Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'la mosca al naso'

26 agosto 2010

Una degustazione di “vini di territorio” in un posto che del territorio ha fatto scempio


Una discutibile scelta delle Caves de Pyrene

Spiace molto che persone intelligenti e sensibili come Christian Bucci, referente italiano di quell’ottimo selezionatore, importatore e distributore di vini di qualità in UK come Les Caves de Pyrene, per organizzare una degustazione, in programma il prossimo 6 settembre, di “vini di territorio”, o “vins de terroir” che prevede la partecipazione di piccoli produttori che fanno i vini in modo artigianale e naturale, alcuni certificati biologici e biodinamici, vignerons “indipendenti”  che condividono gli stessi valori, quelli della terra, natura, territorio e vino, non abbiano avuto alcuna cura e sensibilità nella scelta della location.
E per la loro manifestazione, annunciata qui, cui prenderanno parte diciotto produttori italiani e dove ci sarà l’opportunità di assaggiare una sessantina di vini francesi in un interessantissimo “viaggio” dai Pirenei allo Champagne, abbiano scelto nientemeno che il discusso Boscareto Resort posto tra Serralunga d’Alba e Roddino.

Per chi non l’avesse mai visto, un cubo enorme di cemento, vetro e acciaio che ha letteralmente deturpato il paesaggio dei circostanti vigneti di Barolo a Serralunga d’Alba.
Un posto di cui scritto mesi fa su Vino al vino, qui, nell’unico modo in cui oggettivamente si può scrivere, se non ci si vuole mettere delle fette di salame, anzi, dei prosciutti interi, sugli occhi, fare gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia, oppure, come hanno fatto tanti colleghi, che hanno esaltato la cucina del ristorante, le ambizioni del resort, giocare al gioco delle tre scimmiette.
Quelle che non parlano, non sentono e soprattutto non vedono. O fanno finta, per quieto vivere, comodità e conformismo, di non vedere…

Avrei voluto partecipare a quella degustazione, per la serietà delle Caves de Pyrene, per la simpatia nei confronti di Christian Bucci, perché saranno presenti fior di produttori che ben conosco e di cui amo molto i vini, ma in quel posto no, io che alla coerenza personale tengo, non ci metterò piede e quindi me ne resterò a casa.
Mi chiedo che faccia faranno i produttori partecipanti all’incontro quando, forti della loro sensibilità verso l’ambiente, vicini alla sensibilità e alla filosofia dei vini naturali, si troveranno di fronte a quella specie di “eco-mostro”…

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7 luglio 2010

Ecco il Sud che a me, amico del Sud, fa saltare la mosca al naso

Sono innumerevoli i motivi che mi portano, anno dopo anno, a scendere sempre più volentieri al Sud ed in particolare nell’amatissima terra di Puglia. Sono un “polentone”, nato a Milano e residente a Bergamo, e con un filo di sangue pugliese, che quando scende a Sud riscopre la piacevolezza di ritmi più rilassati, ed i mille motivi che portano a trovarsi benissimo, sarà la bellezza dei posti, la calda ospitalità e l’umanità delle persone, la natura, il clima, il culto per la convivialità e l’amicizia, la quantità di cose squisite che arrivano in tavola, i vini spesso stupendi, in quella che, da amico, chiamo bonariamente “terronia”.
Poi, anche se quando torni e non vedi l’ora di ritornare, accadono piccoli episodi che incrinano questo feeling e ti fanno sentire più nordico di quello che in realtà sei. Vogliono citarne semplicemente due, storia di ieri e di oggi. Il primo ha come scenario l’aeroporto di Bari Palese dove venerdì sera alle 22, reduce da un blitz, da una toccata e fuga, arrivo alle 10, ritorno previsto per le 22.30, tra Bari, Cisternino, Ceglie Messapica e dintorni, attendevo il mio volo Ryanair per Bergamo.
Caldo feroce anche in aeroporto e naturale che mi venga sete. Decido di procurarmi una bottiglietta di acqua minerale, vado al Grancafé, gestito dalla Mychef Rist. Comm. Spa, ero già in prossimità del gate e non avevo alternative se volevo bere e scopro che per una bottiglietta da mezzo litro di acqua naturale Levissima (geniale proporre acqua minerale valtellinese quando nella vicina Basilicata ci sono acque minerali naturali buonissime, tipo Gaudianello) si deve sborsare la bellezza di 1,45 euro.
Praticamente 2,90 euro al litro per un’acqua il cui costo normalmente al supermercato è di 40 centesimi o meno per la bottiglia da un litro e mezzo.  Come dobbiamo definire il “pizzo” che si deve pagare per una bottiglietta di acqua, una furbata, un furto legalizzato, una “ladrata”, un incidente di percorso? Un virtuosismo alla Arsenio Lupin?
Io la definisco inoltre una cosa squallida, un modo di presentarsi, cialtronesco, di quel Sud che amo alle persone che scendono in Puglia, per turismo o per lavoro, o per piacere e che vengono trattate come dei gonzi con l’anello al naso.
Il secondo episodio che mi ha fatto girare la mosca al naso è una notizia letta solo stamane, ovvero le dichiarazioni, giustamente indignate, del Ministro dell’economia Giulio Tremonti – leggete qui – che ha deciso di dire “Stop alla cialtroneria e all’irresponsabilità di chi al Sud pensa solo a protestare e poi prende i soldi messi a disposizione dall’Ue e non li spende”.
Tremonti ha lamentato che “Nel meridione c’è stato uno stanziamento di fondi europei nell’ambito del programma 2007-2013 pari a 44 miliardi ma questi signori  ne hanno spesi solo 3,6 miliardi e mentre cresceva la protesta contro i tagli subiti, aumentavano i capitali non usati. Insomma più il Sud declinava, più i fondi salivano e questa cosa è di una gravità inaccettabile”.
Secondo il ministro la colpa non è dell’Europa e neppure dei governi nazionali di destra o sinistra. “La colpa è della cialtroneria di chi prende i soldi e non li usa.
E siccome i soldi per il Mezzogiorno saranno di più e non di meno nei prossimi anni – ha concluso Tremonti – allora non si può continuare con questa gente che sa solo protestare però non sa fare servizio pubblico”.
Ecco il Sud che a me, amico del Sud, fa girare vorticosamente le scatole, che non riesco a giustificare, accettare, cui non mi rassegno. Un sud ancorato ad una “logica” cui vorrei invece si ribellasse. Con determinazione e con rabbia se necessario…

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17 giugno 2010

Saranno i bordolesi a farci scoprire la grandezza dei vitigni autoctoni?

