Vino al vino

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29 settembre 2011

Clamoroso scoop di Wine Spectator! Copertina e articolo fiume per un giovane produttore emergente: Angelo Gaja…

E bravo Wine Spectator, è proprio così che si fa!
Quella che solo i cronisti più provinciali si ostinano ancora a definire “la rivista Usa più influente del mondo”, ha messo a segno un fantastico scoop. Ha pubblicato un articolo coraggioso, innovativo, originale, che farà sicuramente discutere e porterà alla testata di Mr. Marvin Shanken ulteriore prestigio e autorevolezza.
Dimostrando di fregarsene altamente dell’establishment del vino, quelle  “frescacce” cui credono soltanto i Nossiter di Mondovino, scegliendo di andare controcorrente, di voler finalmente premiare produttori emergenti e poco conosciuti al mondo, e non, che palle!, i soliti noti, Wine Spectator, nell’edizione del 31 ottobre, (di cui si ha notizia non visitando la versione on line gratuitamente accessibile a tutti bensì la versione riservata agli abbonati, quorum ego) ha dedicato la copertina con una foto del protagonista ed un titolo che più chiaro non si potrebbe, “Driving Italian wine to higher ground”, ovvero “ha portato il vino italiano ai livelli più alti” ad un produttore italiano.
Ed una serie di articoli, uno praticamente un romanzo, a firma di Mitch Franck, che definisce il produttore “Italian Colossus”, il colosso italiano, e poi altri, che non posso linkarvi perché trattasi di link ad articoli riservati agli abbinati, a firma di Bruce Sanderson e della redazione, nonché una video intervista, tutti dedicati ad un giovane produttore piemontese di buone speranze.
Un ragazzo che farà sicuramente parlare di sé nei prossimi anni, uno che ha le idee chiare e già la stoffa del protagonista, una promessa, dal nome… Angelo Gaja.
Ho ovviamente scherzato, Wine Spectator non “sprecherebbe” mai una copertina dedicandola a qualcuno che non fosse già abbondantemente un personaggio noto, un numero uno, che non facesse parte del “sistema di potere” del vino mondiale, e Angelo Gaja da Barbaresco, 71 anni portati con la grinta di un leone, è, inutile dirlo, Angelo Gaja…
Resta il fatto, indiscubile, che dedicandogli, tuttora in vita (ovviamente i più sentiti auguri di altri cent’anni e più al re del Langhe Nebbiolo) una copertina e articoli tanto celebrativi e complimentosi (fossi Angelo terrei sempre una mano sotto il tavolo quando si parla di questa copertina… ) dove si arriva ad affermare testualmente “Se ami il vino italiano, sei in debito di gratitudine nei confronti di Angelo Gaja” e lo si paragona ad un “superhero”, Wine Spectator mostra, una volta di più, di rappresentare il conservatorismo più bieco e privo di fantasia attivo nel mondo dell’informazione sul vino.
Un ritratto tutte luci e senza nessuna ombra quello proposto dalla rivista, da un uomo perfetto, da wine superman che non sbaglia mai, da “eno-duce” che ovviamente “ha sempre ragione”, ritratto che si scontra però, con tutto il rispetto possibile per Gaja e per il ruolo che ha avuto nell’affermazione di un’immagine nuova e di una inedita considerazione per il mondo del vino italiano, con la realtà di quest’uomo.
Le cui scelte talora sono state contraddittorie, discutibili e non accettate da tutti, e continuano a fare discutere. Se si visita infatti, l’animato forum del sito Internet del Gambero rosso e il thread dal titolo Angelo Gaja e Wine Spectator, si potrà vedere che a parte i soliti super Gaja-fan ancora più realisti del re, i quali sostengono che “ogni Produttore italiano non piemontese, per ogni bottiglia che vende all’estero, dovrebbe versare al Giove Tonante dell’Enologia Italiana, a titolo di ringraziamento per il lavoro svolto come Alto Rappresentante del Vino Italiano di Qualità, diciamo 0,50 Euro. Al contrario, i Produttori Piemontesi dovrebbero versargli 1 euro a bottiglia”, nell’ambito della discussione che si è sinora sviluppata non tutti si dimostrano pronti a rendere un automatico omaggio al produttore nato a Barbaresco. Non tutti sembrano ad inchinarsi, come fa qualche zelante cronista sostenendo che “la copertina di una prestigiosa rivista internazionale è una di quelle cose che fanno bene all’immagine di tutto il comparto”, alla WS celebration.
Io che quando cinque anni fa un vino prodotto in Toscana si piazzò, tra gli applausi trionfali di tutti (o quasi), al primo posto della discutibilissima graduatoria dei Top 100 di Wine Spectator, non avevo affatto gioito, anzi, continuo a ragionare, piaccia o non piaccia come lo faccio, magari facendo “un cattivo uso della mia intelligenza” (come ebbe modo di dirmi anni fa proprio Angelo Gaja), con la mia testa.
E come scrivevo giusto 11 anni fa, dico a Wine Spectator e ai suoi zelanti fan italiani: le favole dove il re è sempre bello, dove ha sempre ragione e non è mai nudo, raccontatele ad altri, please!
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29 luglio 2011

Tom Cannavan propone 32 rosé wines for the summer ma nessun italiano. Ora vi spiego il perchè

