Vino al vino

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24 dicembre 2008

Aspettando Natale: i quesiti di Briscola

Ovviamente Buon Natale a tutti, ma senza immolarci all’altare del consumismo natalizio, senza cedere anche noi alla retorica festaiola da un tanto al chilo, all’inflazione della festa, rimanendo presenti a noi stessi, non perdendo lo spirito critico e l’indisponibilità a versare il cervello all’ammasso anche in questi giorni nel corso dei quali, ci dicono mentre scorre melassa a fiumi, dovremmo essere tutti più buoni. Auguri dunque, ma sempre con un pizzico di sana “cattiveria” e di “cinismo” se volete, come ci suggerisce, con questi interrogativi, l’ineffabile Briscola…
f.z.

1) Che fine ha fatto Gesù Bambino?

In questo santo Natale, vorrei sensibilizzarvi alla proporzione Babbo Natale sta a Gesù Bambino come Halloween sta ad Ogni Santi. Nei tempi della mia infanzia, non protostorici, Babbo Natale esisteva soltanto negli spot della Coca Cola. I doni li portava Gesù, quello che nasce (Natale, ricordate, si chiama la festa?), non un vecchietto che compare una volta all’anno, fa “oh- oh” e sfrutta indegnamente un tiro di renne. Fine dell’azione e del beneficio. In quanto all’azione, trasferita nella nostra tradizione mediterranea dovrebbe essere al più un tiro di asini a condurre il carro di Babbo Natale. Da cui “vedere gli asini volare”. Vi sembra una cosa seria?

2) Perché a Natale ci informano che è Natale?

Da un paio di settimane, il motivo conduttore di ogni telegiornale è il Natale. Da tali sorprendenti servizi, ripetuti ogni anno, scopriamo che la gente mangia a Natale, che esiste il panettone, che si innalzano alberi di Natale e altre cose che mai ci saremmo aspettati che accadessero a Natale. Il vero scoop sarebbe che quest’anno, a Natale, Natale non c’è. Accadendo da 2008 anni, siamo tutti abbastanza sulla notizia.

3) Cos’è il boom del prodotto tipico enogastronomico natalizio?

Fra i vari servizi giornalistici, si legge e si sente in questi giorni che la gente preferisce quest’anno il prodotto tipico enogastronomico. E’ sicuramente vero, ma anche il 20 agosto, il 15 maggio e il 17 febbraio abbiamo fatto la spesa sotto casa, senza esaltarci per questo. La gente, banalmente, compera il salame dal salumiere. E quando s’inizia a regalare salami, è perché la gente ha fame.

4) Natilometro 1:  Il vino è il Diavolo?

Come in ogni dicotomia che si rispetti, accanto al Bene ecco arrivare il Male, incarnato nel Natale 2008 dal vino, causa di ogni causa. Con un tempismo di marketing strategico da urlo, a tre giorni dal Natale è uscita l’ipotesi di ridurre il tasso alcolico consentito per la guida. Ciò in contemporanea al fatto che proprio in questo periodo le aziende del vino stanno spedendo il loro vino e cercando di venderlo e che i ristoranti attendono prenotazioni per cene e pranzi. Piccola riflessione natalizia e dintorni: molti, molti, molti anni fa, il Bambino che nasce il 25 dicembre trasformò l’acqua in vino e lo chiamarono miracolo. Molti, molti, molti anni dopo, adesso, qualcuno vorrebbe trasformare il vino in acqua. Come lo chiamereste?

5) Natilometro 2: i parroci sbandano?

Cosa berranno i parroci durante l’Eucarestia, se si riduce ancor di più il tasso alcolico? Potranno ancora bere un sorso di vino oppure rischieranno, in caso di controllo etilometrico successivo, il ritiro della patente? Serve una dispensa dal Codice della Strada, ma rientra nei Patti Stato – Vaticano?

6) Natilometro 3: generazione alcolica?

I giovani non sono tutti alcolisti al volante, ma si dividono in due categorie: furbi e cretini. Ciò accade in ogni età della vita. Per furbo, intendo uno che non provoca danno perlomeno a sé. Per cretino, uno che provoca danno agli altri e a sé. Nel mezzo, pare di intuire che qualcuno voglia collocare i produttori di vino, che provocherebbero vantaggio a sé e danno agli altri. Se così fosse, anche chi produce badili sarebbe da considerarsi un furbetto senza scrupoli, perché un badile nella mano di un cretino può provocare un danno gravissimo.
Ora mi è chiaro perché sul libretto di istruzioni della macchina fotografica è specificato: “non avvolgere la cintura intorno al collo. Non ingerire le pile. Rischio soffocamento”. Siamo considerati tutti dei cretini! Suggerisco di apporre sulle etichette del vino la dicitura obbligatoria: “Non versare nelle orecchie, evitare di aspergere gli occhi, non inalare. Non è un detergente per capi delicati. Non va utilizzato in mescita con latte per neonati. Ne è vietato l’uso come carburante per autoveicoli. Attenzione: si può ingerire il solo contenuto della bottiglia. La bottiglia non è commestibile, evitate di masticarla”.

7) Porno wine?

Stanno spuntando in rete i primi siti Hard Wine. Sono quelli che richiedono per l’accesso la dichiarazione (autodichiarazione!) di aver l’età per poter consumare vino. In Italia tale età, se non sbaglio, non è 18 anni, ma 16. In altri Stati, l’età cambia. Eppure nei siti italiani, che sono un po’ paternalistici, il limite è 18, come la maggiore età in vigore in Italia. Presumibilmente, la motivazione consiste nel fatto che tali siti fanno anche e-wine commerce.
Per acquistare il vino, è però necessario fornire una serie di dati anagrafici che annullano il senso della dichiarazione preventiva d’accesso. Peraltro, chi controlla la veridicità delle dichiarazioni? Peraltro, dal momento che tornando sul sito vengo automaticamente collegato all’home page, non si tratta di phishing, cioè di tracciato e memorizzazione non lecita dei dati forniti?
Peraltro, la richiesta di maggiore età era richiesta una volta per l’accesso ai siti pornografici. Il vino è pornografico? (Alcuni vini, sì, diciamolo, rasentano la pornografia, ma il vino in genere… è hard?). Se sì, vuol dire che può aiutare? (Wow!)