E’ tutto vero: non siamo su Scherzi a parte

La notizia è con ogni probabilità passata inosservata, avendo in apparenza solo l’aspetto della autocelebrazione delle proprie gesta alle quali molte grandi aziende si dedicano, utilizzando abilmente lo spazio loro concesso da organi di stampa che non hanno alcun problema nel fungere da cassa di risonanza.
Avete presente la casa vinicola Zonin? Non parlo di quella che è diventata quella che è diventata, ovvero una potenza, vendendo negli anni Sessanta e Settanta e direi anche Ottanta fiumi di vino diciamo senza particolari ambizioni qualitative.
Parlo della parte più nobile della galassia Zonin che conta su aziende agricole disseminate un po’ in tutta l’Italia, dal Piemonte alla Sicilia, per oltre un migliaio di ettari in produzione.
Sono anni ormai che in casa Zonin cercano in tutti i modi di lasciar passare il messaggio che si siano interamente e tenacemente convertiti alla causa della Grande Qualità.
Lo fanno in tutti i modi, da un punto di vista tecnico, essendosi dotati da tempo di un enologo coordinatore di valore come il piemontese Franco Giacosa, da un punto di vista mediatico, con operazioni simpatia, cavalcando il fenomeno blog ed essendosi addirittura dotati di un blog, Wine is love, condotto dal giovane, fotogenico, rampante Francesco Zonin. Trionfando in concorsi internazionali, da Mundus Vini a quello del Vinitaly.
Oggi ci comunicano che “Denis Dubourdieu, professore alla facoltà di enologia dell’Università di Bordeaux e direttore generale dell’Istituto della Vigna e del Vino di Bordeaux, intensificherà ancora di più la sua collaborazione con la casa vinicola Zonin” avviata nel 1998 con “un lavoro di supervisione degli oltre 32 professionisti, tra agronomi ed enologi, coordinati dal direttore della produzione della “maison” Zonin, Franco Giacosa”.
Una collaborazione per il momento concentrata sulla “produzione di due vini ottenuti da vitigni internazionali (il Doc Friuli Aquileia Sauvignon “Aquilis” 2009, prodotto nella tenuta friulana Ca’ Bolani e l’Igt Maremma Toscana Rocca di Montemassi 2008, uvaggio di Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot e Syrah, prodotto nella tenuta toscana Rocca di Montemassi)”.
La novità, che gli organi di stampa che sanno stare al mondo premurosamente ci comunicano è che “da qui in avanti, la collaborazione di Denis Dubourdieu si intensificherà, invece, e, dopo l’importante lavoro fatto sui vitigni internazionali, si sposterà su quelli di antica coltivazione (dal Sangiovese al Nero d’Avola, al Refosco), allevati nelle varie tenute di proprietà della famiglia Zonin, in tutta Italia”.
Sembra impossibile, sembra di tornare a dieci-quindici anni fa, quando certi espedienti potevano avere (commercialmente) un senso, quando parole d’ordine come vitigni migliorativi, winemaker re Mida, vini da mercato, importatori e guru del vino yankee, hanno indotto molti produttori italiani a trasformare profondamente, a stravolgere, ad internazionalizzare stupidamente i loro vini.
Non bastava il Barolo affidato ad un enologo stregone – leggete qui e poi ancora qui – che non sapeva nemmeno (e non sa tuttora: assaggiate il vino sinora prodotto, come ho fatto io un mese fa, e ditemi se di un vino del genere avessimo mai bisogno e quale senso un simile vino possa avere) cosa sia il Nebbiolo.
Non bastava il winemaker modaiolo (di una moda ormai passata di moda) che arriva dal Centro Italia in Salento e per prima cosa fa piantare Petit Verdot e spiantare Negroamaro.

Ora per valorizzare le nostre grandi varietà autoctone, per far risplendere tutta la loro grandezza, per tirare fuori tutto quello che di importante hanno da dire e da dare, ci si affida, come se gli italiani, i toscani, i siciliani, i friulani, i piemontesi fossero tutti dei minus habens che non conoscono le loro uve, che non hanno capito quanto valgano, ci si affida all’ennesimo, anche se titolatissimo, wine wizard straniero, nella fattispecie bordolese.
Oggi le comiche, cari lettori, siamo e non c’è da proprio niente da ridere, su Scherzi a parte…