Di una cosa mi sto convincendo sempre di più: molti produttori di vino italiani non sanno assolutamente cosa significa fare comunicazione. E per buona parte di loro il marketing continua ad essere un mistero.
Per dimostrare questa evidenza voglio raccontarvi una storia credo istruttiva.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto, su uno dei wine web site britannici che più stimo e che è più seguito in UK e altrove, Wine pages, in un articolo, lo potete leggere qui, molto interessante.
Si parla di rosé wines, di rosati per l’estate e viene proposta, con tanto di note di degustazione e punteggi in centesimi, un’ampia selezione, proprio come ha fatto sulle sue purple pages Jancis Robinson, una buona selezione di rosati.
L’autore dell’articolo, Tom Cannavan, è per me una garanzia. Lo conosco personalmente, ho degustato più volte insieme a lui, perché ha partecipato nel 2009 e 2010 (quest’anno era impegnato in Portogallo, altrimenti sarebbe stato ancora con noi) al Festival dei vitigni autoctoni Radici.
Tom, che oltre a curare il suo sito collabora a diverse riviste, è membro di quella originale wine writer sindication che è The wine gang, e collabora al gruppo di lavoro di Taste-in, conosce bene i vini del Sud e di quella regione a fortissima vocazione per i vini rosati che è la Puglia e l’ha testimoniato più volte, ad esempio in questa intervista che gli ho fatto lo scorso anno.
Colpito da questa totale sorprendente assenza di vini italiani in una selezione che comprende rosati non solo di Francia, ma anche di Cile, Spagna e Argentina, ho scritto a Tom per chiedergli i motivi di questa scelta.
La sua risposta, che riporto qui testualmente, mi ha agghiacciato: “These 32 wines are the wines I have received as samples or have tasted at press tastings in the past month.  I did not receive any Italian roses!”.
Questi 32 sono i vini che ho ricevuto come campione o che ho degustato in degustazioni per la stampa lo scorso mese. Non ho ricevuto alcun rosé italiano. E
alla mia ulteriore replica per capire come questo abbia potuto accadere Tom mi ha detto: “In fact, i do not think I have been contacted by any Puglian producer or their importer in the UK.  They need some marketing/PR advice!”.
Cannavan non é stato contattato da alcun produttore pugliese o dai loro importatori (che sono numerosi) nel Regno Unito. Nessuna dimenticanza da parte sua, nessun “boicottaggio” nei confronti dei vini di una regione, la Puglia, che pure conosce bene e nessuna preclusione nei confronti dei rosati italiani.
Semplicemente nonostante anche i gatti, ma non i produttori di rosati italiani evidentemente, sappiano che in UK continui quello che Tom definisce “love affair with rosé”, e che si tratti di una tipologia che in UK incontra, soprattutto d’estate, grande interesse e successo di pubblico, nessun produttore di rosati pugliese, campano, calabrese, siciliano, molisano, e soprattutto, cosa ancora più grave, nessun importatore e distributore in UK dei loro vini, ha pensato bene di contattare un wine writer che aveva notoriamente dimostrato interesse per questa tipologia di vini. E di inviargli, come press tasting sample, dei campioni da degustare.

Di fronte a comportamenti del genere cascano le braccia. E cascano ancora di più pensando al lavoro che ad esempio una manifestazione come Radici del Sud, ed i suoi “spin-off” come Radici wine experience, che ripeteremo a novembre mettendo a contatto, come lo scorso anno, wine buyers, wine writers e produttori, cerca di fare, pensando a come determinate sinergie non vengano attivate e possibilità sfruttate.
Ma porca miseria, c’è un mercato, quello britannico, che ha dimostrato di credere nei pink wines, che quei vini acquista, dei consumatori che li scelgono e li bevono, dei wine writer di primario livello che ne scrivono, ed i produttori pugliesi, anche importanti aziende che pubblicano regolarmente pagine di pubblicità su Decanter, non sfruttano queste circostanze favorevoli?
Ma hanno minimamente una pallida idea di cosa significhi comunicare e vogliono che i loro vini si vendano su quel mercato o preferiscono tenerseli in cantina e magari lamentarsi perché non si vendono e all’estero non li chiedono?
Ma che tornino, loro ed i loro collaboratori, all’abc del marketing e della comunicazione o non abbiano vergogna di chiedere una mano (Radici del Sud ha attivato collaborazioni con persone che potrebbero essere loro veramente d’aiuto) a chi potrebbe consigliarli.
Questo perché episodi sgradevoli e sciocchi come quello della dimenticanza di un English wine writer come Tom Cannavan non abbiano a ripetersi. Perché con i loro ottimi rosati il consumatore inglese, attraverso la stampa, possa familiarizzare, conoscerli e apprezzarli…

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25 luglio 2011

E’ il momento dei Superitalians: Madame de La Palice a Montalcino

Avevo già dedicato qualche tempo fa un post alla scoperta dell’acqua calda fatta in quel posto dove todo es possible che è Montalcino, da un’enologa francese chiamata in loco per “miracol mostrare” da una produttrice che prima di avvalersi della consulenza di Madame l’oenologue aveva avuto come winemaker ben altro personaggio. Con ben altre idee…
Devo però tornare ad occuparmi della Signora Valerie Lavigne, l’enologa che Donatella Cinelli Colombini, vicepresidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, “ha portato dall’Università di Bordeaux nelle sue cantine del Casato Prime Donne a Montalcino e della Fattoria del Colle nel Sud del Chianti”, spinto da un comunicato stampa che mi è pervenuto. Comunicato che ci spiega, dice, “il suo concetto di fare vino di eccellenza. Qualcosa di opposto alla globalizzazione ma comunque capace di competere ai più alti livelli qualitativi su uno scenario internazionale”.
Per Madame Lavigne “le varietà autoctone che producono un grande vino – il Sangiovese del Brunello, per esempio – sono sempre coltivate al loro limite Nord. Cioè sono coltivate dove è più difficile, raggiungere una completa maturazione.
E’ in queste condizioni che l’espressione dell’uva è la più originale e la più inimitabile. Allo stesso modo le varietà internazionali come Merlot, Cabernet Sauvignon o Chardonnay, che crescono in Borgogna o a Bordeaux sono nel loro limite più a Nord.
Gli aromi di queste varietà, in queste situazioni climatiche, sono unici e identificabili. Se coltivati in zone con climi più caldi o più secchi possono dare buoni vini ma non grandi vini perché la loro espressione aromatica perde il suo particolare carattere”.

Fino a qui niente di nuovo, siamo nel regno dell’ovvio, del lapalissiano, anche se nel borgo del Brunello ci sono fior di aziende e di produttori che la pensano diversamente, soprattutto di fronte all’affermazione dell’enologa, secondo la quale il fatto che “il Merlot è uguale dappertutto” sia per lei “una pura illusione. Anzi è solo sfidando la natura, in condizioni estreme, che si raggiunge l’eccellenza”.
Nulla di nuovo sotto il sole, lo capivano bene anche gli indigeni ilcinesi, senza scomodare “luminari” francesi, anche da un’altra affermazione ovvia, cioè che “è avere un sapore riconoscibile che fa grande un vino, il sapore che è la specifica espressione di una o più varietà di uva cresciuta in una determinata regione.
Senza questa autentica impronta del terroir non ci può essere diversità. La ricerca di qualità è quindi, secondo me, indissolubilmente legata ai concetti di territorio, identità e quindi diversità”.
Però, dopo aver reso omaggio all’impronta fondamentale, al ruolo basilare del terroir, cosa fa, forse contagiata dal clima di Montalcino ormai propenso ai mix più indiavolati, l’enologa transalpina?
Ci suggerisce “penso che sia il momento di studiare blend fra varietà autoctone, cioè di produrre vini collegati a uno specifico territorio quindi con un sapore riconoscibile e inimitabile.
Perché non immaginare la combinazione di colore, potenza, bassa acidità e forte tannino del Sagrantino con la maggiore delicatezza, maggiore acidità e meno colore del Sangiovese? E’ la qualità del tannino di ciascuna delle due uve che deve guidare il blend. Ma ci sono probabilmente altre strade per esplorare ed approfondire. Penso a un’altra varietà dell’area centro italiana come il Colorino”.
Ed ecco subito pronto nel comunicato stampa il nome per questi nuovi vini: Superitalians

