Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'l'edicola enologica'

17 agosto 2010

A proposito de Il vino degli altri di Andrea Scanzi

Ai (pochi) ma fedeli lettori di Vino al Vino rimasti segnalo la mia recensione, pubblicata sul sito Internet dell’A.I.S., qui, del bel libro Il vino degli altri di Andrea Scanzi cantore “enopop” (ma lui dice di sentirsi più rock che pop…) e non addetto ai lavori, che però sul vino dimostra di avere molte cose da dire. E di saperle esprimere, rivolgendosi ad un pubblico ampio, con il linguaggio più giusto…
E’ un libro che se non l’avete ancora fatto vi consiglio caldamente di leggere.

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20 novembre 2008

Jancis Robinson invita gli amici di Vino al vino sulle sue Purple pages

I lettori  di Vino al vino sanno perfettamente chi sia Jancis Robinson. Stiamo parlando della più nota giornalista del vino britannica, di una delle più autorevoli wine writer, autrice anche di trasmissioni televisive (per la BBC) poi ripubblicate in DVD, di lingua inglese, di una riconosciuta autorità, curatrice di un testo di riferimento come The Oxford Companion to Wine, e insieme ad un altro mostro sacro come Hugh Johnson del The World Atlas of Fine.
Questo senza citare anche altri volumi di successo come Confession of a wine lover, Vines, grapes and wines, Jancis Robinson’s Wine Course. Incoronata dalla rivista britannica Decanter nel 1999 come (Wo)Man of the Year”, Master of Wine nel 1984, titolare di una rubrica settimanale sul Financial Times, consulente di British Airway’s per gli acquisti dei vini serviti in volo dalla celebre compagnia aerea, nonché per quelli del mitico Concorde, Jancis è la responsabile delle scelte della cantina di Sua Maestà la Regina Elisabetta ed è membro dell’OBE, Order of British Empire, dal 2003.
Da alcuni anni, avendo perfettamente capito quale (pacifica) rivoluzione abbia portato nella comunicazione sul vino Internet Jancis Robinson ha lanciato un proprio seguitissimo sito Web, che potete visitare a questo indirizzo, che nell’ambiente del vino, dal colore viola dello sfondo (colore molto gradito alle signore inglesi e alla stessa Jancis) e della cornice dell’impaginazione dell’home page, vengono definite le “purple pages”, le pagine viola.
Queste pagine Web, che comprendono una parte liberamente accessibile a tutti e una parte, la più cospicua, accessibile solo agli abbonati (e a questo proposito il Los Angeles Times in un articolo dedicato ai wine website ha scritto che “’for my money, the site worth paying for is www.jancisrobinson.com) si sono costruite nel tempo un’immagine di sito Web del vino di riferimento, per la ricchezza e la varietà del menu proposto.
Difatti non ci troviamo di fronte ad un “one woman band” site, ad un sito che presenta solo le autorevolissime analisi della padrona di casa, ma ad un ben congegnato e organico insieme di contributi, articoli, wine tasting, news, informazioni, periodicamente inserite sul sito e assicurate da un team di importanti contributors residenti un po’ in tutte le più significative zone vinicole del mondo.
Ad impreziosire il sito anche video e registrazioni radiofoniche in podcast, registrate dalla Robinson in giro per il mondo, con interviste a personaggi del mondo del vino internazionale.
Il sito, che comprende anche mappe riprese dal World Atlas of Wine e consente l’accesso alle voci dell’edizione telematica dell’Oxford Companion to Wine, è interattivo, perché oltre a presentare il punto di vista della Robinson e dei suoi collaboratori comprende una sezione, denominata “Your wiews”,  dove i lettori possono inserire sotto forma di loro brevi commenti, note di degustazione di vini, segnalazioni di wine bar, ristoranti, hotel. Inoltre è previsto un forum riservato agli abbonati al sito e dedicato alla discussione su temi vinosi.
Completa le purple pages di Jancis Robinson (che comprende anche uno spazio relativo a wine & food reportage) l’ampia sezione denominata Nick on food, che comprende le recensioni e le segnalazioni relative a ristoranti e cucina che il marito, Nick Lander, pubblica sul Financial Times.
Perché vi sto parlando delle Purple pages di Jancis Robinson? Non solo per presentarvi un wine website esemplare, ma per annunciarvi che grazie alla disponibilità di Jancis Robinson tutti i lettori di Vino al Vino potranno ora abbonarsi e avere libero accesso a tutte le sezioni del sito con una speciale “annual subscription offer”, pagando 59 euro per dodici mesi di abbonamento invece di 89.
Per farlo basta andare sulla home page del suo sito Internet (vedete qui) cliccare sul tasto Join now, arrivare a questa pagina (vedete qui) e compilando il form con i propri dati inserire VAV123 nello spazio dove viene chiesto di fornire il “promotional code” e perfezionare l’abbonamento, il cui pagamento viene effettuato mediante carte di credito e World Pay.
Per tutti i lettori di questo blog e gli appassionati di vino una grande opportunità ed una valida idea per un Christmas gift, un originale regalo di Natale vinoso.

