Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank 2004 Pojer e Sandri
Erano ormai un po’ di anni che non salivo, da San Michele all’Adige, dove ha sede il mitico Istituto Agrario fonte di alcune delle più importanti ricerche e sperimentazioni in campo viticolo ed enologico in Italia, su per la bellissima collina di Faedo, mare di vigneti da cui arrivano diversi dei più pregiati vini bianchi trentini.
Trovandomi a Trento per una degustazione di Marzemino (di cui scriverò presto e che è stata un’autentica sorpresa, per la qualità diffusa e l’autenticità di molti dei 40 vini degustati) non ho potuto non cogliere l’occasione per ritornare quindi in quel di Faedo e andare a fare visita nella sua attrezzatissima cantina, con tanto di esemplare distilleria (diciamolo: una delle migliori in assoluto d’Italia), il vecchio caro amico Mario Pojer, che con il socio Fiorentino Sandri conduce (sono ormai 35 le vendemmie) uno dei fiori all’occhiello di una produzione enologica trentina che non si può ridurre solo alle potentissime – e un po’ in difficoltà mega cantine cooperative – ma che può contare su una serie di piccole e medie realtà di assoluto valore.
Sto parlando, l’avrete capito benissimo, dell’azienda Pojer e Sandri. Riferendosi a questa cantina bisognerebbe decisamente dilungarsi, e raccontare, per filo e per segno, come non solo si lavori splendidamente in vigna, con una tenacia, una ricerca delle soluzioni più adatte, terroir per terroir, da Faedo alla Val di Cembra (dove da qualche anno Pojer si è esteso), ma anche in cantina, senza eccessivi tecnologismi, ma con una ricerca, e si può tranquillamente dire in questo caso, una sperimentazione, invenzione e messa a punto di soluzioni tecnologiche di assoluta avanguardia, che poi qui da Faedo vengono applicate in tutto il mondo. Basta leggere, sul sito aziendale, la parte dedicata al concetto di innovazione – leggete qui – per capire come qui ci si sforzi di guardare sempre avanti e di migliorare, sino al punto da introdurre un qualcosa, che poteva anche apparire stravagante o assurdo, come il “lavaggio” delle uve, mediante “l’utilizzo di una lava-uva (pensata e progettata nel 2003) utilizzando una vasca con effetto “Jacuzzi” (un idromassaggio con microbolle)”, con il preciso intento “di asportare terra, polvere, insetti, residui floreali e soprattutto residui di rame e zolfo, utilizzati in campagna contro peronospora e oidio che sono dei funghi, proprio come i lieviti che svolgeranno, più tardi, la fermentazione” Mario Pojer sostiene, e dati analitici ben precisi confortano la sua intuizione, che “lavando l’uva mettiamo i lieviti indigeni, propri delle uve, nelle condizioni ottimali di lavoro.
Manteniamo così integro il carattere dell’uva che conserva le caratteristiche del suo territorio, inteso anche come microflora responsabile delle fermentazioni”.
Il risultato lo si vede dai vini classici – provati in cantina, ancora in serbatoio in acciaio splendidi, fragranti, promettentissimi Müller Thurgau, Nosiola, Sauvignon, e poi in attesa di essere imbottigliati uno squillante Pinot nero 2008 e un uvaggio Rosso Faye, di pari annata (Cabernet franc e Sauvignon, Merlot e Lagrein mai provato così complesso, succoso ed equilibrato in terra trentina) – e da nuovi vini, che Mario e Fiorentino producono con la freschezza mentale, l’inventiva, la fantasia, di un neofita. Ho così potuto assaggiare, in anteprima, un vino destinato a far parlare, un uvaggio bianco denominato Filii (figli) che ispirandosi ai vini bianchi tedeschi, nei quali la componente alcolica non è mai elevata, si vuole proporre, “ospitato” in una bella bottiglia renana da mezzo litro, come un vino di facile approccio e di beva immediata, ma non banale, con i suoi soli 9 gradi alcolici, ed il suo mix, calibrato, di uve Riesling e dei suoi “figli”, Müller Thurgau (incrocio Riesling x Sylvaner), Kerner (incrocio Trollinger x Riesling) e Incrocio Manzoni (incrocio Riesling x Pinot bianco).
Tutte uve raccolte in anticipo sulla maturazione, (un 40-50% del frutto presente in vigna) e sottoposte alle altre cure e attenzione riservate ai vini più importanti.
Un vino, in particolare, tra quelli degustati, mi ha profondamente colpito, tanto da volerlo poi riassaggiare, ma che dico, bere, a casa. Parlo di uno degli ultimi nati, ancora un bianco, da uve Pinot bianco, Riesling Renano, Sauvignon, Kerner, Incrocio Manzoni, espressione di una delle ultime “avventure” del duo Pojer e Sandri, lo “sbarco” in Alta Val di Cembra in quel magnifico posto – vedete qui le foto e rimanete incantati anche voi – che è il Maso Besleri, in località Valbona di Cembra, “frutto di diversi acquisti e di una ricomposizione fondiaria”.
Lavoro iniziato nel 1998 con una bonifica di 3,5 ettari con relativo impianto viticolo e proseguito sino ad arrivare agli attuali otto ettari di vigneto completamente ristrutturato, ai quali nell’anno 2009 si aggiunge la ristrutturazione del maso inteso come casa composto da un ricovero per macchine agricole, una piccola cantina adibita ad acetifico e dei locali adibiti ad Agritur.
