Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'la mosca al naso'

12 settembre 2009

Valpolicella sempre più in confusione: Amarone in abbinamento a pesce e cioccolato

L’ho già scritto recentemente, qui, poi qui e poi ancora qui, che nella Valpolicella dell’Amarone crisi fa rima con confusione mentale e che determinati atteggiamenti fanno pensare che siano veramente preda di quella difficoltà che impedisce di affrontare con lucidità la situazione.
Un comunicato stampa che mi é arrivato mercoledì 9 mi conferma che non solo determinate p.r. sono dannose quanto o forse peggio degli enologi seriali (quelli che prendono una consulenza in Salento e per prima mossa cosa fanno? Danno indicazione di espiantare i vecchi vigneti ad alberello di Negroamaro per sostituirli con Cabernet, Merlot e Petit Verdot: sti impuniti!) ma che la spirale dell’impazzimento impazza.
Cosa dire difatti quando da un’azienda che vanta decenni di storia ti arriva un invito a partecipare – cosa che mi guarderò bene dal fare – ad una degustazione a Milano dove, testuale,“…non mancheranno le sorprese, come l’Amarone abbinato a pesce e cioccolato!”?
C’è da dire che in quell’azienda, fondata nel 1936 e “impegnata da oltre 70 anni nel fare conoscere Valpolicella e Lugana nel mondo”, pensano che per affrontare la crisi e andare incontro ai desideri (molto chiari) dei consumatori ci si debba presentare “in questa veste originale, a ristoratori, sommelier, enotecari e giornalisti di Milano per dare nuovi spunti per presentare questi vini”.
Questo grazie alla complicità (ovviamente ben retribuita) di uno chef di nome che ha ideato “per l’occasione” le “nuove opportunità di abbinamento con pesce e cioccolato dei vini simbolo della Valpolicella”.
Cosa aggiungere se non che mala tempora currunt e grande è la confusione sotto il cielo e tra i vigneti?

11 Commenti »

8 settembre 2009

VinoVip: il festival delle facce di bronzo e della scoperta dell’acqua calda

Interessante l’articolo che uno dei giornalisti più sensibili all’establishment del food & wine italiano, Paolo Marchi, ha dedicato ieri, su Il Giornale, alla rassegna, dal comicissimo titolo di Vinovip, che si è svolta nei giorni scorsi, per l’ideazione e l’organizzazione di una rivista del tutto inutile, in quel di Cortina.
Rinvio alla lettura, qui, dell’articolo di Marchi, per la cronaca di questa manifestazione, ma voglio limitarmi a sottolineare qualche “perlina” o involontario auto-gol rappresentato dalle dichiarazioni che alcuni dei “prestigiosi produttori”, come si legge sul sito della rassegna, hanno fatto, forse presi dall’ebbrezza delle cime.
Sorvoliamo, per non incorrere nel reato di blasfemia, sul valore di “conclave” che avrebbe avuto questa riunione di una cupola del vino che danza, come sul Titanic, sull’orlo dell’abisso, senza aver capito o facendo finta di ignorare, che i tempi sono cambiati e l’epoca della presa in giro del consumatore volge al termine, e sull’impudicia di intitolare “nulla sarà come prima” il confronto tra economisti e produttori che si è svolto, per passare al primo “capolavoro”.
Trattasi della dichiarazione del cavaliere del lavoro, produttore e banchiere di successo, Gianni Zonin da Gambellara, persona che ben conosco e stimo, il quale papale papale ha detto: “La risposta per noi italiani è nei vini autoctoni, in quelle uve che sono solo nostre perché se insistiamo con i vari chardonnay, quelli del sud del mondo costano meno”.
Domanda: caro cavalier Zonin, visto che anche lei sale, non è mai troppo tardi, sul carro dell’autoctono, mi chiedo se sia lei lo stesso Gianni Zonin che nella tenuta siciliana Feudo Principi di Butera, come si legge sul sito Internet aziendale, ha piantato, accanto a Nero d’Avola e Inzolia, “Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Chardonnay”, inserendo nella linea “Gianni Zonin Vineyards”, la selezione delle bottiglie d’eccellenza, come top wine, il “Calat”, da uve merlot; e il “Sanrocco”, a base di cabernet sauvignon”.
Nel caso non fosse lei quel Gianni Zonin, se si trattasse di un episodio di omonimia, la invito a rivolgersi al più presto all’autorità giudiziaria e denunciare quel tizio che spudoratamente spacciandosi per lei offusca la sua immagine e credibilità di prode difensore dell’’autoctono…
Leggo poi che un altro grosso calibro, il marchese Piero Antinori, produttore e presidente dell’Istituto del vino italiano di qualità Grandi Marchi, avrebbe dichiarato:“ Non è vero che “nulla sarà come prima”, almeno per chi lavora seriamente. La crisi servirà invece a fare pulizia di tanti improvvisatori, oltre a obbligare tutti a una maggiore efficienza”.
Egregio Marchese, lei che vanta una così secolare storia, come famiglia di produttori, un blasone infinito, ma doveva proprio aspettare che arrivasse la crisi per accorgersi, ma guarda te!, che quel mondo del vino di cui lei è uno dei più illustri esponenti, é stato inquinato in questi ultimi dieci-quindici anni, da “improvvisatori”, cialtroni, furbetti, magliari, venditori di fumo, abili propagandisti del nulla, eno-stregoni, una ciurma infinita che con la complicità prezzolata di molta stampa ha drogato il mercato e preso in giro il consumatore?
Perché non ha dato prima d’ora, quando é diventato fino e dà un certo tono proclamare nobili intenzioni e predicare bene (salvo magari razzolare come prima…), segnali di questa volontà dei produttori seri, quale indubbiamente va considerata la Marchesi Antinori, di prendere risolutamente le distanze da questo universo variegato di nani e ballerine?
E perché nessuno, altrimenti le cronache l’avrebbero riferito, dei presenti a Cortina alla sfarzosa rassegna di VinoVip, si è alzato in piedi e di fronte alle dichiarazioni del cavalier Zonin e del marchese Antinori, ha fatto notare le banali evidenze che ho sottolineato in questo post?
Molto semplice la risposta. Magari il vino italiano vorrebbe assicurarsi un “futuro felice”, ma per farlo deve prima liberarsi dalle tante facce di bronzo, dai conformisti, dai servi sciocchi, anche operatori dell’informazione, che pullulano in quell’ambiente.
E, ahimé, dai produttori che cercando di essere credibili e brillanti e per apparire sensibili all’aria di cambiamento che tira finiscono per dire cose che suonano vecchie e ahimé poco credibili… Urge cambiare repertorio e musica, please!

20 Commenti »

13 agosto 2009

Zaia, un militante veneto più che un ministro. Quando il troppo Prosecco… stroppia

