Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'la mosca al naso'

15 Aprile 2008

Taroccamenti nel Brunello? Secondo la nuova agenzia stampa del Consorzio solo “presunti fatti”…

Comincia bene, facendo subito capire come la pensa e come sarà la sua strategia, la nuova consulente per le attività di comunicazione per il Consorzio del Brunello di Montalcino, l’agenzia milanese Barabino & Partners, specializzata in “consulenza di direzione in comunicazione d’impresa” e, dicono, tra le più autorevoli e capaci d’Italia (sito).
In una lettera datata 14 aprile inviata agli organi di stampa (e anche al sottoscritto) Luca Barabino, responsabile dell’agenzia, testualmente scrive:
Egregio Dottore desidero informarla che La Barabino & Partners ha ricevuto oggi l’incarico di consulente per le attività di comunicazione per il Consorzio del Brunello di Montalcino, che come certamente saprà recentemente è risultato al centro di attenzioni dei media e dell’opinione pubblica. L’intervento di Barabino & Partners è mirato a creare un costante e corretto flusso di informazioni verso la stampa, a seguito dei presunti fatti che metterebbero in discussione la corretta osservanza della disciplina del Brunello stesso. Il Consorzio del Brunello di Montalcino, nel suo ruolo di custode della disciplina e del rispetto della denominazione docg, con il supporto di Barabino & Partners, intende mettersi a completa disposizione dei professionisti dei media e delle principali categorie intervenute, affinché si possa ribadire il successo qualitativo che il Brunello riscontra da decenni in tutti i mercati del mondo. La prego di considerarci a disposizione per tutte le informazioni e documentazioni che le fossero necessarie”.
Ringrazio il dottor Barabino, ma mi chiedo se sia il modo giusto di cominciare a confrontarsi con la stampa, a dialogare e fornire informazioni, ad essere trasparenti e comunicativi, mentre il sito Internet del Consorzio del Brunello (vedi) continua ad ignorare l’accaduto (come se non fosse accaduto nulla) scrivendo “a seguito dei presunti fatti che metterebbero in discussione la corretta osservanza della disciplina del Brunello stesso”, come se i ben noti fatti che sono a conoscenza dell’opinione pubblica italiana e internazionale e, quello che più conta, degli inquirenti, che continuano le loro indagini a Montalcino, fosse una mera trovata di qualche sconsiderato giornalista, in vena di mettere in dubbio il prestigio del Brunello di Montalcino in tutto il mondo.
Che altri, con i loro comportamenti sconsiderati, troppo lungamente tollerati, hanno contribuito a danneggiare, non certo i giornalisti che hanno a cuore l’identità e l’integrità del Brunello e fanno il loro mestiere dando le notizie e non certo inventandosele.
Se questa è la strategia di comunicazione, scelta dall’agenzia e dal Consorzio e a quanto pare in sintonia con l’orientamento del ministro delle Politiche Agricole uscente, secondo il quale “non è la prima volta che, in questo Paese, ci troviamo a dover combattere non solo i criminali delle adulterazioni ma anche la paura, seminata da una cattiva informazione che, voglio pensare, sia dovuta all’ignoranza, intesa come poca conoscenza, piuttosto che alla malafede” (a casa, please e a non rivederci…), credo che sarà piuttosto difficile dialogare…

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13 Marzo 2008

Barbera d’Asti: ma per i produttori “superiore” cosa diavolo vuol dire?

