Vino al vino

Archivio della Categoria 'Libiam nei lieti calici'

2 febbraio 2012

Rias Baixas Albariño de Fefiñanes 2006 Bodegas del Palacio de Fefiñanes

Lo confesso, in qualche modo mi sentivo in debito, dopo non aver avuto un responso positivo, leggete qui, da un bianco 2007 degustato dopo alcuni anni, proposto in una bottiglia chiusa con il tappo a vite, di poter riuscire a proporre all’attenzione dei lettori di questo blog un bianco che si trovasse in splendide condizioni anche ad alcuni anni dalla vendemmia.
Per farlo sono andato doppiamente a colpo sicuro. Ho scartato accuratamente bianchi che avessero fatto fermentazione o affinamento in legno piccolo e sceso in cantina sono andato su una tipologia di bianchi che non mi ha mai deluso anche dopo aver stappato le bottiglie dopo 3-4-5 anni. Scelta della tipologia di vino e dell’azienda, pardon della Bodega, ancora più mirata, perché mi era dispiaciuto, anche se il vino era tutt’altro che cattivo, aver giudicato qualche tempo fa non con i consueti toni entusiastici un vino prodotto da una delle aziende simbolo e leader della più mediatica tra le denominazione spagnole riservate ai vini bianchi, la galiziana Rias Baixas. Questa volta sono persuaso che Juan Gil de Araujo Gonzalez de Careaga, proprietario delle celeberrime Bodegas del Palacio de Feniñanes di Cambados Pontevedra proprietario di questa azienda simbolo della denominazione fondata nel 1904 il cui primo Albariño risale al 1928, sarà ben contento di quello che scriverò.
Avendo scelto non uno dei vini più ambiziosi della selezione aziendale tipo la la selezione III Año prolungato affinamento sur lie (dell’Albariño de Fefinanes 1583, Blanco fermentado en barrica avevo già scritto), bensì il classico Blanco joven prodotto ogni anno in 100-120 mila esemplari.
Prima di parlarvi del vino e della “scommessa” ampiamente vinta e delle emozioni che mi ha dato un bianco, affinato esclusivamente in acciaio, di cinque anni, voglio spendere qualche parola sulla D.O. Rias Baixas, sul cui ricco e aggiornato sito Internet del Consejo Regulador vengono ricordate le eccellenti performances ed il fatto che “los vinos de Rías Baixas son los blancos españoles que más se venden es el mercado estadounidense, con un incremento del 24%”, siano cioè i vini che si vendono di più sul difficile mercato degli Stati Uniti, dove nel 2011 hanno avuto un incremento del 24 per cento.
Dirò di più, questi bianchi sapidi, minerali, piacevolissimi, prodotti in una regione che conto prima o poi di visitare, confermano la loro vocazione all’export, con un incremento delle importazioni pari al 33,64% durante la campagna 2010-2011 (che va dal settembre 2010 al 31 agosto 2011), e un incremento del 16% rispetto al 2010.
Io adoro questo Rias Baixas Albariño de Fefiñanes delle Bodegas del Palacio de Fefiñanes proposto in una classica, elegante bottiglia renana lunga-alsaziana.

E mi piace come Juan Gil de Araujo Gonzalez de Careaga presenta, con parole semplici ed incisive, la vocazione dei vini della bodega, affermando che “nuestros vinos hablan con nitidez de su paisaje, de su tierra, tienen la plenitud de una variedad singular, la uva albariña”, ovvero che i nostri vini parlano nitidamente del loro paesaggio e della loro terra, e conservano le pienezza della varietà Albariño.
In questa versione senza interferenze dovute all’uso e alla presenza del legno a “cantare” sono esclusivamente quest’uva semi aromatica, ricca di acidità, piena di freschezza, e la terra, ed il ricordo del vicino Oceano che conferisce a questi bianchi una strepitosa salinità ed una vibrazione tutta particolare. Spettacolare il colore del vino, un oro squillante luminoso pieno di riflessi, e subito al primo contatto olfattivo, nonostante i cinque anni di riposo trascorsi in bottiglia, il vino si propone e si racconta complesso, fragrante, pieno di allegria e di vitalità, con i classici profumi di fiori bianchi della varietà, gelsomino e poi fiori d’arancia, di pesca noce, mandorla, un accenno di fiori bianchi e fieno secco, una leggerissima nota di miele e di anice, e poi è un trionfo di pietra e sale, di sfumature salmastre e minerali che danno al vino slancio, freschezza, un carattere spiccato del tutto personale.
Altrettanta freschezza, assoluta integrità anche al primo attacco in bocca dove il vino (4 grammi zucchero) si propone ben secco e diritto, verticale, profondo, ma con una buona ampiezza e consistenza sul palato, in grado di ripartire e riproporsi, con inalterata energia e nerbo, ad ogni sorso, con la sua classica nota di mandorla salata sul finale, ben teso, vibrante, equilibrato e piacevolissimo.
Quanti altri vini bianchi italiani di cinque anni, affinati in acciaio, mi avrebbero regalato le stesse emozioni, il puro piacere di continuare a berlo (ero a casa mia a cena e non dovevo guidare) senza stancarmi?
Querido Albariño!
Bodegas del Palacio de Fefiñanes http://www.fefinanes.com/

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26 gennaio 2012

Arnad Montjovet 2010 La Kiuva

Ho già detto chiaramente, qui, e l’ho confermato inserendo la cantina nella mia selezione delle aziende per la seconda edizione del sondaggio sul migliore produttore di vino valdostano, in collaborazione con il blog Impresa Vda di Fabrizio Favre, che apprezzo molto e condivido l’impostazione data dal nuovo management tecnico della più meridionale (pardon, c’é la Cave di Donnas più a sud…) delle cantine cooperative della Val d’Aosta, la Kiuva.
Rimando alla lettura del precedente articolo, dedicato al Picotendro 2009, la spiegazione di cosa sia avvenuto in questa cave coopérative fondata nel 1975 che comprende 60 soci conferenti per un totale di 1000 quintali che controllano una quindicina di ettari vitati situati tra i 380 ed i 500 metri di altezza nella Bassa Valle attorno al borgo di Arnad, noto per il suo Lardo Dop oggetto di una festa che si svolge ogni anno ad agosto e richiama folle di appassionati di questo modo povero di utilizzare le infinite risorse del divin porcello.
Mi piace quello che sta facendo il bravo enologo albese Sergio Molino, e questo modo, da parte di una cantina che produce circa 70 mila bottiglie di onorare l’espressione in questa zona di quell’uva suprema che è il Nebbiolo, anche attraverso forme immediate, semplici, ma non banali come sono quelle rappresentate da una vinificazione e da un affinamento in acciaio e non in legno.
E così, dopo aver scritto del Picotendro, eccomi qui a parlare della Doc di riferimento della zona, l’Arnad-Montjovet DOC, rosso ottenuto da vigneti dislocati nei territori di Arnad e nei comuni limitrofi (Hône, Verrès, Issogne, Challand-Saint-Victor, Champdepraz, Montjovet), a base di Nebbiolo (min 70%), Dolcetto, Pinot Nero, Neyret, Freisa e Vien de Nus (max 30%) come recita il disciplinare di produzione.
La Kiuva ne produce due versioni, una base, affinata in acciaio e una Supérieur, che prevede affinamento in legno. A me, provate entrambe, e riconoscendo la superiore curatura della versione più importante, che è più larga, ha più spalla, polpa e impegno, è piaciuta particolarmente, da “provinciale” quale sono, amante anche dei vini più immediati e schietti, quelli che se “la tirano” meno e sono scopertamente pensati per essere bevuti (a tavola) senza tante storie, è piaciuta particolarmente, di annata 2010, la versione base, 12 gradi e mezzo di alcol.
Una versione che dichiara un uvaggio composto per il 70% da Nebbiolo, ed il restante 30% suddiviso tra Gros Vien, Neyret, Cornalin e Fumin. Uve raccolte a mano in cassette da 20 chilogrammi, vinificazione tradizionale a cappello emerso con lunga macerazione delle vinacce 10-15 a temperatura controllata  tra 28° e 30° e affinamento di otto mesi, 2/3 in acciaio e solo 1/3 in legno, più sei mesi in bottiglia.
Servito leggermente più fresco di quello che normalmente si serve un Nebbiolo e abbinato con soddisfazione a dei maccheroncini con ragù di funghi (voi potrebbe abbinarlo anche ad antipasti di salumi, primi piatti con ragù di carne, grigliate di carne, involtini, polpette, ecc.), ho trovato questo Arnad-Montjovet 2010 ben riuscito con il suo colore rubino brillante, il naso vivo, varietale, succoso, al profumo di lamponi e ribes, con accenni di liquirizia, pepe, erbe aromatiche, accenni di cuoio e terra, a comporre un insieme vivo e di bella plasticità e freschezza.
Bocca altrettanto viva, fresca, con bella polpa pimpante, con una certa rotondità di espressione anche se il tannino del Nebbiolo è sempre giustamente presente a scandire il ritmo, senza ruvidezze, ma presente, una bella ricchezza di sapore che non impedisce di cogliere la scabra petrosità del Nebbiolo di montagna, il suo carattere piacevolmente terroso, il suo garbato “pugno” (o pizzicotto) in un guanto di velluto…

