Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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7 Maggio 2008

Pomodoro Ferrisi: ovvero “fare l’amore con il sapore”

Ricordate quella pubblicità televisiva di uno yogurt che invitava a “fare l’amore con il sapore”? Bene, con questa segnalazione voglio raccontarvi come invece abbia avuto grandissime soddisfazioni, non “orgasmiche”, ma di assoluta libidine gustosa, assaporando dei pomodori che sono la quintessenza del “pomodoroso” sapore, qualcosa di veramente speciale.
Ricordate quanto avevo scritto qualche tempo fa in occasione del mio incontro con Oscar Farinetti a Eataly (leggi qui) e dell’avvistamento, con successiva degustazione una volta a tavola, di una speciale qualità di pomodori, i pomodori Ferrisi, posti in vendita nel food shop torinese per ricchi alla sbalorditiva cifra di 25 euro (ripeto, 25 euro, tipo le vecchie care cinquantamila lire) al chilogrammo?
In un successivo post (leggi) dopo aver visitato il sito Internet di questi strepitosi pomodori (leggi) avevo fatto notare che era possibile l’acquisto on line al costo di 28,50 euro per cinque chilogrammi, ai quali aggiungendo i 15 euro della spesa di spedizione sino ai 10 chilogrammi, si arrivava ad un totale ancora robusto ma più umano di 8,7 euro al chilogrammo, non certo venticinque…
Tutto sembrava essere finito qui, con la mia curiosità, rimasta insoddisfatta, di capire perché diavolo dei pomodori, seppur così buoni, dovessero costare cifre così iperboliche, sino a quando, una decina di giorni fa, non si è fatto vivo con un commento pubblicato su questo blog, il titolare della ditta Ferrisi, Francesco Ferrisi, sostenendo che quei pomodori non fossero i suoi ma “un falso spacciato per Ferrisi”.
Ovviamente a questo punto non ho potuto che contattare il produttore, responsabile di una piccola azienda familiare, posta nella fascia costiera della provincia di Ragusa, nella zona di Vittoria, che si sviluppa su un impianto serricolo di 11.000 metri quadrati e prosegue l’attività avviata alla fine degli anni Cinquanta dal padre, che fu il primo ad introdurre le coltivazioni della pregiata varietà “pomodoro costuluto ”, facendo tesoro di due elementi favorevoli, il clima della zona, molto adatto alle colture orticole, particolarmente temperato, con irraggiamento solare costante durante tutto l’anno e costanti brezze di ponente cariche di salsedine associate alle pochissime, anzi sporadiche, gelate, e la particolare composizione dell’acqua salmastra utilizzata.
Va poi aggiunto, ed è importante da un punto di vista commerciale, che, come racconta il sito Internet “sul finire degli anni 60 l’azienda Ferrisi si presentò col proprio prodotto nel mercato di Torino, dove negli anni si è conquistato la fiducia dei consumatori più accorti e giungendo ad essere identificato non più come un qualsiasi pomodoro costoluto, ma come “pomodoro Ferrisi”: un riconoscimento che per noi vale più di un “I.G.P.” e che a partire “dal 2002 il marchio Ferrisi è un marchio registrato”.
Ma cosa rende particolari, direi inimitabili i pomodori Ferrisi? Ovviamente le fasi di lavorazione, effettuate interamente a mano dalla famiglia Ferrisi, tese a garantisce un prodotto uniforme nel gusto e nella qualità, con una severa selezione di tutti quei frutti giudicati non conformi ad essere commercializzati come “Pomodoro Ferrisi”.
C’è però un dettaglio fondamentale, che fa davvero la differenza, oltre all’operare in condizioni di salinità davvero particolari. Lo definirei un lavoro “borgognone”, oppure “alla Roberto Voerzio”, teso a realizzare delle rese per pianta bassissime indispensabili per realizzare quella concentrazione del sapore che rende il pomodoro Ferrisi unico. Le piante vengono difatti “stressate al massimo” e mentre “una normale pianta di costoluto può produrre dai 3 ai 4 kg di prodotto, per ottenere il pomodoro Ferrisi dalla stessa pianta si ottengono circa 0,8 – 1 kg di prodotto”.
Il risultato, come ho avuto modo di toccare con mano e gustare, godendomi questi pomi d’oro (per il prezzo elevato, anche se molto meno “allucinante” di quello proposto in febbraio a Eataly, oggi acquistando on line si spenderebbero, comprese le spese di spedizione, 10,50 euro al chilogrammo) è, perdonatemi l’iperbole, stre-pi-to-so! Comunque li gusti, da soli, con un pizzico di olio extravergine (il sale non serve), o di origano, oppure utilizzati per un sughetto che è un vero “babà”, questi pomodori marchiati uno ad uno “gli antichi sapori” ti riconciliano con il gusto del pomodoro, profumato di sole, ricchissimo di sapore, dolce, avvolgente, succoso, consentitemi il linguaggio vinoso, dalla persistenza infinita, eppure sapido e vibrante, dalla consistenza croccante, sodo, compatto, non un briciolo di acqua rilasciata quando lo si taglia e lo si mette nel piatto. Pomodori-frutto (accidenti se mi sente Maroni sono fritto!), incredibilmente gustosi, che da soli fanno pranzo e cena, che hanno una tale intensità, una personalità, una polpa compatta, da lasciarti ammirato e farti pensare, a te che i pomodori li ami al punto da non riuscire a concepire come possibile un mondo senza pomodoro, e che soprattutto d’estate li mangeresti a pranzo e cena, come diavolo tu abbia potuto farti un’idea del pomodoro, di cosa sia veramente, senza averli mai gustati prima.
E come tu possa oggi pensare di mangiare altro pomodoro che non sia questo incredibile , stupendo Ferrisi.
Peccato solo che la stagione, per il costoluto, sia finita (il ciclo di lavorazione va difatti da dicembre ad aprile), mentre a maggio sia ancora tempo, siamo all’ultimo mese, per le varietà marmantino e marinda, mentre per il ciliegino, che presenta un prezzo più umano, 19 euro per cinque chilogrammi, è ancora tempo, essendo in calendario la sua produzione per tutto l’anno.
Evviva il pomodoro Ferrisi dunque, ma accidenti, Oscar, vuoi spiegarmi perché mai se ordinandoli on line i pomodori Ferrisi io normale consumatore li pago, spese di spedizione comprese, una cifra intorno ai dieci euro al chilogrammo, se vengo ad Eataly quei pomodori, o presunti tali, li devo pagare il 150 per cento in più?
Va bene che si tratta di una boutique del gusto, che fa tendenza, che è à la page, ma perché il signor Rossi, la sciura Maria, monsù Pautasso, il professionista goloso, devono svenarsi per farvi la loro spesa?

