A proposito di un editoriale de Il mio vino
Chi l’avrebbe mai detto, anche solo tre anni fa, che l’apparentemente granitico e inattaccabile potere della grande stampa di potere, dei giornali sul vino che condizionano e guidano il consumatore di lingua inglese, potere arrogante un filo e del tutto alieno non solo a rimettersi in discussione, ma ad accettare critiche, sarebbe stato messo alle corde e apertamente in crisi, dall’azione – agili vascelli contro pachidermiche corazzate – dei blogger del vino?
Eppure è proprio quello che sta accadendo negli States, dove, basta leggere il fantastico blog Dr. Vino di Tyler Colman, (blogger, ma anche professore universitario), per scoprire che nientemeno che il più strapotente di tutti, il numero due della “power list” di Decanter, Mr. Wine Advocate, alias Robert Parker, ha dovuto rispondere alle contestazioni precise (leggete qui) di Colman, oppure Reign of Terroir che ci racconta di un Parker molto sulla difensiva (leggete qui) o Steve Heimoff, dove sono due diversi post (questo e poi ancora questo) a testimoniarci come il teorico massimo del giudizio sul vino espresso in numeri, pardon in centesimi, viene preso, solo idealmente, è ovvio, a schiaffoni.
In Italia, e non voglio parlare di quello che scrivo io, e di come scrivo senza alcuna remora mentale di alcuni “mammasantissima” della nostra critica enoica, per un Robert Parker der Tufello, pardon, per un Daniele Cernilli, che continua a fornire “spiegazioni” ben poco convincenti ai precisi appunti sui misteriosi (?) nuovi proprietari del Gambero rosso, mossi da quei ragazzacci di Dissapore, accade invece che sia un personaggio dell’establishment del giornalismo cartaceo (che forse ha mal digerito o non sopporta il fatto che tanti consumatori e appassionati continuino a prendere sul serio quello che scrivono quei “brutti sporchi e cattivi” di eno-bloggers, sottraendo lettori, copie vendute e abbonati alla sua rivista), a provare a bacchettare i bloggers e a cercarne di rintuzzarne la fastidiosa offensiva.
Sto parlando di Gaetano Manti, editore, direttore responsabile, stratega e deus ex machina del mensile Il mio vino, che nel numero di giugno dell’edizione italiana (ce ne sono anche una tedesca e una americana) della sua rivista ha pubblicato un editoriale-“resa dei conti”, dal titolo, insopportabile per me che sono interista, de “Il grande Boniperti”, che non solo i blogger del vino italiani ed esteri dovrebbero leggere e meditare, ma anche tutte le persone, appassionati, produttori, che in questo Paese sempre più appiattito e conformista, pavido e asservito agli interessi economico-finanziari-pubblicitari hanno ancora a cuore un’idea di informazione libera, indipendente, capace di esprimere le proprie idee, le proprie passioni ed i propri (motivati) disgusti.
In questo articolo – che trovate qui, (e che ho citato sulla rassegna stampa settimanale WineWebNews che curo per il sito Internet dell’A.I.S. – leggete qui) Manti, con il quale in passato ho avuto diciamo burrascosi scambi in punta di spada più che di fioretto, (leggere in sequenza: 1 – 2 – 3 ) e al quale di recente ho contestato il tentativo di rianimazione di quell’eno-cadavere chiamato Talento, ma con il quale gli scambi di mail, ora in uno spirito di cortesia e rispetto reciproco, sono regolari, parla dell’anomalia del vino italiano rappresentata dalla “nutrita schiera di giornalisti o scrivani di varia natura che si ritengono in grado non solo di esprimere giudizi su questo o quel vino ma anche e soprattutto di elargire consigli e opinioni su come le aziende dovrebbero affrontare i mercati mondiali o su come importanti consorzi italiani e stranieri dovrebbero impostare le politiche dei loro disciplinari”.
Per Manti lo strumento maledetto che ha consentito questa – mi scusi la metafora non elegantissima – “pisciatina fuori dal vaso”, è costituito dalla Rete, perché “da qualche anno a questa parte il mondo della comunicazione è cambiato e Internet ha offerto a tutti un’opportunità unica di diffondere il proprio verbo. Dar vita a un blog e scriverci dentro è oggi impresa alla portata di tutti. La facilità con la quale ci si può rivolgere ad una platea teoricamente infinita ha fatto sì che proliferassero blog sul vino in ogni parte del mondo. Anche in Italia, usando lo strumento dei blog, enogiornalisti o presunti enologi dispensano il loro sapere e indicano con estrema decisione a consorzi e produttori la retta via verso il successo in tutti i mercati del mondo.