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20 aprile 2010

Fiat prima il business poi l’orgoglio (e gli interessi) piemontesi

A proposito del nuovo spot del Doblò Cargo
Non ho mai avuto alcuna considerazione e stima, nemmeno ai tempi dell’elegante e fascinoso Avvocato Agnelli, per la Fiat e per il suo management.
Essendomi guardato bene, piuttosto vado a piedi, dall’acquistare una solo autovettura da loro prodotta, li ho sempre giudicati molto abili, e spregiudicati, nel curare innanzitutto i loro interessi di bottega (a quelli dell’Italia non ci pensano nemmeno lontanamente) favoriti da una classe politica, di ogni colore, che ha sempre erogato loro contributi e concesso facilitazioni considerandoli, evidentemente, i padroni d’Italia e conformandosi servilmente al loro volere.
Non mi ha pertanto stupito più di tanto, essendo perfettamente in linea con il loro modo di essere e di fare, la decisione dei dirigenti della fabbrica automobilistica torinese di scegliere per lo spot pubblicitario radiofonico e televisivo del “nuovo Doblò Cargo, la risposta ideale per i professionisti che fanno dei propri veicoli uno strumento di lavoro quotidiano”, di tirare la volata ad un competitor del vino italiano e piemontese com’è il vino argentino.
Lo spot, che intende documentare il lavoro di un imprenditore, nella fattispecie di un produttore vinicolo, che necessita di un furgoncino per caricare e trasportare casse di vino, non è difatti, troppo banale per il super snob management torinese e per i creativi pubblicitari cui si sono affidati, ambientato in un vigneto piemontese, o quantomeno italiano.
All’insegna dell’esotismo il filmato (che potete visionare qui) ci porta nelle Ande, in Argentina, nella Bodega François Lurton – Finca Chacayes posta nella regione di Mendoza, 130 ettari a 1100 metri d’altezza dove a magnificarci il Piedra Negra base Malbec prodotto è, magia della fiction, l’attore americano naturalizzato francese Christopher Lambert.
Nello spot, girato da Gabriele Muccino, “il grande regista delle star”, oltre ad aprire con la spada di Highlander una cassa di vino, “stabilendo così un contatto tra la sua professione di attore e la sua attività di imprenditore”, come recitano sussiegosi i comunicati stampa, Lambert mostra di essere un fedele e convinto cliente dei veicoli Fiat Professional, definiti “ideali per un imprenditore attento alla produttività e al rispetto ambientale come me. Grazie ai primati unici di Nuovo Doblò Cargo posso davvero espandere il mio business”.
Fin qui lo spot, che verrà proposto in tutta Europa, ma non in Francia, a causa della Loi Evin assai restrittiva in materia di pubblicità di vino e di bevande alcoliche. Muccino e Lambert (che gode di un’inattesa pubblicità per i propri vini argentini) fanno benissimo il loro mestiere.
Non altrettanto si può dire per l’agenzia Leo Burnett di Torino, che ha avuto la “pensata” dell’advertising di vino andino e per gli inqualificabili responsabili della comunicazione pubblicitaria Fiat che dimenticando di avere sede a Torino ed in Piemonte, come ha ben sottolineato Filippo Larganà su Sapori del Piemonte blog, “snobbano i vini piemontesi” e per reclamizzare un’auto italiana come il Doblò “non hanno trovato di meglio da fare che scegliere un attore francese, e riprenderlo in mezzo alle vigne argentine mentre mima una vendemmia e carica casse di vino”.
Inutile ricordare ai vertici Fiat che senza andare tanto lontano da Torino e spendendo meno soldi avrebbero potuto girare uno spot altrettanto fascinoso recandosi in quel di La Morra, in terra di Langa, dove i cugini di Luca Cordero di Montezemolo (che proprio oggi ha lasciato la presidenza Fiat), proprietari di una splendida tenuta, Monfalletto, producono ottimi Barolo.
Non sarebbe stata una scelta abbastanza logica per il loro esotismo glamour, per il loro internazionalismo provinciale, molto Super Tuscan, jet set e altro, stile Lapo.
Che abbiano la suprema faccia di tolla di blaterare ancora dell’esigenza di “fare sistema anche tra comparti diversi dell’eccellenza made in Italy” gli spudorati del Lingotto.
Non una risata, ma un doveroso e poco chic super pernacchione, li seppellirà…

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27 marzo 2010

Internet, quanto sei caro! Connessioni wireless negli hotel a prezzi folli

Vogliamo parlare un po’ di Internet? Non mi riferisco al valore all’insostituibilità della Rete, che ormai riconoscono anche i sassi, e che ha letteralmente cambiato le nostre vite, ma, molto più semplicemente e pragmaticamente (banalmente dirà qualcuno) alle modalità di accesso al Web che abbiamo non quando siamo a casa, ma quando viaggiamo.
So benissimo, anche se non proprio ipertecnologicamente aggiornato (in tasca niente blackberry o iPhone, ma un normalissimo cellulare) che oggi volendo ed essendo disposti a spendere si può essere connessi al Web 24 ore su 24.
Il problema che voglio semplicemente porre come giornalista che è spesso in viaggio e che spesso necessita di essere on line (e non solo per aggiornare questo simpatico blog) è piuttosto quello di chi, portandosi con sé il proprio notebook e non avendo ancora sperimentato la soluzione “chiavetta Internet”, che molti sostengono essere tutt’altro che una vera soluzione, finisce con il trovarsi spesso nell’antipatica situazione di accettare di farsi “rapinare”, ovviamente in maniera del tutto legale, per collegarsi dagli alberghi – e spesso sono hotel 4 stelle – dove soggiorno.
Recentemente, ricordandomi del caso dell’AC Hotel di Firenze, dove lo scorso anno in occasione della mia permanenza per la Chianti Classico Collection pretendevano una cifra fuori da ogni logica al giorno per la mia connessione wireless (e quest’anno le cose non sono cambiate, mi dicono gli amici che sono stati all’hotel lo scorso febbraio) ho sperimentato tre diversi casi di comportamenti nei confronti dell’ospite pagante desideroso di collegarsi ad Internet wireless.
Il primo, cui voglio pubblicamente plaudire, offerto dal piccolo, delizioso e ben curato Hotel Aquila d’Oro, un quattro stelle in pieno centro a Trento dove anche a fronte di un costo camera non elevatissimo la connessione wireless in camera era offerta a titolo del tutto gratuito, previa fornitura di user name e password da parte della direzione, caso virtuoso cui fanno da contrasto due casi clamorosamente negativi dove per la connessione wireless mi stato chiesto di pagare una cifra vergognosamente elevata, una sorta di gabella aggiuntiva.
Parlo del magnifico Grand Hotel des Iles Borromées di Stresa dove sono stato ospite in occasione della bella manifestazione G & G, Ghemme e Gattinara, organizzata dall’A.I.S. Verbano Cusio Ossola, dove al cliente non bastava pagare 450 euro per notte per avere accesso a titolo gratuito alla Rete, e, spostandoci all’estero, all’Hotel Husa Paseo del Arte elegante e pratico hotel in pieno centro a Madrid, dove sono stato recentemente, dove per la connessione wireless mi hanno chiesto la bellezza di sei euro all’ora e 12 al giorno.