Altro che parlare di “identità a tutti i costi dunque, e salvaguardia dei caratteri distintivi delle uve di uno specifico territorio ottenuta anche attraverso un rapporto diverso con le botti” con il legno che “non deve disturbare questa autenticità”!
Qui, anche se cambiando qualche piccola cosa, sostituendo i troppo “sfacciati” ed evidenti Merlot ed il Cabernet (o altre cose, come hanno messo in luce le inchieste della Magistratura condotte in occasione di Brunellopoli), con altre uve tipo il Sagrantino, che con la storia vitivinicola di Montalcino non hanno nulla a che fare, si mira spudoratamente e stoltamente a cambiare l’identità dei vini, Rosso e Brunello, che hanno fatto la storia, hanno determinato il prestigio ed il mito dello splendido borgo toscano. Ancora più grave che sia una francese, chiamata come consulente da una produttrice che ha compiti di responsabilità nell’ambito del Consorzio del Brunello, a proporlo…
p.s. va anche aggiunto che Madame Lavigne difetta anche di fantasia. Vini come quelli di cui si augura la nascita esistono già e sono targati Igt Toscana come ad esempio lo Spezieri di Col d’Orcia mix di Sangiovese, Ciliegiolo, Merlot e Cabernet. Ma anche togliendo le uve bordolesi quel vino che lei propone resta un Supertuscan, anche se tardivo…

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12 luglio 2011

La nuova proprietà della Contratto di Canelli vuole fare “la guerra” allo Champagne…

Storie di ordinaria arroganza
Qualche mese fa, quando era trapelata la notizia dell’avvenuto passaggio di proprietà, avevo accuratamente evitato di commentare l’acquisizione di un marchio storico della spumantistica metodo classico piemontese come la Contratto di Canelli da parte di un moscatista che si picca di produrre grandi vini (o piuttosto presunti tali) in Monferrato, Langa e Toscana.
La scarsa simpatia per l’azienda acquirente e la decisa refrattarietà alla filosofia e alla qualità dei vini prodotti mi aveva semplicemente fatto concludere che, dopo questo acquisto, dei buoni vini che la Contratto ha prodotto nella sua onorata storia non avremo più sicuramente traccia.
Ho però deciso di rompere il silenzio e di dire due parole, ovviamente preoccupate, sul futuro dell’azienda canellese, dopo aver letto alcune recenti interviste dove il personaggio simbolo della famiglia che l’ha acquistata ha spiegato i motivi di questa decisione.
Alla domanda “Cosa si aspetta da questa acquisizione la famiglia e quali sono le prospettive a breve e a lungo termine per Contratto?”, la risposta è stata perfettamente in linea con il personaggio:
Da tempo, dopo aver realizzato il sogno di produrre dei grandi rossi, con i miei fratelli avevamo in mente di fare uno spumante di qualità”. E ancora, “l’obiettivo è quello di fare dei grandi spumanti di qualità e di farli conoscere anche in ambito internazionale dove oggi sono poco presenti”. Va ricordato che la Contratto è uno dei marchi storici della spumantistica piemontese, che etichette cult come il “For England” hanno segnato la storia italiana degli “spumanti” metodo classico e che Contratto è stata la prima azienda in Italia a produrre un millesimato metodo classico.
Ancora più “istruttive” altre dichiarazioni, che ho letto in un interessante articolo di Paolo Monticone intitolato “Se l’agricoltura compra l’industria” pubblicato sul numero di giugno della rivista Barolo & Co. e dedicato ad alcuni passaggi di proprietà di aziende vinicole nell’astigiano.
Interpellato sui motivi dell’acquisizione della Contratto lo stesso rappresentante della famiglia nuova proprietaria dichiara: “ lo spumante era un sogno e la Contratto la realtà. Il mondo dello spumante ci ha sempre affascinato e rappresenta per noi più di una sfida. Da agricoltori a quasi industriali il passo non sarà facile”.
Da questa dichiarazione si desumono due cose: che per la nuova proprietà i metodo classico non sono altro che dei generici “spumanti” e che per produrre metodo classico, a loro avviso, occorre darsi una mentalità quasi “industriale”.
Lo stesso personaggio più oltre dichiara ancora: “di certo bisognerà uscire dalla mentalità del barolista” (si tenga conto che il signore è un “barolista” di recentissima storia e che a mio avviso la mentalità del barolista non sa nemmeno che cosa sia…), e poi che “non cerchiamo grandi numeri, ma altissima qualità.
Per il momento puntiamo a non più di un milione di bottiglie con i marchi tradizionali (…) e soprattutto vogliamo essere capaci di poterci confrontare senza alcun timore reverenziale con i migliori Champagne. Dateci qualche anno di tempo e poi giudicherete”.
Rodomontata, in perfetta linea con le abitudini del personaggio in oggetto, a parte, si evince che per la Contratto si annuncia un’epoca di grande sviluppo, con una moltiplicazione decisa del numero di bottiglie prodotte. Se un milione di bottiglie, magari comprensive anche dell’ottimo Asti metodo classico De Miranda, non sono un numero significativo…
Ma è la presunzione, un po’ spaccona e un po’ arrogante, lo ripeto, perfettamente in linea con lo “stile” dell’uomo in oggetto, a dare francamente fastidio.
Non ha ancora cominciato a confrontarsi con le problematiche, tecniche, stilistiche, produttive, commerciali, di comunicazione, della particolare tipologia rappresentata dal metodo classico, che ecco il moscatista diventato poi anche barbareschista e barolista già pronto, con la baldanzosa sicumera che gli è propria, a dare lezioni al mondo.
Non accontentandosi di produrre dei metodo classico, che lui continua a chiamare genericamente “spumanti”, che possano essere al livello dei migliori Alta Langa Docg, che sappiano illustrare l’antica (e un po’ smarrita) tradizione degli “champenois” piemontesi. E nemmeno delle bollicine che sul mercato possano fare bella figura rispetto ai vini dei metodo classico a denominazione d’origine più blasonati, come Franciacorta Docg e TrentoDoc. Macché, lui il “rinoceronte”, nickname che ho coniato per lui da qualche anno, mira in alto, si fa prendere da manie di grandeur e millanta di voler produrre bottiglie all’altezza dei “migliori Champagne”.
Come pensare che con una simile arroganza lo storico marchio Contratto possa avere un futuro degno della propria illustre storia?