Un maso da cui nascono un vino bianco ed uno rosso frutto ognuno di una cuvèe di 5 differenti varietà di uva, allevate con intensità elevate ad ettaro, sino a 6200 ceppi. In questo posto bellissimo, modellato dal ritiro dei ghiacciai e dall’opera del torrente Scorzai, con presenza elevata di roccia porfirica di origine vulcanica e terreni ricchi in scheletro, da uve raccolte a maturazione avanzata, con mosti fermentati in piccoli fusti di rovere e di acacia (il 60 per cento) e 6 mesi di affinamento in legno a contatto dei propri lieviti, Pojer e Sandri hanno tirato fuori l’Igt Vigneti delle Dolomiti Besler Biank, la cui annata 2004 (si tratta di un vino naturalmente destinato a durare a lungo, di grande personalità e complessità, dovute al particolarissimo mix varietale, ai terroir, all’altezza (e a qualche “magia” enologica di Mario), proverò a descrivervi.
Colore paglierino oro dalla maestosa brillantezza e qualche leggero riflesso verdognolo, naso caratteristico, particolare, molto complesso, compatto, con una componente aromatica spiccata e un ricordo di muschio, una presenza di frutta ben matura e succosa, dagli agrumi alla pesca ad un ricordo di albicocca, ma anche con una freschezza, da fiori bianchi, fieno di montagna, e una vena leggermente speziata, completata da striature di mandorla fresca e frutta secca, davvero notevole.
Al gusto se possibile ancora meglio, inizialmente ben secco, incisivo, nervoso, come dev’essere un vero bianco di montagna, ma poi progressivamente il vino si distende, si allarga, prende confidenza, e consistenza, al gusto, conquista e riempie il palato con ampiezza cremosa, pienezza d’espressione, struttura ben sostenuta, dinamismo e sviluppo, per chiudere, ricco di sapore, importante, su una fresca nota salata, una vena minerale, esaltata da un’acidità ben calibrata.
Una vera e propria scoperta, che la cantina consiglia di abbinare a piatti di pesce speziati, a primi saporiti, carni bianche, che ho pienamente gustato, e lo stesso mia moglie, che sui bianchi affinati in legno è solitamente molto scettica, su un saporito piatto di bucatini all’amatriciana.
E bravi Mario e Fiorentino! Prossimamente, sui vostri schermi, per parlare dei loro metodo classico, che si guardano bene dal presentare come Trento Doc. Vista la confusione che (ancora) regna in Trentino su questa tipologia, con aziende “leader” che puntano indifferentemente a bollicine top “da guide” e a bottiglie da svendere negli hard discount a prezzi da prosecchino, come dare loro torto?
Non mi sono dimenticato di certo del bellissimo Apulia wine tour che tra fine novembre e inizio dicembre mi ha portato, insieme ad un gruppo di cari amici wine writer esteri, per l’impeccabile organizzazione del team di
Buono il Salento Sauvignon Murà, (per me la migliore prova disponibile in Salento su questo vitigno non proprio adatto al clima pugliese…) dalla bella complessità aromatica, cremoso, ricco, ma elegante dotato di una vena acida e fresca, di un bel sale, ben fatto, carnoso, terroso, con buon equilibrio e personalità ed un bel frutto succoso e di polpa soda, pieno di energia, il Negroamaro Salento (in purezza) Piutri nella sua annata 2006, molto valido, naso elegante, con note di ciliegia, prugna, liquirizia, accenni di cioccolato, molto diretto e appealing il Primitivo Salento Vigne Vecchie 2006, e più impegnativo, affinato in botti di rovere per 24 mesi, l’altro Primitivo, il Boemondo, che vede una percentuale del 30% dell’uva in appassimento, dal naso intrigante, salmastro, molto caratteristico, che richiama il cuoio, il finocchio selvatico, la liquirizia e ancora la prugna ed in bocca si propone caldo, morbido, pieno di sapore, ma con una freschezza verticale e con accenni minerali.

Sono ancora in debito di parecchie segnalazioni dei peraltro non tantissimi 2006 che ho apprezzato senza se ne ma in occasione dell’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 
Devo ancora una volta fare i miei complimenti a Francesca e Tullio Scrivani dell’
Tra i vari vitigni in corso di recupero e riscoperta che concorrono a determinare la varietà e la particolarità dell’offerta dei vini della Vallée d’Aoste di oggi, regione piccola, ma simbolo per antonomasia di una viticoltura che rifiuta l’omologazione e la standardizzazione, ampelografica e del gusto, il Cornalin credo sia sicuramente, insieme al Fumin, il più interessante.

L’ho già scritto recentemente –
Anche se ha ovviamente non ha alcuna pretesa di presentarsi come alternativa o concorrente rispetto a quella di regioni più affermate e storicamente specializzate su questo difficile vitigno come l’Oltrepò Pavese, l’Alto Adige o parte del Trentino (penso ai vini di Pojer e Sandri, Graziano Fontana o Elisabetta Dalzocchio) anche la Valle d’Aosta negli ultimi anni sta esprimendo una propria piccola, ma ben definita “vocazionalità” alla produzione di quel difficilissimo vino che è il Pinot nero.
Cari lettori di Vino al Vino, considerando che i tempi sono difficili e che non posso sempre consigliarvi gli amatissimi, ma un po’ costosi, Barbaresco e Barolo, voglio restare nel tema Nebbiolo di Langa, segnalandovi un ottimo Langhe Nebbiolo.