Sono tornato da Londra ieri sera, in attesa di partire domani, come ho già riferito, per Madrid, con uno strano interrogativo che mi ronza dentro. La domanda, insinuante, è: ma i produttori dell’astigiano e dell’alessandrino che rivendicano la qualificazione di “superiore”, ovvero “ottenuto da uve aventi un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di 12% e immesso al consumo con un titolo alcolometrico volumico totale minimo di 12,5 % dopo un periodo di invecchiamento obbligatorio non inferiore a un anno, a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, di cui almeno 6 mesi in botti di legno di rovere o di castagno”, che razza di significato danno al concetto di “superiore”?
A giudicare dalla stragrande maggioranza della ventina scarsa di Barbera d’Asti Superiore annata 2005 che ho degustato, insieme ad una quindicina di Barbera d’Asti 2006 e 2005, ieri mattina in redazione a Decanter, in una ampia sala con vetrata luminosissima che guarda sul panorama di grattacieli, chiese, costruzioni moderne, che si domina dal decimo piano dell’avveniristico The Blue Fin Building, posto al numero 110 di Southwark Street (zona London Bridge) che ospita la celebre rivista che si autodefinisce “the world’s best wine magazine”, i produttori piemontesi hanno un bel po’ di confusione in testa.
Per loro, difatti, come annotavo in aereo tornando ieri sera in Italia, superiore non è sinonimo di migliore qualità, di vini con maggiore complessità e aderenza al carattere varietale e territoriale, ma, ahimé, è sinonimo di concentrazione, di super-estrazione (soprattutto di tannini verdi), di ricerca d’improbabile potenza e massa di frutto. Ottenendo anche de-varietalizzando i vini e rendendoli, già dal colore, spesso Merlot o Super Tuscan style, concentratissimi, impenetrabili, melanzanosi e tristi, improbabili, concentrando il frutto, anche a costo di renderlo marmellatoso e sovramatura, neutralizzando quell’acidità che è la spina dorsale di ogni vino degno di questo nome e della Barbera in particolare, e rendendo i vini molli, privi di slancio e di articolazione, noiosi, prevedibili, del tutto appeal free, difficili da pensare in abbinamento al cibo, forse adatti per un consumo al bicchiere, ma assolutamente non food friendly come dovrebbe essere, per storia, identità e ragionevolezza, una buona, succosa, rotonda, golosa Barbera.
Pochi i vini da me trovati come dotati di un sense of terroir, di un’articolazione aromatica dove le note floreali si sposano con un frutto croccante e succoso, con note minerali e terrose, con freschezza e fragranza d’espressione, con garbo, e dove il frutto si dispone in bocca polputo, godibile, stimolato da una bella acidità che invita al bere ed equilibra e dà nerbo e scatto al frutto.
A questi, come a qualche vino più piccolo, magari con un’acidità in eccesso non sufficientemente calibrata dal frutto, ma varietalmente riconoscibile come Barbera d’Asti, e non invece, come mi è capitato con diversi vini come un mix di marmellata di more venate di legno francese, tostatura, caffè e vaniglia (a quei vini ho indirizzato in cuor mio un convinto fuck you!) privo di decenza, improponibile, irreale, figlio di un’idea del vino, furba, ruffiana, piaciona, falsa, stupidamente commerciale, priva di radici e di cultura, che combatto e combatterò sempre a testa alta e vigore.
Perché il vino italiano sia se stesso e si presenti con la propria identità e sappia farsi accettare, anche da un mercato difficile come quello inglese – proprio ieri ho visto in carta in un ottimo pranzo all’affollatissimo Zafferano restaurant – sito – fior di vini da vitigni autoctoni e di piccoli bravi produttori italiani proposti con intelligenza e accettati con disponibile curiosità da un pubblico esigente e attento – per quello che è per quello che può dare.
E non con una versione caricaturale, stupida, priva di senso, da barzelletta, come quella rappresentata da svariati dei Barbera d’Asti Superiore (così sta scritto in etichetta) come quelli che ho degustato, con grande delusione, ieri mattina in una Londra cloudy and windy, ma sempre terribilmente affascinante, piena di vita, pronta a concedere a tutti un’opportunità per farsi valere. Basta avere buona volontà, voglia di fare e avere cose, autentiche, forte da dire e da dare.

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20 Gennaio 2008

Ancora sul “Barolo sexy”: chiamata di correo per la stampa italiana dagli States

Anche dagli States arriva prontamente, grazie ai tempi veloci consentiti da Internet, una chiamata di correo nei confronti dell’inaccuratezza di cui ha dato prova la stampa italiana (e La Stampa tra questi) nella vicenda, raccontata ieri (vedi), del Barolo che sarebbe “sexy” secondo il New York Times anche se l’autore dell’articolo in oggetto “sexy” il Barolo non l’ha mai definito.
A pronunciarla è l’amico, uomo di cultura, traduttore professionista e valido wine blogger, con il suo Do bianchi (vedi), Jeremy Parzen che in questo post (leggi) intitolato Barolo, the “sexiest” wine? Eric Asimov mistranslated by Italians news wire, nota, riferendosi al dispaccio dell’agenzia AGI e all’articolo della Stampa, che “Evidently, neither the AGI reporter nor Fiori took the time to verify what Eric had actually written”, ovvero che evidentemente né i giornalisti dell’AGI né il cronista della Stampa Roberto Fiori si sono presi il tempo di verificare quel che Asimov aveva effettivamente scritto.
Ha però avuto (parlo di Fiori) tutto il tempo, con una pensata che suona come un oggettivo anche se probabilmente involontario sostegno ad un’operazione di marketing, di esprimere, in chiusura di articolo, “Soddisfazione, quindi, anche perché il New York Times con il Barolo ci ha preso gusto: solo qualche settimana fa, in un lungo articolo in cui elencava i tanti mali dell’Italia, tra le poche cose positive citava proprio il vino più nobile delle Langhe. Un ottimo presupposto per gli oltre 10 milioni di bottiglie dell’annata 2004 che dal primo gennaio sono state lanciate sul mercato dopo i tre anni di invecchiamento. Ma il consiglio è di tenerle in cantina ancora per un po”.
In effetti nel suo articolo, In a Funk, Italiy Sings an Aria of Disappointment (leggi) pubblicato lo scorso 13 dicembre sul New York Times, Ian Fisher, scrivendo “But it does have Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo — all symbols of style and prestige. What Italy has is itself, and many believe that the future rests in trademarking mystique into “Made in Italy” aveva inserito il Barolo, accanto alla Ferrari, alla Ducati, a Renzo Piano, a Gucci, tra gli italiani “simboli di stile e prestigio”, ma non credo che in quanto tale il Barolo abbia di certo bisogno di operazioncine a mezza via tra il marketing e la pubblicità come il definirlo “sexy”, quando “sexy” non è proprio e soprattutto tale non è mai stato definito dal New York Times.
La correttezza dell’informazione, che è sicuramente cara ad un direttore rigoroso come Giulio Anselmi, non si può di certo conciliare con episodi di giornalismo trasandato come quello di cui La Stampa è stata suo malgrado protagonista.

