Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Libiam nei lieti calici'

16 marzo 2010

Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank 2004 Pojer e Sandri

Erano ormai un po’ di anni che non salivo, da San Michele all’Adige, dove ha sede il mitico Istituto Agrario fonte di alcune delle più importanti ricerche e sperimentazioni in campo viticolo ed enologico in Italia, su per la bellissima collina di Faedo, mare di vigneti da cui arrivano diversi dei più pregiati vini bianchi trentini.
Trovandomi a Trento per una degustazione di Marzemino (di cui scriverò presto e che è stata un’autentica sorpresa, per la qualità diffusa e l’autenticità di molti dei 40 vini degustati) non ho potuto non cogliere l’occasione per ritornare quindi in quel di Faedo e andare a fare visita nella sua attrezzatissima cantina, con tanto di esemplare distilleria (diciamolo: una delle migliori in assoluto d’Italia), il vecchio caro amico Mario Pojer, che con il socio Fiorentino Sandri conduce (sono ormai 35 le vendemmie) uno dei fiori all’occhiello di una produzione enologica trentina che non si può ridurre solo alle potentissime – e un po’ in difficoltà mega cantine cooperative – ma che può contare su una serie di piccole e medie realtà di assoluto valore.
Sto parlando, l’avrete capito benissimo, dell’azienda Pojer e Sandri. Riferendosi a questa cantina bisognerebbe decisamente dilungarsi, e raccontare, per filo e per segno, come non solo si lavori splendidamente in vigna, con una tenacia, una ricerca delle soluzioni più adatte, terroir per terroir, da Faedo alla Val di Cembra (dove da qualche anno Pojer si è esteso), ma anche in cantina, senza eccessivi tecnologismi, ma con una ricerca, e si può tranquillamente dire in questo caso, una sperimentazione, invenzione e messa a punto di soluzioni tecnologiche di assoluta avanguardia, che poi qui da Faedo vengono applicate in tutto il mondo. Basta leggere, sul sito aziendale, la parte dedicata al concetto di innovazione – leggete qui – per capire come qui ci si sforzi di guardare sempre avanti e di migliorare, sino al punto da introdurre un qualcosa, che poteva anche apparire stravagante o assurdo, come il “lavaggio” delle uve, mediante “l’utilizzo di una lava-uva (pensata e progettata nel 2003) utilizzando una vasca con effetto “Jacuzzi” (un idromassaggio con microbolle)”, con il preciso intento “di asportare terra, polvere, insetti, residui floreali e soprattutto residui di rame e zolfo, utilizzati in campagna contro peronospora e oidio che sono dei funghi, proprio come i lieviti che svolgeranno, più tardi, la fermentazione” Mario Pojer sostiene, e dati analitici ben precisi confortano la sua intuizione, che “lavando l’uva mettiamo i lieviti indigeni, propri delle uve, nelle condizioni ottimali di lavoro.
Manteniamo così integro il carattere dell’uva che conserva le caratteristiche del suo territorio, inteso anche come microflora responsabile delle fermentazioni”.
Il risultato lo si vede dai vini classici – provati in cantina, ancora in serbatoio in acciaio splendidi, fragranti, promettentissimi Müller Thurgau, Nosiola, Sauvignon, e poi in attesa di essere imbottigliati uno squillante Pinot nero 2008 e un uvaggio Rosso Faye, di pari annata (Cabernet franc e Sauvignon, Merlot e Lagrein mai provato così complesso, succoso ed equilibrato in terra trentina) – e da nuovi vini, che Mario e Fiorentino producono con la freschezza mentale, l’inventiva, la fantasia, di un neofita. Ho così potuto assaggiare, in anteprima, un vino destinato a far parlare, un uvaggio bianco denominato Filii (figli) che ispirandosi ai vini bianchi tedeschi, nei quali la componente alcolica non è mai elevata, si vuole proporre, “ospitato” in una bella bottiglia renana da mezzo litro, come un vino di facile approccio e di beva immediata, ma non banale, con i suoi soli 9 gradi alcolici, ed il suo mix, calibrato, di uve Riesling e dei suoi “figli”, Müller Thurgau (incrocio Riesling x Sylvaner), Kerner (incrocio Trollinger x Riesling) e Incrocio Manzoni (incrocio Riesling x Pinot bianco).