8) Cosa abbinare al caviale del pranzo dei poveri?

Leggo oggi che una partita di caviale di contrabbando del valore stimato in 400.000 euro è stata donata dalla Forestale alle mense dei poveri di Milano per il pranzo di Natale. Mancando il pane, avanti con le brioches (l’altra volta avevano tagliato il collo a quella delle brioches, tanto per ricordare com’era andata a finire). Vendendo il caviale, forse si sarebbe potuto ottenere di più in termini di solidarietà, ma evidentemente l’operazione non è stata considerata. Volendo completare il quadro, vorrei segnalare che esistono in Italia diverse partite di vino sotto sequestro in attesa di sviluppi, non tossico, che potrebbero generosamente essere abbinate al caviale di contrabbando.

Many Kisses! Briscola

 

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16 dicembre 2008

Enobestiario 1 – Feles Gloriosus Gloriusus – la finestra di Briscola

Allegria bella gente, è tornata Briscola, con il primo di una serie di interventi sul tema… enobestiario… buona lettura e buon divertimento!

f.z.

 

Gent.mo Signor Paulus

Le scrivo per comunicarLe un fatto straordinario. Ier sera, sul far del tramonto, mentre mi accingevo a serrar l’uscio di casa, ho udito un suadente suono provenir dalla vigna. Volti gli occhi alla verzura, vidi un animale mai prima visto, dal colorato manto sgargiante. Bello a vedersi, magico a udirsi. L’animale s’aggirava fra i filari, producendo un verso siffatto: “… zione, zione, zione…”. Lei, quale esperto zoologo, può indicarmi di che trattasi? Con stima, Angelicus

 

St.ssimo Angelicus,

voglia scusarmi il ritardo di questa mia, dovuta a ricerche approfondite. L’animale da Lei scorto corrisponde indubbiamente al Feles Gloriosus Gloriusus, anche volgarmente detto Gatto Fanfarone. Lo testimonia la stagione d’avvistamento.
Esso è solito mostrarsi infatti a fine anno anno, preferendo il tempo di stesura dei bilanci di previsione con allegata pianificazione per l’anno solare successivo. I luoghi da esso preferiti sono gli ambienti di vigna e di cantina. Mostrando splendide screziature di pelo, attrae per il suo verso che, contrariamente a quanto da Lei percepito, non è ‘zione ma, alternatamente, “promozione, comunicazione, valorizzazione, ottimizzazione” et similia. Egli sa null’altro fare che il proprio verso.
Per sua natura, predilige i luoghi caldi e i nidi altrui, in particulare le cantine, dove s’accasa per il tempo necessario allo spennamento del pollo. E’ notorio infatti che il Feles Gloriosus Gloriosus è solito nutrirsi di polli, a cui stacca penne e piume una ad una, sino a lasciarli implumi e soggetti a morte per sbalzo termico. Esso è animale solitario, poiché la società con simili lo porrebbe in ombra.
Al fine di preservare la propria solitudine, suole seminar zizzannia, facendola crescere come alta erba e siepe. Non disdegna la fandonia, pur di gettar discredito su avversari possibili e reali. Massimo assertore è di vane promesse, sperando in cuor proprio che i polli raggiungano l’Altro Mondo prima dello scader della promessa stessa. La sua preferenza va, come già detto, all’ambiente di vigna e di vino, di cui si professa ineguagliabile conoscitore.
Forza si fa del proprio concepimento, avvenuto in genere in qualche partito, spesso mai arrivato. A seconda dell’ora del giorno, narra però di sé concepimenti in partiti vari, millantando conoscenze e frequentazioni inesistenti. Cosa spinga i polli a prestargli credito, è presto detto: talor la disperazione, talor la cecità, talor la speranza. La fine per i polli, in ogni caso è scritta. Esso non ha preferenze, amando sia polli di ridotte dimensioni sia polli grassi e in batteria.
L’essenziale per il Gatto Fanfarone è, nel tempo della sua permanenza presso la cantina, l’apparir continuo in ogni occasione. A spese dei polli, tende ad esempio a rilasciar interviste a stampa e televisive, poiché il suo potere è commisurato al suo apparire. In tali occasioni, il Feles convince il pollo che tali apparizioni son necessarie alla valorizzazione della comunicazione promozionale all’ottimizzazione della visualizzazione. Stordito da tante –zione, il pollo acconsente, entusiasta. E lì cade una penna. A nulla valgon gli avvertimenti di tacchini, galline, anatre ed oche: il pollo è pollo, si sa.
Al pollo aggrada, per esempio, l’estero. “Che ne diresti – chiede il Gatto – di variar bottiglia in bottle?”. E il pollo esulta. Un’altra penna. “Che ne diresti – prosegue il Gatto – di variar il nome del tuo paese da Case Rosse di San Giacomo  al Colle in Red houses of Saint Jack to the hill?”. Il pollo va in sollucchero. Via una penna. “Pertanto – prosegue il Gatto – chiederò alla tipografia di stampare 8 milioni di etichette Red Houses of Saint Jack to the hill”. Il pollo, in un lampo di lucidità, domanda: “Ma io produco solo 100 bottiglie all’anno…”.
Il gatto ride: “Sciocchino, è così evidente: gli altri 7 milioni e 900 mila sono le bottles, non le bottiglie. E ti garantisco che nessuno andrà mai a controllare, ho i miei agganci. Vuoi o non vuoi esportare vino?”. Il pollo annuisce. “Quindi non puoi presentarti con 100 misere bottiglie! Devi dichiarare almeno, e dico almeno, eight milions of bottles”. Si staccan 3 penne.

 

Ecco, cotal è l’animale da Lei veduto.

