare a Roger y Juan, di stappare uno dei vini simbolo della Spagna del vino di ieri e di oggi, una bottiglia della celebre D.O. Rioja (vedi).
Non un vino qualsiasi, ma un Rioja Gran Reserva, annata 1996, delle
Bodegas Y Viñedos del Contino, un vino di stile tradizionale, ottenuto da una percentuale dell’85% della grande uva Tempranillo, completata da un 10% di uva Graciano e da un 5% di Mazuelo, fermentazione in acciaio con una macerazione di 20 giorni, due anni di affinamento in fusti di rovere francese e americano seguiti da due anni di affinamento in bottiglia.
Un gran bel vino, non c’è niente da dire, in commercio dal 2003 e da qualche anno in affinamento nella mia cantina, dove era arrivata grazie al mio grande amico madrileno Juancho Asenjo, che al mio assaggio si è mostrato color rubino intenso, di notevole luminosità e brillantezza, dotato di un bouquet elegantissimo, profondo, suadente e avvolgente, di grande intensità aromatica, con prugna sotto spirito e ciliegia matura in evidenza, accenni di tabacco, spezie, cuoio, liquirizia, un che di selvatico e di animale e una vena goudroneggiante a conferire fascino, in una cornice di grande freschezza, esaltata da una nota balsamica tra la menta e la lavanda.
Bocca piena, succosa, di grande ricchezza, molto carnoso e gustoso e di grande soddisfazione al gusto, con tannini ben “sabrosi” sottolineati ma non aggressivi, ampio, consistente, di grande nerbo e razza, ma fresco, sapido, equilibrato e piacevolissimo.
Una bella bottiglia, insomma, ancora con un notevole potenziale d’evoluzione, il vino giusto, credo, per brindare a questa bella affermazione di due sommelier di rango del presente e del futuro come Juan Muñoz Ramos e Roger Viusà Barbarà, espressione di quella Spagna del vino che cresce e di cui dovremo sempre più tenere conto.

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1 Febbraio 2008

Chianti Classico 2005 Fattoria di Felsina

Mancano una ventina di giorni a quando, dopo essere stato due volte a Londra, il 31 per l’iniziativa dell’Associazione Italiana Sommeliers e della Worldwide Sommelier Association (Concorso per il Miglior Sommelier d’Europa, banco d’Assaggio con la presentazione delle migliori etichette di 30 Aziende vinicole italiane, un Seminario sul vino italiano condotto da Angelo Gaja, una conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2008 della guida A.I.S. Duemilavini) e poi l’11 per una degustazione di 35 Franciacorta per The World of Fine Wines e aver fatto un blitz di un paio di giorni in Langa, tornerò in Toscana per la lunga settimana delle anteprime.
Partiremo da San Gimignano, con un’iniziativa del Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, per proseguire poi in Chianti Classico, spostarci a Montepulciano per una full immersion nel Vino Nobile e quindi finire, in gloria, a Montalcino per Benvenuto Brunello.
Ho particolare curiosità, quest’anno, per l’assaggio, il 19 e 20, a Firenze, delle nuove annate di Chianti Classico, un vino che come ho più volte lamentato è pirandellianamente uno nessuno e centomila, un Mattia Pascal, che ha perso la propria identità, che é sempre in cerca dell’ identità ma non riesce mai a trovarla…
Consapevole che con ogni probabilità resterò deluso da tanti vini dove il carattere toscano dettato dal Sangiovese è da cercare con il lanternino, ho pensato di trovare un punto di riferimento ideale in un vino che giudico sempre paradigmatico, e che mi piacerebbe che fosse non un episodio ma una costante nella produzione di questa celeberrima zona vinicola italiana.
Il vino di cui sto parlando è l’ottimo, affidabilissimo, piacevole, Chianti Classico annata 2005 della Fattoria di Felsina di Castelnuovo Berardenga, sita in quell’angolo di Chianti Classico che guarda già verso Montalcino (da cui non è molto distante) e che è nota e giustamente celebrata soprattutto per il suo splendido Fontalloro, che definisco una Igt Toscana piuttosto che un Super Tuscan, anche se oggi potrebbe essere benissimo, a termine di legge, un fantasmagorico Chianti Classico. Prodotto con uve Sangiovese in purezza provenienti da vigneti anche di 50 anni d’età situati a Nord-Est di Siena nel Comune di Castelnuovo Berardenga, forma di allevamento a Guyot semplice con un massimo di 5/8 gemme per ceppo, altitudine da 420 a 350 metri, esposizione Sud-Ovest, collocazione delle vigne su un terreno definito “macigno di arenarie quarzose con sabbie stratificate, alberese misto a pillola alluvionale”, questo bel Chianti viene prodotto con una fermentazione che prevede una durata della macerazione variante da 12 a 15 giorni, con follature automatiche giornalmente programmate, svinatura a fine fermentazione e trasferimento a marzo-aprile in botti di piccola e media capacità dove sosta 12 mesi.
Cosa mi ha detto il mio assaggio? Che è il vino è come sempre buono e affidabile, con il suo colore rubino violaceo splendente, il naso dolce, cremoso, di grande impatto, inconfondibilmente toscano e sangiovesco, con le sue note di viola, lilium, ciliegia nera, macchia mediterranea, accenni di liquirizia e di selvatico, fresche, pimpanti, carnose, assolutamente appealing.
E poi, al gusto, con quell’attacco deciso, asciutto, maschio, con la sua salda struttura tannica terrosa, che piacere, che ricchezza di sapore, lungo e persistente, quale soddisfazione berlo in accompagnamento ad un arrosto di carne, a del pollo, a delle grigliate, e quale impeccabile beva, grazie a quella scattante acidità, calibrata, a quel nerbo da vino di carattere, orgogliosamente chiantigiano e tosco!