Tutte uve raccolte in anticipo sulla maturazione, (un 40-50% del frutto presente in vigna) e sottoposte alle altre cure e attenzione riservate ai vini più importanti.
Un vino, in particolare, tra quelli degustati, mi ha profondamente colpito, tanto da volerlo poi riassaggiare, ma che dico, bere, a casa. Parlo di uno degli ultimi nati, ancora un bianco, da uve Pinot bianco, Riesling Renano, Sauvignon, Kerner, Incrocio Manzoni, espressione di una delle ultime “avventure” del duo Pojer e Sandri, lo “sbarco” in Alta Val di Cembra in quel magnifico posto – vedete qui le foto e rimanete incantati anche voi – che è il Maso Besleri, in località Valbona di Cembra, “frutto di diversi  acquisti e di una ricomposizione fondiaria”.
Lavoro iniziato nel 1998 con una bonifica di 3,5 ettari con relativo impianto viticolo e proseguito sino ad arrivare agli attuali otto ettari di vigneto completamente ristrutturato,  ai quali nell’anno 2009 si aggiunge la ristrutturazione del maso  inteso come casa composto da un ricovero per macchine agricole, una piccola cantina adibita ad acetifico e dei locali adibiti ad Agritur.
Un maso da cui nascono un vino bianco  ed uno rosso frutto ognuno di una cuvèe di 5 differenti varietà di uva, allevate con intensità elevate ad ettaro, sino a 6200 ceppi. In questo posto bellissimo, modellato dal ritiro dei ghiacciai e dall’opera del torrente Scorzai, con presenza elevata di roccia porfirica di origine vulcanica e terreni ricchi in scheletro, da uve raccolte a maturazione avanzata, con mosti fermentati in piccoli fusti di rovere e di acacia (il 60 per cento) e 6 mesi di affinamento in legno a contatto dei propri lieviti, Pojer e Sandri hanno tirato fuori l’Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank, la cui annata 2004 (si tratta di un vino naturalmente destinato a durare a lungo, di grande personalità e complessità, dovute al particolarissimo mix varietale, ai terroir, all’altezza (e a qualche “magia” enologica di Mario), proverò a descrivervi.
Colore paglierino oro dalla maestosa brillantezza e qualche leggero riflesso verdognolo, naso caratteristico, particolare, molto complesso, compatto, con una componente aromatica spiccata e un ricordo di muschio, una presenza di frutta ben matura e succosa, dagli agrumi alla pesca ad un ricordo di albicocca, ma anche con una freschezza, da fiori bianchi, fieno di montagna, e una vena leggermente speziata, completata da striature di mandorla fresca e frutta secca, davvero notevole.
Al gusto se possibile ancora meglio, inizialmente ben secco, incisivo, nervoso, come dev’essere un vero bianco di montagna, ma poi progressivamente il vino si distende, si allarga, prende confidenza, e consistenza, al gusto, conquista e riempie il palato con ampiezza cremosa, pienezza d’espressione, struttura ben sostenuta, dinamismo e sviluppo, per chiudere, ricco di sapore, importante, su una fresca nota salata, una vena minerale, esaltata da un’acidità ben calibrata.
Una vera e propria scoperta, che la cantina consiglia di abbinare a piatti di pesce speziati, a primi saporiti, carni bianche, che ho pienamente gustato, e lo stesso mia moglie, che sui bianchi affinati in legno è solitamente molto scettica, su un saporito piatto di bucatini all’amatriciana.
E bravi Mario e Fiorentino! Prossimamente, sui vostri schermi, per parlare dei loro metodo classico, che si guardano bene dal presentare come Trento Doc. Vista la confusione che (ancora) regna in Trentino su questa tipologia, con aziende “leader” che puntano indifferentemente a bollicine top “da guide” e a bottiglie da svendere negli hard discount a prezzi da prosecchino, come dare loro torto?