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7 Marzo 2008

Due giorni a Serralunga d’Alba: e naufragar mi è dolce in quel Barolo…

In attesa che a fine mese esca finalmente (più volte riscritto perché non ero mai contento ho quindi più volte rimandato la pubblicazione) un articolo, cui tengo particolarmente, dedicato ai terroir del Barolo di Serralunga d’Alba destinato alla più bella rivista del mondo, The World of Fine Wine (sito Internet) - alla quale vi ricordo che potete sempre abbonarvi con uno sconto del 15% mediante il link che appare qui in home page, torno nel bellissimo villaggio che conta su cru prestigiosissimi come Francia, Vigna Rionda, Lazzarito, Falletto, Gabutti, Margheria (per citare solo i primi che mi vengono in mente) per una quasi due giorni.
Sabato mattina mi aspetta un blind tasting di una cinquantina di vini, tutti di Serralunga, Barolo ovviamente, ma prevedibilmente anche Dolcetto d’Alba, Barbera d’Alba et alia, che farò grazie alla collaborazione degli amici della Bottega del vino, e questo pomeriggio ho pensato bene di portarmi avanti con due visite di quelle che promettono emozioni e libidine nebbiolosa allo stato puro.
Dapprima una degustazione verticale (e vai!) di un tot di annate (quante, lo scoprirò solo una volta arrivato in cantina) di uno dei vini che hanno fatto la leggenda di Serralunga, il Vigna Rionda, presso la pregiatissima azienda dei fratelli Franco e Roberto Massolino, poi, solo il tempo di spostarmi a Monforte d’Alba (ma come, non doveva assaggiare i vini di Serralunga d’Alba?) per un incontro con una persona che ha dimostrato nei fatti di aver raccolto con vigore, chiarezza e pari coraggio e indipendenza l’impegnativo testimone del padre Giovanni e del nonno Giacomo.
Sto parlando di Roberto Conterno, l’uomo che oggi regge i destini dell’azienda, con cantina in Monforte d’Alba e vigneti (e che vigneti!) in Serralunga d’Alba, che corrisponde al nome di Giacomo Conterno. Alias Barolo Cascina Francia e Monfortino. E non aggiungo altro.
E dopo un pomeriggio del genere, dopo una full immersion nel Vigna Rionda e nel Monfortino (ma conto di degustare anche la splendida Barbera d’Alba), cosa farebbe la sera, per di più sapendo che il sabato mattina lo aspettano 50 vini di Serralunga d’Alba, una persona ragionevole? Se ne andrebbe a dormire, magari dopo un brodino e un paio di litri d’acqua. E dopo la lettura di qualche pagina delle Confessioni di Sant’Agostino… Io che sono un peccatore e un impenitente goloso, stasera invece di starmene buono e tranquillo, cosa farò invece? Niente di speciale, mi regalerò una serata nel ristorante di Langa del mio cuore, quello dove mi sento a casa mia e dove ogni volta che vado vivo emozioni vere, quelle che danno un ambiente ospitale e amico, una cucina buona pulita e giusta, una cantina che non ha eguali per ricchezza di tesori in tutto il territorio della Langa del Barolo e del Barbaresco.
Sto parlando, siamo a Monforte d’Alba, del ristorante (oltre che comodo albergo e residence) Da Felicin (sito Internet), dove si esibisce quel geniaccio di un Nino Rocca (figlio di cotanto padre, Giorgio, e di cotanto nonno).
Volete sapere una cosa? Non é che forse quella della degustazione dei vini di Serralunga d’Alba costituisce un’occasione perfetta, un appuntamento professionale fantastico, un magnifico pretesto colto al volo proprio per aver il motivo per ritornare nel ristorante (dove sarò, e in che splendida compagnia, vedi, anche la sera del 29 marzo) dove l’essere goloso per me ha più significato?
Nino prepara i tajarin con le verdure e stappa una buta di Barolo di quello che piace a me, che arrivo!

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20 Dicembre 2007

Un aureo consiglio per i regali di Natale. Iginio Ventura laboratorio orafo in Bergamo

Mancano pochissimi giorni a Natale e anche se con un clamoroso ritardo voglio darvi un consiglio, che con il vino non c’entra nulla, per un regalo, raffinato, elegante, di gusto a Natale. Ovviamente mi rivolgo ai lui che stanno pensando alle loro lei…
Cosa si può regalare di più bello, oltre che un viaggio in un Paese caldo lontano il più possibile da Prodi e da Berlusconi e dalle loro scemenze, ad una donna – ragazza- signora che si ama se non un gioiello (portafoglio ovviamente permettendo)? Poche altre cose…
E’ per questo motivo, pertanto, che voglio segnalare alla vostra attenzione – avrei dovuto farlo da tempo, accidenti – un laboratorio di design e progettazione orafa che ha sede a Bergamo e che opera dell’ingegno, della fantasia, della ricerca e dell’originalità di un ragazzo pugliese (meno di 30 anni e già una bella esperienza maturata nientemeno che in quella capitale dell’oro e della gioielleria italiana che è Valenza Po) che vive e opera da qualche anno nella città dove vivo.
L’artista, perché tale è, si chiama Iginio Ventura (vedi sito Internet), è, come racconta,
dopo alcuni anni di esperienza, collaborazioni e crediti acquisiti presso alcune aziende orafe é diventato quest’anno marchio riconosciuto dallo Stato Italiano con il seguente numero identificativo: *149, con sede a Bergamo.
Non sono un esperto, se non un esteta e un amante del bello, ma ai miei occhi (e a quelli di mia moglie e di mia figlia, che sono state destinatarie, soddisfatte, di alcune creazioni di Ventura), gli oggetti che Iginio crea, “frutto di un lavoro accurato e sperimentale”, di una ricerca dell’originale e del nuovo, che non è mai azzardata e inutilmente stravagante, che è frutto di un’idea e di un gusto personale, di un’idea interiore di cosa sia bello ed elegante e dove il gioiello è, come scrive, “simbolo di carattere, status di distinzione… non prova meccanica di tecnologie orafe applicate, ma sofferta elaborazione di un concetto contemporaneo”, a me piacciono tantissimo.
Ed è per questo che vi invito a visitare il suo sito Internet, dove troverete fotografate diverse sue idee (ottime per un regalo a Natale, ma anche in qualsiasi momento dell’anno) che, ne sono certo, vi piaceranno.
Sul sito troverete tutti i dati, telefono, ecc. del suo laboratorio posto nel suggestivo borgo antico di Borgo Palazzo a Bergamo. Se le sue cose vi piaceranno, beh, contattatelo e fategli sapere che il suo stile vi piace, v’incuriosisce, non vi lascia indifferenti. Penso, al di là degli eventuali acquisti (sempre graditi per un artigiano che vive del proprio lavoro) che questi vostri apprezzamenti gli faranno piacere.
Sito Internet
e-mail