La Kiuva società cooperativa
Fraz. Pied de Ville, 42 – 11020 Arnad (AO)
tel. 0125.966351 fax 0125.966755
e-mail : info@lakiuva.it
Sito Internet www.lakiuva.it

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25 gennaio 2012

IGT Sicilia Incanta 2010 Buona qualità ma una presentazione anonima e misteriosa

Quella del vino di cui vi parlerò è una storia davvero singolare. Sono arrivato a questo vino in modo molto particolare.
Qualche tempo fa ho ricevuto una e-mail che diceva: “Vogliamo coinvolgerti  per avere il tuo parere sulla nostra selezione di vini. Principe Ibleo è una famiglia di selezionatori dalle antiche origini; la nostra storia inizia nel 1663. Da secoli curiamo la qualità dei nostri prodotti attraverso la conoscenza diretta di piccoli produttori locali. Storie di profonda amicizia, collaborazione, molto spesso di rapporti fraterni.
Ora stiamo iniziando un nuovo percorso online, conosciamo il tuo blog e leggiamo con interesse i tuoi post. Saremmo felici accettassi di partecipare al nostro progetto “Tasting Principe Ibleo”.
Potrai scegliere una delle nostre etichette ispirate alla storia, tradizioni e leggende del nostro territorio. Se hai voglia di degustare i sapori della nostra terra aderisci a questa iniziativa e in pieno spirito 2.0 ti spediremo la tua bottiglia preferita. Saremmo felici di leggere il tuo parere e condividere quest’esperienza con i tuoi lettori.
Il progetto ha inizio  il 15 Novembre terminerà a fine Dicembre 2011” Stiamo invitando i dieci blogger europei  che seguiamo e leggiamo sempre con piacere ed interesse, tu sei proprio uno di questi e vorremo coinvolgerti nel nostro progetto. Un saluto Andrea e lo Staff di Principe Ibleo”.
Dopo qualche tempo, una volta arrivata la bottiglia che avevo scelto, denominata “Incanta: blend di Grillo e Zibibbo”, mi è arrivata una seconda mail: “Sono curioso di sapere innanzituto se hai ricevuto la nostra bottiglia di vino che ti abbiamo inviato per il progetto TASTING PRINCIPE IBLEO; hai già avuto modo di assaggiarne il contenuto? Qual è stata la tua prima impressione? Mi piacerebbe sentire personalmente il tuo commento a riguardo; se anche a te fa piacere potremmo sentirci via skype per fare due chiacchiere!
Se preferisci, puoi anche scrivere il tuo personale commento e pubblicarlo direttamente sul tuo blog, oppure puoi scrivere il tuo parere direttamente a me; sono ansioso di sapere quando, come, con chi e con che abbinamenti gastronomici preferiresti bere un vino Principe Ibleo”. Il tutto sempre a firma “Andrea e lo Staff di Principe Ibleo”.
Confesso che per qualche tempo ho dimenticato la bottiglia in cantina e mi ero dimenticato dell’impegno di provarlo e di scriverne entro il 2011. Questo finché qualche giorno fa, decidendo di abbinarlo, con successo, ad un piatto di orecchiette con broccoletti, con le strepitose orecchiette dell’Agricola Del Sole della famiglia Casillo, ho stappato la bottiglia e visto che il vino mi era piaciuto, come vi racconterò, ho provato a saperne di più.
Ho così scoperto dal sito Internet che quella denominata Principe Ibleo è una linea di vini siciliani, e che quello che avevo degustato io, l’Incanta, annata 2010, è una Igt Sicilia mix di un 85% di uve Grillo e 15% di uve Zibibbo. Ma al di là delle belle parole che ho trovato sul sito, relative alla “mission” del Principe Ibleo, marchio che “nasce in Sicilia nel lontano 1663 quando il “Principe Alessandro Della Torre”, Capitano di Fanteria spagnuola e Maestro Razionale del Reale Patrimonio, per festeggiare la sua investitura a Cavaliere, commissiona il “SOVRANO”,  il primo vino del Principe Ibleo”, ovvero “Creare uno stile di consumo nuovo portando i prodotti del Principe Ibleo al di fuori della sfera locale. Partecipare ad eventi che si svolgono in luoghi dove è bello socializzare e creare nuovi accostamenti di gusti per rispondere meglio ai nuovi bisogni dei consumatori moderni. Portare lo stile del Principe Ibleo sulla tavola del pubblico internazionale per condividere la qualità e la storia dei suoi prodotti attraverso strumenti tradizionali ma non convenzionali. Espandere lo stile del Principe Ibleo dall’Italia all’Europa: ritrovare, rievocare e condividere la storia, la terra e la cultura tipica locale per meglio apprezzare un prodotto di eccellenza”, non sono riuscito a capire granché a quale tipo di azienda e di produttore mi trovassi di fronte.