Se ne guardi, i miei riguardi

Paulus

 

Many Kisses! Briscola

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8 ottobre 2008

Il nuovo Disciplinare del Turbinello di Collepianino – la finestra di Briscola

L’abbiamo lungamente attesa ed evocata nei nostri discorsi sul vino, chiedendoci cosa avrebbe scritto e con quale inimitabile stile delle vicende che hanno dominato l’italica cronaca vinosa degli ultimi mesi. Con un colpo d’ala, assolutamente a sorpresa, Briscola è tornata ed ecco dire la sua, con la consueta leggiadra-feroce ironia, con quel modo graffiante ma leggero e divertito di guardare alle enoiche vicende, sulla vexata quaestio del disciplinare del Brunello di Montalcino, pardon, del Turbinello di Collepianino
Buon divertimento!
f.z.

La Commissione per l’Aggiornamento del Disciplinare del Turbinello di Collepianino entrò in sala, annunciata da uno squillo di tromba.
“Ma che te soni?”, sussurrò uno dei membri della Commissione al trombettiere: “So’ du anni che stamo a fa incontri e riunioni e mitìng, nun gn’a famo più”.
Il trombettiere, che da due anni attendeva il momento fatale, ci rimase un po’ male.
In un trambusto sommesso di sedie e moquette, la Commissione prese posto. “Dunque – esordì il Presidente – il regolamento prevederebbe la lettura del verbale della seduta precedente”.
In un trambusto sommesso di sedie e moquette, la Commissione si alzò e si diresse verso l’uscita. “Va be’, ho capito – urlò il Presidente – facciamo che l’abbiamo letto e approvato, d’accordo?”.
La Commissione tornò al suo posto. Il trombettiere trombettò un motivetto. “Rimandiamo, grazie”, gli intimò il Presidente. Il trombettiere ci rimase un po’ male, ma ubbidì.
“Dunque, ci siamo riuniti in molti incontri”, continuò il presidente. “I luc is mugian”, commentò il rappresentante del nord Italia.
Il Presidente domandò: “Può esprimersi per cortesia in idioma nazionale?”. Il rappresentante tradusse: “L’associazionismo è talora sinonimo di debolezza individuale”.
Il Presidente sollevò un sopracciglio, dubitando dell’esattezza letterale della traduzione, e proseguì. “La questione, come tutti sapete, era la revisione del Disciplinare del Turbinello di Collepianino, resasi necessaria a causa di alcuni articoli pubblicati su alcuni giornali”.
Il referente dell’Italia dell’Est alzò una mano: “Mi scuso, ma avevo capito un’altra cosa: mi sembrava di aver capito che gli articoli fossero una conseguenza, non una causa. Mi pare, non vorrei sbagliarmi, che il problema fosse un non rispetto del Disciplinare da parte di alcuni produttori”.
In un trambusto sommesso di sedie e moquette, la Commissione si alzò e si diresse verso la porta. “Ma no, tornate qui, chiariamo in fretta, sedetevi”. La Commissione si fermò a una passo dalla porta, ma non accennò a sedersi.
Il trombettiere avvicinò la tromba alle labbra. “Lei non può, adesso, dopo due anni di riunioni, venir qui e stravolgere quanto deciso”, affermò il Presidente, redarguendo il referente dell’Italia dell’Est.
“Era chiaro a tutti sin da subito che se nessuno ne avesse scritto, il problema non ci sarebbe stato”. Il referente dell’Italia dell’Est chinò il capo. La Commissione tornò al proprio posto, fra sedie e moquette. “Però, visto che qualcuno ha pensato di scrivere quel che succedeva, c’è toccato di riunirci. Ed eccoci.
Allora, procediamo con la votazione. Il primo articolo del Disciplinare dice: “a nessun giornalista italiano o straniero sarà consentito di parlare del Turbinello, pena l’abbattimento fisico anche a vista, fatto salvo per quei giornalisti che possano garantire, a pagamento, la pubblicazione di articoli inneggianti al Turbinello, ai suoi produttori, vinificatori, imbottigliatori e amici”. Siete d’accordo?”. Si levò un coro di sì. “Trombettiere, dia uno squillo”, chiese il Presidente. Il trombettiere trombettò.
Secondo articolo: “siccome ci è parso che il sistema dei controlli sia stato lievemente inefficiente, forse a causa di distrazione o forse perché spesso piove a Collepianino, ma di certo fosse stato di martedì avrebbe funzionato, soprattutto negli anni bisestili, confermiamo il suddetto sistema, promuovendone i referenti a incarichi mondiali”. Siete d’accordo?”. Il coro gridò all’unisono : “Promoveatur ut amoveatur!”. Partì un applauso spontaneo.
Il Presidente continuò: “Per quanto riguarda le caratteristiche del vino, ci corre d’obbligo una premessa, che sarà il sottotitolo dell’articolo 3: e qui comando io e questa è casa mia. Trombettiere, avanti!”. Il trombettiere squillò il ritornello. “Pertanto – proseguì il Presidente – la zona di coltivazione del Turbinello è estesa ad infinitum, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Collepianino caput mundi”.
Il coro assentì.
“Articolo 4, le uve. Tutte. Il Turbinello dovrà assumere un’identità ecumenica, comprendente Cabernet, Merlot, Riesling renano, Chardonnay, Pinotage del Sud Africa, Primitivo di Manduria, Nero d’Avola e un pizzico di Montepulciano che va sempre bene, perché mica vogliamo discriminare qui, e, se manca qualcosa, è ammessa anche la Coca Cola, ma soltanto nella versione millesimato”.Il coro applaudì.
Il referente del Sud Italia s’intromise: “Aggiungerei anche la Fanta, se possibile, a me la Coca Cola agita”.
La Commissione si alzò e si diresse verso l’uscita. “Tornate indietro, basta aggiungerlo a mano. Mettiamo anche la Pepsi, dai”. La Commissione tornò a sedersi.
“Articolo 5: visti i punti precedenti, ci sembra superfluo dare indicazioni sui sesti d’impianto e densità, tanto ognuno faccia come vuole e, del resto, non possiamo controllare quante lattine di Coca Cola si venderanno a Collepianino. Siete d’accordo?”.
Un silenzio dubitoso si insinuò fra i presenti: “Avrei un’idea – disse il referente dell’Italia del Centro – se noi applicassimo il sistema dei controlli sulla filiera della Coca Cola… “.
La Commissione si alzò di nuovo e si diresse verso la porta. “No, non esageriamo – asserì il Presidente – venite indietro, sedetevi”. La Commissione tornò.
“Perché non possiamo?”, insistette il referente dell’Italia del Centro. “Perché la Coca Cola non ha un Disciplinare!” urlò il Presidente. “Ma possiamo sempre decidere di farlo! Visto che siamo già qui, cosa ci costa?”.
La Commissione s’alzò nuovamente, qualcuno anche caracollando di corsa verso l’uscita.
“Fermi! Non se ne parla nemmeno! Finiamo questa storia del Turbinello e poi tutti a casa!”. La Commissione tornò.
Articolo 6 e ultimo: “facciamo che il disciplinare del Turbinello diventi un esempio per tutte le zone d’Italia. Passiamo un bel colpo di spugna su quel che è stato, tranne l’ignominoso atteggiamento di qualche giornalista, e tiremm innanz”. Siete d’accordo?.
Tutti applaudirono e chiesero in coro: “Abbiamo finito?”.
Il Presidente assentì. Il trombettiere trombettò. E mentre la sala si svuotava, qualcuno ebbe il timore che non fosse stato soltanto un brutto sogno…
Many kisses! Briscola