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28 aprile 2011

Dopo la Doc Venezia partito il progetto per la Doc Roma: non é una barzelletta ma “marketing territoriale”

Incredibile, ma vero, in pieno 2011 ci troviamo a rimpiangere le “Doc politiche” d’antan.
Create per compiacere il politico di turno, che ne era artefice per puri scopi elettoralistici, per coltivare il proprio collegio elettorale e raccogliere voti, o semplicemente per l’orgoglio di aver facilitato o deciso il risultato, queste denominazioni tutto sommato non facevano del male a nessuno.
A volte esistevano solo sulla carta, non creavano grandi carrozzoni per sostenerle, non venivano annunciate con grandi proclami altisonanti, erano in definitiva solo conquiste burocratiche e basta.
Nessuno si sognava, creando l’ennesima nuova Doc, di promettere mari e monti, o di spacciare per oro quello che invece chiunque avrebbe visto essere invece solo ferro: si limitava a dire di averlo fatto per elevare l’immagine della zona di competenza della denominazione e di valorizzare il lavoro di chi vi produce vino.
Oggi, invece, quando le denominazioni d’origine in Italia sono diventate chissà quante (è praticamente impossibile tenere il conto visto che ogni mese incredibilmente crescono) siamo invece arrivati alle Doc “proclama”, che promettono di essere dotate di valenze e significati che nessuno pensava una Doc vinosa potesse avere.
E’ stato questo il caso, qualche mese fa, della Doc Venezia decisa perché, dicono, “a Treviso e Venezia le produzioni sono molto omogenee”, ma soprattutto “pensata”, se così si può dire, per consentire ai produttori veneziani,  che possono contare su denominazioni di non grandissimo lustro, Lison Pramaggiore, Piave e la Igt Delle Venezie, di utilizzare una denominazione che fa perno sul nome Venezia, e quindi dare maggiore visibilità al proprio territorio sinora conosciuto per le alte produzioni e una tipicità tutta da cercare.
Volete mettere la forza di un marchio, a livello mondiale, come quello che porta il nome di Venezia per spingere le vendite? Questo anche se quel genietto dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Veneto Manzato, quello dell’Amarone con 3000 anni di storia, pensa che “la Doc Venezia potrebbe servire ad affrontare il mercato internazionale gestito essenzialmente dalla grande distribuzione”…
E dopo la Doc Venezia, che designerà una ridda infinita di vini e tipologie di vino senza alcun particolare carattere di peculiarità locale, senza nessuna traccia del cosiddetto “genius loci”, ce n’è per tutti, possono fregiarsi “di tale titolo di qualità i vini delle seguenti tipologie: Rosso, Merlot, Cabernet-Sauvignon, Cabernet franc, Chardonnay, Pinot grigio, Bianco spumante, Bianco frizzante, Rosato, Rosato spumante, Rosato frizzante”, con la “perla” del Bianco spumante, la cui composizione è Verduzzo friulano o Verduzzo trevigiano o Glera per almeno il 50%, è ora la volta, con lo stesso spregiudicato procedimento di sfruttamento della valenza turistica e di richiamo del nome della denominazione, della Città Eterna.
Festeggiata, leggete qui, con gioia, come la “la dimostrazione di come l’Italia abbia una vocazione alla produzione d’eccellenza, che esprime la qualità dei nostri migliori territori”, dal neo ministro delle Politiche Agricole Romano, nascerà presto, ha già ottenuto, insieme alla Docg per il Frascati superiore, il semaforo verde del compiacente, generosissimo Comitato Nazionale vini, la Doc Roma, riferita a ben sette tipologie di vini che al momento non è ancora dato conoscere con precisione, anche se il progetto lanciato dall’Arsial dovrebbe certificare tre vini bianchi che avranno come base la Malvasia puntinata, mentre il vitigno Montepulciano costituirà la Doc rossa.
E ci si dice anche, ad esempio qui, che la Doc Roma nasce come “grande vino di qualità con un nuovo marchio che sfrutta le potenzialità del brand Caput Mundi e non andrà per nulla a sovrapporsi alle denominazioni esistenti. E tramite l’adozione di parametri stringenti e puntuali sul fronte qualità della Romanella, tipologia di spumante della Roma Doc, si é raggiunto l’intento di elevare la qualita’ di questo popolare vino frizzantino.

Una nuova Doc che ci hanno detto dovrebbe “razionalizzare il sistema dei vini di qualità della provincia romana”. Poco importa che dando parere favorevole alla Doc Roma si cambiano completamente le carte in tavola e le più comuni regole di buon senso, perché come ha fatto rilevare Luigi Caporicci, presidente delle cantine Gotto d’Oro di Marino, di solito “si produce prima un buon vino e poi si va a chiedere la Doc. Qui è stato fatto il contrario, ma comunque non si tratta di una procedura anomala”.
Qui invece si crea una Doc posticcia per un vino, una serie di vini, tutti da inventare. E questo perché? Semplicemente per sfruttare il “brand “ Roma, perché come ha commentato tale Erder Mazzocchi, commissario straordinario dell’Arsial (l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura nel Lazio), “la Doc Roma vuole essere una grande operazione di marketing territoriale che attorno ad un brand prestigioso intende rilanciare le sorti della enologia locale. Il nuovo marchio non si sovrapporrà a quelli già esistenti e prenderà vita proprio nei terreni già adibiti a coltivazioni di uve doc che dovrebbero essere dismessi”.
Concetto decisamente fumoso (vigneti che devono essere dismessi per dare vita ad altri vigneti?), che diventa ancora più misterioso e criptico dopo l’ennesima esternazione del commissario, secondo il quale “Roma per secoli é stata un’immensa vigna. Oggi è un’enorme metropoli.
Ma la sua tradizione alimentare e culturale, la posizione geografica e climatica particolarmente vocata non devono essere sacrificate. Ecco da dove nasce la volontà di creare una Doc Roma, basata sulla certezza che l’elevata qualità dei vini presenti sul territorio, unita al nome della Città Eterna, sapranno far breccia nel cuore dei milioni di visitatori e di pellegrini che ogni anno la visitano”.
E avrebbero la faccia di tolla di spacciare questi trucchetti da magliari per un’operazione di “marketing territoriale”? Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!