Magari meravigliandosi se produttori e consorzi non li prendono nemmeno in considerazione. Gente che non ha mai prodotto, venduto e forse nemmeno mai pagato una bottiglia di vino pensa di poter dare consigli e indicazioni perentorie a persone che hanno passato una vita a fare e vendere grandi vini con molto successo in tutti i mercati del mondo”.
Orbene, secondo il direttore della premiata rivista secondo la quale il Talento è una grande possibilità per lo spumante metodo classico italiano, quei birbaccioni di bloggers, invece di contestare che a Montalcino tarocchino il Brunello, che in Puglia e in Calabria i Consorzi vogliano imbastardire i loro Primitivo di Manduria e Cirò a colpi di iniezioni di vitigni migliorativi (a proposito, leggete qui l’articolo che Luciano Pignataro dedica al caso Cirò e firmate qui l’appello per salvarne l’identità dai “taroccamenti” di legge), che a Montepulciano vogliano fare altrettanto con il Vino Nobile, dovrebbero “degustare un vino e far sapere alla gente se quel vino secondo lui merita di essere comprato oppure no”.
Certo, Manti ci lascia la libertà di farlo, a patto dice, che l’eno-blogger “lo faccia in modo onesto ed eticamente ineccepibile”.
Ed ecco quindi partire, peccato che il riferimento sia poco aggiornato e non tenga conto degli schiaffoni che come ho scritto sopra proprio su questi temi etici sta prendendo Parker negli States, proprio ad opera dei wine blogger, il riferimento al “famoso critico americano Robert Parker ha stabilito per sé e per i suoi collaboratori: “è imperativo per un critico del vino pagare sempre per le proprie spese di viaggio e di soggiorno. Mai si possono accettare offerte di ospitalità sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis”.
Scrive Manti, con l’obiettivo, non centrato, di essere liquidatorio e insinuare il dubbio che i wine blogger siano facilmente “acquistabili”, che “viene da chiedersi chi paga le spese di viaggio e soggiorno per tutti i bloggers che girano l’Italia partecipando a degustazioni in ogni angolo della penisola e delle isole. Quando i nostri collaboratori girano l’Italia alla caccia di grandi vini sconosciuti lo fanno sempre a spese nostre e quando si fermano in un ristorante pagano sempre il conto come un qualsiasi cliente. Ma questo non basta. Guai al mondo se il parere dei nostri degustatori autorizzasse qualcuno di noi a uscire dalle righe dando consigli su come produrre il vino, come commercializzarlo o addirittura su come regolamentare la produzione di certi vini DOC”.
Bene, non voglio prendere questo editoriale – stroncatura del mondo wine blog italiano come un fatto personale, visto che a mia precisa risposta se il suo editoriale potesse essere una risposta a quanto avevo scritto sul talentoso tentativo di riesumazione del cadavere, Manti mi ha risposto assicurando “che quello che ho scritto non ha nulla a che fare con quello che lei ha scritto sull’affaire Talento anche perché su quell’argomento sono certo che lei abbia una visione per nulla lontana dalla realtà attuale”, ma voglio dire a Manti che la sua stroncatura dei blog ed il suo bonario tentativo di esorcizzarne l’effetto passa parola e la capacità di contribuire ad allargare l’eno-pensiero dei consumatori, negandone quasi l’evidenza, oltre che la serietà, non ha alcun senso.
Primo perché non deve essere il direttore de Il mio vino, con tutto il rispetto per l’imprenditore Manti, ad indicarci quello che dobbiamo dire e scrivere e quello che dobbiamo tacere, secondo perché rivendico e rivendichiamo, ormai in molti, la libertà di dire che chi tarocca il Brunello è un farabutto e chi propone di modificare il disciplinare del grande vino toscano base Sangiovese non vuole bene a questo simbolo del vino italiano, ma vuole solo tutelare i propri interessi.
Terzo perché se vuole accusare il mondo dell’informazione sul vino italiano di fare marchette, e se ne fanno, perbacco se se ne fanno, deve rivolgere altrove i suoi strali e non ai wine blogger, ma a giornali, soprattutto cartacei, giornalisti e gruppi editoriali, dai più potenti ai meno attrezzati economicamente. Sarebbe giusto sostenere, nel migliore dei mondi possibili, che “è imperativo per un critico del vino pagare sempre per le proprie spese di viaggio e di soggiorno. Mai si possono accettare offerte di ospitalità sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis”, se a consentirci di lavorare in questo modo, come fa ad esempio, e posso affermarlo con assoluta certezza, avendone parlato con lui, il critico del New York Times Eric Asimov, fossero i signori editori e direttori di riviste del vino italiani, che quando gli dici di pagarti le spese di viaggio e di soggiorno, ti guardano come se avessi chiesto loro il numero del conto in banca in Svizzera o il cellulare dell’amante, e ti invitano a contenere le spese all’osso (ovvero al nulla) e a farti invitare da Consorzi e associazioni varie.