Certo che a volte viene proprio da chiedersi come un determinato personaggio sia arrivato dove è arrivato, grazie a quali a spinte vigorose, ad amicizie in alto loco oppure molto più semplicemente ad una serie di scherzi del caso, possa rivestire la carica che ha.
Questo ragionamento è assolutamente perfetto nel caso del ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia da Bibano di Godega di Sant’Urbano, il cui anno di nascita, 1968, dimostra una volta di più come sia stato un anno diciamo controverso per la storia italiana.
Perché arrivo a dire che costituisce un autentico mistero il fatto che al Ministero delle Politiche Agricole sieda un personaggio del genere, che forse andrebbe bene per occuparsi di identità locali nella sua località di nascita nel trevisano o per dirigerne la Pro Loco?
Perché questo signore, dotato di sito Internet personale con annesso blog (sto parlando proprio del sito personale e non delle pagine Web del Ministero oppure della rivista telematica dello stesso Ministero, Agricoltura Italiana on line, dalle sgargianti tinte verdi manco fosse il sito della Padania libera), non pago di celebrare, da ministro di un governo italiano, non della Repubblica Veneta o della Marca Trevigiana, per l’ennesima volta il suo amatissimo Prosecco, con un intervento – ne parleremo dopo – che si è meritato un appuntito commento su un sito Internet, ieri, forse a causa del caldo, ha veramente “sbroccato”.
E in un intervento a piedi uniti, che come ricorda in un articolo il Corriere della Sera on lineleggi – ha provocato reazioni tipo “«Una fesseria». «Ha confuso Ferragosto con carnevale». «Pensi all’agricoltura». «Una buffonata». «Passerà il caldo e ritornerà la politica». «Una sciocchezza». «Una provocazione» “, invece di occuparsi di agricoltura, come il suo dicastero prevederebbe, ha fatto la “propostona intelligente” dell’anno: “La Lega esorta la Rai a mandare in onda le fiction di grande ascolto in dialetto con i sottotitoli, oppure per chi ha la televisione in digitale, di aggiungere al canale audio anche la versione dialettale.Sarebbe bello se uno dei canali radio fosse interamente dedicato a tutti i dialetti d’Italia con rigorosa par condicio regionale”.
E, ancora, “La Rai non fa nulla per promuovere la cultura locale e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Rai 3 doveva occuparsi della valorizzazione della lingua locale, della storia e della cultura delle diverse realtà regionali ed è invece diventata un canale fortemente ideologizzato che ha altri scopi. Non ci sarebbe nulla di male a presentare un programma in dialetto”, prosegue il ministro.
«In quei programmi dove si presentano proprio la territorialità e i prodotti tipici, per esempio, i piatti spiegati con l’idioma locale avrebbero un altro “gusto” rispetto all’italianizzazione dei nomi di quei prodotti”.
Oddio, un filino di ragione, parlando di Rai 3, e della cadenza romana (per me insopportabile) che la fa da padrone in tanti programmi Rai il militante leghista, pardon, il Ministro, l’avrebbe anche, ma ammesso o non concesso che Zaia gradisca che si parli di unità d’Italia e di cultura nazionale, occorre riconoscere che proprio anche quell’italiano spesso all’amatriciana ha contribuito, tramite i programmi televisivi degli anni Cinquanta e Sessanta e il servizio militare, a fungere da collante tra etnie e culture diverse e che si andasse oltre, pur con tutto il rispetto per i dialetti, alle culture locali, alla logica secondo la quale era difficile che un trevisano e un napoletano potessero dialogare.
Ma di questi temi, visto che esistono, sarebbe opportuno si occupassero il Ministero della Cultura e della Pubblica Istruzione, non il volonteroso e un po’ confuso laureato, nel 1993, alla Facoltà di Medicina Veterinaria.
Resta poi il fatto, boutade dialettali a parte, come si dice in veneto? “monate”, che il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali del Governo Italiano e non della Repubblica Veneta, tende un po’ troppo a considerare la sua heimat, la Marca Trevigiana, come il centro del Mondo ed il suo amatissimo Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene come l’oggetto decisamente privilegiato della sua azione.Manco fosse un addetto stampa, ufficioso, della Doc e ora Docg di casa sua…
Difatti, come si può leggere non sul sito Internet del Consorzio del Prosecco (dove la notizia peraltro non appare), bensì sul sito Internet ministeriale,  “la politica della denominazione portata avanti da questo Ministero da evidentemente i suoi frutti soprattutto oltre oceano, infatti leggo questa mattina sul “Washington Post” che uno dei prodotti principe della nostra produzione vinicola, viene citato come una delle eccellenze dell’enologia”. Con queste parole il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali commenta l’articolo ‘The troubble with bubbles’ pubblicato dal prestigioso giornale americano.
L’articolo parla dei vari Champagne, Cava e Prosecco presenti sul mercato americano e –testualmente – dice che, purtroppo, «la maggior parte dei prosecchi disponibili nei negozi statunitensi non viene da Conegliano-Valdobbiadene, la DOCG del Veneto da molti considerato il top. Se cercate questo prodotto, dal nome complicato, e siete disposti a pagare dai 16 ai 20 dollari scoprirete il vero Prosecco”.
Per poi concludere ““Non è una novità – prosegue Zaia – che oltreoceano il Made in Italy sia acclamato e valorizzato, quello che dovrebbe renderci fieri è che questo avvenga su un giornale così prestigioso e che si sottolinei che la qualità ha un valore che vale la pena pagare. Il Prosecco prodotto a Conegliano-Valdobbiadene è un importante motore dell’industria vinicola della penisola e coinvolge 2.800 aziende viticole, 460 vinificatori, 1.500 addetti al settore enologico e 160 case spumantistiche. Nel 2007 sono state prodotte quasi 47 milioni (82% in cinque anni) di spumante”.
Caspita che iperattivismo, che solerzia il Dr. Zaius, come ama definirlo – leggete qui – un mio amico, il wine blogger italo-americano Alfonso Cevola, quale efficienza, quasi propagandistica, nell’occuparsi del Prosecco, nel curare il passaggio dalla Doc alla Docg e la nascita della nuova, allargatissima, anche a posti dove di vitigno Prosecco non c’era la minima traccia, Prosecco!
Tanto solerte, troppo solerte, (anche se altrettanto solerte era un precedente ministro, particolarmente attento alle sorti del suo collegio elettorale e di una grossa cantina pugliese di cui, si dice, sia anche socio…) che benissimo ha fatto Franco Pallini, nella Prima di WineNews di ieri, a dedicargli un Sms, dal titolo I grandi vini d’Italia, che sottoscriverei in toto e che, citando doverosamente la fonte, mi fa piacere riprodurre.
Scrive Pallini: “Accogliamo con piacere la notizia che il Prosecco venga riconosciuto come eccellenza dal “Washington Post”. Ma che ad informarci di questo successo sia Luca Zaia in persona, suona, quanto meno, come una impropria affermazione del suo vecchio ruolo di assessore alla Regione Veneto, più che di quello di Ministro della Repubblica italiana.
Non abbiamo avuto il piacere di sentire le parole di Zaia, quando la stampa estera ha elogiato altre eccellenze enologiche italiane (Brunello, Barolo, Chianti Classico, i grandi siciliani …). Forse quei vini non vengono prodotti ugualmente in Italia? O, per caso, il nostro Ministro ha qualche problema nell’identificazione dei confini nazionali?”.
Suvvia ministro Zaia ci dia ascolto, troppo Prosecco, con il caldo che c’è, può anche far male…
p.s.
Tre anni fa l’amico Franco Ricci scriveva in un editoriale sul numero 19 di Bibenda: “ La speranza che alcuni protagonisti della comunicazione – in televisione, nei forum, sui giornali, nelle dichiarazioni ministeriali… – facciano maggiore attenzione a non dire in pubblico stupidità e corbellerie”. Parole di ieri: sembrano scritte oggi…
p.s. bis
che il Ministro Zaia abbia anticipato, come un bravo promoter, il Consorzio, lo si rileva, oggi, 14 agosto, dal comunicato stampa emesso dal Consorzio, che fa notare come anche Zaia sia rimasto colpito dall’articolo del Washington Post… – allegato cs washington post

14 Commenti »

15 luglio 2009

Città del Vino: dichiarazioni inutili su certificazioni dei degustatori e albo dei sommelier