Una prima ricerca su Internet, che mi ha portato su questo sito, mi ha fatto capire di trovarmi dinnanzi ad una sorta di “lancio del brand Principe Ibleo impostando una strategia di sviluppo, comunicazione e marketing integrata volta a creare una solida identità e reputazione online”, fatto con l’obiettivo di ”lanciare sul mercato nazionale e internazionale il marchio Principe Ibleo attraverso tecniche di sviluppo, web design, web marketing e social media marketing”.
E poi, dribblando fantasioso racconto storico dalla parvenza molto leggendaria, e racconto su cosa sia oggi Principe Ibleo, marchio che contraddistingue una selezione di vini tutta siciliana e “rispecchia la terra e la cultura della gente dove il prodotto è stato coltivato ed affinato.
Per riconoscere un prodotto del Principe Ibleo bisogna ritrovare nel suo gusto la storia, la terra e la cultura della eccellenza enogastronomica italiana.
È grazie alla volontà di Antonio Catania, diretto erede della casata, che oggi è possibile condividere la bontà dei prodotti e la qualità del marchio Principe Ibleo, anche al di fuori dell’Italia”, basandomi sulle indicazioni presenti sulla retroetichetta del vino e sul sito ho scoperto di trovarmi di fronte a qualcosa che non avevo mai incontrato.
Il nome della società, Poshrascals srl Unipersonale con sede a Padova, designerebbe “una società con esperienza decennale attiva nella distribuzione e personalizzazione di gadget e merchandising in ambito promozionale pubblicitario e sportivo. I servizi di personalizzazione offerti sono vari: dalla stampa digitale, serigrafica di logo e immagine alla completa personalizzazione dell’oggetto di merchandising”.
Elementi, questi, tali da farmi perdere ogni volontà di scrivere del vino, come pure il prezzo dichiarato nell’area di vendita on line del vino, 14,90 euro, francamente eccessivo ed ingiustificato (per me un prezzo calibrato sarebbe stato intorno ai 7-8 euro massimo) nonché le note di presentazione che parlano (a sproposito) di “vino internazionale di grande classe che a tavola si sposa con il mare; di grande piacevolezza e ottima persistenza richiama l’allegria di un freschissimo e vivace momento di condivisione tra amici di lunga data”.
Però, accidenti, il vino mi è piaciuto, senza se ne ma, ha funzionato a perfezione sul piatto di orecchiette con i broccoletti, si è fatto bere e allora ho pensato ugualmente di parlarvene, anche se con le riserve sopra espresse.
La scheda tecnica parla di uve provenienti da vigneti a 225 metri di altezza sul livello del mare, di un grado alcolico molto bilanciato di 12 gradi, di tecnica di vinificazione “in iper-riduzione.
Dopo la diraspatura, le uve vengono criomacerate per circa 18 ore ad una temperatura di 8°c per una maggiore estrazione degli aromi”, di una resa di 70 quintali per ettaro da vigneti a controspalliera, e allora eccovi, a titolo di cronaca, le mie impressioni.
Colore giallo paglierino scarico, brillante, metallico, traslucido con leggeri riflessi verdolini, naso molto incisivo, fresco, nervoso, di sicura personalità, molto accattivante, pulito, appealing, con precisa vena salata e minerale, note di pietra focaia, sfumature di agrumi e di fiori bianchi, di mandorle a comporre un insieme di grande finezza.
Al gusto si viene subito colpiti e conquistati da un attacco ben secco, nervoso, di gran nerbo vivo e scattante, molto composto e preciso, e anche se il vino non denota una grande ampiezza e d un particolare peso si riscatta e si fa assolutamente apprezzare per il suo spiccato carattere minerale e direi anzi petroso, per la sua grande freschezza e verticalità, per la persistenza lunga e salata che lo rendono un ideale aperitivo e accompagnamento a tavola di piatti a base di pesce o primi piatti con verdure.
Un vino dotato di un’indubbia grazia espressiva, di un equilibrio, che meriterebbero di essere valorizzati da una proposta (commerciale e d’immagine) meno anonima e misteriosa…

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28 dicembre 2011

Rosso di Montalcino 2005 Lisini: eccellente anche sei anni dopo…

Sono più che mai convinto, anche sul finale di questo strano 2011, che vada fatto qualcosa di serio e di organico per quell’altro grande vino di Montalcino, non un fratello minore del Brunello o un “Brunellino”, o tantomeno un semplice “vino di ricaduta” come qualche superficiale lo liquida, che è il Rosso di Montalcino.
Qualcosa che accenda i riflettori su questa altra grande espressione del Sangiovese, in purezza ça va sans dire, che gli consenta di risplendere, come merita, di luce propria.
Credo e cercherò sempre più di rispettare questa promessa, che la cosa migliore sia stappare le bottiglie e scriverne e raccontare quali cose interessanti, e personali, e valide, abbiano da raccontare a chi è affezionato a questo angolo di Toscana ed è persuaso, per quanto possano sostenere certi blasonati produttori dalle idee un po’ lunari, che non ci sia bisogno di stampelle e che sostenere che “bisognerebbe permettere di aggiungere una piccola percentuale di varietà internazionali al Rosso di Montalcino per avere una maggiore qualità” è totalmente assurdo e privo di senso.
E così, in attesa di dare il mio piccolo contributo ad una maggiore conoscenza del Rosso di Montalcino, organizzando, con gli amici della delegazione A.I.S. di Milano, una degustazione banco d’assaggio cui parteciperanno, il prossimo 6 febbraio, 15 produttori da me selezionati, sto provvedendo a stappare, senza fermarmi alle annate più recenti e cercando di andare a ritroso nel tempo.
E talvolta le sorprese sono straordinarie. E’ stato questo il caso, nei giorni scorsi, scelta proprio per il giorno di Natale, del Rosso di Montalcino annata 2005, avete letto bene, 2005, dell’azienda Agraria Lisini.
Chi sia Lisini è presto detto, un pezzo di storia del Brunello e uno dei volti migliori, visto che l’azienda figurava tra le ventina di fondatori all’atto di nascita, nel 1967, del Consorzio del Brunello.
Con i suoi quasi 20 ettari di vigneto, situati nella parte meridionale del Comune di Montalcino, nell’area, vocatissima, di Sant’Angelo in Colle, e posti ad un’altezza media di 350 metri che risulta ottimale per la coltura del Sangiovese Grosso, selezione massale della quale sono unicamente costituite le vigne dell’Azienda, Lisini produce da sempre Brunello e Rosso esemplari per tipicità e personalità.
Vini, posso testimoniarlo essendo andato più volte a ritroso nel tempo (indimenticabile un Brunello 1975 da me gustato in tre occasioni) che evolvono splendidamente e regalano negli anni tesori di complessità e finezza.
Il loro Rosso di Montalcino è ottenuto dagli stessi vigneti del Brunello di Montalcino “in quanto il produttore può scegliere durante la vendemmia e l’invecchiamento del vino quale aliquota di esso destinare alla commercializzazione sotto questa denominazione, senza attendere il periodo di quattro anni previsto dal Disciplinare del Brunello”, ed il vigneto è esattamente posto tra le frazioni d Sant’Angelo in Colle e Castelnuovo dell’Abate, un ettaro e mezzo a cordone speronato basso, con 5400 piante ettaro e una produzione intorno ai 60 quintali ettaro.
La vinificazione viene svolta in vasche di cemento vetrificato con durata, comprensiva del periodo di macerazione sulle bucce, variabile tra i 18 ed i 24 giorni, fermentazione che si svolge con controllo di temperatura tra i 28 e i 30 gradi.
L’affinamento avviene in botti di rovere di Slavonia di volume variabile da 11 a 40 ettolitri per un periodo di 6 mesi, seguito da assemblaggio in acciaio ed affinamento in bottiglia di 3 mesi.

Confesso di essermi avvicinato al vino con molta curiosità e qualche aspettativa, ma non pensavo che il risultato sarebbe stato così eclatante. Rosso rubino intenso, di grande brillantezza ed integrità, con una calda vena che vira sul granato, e naso che subito e poi progressivamente, man mano che il vino (che non avevo versato nel decanter) respirava e si apriva, acquistava stupefacente intensità, complessità e limpidezza aromatica, un carattere inconfondibilmente targato Sangiovese di Montalcino.
Ciliegia nera, prugna, rabarbaro, erbe aromatiche, funghi secchi, liquirizia, cuoio, pepe, macchia mediterranea, un catramoso accenno di goudron e poi tanta terra fino a sfociare in un fragrante melodioso bouquet di lilium e gladioli. Un insieme caldo, vibrante, avvolgente che ti “porta” letteralmente nel bicchiere e ti conquista.
E passando alla bocca quale piacere! Attacco asciutto, ricco, consistente, con un tannino leggermente terroso, ma non rugoso o astringente che si pone subito al centro del bicchiere e poi lascia spazio ad una larga tessitura, ad un frutto (ancora ciliegia e prugna secca) succoso e vivo, ricco di polpa, dando al palato grande soddisfazione, vigorosa pienezza ed energia, una materia ampia, piena di sapore, che conquista. Emozioni da grandissimo vino, vigoroso, aristocratico ed in perfetta forma.
Ma come diavolo si fa a pensare (e dichiarare in un’intervista) che aggiungendovi dei banalissimi Merlot e Cabernet, roba da Super tuscan o da Sant’Antimo, un vino del genere avrebbe potuto essere migliore?