p.s. Siccome qui, su Marte, la posta arriva con un certo ritardo, ho pensato di aprire una casella di posta Hotmail, così potete scrivermi in tempo reale. La casella si chiama scriviabriscola@hotmail.it.
Scrivetemi ciò che più vi aggrada, ma evitate insulti e dichiarazioni d’amore: una via di mezzo va bene.

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2 agosto 2008

Briscola (senza smile) getta la spugna: un addio o un arrivederci?

L’attacco è di quelli che non lasciano dubbi: l’ottima Briscola, che ci ha accompagnato con interventi geniali, divertenti, surreali, sempre originali e mai banali in questi mesi, getta la spugna, alza bandiera bianca, ci saluta e tirà giò la clèr come direbbe Jannacci.
I motivi, comprensibilissimi, li spiega benissimo lei e non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non, forse, imitare il suo esempio e fare altrettanto…
Ad ogni modo, perché alla collaborazione di Briscola tengo molto e penso altrettanto ci tengano i lettori di questo blog a continuare a leggere i suoi apologhi sul vino, cercherò di convincere l’amica, una brava giornalista che si è occupata anche di uffici stampa di Consorzi, a ritornare sulle sue decisioni.
Ho ancora un’idea” ha scritto in chiusura. Non è tanto, ma è sempre un’apertura, una speranza, uno spiraglio lasciato aperto per un ripensamento… Ad ogni modo, se non dovesse ripensarci, grazie, di cuore, per i suoi scritti, preziosi per intelligenza e ironia e per il loro stile inimitabile… f.z.