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19 Gennaio 2008

Così (s)parlò la Grande Stampa Istituzionale: il Barolo é sexy

Non posso che concordare in pieno con il caro amico Fiorenzo Sartore, che bruciandomi sul tempo (e bravo Fio!) nel suo blog (vedi) fa sommessamente notare come la scelta adottata da diversi quotidiani di titolare che Per il New York Times é il Barolo il più sexy commenti ad un articolo (leggi) apparso sul N.Y.T. “sia una interpretazione un po’ libera giacché l’articolo del NYT non usa mai il termine “sexy“.
Io che sono invece molto meno politicamente corretto, del peraltro notoriamente controcorrente e irrituale Fiorenzo, dico invece, senza problemi che questa scelta è una vera e propria bischerata e dimostra quanta cialtronaggine e tanto pressappochismo e su quale dozzinale e volgare ricerca dell’effetto facile basi larga parte del giornalismo italiano.
Basta leggere il lancio dell’AGI New York, 18 gen. - Il vino più sexy del mondo? Parola del New York Times, é il Barolo. Soprattutto quello che si ha il tempo, la pazienza e l’opportunità di far invecchiare perlomeno dieci anni, perché solo così diventa “austero, maturo e sensuale. A scriverlo è Eric Asimov, il critico ufficiale di vini del quotidiano americano”, per capire come tante testate importanti abbiano potuto poi andare dietro e superare una simile banalità.
Vedi Il Giornale del 18 gennaio (qui) che titola Il Barolo è il vino più sexy, quindi La Stampa, (vedi) che il 19 titolava il proprio commento Corteggiare con il barolo seguita da un sottotitolo altrettanto stupido “Per gli americani è il vino più sexy: si fa attendere come una bella donna”, e poi il Secolo XIX del 18 gennaio (vedi), “Vini: New York Times, “Barolo il più sexy”, e poi, poteva mai mancare Winenews.it?, il sito Internet di riferimento, quello che piace alle aziende che contano, con l’altrettanto geniale titolo (leggi) de “Il Barolo è il vino più “sexy” del mondo. Parola di Eric Asimov, critico del quotidiano statunitense New York Times”, e poi, basta cercare con Google, Affari italiani, quotidiano on line legato al portale Libero di Wind (vedi).
Bene, come Sartore ha fatto bene notare, nel testo originale dell’articolo dell’ottimo Eric Asimov, cronista del vino del New York Times (articolo che potete leggere qui), né tantomeno nel post relativo all’articolo (leggi) del blog The Pour, che Asimov conduce sul sito Internet del New York Times la parola “sexy” non è mai testualmente citata. Eric Asimov aveva invece testualmente scritto raccontando splendidamente la grande esperienza di una degustazione di vecchie grandi annate di Barolo le seguenti parole: “Barolo is often called a wine for intellectuals, and I suppose I can understand why. Something in the tannic austerity of a young Barolo suggests a wine that holds you at a distance, that must be pondered to be understood. But no Barolo lover would ever suggest such a thing. Indeed, among great red wines only Burgundy offers the sort of hauntingly seductive, sensuous, nuanced aromas that make Barolo so profoundly soulful. Call it intellectual if you want, but to me few wines go for the gut like Barolo. Even more so than Burgundy, though, Barolo is a wine of mystery. It is made entirely from the nebbiolo grape, which flourishes almost exclusively in the Piedmont region of northwest Italy. Unlike with pinot noir, cabernet sauvignon and syrah, nobody has come close to achieving a great nebbiolo wine anywhere else in the world. The pleasures of Barolo can remain locked away for years. Some producers have tried to make Barolo accessible at an earlier age, but even so the wines usually require at least a decade of aging before they can really be enjoyed. Nowadays, when few people have the time, space, money or inclination to store wine for years, Barolo and its Piedmont sibling, Barbaresco, can seem almost anachronistic”. E ancora, cercando di trarre le conclusioni da questo istruttivo e raro wine tasting aveva osservato: “In an effort to put the evening in perspective, one person asked, “What have we learned?” “If we drink a lot of Barolo,” the answer came from across the room, “the Giants play really well.” Intellectuals! I remembered what Bartolo Mascarello told me in an interview a couple of years before he died in 2005. “When I open a bottle of Barolo, first I caress it,” he said. I think I know how he felt”.
Proviamo a tradurre il cuore delle parole di Asimov, quelle che hanno scatenato la fantasia di titolisti e articolisti italiani: “il Barolo è spesso definito un vino per intellettuali e credo di capire il perché. In effetti qualcosa della sua austerità tannica, specie quando è giovane, lascia pensare che sia un vino che ti tiene a distanza, che debba essere lungamente meditato per essere compreso. E invece tra tutti i grandi vini forse sono solo i vini della Borgogna capaci di offrire tutte quelle sfumature aromatiche evocative, seducenti e sensuali che conferiscono al Barolo la sua grande anima. Chiamatelo pure intellettuale se volete, ma a me ben pochi altri vini colpiscono in profondità e mi scuotono dentro come il Barolo”.