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21 dicembre 2011

E’ nato un distillato di gran classe: Grappa riserva EVO

Siete ancora in tempo, anche se un po’ in zona Cesarini, per fare un regalo di gran classe e di sicura qualità ad un amico appassionato di distillati. Sottolineo di classe e di qualità indiscutibile, perché non vi trovate di fronte ad un distillato qualsiasi e alla consueta grappa magari presentata con nomi altisonanti e con un contenitore ben più importante e ambizioso del contenuto.
Questo distillato nuovo che ha da poco esordito sul mercato vuol essere un’evoluzione, che non è tradimento della tradizione, ma semplicemente trasformazione migliorativa difatti si chiama EVO, dell’idea di grappa, ed è un distillato di vinaccia che si definisce “riserva” poiché, per legge, riposa almeno 18 mesi in botti di legno all’interno di un deposito fiscale”. EVO” è comunque un “blend”, cioè una grappa composta da più acquaviti di vinaccia di diversa tipologia e di diverse annate. In quest’ultimo caso si è arrivati sino ad un massimo di 3 anni.
Ideatori di questo progetto sono Luciano Brotto, artigiano e sperimentatore della distillazione, creatore della Distilleria Cento per cento e Marcello Bruschetti, promotore e appassionato fautore del progetto, già amministratore e soprattutto abilissimo artefice del decisivo rilancio in questi anni della cantina Antica Fratta in Franciacorta, che hanno deciso di mettersi in gioco fondendo competenze specifiche e passione per il progetto. Per veicolare questo progetto Marcello Bruschetti ha dato vita alla Enoglam, ha disegnato la bottiglia e le elegantissime confezioni al fine di rendere l’esperienza EVO più che mai legata all’idea di bon vivre.
A suo dire “Evo rappresenta un modo di approcciarsi alla vita fatto di attenzione alla qualità, all’eleganza, al dettaglio. Caratteristiche queste che dovrebbero essere sinonimo di italianità e che purtroppo appaiono sempre più rare, soprattutto nelle ultime generazioni”, però “proprio qualità ed eleganza sono la via da seguire per far risalire la china al nostro straordinario Paese”.
Come si legge nel comunicato stampa di presentazione dell’iniziativa “EVO nasce dall’incontro fortuito di due persone complementari. E’ Luciano a prendere l’iniziativa, intravvedendo in Marcello una controparte in grado di apprezzare e valorizzare il suo ultimo, ambizioso, “esperimento”.
E’ proprio utilizzando quest’espressione “vorrei farle assaggiare il mio ultimo esperimento” che i due si lasciano, ripromettendosi di fare vicendevole visita alle rispettive aziende. E l’assaggio si rivela un colpo di fulmine. Un distillato che raggiunge livelli di eleganza, piacevolezza, persistenza, complessità mai ritrovati nei distillati italiani degustati sino ad allora. Un distillato, anzi, una Grappa Riserva che merita un progetto unico ed ultra esclusivo”.
La lavorazione di EVO unisce tecniche antiche, quali l’utilizzo esclusivo di legni autoctoni per l’invecchiamento alle più moderne tecniche di distillazione per dar vita  ad una Grappa Riserva che avvolge e travolge tutti i sensi.

Ho parlato di legni autoctoni non a caso, e difatti tutto nasce a seguito di una semplice curiosità: “prima che i legni di Quercus Petraea (Rovere Francese) e di Quercus Alba (Rovere Americano) diventassero uno standard mondiale, quali legni potevano utilizzare i nostri avi per conservare ed affinare distillati ed alcolici in genere? EVO nasce da ciò. Dalla sperimentazione di legni assolutamente autoctoni ed in alcuni casi decisamente inusuali. Legni che interagiscono in modo poco ortodosso con il distillato e che ne condizionano totalmente le caratteristiche organolettiche. Il segreto (che tale resterà: non provateci neppure a chiedere dettagli …) di EVO sta tutto qui, nel blend di legni utilizzati in affinamento, molto più che non nel blend di vinacce utilizzate in distillazione”.
Le botti utilizzate sono barriques di legni diversi e non necessariamente di primo ciclo. Ciascuna tipologia di legno contribuisce individualmente a conferire una specifica caratterizzazione del prodotto. In funzione della diversa annata di produzione ed in corrispondenza della naturale ed imprevedibile maturazione del prodotto in fase di invecchiamento “EVO” potrà presentare delle lievi differenze di colore e profilo organolettico. Ciò contribuisce ad esaltarne ulteriormente le caratteristiche di assoluta genuinità e artigianalità.
Non è casuale, anche se può sembrare strana, in quest’epoca dove il consumo di distillati è decisamente calato la scelta, elegantissima, della bottiglia e soprattutto il formato, il litro, in passato utilizzato per prodotti di scarsa qualità da consumatori di quantità.
E molto particolare, sviluppato appositamente per EVO, è il progetto distributivo alternativo, basato su un numero pre-definito di Concessionari Esclusivi, sulla scorta di quanto avviene nel mondo della cosmesi di lusso. Il tutto per settemila bottiglie, la produzione della prima annata. Secondo le ambizioni di Marcello Bruschetti, EVO deve semplicemente caratterizzarsi come il più esclusivo distillato italiano in commercio. La rete dei concessionari di EVO conseguentemente, non può che essere costituita dal meglio del dettaglio specializzato, della ristorazione e dell’hotellerie di lusso. Ma com’è questa Evo che si consiglia di bere a temperatura ambiente in un bicchiere tipo calice alto cabernet (o Grand-Bordeaux) dopo qualche minuto di ossigenazione, accompagnandolo con del cioccolato al 65% di cacao e (per gli amanti del genere) con un buon sigaro?

La scheda tecnica la definisce una grappa riserva con 42 gradi di gradazione, con settembre 2004 – 2005 – 2006 quali anni di produzione, gennaio 2005 – 2006 – 2007 come rispettivi periodi di immissione in botte dei distillati e loro estrazione nel novembre 2009 e 2010, e Evo non contiene coloranti aggiunti. La sua “nuance” è il risultato della permanenza in barriques. Le modalità di trattamento dei contenitori e le diverse tipologie dei legni usati, cedono a questo distillato sostanze organiche e coloranti inaspettate.
Evo grazie a nuove tecniche di lavorazione ha un contenuto di olii essenziali estremamente ridotto (chimicamente la quantità è definita in “tracce”), ciò favorisce una facile bevibilità e ne aumenta la sua straordinaria digeribilità, anche in funzione di una presenza di “alcol metilico” in quantità minima del consentito per legge.
Quanto alle caratteristiche organolettiche, mi fermo al suo magnifico colore bruno intenso con riflessi ambrati- mogano e registro, le note descrittive fornite dal produttore, secondo il quale “ a naso si percepiscono note di uva passita miste ad esaltanti sensazioni di liquirizia, noce, cannella e vaniglia. Un “dolce” aroma di dattero maturo, cream-caramel, torrone e carruba ne caratterizzano ulteriormente l’elegante bouquet. Non si avverte alcuna “pungenza” alcolica. Gusto fine ed intenso, con sentori di zucchero filato, vaniglia ed una leggera tonicità di prugna matura e note agrumate. Un gusto complesso e vellutato. Ed in fase retro-olfattiva toni di frutta essiccata e note speziate vengono morbidamente avvolte da una piacevole sensazione alcolica. Persistenza regale”.