In entrambi gli hotel non era nemmeno disponibile, come accade normalmente in molti hotel anche meno stellati, una postazione Internet nella hall dove potersi collegare anche solo per dieci minuti.
A Madrid ho risolto il “problema” recando in un Internet point e pagando un euro all’ora per la connessione, a Stresa ho rinunciato indignato. Quel che mi chiedo è come sia possibile che il management di questi hotel lusso non si accorga della perdita d’immagine che questo autentico modo di “spremere” il cliente, perché questo è il dichiarato obiettivo nel far pagare profumatamente la connessione wireless, provoca?
Possibile che siano tanto miopi e un po’ “pezzenti” da non capire che si tratta di un modo di fare squallido? E che non arrivino a capire che per tanti di noi Internet non è un optional o un surplus, da far pagare, come la colazione in camera, lo Champagne nel frigobar, o altro ma una necessità e, ma diciamolo chiaramente, un diritto?
Ma vogliamo parlare anche della assoluta rarità delle WI FI zone viaggiando per le autostrade italiane o dell’altro scandalo della connessione ad Internet dagli aeroporti (anche quelli esteri) dove ti chiedono cinque euro (capitato settimana scorsa all’aeroporto Barajas di Madrid) per mezz’ora di connessione?
Possibile che l’accesso alla Rete, il libero flusso e scambio di informazioni, sia ancora considerato da troppi, nel 2010, come un lusso, come un qualcosa su cui speculare?

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12 settembre 2009

Valpolicella sempre più in confusione: Amarone in abbinamento a pesce e cioccolato

L’ho già scritto recentemente, qui, poi qui e poi ancora qui, che nella Valpolicella dell’Amarone crisi fa rima con confusione mentale e che determinati atteggiamenti fanno pensare che siano veramente preda di quella difficoltà che impedisce di affrontare con lucidità la situazione.
Un comunicato stampa che mi é arrivato mercoledì 9 mi conferma che non solo determinate p.r. sono dannose quanto o forse peggio degli enologi seriali (quelli che prendono una consulenza in Salento e per prima mossa cosa fanno? Danno indicazione di espiantare i vecchi vigneti ad alberello di Negroamaro per sostituirli con Cabernet, Merlot e Petit Verdot: sti impuniti!) ma che la spirale dell’impazzimento impazza.
Cosa dire difatti quando da un’azienda che vanta decenni di storia ti arriva un invito a partecipare – cosa che mi guarderò bene dal fare – ad una degustazione a Milano dove, testuale,“…non mancheranno le sorprese, come l’Amarone abbinato a pesce e cioccolato!”?
C’è da dire che in quell’azienda, fondata nel 1936 e “impegnata da oltre 70 anni nel fare conoscere Valpolicella e Lugana nel mondo”, pensano che per affrontare la crisi e andare incontro ai desideri (molto chiari) dei consumatori ci si debba presentare “in questa veste originale, a ristoratori, sommelier, enotecari e giornalisti di Milano per dare nuovi spunti per presentare questi vini”.
Questo grazie alla complicità (ovviamente ben retribuita) di uno chef di nome che ha ideato “per l’occasione” le “nuove opportunità di abbinamento con pesce e cioccolato dei vini simbolo della Valpolicella”.
Cosa aggiungere se non che mala tempora currunt e grande è la confusione sotto il cielo e tra i vigneti?