Parole splendide, che testimoniano la sensibilità e l’intelligenza profonda di Eric Asimov e ne fanno un barolista di primario valore, soprattutto quando scrive che “i piaceri del Barolo possono rimanere segreti e irraggiungibili per anni. E alcuni produttori hanno cercato di renderlo accessibile già in giovane età, anche se i vini normalmente richiedono almeno una decina d’anni d’invecchiamento prima che i vini possano essere pienamente apprezzati. Ai giorni nostri, quando poche persone hanno il tempo, lo spazio, i mezzi economici e la disposizione d’animo e la sensibilità per tenere in affinamento per anni i vini per anni e anni, il Barolo ed il suo fratello Barbaresco possono addirittura sembrare anacronistici”. E quando conclude, ricordando una persona che è nel nostro cuore e che non dimenticheremo mai, il grande patriarca del Barolo Bartolo Mascarello, “che quando si bevono una serie di Barolo veri ci si accorge che i Giganti sono in perfetta forma e stanno bene. Altri che vino da intellettuali! Mi ricordo quel che mi disse in un’intervista Bartolo Mascarello “quando apro una bottiglia di Barolo, per prima cosa la accarezzo”. Ora capisco bene quello che provava e che voleva dire”.
Cosa ha fatto invece la Grande Informazione Istituzionale? Innanzitutto non si è presa nemmeno la briga di leggere quel che Eric Asimov aveva scritto, altrimenti non avrebbe toppato e di brutto scambiando Burgungy per Bordeaux, e traducendo ridicolmente, dimostrando di non capire un tubo di vino, “tra tutti i grandi vini è forse il solo Bordeaux che è capace di offrire quelle sensazioni seducenti” quando invece Asimov aveva scritto “Indeed, among great red wines only Burgundy offers the sort of hauntingly seductive, sensuous, nuanced aromas that make Barolo so profoundly soulful”, in altre parole “E invece tra tutti i grandi vini forse sono solo i vini della Borgogna capaci di offrire tutte quelle sfumature aromatiche evocative, seducenti sensuali”.
E poi presa dalla libido (è il caso di dirlo) di colpire, è andata via sul banale e sul ridicolo, mais oui!, annotando “che fosse il più amato dalle teste coronate ce lo raccontavano da secoli, con il famoso e quasi logoro motto «il re dei vini, il vino dei re». Che sia il più blasonato d’Italia e forse il più apprezzato dagli esperti di tutto il mondo ce lo dicono decine di guide, classifiche e degustazioni comparate. Ma che il Barolo fosse il vino più sexy al mondo, più ancora dello champagne, è davvero una novità”.
E ancora, sempre La Stampa, “Se poi il piacere aumenta con l’attesa, il Barolo allora è un vero maestro di seduzione, visto che può restare sotto chiave anche per anni prima di sprigionare tutta la sua sensualità”. E banalità varie, temperate solo parzialmente - con quel titolo ridicolo dell’articolo “Corteggiare con il barolo” (con la minuscola!) corredato da un sottotitolo ancora più insulso “Per gli americani è il vino più sexy: si fa attendere come una bella donna” – dalla breve intervista a Maria Teresa Mascarello, figlia del mitico Bartolo, la quale ha osservato che “Sexy può essere un termine ironico, ma io credo che il Barolo sia più intellettuale, ma non per questo meno seducente. Forse avrei usato la parola intrigante, definendo sexy qualche altro vino, magari di categoria inferiore”.
Ci sarebbe anche altro da dire, magari interrogarsi sul carattere intellettuale del Barolo, e rifacendosi ad un bellissimo articolo, scritto da Lettie Teague e significativamente intitolato Is Barolo Still Italy’s Greatest Wine?, pubblicato lo scorso settembre su Food & Wine (leggi) e sulla faccia di tolla totale e assoluta di qualche altro produttore interpellato nell’articolo della Stampa, ma questo, mi sono dilungato già abbastanza, lo tratterò in un altro pezzo che conto di pubblicare a breve.
Intanto, non fatevi condizionare dalle scempiaggini sul carattere sexy del Barolo, e lasciatevi cullare, se capite l’inglese, dai due articoli di Eric Asimov, e dal vero racconto, non semplici note di degustazione, ma vere Barolo fairy tales, di quel che quelle vecchie annate, quasi tutte di stile tradizionale, hanno tirato fuori ed evocato, perché il Nebbiolo sa incantare più di una sirena, dopo anni di riposo in cantina.
Ricorra pure a titoli ad effetti e stravaganti l’Informazione Istituzionale: il Barolo ed il Barbaresco veri hanno forza sufficiente per passare immuni attraverso il fuoco della banalità fatta “notizia”.