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10 marzo 2010

Igt Salento rosso Malia 2006 Duca Carlo Guarini

Non mi sono dimenticato di certo del bellissimo Apulia wine tour che tra fine novembre e inizio dicembre mi ha portato, insieme ad un gruppo di cari amici wine writer esteri, per l’impeccabile organizzazione del team di Radici, festival dei vitigni autoctoni, in giro cinque giorni per l’amatissima Puglia del vino, dall’area canosina a quella del Castel del Monte, al Salento e alle terre del Primitivo, quello di Manduria, ma anche quello, tutto da scoprire, di Gioia del Colle.
Ho già dedicato numerosi post e anche qualche articolo più ampio, pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. (leggete qui, qui e poi ancora qui) alle eccellenti impressioni ricavate. Dalla visita nel suo insieme, dalla straordinaria compagnia, e da molti dei vini degustati.
Cerco di colmare ora una lacuna dedicando un post, come mi ripromettevo da tempo, ad una delle visite che globalmente mi ha più colpito, per la qualità generale dei vini, ancora superiore a come me la ricordavo. Visita in una delle località del Salento, Basso Salento direi, dove non mi ero ancora spinto, Scorrano, a metà strada da Lecce e Santa Maria di Leuca, alla bellissima azienda Duca Carlo Guarini, condotta con eleganza e sano spirito manageriale dal duca Giovanni Guarini (qui ritratto nella foto più sotto).
Un’azienda a proprietà familiare da un millennio, da quando la famiglia Guarini dalla natia Normandia decide di stabilirsi in Puglia partecipando alle conquiste di Roberto il Guiscardo nel Sud del nostro Paese. Nel 1065 Ruggero Guarini, il primo della famiglia di cui hanno testimonianze dirette difese la città di Lecce dall’attacco di Beomondo d’Altavilla principe di Taranto.
Oltre 900 anni dopo l’azienda agraria è sempre sulla breccia e conta su 700 ettari di proprietà suddivisi in tenute e masserie, e accanto alla parte viticola, 70 ettari dislocati tra Lecce e Brindisi a quella olivicola, 265 ettari, con impianti plurisecolari, vengono prodotti e trasformati cereali e ortaggi, oltre ad un allevamento ovino per la produzione di formaggi.
Questo detto e reso omaggio alla storia, plurisecolare e importante di questa aziende, è il presente quello che maggiormente interessa al consumatore, ed il presente è pieno di elementi positivi, e di motivi d’interesse, a partire da una produzione che quale che sia il vino che si assaggi offre riscontri di sicuro valore, una qualità costante e un’affidabilità che rende quest’azienda, seppure meno nota di altre, una delle più interessanti del panorama salentino.
Buono il Salento Sauvignon Murà, (per me la migliore prova disponibile in Salento su questo vitigno non proprio adatto al clima pugliese…) dalla bella complessità aromatica, cremoso, ricco, ma elegante dotato di una vena acida e fresca, di un bel sale, ben fatto, carnoso, terroso, con buon equilibrio e personalità ed un bel frutto succoso e di polpa soda, pieno di energia, il Negroamaro Salento (in purezza) Piutri nella sua annata 2006, molto valido, naso elegante, con note di ciliegia, prugna, liquirizia, accenni di cioccolato, molto diretto e appealing il Primitivo Salento Vigne Vecchie 2006, e più impegnativo, affinato in botti di rovere per 24 mesi, l’altro Primitivo, il Boemondo, che vede una percentuale del 30% dell’uva in appassimento, dal naso intrigante, salmastro, molto caratteristico, che richiama il cuoio, il finocchio selvatico, la liquirizia e ancora la prugna ed in bocca si propone caldo, morbido, pieno di sapore, ma con una freschezza verticale e con accenni minerali.
Il vino che più m’intriga però, ricordata en passant una strepitosa bottiglia del Boemondo annata 1985, aperta dal duca Guarini per testimoniare la tenuta nel tempo e l’evoluzione, se il tappo non tradisce, di questo vino (colore ancora vivacissimo, naso integro, fitto, intrigante, con aromi di prugna secca, rosa passita, melograno, grafite, marron glacé, china ed erbe aromatiche, e una splendida terrosità al gusto, con salda struttura tannica ed una tessitura vellutata e avvolgente), è forse il vino più marginale, oppure stravagante ed eterogeneo di questa azienda.

Mi riferisco, uno dei pochi esemplari di vinificazione in purezza di questa varietà oggi disponibili in terra pugliese, del Salento Malvasia Nera Malia, un utilizzo di questa varietà complementare prevista nel disciplinare del Salice Salentino Doc (con una percentuale massima del 20%) che l’azienda produceva già nel lontano 1980 e che ha riproposto a partire dal 2001, mostrando una via che a me personalmente piace moltissimo. “Segreto” di questo bel vino dal “carattere elegante e sereno”, è la qualità dei vigneti, coltivate in un microclima del tutto particolare (200 metri di distanza dal mare Adriatico) su terreni sabbiosi e limosi e allevamento a cordone speronato, un terroir che si giova dei freschi venti di nord est e assicura al vigneto piena sanità.
Un vino vinificato e affinato unicamente in acciaio, con una macerazione sulle bucce di dieci giorni scarsi, che si proponeva, nell’edizione 2006 da me degustata tre mesi fa, con una bellissima intensità di colore, un bel rubino squillante con leggera vena tendente al granato, con una fragrante, elegante complessità aromatica, sintesi di note fruttate succose (prugna, ciliegia, more di rovo), di accenni floreali (bouquet di fiori secchi e lavanda, ma anche ricordi di erbe aromatiche e di macchia mediterranea), con una nitida vena di liquirizia nera, accenni di cuoio e di pepe.
Identica impronta, moderatamente selvatica, piena di energia, con un plus di terrosità, al gusto, dove il Malia si propone ben strutturato, pieno ma succoso, carnoso nel suo sviluppo, e vivacizzato da un’acidità calibrata, che esalta la componente salina e la freschezza del vino. Gran bel vino.
E non vi ho ancora parlato dei due passiti aziendali, l’Ambra, da Sauvignon in purezza, e l’inconsueto Rarum (mix di Negroamaro e Malvasia Nera). Vi lascio con la curiosità e con il piacere di tornare a parlarvene molto presto…