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8 settembre 2009

VinoVip: il festival delle facce di bronzo e della scoperta dell’acqua calda

Interessante l’articolo che uno dei giornalisti più sensibili all’establishment del food & wine italiano, Paolo Marchi, ha dedicato ieri, su Il Giornale, alla rassegna, dal comicissimo titolo di Vinovip, che si è svolta nei giorni scorsi, per l’ideazione e l’organizzazione di una rivista del tutto inutile, in quel di Cortina.
Rinvio alla lettura, qui, dell’articolo di Marchi, per la cronaca di questa manifestazione, ma voglio limitarmi a sottolineare qualche “perlina” o involontario auto-gol rappresentato dalle dichiarazioni che alcuni dei “prestigiosi produttori”, come si legge sul sito della rassegna, hanno fatto, forse presi dall’ebbrezza delle cime.
Sorvoliamo, per non incorrere nel reato di blasfemia, sul valore di “conclave” che avrebbe avuto questa riunione di una cupola del vino che danza, come sul Titanic, sull’orlo dell’abisso, senza aver capito o facendo finta di ignorare, che i tempi sono cambiati e l’epoca della presa in giro del consumatore volge al termine, e sull’impudicia di intitolare “nulla sarà come prima” il confronto tra economisti e produttori che si è svolto, per passare al primo “capolavoro”.
Trattasi della dichiarazione del cavaliere del lavoro, produttore e banchiere di successo, Gianni Zonin da Gambellara, persona che ben conosco e stimo, il quale papale papale ha detto: “La risposta per noi italiani è nei vini autoctoni, in quelle uve che sono solo nostre perché se insistiamo con i vari chardonnay, quelli del sud del mondo costano meno”.
Domanda: caro cavalier Zonin, visto che anche lei sale, non è mai troppo tardi, sul carro dell’autoctono, mi chiedo se sia lei lo stesso Gianni Zonin che nella tenuta siciliana Feudo Principi di Butera, come si legge sul sito Internet aziendale, ha piantato, accanto a Nero d’Avola e Inzolia, “Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Chardonnay”, inserendo nella linea “Gianni Zonin Vineyards”, la selezione delle bottiglie d’eccellenza, come top wine, il “Calat”, da uve merlot; e il “Sanrocco”, a base di cabernet sauvignon”.
Nel caso non fosse lei quel Gianni Zonin, se si trattasse di un episodio di omonimia, la invito a rivolgersi al più presto all’autorità giudiziaria e denunciare quel tizio che spudoratamente spacciandosi per lei offusca la sua immagine e credibilità di prode difensore dell’’autoctono…
Leggo poi che un altro grosso calibro, il marchese Piero Antinori, produttore e presidente dell’Istituto del vino italiano di qualità Grandi Marchi, avrebbe dichiarato:“ Non è vero che “nulla sarà come prima”, almeno per chi lavora seriamente. La crisi servirà invece a fare pulizia di tanti improvvisatori, oltre a obbligare tutti a una maggiore efficienza”.
Egregio Marchese, lei che vanta una così secolare storia, come famiglia di produttori, un blasone infinito, ma doveva proprio aspettare che arrivasse la crisi per accorgersi, ma guarda te!, che quel mondo del vino di cui lei è uno dei più illustri esponenti, é stato inquinato in questi ultimi dieci-quindici anni, da “improvvisatori”, cialtroni, furbetti, magliari, venditori di fumo, abili propagandisti del nulla, eno-stregoni, una ciurma infinita che con la complicità prezzolata di molta stampa ha drogato il mercato e preso in giro il consumatore?
Perché non ha dato prima d’ora, quando é diventato fino e dà un certo tono proclamare nobili intenzioni e predicare bene (salvo magari razzolare come prima…), segnali di questa volontà dei produttori seri, quale indubbiamente va considerata la Marchesi Antinori, di prendere risolutamente le distanze da questo universo variegato di nani e ballerine?
E perché nessuno, altrimenti le cronache l’avrebbero riferito, dei presenti a Cortina alla sfarzosa rassegna di VinoVip, si è alzato in piedi e di fronte alle dichiarazioni del cavalier Zonin e del marchese Antinori, ha fatto notare le banali evidenze che ho sottolineato in questo post?
Molto semplice la risposta. Magari il vino italiano vorrebbe assicurarsi un “futuro felice”, ma per farlo deve prima liberarsi dalle tante facce di bronzo, dai conformisti, dai servi sciocchi, anche operatori dell’informazione, che pullulano in quell’ambiente.
E, ahimé, dai produttori che cercando di essere credibili e brillanti e per apparire sensibili all’aria di cambiamento che tira finiscono per dire cose che suonano vecchie e ahimé poco credibili… Urge cambiare repertorio e musica, please!

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13 agosto 2009

Zaia, un militante veneto più che un ministro. Quando il troppo Prosecco… stroppia