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10 Gennaio 2008

A proposito di “illazioni” e di Barolo al Cabernet

Internet ha il pregio grandissimo, ma anche l’enorme difetto, di consentire a chiunque di esprimersi. Senza filtro, senza rete, senza che si sappia se chi scrive abbia cognizione e conoscenza di quel che scrive o se invece parli (o scriva) perché possono farlo tutti.
Accade così, come nei quotidiani e nella stampa tradizionale del resto, che si scrivano, annotino, commentino cose intelligenti, ma anche che finiscano in Rete sciocchezzuole e banalità varie, che lasciano il tempo che trovano anche se chi scrive penserebbe di consegnarsi con queste osservazioni alla posterità e al regno dei saggi.
Tra le cose che, indubbiamente, non fanno parte del novero dei commenti più memorabili, voglio segnalare alcune annotazioni, opera di un signore che non merita nemmeno di essere menzionato con il suo nome, che nell’ambito di una discussione sviluppata su un blog sulla possibilità per i produttori alimentari di nicchia di maturare forme alternative di commercializzazione, passando dal salame e dal cacio al vino ha detto, senza dire chiaramente a chi si riferisse, alcune cose che lascio a voi giudicare.
La persona in oggetto ha scritto: “cito: “La correttezza non esclude la possibilità di dire verità scomodissime e di dirle ad alta voce; esclude solo il gusto (a mio avviso sterile) per la diffamazione e l’illazione incontrollata.” Quoto tutto. La rete è piena di persone che sparano alto, anche se spesso a ragion veduta, suscitando plausi ma a mio parere manca proprio quel passo in più per passare dall’illazione (*) a una verità scomoda ad alta voce e con nomi e cognomi. Ad esempio anche attraverso la comparazione, la storia (cultura) e altri fatterelli (*) Dire una cosa giusta, senza mai fare nomi (ad esempio “in questo Barolo X c’è cabernet) rasenta l’illazione. Io non so se si può scoprire e smascherare un Barolo fatto con cabernet (gascromatografo?)?” E ancora: “X è un nome che non si fa ma si “illaziona”. Da anni sento e leggo a più non posso di giornalisti, guide, blogger eccetera eccetera (tutti quelli che poi “tengono famiglia”) dire che generalmente “il Barolo ha perso la sua identità e che sì, invece, questo qui di Cappellano (o Giacosa, o Mascarelli vari) è l’unico vero e autentico, gli altri … beh … come faranno ad avere quel colore violaceo??” Salvo poi gridare allo scandalo quando arrivano i vari Mondovino e Report, ah che faziosi !!”.
Bene, non so se il tizio nello scrivere queste cose si riferisse, come mi pare di capire, al sottoscritto, ma a lui e a chi non ha memoria storica vorrei ricordare alcune evidenze.
Sono stato tra i primi e tra i pochissimi, (il primo è stato nientemeno che Luigi Veronelli in un articolo pubblicato sull’Espresso che sto cercando di rintracciare) a parlare pubblicamente e ripetutamente dello scandalo di Barolo e Barbaresco taroccati perché addizionati, in spregio al disciplinare che parlava e parla di Nebbiolo al 100%, di Cabernet, Merlot, Petit Verdot, ottenuti non solo da uve coltivate a centinaia di chilometri di distanza dalle Langhe e arrivati provvidenzialmente, ma anche da vigneti che quei “fenomeni” di produttori avevano piantato nelle zone di produzione del Barolo e del Barbaresco, accanto ai filari di Nebbiolo.
Questo scandalo era sotto gli occhi di tutti eppure, Veronelli a parte, ma ricorderei anche il collega svizzero Andreas März con la sua rivista Merum, sono stato il solo in Italia a sollevare il caso, a non nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi come ha fatto la stragrande maggioranza dei miei colleghi giornalisti.
Mi sono beccato, anche da parte di qualche produttore che avrebbe fatto bene a tacere, visto che era tra coloro che si “arrangiavano” in cantina (e non solo ricorrendo a disinvolte pratiche di zuccheraggio, ma praticando cuvée e blend proibite), accuse di scandalismo, sciacallismo, di nuocere (io!) al buon nome della Langa e del Barolo. Quel buon nome che i taroccatori ed i pavidi, che sapevano e tacevano, per quieto vivere o per tornaconto personale, si impegnavano con la loro azione ad infangare.
Bene, queste ripetute denunce di una pratica allora molto più diffusa di quel che oggi si possa pensare, non hanno potuto essere corredate da nomi e cognomi, che erano sulla bocca di tutti, perché i vini parlavano chiaramente, per il semplice motivo che anche scrivendo che il Barolo di X era taroccato non avrei potuto dimostrarlo e documentarlo, perché non esisteva (e non esiste ancora forse) una seria pratica scientifica di analisi che venga accettata come prova e faccia testo.
E pertanto se avessi scritto che il Barolo di X era taroccato, X avrebbe potuto citarmi in giudizio e io avrei perso la causa. Questo anche se ricercatori di assoluto livello internazionale come l’amico enologo Donato Lanati con il suo laboratorio Enosis Meraviglia (sito) avevano analizzato tutto l’analizzabile e avevano raggiunto certezze su chi fossero, con tanto di nomi e cognomi, quei cialtroni e farabutti (li ho sempre definiti così, tanto nessuno mi poteva querelare..) che taroccavano e sputtanavano il buon nome e l’immagine del Barolo. E del Barbaresco.
Considero questa battaglia donchisciottesca un fiore all’occhiello, un vanto della mia attività di giornalista e non posso che sorridere e avere umana pietas di fronte ad un tale, che anche lui senza fare nomi, arriva ad affermare che scrivendo che “in questo Barolo X c’è cabernet) si rasenta l’illazione”. Illazione un bel paio di scatole!
Piuttosto una battaglia sacrosanta che ha fatto sì che molti di quei taroccatori, anche per la paura di essere beccati (e dopo essersi beccati per anni fior di altissimi punteggi dalle varie guide, che di quelle pratiche di taroccamento, impegnate e distratte com’erano, non si erano accorte…) ma anche per un certo movimento d’opinione ed un dibattito che le mie prese di posizione avevano suscitato, hanno progressivamente rinunciato a taroccare. Oppure a farlo in maniera molto più sfumata e furba, alcuni addirittura reinnestando i loro vigneti di Cabernet e Merlot, o destinando le uve franciose che un tempo finivano nei due grandi rossi di Langa, a vini presentati usufruendo di quelle altre provvidenziali Doc che consentono di unire al Nebbiolo e alla Barbera anche altre uve rosse.
Da quel tizio che ha parlato di “illazioni” e che magari pretenderebbe di amare e magari capire il Barolo ed il Barbaresco, di separare il grano dal loglio, la qualità autentica da quella furbesca, non pretendo certo che mi arrivi quel grazie, che tanti produttori seri in Langa mi hanno espresso per la mia azione, disinteressata e fatta “per amore del Barolo e del Barbaresco”, di vera e propria contro-informazione, e di appello al risveglio di tante coscienze intorpidite.
Voglio solo suggerirgli di sfogare le sue frustrazioni, perché solo di frustrazioni possono essere frutto simili amenità, scritte senza sapere quello che scrive, senza conoscere la storia e la cronaca minuta del Barolo e del Barbaresco negli ultimi vent’anni, in altro modo, non infangando, cosa che non riesce assolutamente a fare, il lavoro di un apprezzato testimone e cronista.
Ad esempio dedicandosi ad altre attività, tipo spaccare pietre, scaricare cassette al mercato, correre almeno dieci chilometri al giorno, urlare in una stanza vuota oppure suonare heavy metal in un complesso rock. Sono sicuro che di tempo ed energie da perdere per parlare a sproposito gliene resterebbero molto meno…