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30 Gennaio 2008

Barbaresco 2004 Santo Stefano Castello di Neive

Di quanti altri vini, apprezzati tantissimo nell’ormai celebratissima degustazione alla cieca di 48 Barbaresco 2004 del 13 dicembre a Londra (i cui risultati appariranno sul prossimo numero, il 19, di The World of Fine Wines – sito), mi resta ancora da parlare!
Cercherò di colmare la lacuna, ancora più ampia se si considera che non ho ancora reso l’omaggio che merita alla splendida Serata Barbaresco che si è svolta mercoledì 23 gennaio a Como con la fantastica collaborazione degli amici della delegazione A.I.S. comasca che hanno gestito alla grande la presenza di qualcosa come 130 appassionati partecipanti, parlandovi di un altro dei sette magnifici Barbaresco 2004 che a Como hanno dato magnifica prova di sé e che mi erano piaciuti tantissimo in terra britannica.
Un vino targato Neive, località dove é collocato lo splendido vigneto chiamato Santo Stefano. Quando si dice Santo Stefano si pensa sempre al fantastico vino, per me uno dei più grandi in assoluto nella storia di questo grande rosso base Nebbiolo della Langa albese, prodotto per anni da Bruno Giacosa, ma pochi ricordano che la proprietà dell’intero Santo Stefano (8 ettari, di cui 6,72 a Nebbiolo e poco più di un ettaro a Barbera) è sempre stata dei fratelli Stupino, owners, come direbbero gli inglesi, del Castello di Neive, splendida tenuta, nota più per il suo Roero Arneis, per il Dolcetto d’Alba Basarin, che per questo Barbaresco super.
Stratosferico, ricordo delle bottiglie dell’annata 1988 che mi danno ancora i brividi, il Santo Stefano giacosiano, grandissimo anche questo, edizione 2004, del Castello di Neive, prodotto per la prima volta nel lontano 1967 e oggi proposto in un quantitativo, molto significativo, di ben 24 mila bottiglie.
Vigneto magico il Santo Stefano, esposizione pieno sud, 270 metri di altezza, terreno a base di marne calcaree, un’età tra i 30 ed i quarant’anni, una composizione del Nebbiolo dove accanto alla sottovarietà Lampia appare anche una sensibile quota di Rosé, per una vinificazione, da uve raccolte a metà ottobre, che prevede fermentazione e macerazione tra i 15 ed i 20 giorni, il ricorso a vinificatori verticali con sistema automatico di rimontaggio e un affinamento in botti di rovere da 30 – 40 ettolitri, seguito da un riposo di almeno sei mesi del vino in bottiglia.
A Londra, prediligendolo molto rispetto ai due colleghi master of wine che si sono un po’ distratti non cogliendone la grandezza, l’avevo definito così, ovvero “ruby color of medium intensity.
The bouquet is very particular and fascinating: cocoa powder, dried roses, aromatic herbs, licorice, tobacco, talc and “face powder – cipria. Great freshness, lively, vibrant, fleshy fruit, solid tannins, great structure, large, full of energy, very satisfying, with a long finish. A great Nebbiolo expression, a true vin de terroir! Good ageing potential: buy and lay down in your cellar!” assegnandogli un convinto punteggio di 17/20.
A Como il vino si é confermato grande, pieno, importante, di gran carattere, uno dei vini che hanno colpito di più e convinto la platea degli appassionati accorsi anche dalla vicina Svizzera. Ragion per cui confermo le mie note d’assaggio di Londra, che nella nostra bella lingua dicono: colore rubino di media intensità. Un bouquet molto particolare e affascinante che richiama la polvere di cacao, le rose appassite, erbe aromatiche, liquirizia, tabacco, talco e cipria. In bocca grande freschezza, un frutto vivo e vibrante, tannini solidi, un’ampia struttura larga, piena d’energia, un gusto pienamente soddisfacente, con un lungo finale. Una grande espressione del Nebbiolo e un vero vin de terroir! Ottimo potenziale di affinamento nel tempo: compratelo e lasciatelo riposare in cantina.
Pensiero finale: quanto mi piacerebbe riproporre questo Barbaresco in un’altra serata Barbaresco, ad esempio in quella che, tra una ventina di giorni, presenterò nientemeno che in terra toscana, il 20 febbraio, presso l’Hotel Villa Toscana a Lido di Camaiore (sito), in collaborazione con gli amici dell’A.I.S. della Versilia

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