Certo che a volte viene proprio da chiedersi come un determinato personaggio sia arrivato dove è arrivato, grazie a quali a spinte vigorose, ad amicizie in alto loco oppure molto più semplicemente ad una serie di scherzi del caso, possa rivestire la carica che ha.
Questo ragionamento è assolutamente perfetto nel caso del ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia da Bibano di Godega di Sant’Urbano, il cui anno di nascita, 1968, dimostra una volta di più come sia stato un anno diciamo controverso per la storia italiana.
Perché arrivo a dire che costituisce un autentico mistero il fatto che al Ministero delle Politiche Agricole sieda un personaggio del genere, che forse andrebbe bene per occuparsi di identità locali nella sua località di nascita nel trevisano o per dirigerne la Pro Loco?
Perché questo signore, dotato di sito Internet personale con annesso blog (sto parlando proprio del sito personale e non delle pagine Web del Ministero oppure della rivista telematica dello stesso Ministero, Agricoltura Italiana on line, dalle sgargianti tinte verdi manco fosse il sito della Padania libera), non pago di celebrare, da ministro di un governo italiano, non della Repubblica Veneta o della Marca Trevigiana, per l’ennesima volta il suo amatissimo Prosecco, con un intervento – ne parleremo dopo – che si è meritato un appuntito commento su un sito Internet, ieri, forse a causa del caldo, ha veramente “sbroccato”.
E in un intervento a piedi uniti, che come ricorda in un articolo il Corriere della Sera on lineleggi – ha provocato reazioni tipo “«Una fesseria». «Ha confuso Ferragosto con carnevale». «Pensi all’agricoltura». «Una buffonata». «Passerà il caldo e ritornerà la politica». «Una sciocchezza». «Una provocazione» “, invece di occuparsi di agricoltura, come il suo dicastero prevederebbe, ha fatto la “propostona intelligente” dell’anno: “La Lega esorta la Rai a mandare in onda le fiction di grande ascolto in dialetto con i sottotitoli, oppure per chi ha la televisione in digitale, di aggiungere al canale audio anche la versione dialettale.Sarebbe bello se uno dei canali radio fosse interamente dedicato a tutti i dialetti d’Italia con rigorosa par condicio regionale”.
E, ancora, “La Rai non fa nulla per promuovere la cultura locale e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Rai 3 doveva occuparsi della valorizzazione della lingua locale, della storia e della cultura delle diverse realtà regionali ed è invece diventata un canale fortemente ideologizzato che ha altri scopi. Non ci sarebbe nulla di male a presentare un programma in dialetto”, prosegue il ministro.
«In quei programmi dove si presentano proprio la territorialità e i prodotti tipici, per esempio, i piatti spiegati con l’idioma locale avrebbero un altro “gusto” rispetto all’italianizzazione dei nomi di quei prodotti”.
Oddio, un filino di ragione, parlando di Rai 3, e della cadenza romana (per me insopportabile) che la fa da padrone in tanti programmi Rai il militante leghista, pardon, il Ministro, l’avrebbe anche, ma ammesso o non concesso che Zaia gradisca che si parli di unità d’Italia e di cultura nazionale, occorre riconoscere che proprio anche quell’italiano spesso all’amatriciana ha contribuito, tramite i programmi televisivi degli anni Cinquanta e Sessanta e il servizio militare, a fungere da collante tra etnie e culture diverse e che si andasse oltre, pur con tutto il rispetto per i dialetti, alle culture locali, alla logica secondo la quale era difficile che un trevisano e un napoletano potessero dialogare.
Ma di questi temi, visto che esistono, sarebbe opportuno si occupassero il Ministero della Cultura e della Pubblica Istruzione, non il volonteroso e un po’ confuso laureato, nel 1993, alla Facoltà di Medicina Veterinaria.
Resta poi il fatto, boutade dialettali a parte, come si dice in veneto? “monate”, che il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali del Governo Italiano e non della Repubblica Veneta, tende un po’ troppo a considerare la sua heimat, la Marca Trevigiana, come il centro del Mondo ed il suo amatissimo Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene come l’oggetto decisamente privilegiato della sua azione.Manco fosse un addetto stampa, ufficioso, della Doc e ora Docg di casa sua…
Difatti, come si può leggere non sul sito Internet del Consorzio del Prosecco (dove la notizia peraltro non appare), bensì sul sito Internet ministeriale,  “la politica della denominazione portata avanti da questo Ministero da evidentemente i suoi frutti soprattutto oltre oceano, infatti leggo questa mattina sul “Washington Post” che uno dei prodotti principe della nostra produzione vinicola, viene citato come una delle eccellenze dell’enologia”. Con queste parole il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali commenta l’articolo ‘The troubble with bubbles’ pubblicato dal prestigioso giornale americano.
L’articolo parla dei vari Champagne, Cava e Prosecco presenti sul mercato americano e –testualmente – dice che, purtroppo, «la maggior parte dei prosecchi disponibili nei negozi statunitensi non viene da Conegliano-Valdobbiadene, la DOCG del Veneto da molti considerato il top. Se cercate questo prodotto, dal nome complicato, e siete disposti a pagare dai 16 ai 20 dollari scoprirete il vero Prosecco”.
Per poi concludere ““Non è una novità – prosegue Zaia – che oltreoceano il Made in Italy sia acclamato e valorizzato, quello che dovrebbe renderci fieri è che questo avvenga su un giornale così prestigioso e che si sottolinei che la qualità ha un valore che vale la pena pagare. Il Prosecco prodotto a Conegliano-Valdobbiadene è un importante motore dell’industria vinicola della penisola e coinvolge 2.800 aziende viticole, 460 vinificatori, 1.500 addetti al settore enologico e 160 case spumantistiche. Nel 2007 sono state prodotte quasi 47 milioni (82% in cinque anni) di spumante”.
Caspita che iperattivismo, che solerzia il Dr. Zaius, come ama definirlo – leggete qui – un mio amico, il wine blogger italo-americano Alfonso Cevola, quale efficienza, quasi propagandistica, nell’occuparsi del Prosecco, nel curare il passaggio dalla Doc alla Docg e la nascita della nuova, allargatissima, anche a posti dove di vitigno Prosecco non c’era la minima traccia, Prosecco!
Tanto solerte, troppo solerte, (anche se altrettanto solerte era un precedente ministro, particolarmente attento alle sorti del suo collegio elettorale e di una grossa cantina pugliese di cui, si dice, sia anche socio…) che benissimo ha fatto Franco Pallini, nella Prima di WineNews di ieri, a dedicargli un Sms, dal titolo I grandi vini d’Italia, che sottoscriverei in toto e che, citando doverosamente la fonte, mi fa piacere riprodurre.
Scrive Pallini: “Accogliamo con piacere la notizia che il Prosecco venga riconosciuto come eccellenza dal “Washington Post”. Ma che ad informarci di questo successo sia Luca Zaia in persona, suona, quanto meno, come una impropria affermazione del suo vecchio ruolo di assessore alla Regione Veneto, più che di quello di Ministro della Repubblica italiana.
Non abbiamo avuto il piacere di sentire le parole di Zaia, quando la stampa estera ha elogiato altre eccellenze enologiche italiane (Brunello, Barolo, Chianti Classico, i grandi siciliani …). Forse quei vini non vengono prodotti ugualmente in Italia? O, per caso, il nostro Ministro ha qualche problema nell’identificazione dei confini nazionali?”.
Suvvia ministro Zaia ci dia ascolto, troppo Prosecco, con il caldo che c’è, può anche far male…
p.s.
Tre anni fa l’amico Franco Ricci scriveva in un editoriale sul numero 19 di Bibenda: “ La speranza che alcuni protagonisti della comunicazione – in televisione, nei forum, sui giornali, nelle dichiarazioni ministeriali… – facciano maggiore attenzione a non dire in pubblico stupidità e corbellerie”. Parole di ieri: sembrano scritte oggi…
p.s. bis
che il Ministro Zaia abbia anticipato, come un bravo promoter, il Consorzio, lo si rileva, oggi, 14 agosto, dal comunicato stampa emesso dal Consorzio, che fa notare come anche Zaia sia rimasto colpito dall’articolo del Washington Post… – allegato cs washington post

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15 luglio 2009

Città del Vino: dichiarazioni inutili su certificazioni dei degustatori e albo dei sommelier