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27 Dicembre 2007

La sapete l’ultima? Ce la racconta Romano Prodi

La sapete l’ultima, nel senso di notizia, di barzelletta, di cosa surreale priva di qualsivoglia contatto con la realtà?
Ce l’ha appena regalata, l’irresistibile battuta, il presidente del Consiglio Romano Prodi (no comment, basta la parola, come diceva in un celebre Carosello – vedi – l’indimenticabile Tino Scotti), nella sua conferenza stampa di fine anno.
Come riporta sul suo sito Internet il quotidiano torinese La Stampa (leggi), Prodi, senza arrossire, senza vergognarsi della colossale fanfaluca che stava pronunciando, ha letteralmente affermato: “L’Italia è un Paese che si è rimesso a camminare ed è uscito dalle emergenze, ce lo dicono tutti i dati macro economici”.
E tutte le cose che non vanno, in Italia, sciur Prodi, ad esempio l’emergenza rifiuti a Napoli ed in Campania, la malasanità diffusa, il deficit senza fondo, la strafottente arroganza della Casta politica, l’assoluta non certezza della pena, la delinquenza dilagante, la gente che non ce la fa più ad arrivare a fine mese, le continue e vergognose e morti sul lavoro indegne di un Paese civile, l’Alitalia decotta, l’assenza di una qualsiasi seria politica energetica, un’economia al dissesto, il malessere e l’incertezza del futuro, il disorientamento di tanti giovani, la disoccupazione, questa parodia di uomo politico, questo presidente del Consiglio da oggi le comiche (degno compare del premier che l’ha preceduto) se le è dimenticate o pensa di nasconderle agli occhi degli italiani con un colpo di bacchetta magica?
Se Prodi conserva ancora un briciolo di dignità che se ne vada e che Veltroni & co se pensano di dare veramente un futuro e un senso al loro Partito Democratico se ne liberino al più presto!

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22 Ottobre 2007

Vini d’Elite, eventi unici ed esclusivi: ma che palle !

Come molti altri colleghi ho ricevuto dagli organizzatori del Merano International Wine Festival questa comunicazione (vedi l’annuncio sul sito Internet della manifestazione) dal titolo: L’Elite: vini elitari e leggendari (100/100 points).
“Nell’ambito del Merano International WineFestival & Culinaria e in un ambiente storico all’interno del Castel Trauttmansdorff, il famoso castello di Sissi-imperatrice d’Austria, quest’anno Vi proponiamo un evento unico ed esclusivo con la degustazione di 8 vini valutati con il massimo dei punteggi -100/100!
Sotto la direzione professionale di due noti esperti internazionali del settore vitivinicolo, potrete assaggiare le seguenti gemme preziose: Chapoutier Ermitage Cuvée de l’Orée 2000; Zind Humbrecht Pinot Gris Clos Windsbuhl 2001; Château Latour Pauillac 2000; E. Guigal Côte Rotie 1995; Tua Rita Redigaffi 2000; Tenuta dell’Ornellaia Masseto 2001; Paul Jaboulet Aine Hermitage la Chapelle 1978; Château Climens 2001.
Ian d’Agata
, direttore della International Wine Academy di Roma, degustatore capo per Stephen Tanzer’s International Wine Cellar e Bertrand Burtschy, degustatore capo della rivista specializzata francese ”Revue de Vin de France“, Vi accompagneranno in questo mondo esclusivo di vini elitari e Vi informeranno sulle particolarità dei singoli prodotti e sulle possibilità di classificare e considerare al meglio i vini preziosi.
Questa grande serata merita l’integrazione di uno dei chef rinomati e ai massimi livelli della gastronomia nazionale, Pino Lavarro, **Michelin, del ristorante Rossellini della Tenuta Sasso di Ravello che creerà il miglior abbinamento per il Vostro palato offrendo prelibatezze selezionate della sua cucina gourmet.
Questa rara ed unica possibilità sarà riservata ad un pubblico limitato di sole 60 persone il che comporta un biglietto d’ingresso del costo di 350 Euro che può essere prenotato da subito dal nostro sito internet. La prenotazione è indispensabile in quanto non ci sarà una cassa all’evento. Lunedì 12 novembre 2007 dalle ore 17 alle 20”.
Con tutto il rispetto per i vini, alcuni dei quali sono effettivamente eccellenti, nonché per il duo Ian d’Agata-Bertrand Burtschy, chiamati a svolgere con competenza il loro lavoro di “imbonitori”, pardon, introduttori alle stravolgenti mirabilie di questi vini, non sarebbe ora di dire agli ideatori e organizzatori di simili cose, che di “gemme preziose”, “vini elitari e leggendari”, “eventi unici ed esclusivi”, “massimo dei punteggi -100/100”, di “vini preziosi”, “chef rinomati e ai massimi livelli”, “rare e uniche possibilità”, ne abbiamo piene le scatole e che questo modo di “drogare” il rapporto con il vino, caricandolo di un’insopportabile aura di preziosa esclusività, ci ha letteralmente, scusate il francesismo, rotto i corbelli?
Ma che bello sarebbe se questo invito a tirare fuori la bazzecola di “350 euro”, opportunità “riservata ad un pubblico limitato di sole 60 persone” non venisse raccolto ed “i vini elitari e leggendari (100/100 points)” se ne restassero in cantina, con gran dispitto di wine snob ed “eno-sboroni” vari!