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18 aprile 2011

Padroni del vino sempre più padroni. Un’intervista di Gianni Zonin

Lo spettacolo è ormai sotto gli occhi di tutti, gli industriali del vino si considerano sempre più i padroni del vino italiano, dotati del diritto “divino” di delinearne strategie, scelte, percorsi.
Una volta, diciamo fino a qualche anno fa, le cose non andavano in questo modo e le grandi aziende, che sono sempre esistite, che hanno perseguito le proprie logiche e curato il proprio business, avevano il buon gusto, ed il buon senso, di tenere il profilo basso, di non millantare di costituire l’avanguardia qualitativa del vino italiano.
Una sorta di “inferiority complex” che non le faceva sentire all’altezza delle piccole aziende del vino e faceva pensare loro di avere strada da fare e miglioramenti qualitativi da raggiungere e magari un piccolo “senso di colpa” per qualche scelta produttiva non perfettamente limpida fatta in passato, scelta che aveva consentito loro di avere successo e fare soldi, le induceva a non esagerare, ad andarci cauti, ad evitare toni tronfi e altisonanti.
Oggi invece, con la crisi economica che continua a mordere e fa sì che non sia sufficiente lavorare bene, fare qualità, metterci tutta la passione possibile per vendere e fare tornare i conti aziendali, le Grandi Aziende del Vino Italiano, che già avevamo visto troppo spesso condizionare pesantemente la politica di molti Consorzi, le scelte, anche in termini di cambi di disciplinare, di importanti denominazioni, hanno gettato la maschera.
E proprio come in una celebre canzone popolare hanno non solo detto “e qui comando io e questa è casa mia”, ma pretenderebbero, forti del loro potere economico, della pubblicità che erogano a riviste specializzate che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese, e quindi diventano oggettivamente “schiave” degli advertising e sempre più disposte a compiacere i desiderata degli inserzionisti, di apparire come i meglio fichi del bigoncio. Come i produttori simbolo da prendere ad esempio.
Operazione orgoglio aziendale favorita anche dalla compiacenza di presunti esperti e cattedratici, che esaltano il modello industriale e con solenne faccia tosta pretenderebbero per le piccole e medie aziende un ruolo da “ascari della grande industria”, e “diventare un fornitore di qualità, che vuol dire fare gli accordi con i grandi produttori per fornire una materia prima o un semilavorato che sia in linea con le richieste del produttore principale come avviene in altri settori industriali”.
Ultimo esempio di questo atteggiamento che sarà anche orgoglioso, ma ormai sconfina nella spudoratezza, lo troviamo in un’ampia intervista concessa la scorsa settimana a Stefania Rossini dell’Espresso dal cavaliere del lavoro Gianni Zonin, titolare dell’omonima azienda familiare di Gambellara nel vicentino, nonché di una galassia di aziende agricole (nove) dislocate in sette regioni diverse, per un totale di 1800 ettari.
Cosa ha dichiarato di tanto sconvolgente il produttore – banchiere al settimanale raccontando la storia dell’azienda, della famiglia ed i successi raggiunti? Niente di sconvolgente beninteso, ma con una franchezza da lasciare stupefatti.
Alla domanda, più che legittima dell’intervistatrice “con migliaia di ettari non si rischia comunque di privilegiare la quantità sulla qualità?” cosa ha risposto Zonin?
Semplice, ricordando, con un orgoglio degno del Guinness dei primati, che se mette “in fila tutte le mie viti faccio settemila chilometri e copro la distanza da qui all’Argentina”, ha aggiunto che “è proprio questo che mi permette di sfatare il preconcetto del “piccolo è bello” molto radicato in Italia. Al contrario, quando uno ha davvero il vino nel sangue, è solo la quantità che permette di migliorare la qualità”.
Roba da lasciare di sasso chiunque, come la risposta alla successiva domanda “lei capovolge un’idea comune, che è stata difesa a lungo anche da Veronelli” – il quale sosteneva che “il peggior vino contadino è meglio del miglior vino industriale”.

Cosa risponde Zonin? “Guardi che, alla fine, anche Veronelli sospettò di aver torto, tanto che cominciò ad occuparsi soprattutto di olio”. E poi ancora a rivendicare che “la grande azienda permette di assumere bravi enologi, aggiornare la tecnologia, fare ricerca e sperimentazione, chiamare consulenti di prestigio”. Con la “perla” finale: “i grandi vini non si improvvisano. Una volta si diceva che solo il contadino fa il vino buono: balle”.
A parte il fatto che quello di Veronelli che alla fine rinnega il proprio credo è un emerito scoop by Zonin, visto che non risulta ai più stretti collaboratori di Gino, ad esempio al direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli Gigi Brozzoni, che sulla news letter Il Consenso ricorda “che è cosa di per sè evidente come in Europa i grandi vini siano sempre stati inventati dai piccoli e come i grandi enologi lavorino benissimo anche per aziende minuscole”, e rivendica “che Veronelli non sospettò mai di avere torto, perché è sempre stato convinto di avere ragione, e perché la storia del vino italiano è qui ancora oggi a dargli ragione.
Incominciò ad occuparsi di olio solo perché, convinto ormai di aver avuto ragione nel vino, voleva che anche per l’olio si aprisse quel cammino, lungo e difficile, verso la qualità assoluta”, come diavolo si può affermare, con cognizione di causa e realismo, quello che sostiene Zonin?
Come si può parlare di “preconcetto del “piccolo è bello”, come si può dire che “solo la quantità che permette di migliorare la qualità”, come se solo i vini dei vari Zonin, Frescobaldi, Antinori, Gruppo Italiano Vini, Banfi, Cavit, Mezzacorona, Cecchi, Santa Margherita, ecc, rappresentassero la qualità e non fossero invece i vini di tanti piccoli e medi produttori, e come ha sostenuto di recente Angelo Gaja “oltre 25.000 artigiani dalle dimensioni medio- piccole molti dei quali si applicano con sacrificio, passione, entusiasmo, intraprendenza”, ad accreditare con la loro qualità, i loro valori, il loro legame con il territorio e “consolidare l’immagine del vino italiano”? Perché è solo nel mondo dei sogni e nell’orgoglio padronale un po’ sconfinato del cavalier Gianni Zonin, “sciur padrun da li beli braghi bianchi”, che “solo la quantità permette di migliorare la qualità”…