Forse siete già a conoscenza, perché ne hanno scritto in diversi, dall’Ansa, al verde padano sito Internet Agricoltura italiana on line, al Corriere della Sera, domenica, al blog Intravino, dello strampalato progetto di creare un fantomatico “albo professionale dei sommelier”, che ha iniziato la discussione in Commissione agricoltura a Palazzo Madama e che può contare sulla presentazione del senatore del Pdl Pierfrancesco Gamba e dei colleghi di partito Maurizio Saia, Alessio Butti, Achille Totaro e Francesco Amoruso. Tutti sicuramente grandi esperti di vino e conoscitori della materia vinosa..
Questo progetto, dicono, “nella necessità di qualificare meglio la figura del sommelier professionista, definendo un percorso di indiscutibile serietà e professionalità invece dell’autocertificazione di fatto avvenuta finora nei vari corsi e corsetti delle associazioni privatistiche che formano i degustatori”. Bene, conosciamo già, dall’editoriale che il presidente Medri ha pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. – leggete qui – e dalle dichiarazioni rilasciate nell’articolo del Corriere e altrove, la posizione ufficiale, decisamente contraria (e un po’ contrariata) a questo ipotizzato decreto legge,  dell’A.I.S., che non è nemmeno stata interpellata, come parte in causa, dagli intraprendenti politici che hanno redatto questo testo che potete leggere e valutare qui.
Abbiamo preso atto, ancora su Intravino, che secondo Fiorenzo Sartore a salvarci dall’immaginario Ordine dei Sommelier saranno i sommelier (soprattutto quelli targati A.I.S., che non mancheranno di farsi sentire) anche se l’articolo del Corriere riportava anche qualche parere possibilista, tipo quello del sommelier del noto ristorante milanese Cracco, nonché “figlio d’arte”, Luca Gardini, che giudicava questo ddl, “una svolta necessaria, la creazione di un albo é un passo in avanti – secondo me – per tutta la sommellerie. L’AIS fa e dà tanto, ma non sottovalutiamo l’ingresso in Università, può essere un fatto di cultura”.
Fin qui tutto bene, i politici che fanno il loro mestiere, magari occupandosi di cose dove non si vedeva l’esigenza di un loro intervento/ingerenza, e permettendosi di (s)parlare, a vanvera, di “corsi e corsetti delle associazioni privatistiche che formano i degustatorie”.
E poi  le categorie interessate, quelle che formano larga parte dei sommelier italiani, come l’A.I.S. ad obiettare, magari sostenendo, come ha dichiarato domenica Terenzio Medri al Corriere della Sera, che questo ddl “mira a favorire gli interessi di qualcuno, come le università con i corsi specialistici nel settore agroalimentare”, facendo pensare che forse si riferisse ad Alma, e a nuove associazioni, tipo l’Aspi, che pretenderebbero di rappresentare gli interessi dei sommelier professionisti italiani, e che l’Alma ha scelto come interlocutori per i propri corsi.
Un batti e ribatti sempre rimasto nell’ambito di chi rappresenta la sommellerie e di chi è delegato, dal voto degli italiani, a legiferare.
E’ però successo, e l’ho appreso lunedì pomeriggio, leggendo questa Prima di un sito Internet, che qualcuno, non invitato a farlo e a mio parere con poca voce in capitolo, intervenisse a proposito del ddl, per dire la sua, in un modo che, ricorrendo ad un eufemismo (avrei in mente un modo più schietto di definirlo) é difficile non liquidare come un’incursione fuori dal seminato.
Parlo della premiata, si fa per dire, associazione nota (si fa per dire) come Città del Vino, che per voce del proprio presidente Valentino Valentini (nella foto) ha dichiarato: “sì alla “disciplina dei sommelier”, ma va esteso anche ad altre categorie di degustatori” “Il sommelier è una figura sempre più decisiva per il consumatore, non solo nella scelta dei vini, ma per informare e educare al consumo consapevole e alla conoscenza dei nostri prodotti”.
La proposta – ha aggiunto Valentini – “dovrebbe essere allargata ad altre categorie di degustatori, come strumento di certificazione e difesa dell’originalità e qualità dei prodotti italiani”.
Al signor Valentino Valentini, presidente di detta Associazione, nonché Sindaco di Montefalco in Umbria, che rilascia interviste sostenendo (strano, é stato proposto da parlamentari del Centro Destra e non di quella sinistra che in Umbria detta ancora politicamente legge) la validità di una “disciplina della professione di sommelier”, e secondo il quale la “creazione di un Albo ufficiale dei sommelier, costituisce un forte elemento di responsabilizzazione della categoria, che, negli ultimi vent’anni, ha svolto un ruolo importante, ma che ha bisogno di un ulteriore salto di qualità”, vorrei chiedere: ma di che cosa sta parlando?
A quale altre “categorie di degustatori” vorrebbe estendere il controllo da parte di quel sistema politico di cui la sua indaffaratissima Associazione è una delle espressioni più tipiche e rappresentative?
Vorrei dare, gratuitamente, un consiglio a Valentini: perché invece di pronunciarsi, un giorno sì e l’altro pure, sulle vicende del vino italiano, perché, magari i cittadini di Montefalco che l’hanno votato saranno d’accordo, non si occupa della politique politicienne, quella prima di tutto fatta di parole e non di fatti, di cose concrete, tipo pulizia e manutenzione delle strade, funzionamento dei servizi, gestione del denaro pubblico, inerenti alla pratica quotidiana di amministratore del suo paese, Montefalco, PG? Penso che siano queste le cose che interessano ai suoi cittadini, non i suoi indesiderati pronunciamenti sulle certificazioni dei degustatori…
Come diciamo a Milano, offelè fa el to mestee che l’è mej…

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30 giugno 2009

Wine Spectator celebra l’Enoteca Italiana di Siena: tout se tient, of course!