E poi rimando, ammirato per tanta sapienza alla descrizione minuziosa fornita da Sergio Grasso, antropologo alimentare, gastrosofo e food-writer, nell’apposita sezione del sito Internet Enoglam riferita ad Evo, che degustando Evo con una prosa personalissima racconta, tra l’altro, che “Entra sulla lingua calda d’alcool poi subito sinuosa e morbida, quasi untuosa… Trattenuta sur-place esala dolcezza d’alcool, di frutta e di miele. In retrolfattiva si sovrappone una piacevole sensazione tattile di pungenza caratteristica dei grandi Armagnac.
Palato di straordinaria personalità, tannini nettamente percettibili ma levigati. Finale con delicata nota amarognola che si diluisce nella frutta cotta, nella vaniglia e ancora nel miele. Palato pulito, mai asciutto”.
Ultima nota relativa al prezzo, che è un prezzo importante. Intorno agli 80 euro per singola bottiglia, presentata, ça va sans dire, in elegantissima confezione.

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7 dicembre 2011

Chianti Classico riserva 2008 La Porta di Vertine

E’ da tempo che volevo dedicare un post a quella bellissima esperienza, soprattutto da un punto di vista umano prima che professionale, che è stata la mia partecipazione, dopo due anni di assenza alla rassegna Vini di Vignaioli Vins de Vignerons che si è svolta a Fornovo Taro lo scorso 30 e 31 ottobre.
Ho potuto trascorrere solo una giornata, quella di domenica 30, nella piccola località dell’appennino parmense, ma anche grazie alla possibilità che mi è stata data dall’ideatrice e organizzatrice della rassegna, Marie Christine Cogez Marzani, di prendere parte la serata di sabato 29 ad una cena conviviale con un buon numero dei vignaioli, italiani e francesi, partecipanti, ho potuto entrare meglio nello spirito della manifestazione e degustare in anteprima, a cena presso l’ottimo agriturismo Monte Prinzera di Sivizzano di Fornovo Taro, un bel numero dei vini proposti in assaggio nelle giornate seguenti.
E proprio grazie a questa felice occasione conviviale, dove ho incontrato vecchi e nuovi amici, e dove si è esaltato lo spirito informale, gioioso, naturale, lontano anni luce dalle pose e degli atteggiamenti fasulli tipici di tanto mondo del vino italico, mi è capitato di imbattermi per la prima volta in un’azienda chiantigiana che non conoscevo, capace di proporre uno dei vini più convincenti da me trovati a Vini di Vignaioli.
L’azienda che non conoscevo e di cui vi consiglio di segnarvi il nome è La Porta di Vertine, piccola azienda a conduzione familiare di Gaiole, una delle più famose località della zona del Chianti Classico. I vigneti della tenuta, tutti rigorosamente a coltivazione biologica, sono dedicati principalmente alla varietà autoctona toscana del Sangiovese. La Porta di Vertine vede nel Sangiovese il vero interprete del terroir, capace di trasformare in vino le specifiche caratteristiche del vigneto.
Come si legge sul sito Internet aziendale, “la storia della Porta di Vertine comincia nel 2006 quando Dan ed Ellen Lugosch acquistano un vigneto a forma di anfiteatro nel borgo di Vertine, a Gaiole, nella zona del Chianti Classico. Il loro interesse principale sta nell’esplorare le caratteristiche del Sangiovese, selezionando vigneti e scegliendo i terreni che meglio ne fanno risaltare complessità e la sua attitudine all’invecchiamento.
Giacomo Mastretta, responsabile ed enologo della Porta di Vertine, e l’agronomo Ruggero Mazzilli, sotto la cui guida i vigneti sono stati convertiti al metodo biologico, si dedicano con passione all’applicazione ai vigneti e alla cantina della filosofia “less is more” con focus particolare sulla premessa che un ottimo vino viene da un vigneto dove si deve fare il meno possibile. La Porta di Vertine ha come consulente enologo Giulio Gambelli, leggendario protagonista del Sangiovese e da 50 anni assiduo sostenitore della varietà”.
E proprio con il giovane, determinato, cordiale e simpatico Giacomo Mastretta è stato il mio incontro, con il racconto appassionato, da parte sua, della politica aziendale, che “trova i suoi più fedeli alleati nel galestro e nell’alberese, terreni sassosi tipici della regione del Chianti Classico. L’azienda segue un insolito percorso nel localizzare vigneti di posizione marginale ad altitudini elevate dove l’applicazione dei metodi della viticoltura biologica sostiene il paesaggio e rigenera l’ambiente.
I vigneti e gli uliveti acquistati nel 2006 sorgono su terrazze abbandonate, nelle quali, grazie alla composizione del terreno ricco di pietra, il calore del sole viene accumulato durante il giorno e ceduto alle piante durante la notte. Il costante movimento d’aria su questi terreni desolati aiuta in modo naturale a combattere le malattie fungine. I vigneti vi saranno man mano piantati “ad Alberello” e saranno effettuati esperimenti con viti franche di piede, parte della filosofia de La Porta di Vertine”.
Mi è piaciuta molto questa spiegazione della filosofia della Porta di Vertine, dove “la posizione estrema di molti dei vigneti non è vista come un problema, anzi è piuttosto la chiave della personalità e dell’equilibrio dei vini finiti; la povertà dei terreni risulta infatti in una bassa vigoria della pianta, limitando la resa in modo naturale. I vini che ne risultano sono equilibrati ed eleganti, con enfasi sul profumo e sulla freschezza e, nel tempo, guadagnano ricchezza e complessità senza perdere affatto la vivacità iniziale”.
E per “enfatizzare l’identità e l’origine e permettere al frutto di esprimersi al meglio”, Giacomo applica in cantina una severa politica non interventista. E quindi “il minimo apporto tecnologico è considerato solo uno strumento, non una finalità, e si evita accuratamente qualunque cosa che possa mascherare il carattere delle uve.
Per quanto le differenze d’annata siano rispettate a pieno e ben accette, c’è la forte convinzione che un’oculata gestione della pianta su terreni poveri ed estremamente vocati contribuisca naturalmente in alla salute delle uve e renda quindi superflue le correzioni in cantina”.
Di conseguenza, “la vinificazione in sé è quanto di più semplice si possa immaginare: una volta che l’uva arriva in cantina, viene diraspata e messa in vasche di cemento senza aggiunta di solforosa. La fermentazione viene innescata da lieviti indigeni e si svolge senza alcun controllo diretto  della temperatura.

La durata della macerazione sulle bucce non è funzione di un protocollo di vinificazione, ma dipende dalla qualità e sanità delle uve e può protrarsi per 60 giorni o più. I vini sono affinati in tradizionali botti di rovere di Slovenia così come in botti ovali austriache e in barrique e tonneaux”.
Quattro i vini prodotti, un Rosato a base di uve bianche e rosse della tradizione chiantigiana, un taglio bordolese, ma soprattutto due Chianti Classico, un annata, ottenuto da uve Sangiovese, Canaiolo, Colorino, Pugnitello della vigna della Conca d’Oro a Vertine e da quella denominata I Campacci in Adine, e un Chianti Classico riserva 100% Sangiovese, da uve provenienti dai Campacci di Adine e dalla Conca d’Oro a Vertine, ed entrambi i Chianti Classico si affinano in tonneau e botti di rovere di Slavonia da 25 ettolitri.
Per la riserva la procedura prevede che l’uva non venga solfitata e che la fermentazione alcolica si compia ad opera dei lieviti indigeni. Macerazione molto lunga e alla fine il vino è stato messo in barriques di secondo passaggio e in botti di rovere austriaco da 500 litri dove è rimasto, senza subire altri interventi, fino alla fine dell’estate successiva,  sempre in contatto con le sue fecce. Il resto dei 18 mesi di affinamento in legno, seguiti al primo travaso dell’estate sono stati fatti in botti di rovere di Slavonia da 25 ettolitri. Dopo l’imbottigliamento il vino è affinato per ulteriori 12 mesi in cantina.
Molto buono, piacevolissimo, succoso, facile da bere senza per questo essere un vino semplice il Chianti Classico annata, che ho apprezzato tantissimo sugli squisiti salumi misti, sull’arrosto di carne a base di maiale nero dell’Agriturismo Monte Prinzera, dove anche i tortelli non erano davvero niente male… ma di una caratura superiore il Chianti Classico riserva 2008, dal naso molto varietale, sangiovesizzante e chiantigiano, con ciliegia succosa in evidenza, macchia mediterranea, accenni selvatici e floreali e nessun disturbo da fastidiose note di legno.
Gusto scandito da un frutto vivo, vibrante, ben polputo, bella ricchezza di sapore, pienezza, grande dinamismo, con materia viva e grande dinamismo e un tannino, non aggressivo, ben maturo, che si fa piacevolmente sentire e dà nerbo e carattere al vino.
Un gran bel Chianti Classico riserva, di quelli che ce ne vorrebbero davvero molti di più per dare ancora più lustro e conferire identità a unicità a questa bellissima, celeberrima, zona di produzione toscana…