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16 Ottobre 2007

“Marchette” ? Macché, sono solo sinergie!

Ancora sul rapporto vino pubblicità. Non interessati astenersi.
Già divertito dalla vicenda advertising Maroni ho ricevuto oggi per posta (continuano a mandarmela  in abbonamento gratuito ed io continuo a divertirmi a sfogliarla e a sorridere) una rivista mensile, organo di un’associazione di categoria.
Grafica piacevole, belle fotografie, contenuto quello che è, ovvero le solite cose simpatico-inoffensive-oleografiche buone per tutti gli usi, che si fanno leggere senza impegno, che lasciano il tempo che trovano e che non fanno incazzare nessuno. Tantomeno quei numerosi inserzionisti pubblicitari che sembrano il vero target della rivista e sui quali si dà l’impressione di lavorare realizzando articoli (che a volte suonano anche come redazionali nemmeno tanto bene mascherati) che li compiacciano parlano delle loro attività o semplicemente citandoli.
Sull’ultimo numero della rivista, quello che mi è arrivato oggi, ho trovato uno splendido esempio di questo stile, sotto forma di una rubrica di vini, condotta dal direttore responsabile della pubblicazione, che presenta un’evidentissima trasparenza nella sua impostazione di fondo: parlare delle aziende che fanno pubblicità sulla rivista, gratificarle, convincerle, con questi chiari di luna, a rinnovare i contratti anche per il prossimo anno.
Sei i vini presentati, con tanto di note di degustazione e notizie tecniche, e tutti e sei i vini, scopertamente, senza nascondersi dietro ad un dito, riguardano aziende o società che compaiono come inserzionisti, con tanto di belle paginate pubblicitarie, sulla rivista.
Un uvaggio rosso friulano? Ecco la doppia pagina sull’azienda in seconda di copertina e nella pagina a fianco. Uno Chardonnay e un Lagrein dell’Alto Adige? Eccoli, ma subito “abbinati” ad un altro prodotto, un Gewürztraminer, al centro di una pagina pubblicitaria della stessa cantina, riportata 50 pagine prima.
Vogliamo poi rinunciare ad un vino campano e ad un Gewürztraminer tedesco? Non sia mai! L’importante è che siano “coperti” e lo sono prontamente, dalla pagina di pubblicità del grosso gruppo romagnolo che distribuisce o importa quei vini in Italia.
Resterebbe “scoperto” solo un vino, un rosso veneto, se non fosse che la notissima e potente azienda produttrice, veneta, è proprietaria di quel marchio i cui due vini altoatesini sono stati selezionati e garantiti dalla presenza del doveroso advertising.
Scandalizzarsi per questa cosa, mettere in croce la rivista? Niente affatto, ridiamoci su, ma senza dimenticare che larghissima parte delle riviste italiane oggi vengono confezionate in questo modo, rispondono a questo spirito del “do ut des”, tu dai la pubblicità a me ed io parlo (ovviamente bene) di te, e che quindi non solo l’inoffensiva rubrica di vini di cui sopra, ma una marea di articoli, soprattutto quando parlano di singole aziende, sono da prendere con beneficio d’inventario e con le pinze.
Perché potrebbero comprendere giudizi e valutazioni che non sono espressione di uno spirito critico, di un’analisi spassionata, di un plauso elargito grazie ad una qualità convincente, e ad una libera posizione di chi scrive, bensì di un molto meno poetico e più freddo contratto pubblicitario.
“Marchette” ? Suvvia, non chiamiamole così che è brutale, non suona  meglio chiamarle, con un linguaggio da market(t)ing, sinergie ?