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3 marzo 2010

Amarone della Valpolicella classico Rubinelli Vajol 2006

Sono ancora in debito di parecchie segnalazioni dei peraltro non tantissimi 2006 che ho apprezzato senza se ne ma in occasione dell’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella di cui ho anche scritto diffusamente qui sottolineando il ritorno al buon senso dopo anni di ubriacature da entusiasmi eccessivi.
Dopo l’Amarone classico di Manara mi piace segnalare un Amarone (ancora di zona classica) di un’azienda praticamente agli esordi amaroneschi, nonostante disponga di qualcosa come 12 ettari situati esattamente nel centro geografico della Valpolicella storica, nella frazione S. Floriano di San Pietro in Cariano, vigneti che esprimevano, come si legge sul sito Internet dell’azienda, “uva per le migliori cantine della Valpolicella, vinificando sempre solo una piccola selezione”.
Ora, invece, la Rubinelli Vajol, l’azienda agricola di cui sto parlando, il cui nome è legato alla figura di “Gaetano Rubinelli, capostipite della famiglia Rubinelli che vive da sempre in Valpolicella”, il quale “dopo aver progettato e costruito la diga del Chievo sul fiume Adige, che fornì energia elettrica alle industrie di Verona nel primo novecento, acquistò la campagna del Vajol, per la sua perfetta conformazione a conca, situata esattamente al centro della Valpolicella” ha pensato bene, magari scegliendo il momento più difficile, di presentarsi sul mercato con un Amarone e un Valpolicella Classico superiore, entrambi di annata 2006.
Entrambi da uve Corvina, Corvinone e Rondinella, più una piccola quantità di Molinara, Croatina e Oseleta, presenti in vigna. Amarone della Valpolicella di stampo classico il loro, base 40%Corvina, 40%Corvinone, 15%Rondinella, 5%Molinara, lungo riposo, ben quattro mesi nel fruttaio scavato nel tufo dove si è compiuto il naturale processo di appassimento, e dopo l’affinamento in botti di rovere da 50 ettolitri per circa 18 mesi.
Il risultato, è un vino, venduto ad un prezzo ragionevole, 25 euro al pubblico in cantina e 18 euro più Iva alla ristorazione, alcol calibrato nonostante i 16 gradi, che all’Anteprima veronese mi ha decisamente convinto, con la sua intensità di colore, un rubino violaceo vino e profondo, il naso surmaturo dolce fitto su note salmastre di cioccolato, marron glacé, liquirizia, prugna secca e accenni selvatici e animali, e la sua bella materia multistrato, dolce e rotonda, mostrata al gusto, che definirei vellutato, largo pieno, di grande soddisfazione, ma con una certa freschezza e sapidità e un finale giocato su note minerali.
Un Amarone della Valpolicella giovane, con buon potenziale d’evoluzione, che lascia pensare che con l’azienda Rubinelli (che potete contattare a questo indirizzo e-mail) dovremo fare piacevolmente i conti d’ora in avanti…

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2 marzo 2010

Gattinara Vigneti Permolone Marco Petterino: un old style che quasi commuove

So benissimo che così facendo rischio seriamente di sentirmi dire che sono buonista (io!) e che con certe scelte promuovo “un’idea di vino di qualità rustica e provinciale”.
Però, felicissimo reduce dalla bella rassegna G & G, ovvero Gattinara e Ghemme, che si è tenuta domenica 28 a Stresa e di cui ho scritto qui mentre altrove c’é chi blatera e fa prendere aria, raccontando cose che esistono solo nella sua fantasia e non rispettano la realtà, alla bocca, non posso che raccontare la mia sorpresa e la mia ingenua felicità per essermi imbattuto, accanto a vini di ben maggiore impegno, turgore e rilievo espressivo, di superiore ambizione, in un Gattinara pieno di poesia, simpaticamente old style, ma rassicurante, come quello dell’azienda agricola di Marco Petterino.
Lo premetto subito, prima che mi diano del “pirla” (ma da che pulpito!) che si tratta di un Gattinara che non ha sicuramente la consistenza, la materia, la densità, l’allungo, la pluridimensionalità dei Gattinara di Travaglini, di Anzivino, Antoniolo (sia il San Francesco che l’Osso San Grato) e nemmeno la polpa succosa, il tannino importante e ben sostenuto dei promettentissimi, anzi, per me già una realtà, Gattinara di Luca Caligaris, uno dei tre del gruppo autodenominatosi Quat Gat, e se dovessi trovargli un vino da accostargli penserei al vino di Mauro Franchino, che peraltro a me, con la sua etichetta anni Cinquanta, piace tantissimo.
Eppure quale consolazione, quale felicità a me eno-cronista “provinciale e rustico, che non ha capito nulla del vino dopo 25 anni e attende di essere illuminato dal pretenzioso acido outsider di turno, scoprire, attraverso tre annate degustate, il 1999, il 2000 ed il 2001 (il 2003 è stato imbottigliato da troppo poco tempo per poterlo presentare), attraverso la faccia pulita ed i capelli bianchi e la misura e la saggezza del produttore, due ettari di vigne (che mi dicono essere in ottime posizioni) e una produzione confidenziale di meno di diecimila bottiglie, un volto antico, saggio, ma non museale e polveroso, tradizionale nella migliore accezione del termine di questo Nebbiolo cento per cento di Gattinara!
Vini dal colore non intenso, ma luminoso, un bel rubino granato caldo, dai profumi autunnali, tutti lampone, foglie secche, tabacco, accenni di amaretto, e poi rose appassite dimenticate in fondo ad un cassetto, e poi corpo essenziale, fresco e vivo, con acidità che mordono e sono altrettanti lampi di luce e di energia, grande sapidità, andamenti verticali, freschi, petrosi, pieni di sale, che chiamano il cibo e se ne fregano altamente di degustazioni, responsi guidaioli e vaticini giornalistici pensati come sono per essere bevuti e goduti.
Vini che mi hanno colpito e quasi commosso, come il loro prezzo in cantina, 7 euro, avete capito bene, sette, che farebbe venire voglia, come spero venga anche a voi, di andare a trovare Petterino a Gattinara (niente indirizzo e-mail solo un numero di telefono 0163 835613), stringergli la mano e dirgli grazie.
Perché c’è ancora salvezza e speranza in questo mondo del vino grazie a belle persone a viticoltori e vignaioli schietti, figli di un altro tempo e di un’altra civiltà, come lui…