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2 Dicembre 2007

Un Marzemino del Garda vagamente sovversivo (del gusto, ovviamente)…

Sbaglierebbe, e di grosso chi magari lasciandosi condizionare dal tourbillon di commenti a ruota libera che hanno fatto seguito a questo post (leggi) del Corsaro Edoardo, concludesse che I Sovversivi del Gusto (visita qui il loro blog) non siano una cosa seria. E che molto meglio sia stato restarsene a casa, magari davanti a Criminal minds (vedi - lo confesso: non mi perdo un episodio e quando non sono a casa, me li faccio registrare) piuttosto che partecipare, come io ho fatto, alla riunione, organizzata da Adriano Liloni (nella foto) nella sua Trattoria Pegaso di Soprazzocco di Gavardo. Riunione indetta per presentare il libro (testi e foto) dedicato ad una serie di “artigiani che ancora oggi continuano a salvaguardare sapori, profumi, lavorazioni che rischiano di scomparire ed essere dimenticati”.
Come ho già annotato sul blog dei SdG, in verità non c’é stato nulla di quello che avrebbe dovuto esserci, almeno nei presupposti iniziali. Non si é discusso tutti insieme, non si é parlato, se non tra gruppetti ristretti e tra vicini di tavolo, non é stato possibile fare il punto della situazione per poi capire quale sia la direzione giusta per il gruppo. Ed il libro, che doveva essere pronto e presentato martedì sera, si é scoperto essere ancora… in fieri, work in progress, con vari aggiustamenti necessari, soprattutto relativi ai testi (alcuni hanno scritto 4 righe, altri di più, ma occorre, come ho detto ad Adriano, una misura comune, un’unità narrativa, un filo rosso che colleghi parole ed immagini, bellissime) anche se l’impostazione appare già, dalla bozza che ci è stata mostrata, pienamente convincente.
Per me è pienamente valso la pena esserci, e non solo per le cose buone che ci sono arrivate dalla cucina (su tutte uno spiedo alla bresciana che avrei lucullianamente divorato in quantità industriali…), e per la contagiosa simpatia che quel misto tra un divertito casinista ed un parsifaliano “puro folle” che è il Troglo, alias Adriano, immancabilmente suscita.
Metto il bilancio della serata ampiamente al positivo anche per la possibilità che mi è stata data di cominciare a cogliere (anche se mancavano “pilastri” come Carlo Zaccaria e Edoardo Bresciano, Filippo Cintolesi e Francesco Travaglini) lo spirito, più che la “filosofia” (sino ad ora un po’ confusamente delineata, leggi) dei Sovversivi del Gusto e dei suoi aderenti (elenco incompleto qui). Nonché per il grande piacere di incontrare persone fantastiche come sciur Lino Cantaluppi, che Dio e Bacco l’abbiano in gloria anche se ha a che fare, a Como, con una golosa associazione che nel cor notoriamente non mi sta, e altri personaggi che corrono seriamente il “rischio” di diventare degli amici.
Parlo ad esempio di Giorgio Baravalle, conduttore in quel di Savigliano del Bed & Breakfast Il Segreto di Milia, che a giudicare dal sito Internet (vedi) sembra un posto delizioso dove spero di approdare presto, nel corso di una delle mie periodiche scorribande in Langa.
La serata è stata poi molto proficua, giornalisticamente e golosamente parlando, per la scoperta, diciamo i prodromi di una vera e propria scoperta, di una serie di realtà produttive dell’entourage “liloniano”, ovverosia la zona dell’entroterra di quell’angolo di Garda bresciano posto tra Gavardo e Salò e dintorni, realtà che conto di monitorare attentamente in loco con una serie di visite.
Parlo di Flavio Calabria, serio, poche parole e tanti fatti, produttore di salumi in quel di Muscoline (via Burago 6 tel. 0365 373668) , di cui abbiamo assaggiato, ad inizio cena, una squisita ben stagionata ma dolce, sapida senza essere salata, coppa. Flavio mi ha accennato agli altri salumi, alcuni molto particolari, che produce, da maiali che provvede ad allevare e far crescere al punto giusto, alimentandoli alla vecchia maniera, e che vende, oltre che in alcune botteghe specializzate, tipo La Fucina dei Sapori di Daniele Segala a Prevalle (via Fucine 15, tel. 030 6801251), presente anche lui alla serata, ma con il quale non ho avuto il piacere di parlare, anche direttamente in laboratorio. Ho poi rivisto, dopo anni, Cristina Pellegrini, produttrice di miele montano valcamuno, una sua amica, Elena Parona produttrice di buoni vini, con solo un filo di legno di troppo, nell’azienda agricola, anche agriturismo e centro ippico in località Basia di Puegnago (sito Internet), e ho scoperto, davvero una scoperta !, una giovane pasticcera, Eva Bontempi, di cui conto di parlare presto. Mi ha colpito moltissimo, non solo perché è giovane (beata lei, e molto ma molto carina, e simpatica, il che non guasta mai), ma per il suo carattere determinatissimo (frutto anche di esperienze professionali maturate tra un locale come la Trattoria alle Rose di Salò ed anni trascorsi alla scuola di quel sommo pasticcere che è Iginio Massari a Brescia), le idee chiare, la refrattarietà, che mostrava parlando, con ritrosia, di sé, ad accettare compromessi, per proporre solo la sua idea di pasticceria, quella in cui crede.