La si può leggere un po’ ovunque questa “notizia”: sul Cittadino on line, su Valdelsa.net, sul sito Internet del Comune di Siena, persino sul sito verde Padania (nonostante sia voce del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, non di della Repubblica Veneta o della Val Brembana) Agricoltura italiana on line.
La sostanza, cambiando la fonte, non cambia. Quella che alcuni definiscono “la migliore testata mondiale nel settore del vino”, altri addirittura “la Bibbia del vino Usa” (una definizione che si può leggere in vari modi, compreso quello secondo il quale è la “Bibbia” del vino di gusto americano, ovvero il Verbo del vino omologato), ovvero Wine Spectator, “promuove a pieni voti l’Enoteca italiana di Siena e altre eccellenze vinicole del territorio senese.
Nel suo ultimo numero di giugno, in un articolo (che potete leggere qui) firmato dal giornalista  Jo Cooke, l’Enoteca italiana viene descritta come “la più grande sala-esposizione del vino italiano”.
Non aspettavano altro in quel di Siena e dintorni, dove da un anno buono c’é una forte preoccupazione, per tutto il Sistema, per le vicende riguardanti il Brunello di Montalcino. Questo “riconoscimento” è stato accolto come una manna: “si tratta un valido biglietto per la promozione del nostro territorio e della nostra offerta, sottolinea il segretario generale della Camera di Commercio Lorenzo Bolgi, è una testimonianza che la qualità dei nostri ristoranti e locali è vincente”.
Dal canto loro i politici senesi, la “Casta di Siena” di cui parla, in un omonimo libro, oltre che nel seguito “Le Mani sulla città” il giornalista Raffaele Ascheri (leggete qui e ancora qui) non hanno atteso un solo minuto per crogiolarsi al calduccio delle dichiarazioni di quelli che una volta avrebbero definito “gli yankees”.
La parlamentare del Partito democratico, con trascorsi nel PCI e nei Democratici di Sinistra, Susanna Cenni, nativa di Monteroni d’Arbia vicino a Siena, dal 2000 al 2005 assessore regionale al turismo, commercio, fiere della Regione Toscana (nel primo governo Martini), dal 2005 “alla guida dell’assessorato regionale all’agricoltura, foreste, caccia, pesca e quello alle pari opportunità uomo-donna” (una bella ridda di competenze!) e con le elezioni politiche del 2008 eletta alla Camera dei Deputati, ha subito dichiarato che “Il riconoscimento di Wine Spectator ad Enoteca Italiana premia la pazienza e l’impegno di chi guida una realtà unica nel suo genere e la lungimiranza di tutte le istituzioni, senesi e toscane, che hanno sempre creduto nell’efficacia con cui l’ente promuove, ormai da quasi cinquant’anni, i grandi italiani nel mondo”.
Questo risultato – aggiunge – “ci mostra come la strada intrapresa, non senza fatica, nella valorizzazione delle nostre migliori produzioni vitivinicole, sia stata quella giusta. Enoteca Italiana ha saputo interpretare al meglio il legame fra i vini italiani e il territorio, confermandosi come un’importante vetrina della produzione qualità locale e nazionale.
Oggi, anche alla luce di questo risultato prestigioso, il goffo tentativo di dar vita ad esperienze concorrenti, intrapreso alcuni anni fa per togliere all’ente senese il ruolo di valenza nazionale, ci sembra definitivamente superato”. Non bastasse la parlamentare senese ha chiuso il suo commento all’articolo di Wine Spectator inviando “il mio augurio di buon lavoro al presidente Claudio Galletti e al segretario generale Fabio Carlesi, in questi giorni al VinExpo di Bordeaux, per continuare, anche e sopratutto in una fase di crisi tutt’altro che semplice, a promuovere i nostri vini attraverso iniziative mirate e di qualità”.
Di fronte a questo proclama tonitruante, che manca solo di promettere “spezzeremo le reni alla Grecia“, pardon, ai nemici e agli avversari dell’Enoteca di Siena e poi sarebbe in perfetto stile anni Venti, a Roma come a Mosca, c’è solo da aggiungere che a Wine Spectator devono avere una vista particolarmente acuta, a raggi x come Superman, per essersi accorti, beati loro, dell’efficacia del lavoro svolto da quell’Ente eminentemente politico e dall’utilità tutta da dimostrare che è l’Ente Vini Enoteca Italiana di Siena.
Io, che pure sono da 25 anni, non due giorni, nel mondo del vino, di tutta questa indispensabilità e ricchezza di espressione del lavoro svolto dall’Enoteca Senese, distratto come sono non me sono mai accorto, anzi…
Mi accorgo invece, anzi ho la conferma di una convinzione cui ero già arrivato da tempo, che questo Ente, alla cui testa (presidenza e direzione) sono sempre arrivati personaggi molto abili nell’intessere rapporti organici con quello che Bruno Vespa definirebbe “il mio azionista di riferimento“, ovvero quel Pci-Pds-Ds che oggi è una delle due forze politiche storiche, l’altra è la Dc, confluite nel PD, sia soprattutto un organismo specializzato nel dare all’esterno un’immagine di sé ben superiore a quella reale.
Tale da catturare, ma non è difficile farlo in Toscana, facendo parte di un certo sistema di potere politico-economico-finanziario (e qui mi fermo…) il consenso persino della nota rivista che qualcuno ha ribattezzato Wine Speculator.
Non c’è da stupirsi. Come recita quell’espressione francese, Tout se tient, ovvero tutto è collegato e nulla avviene per caso.
Dal riconoscimento solerte attribuito dal Vinitaly 2009 alla Castello Banfi, come “massima espressione dell’imprenditorialità legata all’agricoltura, e da sempre votata all’eccellenza, cresciuta, nei trent’anni dalla sua fondazione, sotto l’egida dell’alta qualità, la Castello Banfi rappresenta oggi uno dei principali ambasciatori del “made in Italy” nel mondo. Forza trainante del “modello Montalcino”, al premio assegnato dalla rivista americana Forbes al Castello Banfi (ah rieccolo!) come migliore meta enoturistica del mondo, a questa celebrazione dell’Enoteca di Siena da parte di Wine Spectator, più pompata dagli ambienti toscani di quanto appaia in realtà leggendo l’articolo, ci muoviamo nello stesso milieu da “mani sulla città” e sulla Provincia.
Dove ad essere sostenuti, promossi, portati in palmo di mano sono sempre gli stessi e non si muove foglia senza che Qualcuno (chiamalo Partito, Banca, o in altro modo…) non sia d’accordo e non voglia…

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