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28 marzo 2011

Una: il vino dell’Unità d’Italia: retorica patriottarda da coma etilico

Alzi la mano per favore, lanci un segnale, si palesi, chiunque se la senta di prendere sul serio una cosa già poco seria come il vino dell’Unità d’Italia, che ha il coraggio (faccia tosta) di presentarsi con quell’aspetto da povera cosa immortalato dalla foto che correda questo post!
Si presenti con il proprio nome, si faccia avanti chi riesce a sopravvivere all’orgia di retorica patriottarda, roba da coma diabetico (o etilico?) immediato, rappresentata dal comunicato stampa che ci racconta della consegna della Bottiglia celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ideata da Veronafiere-Vinitaly al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, avvenuta ieri in quel di New York.
Con Ettore Riello, Giovanni Mantovani e Nicola Moscardo, presidente, direttore generale e consigliere di amministrazione di Veronafiere, in viaggio premio nella Grande Mela per omaggiare il Capo dello Stato con la Bottiglia numero 1.
Un testo dove ci viene detto che “la bottiglia celebrativa dei 150 anni,  dopo la consegna al Presidente Napolitano, sarà donata alle massime autorità internazionali, è a tiratura limitata, fuori commercio e racchiude un alto valore simbolico: si propone infatti come strumento di promozione per sottolineare nel mondo le peculiarità della vitivinicoltura italiana e i valori culturali tipici del Belpaese che essa rappresenta”.
E che il “contenuto delle bottiglie, appositamente ideate e disegnate da Aldo Cibic e Riccardo Facci,  nasce infatti dall’unione di quaranta vitigni autoctoni (venti a bacca bianca e venti a bacca rossa)  per realizzare un cofanetto contenente il “Vino Rosso d’Italia” e il Vino Bianco d’Italia” intesi come summa delle 20 regioni del Belpaese, e che rappresenteranno ufficialmente la ricorrenza della fondazione dello Stato italiano anche all’estero.
Per la creazione dei blend è stata coinvolta Assoenologi, mentre i vitigni autoctoni e i relativi vini  sono stati specificatamente scelti dai 20 Assessori regionali”.

Forza, resistete, non crollate preda di un misto tra riso e pianto leggendo che “ il progetto de “ La Bottiglia dell’Unità d’Italia”, lanciato durante lo scorso Vinitaly proprio alla presenza del Presidente della Repubblica in visita alla nostra manifestazione, trova qui a New York un importante momento di celebrazionecome ha sottolineato ieri il Presidente di Veronafiere, Ettore Riello (con tanto di fazzoletto tricolore in evidenza nel taschino della giacca), che ha consegnato “UNA” a Giorgio Napolitano”, e che “ la nostra iniziativa ha ottenuto l’immediato gradimento della Presidenza della Repubblica e una richiesta, da parte della stessa, di darne la massima amplificazione attraverso diverse forme, sia nell’ambito dell’imminente edizione 2011 del Vinitaly a Verona, sia all’estero durante i Vinitaly in the World nelle piazze di tutto il mondo, contribuendo a rafforzare al contempo l’identità nazionale e sottolineare le eccellenze che il nostro Paese ha in molti campi”.
Forza, tenete duro e resistete, leggendo che “la consegna della bottiglia UNA a New York conferma il ruolo di promozione e valorizzazione del Made in Italy in Italia e all’estero che caratterizza l’attività di Veronafiere”.
Guardate la foto delle due bottiglie quella del bianco e del rosso “unitario”, e poi quella delle massime autorità di Veronafiere impegnate ieri a New York (tira ancora andare in viaggio premio, anche se ovviamente per ottimi motivi di lavoro, non sia mai, nella Grande Mela) e consolatevi pensando che la scelta dei vitigni autoctoni da inserire nel mischiotto tricolore, pardon, nella bottiglia della celebrazione, è avvenuta ad opera degli Assessorati all’Agricoltura delle Regioni italiane.
E soprattutto leggete, se riuscite ad arrivare in fondo e a non prendere a picconate il computer, che la bottiglia dell’Unità d’Italia, UNA, “esprime lo spirito autentico dell’Italianità, a perenne testimonianza dell’amore per la terra, della competenza, dell’arte e della laboriosità del suo popolo.
Fin dall’inizio l’idea si è ispirata e sviluppata ad un disegno di forte identità, quasi un archetipo della bottiglia di vino, ma nuovo e contemporaneo, che potesse comunicare diversi livelli di suggestione  di questo lavoro: il vino, la terra, la tradizione, l’unità, l’Italia”.
Tutto per merito di Vinitaly, “la più grande fiera dedicata al mondo vitivinicolo del pianeta, con oltre 4.000 espositori e 153 mila visitatori dei quali 47 mila esteri da 114 Paesi, ed è presente anche negli Stati Uniti d’America, in Russia, India, Cina, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Svezia e Brasile.
Piattaforma per l’estero nei confronti del sistema impresa e strumento di servizio per l’attuazione delle politiche commerciali e promozionali delle Istituzioni e degli enti preposti”.
E ditemi voi se questo rosso dove la Barbera va a braccetto con Sangiovese, Teroldego, Montepulciano, Negroamaro, Aglianico, Nero d’Avola, Croatina, Sagrantino, e se questo bianco che mette indistintamente insieme Cortese, Vermentino, Trebbiano, Garganega, Verdicchio, Falanghina, Fiano, Greco, Friulano e Pignoletto, Vernaccia di San Gimignano e Grillo, possano essere accolti se non da un rispettoso pernacchio!

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13 marzo 2011

Provocazione al ristorante: e se chiedessimo anche noi di pagare a 120 giorni?