Spero di poterla andare presto a trovare, nel suo negozio di via della Ferrovia a Gavardo (Pasticceria Bontempi tel. 0365 32730), e magari lo farò chiedendo di accompagnarmi ai suoi cugini, Gian Pietro e Mauro Trevisani, produttori di validissimi vini in quel di Soprazzocco di Gavardo (via Galuzzo 2 tel. 0365 651987) dove hanno l’azienda agricola (sito Internet) e dove gestiscono un agriturismo dove si mangia splendidamente e dove conto di tornare presto. I loro vini, in particolare il Suer, la selezione di Rebo in purezza Benácus, sono un termine di riferimento in zona.
Tornando alla cugina, ad Eva Bontempi, ricordo benissimo la fragranza del panettone, giallo di burro e “croccante”, prodotto con lievito madre, la squisitezza degli altri dolci che ha portato e che abbiamo gustato a fine cena, e penso che mi farebbe proprio piacere poterlo avere a Natale sulla mia tavola. Da Bergamo a Gavardo, dove ho già un altro punto fermo di riferimento, Enrico Orioli con la sua splendida bottega Il mercato coperto dei formaggi (via Molino 3 tel. 0365 31110), dove si può trovare il miglior bagoss della zona, ovvero del mondo (qualche nascosta cantina di Bagolino a parte..) e tante altre squisitezze casearie (un Parmigiano Reggiano da mucche bianche – non rosse – di 24 mesi, addirittura da urlo), non sono tanti chilometri e vale la pena fare la strada…
La “rivelazione” della serata però, è stata, con mia grande sorpresa, enoica, e porta il nome di un’azienda agricola di cui confesso non conoscevo l’esistenza, la Cascina Belmonte posta in località Toppe Moniga del Bosco di Muscoline (tel. 333 5051606).
Se visiterete il bel sito Internet aziendale (qui), scoprirete che Muscoline, che conoscevo sinora come sede dell’attività di un amica fotografa, Giovanna Magri (sito Internet - autrice della mia foto che compare sulla home page di questo blog) “è un piccolo comune sulla sponda bresciana del Lago di Garda, a dieci chilometri dal lago, a metà strada tra Desenzano e Salò”, e che l’azienda, condotta dal giovane e determinato Enrico Di Martino, può contare su poco più di 4 ettari, con vigneti che vanno dai trent’anni sino ad impianti più recenti del 2001, 2004 e 2005.
Vitigni in azienda ce ne sono diversi, dal nobilissimo Riesling renano all’intrigante Incrocio Manzoni bianco, e poi Barbera e, immancabili come la gramigna, i due Cabernet ed il Merlot. Per fortuna però (non ho assaggiato gli alti vini, il Sangiovanni, il Garda Merlot Stramonia, l’uvaggio bianco Sorese, il vino da tavola Singia), alla Cascina Belmonte hanno pensato bene anche di puntare su due uve molto interessanti. Parlo del Marzemino varietà Refrontolo (grappoli piccoli) e del Rebo, che con una percentuale rispettiva 85% - 15%, vanno a determinare il vino che ho scoperto martedì sera e che ho continuato a bere nel corso della serata, il Garda Marzemino, annata 2005, da uve provenienti da un unico appezzamento, posto presso la frazione di Moniga del Bosco, con impianti del 2000- 2001.
Vinificazione in acciaio, sei giorni di macerazione sulle bucce, dati analitici che parlano di una bella ricchezza d’estratti e di un’acidità calibrata, ed il risultato, da un vitigno, tipicamente trentino, ma anche veneto (nel Don Giovanni di Mozart quando il librettista Lorenzo Da Ponte scrive “
Versa il vino! Eccellente marzimino!” pensa alla sua terra natale, Ceneda, nell’area del coneglianese - il suo nome originale era Emanuele Conegliano - non alla Vallagarina) , radicato nella storia vinicola della Valtenesi, è sorprendentemente piacevole, gustoso. Violaceo intenso profondo, ma luminoso il colore, un naso fitto, vinoso, fragrante profumato di viola, sottobosco e marasca, un’energia pimpante, succosa, ben polputa, con tannini mordenti il giusto e buona rotondità e nerbo al gusto ed il vino si fa splendidamente bere, abbinandosi alla grande al risotto (Carnaroli Zaccaria, ovviamente) con salsicce e ancora più allo spiedo bresciano, con grande equilibrio, piacevolezza, ricchezza di sapore, perfetto bilanciamento in tutte le sue parti. Piccola produzione, nemmeno tremila bottiglie che si vendono senza problemi (e vorrei vedere il contrario) ed un modo giusto di indicare la via maestra per una viticoltura della Valtenesi e del Garda bresciano che merita proprio di essere presa in considerazione. E bravo “Troglo” e bravi Sovversivi del Gusto che me l’avete fatto conoscere!