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20 giugno 2008

Bibenda celebra Franco Biondi Santi, passato, presente e futuro del Brunello

Non posso non fare le mie pubbliche felicitazioni ed i miei complimenti più caldi e sinceri all’amico Armando Castagno, “fratello nel Nebbiolo”, come amo chiamarlo, per il suo splendido articolo, intitolato “Fare Brunello per crederci” dedicato all’opera di Franco Biondi Santi, “importante punto di riferimento in terra di Montalcino”, pubblicato sull’ultima uscita, la numero 28, di Bibenda, rivista pensata e realizzata da quell’efficace team dell’A.I.S. di Roma che fa capo a Franco Ricci. Complimenti per l’articolo in sé, ovviamente intenso, partecipato, scritto, com’è consuetudine di Armando, persona di cultura e di buone letture, in un eccellente italiano, efficace nel tratteggiare vita, opere e grandi risultati di quel galantuomo e signore d’antico stampo figlio di quel gigante (già il nome è un epopea) che è stato Tancredi Biondi Santi.
Un racconto del pensiero, della “filosofia” del vino di Franco Biondi Santi (di cui ricordo l’ottima biografia scritta dall’amica wine writer Kerin O’Keefe, libro di cui ho scritto tre anni fa e che consiglio, a chi non l’abbia ancora letto, una meditata lettura), scritto con competenza, amore, sensibilità, doti che emergono anche dalle note di degustazione (circostanziate, attente al dettaglio, aliene da inutili tecnicismi) di un’emozionante verticale del Brunello del Greppo che dal 2001 scende sino ai mitici 1964 e 1995 che anch’io ho avuto la fortuna di degustare e il cui ricordo è ben fisso nella mia mente di degustatore).
Voglio però fare i complimenti ad Armando Castagno e al team di Bibenda per la scelta, intelligentissima, una delle migliori che si potessero fare oggi, di scrivere di Franco Biondi Santi e del suo Brunello proprio in questo momento, nel pieno di una terribile burrasca che rischia di devastare questo magnifico prodotto della terra toscana e l’espressione massima del Sangiovese.
Quando si rischia il naufragio, quando si è in mare aperto e colata a picco la nave si teme di annegare, ci si abbarbica, con forza e disperazione, con tenacia, ad uno scoglio, ad una boa, agli unici elementi solidi e stabili che ti tengano a galla e ti facciano balenare uno spiraglio di salvezza. Bene, Franco Biondi Santi e pochi altri personaggi, voglio dire semplicemente Gianfranco Soldera, Giulio Gambelli, Piero Palmucci, e un’altra decina di persone di cui non farò i nomi perché temo di dimenticarne qualcuno, sono i valori sicuri, le boe inaffondabili, gli scogli saldissimi cui l’inquieto mondo del Brunello dovrebbe tendere, fare riferimento, appoggiarsi con fiducia in questo momento e la scelta di Bibenda e di Armando Castagno di celebrare Franco Biondi Santi, la sua statura morale, la sua rettitudine, il suo esempio di produttore al di sopra di ogni sospetto, è una di quelle belle decisioni che qualificano una rivista ed un team di persone che fanno comunicazione del vino e costituiscono un’iniezione di fiducia nel futuro.
Ci sarebbero poi tante altre belle cose da segnalare, in questo numero 28 di Bibenda, ma preferisco parlarne in un secondo momento, per lasciare giustamente il proscenio, le luci della ribalta, per un grande applauso ed un teatrale “bravi, bravissimi”, a Franco Biondi Santi, Armando Castagno, Ricci ed i suoi prodi collaboratori.
Perché, come dicono a Roma, “quanno ce vo’, ce vo’”…  

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2 aprile 2008

Solenne bocciatura di Decanter per i Super Tuscan (Igt 2004)