Forse siete già a conoscenza, perché ne hanno scritto in diversi, dall’Ansa, al verde padano sito Internet Agricoltura italiana on line, al Corriere della Sera, domenica, al blog Intravino, dello strampalato progetto di creare un fantomatico “albo professionale dei sommelier”, che ha iniziato la discussione in Commissione agricoltura a Palazzo Madama e che può contare sulla presentazione del senatore del Pdl Pierfrancesco Gamba e dei colleghi di partito Maurizio Saia, Alessio Butti, Achille Totaro e Francesco Amoruso. Tutti sicuramente grandi esperti di vino e conoscitori della materia vinosa..
Questo progetto, dicono, “nella necessità di qualificare meglio la figura del sommelier professionista, definendo un percorso di indiscutibile serietà e professionalità invece dell’autocertificazione di fatto avvenuta finora nei vari corsi e corsetti delle associazioni privatistiche che formano i degustatori”. Bene, conosciamo già, dall’editoriale che il presidente Medri ha pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. – leggete qui – e dalle dichiarazioni rilasciate nell’articolo del Corriere e altrove, la posizione ufficiale, decisamente contraria (e un po’ contrariata) a questo ipotizzato decreto legge,  dell’A.I.S., che non è nemmeno stata interpellata, come parte in causa, dagli intraprendenti politici che hanno redatto questo testo che potete leggere e valutare qui.
Abbiamo preso atto, ancora su Intravino, che secondo Fiorenzo Sartore a salvarci dall’immaginario Ordine dei Sommelier saranno i sommelier (soprattutto quelli targati A.I.S., che non mancheranno di farsi sentire) anche se l’articolo del Corriere riportava anche qualche parere possibilista, tipo quello del sommelier del noto ristorante milanese Cracco, nonché “figlio d’arte”, Luca Gardini, che giudicava questo ddl, “una svolta necessaria, la creazione di un albo é un passo in avanti – secondo me – per tutta la sommellerie. L’AIS fa e dà tanto, ma non sottovalutiamo l’ingresso in Università, può essere un fatto di cultura”.
Fin qui tutto bene, i politici che fanno il loro mestiere, magari occupandosi di cose dove non si vedeva l’esigenza di un loro intervento/ingerenza, e permettendosi di (s)parlare, a vanvera, di “corsi e corsetti delle associazioni privatistiche che formano i degustatorie”.
E poi  le categorie interessate, quelle che formano larga parte dei sommelier italiani, come l’A.I.S. ad obiettare, magari sostenendo, come ha dichiarato domenica Terenzio Medri al Corriere della Sera, che questo ddl “mira a favorire gli interessi di qualcuno, come le università con i corsi specialistici nel settore agroalimentare”, facendo pensare che forse si riferisse ad Alma, e a nuove associazioni, tipo l’Aspi, che pretenderebbero di rappresentare gli interessi dei sommelier professionisti italiani, e che l’Alma ha scelto come interlocutori per i propri corsi.
Un batti e ribatti sempre rimasto nell’ambito di chi rappresenta la sommellerie e di chi è delegato, dal voto degli italiani, a legiferare.
E’ però successo, e l’ho appreso lunedì pomeriggio, leggendo questa Prima di un sito Internet, che qualcuno, non invitato a farlo e a mio parere con poca voce in capitolo, intervenisse a proposito del ddl, per dire la sua, in un modo che, ricorrendo ad un eufemismo (avrei in mente un modo più schietto di definirlo) é difficile non liquidare come un’incursione fuori dal seminato.
Parlo della premiata, si fa per dire, associazione nota (si fa per dire) come Città del Vino, che per voce del proprio presidente Valentino Valentini (nella foto) ha dichiarato: “sì alla “disciplina dei sommelier”, ma va esteso anche ad altre categorie di degustatori” “Il sommelier è una figura sempre più decisiva per il consumatore, non solo nella scelta dei vini, ma per informare e educare al consumo consapevole e alla conoscenza dei nostri prodotti”.
La proposta – ha aggiunto Valentini – “dovrebbe essere allargata ad altre categorie di degustatori, come strumento di certificazione e difesa dell’originalità e qualità dei prodotti italiani”.
Al signor Valentino Valentini, presidente di detta Associazione, nonché Sindaco di Montefalco in Umbria, che rilascia interviste sostenendo (strano, é stato proposto da parlamentari del Centro Destra e non di quella sinistra che in Umbria detta ancora politicamente legge) la validità di una “disciplina della professione di sommelier”, e secondo il quale la “creazione di un Albo ufficiale dei sommelier, costituisce un forte elemento di responsabilizzazione della categoria, che, negli ultimi vent’anni, ha svolto un ruolo importante, ma che ha bisogno di un ulteriore salto di qualità”, vorrei chiedere: ma di che cosa sta parlando?
A quale altre “categorie di degustatori” vorrebbe estendere il controllo da parte di quel sistema politico di cui la sua indaffaratissima Associazione è una delle espressioni più tipiche e rappresentative?
Vorrei dare, gratuitamente, un consiglio a Valentini: perché invece di pronunciarsi, un giorno sì e l’altro pure, sulle vicende del vino italiano, perché, magari i cittadini di Montefalco che l’hanno votato saranno d’accordo, non si occupa della politique politicienne, quella prima di tutto fatta di parole e non di fatti, di cose concrete, tipo pulizia e manutenzione delle strade, funzionamento dei servizi, gestione del denaro pubblico, inerenti alla pratica quotidiana di amministratore del suo paese, Montefalco, PG? Penso che siano queste le cose che interessano ai suoi cittadini, non i suoi indesiderati pronunciamenti sulle certificazioni dei degustatori…
Come diciamo a Milano, offelè fa el to mestee che l’è mej…

10 Commenti »

30 giugno 2009

Wine Spectator celebra l’Enoteca Italiana di Siena: tout se tient, of course!