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29 Ottobre 2007

Picolit: proponiamolo anche a tavola, ma è “meditandolo” che conquista

Rimandando alla lettura delle mie riflessioni su luci e ombre del “fenomeno Picolit”, nate dalla recente partecipazione alla rassegna Picolit en primeur, voglio cogliere un aspetto che nell’ampio articolo, pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S., non ho sviluppato come avrei voluto. Mi riferisco al tentativo, suggerito da Walter Filiputti, uno dei consiglieri e referenti del Consorzio Colli Orientali del Friuli nell’organizzare questo primo summit dedicato al più enigmatico dei vini friulani, di far scendere il vino dall’Olimpo dei vini da “semel in anno” per portarlo, non solo metaforicamente, sulla tavola.
Filiputti, che questo vino conosce come pochi, avendolo studiato, lungamente frequentato e addirittura prodotto, durante la sua gestione dell’azienda agricola dell’Abbazia di Rosazzo, ritiene che si stia commettendo “l’errore di ridurre il Picolit a solo “vino da meditazione”, a vino da preziose e quindi rare occasioni, confinandolo nel limbo dei vini dagli abbinamenti “impossibili”.
Sarebbe una bella idea, a suo dire, trovare il modo di farlo bere a tavola (ma quale tipologia di Picolit, quello varietale, appassito, o botritizzato, quello da 15 o da 300 grammi litro di zucchero residuo?); un’idea condivisibile, purché questo lodevole sforzo di “popolarizzazione”, non facile del resto vista la produzione limitata ed i prezzi elevati di larga parte dei Picolit in commercio, non passi attraverso forzature, come quelle fatte con evidenti intenti didascalici nel corso delle due cene tematiche dedicate al vino cui i giornalisti invitati a Picolit en primeur hanno partecipato.
Capisco benissimo la volontà di rompere lo schema obbligato Picolit vino “da meditazione”, come lo definiva Veronelli, che di lui diceva anche che “Il Picolit è per l’Italia ciò che lo Château d’Yquem è per la Francia”, oppure da abbinamento a quelle poche, squisite cose, su cui si esalta, come il fegato grasso d’oca, oppure i formaggi erborinati (scordatevi la folle idea di abbinarlo ai dolci!), ma riesce davvero difficile, al di là del divertissiment e della simpatica “provocazione” che le due cene hanno voluto innescare, pensare che si possa proporre una via gastronomica al Picolit partendo dalle proposte, stuzzicanti, curiose, qualitativamente impeccabili in sé, fatte nel corso delle due cene di cui Filiputti è stato il regista.
Perché un conto è la dimostrazione, il gioco… pour épater les dégustateurs, con una cena interamente a base di Picolit quale filo rosso vinoso, scandita da Ostriche e tartufi di mare, uno spettacolare fegato grasso d’oca marinato (alcuni giorni) nel Picolit, da uno “Zuf” di zucca e tartufo, da elaboratissimi “cjarsons” dolci della festa di S. Osvaldo di Sauris, dalla quaglia ripiena di foie gras, dal tortino di castagne con salsa ai cachi vanigliati, oppure, la sera precedente, con piatti quali animelle in crosta con yogurt speziato, minestra (buonissima) di mele, pere e susine, paté e “marcundele” al Picolit.
E un conto, invece, scendendo dalle astrali divagazioni d’artista, dalle accademiche provocazioni, che hanno divertito-fatto discutere-annoiato, convinto o sconcertato i partecipanti ai conviviali consessi, è misurarsi con la realtà quotidiana delle cose, dove occorre mantenere i piedi ben saldi per terra, e di fronte ad un vino tanto prezioso, dal passato leggendario, ma che deve ancora scegliere una ben precisa identità e decidere cosa fare ora che alla Doc si è aggiunta una G, non ci si può permettere di compiere errori. Fosse pure quello, in fondo perdonabile, perché fatto “per amore”, di “banalizzare” e rendere più umano, mediante accostamenti meno preziosi, a tavola, il vino.
A quali piatti della cucina non creativa, non immaginifica come quella dei cuochi stellati, ma quotidiana, normale, non solo quella del Friuli Venezia Giulia, ma di altre regioni, è possibile pensare di abbinare convenientemente, rispettando le caratteristiche e le attitudini del vino (e dei cibi cui venga accostato), il Picolit ? Ben pochi, temo.
Pertanto, delegando ai sommelier e ai ristoratori di buona volontà l’arduo compito di individuare occasioni di proposta, soprattutto al bicchiere, e accostamenti giudiziosi ma non arzigogolati, credo che la vecchia formula del vino da fegato grasso o da formaggi erborinati, con qualche divagazione possibile, ma limitata, nel campo dei crostacei e forse, ma ho molti dubbi, della pasticceria secca, sia quella tuttora valida.
Sono convinto che se davvero si vuole rispettare il vino e mantenere fede a quella acutissima osservazione dello stesso Filiputti secondo la quale “se il Picolit non trasmette emozioni non va bene, perché deve entrare nell’anima del consumatore”, la vecchia, geniale, intuizione e non solo lessicale di Gino Veronelli del Picolit quale “vino da meditazione” per eccellenza, da centellinare, auscultare, osservare, rimirare, delibare in assoluta solitudine sia tuttora vincente. Anzi, insuperabile e maestra, perché è la “meditazione” del Picolit l’enoico destino