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1 marzo 2010

Altri Brunello 2005 in degustazione all’Enoteca Osticcio: Conti Costanti

Devo ancora una volta fare i miei complimenti a Francesca e Tullio Scrivani dell’Enoteca Osticcio di Montalcino per aver dato vita, nei giorni di Benvenuto Brunello, ma senza alcun intento polemico o “alternativo” verso la vetrina ufficiale del Brunello, bensì con il semplice obiettivo di consentire agli appassionati di completare la loro brunellesca eno-perlustrazione, ad una brillante iniziativa, fatta, mi sembra di poterlo tranquillamente dire, con spirito di servizio.
Nella loro accogliente e ben fornita enoteca-salotto hanno pensato bene, con la collaborazione di un certo numero di produttori, che hanno messo a disposizione un certo numero di bottiglie, di offrire, gratuitamente, a chiunque fosse interessato, una degustazione di una serie di Brunello, annata 2005, e riserva 2004, di aziende che per motivi vari hanno deciso di non partecipare alla grande kermesse. Nonché di altre che sebbene presenti al Benvenuto Brunello hanno pensato di presentarsi anche qui.
Non voglio entrare nel merito dei motivi che hanno portato questi produttori, generalmente piccoli, a non essere alla Fortezza, voglio solo rendere merito agli Scrivani e alle realtà produttive che hanno scelto l’atmosfera dell’Osticcio per provare a dialogare con potenziali clienti, appassionati e stampa, per avermi consentito di degustare alcuni dei 2005 in assoluto più interessanti da me trovati in tre giorni di assaggi.
Ci sarà più tempo, nei prossimi giorni, per raccontare dettagliatamente delle impressioni positive avute, in un tipo di degustazione che è completamente diverso da quello, rigorosamente fatto alla cieca, da me scelto al Benvenuto Brunello, dai 2005 di Fonterenza, Pian dell’Orino, Paradiso di Frassina (meno convincente invece, ma ne parleremo, il vino di Stella di Campalto) e di quell’autentica rivelazione che è stata per me Querce Bettina, ma voglio sottolineare in particolare il mio convinto consenso per il 2005 di una delle aziende più storiche di Montalcino, forte di una tradizione di oltre quattrocento anni, Conti Costanti, i cui vini da anni non mi convincevano come mi ha convinto questo Brunello.
Cosa dire di questa azienda, condotta ormai da lungo tempo da Andrea Costanti, forte di dieci ettari di vigneto, di splendide posizioni, di altezze ottimali (tra 310 e 440 metri), che per l’affinamento ha scelto la strada, “mista”, del passaggio sia un tonneaux che in botti di rovere di Slavonia? Aggiungerei solo le mie impressioni, molto positive, sul vino, bello già nel colore rubino acceso, dotato di un naso fitto, denso, di buona maturità e densità, che evoca la ciliegia nera e la prugna, con una vena selvatica e poi in divenire balsamica, molto fresca e viva, e poi molto soddisfacente al gusto, pieno, ben strutturato, persistente, sorretto da una notevole struttura tannica, da una calibrata dolcezza del frutto, con dinamismo ed equilibrio.
Un risultato che fa pensare, con grande piacere, come con questo 2005 un altro dei nomi sicuri di Montalcino sia tornato ai livelli che gli competono. Evviva!