L’annuncio è ufficiale e, seppur non ne possa fregar de meno, va dato: Briscola getta la spugna. Basta con le parole del vino, si cambia. Non a caso, Briscola è rimasta in silenzio per vari mesi. Per pensare, per capire. Ha pensato, non ha capito. Ma è risultata illuminante la frase di un’amica che, seppur ben avviata sulla strada della comunicazione, un giorno ha detto: “Preferisco litigare con un pollo”. Intendeva un vero e proprio pollo, s’è infilata in una cucina e ora fa ciò che desiderava. Briscola ha fatto ben poco altro nella sua vita oltre a scrivere e a tenere nel portafogli un tesserino color vinaccia che testimonia ciò che è. Ma è una testimonianza irrilevante: in Italia, siamo tutti giornalisti.
Le tecniche? Ridicolaggini. Vedere la notizia? Ma no, che c’entra. Scriverla??? Nemmeno a parlarne. In Italia siamo tutti giornalisti, chi nel bar sottocasa chi davanti a un computer. Perché in Italia non esiste quella cosa che si chiama “informazione”, esiste soltanto quella cosa chiamata “commento”.
Se un tizio ne ammazza un altro, la notizia come tale si esaurisce in sei parole, sulle quali intervengono il sociologo, il consulente di problemi di copia, il parroco, il direttore del circolo didattico, il sindaco, un paio d’assessori, il messo comunale e una velina.
Se Caio propone una legge in Parlamento e la legge passa (questa la notizia), occorre poi sentire che ne pensa Caio (che l’ha presentata, quindi qualcosa avrà pur pensato prima di presentarla), il quale, in modo inaspettato, dichiara: “Sono soddisfatto”. Ma non lo è Sempronio, che la pensa diversamente, e Tazio, che la pensa giusta a metà.
Sul vino, il paradigma si ripete. Non basta dare la notizia, occorre darla “ragionandola”. Del resto, il meccanismo delle guide si basa o non si basa su questo? Fino a che punto le guide sono – oggi – la voce di chi se ne intende e non, piuttosto, lo spioncino attraverso il quale sapere che ne pensa Pinco e che ne pensa Pallo? Personalizzazioni della notizia, che spersonalizzano la notizia.
Ma non perché sia l’autorevolezza a parlare, ma perché a parlare è il vip. Sono certa che se un tronista scrivesse una guida, La Guida di “Uomini e donne” (con tutto il rispetto per una trasmissione di cui ho seguito totalmente 7 minuti in 3 anni, comprendendo nemmeno un terzo del meccanismo… sorvolo sui 2 terzi capiti), diventerebbe un cult.
Noi giornalisti (ho ancora il tesserino color vinaccia in tasca) abbiamo la grande responsabilità di aver mitizzato il nulla, di aver confuso le idee, di aver attribuito definizioni di “Lady” a povere ragazzotte di chiara inconsistenza e di “Mister” a emblemi di ciò che non si dovrebbe essere. E abbiamo contribuito a rendere mitologico il vino – anzi, i vini – che spesso di mitologico avevano la pretesa di essere considerati passabili. Meglio sarebbe stato dire al produttore: “Amico mio, non sai farlo. Riprova”.
Ma non è stato così. Per opportunismo, per buonismo, per qualunquismo. Non per giornalismo, sicuramente. Di fronte a un mercato in crisi, e quello del vino in Italia – in molte zone d’Italia, per varie ragioni – è certamente un mercato in crisi, dignità deontologica vorrebbe che ci ponessimo domande sulle nostre esagerazioni, sui nostri commenti, sulla finta informazione, sui publiredazionali passati come notizie, sulle “perversioni” del vino che diventa buono per una bella etichetta, che è sicuramente ottimo perché abbinato a una linea di moda griffata, che  è straordinario perché lo beve l’attore di telenovela ospite di un talk show domenicale.
Il vino, in tutto ciò, dove sta? Forse nella presunzione dell’agronomo o del vignaiolo che s’inventa “giornalista – comunicatore – esperto di marketing”? E perché no? Non è forse quello che lasciamo fare spensieratamente all’agronomo e al vignaiolo, per opportunismo, per buonismo, per qualunquismo? Fate un giro in rete, visitate i siti aziendali di 30 cantine, scelte a caso e giudicateli con istintiva sincerità. Dopo aver visto i soliti vigneti (non sembrerà vero, ma l’uva nasce in tutto il mondo dalle vigne e le vigne in genere sono composte da viti, pali, tiranti e filari), le solite colline (stupore!!!), le solite descrizioni di storie famigliari che risalgono un attimo dopo l’increscioso episodio di Noè ubriaco e magari dopo esservi imbattuti in assordanti rock di sottofondo o in elegiache melodie ottocentesche, in cartoon ammiccanti e in immaginifici animali tropicali, ne concluderete che in Italia circolano almeno 20 su 30 web master completamente fuori di testa e altrettanti copy writer sulla soglia dell’analfabetismo.
Ma io sono convinta che dietro a ogni web master e copy writer si nasconda (si fa per dire) uno che fa un altro lavoro, magari il vino, perché no, ma che dice la sua e, pagando, la sua diventa legge.
Bisognerebbe (bisognava?) dire no e fermarsi prima di scrivere certe scempiaggini sul retro delle etichette, prima ancora di scrivere “nasce dall’amore per la terra”, giacché difficilmente un vino nasce dall’odio per una terra che dà da vivere ai suoi proprietari, prima del “racchiude in sé il territorio”, che fa pensare a sabbia e ghiaia sul fondo della bottiglia.
E se a un agronomo salta il guizzo di chiamare un vino come il 78° figlio di Giove, bisognerebbe scrivere che fa ridere il mondo, non che è un’idea mirabolante. Ma tutto questo, ahimé, non accadrà, come non è accaduto. E, visto che le regole sono queste, mi chiamo fuori, alzo bandiera bianca.
Ma ho un’idea, ho ancora un’idea (l’ultima idea di Briscola).
Many Kisses! Briscola (senza smile)

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24 giugno 2008

Il ramarro, il coccodrillo e una bambina – la finestra di Briscola

Sono tornata. Forse nessuno ha notato la mia assenza (tranne Franco, che mi chiedeva che fine avessi fatto), ma è bello poter dire “Sono tornata”.
Questa volta, sono realmente tornata da un viaggio, anzi da più viaggi. I
l bello del mio lavoro è che uno può smettere.
Non sempre, non quando gli gira, ma talora può.
L’ancor più bello del mio lavoro è che uno può dire: “Parto per lavoro” e può essere un po’ vero, ma un po’ no.
Sono partita per lavoro un mese fa. In silenzio, perché certi lavori non vanno detti ma fatti.
E mi sono posta tre mete, che corrispondevano a tre Cantine.
Lo scopo non era quello di degustare vini, ma quello di capire cosa sia questa nuova frontiera del vino che si chiama WineDesign.
Serve una premessa, che riguarda la mia infanzia e quell’educazione, giusta o sbagliata che fosse, che i miei genitori hanno cercato di darmi. La premessa sta tutta in un episodio che ha per protagonisti una bambina, un ramarro e un coccodrillo.
La bambina ero io, nata e cresciuta in campagna, ma con il terrore dei rettili, ramarri compresi. Un giorno, mentre giocavo nell’erba, sentii qualcosa di “vivo” percorrere la mia mano. Era un ramarro.
Urla, terrore e via dicendo (anche per il ramarro, immagino, escludendo le urla ovviamente).
Di fronte a tale reazione, mio padre e mia madre ebbero la pensata di portarmi allo zoo di Milano, quando ancora a Milano esisteva un zoo, e mi mostrarono i coccodrilli. La morale era palese: meglio un ramarro su una mano che una mano in un coccodrillo.
Da quel giorno (quanti guai combinano i genitori, a ben pensarci), mi costringo ad affrontare ciò che temo. E io temo il WineDesign.
Temo tutto ciò che sta fuori dal vino, ma che condiziona il vino. Temo le etichette luminose, i tappi di nuova concezione, il wine fashion, temo i portabicchieri che fanno anche da appoggiapiatto e attaccapanni, il cavatappi diesel e la “cantinetta” a turbo – infrarossi.
E temo, soprattutto temo, le cantine disegnate dagli architetti di grido. Non che io ce l’abbia con gli architetti, ho persino molti architetti come amici e riesco anche ad andare d’accordo con loro.
Ma gli architetti del vino, intesi non per chi architetta come va fatto un vino bensì dove il vino deve stare, questi mi spaventano. Ecco perché, memore del coccodrillo, sono partita.
Ecco perché ho visitato tre cantine, collocate in tre regioni diverse d’Italia. Non tre cantine comuni, ma tre cantine progettate da WineDesigner.
Ne tacerò i nomi, anche perché i nomi contano poco. Ciò che conta è la diabolica idea (diabolica nel senso di ispirazione) che può impossessarsi improvvisamente di un normale produttore di vino, magari anche bravo a produrre il vino, e spingerlo a ingaggiare un noto designer, a finanziarlo e a investire (?) nella realizzazione di qualcosa che non serve a niente.
La cantina, credo sia incontestabile, è un luogo di lavoro. Il vino non accade, infatti. Non è come il raffreddore, che adesso non c’è e fra un momento arriva. Il vino nasce da una serie di azioni che, per avvenire, devono avere un luogo funzionale. La vigna, ad esempio. La cantina, sicuramente.
E quindi mi chiedo: l’installazione artistica posta fra le botti, che c’azzecca? Rende il vino più intellettuale? La barricaia a forma di vortice, cos’è? Il vino in barrique sa meno di legno se vede di fronte a sé un’altra barrique in pericolosa pendenza?
E il tetto in cemento che pare appoggiarsi alla collina, integrandosi perfettamente nel paesaggio ed evitando inquinamento visivo (parole non mie), sarà per caso un bel vedere?
E chi lo spiega al vino (che sta sotto il tetto in cemento che pare appoggiarsi alla collina) che dovrà per forza essere migliore dello stupido vino che sta sotto un tetto in coppi?
Io non ho risposte. Ma ho una desolante certezza: a causa dell’installazione, del vortice e del tetto in cemento (che pare appoggiarsi alla collina), è possibile che il vino aumenti di prezzo.
Cosa che, con i tempi che corrono, mi sembra tal quale infilare una mano in un coccodrillo.
Many kisses! by Briscola

