Continuo a trovare stucchevoli, ripetitive, assolutamente inadatte a portare quella chiarezza che sarebbe indispensabile e che il consumatore pretende, le rare prese di posizione – perché tutto, o quasi tace – che arrivano dal mondo produttivo di Montalcino di fronte al ciclone – lo scandalo dei vini “non conformi” o taroccati – che sta investendo (e sono persuaso investirà ancora per lungo tempo) la celeberrima località vinicola senese.
Invece di riconoscere che qualcuno ha sbagliato, invece di riconoscere che si è sbagliato (gesto che sarebbe quantomai opportuno e apprezzato da parte di chi si trova sotto inchiesta, evidentemente non per colpa di qualche magistrato ipercilioso, di qualche produttore “spione” o di qualche giornalista in cerca di notorietà, ma perché esistono dei ben precisi addebiti), si continua a cerca di sminuire, negare, ridimensionare, giustificare quasi, come se, accidenti, il buon nome e l’immagine non di un vino qualsiasi, ma di uno dei vini italiani più noti e apprezzati al mondo, non fossero stati attaccati dall’incoscienza e dall’egoismo di pochi.
Voglio citare due esempi di questa comunicazione che, alla fine, non comunica e indispettisce, di questo modo di dire eloquente, ma senza la trasparenza necessaria.
Il primo è un brano della lettera, inviata solo a parte della stampa, con la quale la proprietaria di Argiano (una delle aziende finite sotto inchiesta) ha comunicato il declassamento del proprio Brunello 2003 ad una Igt, fantasiosamente battezzata Il Duemilatre di Argiano.
Ha scritto la contessa Noemi Marone Cinzano:” Nelle ultime settimane il Brunello di Montalcino sta subendo pesanti attacchi alimentando polemiche che condizionano in modo negativo il lavoro svolto e il patrimonio costruito con il contributo di tutte le aziende della zona, oggi riconosciuto a livello internazionale. Il Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza e sostenendo la qualità dei prodotti con puntualità e perizia”.
Capisco benissimo l’imbarazzo di chi si trova nella condizione, ben poco simpatica, di dover declassare a Igt un proprio Brunello, subendo danni non solo commerciali, ma d’immagine (anche se, paradossalmente, questo vino declassato potrebbe godere di un effetto curiosità, con la gente a correre a provare come fosse questo vino che avrebbe potuto, ma non potrà essere Brunello…), e capisco altrettanto bene che al sangue non si comanda e che i legami di parentela inducono la proprietaria di Argiano ad ergersi a difensore dell’operato del Consorzio e del suo presidente, il conte Francesco Marone Cinzano.
Nonostante ciò, e di fronte ad un silenzio che continua ad essere assordante, allucinante, ingiustificabile, affermare, come fa la contessa Marone Cinzano, che il “Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza” appartiene solo al mondo dei sogni, delle pie illusioni, perché è proprio il Consorzio il grande assente, il convitato di pietra in tutti i discorsi, in questa vicenda. Dal canto suo un’altra donna del vino di Montalcino, proprietaria di un’azienda che non è stata in alcun modo sfiorata da questa vicenda, Poggio Antico, ha rivolto una lettera “Ai nostri amici e clienti”.
Paola Gloder ha scritto: “Ci rendiamo conto che le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta. Il modo in cui le notizie sono state gestite e pubblicate, riportando anche informazioni non corrette e non fondate, hanno ingenerato una totale confusione nel pubblico.
Questo è del tutto inaccettabile. La stampa ha trattato le notizie combinando due distinti argomenti. Uno riguarda la scoperta di vino sofisticato scoperto in Puglia, prodotto per essere venduto ad un prezzo inferiore a 1 Euro al litro, e questo non ha alcuna relazione con Montalcino. L’altro riguarda il Brunello per una questione del tutto diversa. Relativamente alle notizie riportate sul Brunello di Montalcino, desideriamo informare che le indagini, per quanto ad oggi a noi noto, si basano sul sospetto che altre varietà di uve quali Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot prodotte a Montalcino - e pertanto sostanze non pericolose per la salute del consumatore - possano essere state aggiunte al Sangiovese per la produzione di Brunello di Montalcino.
L’utilizzo di diverse varietà di uve nel Brunello di Montalcino è proibita, poiché il disciplinare di questo vino richiede l’utilizzo del 100% di uve Sangiovese. Tali uve devono inoltre provenire da vigneti siti nel solo comprensorio del comune di Montalcino, i quali devono essere in aggiunta specificatamente iscritti all’Albo di produzione del Brunello di Montalcino, ed ottenere quindi una precisa autorizzazione alla produzione di Brunello rilasciata dalle autorità competenti.
Per chiarezza, va anche segnalato che le indagini in corso riguardano il Brunello di Montalcino prodotto da 5 specifiche aziende, e pertanto non coinvolgono l’intera comunità dei produttori del vino Brunello di Montalcino. Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio. E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo. In aggiunta, va anche detto che - per ora - non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere”.
Mi spiace per Paola Gloder, che conosco come donna intelligente, ma usare ancora l’argomento, piuttosto spuntato, che “le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta” e affermare che “non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere” è scarsamente convincente, perché chiunque vivesse a Montalcino era perfettamente a conoscenza di una pratica diffusa, anche se limitata ad una minoranza di soggetti, di “Brunello” che da anni venivano spudoratamente taroccati con l’aggiunta di altre uve. Quali fossero e da dove provenissero è ancora cosa da accertare completamente, anche se credo che le indagini in corso, che continuano, riusciranno ad acclarare.