Ragazzi che botta al mito, in verità ormai piuttosto traballante, dei cosiddetti Super Tuscan, degli Igt Toscana o Colli della Toscana Centrale sotto il quale trova riparo una pletora di vini che hanno il “pregio”, se così si può dire, di costare molto, di essere spesso uguali tra loro e di non esprimere in alcun modo il territorio da cui provengono. Ma che, nonostante questo, godono di una fama mediatica ben poco meritata, sostenuta dall’abilità nelle pubbliche relazioni di qualche azienda produttrice simbolo e dal costante sostegno offerto a questi vini, modaioli quant’altri pochi, di larga parte della stampa, italiana ed estera, e delle guide.
La rivista britannica Decanter nel numero di aprile, in larga parte dedicato all’Italia del vino, pubblica i risultati, con i relativi commenti, di un wine tasting, rigorosamente alla cieca, di 92 vini, tutti riconducibili alla tipologia Super Tuscan, espressione dell’eccellente annata 2004.
I risultati parlano chiaro: solo un vino, l’Anfiteatro (Sangiovese 100%) dell’azienda Vecchie Terre di Montefili, ha ottenuto il massimo riconoscimento delle cinque stelle e del Decanter Award, mentre nessuno dei vini ha ottenuto il punteggio, equivalente ad un giudizio da “very good to excellent” (da molto buono ad eccellente) delle quattro stelle.
La stragrande maggioranza dei vini presi in esame ha ottenuto valutazioni tutt’altro che soddisfacenti. 60 vini, pari ad una percentuale del 65%, hanno ottenuto una valutazione di tre stelle (equivalente ad un giudizio di good, buono), mentre 30 altri (una percentuale del 32,60%) hanno ottenuto un punteggio di fair (discreto).
Se si sommano i vini che hanno ottenuto tre stelle e quelli che ne hanno ottenute solo due, si ottiene un totale di 90 vini che esprime una percentuale desolante e quasi “bulgara” del 97%. L’unico vino che completa il totale dei 92 campioni ha invece ottenuto una sola stella ed un giudizio di poor (povero).
E questo nonostante tra i vini in degustazione figurassero vini di grande notorietà e prezzo come il Fontalloro della Fattoria di Felsina, il Tignanello dei Marchesi Antinori, il Suolo di Argiano, l’Acciaiolo del Castello d’Albola, il Casalferro del Barone Ricasoli, il Balifico del Castello di Volpaia, il San Martino di Villa Cafaggio, il Torrione di Petrolo, il Cepparello di Isole e Olena, lo Stielle di Rocca di Castagnoli, il Crognolo della Tenuta Sette Ponti, il Flaccianello della Pieve di Fontodi.
Le spiegazioni per questo magro risultato fornite da un panel tasting di assoluto rispetto e prestigio composto da numerosi master of wine, esperti di vini italiani, addirittura autori di libri sui vini della Toscana come Rosemary George, in questo articolo (vedi qui), pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S.
Vi anticipo solo un giudizio, fornito da un wine writer serio, che l’Italia ed i vini italiani ben conosce, Stephen Brook. A suo dire “il vero problema è che la dizione di IGT in etichetta è del tutto priva di significato. Si può indifferentemente riferire sia al peggior vino che al migliore nella gamma di un’azienda, un vino icona il cui nome generalmente finisce in “aia”. Ci sono centinaia di vini quasi con lo stesso nome, e credo che stiano facendo una specie di autogol basandosi sul puro concetto di IGT”. Il che, abbinato alla valutazione di Rosemary George, master of wine, secondo la quale ci si trova di fronte ad un “marketing da incubo, che non comporta alcuna tipicità tra le enormi varietà di IGT toscane. E pertanto la decisione di acquistare o no un vino può essere fatta unicamente in base al nome e alla credibilità del produttore”, dà l’idea di quale percezione tutt’altro che convincente ed entusiastica si abbia all’estero di quella categoria di vini che secondo qualcuno (che oggi mi risulta avere qualche problemino…) rappresenterebbero (leggi) la punta più avanzata del vino italiano e “
hanno dato ad ognuno la possibilità di produrre i più grandi vini possibili”.
Alla faccia della grandezza!…

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11 novembre 2007

Corriere della Sera Magazine: alla sezione vino arriva (finalmente) un vero esperto

Eccellente restyling del Corriere della Sera Magazine, il settimanale allegato ogni giovedì al celebre quotidiano di via Solferino. Grafica molto pulita, ottima leggibilità, una scansione più ordinata di articoli e rubriche nel nuovo progetto grafico firmato da Lorenzo Giuffredi & Massimo Zingardi.
Novità anche per la rubriche del wine & food che nella precedente versione del Magazine erano piuttosto sacrificate. Oggi vengono conglobate nella sezione VSD, ovvero Venerdì, sabato e domenica Magazine, e dotate ognuna di una pagina intitolata Mangiare e Bere. Scompare, purtroppo, nella rubrica del food, ma spero torni presto, l’eccellente firma di Francesco Arrigoni, collaboratore del Corriere da anni e non sempre utilizzato come meriterebbe e come la sua preparazione e professionalità consentirebbero, e compaiono, nello spazio riservato al ristorante, al peccato di gola e al libro gastronomico, altre firme. Nella pagina VSD Bere ottima new entry, invece, di un vero esperto di lunga esperienza come Gian Luca Moncalvi, per anni redattore di A Tavola nella lunga direzione dell’indimenticabile Germano Pellizzoni e poi a Dove e scompare (senza lasciare alcun rimpianto) lo spazietto vino sinora appannaggio di una “firma” nota soprattutto per essere la seconda moglie di un tale che, dicono, sia un “esperto” di cucina e di ristorazione.
Sul Magazine del Corriere il vino avrà finalmente la copertura seria (che avrebbe potuto benissimo assicurare anche il già citato Arrigoni) che il settimanale del più importante quotidiano italiano meritava.