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30 Settembre 2007

Squisita sosta all’Ambasciata con il San Lorenzo good food social club

Devo ringraziare Antonio Tombolini e Sara Maternini inventori e accorti registi del San Lorenzo good food social club, una sorta di club di appassionati delle cose buone che si è radunato intorno alla San Lorenzo, una società che si occupa di selezione e vendite per corrispondenza di cibi e vini di qualità, per avermi consentito di partecipare, sabato 29, all’eno-gastro summit che si è svolto presso il celebre ristorante Ambasciata in quel di Quistello nella bassa mantovana.
Formula simpaticissima, originale e molto “tomboliniana”, quella di invitare un gruppo di blogger o di appassionati di cibo e vino che la loro passione per la tavola e per Bacco amano documentare sul Web, in un ristorante “stellato”, dove abbinare ai piatti preparati dal main chef alcuni vini selezionati dalla San Lorenzo.
Ci si trova, si discute, si fraternizza (sicuramente molto di più che in taluni raduni di blogger o pseudo tali…), si degusta insieme, si apprezzano i piatti, ci si confronta e, alla presenza del responsabile della comunicazione e promozione via Web di San Lorenzo, ovvero Tombolini, e soprattutto dei responsabili della San Lorenzo, si illustra una “filosofia” ed una metodologia di lavoro, “coccolati” dalla cucina del locale scelto per l’occasione.
Non so quanto commercialmente rendano questi appuntamenti, ma quanto a creare uno spirito, devo dire, sulla scorta dell’esperienza, davvero squisita, di sabato, che funzionano perfettamente.
Devo ringraziare davvero chi mi ha invitato ad essere della partita, insieme agli amici, alcuni già noti, altri conosciuti proprio in questa occasione, il cui elenco trovate qui. Ringraziare per la bella esperienza in sé, per i piatti fantasticamente saporiti e gustosi che abbiamo allegramente spazzolato, dal luccio in salsa verde con insalata alle tagliatelle gialle con salsiccia e funghi pioppini, dal Sorbir d’agnoli con Lambrusco, al guancialino di maiale stufato con polenta fresca sino al trionfo del Salame di cioccolato con zabaglione al moscato e marsala accompagnato, ça va sans dire, con la serie di dolci secchi di cultura del Vicariato di Quistello.
Piatti, da vera gioia per ogni gourmet degno di questo nome e nemico di ogni forma di anoressica riduzione del cibo a formula chimica, a divagazione fisica in chiave di destrutturazione e ca….e similari, accompagnati da una serie di vini che hanno avuto il grande pregio di farsi bere e di accompagnare benissimo ogni piatto, dallo Champagne Grande Riserve Séléction Ployez-Jacquemart al Collio Merlot 2003 di Pighin, dall’equilibratissimo, pienamente varietale e morbido Alto Adige Pinot nero 2002 Castelfeder sino al Ramandolo 2003 di Gigi Valle.
Sono molto contento di essere stato, sabato 29, in questa tappa del restaurant tour del San Lorenzo good food social club, anche per un motivo strettamente personale, ovvero per essere tornato, dopo tanto tempo, in uno dei ristoranti del mio cuore, in cui venni per la prima volta nel lontano 1984, agli inizi di questo mio strano percorso di cronista enogastronomico e poi sempre più vinoso, per scrivere un lungo articolo, quasi una pagina, per la Gazzetta di Parma di quell’indimenticabile maestro che è stato per me Baldassarre Molossi.
Ricordo benissimo quel giorno, l’arrivo – in treno – al mattino, l’aver assistito a tutte le fasi che precedono l’entrata in scena, pardon il momento del servizio e l’arrivo dei clienti, in questo che è sicuramente il più teatrale e scenografico dei ristoranti italiani.
Ricordo lo spettacolo delle “fojade”, della pasta sfoglia rigorosamente tirata a mano e base di non so più quante uova per ogni chilo di farina, dei bigoli tirati al torchio, l’allestimento dei tavoli, il controllo minuzioso di ogni particolare, insomma quella mise en scène che rende unico, lo si vede immediatamente quando si entra, al primo colpo d’occhio, questo locale regno dei fratelli Tamani, Romano, l’estrosissimo chef e “capo compagnia”, ed il fratello Francesco, più noto, non ho capito mai perché, come Carlo.
Da quella prima volta, da quell’impatto folgorante, da quel battesimo con una cucina splendidamente e squisitamente ricca, rinascimentale, opulenta, ebbi modo di tornare svariate volte in Ambasciata, d’inverno quando la “fumana”, la nebbia d’antan, era un qualcosa che potevi quasi tagliare a fette tanto era spessa e “solidificata”, d’estate con la calura soffocante (e le zanzare) che rende torrido il clima di questa bassa geograficamente lombarda, ma piuttosto emiliana (Modena e Reggio Emilia sono poco distanti) negli estri e nello spirito.
Poi, senza un vero motivo, o forse per molti insieme (che sarebbe lungo e difficile dipanare e ricordare) all’Ambasciata non sono più tornato, al punto che da questo posto cui mi legano tanti bei ricordi e tante gastro-emozioni, mancavo da almeno una diecina d’anni.
Mi sono limitato a seguire da lontano il crescere del locale, l’arrivo della seconda stella, l’entrata nell’empireo dei locali più blasonati d’Italia, la conseguente crescita dei prezzi (che oggi, con i diversi menu disponibili, hanno raggiunto una soglia da happy few), ma qui, in questo posto dove in ogni stagione lo zabaglione portato a tavola con la stagnada è un must, come i salumi meravigliosi, ed una serie di primi che non teme confronti in Italia, pardon, al mondo, chissà perché, non ero più tornato. Averci fatto ritorno sabato, grazie alla simpatica iniziativa del San Lorenzo good food social club, e aver ritrovato che, sostanzialmente, nulla è cambiato, che l’atmosfera (splendidamente descritta, qui, da Martino Pietropoli nel suo blog e commentata da altri) barocco e rococò, con la proliferazione incredibile e incontrollabile di oggetti preziosi, vasi, argenti, candelabri, tappeti e mille altre cose ancora e poi fiori, musica, battute vernacolari di Romano, casse di vini (molti griffati e guidaioli, ahimé) in ogni dove, e l’opulenza, l’eccesso come parole d’ordine, devo dire che è stata una piacevolissima emozione, una sorta di personale amarcord, una sorta di “dove eravamo rimasti” o piuttosto “da dove siamo partiti”, che non poteva lasciarmi indifferente.
Bello e vero, nella sua conclamata ricerca di un effetto, nella sua sapiente costruzione che ricorda gli allestimenti curatissimi dei film di Luchino Visconti, il posto, simpaticissima la compagnia, senza che nessuno del nostro tavolo si sognasse di concepire l’esperienza solo come un occasione per dedicarsi alle fotografie dei piatti da ostentare poi per siti e blog, e solo Sara, la nostra guida, a documentare il momento con una serie di scatti non invasivi, squisiti i cibi e squisita, come sempre, la cucina, più che buoni i vini, giusta e autentica l’atmosfera, reale e palpabile la simpatia, frutto di una sana convivialità, che si è creata tra noi compartecipi di questa bella avventura. Cosa volere di più?

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9 Agosto 2007

Gli italiani adorano la Bresaola ma ignorano che é fatta con carne di zebù brasiliano…

Leggo in questo articolo, pubblicato sul molto seguito portale Internet valtellinese Valtellina on line, che “della bresaola, d’estate non se ne può fare proprio a meno. Secondo l’Ivsi, Istituto valorizzazione salumi italiani, il consumo dei salumi nei mesi estivi aumenta del 30%. E’ quanto emerge dall’analisi dei dati degli ultimi tre anni effettuata dall’Ufficio Economico dell’ASS.I.CA. Associazione Industriali delle Carni. Quando il caldo toglie la voglia di cucinare, i salumi sono il pasto ideale da portare sotto all’ombrellone o durante un pic nic.
La Bresaola della Valtellina IGP
é il salume più consumato insieme ai prosciutti crudi e cotti. Le sue fette, bagnate con olio d’oliva e ricoperte di scaglie di parmigiano e rughetta, sono una delle portate tipiche dell’estate, per quanti vogliono rimanere leggeri pur non rinunciando al nutrimento e al gusto”.
Bene,
da amico della Valtellina e da autentico fan della vera Bresaola, che acquisto, ad esempio, dal bravo macellaio Poretti di Tirano, giudico una bellissima cosa il successo della bresaola, di cui siamo tutti ghiotti, soprattutto di quella genuina.
Mi chiedo però quale motivo d’orgoglio si possa avere in Valtellina, a parte il ben oleato andamento del business correlato, ben sapendo, come aveva scritto anni fa su Enotime.it Francesco Arrigoni, e come avevo ripreso nel 2005 su LaVINIum, che il 90% e più della Bresaola della Valtellina viene prodotta con carne di zebù brasiliano e non, purtroppo, con manzi che pascolano liberamente in Valle…
In fondo l’unica ad essere veramente contenti di questo successo dovrebbe essere l’Associaçao Brasilieira dos Criadores de Zebu, che sul proprio sito Internet, ovviamente in portoghese, rivendica una “Dependencia da Europa da carne brasilieira e parla di “carne zebuína, sem gordura entremeada, para fazer “bresaola”, uma carne curtida, vendida fatiada nos supermercados”. Associazione brasileira che, ovviamente, sentitamente ringrazia…

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29 Luglio 2007

Valtellina: e se ci sforzassimo di parlarne in positivo ?