Business is business e money, l’avevano detto anche i Pink Floyd, get away.
Ma non chiamiamola, per favore, informazione libera e autorevole, se non vogliamo prenderci in giro e pigliare per i fondelli chi ci legge…

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9 Ottobre 2007

Tu chiamale, se vuoi, sinergie… Del ménage à deux Slow Food – Gruppo Italiano Vini

I buonisti, che abbondano nel mondo dei blog e dell’informazione sul vino (c’è chi ha scritto “schivare la polemica, soprattutto nel mondo dei blog è ormai uno sport che richiede agonismo, non c’è dubbio”) ed i giustificazionisti di ogni tipo, che non mancano anche tra i lettori di Vino al Vino, sicuramente diranno che si tratta solo di sinergie e di virtuose collaborazioni.
Io, invece, come ho già fatto più volte (qui e qui) riferendomi in particolare alla situazione valtellinese, preferisco invece pensare ad un “ménage à deux”.
Sto parlando, ultimo episodio di una serie che testimonia la corrispondenza… d’amorosi sensi tra la golosa associazione di Bra e il più grande, ricco e potente produttore di vino italiano, il Gruppo Italiano Vini, di un singolare episodio che si è verificato lunedì 8 ottobre a Modena presso Modena Fiere, nell’ambito della prima edizione di Gusto Balsamico, rassegna degli aceti del mondo e dell’agrodolce.
Ieri veniva presentata l’edizione 2008 della celebre guida Osterie d’Italia - Sussidiario del mangiarbere all’italiana di Slow Food Editore, disponibile in libreria dal 10 ottobre, e presenti l’onnipresente immaginifico Carlin Petrini e la curatrice della guida, Paola Gho, sono stati premiati i 210 locali insigniti del simbolo della chiocciola, “per l’ambiente, la cucina, l’accoglienza in sintonia con la filosofia Slow Food”.
Alla premiazione, come nella migliore delle tradizioni, ha fatto seguito un pranzo, con un menu, molto autoctono, che prevedeva:
tortellini in brodo di cappone;
tagliatelle al ragù;
e di secondo, a quanto siamo venuti a sapere, carne tipo “svizzera”, con zucchine ripiene e polpettine al sugo.
Benissimo, volete sapere che vini abbiano scelto di abbinare a questo pranzo casalingo ed emiliano i “sapienti” signori della Chiocciola ? Sangiovese di Romagna ? Manco per niente. Lambrusco ? Non se ne parla nemmeno.
La bella pensata, ecco il ménage à deux, pardon, le “sinergie” di cui parlavo in apertura, è stata quella di prevedere, secondo i desiderata dell’azienda sponsor del pranzo e della premiazione, che evidentemente deve far conoscere questa azienda (di cui nel sito Internet non si parla, essendo ancora “sezione in allestimento”) l’abbinamento, “azzeccatissimo”, ai vini della tenuta salentina Castello Monaci tenuta pugliese proprietà del G.I.V.
Così, con i tortellini in brodo ecco il Campure metrano un rosso a base Negroamaro e Merlot, con le tagliatelle al ragù il Meridio, un Primitivo con Cabernet, con la svizzera, zucchina ripiena e polpettine al sugo il Medos, una Malvasia nera e l’Aiace 2003, un mix Negroamaro 80% e Malvasia nera 20% affinato 24 mesi in barrique.
E dire che nel corso della conferenza il guru Petrini aveva raccomandato agli osti premiati di non far viaggiare la merce inutilmente lungo la nostra penisola…
Domanda: ma sarebbe stato troppo banale per la sapienza golosa di Carlin & compagni trovare un vino emiliano o romagnolo (magari delle Cantine Riunite) da accostare al menù o piuttosto, in barba alle più elementari norme di un corretto abbinamento cibo – vino, era più importante, invece, compiacere gli amici – fresco “tre bicchieri” l’
Artas 2005 Castello Monaci - di quel Gruppo Italiano Vini già abbonato al premio con gli Sfursat della Nino Negri? E come avrebbero giudicato gli “ispettori” della guida un simile assurdo abbinamento proposto da un’osteria dove fossero capitati in visita?
Domanda retorica: trattandosi del Gruppo Italiano Vini, quello che ottiene dal Ministero delle Risorse Agricole e Forestali, la riesumazione delle Partecipazioni Statali, l’avrebbero trovato in perfetta “sintonia con la filosofia Slow Food”, ça va sans dire…

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3 Ottobre 2007

Non conventional wines, vino e moda, designer emergenti? Ma chi se ne frega !

Ditemi voi come si fa a non pronunciare uno stentoreo e ben sillabato “ma – chi – se – ne – frega!” quando in pieno 2007, non nei ruggenti e vacui anni Novanta dell’entusiasmo vinicolo si finisce ancora con il realizzare – e diffondere - un comunicato stampa come questo, che testualmente recita: “Il marchio vinicolo Mät presenterà i vini Puparossa e Tirabaci in esclusiva anteprima che si terrà giovedì 4 ottobre 2007 all’interno dello spazio Q3, vetrina stilistica torinese per designer emergenti, in un inusuale incontro che vede protagonisti vino e moda,per un suggestivo viaggio nei sensi tra contaminazioni metropolitane e rielaborazioni delle tradizioni. In allegato l’invito all’evento mät-Q3 e il relativo comunicato stampa”?
Contaminazioni metropolitane, rielaborazioni delle tradizioni, designer emergenti, inusuali incontri, “non conventional wines”, puperosse e tirabaci?
Ma se invece di vendere fumo e di fare del tardo paroliberismo vacuo e senza significato le simpatiche addette alla comunicazione e alle pubbliche relazioni provassero (ammesso che ne siano capaci) a parlare di vino, di vigne, vignaioli, di emozioni e piaceri regalati da una bottiglia e da un bicchiere? Chiedo troppo?

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