Nessuno, nemmeno il più bischero e scalcinato dei giornalisti, si è sognato di mettere sullo stesso piano lo scandalo della criminale sofisticazione di bevande che con il vino non hanno nulla a che spartire e pur persuaso che “il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio”, oddio, tra quelli di maggior prestigio direi piuttosto, trovo assurdo che una produttrice, seppure preoccupata e accorata da quanto accade, scriva che “questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”.
Il sottoscritto, e altri, forse da Don Chisciotte o da romantici sognatori pensiamo invece che il Brunello, quello vero, vada difeso da quello presunto tale, che questo grande vino toscano debba continuare a profumare di Sangiovese di Montalcino, che non possa essere scambiato se assaggiato alla cieca e come tranquillamente accadeva con determinati vini che in etichetta spudoratamente riportavano il nome “Brunello” per vini fatti chissà dove e chissà con quali uve.
Noi chiediamo solo che parole come identità, tipicità, riconoscibilità continuino a fare rima con Brunello e con Montalcino e che chi invece in questi paradigmi non si riconosca, li considera stretti, obsoleti, inadatti alla propria filosofia, si accomodi altrove e faccia i vini, senza speculare e utilizzare un patrimonio comune che è quello del mondo produttivo, della storia del Brunello, che meglio crede.
Chiamandoli Sant’Antimo, la doc di “ricaduta” o piuttosto di soccorso e “asilo” per tante cose (chi l’ha voluta? Chi ha spinto perché nascesse? Chi ha piantato a Montalcino determinate uve e per farne cosa?) oppure Igt o Super Tuscan, o come diavolo vuole. Ecco perché leggendo le parole delle gentili signore Marone Cinzano e Gloder (due cognomi che peraltro di ilcinese hanno ben poco e che fanno capire come Montalcino sia ormai divenuto affaire soprattutto di tante persone venute da fuori, che magari l’anima toscana e ilcinese non conoscono o sentono propria) resto piuttosto indispettito.
Per calmarmi e ritrovare l’anima del Brunello e di questa terra bellissima che ho imparato ad amare abbastanza tardi nel mio percorso professionale passato attraverso lunghe frequentazioni franciacortine e altoatesine prima di trovare alveo ideale nella Langa albese e in questa parte di Toscana, ho pensato di stapparmi una bottiglia di un Brunello di un’altra azienda tutta al femminile, dove sono tre donne, Caterina Carli (nella foto dell’amico Roberto Giuliani), sua sorella Luisa e sua mamma, a condurre la danza e occuparsi di una produzione piccola per numeri, ma sempre più qualificata e paradigmatica nell’universo ilcinese.
Non un vino di un’annata grandissima, il Brunello 2002 dell’azienda agricola Il Colle, quello che mi sono stappato, prodotto una realtà che ha 35 anni di storia, posta in località “Il Colle al Marchese” e che conta su sette ettari di proprietà e su una storia produttiva che risale al 1978, giusto trent’anni fa.
Eppure, anche in un’annata che nessuno ricorderà tra le più indimenticabili di Montalcino (e sarebbe bellissimo, come risarcimento morale, che l’annata 2008 diventasse un’annata super, cinque stelle, ma di quelle meritate e sonanti…), merito del Sangiovese, merito di uno stile produttivo lineare e preciso, merito di un “consulente” che è una garanzia assoluta e corrisponde al nome di Giulio “bicchierino” Gambelli, merito, posso dirlo?, di una moralità e di un’etica del fare vino, il risultato non ha mancato di confortarmi e di allargarmi il cuore facendomi, nei fatti e non a parole, per dichiarazioni generiche, che “Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente” tra i vini italiani di maggior prestigio. “E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”, nonostante gli scandali, i taroccamenti, le bischerate ed i tradimenti.
Colore rubino violaceo di media intensità, si svela progressivamente, a naso, passando da profumi fitti, selvatici, misteriosi, intensamente terrosi, con nitide venature minerali, di grafite, e poi ricordi di pepe, ginepro, e poi di pelliccia di animale e cuoio, ad una ciliegia selvatica, alla viola, al gladiolo, all’iris, alla macchia mediterranea.
Nitido, diretto, personale, incisivo, il bouquet, senza concessioni ruffiane alle mode, senza alcuna volontà di compiacere alcuno, ma solo di essere se stesso. 2002 l’annata, ma che bocca la bocca, scabra, essenziale, nervosa inizialmente, con un tannino, assolutamente non acerbo, né verde, ma intensamente e solidamente tannico, che poi lascia spazio, sostenendola e dandogli vigore e quasi spingendola, da propellente ampelografica, ad una struttura insospettabile, ampia, carnosa, piena di sapore, terrosa, viva, dalla lunghezza verticale e precisa mirabile.
Una forza, un’energia, una nitidezza d’espressione, un gusto, inconfondibilmente toscano e ilcinese, che solo il Sangiovese, cresciuto in questa landa benedetta da Bacco, può dare. Questo il Brunello che amiamo, che ci fa sognare, che ci fa aprire e scolare con gioia le bottiglie, che vorremmo, anzi, che siamo certi, avrà un futuro, finché persone dabbene, come i Carli, come gli appassionati che vogliono questi vini e non altri fasulli, ci saranno ad onorare Montalcino e il suo nome…
Scritto da Franco Ziliani alle 10:54, in Libiam nei lieti calici
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