La si può leggere un po’ ovunque questa “notizia”: sul Cittadino on line, su Valdelsa.net, sul sito Internet del Comune di Siena, persino sul sito verde Padania (nonostante sia voce del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, non di della Repubblica Veneta o della Val Brembana) Agricoltura italiana on line.
La sostanza, cambiando la fonte, non cambia. Quella che alcuni definiscono “la migliore testata mondiale nel settore del vino”, altri addirittura “la Bibbia del vino Usa” (una definizione che si può leggere in vari modi, compreso quello secondo il quale è la “Bibbia” del vino di gusto americano, ovvero il Verbo del vino omologato), ovvero Wine Spectator, “promuove a pieni voti l’Enoteca italiana di Siena e altre eccellenze vinicole del territorio senese.
Nel suo ultimo numero di giugno, in un articolo (che potete leggere qui) firmato dal giornalista  Jo Cooke, l’Enoteca italiana viene descritta come “la più grande sala-esposizione del vino italiano”.
Non aspettavano altro in quel di Siena e dintorni, dove da un anno buono c’é una forte preoccupazione, per tutto il Sistema, per le vicende riguardanti il Brunello di Montalcino. Questo “riconoscimento” è stato accolto come una manna: “si tratta un valido biglietto per la promozione del nostro territorio e della nostra offerta, sottolinea il segretario generale della Camera di Commercio Lorenzo Bolgi, è una testimonianza che la qualità dei nostri ristoranti e locali è vincente”.
Dal canto loro i politici senesi, la “Casta di Siena” di cui parla, in un omonimo libro, oltre che nel seguito “Le Mani sulla città” il giornalista Raffaele Ascheri (leggete qui e ancora qui) non hanno atteso un solo minuto per crogiolarsi al calduccio delle dichiarazioni di quelli che una volta avrebbero definito “gli yankees”.
La parlamentare del Partito democratico, con trascorsi nel PCI e nei Democratici di Sinistra, Susanna Cenni, nativa di Monteroni d’Arbia vicino a Siena, dal 2000 al 2005 assessore regionale al turismo, commercio, fiere della Regione Toscana (nel primo governo Martini), dal 2005 “alla guida dell’assessorato regionale all’agricoltura, foreste, caccia, pesca e quello alle pari opportunità uomo-donna” (una bella ridda di competenze!) e con le elezioni politiche del 2008 eletta alla Camera dei Deputati, ha subito dichiarato che “Il riconoscimento di Wine Spectator ad Enoteca Italiana premia la pazienza e l’impegno di chi guida una realtà unica nel suo genere e la lungimiranza di tutte le istituzioni, senesi e toscane, che hanno sempre creduto nell’efficacia con cui l’ente promuove, ormai da quasi cinquant’anni, i grandi italiani nel mondo”.
Questo risultato – aggiunge – “ci mostra come la strada intrapresa, non senza fatica, nella valorizzazione delle nostre migliori produzioni vitivinicole, sia stata quella giusta. Enoteca Italiana ha saputo interpretare al meglio il legame fra i vini italiani e il territorio, confermandosi come un’importante vetrina della produzione qualità locale e nazionale.
Oggi, anche alla luce di questo risultato prestigioso, il goffo tentativo di dar vita ad esperienze concorrenti, intrapreso alcuni anni fa per togliere all’ente senese il ruolo di valenza nazionale, ci sembra definitivamente superato”. Non bastasse la parlamentare senese ha chiuso il suo commento all’articolo di Wine Spectator inviando “il mio augurio di buon lavoro al presidente Claudio Galletti e al segretario generale Fabio Carlesi, in questi giorni al VinExpo di Bordeaux, per continuare, anche e sopratutto in una fase di crisi tutt’altro che semplice, a promuovere i nostri vini attraverso iniziative mirate e di qualità”.
Di fronte a questo proclama tonitruante, che manca solo di promettere “spezzeremo le reni alla Grecia“, pardon, ai nemici e agli avversari dell’Enoteca di Siena e poi sarebbe in perfetto stile anni Venti, a Roma come a Mosca, c’è solo da aggiungere che a Wine Spectator devono avere una vista particolarmente acuta, a raggi x come Superman, per essersi accorti, beati loro, dell’efficacia del lavoro svolto da quell’Ente eminentemente politico e dall’utilità tutta da dimostrare che è l’Ente Vini Enoteca Italiana di Siena.
Io, che pure sono da 25 anni, non due giorni, nel mondo del vino, di tutta questa indispensabilità e ricchezza di espressione del lavoro svolto dall’Enoteca Senese, distratto come sono non me sono mai accorto, anzi…
Mi accorgo invece, anzi ho la conferma di una convinzione cui ero già arrivato da tempo, che questo Ente, alla cui testa (presidenza e direzione) sono sempre arrivati personaggi molto abili nell’intessere rapporti organici con quello che Bruno Vespa definirebbe “il mio azionista di riferimento“, ovvero quel Pci-Pds-Ds che oggi è una delle due forze politiche storiche, l’altra è la Dc, confluite nel PD, sia soprattutto un organismo specializzato nel dare all’esterno un’immagine di sé ben superiore a quella reale.
Tale da catturare, ma non è difficile farlo in Toscana, facendo parte di un certo sistema di potere politico-economico-finanziario (e qui mi fermo…) il consenso persino della nota rivista che qualcuno ha ribattezzato Wine Speculator.
Non c’è da stupirsi. Come recita quell’espressione francese, Tout se tient, ovvero tutto è collegato e nulla avviene per caso.
Dal riconoscimento solerte attribuito dal Vinitaly 2009 alla Castello Banfi, come “massima espressione dell’imprenditorialità legata all’agricoltura, e da sempre votata all’eccellenza, cresciuta, nei trent’anni dalla sua fondazione, sotto l’egida dell’alta qualità, la Castello Banfi rappresenta oggi uno dei principali ambasciatori del “made in Italy” nel mondo. Forza trainante del “modello Montalcino”, al premio assegnato dalla rivista americana Forbes al Castello Banfi (ah rieccolo!) come migliore meta enoturistica del mondo, a questa celebrazione dell’Enoteca di Siena da parte di Wine Spectator, più pompata dagli ambienti toscani di quanto appaia in realtà leggendo l’articolo, ci muoviamo nello stesso milieu da “mani sulla città” e sulla Provincia.
Dove ad essere sostenuti, promossi, portati in palmo di mano sono sempre gli stessi e non si muove foglia senza che Qualcuno (chiamalo Partito, Banca, o in altro modo…) non sia d’accordo e non voglia…

68 Commenti »

17 giugno 2009

Per Manti (Il mio vino) i wine bloggers sulle magagne del vino italiano devono tacere. Anzi, fare il gioco delle tre scimmiette…