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22 febbraio 2010

Vallée d’Aoste Cornalin Vigne Rovettaz 2007 Grosjean

Tra i vari vitigni in corso di recupero e riscoperta che concorrono a determinare la varietà e la particolarità dell’offerta dei vini della Vallée d’Aoste di oggi, regione piccola, ma simbolo per antonomasia di una viticoltura che rifiuta l’omologazione e la standardizzazione, ampelografica e del gusto, il Cornalin credo sia sicuramente, insieme al Fumin, il più interessante.
Che si tratti di una varietà coltivata in Valle da tempo immemorabile ed in grado di originare vini dalla spiccata personalità, non v’è dubbio, ma sulla storia di questa cultivar, localizzata in prevalenza nella vallata centrale e soprattutto nel circondario di Aosta, sia in destra che in sinistra orografica, i lavori, per così dire, sono ancora largamente in corso e la ricostruzione più completa, quella che identifica questo vitigno con l‘Humagne rouge del Vallese, dove fu introdotto intorno agli anni ‘40 o, più probabilmente, alla fine del 1800, è indubbiamente quella di un piccolo vignaiolo e ricercatore attento come Giulio Moriondo, che nel suo utilissimo sito Internet, ha ricostruito pazientemente una vera e propria “storia del Cornalin”, che vale la pena leggere con grande attenzione e che aiuta a capire di che tratta di uva si tratti e quali ne siano le caratteristiche. Esaurite le giuste curiosità cultural-ampelografiche, per capire come quest’uva abbia tutto il potenziale per esprimere vini in grado di interessare, e affascinare, l’eno-appassionato di oggi, credo che la soluzione migliore sia quella di confrontarsi con una delle più convincenti versioni oggi disponibili sul mercato, quella che dal 2005 un vignaiolo di esperienza e talento come Vincent Grosjean, presidente dell’associazione dei Viticulteurs Encaveurs, ottiene dalla Vigne Rovettaz, posta tra Quart e Saint Christophe, da cui provengono le uve per un altrettanto eccellente Fumin.
Degustato recentemente, nel corso della davvero rivelatoria degustazione dei vini di larga parte dei piccoli vignerons della Vallée, il Cornalin di Grosjean mi ha davvero colpito per la  bellissima vivacità e brillantezza del colore, un rubino violaceo intenso, per la precisione e la densità aromatica, un bel naso fitto, denso, caldo, compatto di nitida espressione, con note di ribes, sottobosco, speziatura leggera, pepe nero, liquirizia, alloro e rosmarino a costituire un insieme di grande plasticità e densità e di forte personalità.
E poi per la ricchezza di sapore, la salda struttura, il grande equilibrio, un originale carattere che definirei “estrattivo”, che richiama le bucce di amarena e qualcosa addirittura dell’albicocca, l’energia da vino ancora molto giovane, ma già largo, pieno, succoso, un vero vin de terroir dalla grande piacevolezza di beva, verticale, nervoso, saldo sia nella componente tannica che in quella del frutto, selvatico, da vino di montagna, da rosso, autoctono, della Vallée.

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Barolo Baudana 2005 Luigi Baudana – Vajra

Buone notizie per gli appassionati del Barolo, un “nuovo” grande vino si affaccia all’orizzonte.
Nuovo per modo di dire, perché non solo il vigneto da cui ha origine, posto in quell’autentico “paradiso” del Nebbiolo da Barolo che è Serralunga d’Alba, ha una trentina d’anni, ma perché si tratta di un vino che vanta se non una lunghissima una più che rispettabile storia, visto che con il nome del vigneto e soprattutto dei vignaioli che l’hanno prodotto e commercializzato, Luigi e Fiorina Baudana, si era fatto già conoscere e apprezzare dai più attenti conoscitori italiani e internazionali.
Restano il vigneto ed i vignerons, che continueranno ad occuparsi della gestione della vigna, anche se il vino da questa edizione 2005, che mi ha subito colpito profondamente, sin dal primo assaggio nel corso del recente banco d’assaggio di Barolo di Modena, porta l’autentica novità di essere commercializzato non dai Baudana, bensì da un nome importante del panorama barolesco, quello di Milena e Aldo Vajra, e dei loro figli Francesca, Giuseppe e Isidoro, che con i Baudana hanno raggiunto un accordo per dare loro una mano a fare meglio conoscere e ulteriormente apprezzare i loro due crus.
Questo Baudana, che io ho sempre preferito anche nelle passate edizioni, ed il Cerretta, che Baudana, parlo di Luigi, produceva scegliendo l’affinamento in botti grandi per il Baudana ed in barrique per l’altro crus. Credo che nella nuova “gestione” per i due vini si sceglierà sempre più un’unica strada, che per un Barolo di Serralunga d’Alba credo sarà preferibilmente quello dell’élevage in fusti più grandi, quelli che meglio consentono agli speciali tannini del Nebbiolo di questo villaggio di esprimere tutto il loro carattere.

Mi sembra, quella fatta da Aldo Vaira, che è una delle figure più interessanti del panorama del Barolo, una sorta di “intellettuale” prestato al vino, attento ad ottenere dai suoi vini, si veda ad esempio il Barolo Bricco delle Viole, dall’omonimo vigneto in Vergne, grande finezza aromatica, definizione nitidissima e soprattutto grande eleganza (e l’edizione 2005 di questo suo vino simboleggia davvero in maniera splendida quale suadenza, nonché una crescente polpa possano esprimere i Nebbioli posti a oltre 400 metri di altezza, alti sopra Barolo), la scelta più giusta.
Ne dà splendida conferma, più che le teorie o le parole, la realtà viva e concreta di questo vino, che è giovanissimo, con un margine di crescita e di evoluzione importante, ma già dotato di un suo carattere ben definito e ben spiccato, sancito dalla splendida intensità, ma anche dalla brillantezza e bellezza del colore, un rubino profondo e maestoso, dalla densità, dalla fittezza e carnosità degli aromi, tipicamente serralunghiani, caldi, mediterranei, quasi cremosi, che richiamano un’imperiosa liquirizia nera, cuoio, tabacco, sottobosco, erbe aromatiche e accenni animali.
E poi, perché un Barolo non è grande se non si rivela tale al palato, dal gusto, dalla sorprendente ampiezza e larghezza, dalla struttura tannica fittissima, potente, ma non aggressiva, dalla terrosità imponente, dalla persistenza, dal “peso” e dalla “stoffa” da vino di grande personalità, di quelli già molto molto buoni ora, e persino in grado di farsi già bere, compiendo una sorta di eno-infanticidio, ma che saranno ancora più splendenti e completi e complessi tra cinque, sei anni (all’annata 2005 non mancano né tannini né acidità né polpa) quando il vino avrà riposato e tratto giovamento da una permanenza in bottiglia, nella tranquillità di una bella cantina.