Intendiamoci bene: non c’è stato alcun miracolo o metamorfosi che in questa ultima settimana, lasso di tempo che mi sono preso decidendo di non pubblicare altri post sulla Valtellina del vino e lasciano in stand by (lo rimarranno ancora per un po’, per lasciare meglio decantare e rasserenare gli animi, comporre questioni in sospeso, risolvere equivoci che bastava poco a chiarire), abbia trasformato le cose in questa magnifica vallata e terra del vino lombarda.
I problemi veri, le questioni pesanti, relative al futuro più che del vino della viticoltura, sono e restano irrisolte e mentre siamo in tanti a parlare, continua a rimanere sospeso sulla testa di tutti, come fosse una spada di Damocle, il rischio di un’ulteriore riduzione delle superfici vitate, che se erano di quasi 2800 ettari nel 1970 oggi sono ridotte a 1200 ettari, 1100 delle quali con pendenze superiori al 30%, mentre le 12500 aziende agricole che erano attive e coinvolte nella produzione di uva nel 1970 sono oggi ridotte a sole 3000.
Conto di ritornare presto più dettagliatamente con una serie di considerazioni basate su numeri, statistiche e non su dissertazioni sul sesso degli angeli (che possono anche essere appassionanti, ma lasciano il tempo che trovano) sulla situazione viticola valtellinese. Ricordo, solo en passant, che alcune cose continuano, e come non potrebbero ?, a lasciare perplessi. Mi chiedo, ad esempio, come facciano a costare così poco determinati vini di aziende valtellinesi sugli scaffali della grande distribuzione locale (IGT a 3,20 – 3,45 euro, Doc a 4,50, Docg Inferno Grumello e Sassella a 4,50 – 4,80: ma non costava e non costa un sacco di soldi in più del normale lavorare sui vigneti terrazzati ?).
Ed in seconda battuta non riesco proprio a capire come sia possibile, alla luce del dettato della legge regionale n°10 dell’8 giugno 2007 che in materia di agriturismi prevede che “che ogni singola azienda agrituristica debba proporre ai clienti una quota non inferiore al 70% di prodotti realizzati direttamente o acquistati da altre aziende agricole o artigiane alimentari che abbiano sede nella stessa zona”, che un noto agriturismo valtellinese riconducibile ad un altrettanto nota azienda vinicola valtellinese, possa proporre una carta dei vini monstre, da ristorante stellato di città.

Una carta ricca di Barolo, Amarone della Valpolicella, bianchi friulani e altoatesini, Brunello di Montalcino, Tignanello, Solaia, Sassicaia, Ornellaia, Franciacorta e una trentina almeno di Champagne. Proprio le cose che ci “devono” essere in un agriturismo valtellinese…
Anche se motivi per “inca….si” continuano ad esisterne a bizzeffe, voglio però sforzarmi, ed è uno sforzo titanico, un’impresa da Sisifo, di concentrarmi sui molti aspetti positivi che la Valtellina, a chi la viaggi con curiosità-amore-passione (cosa che il sottoscritto ha sempre cercato di fare) immancabilmente presenta.

Comincio con un piccolo esempio, con un blog scoperto quando volendo codificare esattamente un piatto gustosissimo come i taroz, ho scoperto il vivace, anche se non aggiornatissimo, La montagna della Valtellina, sottotitolo “Spunti, scorci, angoli più o meno noti della valle al centro delle Alpi. Montagna, terme, vino, arte e fede”, che vale la pena di essere visitato e stimolato, come faccio io ora, ad inserire altri post, a raccontarci, per brevi schizzi, appunti, riflessioni, lo splendore e le caratteristiche della montagna valtellinese. Parlavo di taroz, piatto, ci racconta il blog, “a base di abbondante burro e formaggio: insomma una sublimazione per i trigliceridi. Si fanno lessare patate e fagiolini (ma si possono anche riciclare quelli avanzati). Si fa soffriggere il burro in una padella antiaderente ci si buttano le patate tagliate grossolanamente e i fagiolini e con un cucchiaio di legno si tarano, cioè si girano spappolandoli; si aggiunge del formaggio casera (latteria) tagliato a dadini. Il composto ottenuto può essere passato al forno dopo averlo innaffiato di cipolla soffritta nel burro”.
Bene, di taroz ho gustato una versione impeccabile, qualche giorno fa, in un posto che non posso non segnalarvi. E che mi sono già appuntato nel mio carnet dei posti dove, quando tornerò, spero presto, in Valle, voglio assolutamente tornare. Il locale, più o meno sui mille metri di altezza, ad una diecina di chilometri da Sondrio, lo si raggiunge superata la frazione Centro di Albosaggia, salendo, tornante dopo tornante, in un fresco scenario boschivo, mentre la strada si stringe e s’inerpica, verso la frazione S. Giacomo. Un vero, ruspante, autentico agriturismo, l’Agriturismo Gaggi (tel. 347 7543826 – 348 7634383) posto in un pianoro circondato da alberi dove i proprietari affiancano alla conduzione di una stalla e alla produzione di formaggi, che sono anche in vendita, l’attività di trasformazione e proposta al pubblico, secondo lo spirito di quella legge regionale di cui altri, invece, non tengono conto, delle materie prime prodotte in azienda.
Nonostante il caldo, che però quassù, pranzando all’aperto, era piacevolissimo, e nonostante, o forse complice il fatto che in quattro ci siamo bevuti, godendocele allegramente, due bottiglie di vini valtellinesi di quelli che nel cor mi stan, Rosso di Valtellina 2004 e Valtellina Superiore Sassella Stella Retica riserva 2000 di Pelizzatti Perego – Arpepe, (normalmente qui si trovano i vini di Marsetti) a fine luglio, sfidando i teorici del “pensiero debole” a tavola (solo un’insalatina, al massimo un carpaccio, due fette di bresaola e del prosciutto e melone) mi sono goduto, in una cornice di assoluta rilassatezza e serenità, abbondanti sciatt con radicchio croccante appena raccolto e una fresca ricottina fatta in casa, quindi un assaggino di taroz e poi, proprio per non farci mancare niente, e perché il Nebbiolo di montagna croccante e sapido, bevuto un po’ più fresco, invoglia a mangiare e fa ben digerire, due primi.
Immancabili, e chi se li sarebbe perduti ?, i pizzoccheri, in una versione davvero ben fatta, e poi, tanto per gradire, gustose tagliatelle spesse con funghi porcini freschi. Per finire, saltando il formaggio nonostante la consapevolezza anche qui, dall’altra parte delle Orobie, che la “boca l’è mia straca se la sa mia da ‘aca” (ovvero che non si può finire il pranzo senza un po’ di formaggio), un dolce “leggerino”, a base di cioccolato e ricotta. Che dire di questa cucina valtellinese, proposta, meglio sempre telefonare, da maggio a settembre tutti i giorni, il resto dell’anno venerdì, sabato e domenica e festivi solo su prenotazione (chiuso da metà gennaio a metà marzo), con una schiettezza, un nitore, una semplicità ed un garbo nel porgere (anche da parte della giovane, alta e asciutta, dolce Alba, vero angelo del focolare di questa casa, che aiuta in cucina, si occupa dell’azienda di famiglia e serve ai tavoli) che hanno del commovente ?
Semplicemente che di posti così, dove si mangia bene quel che giornalmente passa il convento e offrono stalla, orto e bosco, fatti a misura d’uomo, e dove il cliente si sente a casa propria, quasi come un ospite, (a proposito, da poco sono disponibili anche 4 camere, una singola, due doppie, una con quattro posti, dove provare sino in fondo la formula e lo spirito del vero agriturismo. I prezzi sono di un’onestà incredibile: pernottamento prima colazione compresa da 22 a 28 euro in base ai giorni di permanenza. Pranzo a menu fisso 10 euro, pranzo completo da 15 a 20 euro !) se ne vorrebbero trovare sempre di più.
Soprattutto in quella Valtellina dove gli agriturismi sono spuntati come funghi e dove qualcuno, per apparire più “fico” e più à la page degli altri, su piatti presentati come “classica cucina tipica valtellinese” tipo “culatello di Zibello con giardiniera di verdure, terrina di fegato grasso d’oca, involtino al radicchio rosso e tartufo nero, controfiletto d’agnello, coscia d’anatra candita con peperonata” propone nientemeno che Champagne, Barolo, Ornellaia e Sassicaia… (vedi Carta dei vini agriturismo Fracia che si può leggere e scaricare dal sito Internet) E questa la chiamano Valtellina…