A proposito di un editoriale de Il mio vino

Chi l’avrebbe mai detto, anche solo tre anni fa, che l’apparentemente granitico e inattaccabile potere della grande stampa di potere, dei giornali sul vino che condizionano e guidano il consumatore di lingua inglese, potere arrogante un filo e del tutto alieno non solo a rimettersi in discussione, ma ad accettare critiche, sarebbe stato messo alle corde e apertamente in crisi, dall’azione – agili vascelli contro pachidermiche corazzate – dei blogger del vino?
Eppure è proprio quello che sta accadendo negli States, dove, basta leggere il fantastico blog Dr. Vino di Tyler Colman, (blogger, ma anche professore universitario), per scoprire che nientemeno che il più strapotente di tutti, il numero due della “power list” di Decanter, Mr. Wine Advocate, alias Robert Parker, ha dovuto rispondere alle contestazioni precise (leggete qui) di Colman, oppure Reign of Terroir che ci racconta di un Parker molto sulla difensiva (leggete qui) o Steve Heimoff, dove sono due diversi post (questo e poi ancora questo) a testimoniarci come il teorico massimo del giudizio sul vino espresso in numeri, pardon in centesimi, viene preso, solo idealmente, è ovvio, a schiaffoni.
In Italia, e non voglio parlare di quello che scrivo io, e di come scrivo senza alcuna remora mentale di alcuni “mammasantissima” della nostra critica enoica, per un Robert Parker der Tufello, pardon, per un Daniele Cernilli, che continua a fornire “spiegazioni” ben poco convincenti ai precisi appunti sui misteriosi (?) nuovi proprietari del Gambero rosso, mossi da quei ragazzacci di Dissapore, accade invece che sia un personaggio dell’establishment del giornalismo cartaceo (che forse ha mal digerito o non sopporta il fatto che tanti consumatori e appassionati continuino a prendere sul serio quello che scrivono quei “brutti sporchi e cattivi” di eno-bloggers, sottraendo lettori, copie vendute e abbonati alla sua rivista), a provare a bacchettare i bloggers e a cercarne di rintuzzarne la fastidiosa offensiva.
Sto parlando di Gaetano Manti, editore, direttore responsabile, stratega e deus ex machina del mensile Il mio vino, che nel numero di giugno dell’edizione italiana (ce ne sono anche una tedesca e una americana) della sua rivista ha pubblicato un editoriale-“resa dei conti”, dal titolo, insopportabile per me che sono interista, de “Il grande Boniperti”, che non solo i blogger del vino italiani ed esteri dovrebbero leggere e meditare, ma anche tutte le persone, appassionati, produttori, che in questo Paese sempre più appiattito e conformista, pavido e asservito agli interessi economico-finanziari-pubblicitari hanno ancora a cuore un’idea di informazione libera, indipendente, capace di esprimere le proprie idee, le proprie passioni ed i propri (motivati) disgusti.
In questo articolo – che trovate qui, (e che ho citato sulla rassegna stampa settimanale WineWebNews che curo per il sito Internet dell’A.I.S. – leggete qui) Manti, con il quale in passato ho avuto diciamo burrascosi scambi in punta di spada più che di fioretto, (leggere in sequenza: 1 23 ) e al quale di recente ho contestato il tentativo di rianimazione di quell’eno-cadavere chiamato Talento, ma con il quale gli scambi di mail, ora in uno spirito di cortesia e rispetto reciproco,  sono regolari, parla dell’anomalia del vino italiano rappresentata dalla “nutrita schiera di giornalisti o scrivani di varia natura che si ritengono in grado non solo di esprimere giudizi su questo o quel vino ma anche e soprattutto di elargire consigli e opinioni su come le aziende dovrebbero affrontare i mercati mondiali o su come importanti consorzi italiani e stranieri dovrebbero impostare le politiche dei loro disciplinari”.
Per Manti lo strumento maledetto che ha consentito questa – mi scusi la metafora non elegantissima – “pisciatina fuori dal vaso”, è costituito dalla Rete, perché “da qualche anno a questa parte il mondo della comunicazione è cambiato e Internet ha offerto a tutti un’opportunità unica di diffondere il proprio verbo. Dar vita a un blog e scriverci dentro è oggi impresa alla portata di tutti. La facilità con la quale ci si può rivolgere ad una platea teoricamente infinita ha fatto sì che proliferassero blog sul vino in ogni parte del mondo. Anche in Italia, usando lo strumento dei blog, enogiornalisti o presunti enologi dispensano il loro sapere e indicano con estrema decisione a consorzi e produttori la retta via verso il successo in tutti i mercati del mondo.
Magari meravigliandosi se produttori e consorzi non li prendono nemmeno in considerazione. Gente che non ha mai prodotto, venduto e forse nemmeno mai pagato una bottiglia di vino pensa di poter dare consigli e indicazioni perentorie a persone che hanno passato una vita a fare e vendere grandi vini con molto successo in tutti i mercati del mondo”.
Orbene, secondo il direttore della premiata rivista secondo la quale il Talento è una grande possibilità per lo spumante metodo classico italiano, quei birbaccioni di bloggers, invece di contestare che a Montalcino tarocchino il Brunello, che in Puglia e in Calabria i Consorzi vogliano imbastardire i loro Primitivo di Manduria e Cirò a colpi di iniezioni di vitigni migliorativi (a proposito, leggete qui l’articolo che Luciano Pignataro dedica al caso Cirò e firmate qui l’appello per salvarne l’identità dai “taroccamenti” di legge), che a Montepulciano vogliano fare altrettanto con il Vino Nobile, dovrebbero “degustare un vino e far sapere alla gente se quel vino secondo lui merita di essere comprato oppure no”.
Certo, Manti ci lascia la libertà di farlo, a patto dice, che l’eno-blogger “lo faccia in modo onesto ed eticamente ineccepibile”.
Ed ecco quindi partire, peccato che il riferimento sia poco aggiornato e non tenga conto degli schiaffoni che come ho scritto sopra proprio su questi temi etici sta prendendo Parker negli States, proprio ad opera dei wine blogger, il riferimento al “famoso critico americano Robert Parker ha stabilito per sé e per i suoi collaboratori:è imperativo per un critico del vino pagare sempre per le proprie spese di viaggio e di soggiorno. Mai si possono accettare offerte di ospitalità sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis”.
Scrive Manti, con l’obiettivo, non centrato, di essere liquidatorio e insinuare il dubbio che i wine blogger siano facilmente “acquistabili”, che “
viene da chiedersi chi paga le spese di viaggio e soggiorno per tutti i bloggers che girano l’Italia partecipando a degustazioni in ogni angolo della penisola e delle isole. Quando i nostri collaboratori girano l’Italia alla caccia di grandi vini sconosciuti lo fanno sempre a spese nostre e quando si fermano in un ristorante pagano sempre il conto come un qualsiasi cliente. Ma questo non basta. Guai al mondo se il parere dei nostri degustatori autorizzasse qualcuno di noi a uscire dalle righe dando consigli su come produrre il vino, come commercializzarlo o addirittura su come regolamentare la produzione di certi vini DOC”.
Bene, non voglio prendere questo editoriale – stroncatura del mondo wine blog italiano come un fatto personale, visto che a mia precisa risposta se il suo editoriale potesse essere una risposta a quanto avevo scritto sul talentoso tentativo di riesumazione del cadavere, Manti mi ha risposto assicurando “che quello che ho scritto non ha nulla a che fare con quello che lei ha scritto sull’affaire Talento anche perché su quell’argomento sono certo che lei abbia una visione per nulla lontana dalla realtà attuale”, ma voglio dire a Manti che la sua stroncatura dei blog ed il suo bonario tentativo di esorcizzarne l’effetto passa parola e la capacità di contribuire ad allargare l’eno-pensiero dei consumatori, negandone quasi l’evidenza, oltre che la serietà, non ha alcun senso.
Primo perché non deve essere il direttore de Il mio vino, con tutto il rispetto per l’imprenditore Manti, ad indicarci quello che dobbiamo dire e scrivere e quello che dobbiamo tacere, secondo perché rivendico e rivendichiamo, ormai in molti, la libertà di dire che chi tarocca il Brunello è un farabutto e chi propone di modificare il disciplinare del grande vino toscano base Sangiovese non vuole bene a questo simbolo del vino italiano, ma vuole solo tutelare i propri interessi.
Terzo perché se vuole accusare il mondo dell’informazione sul vino italiano di fare marchette, e se ne fanno, perbacco se se ne fanno, deve rivolgere altrove i suoi strali e non ai wine blogger, ma a giornali, soprattutto cartacei, giornalisti e gruppi editoriali, dai più potenti ai meno attrezzati economicamente. Sarebbe giusto sostenere, nel migliore dei mondi possibili, che “è imperativo per un critico del vino pagare sempre per le proprie spese di viaggio e di soggiorno. Mai si possono accettare offerte di ospitalità sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis”, se a consentirci di lavorare in questo modo, come fa ad esempio, e posso affermarlo con assoluta certezza, avendone parlato con lui, il critico del New York Times Eric Asimov, fossero i signori editori e direttori di riviste del vino italiani, che quando gli dici di pagarti le spese di viaggio e di soggiorno, ti guardano come se avessi chiesto loro il numero del conto in banca in Svizzera o il cellulare dell’amante, e ti invitano a contenere le spese all’osso (ovvero al nulla) e a farti invitare da Consorzi e associazioni varie.
Quanto
alchiedersi chi paga le spese di viaggio e soggiorno per tutti i bloggers che girano l’Italia partecipando a degustazioni in ogni angolo della penisola e delle isole”, trattasi di domanda retorica da parte di uno che conosce già la risposta, perché vivendo e operando in Italia, il dottor Manti sa perfettamente come vanno le cose, come spesso per mettere insieme le pagine di una rivista si facciano le nozze con i fichi secchi.
A differenza da Il mio vino, che per campare deve augurarsi ogni mese che siano parecchi gli inserzionisti pubblicitari, alias aziende vinicole, che acquistano spazi sulla rivista (e sui cui vini ovviamente, non c’è bisogno di diktat del direttore, nessuno si sogna di parlare male o di avanzare critiche, né al vino, né alle strategie e alle scelte aziendali), i bloggers del vino, che generalmente non hanno pubblicità, e sicuramente non pubblicità di aziende vinicole sulle loro pagine, sono molto ma molto più liberi.
E anche quando vengono invitati, come accade a qualcuno di loro (non tantissimi: nel mio caso vengo invitato non solo per il mio blog, ma in virtù di 25 anni di esperienza e di lavoro come giornalista del vino, che ha collaborato con tante testate, tra queste, anche se solo per un articolo, Il mio vino…), dai Consorzi, che li ospitano e assicurano vitto e alloggio, non sono certo vincolati, il mio caso lo dimostra, a parlare esclusivamente in positivo della rassegna cui hanno partecipato, dei vini che hanno degustato.
E se lo fanno, come qualcuno lo fa o lo ha fatto, è per puro spirito da gregario o da carneade che vuole arruffianarsi il potere, non perché gli organizzatori vincolino l’invito al successivo cantare le lodi e dire che tutto va bene madama la marchesa.
Che mi paghino l’aereo e mi ospitino in una bella masseria per scendere in Puglia per degustare in occasione della rassegna I vini di Radici, che mi rimborsino le spese di viaggio e mi ospitino ad Alba per degustare per cinque giorni Barolo e Barbaresco, che scenda a Montalcino, come è accaduto anche quest’anno, dopo tutto quello che avevo scritto su Brunellopoli, invitato dal Consorzio per Benvenuto Brunello, non cambia di una virgola il mio modo il mio modo di scrivere, non mi condiziona, non mi fa sentire in nulla vincolato ad evitare, come qualche bischero si è provato a chiedere, venendo respinto al mittente e mandato dove deve essere spedito, critiche.
E questo accade con svariati wine blogger, voglio citare solo Roberto Giuliani di LaVINIum ed Esalazioni etiliche, o gli amici dell’Acquabblog del sito Internet Acquabuona.
Per chiudere voglio lanciare una sfida-provocazione al dottor Manti, chiedergli di commissionarmi un articolo, sul tema che potremo facilmente individuare, applicando quei metodi, ovvero farsi pagare – giocoforza, altrimenti si finisce per fare beneficenza agli editori e di lavorare in perdita – “le spese di viaggio e di soggiorno” l’ospitalità “sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis” che rimprovera ai blogger.
Mi faccia lavorare, caro direttore de Il mio vino, come fa Eric Asimov del New York Times, consentendomi di scrivere un articolo ricco, dettagliato, articolato, facendomi stare, a spese della rivista, in una determinata località e girando per vigneti, aziende, degustando, comprando le bottiglie quando le aziende non le forniscono per la degustazione, insomma lavorando con quella totale indipendenza che rimprovera ai blogger italiani di non avere.
Ma vogliamo scommettere che non preferirà nemmeno prendere in considerazione la mia proposta e che nel prossimo editoriale si scaglierà contro le folli pretese (di vivere alla grande) di qualche giornalista italiano (e per giunta blogger) che avrebbe la pretesa di essere trattato come il critico del più celebre quotidiano del mondo?
p.s.
su richiesta di Gaetano Manti, che letto il mio post mi ha prontamente contattato, riporto anche una parte del suo pensiero sull’operazione Talento ora sostenuta dalla rivista, che aveva espresso in uno scambio di e-mail che avevamo avuto:
Noi insistiamo sul Talento perchè pensiamo che si possa fare qualcosa per modificare l’attuale stuazione, tutti coscienti che si tratta di un piccolo segmento della produzione italiana ma che certo è un segmento di eccellenza. E’ in questi segmenti che noi possiamo fare molto, anche quando il gettito pubblicitario è prevedibile vicino allo zero.”