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21 maggio 2008

Quanno ce vo’…, ce vo’… – la finestra di Briscola

Oggi ho ricevuto in invito ad andare a Napoli, che, di questi tempi, è un invito ambiguo, diciamolo.
Una volta si diceva “Ma va’ in Egitto” (chissà perché, forse qualcuno ce l’aveva con le piramidi o con il Nilo o con i faraoni e i coccodrilli, mah!), adesso se uno ti dice “Va’ a Napoli” ci devi pensar su prima di rispondere. Mi hanno invitato a una degustazione di vini, nella Città del Gusto, altra definizione che, a Napoli, fa un po’ pensare.
La Città del Gusto di Napoli, come si sa, è nata recentemente. E’ nata in corso d’opera, più o meno quando era esplosa  l’emergenza rifiuti. Non so perché sia nata lì, ma una ragione ci sarà. Non so perché sia nata proprio allora, ma anche questo avrà pure una ragione.
In quel tempo, si diceva che non è mica vero che la città (non del gusto) era piena di immondizie, ma va’. Anzi: belle riprese televisive ci dimostravano che era tutto lindo, ci mancherebbe. Tutt’intorno c’era il caos, ma lì no. Va be’.
Oggi però mi hanno invitato a una degustazione di vini autoctoni. Autoctoni di dove?!?  La domanda non è peregrina, pensateci.
E allora ho immaginato se, per ipotesi, dovessi dire in famiglia: “Ciao, vado a Napoli a una degustazione di vini autoctoni!”, qualcuno si porrebbe delle domande, magari evitando di pormele pur di non sentire la risposta.
Ecco, allora io dico che ci vuole un applauso. Non ironico o maligno, ma un applauso sincero perché l’invito è perlomeno eroico, così come l’intenzione (che par la sola intenzione buona, a quanto si sa) di sollevare un po’ le sorti di una città, di un territorio, di una zona che sta soffocando. Non che sia negabile l’esistenza del problema, ci mancherebbe.
Ma qualcuno che dica: “La vita continua”, questo è (ahimé) straordinario. Non andrò a Napoli perché vivo a troppi chilometri di distanza ma chi può dovrebbe andare, così, anche solo per verificare che la città è pulita o sporca e poi venire a raccontarcelo, compreso un giudizio sui vini.
P.S.: non sono una fan scalmanata delle iniziative gamberosse, ma quanno ce vo’, ce vo’!
Many Kisses! Briscola