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27 Luglio 2007

Rosati in crescita, anche in Toscana

Il sommelier informatico Andrea Gori, (a proposito: auguri per i tuoi 34 anni, ragazzo !) nel suo simpatico blog Vino da Burde sottotitolo “cchecè di bono in Toscana da mangiare e icchè berci dietro”, ci racconta che anche nella Trattoria – Fiaschetteria di famiglia, posta in quel di Firenze, i rosati incontrano un crescente consenso.
Andrea riferisce che “facendo due conti anche da Burde quest’anno abbiamo venduto quasi tre volte tanto rosé che gli scorsi anni, eppure in carta ne abbiamo solo 5 (Castello di Ama, Riecine, Piano Piano Terre di Talamo, Vin Ruspo di Capezzana). Nonostante questa scarsa attenzione, sono andati via senza problemi, complice il caldo sì ma anche il tam tam mediatico che ovunque si può osservare. Personalmente sono un grande fan dei rosati in quanto permettono abbinamenti altrimenti difficile o addirittura impossibili”.
Gori ci racconta poi a quali piatti sono soliti, da Burde, abbinare i rosati nel corso dell’anno.
Beh, sapete cosa vi dico, che adesso a tavola mi stappo anch’io un bel rosato toscano, il simpatico Pancolino che i Fratelli Vagnoni producono, accanto ad ottime Vernaccia di San Gimignano e ad uno schietto Chianti Colli Senesi nella loro cantina nella frazione Pancole a San Gimignano… Altro che vino “da donne” ! Piace a tutti, anche ai “pentiti” della muscolarità e della concentrazione vinosa !
dimenticavo !
Se siete appassionati dei rosati, se amate anche “le vin en rosé”, save the date, segnatevi questa data, fatevi un nodo al fazzoletto: Modena, martedì 25 settembre. Vi assicuro che di rosati, in quella occasione, ce ne saranno proprio per tutti i gusti… 

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29 Gennaio 2007

Sfiziosità e gourmandises calabresi: le proposte della Fattoria Montescudiero

Accidenti quante cose buone e saporite, espressione delle tante ottime materie prime che questa magnifica regione propone, sono prodotti in terra di Calabria ! Accanto a grandi vini ottenuti da vitigni autoctoni, ad oli extravergini sopraffini, a salumi e formaggi ricchi di gusto, l’agricoltura, la vera grande risorsa, a volerla sfruttare razionalmente in maniera moderna ed intelligente, di questa regione, offre frutta e verdura che non temono confronti per genuinità, varietà di profumi, sapori netti e schietti.

Da queste materie prime un’antica tradizione artigianale riesce a ricavare non solo gli ingredienti base della cucina, ma vere e proprie sfiziosità che possono rallegrare i momenti conviviali. Materie prime variamente interpretate, preparate e confezionate, prodotti del mare e del bosco come pesci e funghi (i mitici porcini della Sila !), trasformate, grazie ad un’arte tramandata di generazioni in generazioni, in gourmandises e delikatessen. Penso alle dolci cipolle rosse di Tropea trasformate in mostarda, al celeberrimo inimitabile peperoncino piccante, a carciofini e melanzane sott’olio, a pomodori secchi, ma anche ai fichi essiccati naturalmente, al naturale o ricoperti di cioccolato, a limoni, clementine, arance, cedri canditi e poi ricoperti di cioccolato e a molte altre cose ancora.

Un insieme di cose straordinariamente piacevoli che una piccola, agguerrita realtà come la Fattoria Montescudiero si sta dedicando a selezionare e commissionare ai migliori artigiani o a produrre in proprio, con procedimenti collaudati, nel proprio laboratorio di Cirò Marina, da cui, presentati in variopinti vasetti da 250 e 300 grammi, escono anche marmellate dei diversi agrumi o di fichi, creme di carciofi, trito piccante di funghi porcini e ortaggi, peperoncino per tutti i gusti (ripieno di tonno e olive, oppure di acciughe e capperi, o ancora di funghi porcini, o trasformato in crema dolce piccante), che formano l’accompagnamento ideale di una serie di piatti, costituiscono la base per antipasti variegati e profumati di sole. Cose gustose e ben fatte: da provare.

Fattoria Montescudiero
Località San Gennaro
Cirò Marina KR
tel. e fax 0962 31499
mail
sito Internet

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