32 Commenti »

4 giugno 2009

Dibattito su Bettino Ricasoli, ma maestro di cerimonia è Bruno Vespa

Vedete che serve e che paga essere uomo di potere risolutamente dalla parte del potere, amico di chi è potente, quale che sia il colore della sua casacca?
Serve, nel caso del titolare (incredibile ma vero) della rubrica vini su Panorama (che continua a restargli saldamente attaccata ad ogni cambio di direttore), più noto come il conduttore di quella che è stata definita la “terza Camera” italiana, ovvero la trasmissione di Rai Uno Porta a Porta.
Sto parlando di Bruno Vespa, che sicuramente come riconoscimento per il suo costante dare spazio nelle sue wine news alle aziende che rappresentano l’establishment del vino, figurerà quasi come un co-protagonista, in un convegno che si svolgerà venerdì prossimo presso il Castello di Brolio, a Gaiole in Chianti.
“Location” non scelta a caso, visto che il tema, piuttosto interessante, dell’incontro, sarà nientemeno che l’antico padrone di casa del Castello, ovvero Bettino Ricasoli, di cui verranno indagati “il suo disegno e la sua attualità nella congiuntura degli anni 2000”, nell’ambito di quella che viene definita “una riflessione a 360 gradi sul futuro del Chianti Classico e del suo sistema socioeconomico”.
Chi interverrà, il moderatore Vespa a parte (a proposito: avete letto come descrive i grandissimi vini che ha potuto degustare nell’articolo Prove d’assaggio pubblicato nell’ultimo numero di Bibenda? Un capolavoro d’involontaria comicità… ) nel corso della discussione?
Innanzitutto l’attuale padrone di casa, Francesco Ricasoli, amministratore delegato Barone Ricasoli, e poi si potranno ascoltare relazioni, tema Il Carteggio Ricasoli-Studiati, di Zeffiro Ciuffoletti – docente di Storia contemporanea e Storia sociale della comunicazione presso  l’Università di Firenze, quindi di Giuseppe De Rita, segretario Generale Censis, che proporrà una “Panoramica sul contesto attuale”, quindi verranno indagati “Gli aspetti qualitativi”, ad opera di Claudio Peri, docente  di Tecnologie alimentari presso l’Università di Milano. Seguirà poi il dibattito, con una introduzione di Marco Pallanti, presidente Consorzio Chianti Classico, con interventi previsti di Gian Piero Maracchi – direttore Istituto Biometeorologia (Ibimet) del CNR e Federico Vecchioni, presidente Confagricoltura, tanto per avere un altro di quei potenti che mettono così a suo agio Vespa.
Nel pomeriggio, alle ore 15, è in programma l’inaugurazione della Collezione Ricasoli, che proporrà in esposizione l’armeria di famiglia e le onorificenze di Bettino, protagonista del Risorgimento Italiano, nonché inventore (da qualcuno contestato per le sue scelte…), del moderno Chianti.

31 Commenti »

28 maggio 2009

Est modus in rebus: diteglielo al sor Federico di Radio2 Decanter!