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14 maggio 2008

Una storia di orologi, cocomeri e pidocchi – la finestra di Briscola

Egregio Signor Ziliani, mi scusi l’assenza, ma il melo ha i pidocchi. Né più né meno, questa la trista verità: la mia pianta di melo, piantata non più di un mese fa, ha pidocchi allevati da formiche mungitrici. Ciò mi ha turbato (e impegnata) sotto vari aspetti.
E’ etico, mi sono chiesta, uccidere i pidocchi del melo?
Nel micro eco sistema dell’orto, quali conseguenze avrà tale azione sul popolo delle formiche, ad esempio? Inoltre, il pidocchio, come tale, pensa? Se pensa, è in grado di provare emozioni? Soffre?
Potrei far soffrire un pidocchio? Che dico, un gregge di pidocchi!! E con esso tutto il formicaio?
Dopo lungo ponderare, ho deciso di abbattere la pianta di melo (si sradica facilmente, è piccola piccola), condannandola a precoce eutanasia.
Volendo salvare il pidocchio, il melo non ha scampo. Così eliminerò anche il pidocchio, però. Morirà, non avendo esso più nulla di cui nutrirsi. Una strage!
Presa da tali sconfortanti riflessioni, torno a Lei e scopro dal Suo blog una serie di notizie sconcertanti. Non sapevo che esistesse ancora chi regala (leggi qui) orologi di valore, ad esempio, in concomitanza con una degustazione di vini.
Io accetterei, lo dico senza vergogna alcuna, perché il tempo è una cosa preziosa. Io non rifiuto mai un orologio per principio. E anche per affetto. E qui apro una parentesi un po’ triste, ma Le assicuro vera.
Anni fa, avevo un amico. Non sapevo però che l’amico stava per andarsene, non a New York o Londra, ma stava per andarsene Là. Lui se ne guardò ben ben dal dirlo, ma soleva ripetere: “Il tempo è importante”, che nell’occasione io interpretavo come “chi ha tempo non aspetti tempo”, “ogni lasciata è persa”, “presto e bene non conviene”, “o tempora o mores!” e via dicendo, briscolosamente.
Un giorno l’amico sparì. Sparì anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora. Sparì per un po’ di tempo, diciamo. Poi un giorno, partì. E andò. Là.
E uno pensa: “Ecchecacchio, almeno dirlo!”. Sì, ma quando? Quando è il tempo per dire che sei qui, ma è come se fossi un po’ spostato, come uno che guarda il mare di traverso o uno che conta le stelle saltandone una ogni tre?
Be’ – mi ero detta – forse non ha avuto il tempo, non il tempo in generale, ma il tempo giusto.
Un mese dopo, però, accadde una cosa.
Suonò il postino e mi portò una busta. Era un po’ rovinata e il postino disse che doveva essere rimasta incastrata da qualche parte, per qualche tempo, succede alle buste piccole.
La busta era marrone e imbottita. Dentro c’era un orologio.
Non bellissimo come quelli che regalano i vigneron illustri, no no. Era un orologetto di plastica, bianco. E qualcuno (sapevo chi!) aveva scritto sul cinturino con un pennarello: “Il tempo è importante”.
Vede, Signor Ziliani, questa è una storia che può accadere solo in certi film o solo a Briscola, non so. Ma è accaduta e l’orologio sta con me, anche se la pila s’è scaricata e non ho mai pensato di sostituirla con una nuova.
Perché, in fondo, non sono le lancette a muovere il tempo, ma è il tempo a muovere le lancette.
Lasciamo che qualcuno regali orologi e, perché no, anche cocomeri, diamanti e filastrocche e lasciamo che qualcun altro li accetti e poi ne faccia ciò che vuole.
Pensa che sarà un tonfo abissale nel galateo e nell’etica (?) a danneggiare il tutto? Panem et circenses (e non è mia)!
Panem, vinum et circenses! (questa sì !).
E se Lei mi permette, vorrei regalare un po’ di tempo, ma di quelli senza lancette,
a chi pensa che per conoscere un vino basta leggere l’etichetta a chi “l’etichetta non la legge nessuno”
a chi aggiunge all’etichetta di legge un microchip, un adesivo, un bollino e una spilletta, così il vino è più buono
a chi vorrebbe aggiungere un raggio luminoso sul tappo, così il vino è più buono anche di notte
a chi intuisce nel vino sentori d’Africa e di tulipano olandese, sorvolati da essenze di tarassaco in fiore e intrisi di armonia galattica, leggero retrogusto di polvere di stelle sul viale del tramonto
a chi comunica che comunicherà cose strabilianti sul vino (fine della comunicazione)
a chi il disciplinare gli va stretto
a chi il disciplinare gli va largo
a chi “il disciplinare?!?”
a chi scrive la parte dei disciplinari relativa ai confini delle strade poderali a chi s’inventa un convegno sul vino e la salute e s’aspetta che vada gente a sentirlo
a chi s’offende se gli dicono “E’ il miliardesimo convegno su vino e salute”
a chi durante il convegno inaspettatamente e sorprendentemente parla degli effetti benefici del resveratrolo e dei polifenoli
a chi se ne stupisce ancora e si fa spiegare la questione delle bucce degli acini
a chi vorrebbe vendere il vino, ma non l’uva
a chi vorrebbe vendere l’uva, ma non il vino
a chi compra l’uva e non vende il vino
a chi vende il vino e non ha uva
a chi vende non si sa,
a chi propone un abbinamento fra un rosso e un’ostrica, purché sia unta a chi poi dice che l’ostrica non era abbastanza unta
a chi nasconde in fretta sotto il tavolo la fetta di limone spruzzato sull’ostrica.
A tutti i Chi, un po’ di tempo.
Ed ora torno al mio melo, perché qualcuno in qualche modo dovrà spiegare a lui, ai pidocchi e alle formiche che le cose stanno per cambiare.
Many Kisses! Briscola

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14 aprile 2008

Il nemico siamo noi – o delle “speculazioni mediatiche”

Con perfetta puntualità, dimostrando di essere sulla notizia, Briscola mi ha mandato questo suo sulfureo e surreale apologo.
Ogni riferimento a quanto sta accadendo in una notissima località vinicola toscana a denominazione d’origine controllata e garantita (ci si augurerebbe anche da eventuali fenomeni deteriori…) e all’atteggiamento assunto dal locale Consorzio, che giudica quanto é accaduto esclusiva opera del demonio, ovverosia della stampa impegnata a compiere terroristicamente “speculazioni mediatiche”, è ovviamente involontaria e del tutto casuale…
f.z.