La Porta di Vertine
Loc. Casanuova di Paiolo
53013 Gaiole in Chianti (Siena)
Tel: +39 0577 749577
Fax: +39 0577 579019
Email : info@laportadivertine.it
sito Internet http://www.laportadivertine.it/home/

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4 ottobre 2011

Rosato di Toscana Igt 2006 Il Greppo: un giovin-Brunello in rosa

Sono debitore di una risposta alle persone che in occasione del mio compleanno, commentando su questo blog oppure intervenendo sulla mia pagina di Facebook mi hanno chiesto quale bottiglia speciale avrei stappato per festeggiare i miei primi 55 anni.
Contrariamente a quanto diversi hanno ipotizzato non ho scelto né Champagne (o Franciacorta o TrentoDoc) né i miei amati Barbaresco e Barolo, né un Nebbiolo di montagna valtellinese.
E neppure un Brunello di Montalcino o un Rosso che sarebbero stati perfetti per festeggiare la recente decisione della stragrande maggioranza dei produttori ilcinesi di rispondere con uno squillante e perentorio No grazie alla proposta di cambiare il disciplinare e merlottizzare il loro vino.
Il clima ancora caldo mi ha fatto scartare i vini rossi importanti e oltre a farmi propendere, come vino dolce, per uno strepitoso Cinque Terre Sciacchetrà riserva, il 2003, non il 2005 di cui avevo a suo tempo scritto qui, di Forlini Capellini, mi ha indotto a scegliere come vino da portare a tavola un rosato.
Ma come direte voi? Festeggi 55 anni, non una ricorrenza qualsiasi e ti stappi un rosé? Certo, ma non un rosato qualsiasi, ma un rosato d’autore, la cui prima apparizione avevo salutato con gioia, nel febbraio 2006, ospite del sito Internet LaVINIum.
Sto parlando del Rosato di Toscana, Sangiovese 100%, creato dal grande Signore del Brunello, Franco Biondi Santi, nella sua Tenuta del Greppo a Montalcino.
Una scelta, la mia, sicuramente dettata dal desiderio di riprovare il più complesso e ambizioso e titolato dei rosati italiani, un vino che “canta” il Sangiovese e Montalcino in ogni sua goccia, ma anche giustificata dal desiderio di rivolgere un pubblico ringraziamento a quel Signore che alla tenera età di quasi 90 anni (“mi sento ringiovanito mi ha detto!” quando ho parlato con lui ai primi di settembre) ha avuto ancora la forza di prendere pubblicamente posizione e di offrire il suo prezioso, fondamentale contributo alla “battaglia” in difesa della sangiovesità del Rosso.
Come si legge sul sito Internet aziendale il Rosato di Toscana è l’ultimo nato del Greppo, un vino ottenuto vinificando in bianco ad una temperatura di 18-20 gradi le uve di sangiovese di proprietà  del Greppo e maturato per 18 mesi in vasche di acciaio inox.

Lo potremmo definire un Sangiovese giovane, un quasi Brunello… in rosa, ottenuto da vigne giovani di età variabile dai 5 ai 10 anni, poste su terreni ricchi di scheletro e galestrosi, esposti a Nord-Est, Sud e Nord, ad altezze variabili tra i 250 ed i 500 metri.
I dati analitici della mia bottiglia del 2006, (mais oui! Nella Rioja la Bodega Lopez de Heredia, una specie di Biondi Santi riojana commercializza ora il Viña Tondonia Rosado Gran Reserva annata 2000), parlano di gradazione alcolica di 13.97, zuccheri riduttori g/l: 1.45, Estratto secco totale g/l: 22.27 Acidità totale g/l: 6.00, SO2 totale mg/l: 102.
Annata importante il 2006 a Montalcino, con una vendemmia definita “eccezionale al Greppo. Primavera fredda e piovosa. Giugno, Luglio ed Agosto non molto caldi, asciutti, con poche piogge ben intervallate. Settembre freddo ed asciutto.
Inizio Vendemmia a metà Settembre con decorso asciutto e freddo. Uve sane, mature, con la buccia grossa e ricca di colore, vinificate in “bianco“. Il mosto ricco di zuccheri, estratti ed acidità. Sarà classificato il Brunello di tipo “Annata“ e “Riserva”.
Al Greppo consigliano di servirlo come aperitivo e poi di goderlo a tutto pasto (a mio avviso su una vastissima gamma di piatti che vanno da antipasti freddi o umidi di pesce a carni bianche e pesce in varie preparazioni).
Io l’ho abbinato con piena soddisfazione a delle penne rigate al sugo di melanzane ed ad un filetto di maiale e l’ho trovato ancora una volta superbo. Degno di portare il riverito nome del “Domaine” Biondi Santi in etichetta e ancora una volta antesignano, perché sono svariati oggi i produttori che prendendo l’esempio da quanto fatto da Franco sei anni orsono oggi producono, con risultati buoni e meno buoni (ne cito due buoni: Campi di Fonterenza e Sesti), rosati di Sangiovese in quel di Montalcino.
Splendido il colore, un rubino cerasuolo scarico ma brillante, con una leggera vena che accenna un timido riflesso granato, e un naso inconfondibilmente ilcinese e sangiovesiano, molto cremoso, compatto, variegato, di grande compostezza ed eleganza, che richiama in evoluzione nel bicchiere frutti rossi (ribes e ciliegia), note di macchia mediterranea e selvatiche, e poi via via rosmarino e una leggera speziatura, agrumi canditi, rose secche appassite, a comporre un insieme ben carnoso, ricco di polpa, vivo e godibile.
In piena coerenza con la parte olfattiva la bocca, piena, asciutta il giusto con una vena tannica che incide e morde, spinge, sostiene e lancia in orbita un frutto vivo rotondo e godibile, tenuto in tensione da un’acidità ben calibrata, da una nitida sapidità, il tutto in una cornice di grande godibilità e piacevolezza, di grande ricchezza di gusto, che dà piena soddisfazione. Poteva essere diversamente con una bottiglia firmata Franco Biondi Santi?