I latini, che di misura e di sobrietà se ne intendevano e sapevano benissimo come certe cose vadano fatte senza sbracare, o come direbbe un mio amico un po’ meno raffinato, senza “fare la pipì fuori dal vaso”, hanno trovato, per la penna di Orazio, l’espressione perfetta, Est modus in rebus, per indicare che c’è una misura nelle cose. In altre parole un modo di fare, di comportarsi, di parlare, di rilasciare dichiarazioni, che non fa una sbavatura tanto è calibrato, coerente, privo di smagliature.
Bene se qualcuno conosce personalmente, ed è amico, di Federico Quaranta (che vedete a sinistra nella foto), “conduttore radiofonico e televisivo specializzato nella conduzione e moderazione di eventi enogastronomici” come si legge nella sua breve biografia disponibile on line su Wikipedia, gli suggerisca di meditare sul detto di Orazio, perché forse pensandoci sopra e arrivando a trarne i debiti insegnamenti potrebbe evitare di fare cattive figure.
Quelle che, ad esempio, ormai diventato un personaggio pubblico ed una sorta di “prezzemolino” nel mondo del vino e nelle sue manifestazioni più frivole e più modaiole, per la sua conduzione, in tandem con “l’inutile Tinto” alias Nicola Prudente, della trasmissione radiofonica di Radio 2 Decanter, (che l’ha portato, volevi ben vedere, ad apparire anche sulla Rai Uno di Fabrizio Del Noce e su RaiSat Gambero Rosso) ha fatto concedendo un’ampia intervista a Fabio Piccoli, pubblicata sul numero di maggio – giugno della rivista Origine (il sapore del territorio italiano) con l’impegnativo (e un po’ populistico) titolo de “Riportare al popolo l’enogastronomia”.
Cosa ha dichiarato a Piccoli questo 42enne genovese, che molti produttori e Consorzi italiani continuano ad invitare a condurre talk show e presentazioni, e che nel 2008 si è segnalato in occasione della direzione artistica di Vini nel Mondo di Spoleto, per aver fatto entrare questa rassegna enologica “nel Guinness World Records grazie ad un eccezionale Flute da Guinnes: alta due metri e cinque centimetri, cinquantotto centimetri di diametro, su un gambo di appena tre centimetri di diametro, riempita per l’ occasione di Asti Spumante DOCG”?
Raccontando della sua lunga esperienza di conduzione di Decanter, cui arriva “totalmente astemio”, il nostro ricorda che “proprio questa nostra lontananza dall’élite del giornalismo enogastronomico che ci ha portati ad inventarci un linguaggio totalmente nuovo. Di certo non volevamo parlare come normalmente, tutt’oggi, molti disquisiscono attorno al tema del vino”, parlandone “in maniera incomprensibile. Come quella certa intellighenzia che con snobismo si chiude a riccio in un linguaggio accessibile solo a pochi simili, a uno sparuto club di eletti”.
A Decanter, la trasmissione radiofonica di Radio Due, rivendica “noi subito abbiamo voluto non solo modificare il linguaggio, ma anche capire perché se ne parla in maniera così élitaria, difficile”.
Circa i motivi di una comunicazione così complessa Federico Quaranta, che con perfetto cerchiobottismo e pratica del politicamente corretto pur facendo capire di essere di sinistra (altrimenti come avrebbe fatto a lavorare come tanti altri, dal figlio di Sofri alla sua compagna Daria Bignardi, per citarne solo due, in Rai?) elogia, pur avendo “un orientamento politico diverso dal loro” i ministri Meloni e Zaia, si è naturalmente fatto la sua idea.
E la esprime con chiarezza, partendo da lontano, dal dopo metanolo, quando “era necessario ridare alla qualità del vino e dei prodotti tipici una voce più forte, più elevata”, ai giorni nostri, quando “non si è capito che le cose stavano cambiando. Che era fondamentale raggiungere un pubblico più vasto”.
Ecco quindi il suo risoluto pollice verso contro “una irrefrenabile corsa ai voti e alle classifiche” e alla “degenerazione avvenuta, dal mio punto di vista, per creare una lobby dentro la quale ci sono lobbisti che si possono scambiare favori e per questo è fondamentale avere un linguaggio decifrabile solo da coloro che si vogliono intercettare”. Bravo Federico, tostissimo, coraggioso, ha fatto bene a cantargliela chiara a quei furbetti e opportunisti che si parlano addosso, che di farsi capire dai lettori e dai consumatori non ci pensano minimamente, che curano, con perfetto spirito da lobbisti, i loro interessi di bottega.
Peccato che quel Federico che si erge a paladino degli appassionati di vino e delle buone cose nelle interviste e che non spende una sola parola per riconoscere che in fondo è stato letteralmente “miracolato” e che questo successo che gli arride gli é cascato addosso senza che nemmeno lui potesse capire bene il perché, sia lo stesso Federico Quaranta che come co-conduttore, con Nicola Prudente, di Decanter, volendo occuparsi di vino, ovviamente facendosi capire dal colto e dall’inclita, com’era mission della trasmissione, abbia scelto, come sa chiunque abbia ascoltato qualche volta Decanter, e come è documentato sul sito Internet del programma, di affidarsi, come esperto e ospite assiduo, del “più fascinoso divulgatore enologico italiano” chiamato a raccontare “in esclusiva per gli ascoltatori di Decanter tutte le D.O.C. del Bel Paese”.
Così, “attraverso le sue aggettivazioni inarrivabili” di “abile funambolo della parola” gli ascoltatori di quel programma che, nelle interviste, rivendica l’eroica scelta di aver rinunciato a parlare del vino “in maniera incomprensibile, élitaria, difficile”, hanno potuto scoprire “tutti i colori e i profumi dei vini italiani”, nientemeno che dalle parole, immaginifiche, tardo dadaiste e post marinettiane, chiare e comprensibili come la scrittura dei medici, di tale Luca Maroni, uno che di lobby se ne intende, visto che lo scorso febbraio era stato chiamato da due enti espressione dell’establishement enogastronomico come Buonitalia Spa e VeronaFiere a celebrare in quel di New York (tanto a pagare era il contribuente italiano) “il primato mondiale della produzione italiana, leader mondiale per qualità e varietà”.
Evviva la coerenza signor Federico “paladino dei consumatori” e complimenti anche al collega Fabio Piccoli, che pur dichiarandosi ascoltatore di Decanter ha evitato (perché?) di far notare all’intervistato come si stesse dedicando all’esercizio tanto caro al giornalismo enogastronomico di casa nostra: predicare bene (tanto per fare bella figura a costo zero) ma razzolare malissimo… Così va l’Italia, anche nel mondo del vino

6 Commenti »

4 maggio 2009

Errare humanum est: a proposito degli “aventiniani” di Alba Wines Exhibition.