Non pensavo proprio che il tema sollevato da questo post, dedicato ai “ritardi di pagamento dei ristoratori italiani” suscitasse così tanti commenti.
E che potesse mettere in luce uno scenario tanto preoccupante, che rivela come la puntualità nel saldare le fatture dei fornitori costituisca ormai un’eccezione, un optional, una mosca bianca. Da parte di molti. Troppi.
Una cosa è certa, la crisi economica ha acuito (con l’aggravante che in alcuni casi funziona come un comodo alibi) quella che era già un’abitudine, pagare con solenne, clamoroso ritardo le fatture dei fornitori.
Non sono a conoscenza se la prassi sia estesa anche ai fornitori di materie prime alimentari o ad altri tipi di fornitori, ma è certo che è ampiamente estesa – questo me lo raccontano da anni produttori di ogni parte d’Italia – al mondo del vino. Alle aziende vinicole che forniscono i vini ai ristoranti e che fanno una fatica dannata a farsi pagare, a recuperare i crediti, ad ottenere che vengano onorati gli impegni economici.
Intendiamoci, una parte della colpa è del mondo del vino, o quantomeno di una parte, che ha di fatto “drogato” il mercato invitando i ristoratori, negli anni della crescita continua, ad acquistare comunque, “tanto a pagare c’è sempre tempo”.
Questo per svuotare le cantine, per far circolare la merce, per far crescere i bilanci, per potersi permettere di raccontare, anche in comunicati stampa, che il loro vino era finito nella carta del ristorante stellato alla moda in quel momento.
Ma è stato un atteggiamento suicida, che ha finito oggettivamente con il mordersi la coda, e oggi molta parte della ristorazione si sente in diritto di pagare i vini, ovviamente dopo ripetuti solleciti e pratiche varie per il recupero del credito, dopo 90 giorni nella migliore delle ipotesi, oppure dopo 120, 150, 180 giorni.
Una vera follia. Un modo di comportarsi che sta veramente creando seri problemi all’intera filiera vitivinicola italiana.
Che fare allora e quale contributo dare, noi consumatori, perché questo indegno stato di cose abbia a cessare?
Mi è venuta un’idea. Ho pensato di lanciare una proposta ben consapevole che per il semplice fatto di sciorinarla qui mi esporrà alle contumelie della categoria dei ristoratori che giudicheranno la mia come una provocazione.
Può anche darsi che qualche amico ristoratore mi toglierà il saluto (cosa che era già successa quando pubblicai anni fa una serie di articoli sulla rivista A tavola, quando era direttore il mio grandissimo maestro, l’indimenticabile Germano Pellizzoni, articoli dove si dimostrava che certi ristoranti facevano ricarichi anche del 400-500-600% sui vini e che pretendevano di non poter mettere in carta nei loro locali bottiglie ad un prezzo inferiore alle 30 mila lire: anche se i vini li pagavano allora 5-6-7 mila… ), ma me ne farò una ragione…
La proposta consiste in una sorta di obiezione, di educata contestazione da presentare nel momento in cui si riceve il conto. Arriva il conto, l’addition, die rechnung, la cuenta, “could you bring the bill, please?”: cosa si fa invece di tirare fuori il contante e di mettere sul tavolo la carta di credito? Una cosa semplicissima, si chiama il titolare e si chiede, con assoluta cortesia, di poter pagare a 90-120-150 giorni.

Non è che non s’intende pagare. E’ bene sottolinearlo chiaramente. Si chiede solamente di poter usufruire delle facilitazioni di pagamento che molta parte della ristorazione si è auto-concessa nei confronti dei produttori di vino loro fornitori.
Vorrei vedere di fronte a 100-200-1000-10 mila, 50 mila clienti che al momento del conto facessero così se quei ristoratori che attualmente fanno gli indiani, che s’inventano mille scuse e pretesti per non onorare le fatture e le riba, che si arrampicano sui vetri, ovviamente adducendo come alibi la crisi economica, il lavoro che ristagna, avrebbero ancora la faccia di tolla di continuare a comportarsi in questo modo…
Vogliamo provarci, quantomeno non in pizzeria, ma nei locali dove ci si è abituati a lasciare, al momento del conto delle belle sommette?
Vogliamo lanciare questo segnale alto e forte che certi privilegi, certe licenze, certe sfacciataggini oggi non hanno proprio più senso e sono, ma diciamolo chiaramente, vergognose?

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8 ottobre 2010

A Bergamo una nuova Doc “con le palle”, anzi, con tre

Fantastica iniziativa dei produttori di vino bergamaschi, che nel pieno della crisi lanciano al mondo un segnale forte.
Per farsi ancor meglio conoscere, rispetto a come siano già universalmente conosciuti grazie al mitico vino Valcalepio, un fuoriclasse che nei grandi concorsi internazionali (che si svolgono però a Bergamo…) quelli riservati ai vini “Merlot e Cabernet insieme” sbaraglia i bordolesi, nella città orobica hanno elaborato una grande pensata.
Hanno pensato di creare – ne sentivamo tutti il bisogno… – una nuova Doc, una Doc veramente tosta, permettetemi il francesismo, con le palle. Anzi con tre.
Come si evinceva ieri dalla cronaca pubblicata, leggete qui, sull’Eco di Bergamo, “sono 14 le tipologie di vino che, a partire dalla vendemmia 2011, potranno fregiarsi della nuova Doc bergamasca Terre del Colleoni o Colleoni, voluta dai produttori del Consorzio Tutela Valcalepio, che si inserirà a metà strada tra la Denominazione d’origine controllata del Valcalepio e i vini Igt ad Indicazione geografica tipica”.
E sarà una Doc davvero per tutti i gusti, visto che a fregiarsi dall’anno prossimo del marchio “Terre del Colleoni”, o Colleoni tout court saranno: i vini fermi bianchi Pinot Bianco, Pinot Grigio, Chardonnay, Incrocio Manzoni, Moscato Giallo; il bianco Moscato Giallo Passito; i fermi rossi Schiava, Merlot, Marzemino, Cabernet, Franconia, Incrocio Terzi; il Novello e, infine, lo Spumante (utilizzando i vitigni Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero, e – su proposta del Consorzio Tutela – anche Pinot Grigio e Incrocio Manzoni)”.