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10 ottobre 2007

Enogea 14: tutto (o quasi) sull’Alto Adige ed i suoi vini

Uscita numero 14 (datata agosto-settembre, ma stampata il 10 settembre) per Enogea, news letter bimestrale indipendente diretta e realizzata in stile one man band dal wine writer Alessandro Masnaghetti (per abbonamenti e-mail).
Aperto da un divertentissimo “Diario del Capitano” dove il Masna ironizza giustamente sull’”Appello del vino italiano” e sulle pretese di molte grandi aziende di poter fare (più di quanto abbondantemente possano già fare) quello che vogliono in cantina (avvertenza al Masna: ci sono anche il sottoscritto e questo blog e non solo le testate che hai citato a “lanciare qualche noce di cocco sul corteo reale”…), il numero è in larga parte, fatta eccezione per una seconda parte marchigiana riservata ai Verdicchio e ai Rosso Conero e ad un aggiornamento dall’universo Sagrantino di Montefalco, dedicata all’Alto Adige – Süd Tirol e ai suoi vini.
Masnaghetti ed il suo alter ego Persichetti hanno assaggiato quasi tutto l’assaggiabile in provincia di Bolzano, concludendo, gli elevati punteggi lo testimoniano, che sui vini bianchi “il giudizio non può che essere ottimo: il 2006 è una delle migliori annate per i bianchi altoatesini che io ricordi” a tal punto che “se prendiamo in considerazione lo Chardonnay, i Sauvignon (era ora) e in parte i Gewürztraminer, è difficile trovare qualcosa di meglio in passato”.
Al massimo, sottolinea il Masna, “volendo cercare il pelo nell’uovo, possiamo dire che se il livello qualitativo medio è molto elevato, è altrettanto vero che gli acuti non sono superiori a quelli di altre annate”. Quanto ai rossi, Masnaghetti conferma quello che chiama il suo “rapporto difficile”, relativo anche al Lagrein “che pur senza deludere non mi ha dato le soddisfazioni dello scorso anno, con Merlot e Cabernet, seppure ben fatti, che non mi seducono”.
I punteggi riflettono queste sue valutazioni globalmente positive ma senza grandissimi acuti, con punteggi massimi nell’ordine degli 88-88/100 per i Pinot bianco, Pinot grigio e gli Chardonnay, di 91-90/100 per i Sauvignon ed il Gewürztraminer, 87-88 per i Sylvaner ed i Kerner della Valle Isarco, 89 per i Riesling, 90 e 89/100 per i bianchi affinati in legno e gli uvaggi bianchi.
Si scende decisamente, ma è noto che Masnaghetti non è certo un aficionado del genere, con i vini base Vernatsch/Schiava, ovvero Santa Maddalena e Lago di Caldaro, con un massimo di 85/100. Lagrein definito “un vitigno molto personale, esuberante, molto legato alla zona di origine, ma la finezza non è esattamente il suo punto di forza”, a 88/100 massimo, ma con tanti vini a punteggi leggermente inferiori, Pinot nero – Blauburgunder con un unico caso (Stroblhof) a 89/100 e tutti gli altri spalmati tra gli 87 e gli 83, Merlot di media intorno agli 85 (con rare punte di 87-88), Cabernet e tagli Merlot/Cabernet che si attestano al massimo sugli 88-89/100, punteggio massimo relativo anche agli uvaggi rossi. Nemmeno i vini dolci, Rosenmuskateller e bianchi passiti vari, una notoria passione del Masna, che oggi, dice, pratica “con minore assiduità” che in passato, entusiasmano, più di tanto, l’ex direttore della guida vini, nella sua migliore e insuperata edizione, dell’Espresso, ed ex collaboratore di Veronelli: un solo Moscato rosa tocca gli 87/100 e 4 bianchi passiti raggiungono gli 89/100, con svariati 87 nelle posizioni di rincalzo. Punteggi buoni, intorno agli 87-88 centesimi anche per i collaudati spumanti metodo classico di alcuni produttori di “Sekt” locali, a dimostrazione che se il livello complessivo raggiunto dalla vitivinicoltura altoatesina è indubbiamente buono, l’eccellenza resta, in molti casi, ancora un obiettivo tutto da raggiungere.
Molto interessante in questo numero, ancora di argomento altoatesino, la carta dei vigneti di Mazzon, piccola frazione nel comune di Egna nella Bassa Atesina che rappresenta forse la zona migliore in assoluto di tutta la provincia di Bolzano (insieme ad alcune aree di Cornaiano e di Appiano monte e qualche “fazzoletto” in Val Venosta) per la produzione del Pinot nero.
Alla consueta precisa e puntuale e utilissima rappresentazione in cartina dei vigneti Masnaghetti abbina questa volta una serie di belle interviste ai principali produttori, da Hofstätter a Gottardi, da Franz Haas a Brunnerhof Rottensteiner, proprietari di appezzamenti di vigneto da cui nascono i celebrati Blauburguner aus Mazzon. Testimonianze utili per cogliere le caratteristiche e la specificità di questo celebrato “angolo di Bourgogne” in terra altoatesina.