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11 agosto 2011

Montecarlo bianco 2009 Tenuta del Buonamico

Non sono molte in quella terra da rossi (vini e altro) che è la Toscana le zone da bianchi che esprimano vini meritevoli di essere ricordati.
In primis San Gimignano con la sua Vernaccia (bella notizia da annotare: è entrata a far parte del Consorzio la migliore azienda agricola produttrice, la tenuta Montenidoli della cara Elisabetta Fagiuoli) ed in seconda battuta, anche se vi si producono pure dei validi vini rossi, Montecarlo, in provincia di Lucca.
Suonerà strano da parte di un convinto cultore dell’autoctono, tanto più in quella Toscana minacciata dall’internazionalizzazione, delle menti prima ancora dei vigneti e dei vini, che io dichiari il mio attaccamento ad una denominazione che prevede, nella versione in bianco il contributo di cultivar che autoctone assolutamente non son come Sémillon, Pinot grigio e bianco, Sauvignon, Roussanne accanto a Trebbiano toscano e Vermentino.
Ed in rosso Syrah, Cabernet (Sauvignon e Franc) e Merlot accanto a Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino e Malvasia nera.
Invece i vini di Montecarlo (ed il borgo stesso, dove ho qualche vecchio amico che ogni tanto rivedo molto volentieri) mi piacciono molto anche per motivi storici e culturali, perché la loro storia, il loro sviluppo, si legano strettamente alla figura e all’opera di “un illuminato ed appassionato viticultore montecarlese, Giulio Magnani, a quel tempo proprietario della Fattoria Marchi-Magnani”, che “intorno al 1870, partì alla volta della Francia per studiare i vitigni e le tecniche di vinificazione dei nostri cugini d’Oltralpe, che a quel tempo producevano già dei vini apprezzati anche fuori dei loro confini.
Si recò quindi nella zona di Bordeaux e da quei luoghi portò a Montecarlo il Sauvignon, il Sémillon, il Merlot, il Cabernet Franc ed il Cabernet Sauvignon. Passando dalla zona del Rodano prese il Roussanne ed il Syrah e dalla Borgogna i Pinot bianco e grigio. Tornato a casa sperimentò le percentuali giuste dei vitigni da aggiungere al Trebbiano al fine di rendere il vino più elegante, morbido e profumato. Da allora le tenute di Montecarlo incominciarono a produrre vini di qualità”.
A Montecarlo, 160 ettari di vigne sparse tra Montecarlo, Altopascio, Capannori e Porcari e circa 900 mila bottiglie, tra bianco e rosso, prodotte, ho avuto modo di verificarlo ahimè, ormai già tre anni orsono, quando mi recai in loco per una vasta degustazione di vini della denominazione oggetto di un articolo pubblicato sull’ex rivista dell’A.I.S. De Vinis, sono svariate le aziende che lavorano bene.
Cito, in ordine sparso, Fattoria Wandanna, Fattoria Michi, Carmignani Enzo, Fattoria La Torre, Annamaria Selmi, Fattoria del Teso, ma l’azienda che forse simboleggia meglio la denominazione è la Fattoria del Buonamico situata a Sud-Ovest di Montecarlo, nell’area di Cercatoia, azienda che copre un’area di 38 ettari, 26 dei quali con vigneti specializzati.
L’azienda è stata fondata agli inizi degli anni ’60 da famosi ristoratori torinesi allo scopo di fornire i loro locali con i vini di Montecarlo e oggi la Tenuta, con la nuova proprietà passata alla famiglia Fontana, è stata ampliata, sia come terreni vitati che come cantina.
Sul sito Internet aziendale si legge del“ programma triennale di impianti sui terreni liberi, iniziato nella primavera del 2009 per terminare nella primavera del 2011, la superficie complessiva vitata raggiungerà i 38 ettari”.
Ed inoltre si apprende che “durante questo lasso di tempo verranno inoltre progressivamente sostituite alcune delle vecchie vigne ormai non più produttive con nuovi impianti a maggior densità per ettaro. Le viti nuove verranno soltanto da ceppi nobili quali Sauvignon Blanc, Chardonnay, Vermentino, Viogner per le uve bianche e Sangiovese Syrah e Canaiolo per quelle rosse.
Un vigneto sperimentale di varietà Canaiolo Rosa e Buonamico è stato creato per seguirne l’evoluzione nel tempo e mantenere un patrimonio ormai quasi del tutto scomparso a livello nazionale per queste due tipologie di uve, con l’obiettivo di poter essere utilizzate per il rosato della tenuta”.
Nuova consulenza, dopo la lunga direzione affidata a Vasco Grassi, affidata all’enologo Alberto Antonini, diventato per me una garanzia dopo aver verificato come ha operato e come si è mosso con intelligenza subentrando al più bravo degli enologi attivi in Puglia, Severino Garofano, presso le Cantine Botromagno di Gravina in Puglia.
Recentemente ho voluto stappare il Montecarlo bianco della Tenuta, scegliendo volutamente di mettere alla prova non il 2010, ma l’annata 2009. Vino che nasce da uve Trebbiano Toscano, Pinot bianco, Pinot grigio, Sauvignon, Semillon e Roussanne coltivate su vigneti con terreni a medio impasto, fermentato e affinato in acciaio.
Il vino, come è sempre accaduto quando mi è capitato di berlo in questi anni, mi è piaciuto decisamente: colore giallo paglierino di bella intensità e brillantezza, naso abbastanza complesso, ben secco e incisivo, con una leggera vena aromatica e una componente fruttata ben matura (frutta gialla) spiccata, con belle venature minerali e una notevole freschezza e note di fiori bianchi, agrumi, pesca noce e leggeri accenni di sambuco in evidenza.
Bocca piena ricca di buon impegno e consistenza, gusto ben secco, ampio, molto equilibrato con una bella vena acida che spinge e una nitida componente minerale. Un bianco largo, pieno, succoso di bella soddisfazione e ricchezza, di buona personalità e piacevolezza, che si fa bere bene.

Tenuta del Buonamico
Via Provinciale di Montecarlo 43
Montecarlo (LU)
tel. +39 0583 22038
sito Internet www.buonamico.it

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8 agosto 2011

Taurasi riserva 1997 Di Meo: un grande rosso classico in splendida forma

Si dice spesso, con un’espressione che non mi sento francamente di condividere, trattandosi di uve e vini ben diversi, che l’Aglianico ed il Taurasi sono il corrispettivo del Nebbiolo e del Barolo al Sud.
Analogie dovute alla “razza” delle due uve, al loro spiccato carattere tannico a parte, alla personalità indubbia che entrambe le cultivar esprimono, la vera grande similitudine tra il Barolo e la grande Docg che si produce nel territorio dei comuni di Taurasi, Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemileto, Paternopoli, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca, San Mango sul Calore, Torre le Nocelle e Venticano, tutti in provincia di Avellino, credo sia data dalla grande attitudine all’invecchiamento, alla capacità di sviluppare tesori di complessità con un lungo affinamento dei vini in bottiglia.
Però se è abbastanza normale, almeno per quelli come me che sono soliti frequentare assiduamente le Langhe, bere Barolo (e anche Barbaresco) di 15-20-30 anni e più, non capita di sovente, o quanto meno non è capitato spesso a me, di degustare dei Taurasi nella loro fase di lunga evoluzione e di trovarli in splendida forma.
Non ringrazierò pertanto mai abbastanza l’opportunità che mi è stata data di recente di sostare piacevolissimamente ai tavoli dell’Oasis antichi sapori di Vallesaccarda, perché oltre a gustare una cucina stupenda e godere di una perfetta ospitalità, dalla cantina amorevolmente curata dalla famiglia Fischetti sono salite due bottiglie (in verità ce ne sarebbe una terza, il Fiano di Avellino 2006 di Picariello, che però non mi ha colpito come le altre due) da applausi.
Il Fiano di Avellino 2007 Aipierti di Vadiaperti di cui ho già scritto qui, ed uno splendente Taurasi riserva 1997 dell’azienda agricola Di Meo di Salza Irpina.
Conosco e apprezzo da anni il lavoro di Roberto Di Meo (enologo che in passato ha avuto anche importanti responsabilità a livello dell’Assoenologi in Campania) e dei due fratelli Erminia e Generoso che con lui conducono la bella azienda posta nella località a 550 metri di altezza, in un territorio collinare votato alla viticoltura.
Però, pur conoscendo e apprezzando i loro Fiano, Greco, Coda di Volpe, Sannio Falanghina, non mi era mai capitato, e pur riconoscendo in Roberto la tempra del “rossista” di vaglia, di imbattermi in un suo Taurasi che mi convincesse a tal punto.