Fantasmagorica la trovata di collegare il nome della novella Doc a quella del condottiero bergamasco del Cinquecento Bartolomeo Colleoni, il cui busto già campeggia nel simbolo del Consorzio Tutela Valcalepio, resa possibile da un sagace escamotage storico: “per ottenere la Doc occorreva un riferimento geografico, ed ecco che allora è tornata utile l’esistenza della frazione Brembilla Colleoni di Chignolo d’Isola, grazie alla quale si potrà usare il termine Colleoni Doc”.
Una Doc, come si diceva, che nasce sotto un’ottima stella, e con tutti gli attributi, visto che fa riferimento ad un personaggio che già dallo stemma, a proposito del quale scriveva “: “duos colionos albos in campo rubeo de supra et unum colionum rubeum in campo albo infra ipsum campum rubeum” il che, araldicamente, vuol dire: “troncato d’argento e di rosso a tre paia di coglioni, dall’uno all’altro”, dimostrava di essere tosto e determinato. Basta fare una semplice ricerca su Internet difatti, per scoprire il collegamento ad un fatto leggendario, “all’orgoglio che Bartolomeo dimostrò nell’uso del proprio patronimico, Coglione. Solo alcuni suoi apologeti, più tardi, cercheranno di dargli un significato diverso da quello letterale, ipotizzando, con molta fantasia è il caso di dire, una derivazione mitologica del tipo cum lione o caput leonis, da cui per sintesi fonetica si sarebbe arrivato a Colleoni, smentendo così tutti i documenti ufficiali dove fu sempre usato il termine Coleus vale a dire Coglione”.
In verità “il condottiero era talmente orgoglioso del proprio cognome da farne il temuto grido di guerra Coglia, Coglia cioè Coglioni, Coglioni e da continuare a rappresentarli, con turgido realismo, nel suo stemma anche quando vi aggiungerà i gigli d’oro d’Andegavia ovvero d’Angiò e le fasce di Borgogna”.
A detta di alcuni autori, “Bartolomeo Colleoni era affetto dalla patologia nota come poliorchidismo, ossia la presenza di un testicolo soprannumerario, secondo altri ciò fa parte della leggenda, ovviamente non è dato conoscere la realtà”.

E forte com’è di ben 14 tipologie, dal Novello, al Moscato giallo passito allo “Spumante” – non ci si fa mancare niente… – come non pensare che la Doc Colleoni possa farsi strada, ostentando i suoi triplici corbelli, non solo a Bergamo e dintorni, nella fascia collinare che va dal lago di Como al lago di Iseo, ma forse anche in provincia di Milano e a Cremona?
Con le sue “tre palle” come potrà non avere una universale fortuna?

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8 settembre 2010

Tenuta Venissa e il doge (Governatore) Zaia si fa il suo vino

E’ passata inosservata ed è sfuggita ai più l’ennesima trovata propagandistica dell’ineffabile Luca Zaia, che non pago di essere stato, quando rivestiva la carica di ministro, il più attivo ed efficace “propagandista del Prosecco”, ora che è diventato doge, pardon Governatore della Regione Veneto, ha pensato bene di fare entrare Venezia, come recitano le cronache di regime, “nel grande Gotha dell’agricoltura eroica nazionale”.
Cosa ha fatto dunque il Governatore? Ha improvvisamente trasformato in grandi vini quelli, buoni ma non eccezionali, della più importante zona di produzione presente in territorio veneziano, quelli della Doc Lison Pramaggiore?
Niente affatto, sostiene di aver fatto entrare Venezia nel salotto buono del vino italiano dando il via, lo scorso 3 settembre, nella tenuta Venissa dell’isola lagunare di Mazzorbo, alla prima vendemmia dell’Uva d’Oro, o Dorona, antico vitigno veneziano a bacca bianca, riscoperto, salvato dall’oblio e recuperato grazie all’impegno di Veneto Agricoltura, del Centro di Ricerca per la Viticoltura di Conegliano e di imprenditori privati che hanno voluto scommettere sul vino di Venezia.
Coinvolgendo “alcuni tra i maggiori produttori veneti di vino da uve autoctoni: Gianluca Bisol e Giorgio Cecchetto delle omonime aziende e Raffaele Boscaini per Masi Agricola”, Zaia, che non conosce le mezze misure, mentre il vessillo con il leone alato sventolava gioioso, ha dichiarato che questa vendemmia di un’uva praticamente sconosciuta, i cui pregi ampelografici sono tra l’altro tutti da dimostrare, costituisce “un evento dal forte valore simbolico”, perché “il Veneto si pone come prima Regione per produzione di vini a Denominazione d’Origine e DOCG, dei quali quasi l’85 per cento sono ottenuti da uve autoctone e si pone per questo a rappresentare il territorio italiano nel mondo”.

Per il prode Zaia, nella tenuta Venissa “abbiamo voluto vincere una sfida: riportare la produzione vinicola nell’Isola di Mazzorbo, dove era esistita per secoli per poi scomparire. I veneziani sapevano anche vivere bene, e che chi vive bene non può abbandonare il vino. Dietro le nostre etichette abbiamo un grande valore: la storia del nostro territorio.
La vera sfida non e’ rincorrere l’indiano pagato un euro al giorno o raccontare balle dicendo ai contadini che con gli ogm sistemano i loro bilanci aziendali: la vera sfida e’ far sapere che noi vendiamo il territorio attraverso i nostri prodotti tipici. Il consumatore del resto ha già dato le sue indicazioni”.
L’operazione  Venissa, area di proprietà del Comune di Venezia, situata nella testata nord dell’isola, é’ stata realizzata nell’ambito di un più vasto progetto proposto da imprenditori del settore dell’enologia e della nautica (Gianluca Bisol e Alberto Sonino), giudicato il migliore per una concreta azione di recupero e valorizzazione della tenuta.
Le cronache, un po’ trionfalisticamente, parlano di “vigneto assolutamente unico al mondo, con annessi centro di formazione, educazione e ricerca agro-ambientale. Vi è stata realizzata, inoltre, una struttura ricettiva” e ricordano che la Regione Veneto “ha avuto un ruolo chiave nel progetto Venissa: attraverso il prezioso sostegno di Veneto Agricoltura, è stato possibile classificare e recuperare un antichissimo vitigno lagunare di uva a bacca bianca, la Dorona o Uva d’Oro, che risultava coltivato almeno fin dal XV secolo e che era andato quasi perduto nei tempi moderni”.
La vendemmia 2010 sarà la prima che vedrà l’uva trasformata in vino con il dichiarato intento di realizzare, grazie al coordinamento di Gianluca Bisol e al team agronomico-enologico di Desiderio Bisol e del winemaker Roberto Cipresso, un “grande vino bianco, ottenibile solo su prenotazione, che omaggia la storia e la cultura della Laguna di Venezia. Le prime bottiglie della prima vendemmia, quella appunto fatta oggi, saranno pronte nel 2012”.
Una semplice domanda al pirotecnico Zaia: quando lei parla, a proposito del progetto Venissa, di “agricoltura eroica” ha una pur pallida idea di cosa sia, veramente, una viticoltura che non per gioco e per esigenze propagandistiche di chi ne è stato ideatore eroica lo è davvero, come ad esempio in Valtellina, in Val d’Aosta, nelle Cinque Terre, ad Ischia o a Banyuls?
Provi ad informarsi, ad esempio visitando il sito Internet del Cervim, così magari la prossima volta eviterà di usare aggettivi roboanti a vanvera…

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