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29 agosto 2007

Bibenda: sempre elegante, ma un pizzico di approfondimento in più non sarebbe male…

Ho volutamente lasciato trascorrere qualche tempo dalla sua uscita e attendere il rientro post ferragostano per segnalare l’ultima uscita, come sempre seducentemente impeccabile dal punto di vista della grafica, dell’impaginazione, della scelta delle fotografie, insomma del confezionamento del prodotto, della più bella rivista italiana (con una doverosa menzione, en passant, per Spirito di vino) ovvero Bibenda, giunta al suo sesto anno di vita e al numero 25, il che per le precarie situazioni in cui versa larga parte delle riviste di cibo e vino italiane, costituisce un notevole risultato.
Menu ricco ed in larga parte d’ispirazione estiva, come appare chiaro sin dalla copertina su cui svetta un croccante cespo d’insalata, e che rimanda ad un bel dossier sul tema Insalata e vino, con tante preparazioni veloci, allegre e sfiziose di “insalatante” natura, insalata di porcini, fave e pecorino, insalata di peperoni, pinzimonio, salade niçoise, insalata di riso, di pasta, insalata russa, caprese, ma anche piatti espressione delle tradizioni di diversi Paesi esteri, e molti altri, di cui, oltre alla preparazione viene proposto un consiglio di abbinamento al giusto vino. Si prosegue con una bella intervista, da leggere e su cui meditare per la sincerità delle risposte e lo spessore del personaggio, uno degli enologi più seri e meno “paciugoni” e trafficoni in circolazione, a quel grande esperto di Sangiovese che é Franco Bernabei, stimolato con domande non banali da Paola Simonetti, di cui viene proposta, con tanto di note di degustazione, una ricca carrellata dei vini delle aziende di cui è consulente in giro per l’Italia.
Si prosegue, dopo le pagine dedicate alla cronaca del Premio Internazionale del vino 2007, con foto di premiati e premiatori, con un articolo che solo una rivista coraggiosa e un po’ pazza avrebbe potuto pubblicare, ovvero una verticale, firmata e commentata da par suo, con la consueta finezza e cultura da degustatore e scrittore di vino di razza, da Armando Castagno, dedicata al decano dei vini rosati italiani, il Five Roses di casa Leone De Castris, riscoperto in tutte le sue impensabili sfumature aromatiche e nella sua imprevedibile evoluzione nel tempo, dal prototipo, un campione annata 1943 in bottiglia da birra da 0,60 che riporta alla temperie dell’Italia liberata/occupata dagli americani,sino al 2006, passando per campioni dagli esiti sorprendenti, di 20, 30, 40 e più anni.
Interessante anche il punto sulla Docg Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane, corredata come sempre da degustazioni e molto interessante il punto, firmato da un celebre volto di Gusto, ovvero Paolo Lauciani, dedicato a quel valido vitigno autoctono in corso di riscoperta e di rilancio in terra campana che è il Pallagrello.Tra le altre cose che completano questo numero, oltre ad un ritratto del celebre produttore altoatesino Alois Lageder, con degustazione dei vini dell’azienda omonima e di Cason Hirschprunn, merita come sempre un plauso la vetrina dedicata ai vini esteri firmata da Giovanni Ascione, che questa volta concentra la propria attenzione sui vini del Canton Vallese in Svizzera, Cornalin, Petite Arvine, Pinot noir, Amigne, Chasselas e altri ancora, e molto utile, per conoscere le vicende vitivinicole di questa storica isola greca e capire quale sia il panorama produttivo attuale, il bell’articolo, corredato da splendide foto, dedicato a Cipro.
Le consuete rubriche, appunti di degustazione, magazzino delle emozioni, olio, distillati e ristoranti, completano le 130 pagine di questo numero, impeccabile, bellissimo, gratificantissimo allo sguardo, rilucente e davvero in grado di rendere seducente “l’immagine del vino”.
Ma sebbene Bibenda sia esteticamente ineccepibile e ogni numero riveli un’idea del vino e un lavoro serio di organizzazione in redazione è troppo, e lo dico all’amico Franco Ricci e ai suoi bravi collaboratori, chiedere di spezzare, ogni tanto, il format vincente che prevede breve introduzione su un dato argomento e soprattutto tante note di degustazione sul vino o la denominazione in oggetto, e di approfondire maggiormente il discorso, con articoli più lunghi ed un respiro narrativo, perché il vino ed i suoi protagonisti vanno anche raccontati, più ampio, quasi da saggio breve e non solo da articolo?