Roberto Di Meo

Dovevo tornare in Irpinia, a Vallesaccarda, per trovare un Taurasi, da uve provenienti da Taurasi e Montemarano, affinato due anni in rovere di Slavonia e barrique francesi, e poi affinato 24 mesi in bottiglia, di così nitida e fiammeggiante espressione, così in splendida forma e godibile. Ancora di più sul mio magnifico Agnello irpino pomodorino e menta.
Stupefacente, per brillantezza, integrità, brillantezza, luminosità (un rubino intenso squillante, con appena un’unghia sul granato) il colore, e subito, sin dal primo gesto di portare l’ampio ballon al naso, l’impressione di trovarsi di fronte ad un vino succoso, ampio, carnoso, ben polputo, con una fruttuosità (prugna più che ciliegia) ben pronunciata, impreziosita da striature minerali di grafite, polvere da sparo e pepe nero, e da evoluzioni aromatiche terziarie che richiamano la liquirizia, il rabarbaro, il cuoio ed il tabacco.
Il tutto in una cornice di grande freschezza, addirittura con una vena leggermente balsamica e mentolata.
Perfettamente coerente anche la bocca, ampia, calda, piena, di grande soddisfazione, con una bella struttura tannica ben sottolineata ma non aggressiva ed una certa terrosità ed un’acidità ben calibrata a dare nerbo e slancio al vino, con il ritorno, anche in retrogusto, di quella freschezza mentosa che già appariva all’esame olfattivo, ed un contributo del legno che si fa solo leggermente avvertire in termini di speziatura sul finale.
Gran bella bottiglia e 14 anni di età portati in splendida forma, ancora con margini di energia da spendere.
p.s. di questa grande bottiglia ha scritto anche Luciano Pignataro, qui

Azienda Agricola Di Meo s.a.s.
Contrada Coccovoni, 1
83050 Salza Irpina (AV)
tel.: +39 0825 981419
fax +39 0825 986333
sito Internet http://www.dimeo.it/
e-mail info@dimeo.it

 

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21 luglio 2011

Fiano di Avellino Aipierti 2007 Vadiaperti: dell’eleganza fatta Fiano

Ho un ricordo tutto speciale, privato e molto bello che mi lega all’azienda agricola Vadiaperti di Montefredane in Irpinia.
Un ricordo legato ad un lungo viaggio in Campania, tra i vigneti e le aziende vinicole delle diverse zone della Campania, che feci una quindicina di anni orsono.
Una delle tappe di questo magnifico wine tour mi portò in quel di Montefredane, paesino della provincia di Avellino che affaccia sulla valle del Sabato.
Ricordo benissimo i vini che mi colpirono in quell’occasione, ma ancora più ho nitido nella mente l’incontro con quel grande personaggio che fu Antonio Troisi, che in contrada Vadiaperti fondò nel 1984 l’omonima azienda agricola che oggi, dopo la scomparsa di Antonio, viene condotta dal figlio Raffaele.
All’epoca, eravamo ancora negli anni Novanta, scrivevo ancora per il Giornale di Milano, il quotidiano fondato da Indro Montanelli e poi diretto da Vittorio Feltri e grande fu la mia sorpresa nel trovare, all’ingresso dell’azienda, una bandiera rossa garrire al vento a dichiarare apertamente la fede politica di chi vi lavorava.
E ancora più grande la sorpresa del professor Troisi, con il quale avevo appuntamento, quando gli raccontai che io proprio “rosso” non ero, visto che collaboravo, orgoglioso di farlo, con quello che a sinistra veniva dipinto come l’organo della “reazione”…
Idee politiche totalmente diverse una volta dichiarate, con Troisi si creò un immediato rapporto di simpatia, divertiti entrambi da questa imprevista situazione ma soprattutto uniti da una comune passione per Bacco e per il vino vero di cui Troisi era un convinto ed entusiasta assertore. Capace di fondare questa sua piccola realtà produttiva, a metà anni Ottanta, e di consacrarla a quella grandissima uva che è il Fiano, quando, come racconta in un bell’articolo Mauro Erro sul suo blog Il viandante bevitore, “a quell’epoca alla Camera di Commercio di Avellino venivano dichiarati all’albo per la produzione di Fiano di Avellino 15 ettari di vigna in tutta la denominazione comprendente ben 26 comuni”.
Per questo motivo, avendo mantenuto un legame del tutto particolare con quella visita e quell’incontro, purtroppo rimasto unico, ho subito detto di sì di slancio, con grande gioia, quando lunedì, essendo sceso a Bari per poi trasferirmi in Irpinia, per un incontro con Nicola Campanile e Luciano Pignataro per cominciare a programmare le attività future di Radici del Sud, Luciano mi ha proposto, pescandolo dalla ricca carta dei vini di quel fantastico ristorante che è l’Oasis Sapori Antichi di Vallesaccarda, regno dell’operosa e ospitale famiglia Fischetti, di cominciare le nostre delizie enoiche con un Fiano d’annata di Vadiaperti.
Un Fiano un po’ speciale, di cui non si trova traccia nel sito Internet aziendale, ma come racconta Erro e come si può leggere in questi due articoli, rispettivamente di Pignataro e di Marina Alajmo, che si trovano sul sito Internet di Pignataro, non è altro che una rigorosa selezione dal cuore della vigna, che comprende le vigne più vecchie.
Sto parlando della selezione Aipierti, di cui, abbinate alle cose meravigliose che i Fischetti ci facevano via via arrivare, a miracol gastronomico mostrare, dalla cucina, Nicola, Luciano ed io abbiamo goduto, ebbene sì, proprio goduto una stupefacente annata 2007.
Avrei poco da aggiungere alle parole spese su quel vino nei due articoli sopra citati, oppure dal giudizio, calibratissimo, di Erro sui vini di Vadiaperti, che li definisce “vini austeri, essenziali, di beva. Travolgenti per la loro apparente semplicità, per la capacità di sposarsi alla tavola con perfetta sintonia. Che profumano sottili di erbe aromatiche, timo, origano, rosmarino, timbrati da una mineralità brulicante, polvere da sparo. Dalla bocca succosa ma raccolta, fresca, sapida, dissetante”.
Voglio solo rendere un omaggio ammirato e commosso alla grandezza di questo splendente bianco che onora l’enologia dell’Irpinia, della Campania e dell’Italia del vino tutta, un vino, come ho detto all’Oasis, perfetto da bere in quel momento anche se ancora con energia da vendere e vita e ulteriore possibilità di tenuta e sviluppo davanti a sé.
Paglierino oro squillante super luminoso, glorioso il colore, ed un naso di sinfonica complessità e nitore cameristico, intenso, caldo, avvolgente, capace di sciorinare in sequenza, ben fusi ma perfettamente distinti, aromi di fieno, fiori secchi, frutta gialla, ginestra e lavanda, salvia e anice, leggeri accenni di miele, di frutta secca ed una sapidità petrosa, nervosa, freschissima e viva capace di rendere trasparente la materia.
E poi la bocca, con quel “nerbo viperino” di veronelliana memoria, con un “sale” e una profondità verticale infinita, una freschezza indomita che ravviva e scuote ed elettrizza il palato, con acidità scattante e fiera, anche se la materia si distende progressivamente larga regalando una persistenza lunga e avvolgente.
Vino di freschezza assoluta, dissetante, gustoso, già con la saggezza e la compostezza dei quattro anni d’età ma ancora giovanissimo ricco di un’energia infinita ancora tutta da sfogare.
Un magnifico accompagnamento ad un indimenticabile fiore di zucchina profumato alla menta giunto in tavola ad aprire le danze prima del peperone arrostito con baccalà mantecato, uvetta, pinoli, colatura di alici di Cetara, della vellutata di aglio novello sentori di salvia e bottarga di tonno, dei fusilli ricci, fiori di zucca, zucchine e zafferano e agli altri gioielli del territorio espressione di una cucina commovente per autenticità.
Un modo stupendo di rendere omaggio alla grandezza di un Fiano d’annata che mi piace pensare sarebbe piaciuto anche ad Antonio Troisi…

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