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19 febbraio 2010

Salento bianco Igt Cré 2008 Vetrere. Della nouvelle vague bianchista in Puglia

L’ho già scritto recentemente – qui ad esempio – e lo ribadisco, che cose nuove si agitano in terra pugliese e che accanto alla classica, consolidata, insuperabile vocazione rossista di questa magnifica regione, che si esprime in larghissima parte grazie ad una ricca serie di vitigni indigeni, va emergendo un’insospettabile, sino a qualche anno fa, e intrigante possibilità di fare bene e dire cose non banali anche sui vini bianchi.
Tra i protagonisti principali di questa nouvelle vague “bianchista” quel vitigno, recuperato, riscoperto, rivalorizzato e proposto all’attenzione dei più curiosi che corrisponde al nome di Fiano Minutolo.
Diverse le prove convincenti sinora offerte su quest’uva dall’inconfondibile vena aromatica, dal Rampone dell’azienda I Pastini di Lino Carparelli, che ha raggiunto sinora i livelli qualitativi più elevati, sino ai vini di Candido, Polvanera e altri.
Una bella prova, ed è la seconda annata che il vino mi convince totalmente, è quella fornita dall’annata 2008 di una vitale azienda tarantina, Vetrere, condotta dalle sorelle Anna Maria e Francesca Bruni, la prima agronoma, impegnata a seguire la produzione dalla vigna alla cantina, la seconda responsabile del marketing e della commercializzazione dei prodotti dell’azienda.
Il loro Fiano Minutolo, denominato Cré, Igt Salento, e dotato di una bella etichetta opera, come tutte le altre, di un grafico intelligente come Antonio Tomacelli mi è piaciuto senza se e senza ma.
Colore paglierino verdognolo traslucido, con vivaci riflessi metallici, si propone, sin dal primo impatto, con il suo naso caratteristico, intensamente aromatico, con agrumi candit, muschio, pesca noce e fiori bianchi, ed una vena speziata, di ginger, di rosa che ricorda vagamente il Gewürztraminer.
Il tutto in una cornice di bella fragranza e freschezza, con apprezzabile fittezza e un temperato calore (l’alcol, 13 gradi, è bilanciato) che rivela le origini mediterranee del vino.
Al gusto l’attacco è ben deciso, senza sdolcinature e cedimenti alla tentazione del giocare sul residuo zuccherino per sembrare più “grasso”, uno sviluppo di interessante dinamismo, con continuità, larghezza e persistenza (con un retrogusto che richiama la mandorla e ancora gli agrumi), ma con una freschezza, un nerbo, un’acidità ben rilevata, un’eleganza davvero apprezzabile e inconsueta in un bianco pugliese.

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18 febbraio 2010

Vallée d’Aoste Pinot noir 2008 L’Atoueyo

Anche se ha ovviamente non ha alcuna pretesa di presentarsi come alternativa o concorrente rispetto a quella di regioni più affermate e storicamente specializzate su questo difficile vitigno come l’Oltrepò Pavese, l’Alto Adige o parte del Trentino (penso ai vini di Pojer e Sandri, Graziano Fontana o Elisabetta Dalzocchio) anche la Valle d’Aosta negli ultimi anni sta esprimendo una propria piccola, ma ben definita “vocazionalità” alla produzione di quel difficilissimo vino che è il Pinot nero.
E così, accanto agli storici esempi di realtà come Les Crêtes, Anselmet o Grosjean, stanno emergendo anche piccole realtà in grado di esprimere vini che meritano la più ampia considerazione da parte degli esigentissimi (spesso perché si ostinano a considerare i grands vins de Bourgogne, che sono tutta un’altra cosa, il modello di riferimento ed il termine di confronto) appassionati di questa speciale varietà.
Tra questi, una di quelle da segnarsi è la piccola azienda agricola denominata L’Atoueyo di Fernanda Saraillon e di suo figlio, che conta su due ettari scarsi di vigneto, distribuiti in svariati piccoli appezzamenti, posti tra 600 e 650 metri nel comune di Aymavilles, vigneti ad alta densità, visto che contano anche su 8-10000 piante ettaro.
Come si legge nella pagina
relativa all’azienda compresa nel sito Internet dell’Associazione dei Viticulteurs Encaveurs, “la viticoltrice Saraillon Fernanda, nel fondare l’omonima azienda agricola nell’anno 2000, ha voluto con tale gesto proseguire l’opera iniziata generazioni prima nelle famiglie Saraillon e Jerusel, le quali si sono sempre dedicate con tenacità, dedizione e passione, doti tramandate negli anni da padre in figlio, alla coltivazione della vite e alla produzione di vini di qualità.
L’azienda situata ad Aymavilles (AO) in fraz. Urbains nr. 8, utilizza come proprio simbolo l’atoueyo, termine dialettale con il quale si indicano i piccoli oratori disseminati lungo i sentieri che si inerpicano nelle vallate, praticati nell’antichità da viandanti, i quali venivano protetti nel loro viaggio dalle Divinità o dai Santi ai quali l’atoueyo era dedicato”.
La produzione aziendale, che comprende anche validi Fumin, Torrette e Gamay, si avvicina a quota ventimila bottiglie.
Cosa dire del Pinot noir dell’Atoueyo? Che è davvero un Pinot noir non pensato per épater les dégustateurs, per mostrare effetti speciali, ma per farsi bere molto bene e sciorinare una varietalità non priva di accenti legati al particolare terroir di alta collina dove il vigneto è situato.
Vino, nell’edizione 2008, dalla bellissima vivacità e brillantezza cromatica, un rubino intenso e profondo, dal naso molto caratteristico e tipico, succoso, elegante, carnoso, con note di lamponi e ribes in evidenza a scandire un insieme denso caldo, di bella espansione e nitidezza. Altrettanto bene la bocca, viva, carnosa, di nitida espressione, dal frutto rotondo e succoso, dalla carnosità spiccata, e dal finale lungo, persistente, pieno di sapore, di apprezzabile lunghezza e densità, con un’acidità calibrata e una bella vena sapida minerale che lo fa apprezzare ancora di più.