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13 agosto 2007

Barbaresco 2004: per il Masna un’annata da incorniciare

Appassionati, quorum ego, della scrittura e del racconto sul vino fatto, degustazione dopo degustazione, dal Masna, al secolo Alessandro Masnaghetti, prendete nota: come ci racconta sul nuovo numero, il 13, di Enogea appena pubblicata per il Barbaresco quella 2004 è “un’annata da incorniciare”.
Sempre cauto nei propri giudizi, e alieno, salvo rarissimi casi, da entusiasmi, questa volta l’editor di Enogea e già curatore della guida dei vini dell’Espresso, si è lasciato decisamente andare annotando che ciò che che emerge “non è solo la qualità dei vini ma anche e soprattutto la capacità di esaltare quella che da sempre è considerata la caratteristica principale del Barbaresco: l’eleganza”.
Un’eleganza che definisce “non di facciata”, ma “concreta basata su una struttura tannica presente, matura e di nessun ostacolo alla beva, che solo in rari casi sente al massimo l’influsso diluente di una eccessiva produzione in vigna” problema e segno distintivo della vendemmia 2004. Nel corso degli assaggi fatti in maggio nell’ambito di Alba Wines Exhibition non ho avuto esattamente la stessa sensazione del Masna, e ho trovato molti vini piuttosto deludenti e squilibrati, anche se alcune cose, puntualmente non le stesse che piacciono al Masna, mi sono piaciute assai, ma in attesa di fare, ad inizio settembre, una nuova verifica, con qualche mese di bottiglia in più, dei Barbaresco 2004 nel corso della manifestazione Piacere, Barbaresco, prendo atto dell’entusiasmo masnaghettiano, che si traduce in una serie di alti ma non altissimi punteggi in centesimi e soprattutto in una sfilata puntuale e meditata di analisi e note di degustazione, vino per vino, dei molti campioni presi in esame.
Dall’entusiasmo per il Barbaresco nello stesso numero di Enogea 13 si passa invece ad un moderato e cautamente favorevole giudizio di assoluzione per il Barolo 2003, sintetizzato dall’eloquente sottotitolo “non tutto è da buttare”, che è tutto un programma.
Alessandro conferma la definizione di “ringhioso” per il tannino dei Barolo 2003, un “tannino che a questo punto difficilmente potrà risolversi ed anzi, nei vini meno riusciti, con il progressivo svanire del frutto (già limitato in un’annata calda come il 2003) potrebbe addirittura farsi più incisivo”. Circa le riuscite comune per comune, il Masna, confermando un’impressione che io stesso avevo chiaramente espresso, ovvero che i vini di La Morra “hanno espresso i vini più duri e aggressivi”, promuove a pieni voti i Barolo di Barolo, quelli di Castiglione Falletto “il comune più quieto organoletticamente parlando”, mentre dei vini di Serralunga d’Alba dice che “i 2003 non sono superiori a quelli del 2001 e, al massimo, possono in alcuni casi essere considerati paragonabili”, con un’inferiorità legata al “peso e alla densità della trama tannica”, ad una “minore profondità e una minore gustosità dello sviluppo della persistenza”. Giudizio interlocutorio, dovuto all’articolazione del comune e alle diverse orografie e quote altimetriche, per i Barolo 2003 di Monforte d’Alba. Anche in questo caso Enogea propone un ricchissimo campionario di note di degustazione dei Barolo assaggiati.
Altra attrattiva di questo numero, dopo un aggiornamento sui Moscato d’Asti 2006, la seconda puntata di un lavoro importante che Alessandro sta realizzando e che si è già tradotto in un magnifico lavoro su Castiglione Falletto, una dettagliatissima Carta dei cru che questa volta vede protagonista Monforte d’Alba.
Si chiude, e va segnalato perché vede questa volta come autore non Masnaghetti, ma il suo giovane e capace collaboratore Francesco Falcone, uno Speciale Soave che offre un panorama articolato e attento della situazione produttiva, delle tendenze, dei migliori risultati, in termini qualitativi, in questa celeberrima terra veneta di vini bianchi, che sta mettendo a fuoco, progressivamente, un’identità precisa e che sa abbinare alla quantità, ovvero il numero considerevolissimo di bottiglie prodotte una qualità sempre più diffusa.
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12 giugno 2007