Con un puntuale intervento (che vi invito a leggere qui) pubblicato su quelle Esalazioni etiliche che sono l’angolo blog del suo, molto letto e frequentato, ottimo sito Internet LaVINIum, l’amico Roberto Giuliani mi ricorda che tra meno di una settimana saremo, ivi trattenendoci piacevolmente per ben cinque giorni, nell’amatissima terra di Langa.
Il motivo di questa rimpatriata, che mi consentirà di rivedere diversi cari amici, produttori e giornalisti, e di godermi la speciale atmosfera di Alba e dintorni, e l’argomento del post di Roberto, Alba Wines Exhibition, il grande evento rivolto alla stampa specializzata di tutto il mondo che ci consente di degustare, nelle migliori condizioni possibili (roba che a Montalcino ce la sogniamo di notte…), le nuove annate dei vini del mio cuore, Barolo e Barbaresco, oltre che quel vino che deve ancora decidere cosa voglia fare da grande che è il Roero. Per la precisione quest’anno il “menu” propone “Roero 2006 e Riserva 2005, Barbaresco 2006 e Riserva 2004, il Barolo 2005 e Riserva 2003”.
Di cosa parla il post di Esalazioni etiliche riferito ad Alba Wines, organizzazione dell’Unione Produttori Vini Albesi con la regia organizzativa della Wellcom che avrà ancora una volta come teatro il “Palazzo Mostre e Congressi di Alba, edificio perfetto per le sue pareti bianche, le sale ampie e ben illuminate, il silenzio pressoché assoluto che consente ai giornalisti di concentrarsi al massimo nella difficile valutazione di centinaia di campioni”?
Semplice, di un problema che noi fortunati invitati (siamo poco più di una cinquantina a partecipare, contro le centinaia invitati a Montalcino per Benvenuto Brunello, a Firenze per l’Anteprima del Chianti Classico, a Verona per l’Anteprima dell’Amarone), avvertiamo con sempre maggiore urgenza, il fatto cioè che da almeno un paio di anni sia in calo il numero delle aziende partecipanti alla manifestazione.
Quelle che accettano di mettersi in gioco (quest’anno saranno 164) presentando i campioni dei loro vini, molti dei quali freschi d’imbottigliamento e quindi non nelle condizioni ideali per essere degustati e giudicati, all’assaggio, in comparazione con i vini presentati dai colleghi produttori.
Basta leggere quello che scrive Giuliani per accorgersi come, nonostante siano ancora presenti tantissimi produttori, sia in aumento il numero delle aziende, molte delle quali mediatiche, blasonate, ben note, che per motivi vari preferiscono chiamarsi fuori e non partecipare a quella che, indubbiamente, è la più importante, ricca, organica, occasione d’assaggio dei vini base Nebbiolo prodotti in Langa organizzata in Italia e altrove. Un’occasione così golosa che giustifica comunque, nonostante le assenze crescenti, l’essere presenti, prendendo al volo l’invito fattoci dagli organizzatori.
I motivi che inducono questi produttori di Nebbiolo di Langa a dire “Alba Wines? No grazie”, sono molteplici e vanno da cause oggettive, tipo il mancato imbottigliamento in tempo utile dei vini per poterli presentare, la scelta di imbottigliarli in un periodo successivo e di lasciarli ulteriormente affinare in legno o, se già imbottigliati, in vetro, ad un pizzico di “protagonismo” e “primadonnismo” che induce alcune superstar o presunte tali a snobbare a prescindere questi confronti e a non mischiare i loro vini con quelli dei “comuni mortali” loro colleghi.
Lo stesso atteggiamento che fa sì che a questi meeting di degustazione non partecipino, accanto a fior di giornalisti ed esperti, i capataz e le firme illustrissime del Gambero rosso, di Wine Spectator, di Wine Advocate o di qualche altra guida.
Ci possono poi essere, perché escluderlo?, motivi di natura economica (le aziende pagano per partecipare a questa manifestazione) che inducono taluni, soprattutto se aziende di piccole dimensioni, a rinunciare, visti i tagli di spesa per promozione et similia cui si vedono costrette dall’attuale situazione di crisi.
E non escludo che qualcuno possa decidere di non partecipare non condividendo l’impostazione di Alba Wines (che piaccia o non piaccia ci “costringe”, come accade del resto in ogni anteprima di qualsiasi altro vino importante italiano, ad assaggiare una mole eccessiva di vini, anche 60-70 in una sola giornata, in un confronto che tende ovviamente a privilegiare i vini più pronti, quelli magari costruiti per fare “il botto” subito e a mostrare “effetti speciali” e a penalizzare quelli più classici, che necessitano di aprirsi maggiormente per potersi rivelare appieno).
Anche a me piacerebbe poter assaggiare, con la dovuta calma (in ogni caso ad Alba Wines disponiamo di quasi cinque ore ogni giorno per poter degustare e per chi non vuole fare le corse o magari limitarsi ad un assaggio mirato di un numero ristretto di vini) solo trenta vini al giorno, ma di quanti giorni avremmo bisogno per poterlo fare?
Corre poi voce, ma sono solo rumors e non spiegazioni ufficiali che a “spingere da qualche anno un sempre maggior numero di produttori a non partecipare a quella che resta, in ogni caso, la principale manifestazione piemontese indirizzata alla stampa, un appuntamento che ha un’eco internazionale”, siano altri motivi, un po’ meno concreti, oggettivi e nobili.
Non la necessità di risparmiare, non una critica, costruttiva, agli organizzatori, perché individuino una nuova formula migliore di questa, non l’impossibilità di presentare vini che non sono pronti e che anche se presentati sarebbero poco più che “campioni da botte”, ma un certo timore, incomprensibile, relative alle valutazioni frutto di degustazioni che la stragrande maggioranza di noi effettua alla cieca, senza conoscere il nome del produttore (e ovviamente senza aggiustare poi le valutazioni in base a simpatie e antipatie), che i giornalisti, soprattutto quelli più incontrollabili e incorreggibili (cioè abituati a dire e scrivere quello che pensano e quello che ritengono giusto raccontare ai loro lettori) potrebbero dare ai loro vini.
Non avendo la certezza che tutti, non solo la maggioranza, possano riservare unicamente lodi, tripudi e acclamazioni ai loro Barolo e Barbaresco (dubito che anche dei produttori del Roero possano farsi contagiare da una simile forma mentis) e che qualcuno possa dire che “i re o presunti tali sono nudi” e che quei vini che costano un sacco di dané alla prova assaggio piacciono meno di vini che costano un terzo o un quarto, questi democraticissimi vignaioli, che i calli evidentemente non li hanno solo sulle mani, per il loro faticoso lavoro in vigna, ma anche altrove, cosa fanno?
Se ne stanno a casa e magari, come avevano già fatto anni fa, oggettivamente, anche se apertamente non sembra invitino a farlo, finiscono con il boicottare la manifestazione, a minarne e condizionarne il successo.
Come scrive Roberto Giuliani, il fatto che non partecipino così in tanti (anche se, lo ripeto, sono molti di più quelli che partecipano ad Alba Wines) costituisce un problema ed “é ovvio che il problema esiste e andrebbe spiegato, tanto più visto che ci è espressamente richiesto di non visitare aziende non presenti alla manifestazione durante i giorni in cui si svolge, cosa senza dubbio corretta ma che non permette ai giornalisti di fornire ai propri lettori un quadro il più possibile completo dei vini che verranno messi in vendita quest’anno”.
Dal canto mio, stupito che alcuni, magari sempre gli stessi, tornino a ripetere gli errori e le “ingenuità” del passato, voglio limitarmi ad invitare gli aventiniani di Alba Wines, quelli i cui vini quest’anno non avremo il piacere ed il privilegio di poter degustare (e che magari preferiscono, soprattutto da parte dei colleghi stranieri, più discrete e accomodanti visite personalizzate nelle loro cantine, dove di blind tasting non se ne parla affatto e le pacche sulle spalle si sprecano in un simpatico clima à la volemmosse bbene) di rileggersi quello che scrivevo, su WineReport (do you remember?) nel maggio del 2001, (leggete qui), con particolare attenzione non tanto alle mie trascurabili parole, ma quelle contenute nella “Lettera aperta dei giornalisti ai produttori di Langa” redatta, come reazione al loro assurdo boicottaggio, da tutti i giornalisti partecipanti a quell’edizione di Alba Wines Exhibition, persuasi che i motivi addotti per la mancata partecipazione alla manifestazione “non siano sempre espressione di professionalità, perché siamo convinti che soltanto la massima apertura di spirito renda possibile l’avanzare continuo verso una qualità dei vini sempre più alta e verso un successo sempre maggiore nel mondo intero, dei vini delle Langhe”.
Questo con l’auspicio “di trovare negli anni a venire, i campioni di tutti i produttori rilevanti delle Langhe in questa manifestazione, perché dobbiamo ai nostri lettori dei rapporti completi e professionali, e speriamo di poter mantenere anche nel futuro l’amicizia che ci lega da tempo ai produttori dei meravigliosi vini Barolo e Barbaresco”.
Una lettera aperta, firmata, tra l’altro da nomi quali “Terry Robards, Eckhard Supp, Rolf Bischel, Andreas März, Nicolas Belfrage, Jens Priewe, Daniel Thomases, Steffen Maus, Martin Kilchmann, Herwing Van Hove, Tom Maresca, Steffen Maus, Alessandro Masnaghetti, Andrea Gabbrielli, Gigi Brozzoni” oltre che dal sottoscritto, che mantiene intatta la sua attualità e alla quale, perché no?, si potrebbe dar seguito quest’anno con una nuova lettera aperta, rivolta a coloro che, vittime del loro sconfinato egocentrismo, non si accorgono che “
Errare humanum est, sed perseverare diabolicum “…

4 Commenti »

3 febbraio 2009

Farinetti: così tanti Barolo di proprietà che finisce per chiamarli… “Baroli”!

Comincia ad essere oggetto di molte recensioni, scritte in maniera da molto positiva a trionfalistica (leggere ad esempio, sul normalizzato blog Kelablu, l’introduzione del “supplente” alla “non prefazione” encomiastica di Gavino Sanna) Coccodé il marketing pensiero di Oscar Farinetti, libro che raccoglie oltre un centinaio di annunci pubblicitari di Eataly voluti e concepiti dal patron e dai suoi collaboratori per tenere alta l’attenzione sul suo quality food store torinese.
Non entro nel merito della genialità e dell’efficacia della comunicazione farinettiana (che sicuramente esiste e non tocca proprio ad un “certo Ziliani” scoprire, anche se presto dirò la mia su questo volume che illustra il “marketing pensiero” farinettiano), ma voglio solo attirare l’attenzione sulla pagina che efficacemente ricorda che “in Piemonte abbiamo un tesoro: il Barolo. Perché ce lo facciamo bere dagli altri” e a fronte di un export dominante che assorbe (deo gratias) larga parte della produzione del più grande vino base Nebbiolo del mondo suggerisce di provare ad entrarvi in confidenza e ai dargli del tu e non metterlo su uno scaffale ma di berlo. Magari a bicchiere, a quattro euro, come consentiva una iniziativa promozionale adottata “in tutti i ristorantini di Eataly”.
Va bene che Farinetti di Barolo, da Borgogno alla Brandini sino alla Fontanafredda, ne ha collezionati ormai parecchi, ma qualcuno non potrebbe dirgli che il Barolo anche al plurale, resta Barolo e non diventa mai “baroli” e che scrivere, come appare nella pagina pubblicitaria dedicata al Barolo pubblicata su Coccodè, “I grandi Baroli selezionati da Eataly sono in vendita nell’enoteca al piano interrato. Potrete assaggiare i Baroli” è un clamoroso, anche se veniale, errore, tanto più da parte di un piemontese, per di più albese di nascita e residente a Novello?         

37 Commenti »