L’Atoueyo
frazione Urbain 8 Aymavilles
tel. 0165 902550 cell. 3355631448
e-mail.

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16 febbraio 2010

Langhe Nebbiolo 2007 Giuseppe Mascarello

Cari lettori di Vino al Vino, considerando che i tempi sono difficili e che non posso sempre consigliarvi gli amatissimi, ma un po’ costosi, Barbaresco e Barolo, voglio restare nel tema Nebbiolo di Langa, segnalandovi un ottimo Langhe Nebbiolo.
Niente paura, non ho cambiato “sponda” e non sto parlando di quei Langhe Nebbiolo, anche proposti da nomi illlustri e “regali”, dicono, che sfruttano la possibilità consentita da un disciplinare più concessivo di quelli rigidamente monovarietali dei due sommi rossi sopra indicati di utilizzare sino ad un 15 per cento di altre uve a bacca rossa, dalla Barbera ad altre varietà autoctone, ma mi riferisco ad un Langhe Nebbiolo che è Nebbiolo in purezza.
Ottenuto da vigneti da cui si ricavano pregiatissimi Barolo e che il produttore, come altri, propone come soluzione più immediata e fresca, come ideale “introibo” alla grandezza del Nebbiolo.
Espressione di un’annata, il 2007, sicuramente di livello superiore, e ottenuto da vigneti posti sia in Castiglione Falletto sia nella frazione Perno, collina Santo Stefano, di Monforte d’Alba, e pensato come un “piccolo Barolo”, fermentazione tradizionale di 15/20 giorni a cappello emerso e affinamento in botti di media capacità di rovere di Slavonia per circa 14 mesi, il Langhe Nebbiolo del mio caro amico Mauro Mascarello, alias cantina Giuseppe Mascarello di Monchiero, mi ha nuovamente colpito, via via sempre più conquistato dall’elegantissimo, suadente Barolo Villero 2004, dal Barolo Monprivato 2003, 2004, 2005, nonché dalla magnificenza della speciale selezione di Monprivato denominata Cà d’Morissio, di cui ho nuovamente degustato il fiammeggiante 2001 ed un sorprendente caldo, mediterraneo 2003 (posso dirlo? Con il Monprivato “normale” il più grande Barolo 2003 prodotto), per la sua capacità di farsi capire e amare d’emblée, direttamente, senza mediazioni, senza se né ma.
Il colore è quello, estremamente luminoso, di un Nebbiolo abbastanza giovane restato in legno per poco più di un anno, un rubino splendente dai riflessi estremamente luminosi, ma che spettacolo, che grazia, quale fragranza tra il floreale ed il fruttato, tutto giocato sulle note del lampone, della rosa, della pesca bianca, del ribes, con leggeri accenni terrosi e di rosmarino, la componente aromatica, aperta, aerea, estremamente espressiva.
E quale piacevolezza, freschezza, vivacità, con quella bella acidità calibrata, un frutto succoso e croccante, un delicato sostegno tannico, al gusto, con una beva, contagiosa, in grado di mettere a serio rischio l’osservanza del limite dei soli due bicchieri fissato dalla “dittatura dell’etilometro”!
Un vino elegante, immediato, pieno di allegria, perfettamente coerente e ben riuscito, che vi raccomando caldamente, per accompagnarlo anche a piatti più semplici e meno strutturati di quelli che richiede invece un Barolo, e per introdurvi ai sacri misteri di quell’uva suprema che è il Nebbiolo. Fossero tutti così, e non spesso fatti in ben altro modo, i Langhe Nebbiolo!

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