Vini anni Sessanta, che nostalgia ! Uno splendido dossier firmato Bibenda

Ottima, come sempre, l’uscita, la numero 24, di Bibenda che in sei anni di storia si é affermaa non solo come la più elegante e raffinata (soprattutto dal punto di vista dela confezione) tra le molte riviste che si occupano di vino in Italia, ma, via via, in corso d’opera, quella dotata del più lineare progetto editoriale, teso ad illustrare un’idea del vino italiano in continua evoluzione, rappresentazione di qualità di "un made in Italy serio e credibile", come lo definisce il direttore, Franco Ricci, in un editoriale che merita attenta lettura e che sottoscrivo.
Molti i temi particolarmente interessanti toccati in questo numero, da una rivalutazione ed esaltazione dei Super Tuscan, secondo l’autore dell’articolo, Stefano Milioni, tuttora “grande patrimonio dell’enologia italiana, un bene di valenza internazionale ed il traino di tanti altri vini che sulla loro scia si sono rinnovati”, opinione sulla quale, ovviamente, non concordo e sui conto di dire la mia presto in un apposito intervento, ad un dossier sulla vera mozzarella di bufala (le sue caratteristiche, le sue tecniche di produzione, la sua storia, i suoi segreti) con la proposta di una serie di vini che meglio ne reggono l’abbinamento.
Senza trascurare un bellissimo speciale su vini e prodotti tipici di Liguria, introdotto da una persona che la Liguria la conosce bene come Antonello Maietta e poi corredato da una bella degustazione di Cinque Terre, Vermentino, Pigato, oltre che qualche rosso, ottimamente inquadrata dalla bella premessa intitolata “Quel vino che sa di mare” firmata da Monica Coluccia, e poi il consueto itinerario colto nei vini del mondo curato da Giovanni Ascione, in questa occasione dedicato a British Columbia, il Canada della qualità, il pezzo forte di questa uscita è il ricchissimo servizio d’apertura, circa 25 pagine, dedicato agli Anni Sessanta.
Riprendendo e adattando un’idea già sviluppata dalla rivista inglese The World of Fine Wine (che ad ogni uscita sceglie un grande vino simbolo di un grande millesimo e ci racconta cos’è accaduto dal punto di vista storico e culturale in quel determinato anno), un trio di ottime firme, Daniele Maestri, Aida Antonelli e l’amico (e tenace barolista) Armando Castagno, ci riporta idealmente agli anni in cui l’avvento delle prime forme di pubblicità televisiva furono determinanti nel modificare i consumi ed il mitico Carosello era “lo spettacolo più seguito dagli italiani”. Anni lontani in cui un quotidiano costava 30 lire, un litro di vino 120 lire (proprio come un litro di super ed un chilo di pane…) ed il consumo di carne annuo pro capite passò da 15 a 25 chili.
Sulla produzione vinicola di quell’epoca, che sembra remota, anche se dista “solo” quarant’anni, e che vide nascere capolavori come la Dolce vita e 8 e ½ di Fellini, il Gattopardo di Luchino Visconti, Blow Up di Michelangelo Antonioni, oltre che film cult esteri quali Agente 007 missione Goldfinger, il Dottor Zivago, il Laureato, 2001 Odissea nello spazio, Easy Rider, e canzoni che sono diventate dei classici come Il cielo in una stanza di Gino Paoli, Blowin’ in the wind di Bob Dylan, Ritornerai di Bruno Lauzi, la Bambola di Patti Pravo e Mi ritorni in mente di Lucio Battisti, si sa ben poco.
Si è a conoscenza del fatto che alcune aziende importanti, che poi ritroveremo puntualmente protagoniste e centrali anche nell’ambito produttivo dei decenni successivi esistevano e già lavoravano bene, ma com’erano i vini di quegli anni e, soprattutto, come hanno resistito alle insidie del tempo e come si presentano ad un assaggio secondo il gusto attuale, oggi ?
Una curiosità intellettuale e culturale che l’équipe di Bibenda ha provveduto ad esaudire con una degustazione attenta di 26 vini datati dal 1960 al 1969 le cui impressioni d’assaggio, firmate da quel giornalista sensibile e degustatore colto che è Armando Castagno, ci restituiscono lo spirito di una filosofia del vino che sarà pure datata, non così tecnicamente agguerrita e smaliziata come quella odierna, ingenua dal punto di vista del “marketing e della comunicazione”, ma indubbiamente vitale e sana.
Lo dimostrano, riassaggiati dopo 40 anni e più e trovati ancora in splendida forma, buoni non solo al riscontro cuore – cervello di un degustatore curioso, ma piacevolissimi da bere, equilibrati, vivi, ricchi di sapore, di una tensione e verità espressiva, vini come il Chianti Rufina riserva 1968 della Fattoria Selvapiana, il Valtellina riserva della Casa 1964 della Pelizzatti, ora Arpepe – “nobile ed elegante succo di roccia” –  lo strepitoso Barolo Monfortino 1961 di Giacomo Conterno, il Barbaresco 1961 di Giovanni Gaja, i Montepulciano d’Abruzzo 1960, 1965, 1967 ed il Trebbiano d’Abruzzo 1964 e 1968 di Valentini, il Recioto della Valpolicella Amarone 1967 di Bertani, il Barolo 1967 di Borgogno, il Brunello di Montalcino 1966 del Poggione, gli ineffabili Terlaner 1968 e 1969 firmati da Sebastian Stocker della Cantina di Terlano, il Brunello di Montalcino riserva 1969 (ma avrebbe potuto essere anche l’immenso 1964 da me recentemente degustato) di Franco Biondi Santi, il Torgiano riserva 1966 di Lungarotti, oggetto dell’assaggio retrospettivo di Bibenda. Un’atmosfera rarefatta tutta aromi terziari, ineffabili sfumature aromatiche, screziature e intarsi preziosi del gusto, patrimoni di eleganza, armonia, essenzialità, una capacità commovente di esaltare vitigno, vigneto e terroir, in questo dossier anni Sessanta, una delle pagine più originali e riuscite del giornalismo del vino di oggi e che non può che suscitare in molti di noi, pensando alle caratteristiche di troppi vini di oggi, costruiti per il presente e senza alcuna volontà di consegnarsi al futuro, di sfidare vittoriosamente le insidie del tempo, una divorante, malinconica, pessimistica nostalgia.
Si beveva forse meglio e si facevano dei vini più veri quando in Italia il vino e l’enologia erano ancora bambini ?