Quanto al “chiedersi chi paga le spese di viaggio e soggiorno per tutti i bloggers che girano l’Italia partecipando a degustazioni in ogni angolo della penisola e delle isole”, trattasi di domanda retorica da parte di uno che conosce già la risposta, perché vivendo e operando in Italia, il dottor Manti sa perfettamente come vanno le cose, come spesso per mettere insieme le pagine di una rivista si facciano le nozze con i fichi secchi.
A differenza da Il mio vino, che per campare deve augurarsi ogni mese che siano parecchi gli inserzionisti pubblicitari, alias aziende vinicole, che acquistano spazi sulla rivista (e sui cui vini ovviamente, non c’è bisogno di diktat del direttore, nessuno si sogna di parlare male o di avanzare critiche, né al vino, né alle strategie e alle scelte aziendali), i bloggers del vino, che generalmente non hanno pubblicità, e sicuramente non pubblicità di aziende vinicole sulle loro pagine, sono molto ma molto più liberi.
E anche quando vengono invitati, come accade a qualcuno di loro (non tantissimi: nel mio caso vengo invitato non solo per il mio blog, ma in virtù di 25 anni di esperienza e di lavoro come giornalista del vino, che ha collaborato con tante testate, tra queste, anche se solo per un articolo, Il mio vino…), dai Consorzi, che li ospitano e assicurano vitto e alloggio, non sono certo vincolati, il mio caso lo dimostra, a parlare esclusivamente in positivo della rassegna cui hanno partecipato, dei vini che hanno degustato.
E se lo fanno, come qualcuno lo fa o lo ha fatto, è per puro spirito da gregario o da carneade che vuole arruffianarsi il potere, non perché gli organizzatori vincolino l’invito al successivo cantare le lodi e dire che tutto va bene madama la marchesa.
Che mi paghino l’aereo e mi ospitino in una bella masseria per scendere in Puglia per degustare in occasione della rassegna I vini di Radici, che mi rimborsino le spese di viaggio e mi ospitino ad Alba per degustare per cinque giorni Barolo e Barbaresco, che scenda a Montalcino, come è accaduto anche quest’anno, dopo tutto quello che avevo scritto su Brunellopoli, invitato dal Consorzio per Benvenuto Brunello, non cambia di una virgola il mio modo il mio modo di scrivere, non mi condiziona, non mi fa sentire in nulla vincolato ad evitare, come qualche bischero si è provato a chiedere, venendo respinto al mittente e mandato dove deve essere spedito, critiche.
E questo accade con svariati wine blogger, voglio citare solo Roberto Giuliani di LaVINIum ed Esalazioni etiliche, o gli amici dell’Acquabblog del sito Internet Acquabuona.
Per chiudere voglio lanciare una sfida-provocazione al dottor Manti, chiedergli di commissionarmi un articolo, sul tema che potremo facilmente individuare, applicando quei metodi, ovvero farsi pagare – giocoforza, altrimenti si finisce per fare beneficenza agli editori e di lavorare in perdita – “le spese di viaggio e di soggiorno” l’ospitalità “sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis” che rimprovera ai blogger.
Mi faccia lavorare, caro direttore de Il mio vino, come fa Eric Asimov del New York Times, consentendomi di scrivere un articolo ricco, dettagliato, articolato, facendomi stare, a spese della rivista, in una determinata località e girando per vigneti, aziende, degustando, comprando le bottiglie quando le aziende non le forniscono per la degustazione, insomma lavorando con quella totale indipendenza che rimprovera ai blogger italiani di non avere.
Ma vogliamo scommettere che non preferirà nemmeno prendere in considerazione la mia proposta e che nel prossimo editoriale si scaglierà contro le folli pretese (di vivere alla grande) di qualche giornalista italiano (e per giunta blogger) che avrebbe la pretesa di essere trattato come il critico del più celebre quotidiano del mondo?
p.s.
su richiesta di Gaetano Manti, che letto il mio post mi ha prontamente contattato, riporto anche una parte del suo pensiero sull’operazione Talento ora sostenuta dalla rivista, che aveva espresso in uno scambio di e-mail che avevamo avuto:
“Noi insistiamo sul Talento perchè pensiamo che si possa fare qualcosa per modificare l’attuale stuazione, tutti coscienti che si tratta di un piccolo segmento della produzione italiana ma che certo è un segmento di eccellenza. E’ in questi segmenti che noi possiamo fare molto, anche quando il gettito pubblicitario è prevedibile vicino allo zero.”
Scritto da Franco Ziliani alle 19:24, in la mosca al naso
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