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7 marzo 2007

Italy 2007: l’Italia del vino nel supplemento annuale di Decanter

Eccellente, come ogni anno, il supplemento interamente dedicato al vino italiano dalla rivista britannica Decanter. In circa 100 pagine, affidate a diversi collaboratori, quasi tutti di lingua inglese e tutti eccellenti conoscitori, master of wine o semplici wine writers, del mondo vitivinicolo di casa nostra, vengono proposti diversi itinerari attraverso terre di rossi già celebrate e affermate come la Toscana del Sangiovese e della Costa maremmana, le Langhe del Barolo, l’Umbria del Sagrantino di Montefalco, ma anche terre di bianchi come le Marche del Verdicchio, l’area di Soave in Veneto, il Friuli, oppure zone meno note all’estero quali il Roero dell’Arneis oppure il Sud di varietà autoctone in corso di affermazione quali Falanghina, Carricante, Coda di Volpe, Inzolia, Biancolella, Mantonico, o ancora Passerina, Pecorino.

Ma non è finita, perché in questi e veri propri saggi, spesso molto circostanziati e dettagliati, oltre al ritratto e alla presentazione di singole denominazioni, quali il Sagrantino ritratto nel proprio cammino verso la grandezza e la definitiva affermazione da Stephen Brook, vengono proposte e tratteggiate svariate problematiche relative al vino italiano, come ad esempio – articolo di Margaret Rand – in quale modo gli enologi consulenti influiscano sull’identità stilistica della produzione vitivinicola italiana, oppure, altro articolo firmato questa volta dal master of wine Peter McCombie, quali siano le più recenti tendenze seguite dai vari winemaker e come questi, secondo il punto di vista dell’articolista, stiano abbandonando la tecnologia più esasperata per fare ritorno, anche se in forma riveduta e corretta, facendo tesoro del meglio dell’innovazione, a tecniche e modalità operative più tradizionali.

Particolarmente importante, in questo supplemento Italy 2007, l’articolo di apertura, Doc vs Igt, ovvero Doc contro Igt, un’inchiesta firmata da Tom Hyland, Richard Baudains e Kerin O’Keefe, dove ci si chiede quale rapporto esista tra Doc/Docg e Igt, se la formula dell’Indicazione geografica tipica, di grande voga sopratutto negli anni Novanta, come dimostra il successo ottenuto dai Super Tuscan, costituisca ancora, per il futuro, la via maestra da seguire, come sostiene ad esempio in un intervento pubblicato in un box a parte un produttore quale Lamberto Frescobaldi. O se invece, come sostiene con un discorso circostanziato esemplificato in ben dieci considerazioni Richard Baudains, wine writer che vive da anni a Gorizia, abbia fatto il proprio tempo ed esaurito la propria carica propulsiva ed innovativa.

Il supplemento inoltre propone altre chiavi di lettura e divagazioni, come ad esempio un ampio intervento di Nicolas Belfrage, master of wine, dedicato alla grandezza, ma anche alle difficoltà intrinseche che pone al viticoltore un’uva tipicamente toscana e italiana come il Sangiovese in aree come il Chianti Classico, Montalcino e Montepulciano, un’analisi firmata da Tom Bruce-Gardyne dedicata alle principali dinastie e famiglie vinicole in Toscana ed in Sicilia, e poi ancora una divagazione dedicata alla magia e all’alchimia del Vin Santo Toscano (firmata da chi scrive), la proposta di una serie di vini del Sud da vitigni autoctoni dal prezzo inferiore alle 20 sterline, oltre a due itinerari curiosi, di taglio turistico o legati a quella particolare forma di turismo che è il turismo del vino, firmati da Michèle Shah e Kerin O’Keefe, rispettivamente dedicati ad un viaggio in alcune dei più noti villaggi del vino italiani (da Barolo a Bolgheri, da Vernazza nelle Cinque Terre a Caldaro in Alto Adige) e ad una proposta di soggiorni alberghieri di gran tono nelle Langhe, a Montalcino, in Chianti Classico ed in Umbria.       

Nel complesso un’eccellente analisi della specificità viticola italiana e di quello che rende il mondo del vino italiano un universo particolarissimo, tutto da capire e da indagare con attenzione.

(continua…)

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