Il Signor Uffa bussò timidamente alla porta. La scritta in carattere gotici sul vetro d’ingresso indicava: “Associazione per la difesa (strenua) della produzione tipica locale”.
L’aggettivo “strenua”, posto fra parentesi, era stampigliato in rosso. Era stato l’aggettivo a convincerlo: finalmente qualcosa di serio e tenace, qualcosa che richiamava immagini di lotte fra centauri ed invincibili eroi, gesta da lirica monodica greca, uomini con attributi significativi, bronzi di Riace, amazzoni nobili e altere, cavalieri senza macchia e senza peccato, Goldrake che si trasforma in un astromissile con circuiti di mille valvole, Goku che salva l’universo, Mazinga che fa tremare il regno delle tenebre e del male.
Avanti piano – disse una vocina dall’interno.
Il Signor Uffa aprì lentamente la porta. Nella reception erano al lavoro una ventina di impiegate. Grandissima efficienza! – pensò compiaciuto il Signor Uffa. -
Lei chi è? Cosa vuole? – domandò la stessa vocina di prima, che apparteneva a qualcosa che stava dietro una pila di documenti poggiati sul tavolo.
Sono il Signor Uffa. Sono venuto a propormi per comunicare la vostra attività. Sapete, mi hanno appena licenziato. Ma so che voi lavorate all’insegna della trasparenza e quindi…
Non riuscì a terminare la frase. Le impiegate, come fosse scoppiato un incendio improvviso, urlarono e iniziarono a cercare rifugio, chi infilandosi sotto la scrivania, chi spalancando la finestra e salendo pericolosamente sul cornicione esterno, chi spintonandosi verso la porta d’uscita. Passando, una di loro sussurrò al Signor Uffa: “Io sono stata assunta soltanto per raccomandazione di un amico di mio padre che lavora in un sindacato. Anche le altre. Noi non sappiamo far niente e non sappiamo niente, abbia comprensione per noi, abbiamo pure dei figli e, in genere, un mutuo da pagare per l’auto e il televisore al plasma”.
Nel caos generale la vocina disse: “Mi scusi un attimo, vado ad annunciarla al Direttore”.
Una creatura alta quanto la pila di documenti scivolò da dietro la pila, gli occhi puntati sul Signor Uffa. Lei non si muova, intanto, non faccia un passo, stia lì – ordinò perentoria e poi, rivolgendosi a un corridoio sulla sua destra, accelerò il passo gridando “Ce n’è un altro, ce n’è un altro!”. Pochi istanti dopo, lungo il corridoio avanzò una sagoma scura, seguita dalla creatura bassa.
Passo dopo passo, la sagoma prese una forma più distinta.
Si trattava di un guerriero. Portava un elmetto verde in testa, fasciato da proiettili pronti all’uso. Sulle spalle, coperte da una corazza di bronzo, penzolavano bombe ananas, che producevano un sinistro ticchettio battendo sulla corazza. In bocca, il guerriero serrava un pugnale.
Fra la corazza e i pantaloni mimetici spuntavano calci di pistole e mitragliette, infilati nella cintura. Il guerriero calzava anfibi e teneva in mano un’alabarda. Sono il Direttore – si presentò, bofonchiando a causa della lama fra i denti.
Il Signor Uffa avrebbe voluto dire “piacere” ma non gli venne la parola. L’avviso che sotto la corazza ho un giubbotto antiproiettile, quindi è inutile che mi spari – ribofonchiò il Direttore.
Il Signor Uffa cercò di nuovo le parole giuste, ma non le trovò. Lei è un giornalista? – domandò il Direttore.
Il Signor Uffa sentì il moto impulsivo alla risposta affermativa, ma un lieve movimento della creatura alle spalle del Direttore lo dissuase da un “sì” secco: la creatura stava caricando una cerbottana amazzonica.
Sarei un Ufficio Stampa, cioè… sono un giornalista e mi occupo di Uffici Stampa – confessò il Signor Uffa.
Il Direttore compì un’evoluzione Thay Chi e fermò le braccia a mezz’aria. Cosa le fa credere che abbiamo bisogno di un Ufficio Stampa? – chiese, sputando involontariamente il pugnale.
Ma, mi sembrava, non vorrei essere maleducato, mi comprenda, ma mi sembrava che forse, in questo periodo soprattutto, vi servirebbe comunicare ciò che sta accadendo… O no?
Il Direttore impugnò una mitraglietta Uzi e, tenendola puntata sul Signor Uffa, si chinò e afferrò il pugnale. Qui è tutto tranquillo, cosa le salta in mente? Le pare che ci sia qualcosa che non va? – domandò il Direttore. Un fruscio provenne dal fondo del corridoio.
Il Direttore si gettò a terra, urlando: “Al riparo, presto. Potrebbe essere un commando di consiglieri d’amministrazione”.
Il Signor Uffa ubbidì. La creatura si appiattì contro il muro.
Che succede? – sussurrò il Signor Uffa.
Niente di preoccupante, forse è soltanto un kamikaze – lo rassicurò il Direttore.
La creatura, rasentando il muro, si spinse sino al fondo del corridoio: “Niente, Direttore, è un foglio che è scivolato dalla scrivania”. Che foglio? Cosa c’è scritto? Non lo tocchi, potrebbe essere avvelenato! – rispose il Direttore, rialzandosi – Chiami le forze dell’Ordine, anzi no. Non chiami, mi raccomando, le forze dell’ordine almeno finché non sappiamo cosa c’è scritto sul foglio.
Vada a valutare di che documento si tratta e mi riferisca sulle frequenza riservata, Papa Bravo Papa Bravo Alfa. Passo”.
Anche il Signor Uffa si rialzò da terra.
Non compia gesti bruschi – l’avvisò il Direttore – qui siamo tutti controllati. Vede quella finta presa di corrente? In realtà contiene centinaia di microspie del nemico”.
Il Signor Uffa osservò la presa di corrente e commentò: “A me sembra che sia solo una presa di corrente”.
Ingenuo! – sogghignò il Direttore.
La Creatura avanzò dal corridoio con un foglio in mano: “Direttore, era solo la bozza dell’ordine del giorno del prossimo consiglio, quello che prevede al punto uno: “Ognun faccia ciò che vuole” e al punto due “Tanto a noi che ce frega”.
C’è anche un’annotazione a matita, credo sia sua: “Chiedere un aumento per i disagi subiti”.
Il Direttore scaricò una sventagliata di proiettili sul soffitto. L’impiegata sul cornicione della finestra perse l’equilibrio e cadde in giardino.
Brucialo! Distruggi tutto, brucialo nei prossimi 5 secondi! Sincronizziamo gli orologi, al mio via accendi l’accendino e spargi le ceneri in bagno, poi apri la doccia e irrora il bagno, aspergi incenso e mirra e cancella ogni traccia di Dna prima che arrivino i Ris con il luminol!” sbraitò il Direttore. La creatura andò in bagno, ubbidiente.
Diceva? – proseguì il Direttore, sorridendo – Noi siamo sempre molto disponibili con la stampa. Lei è un giornalista e noi siamo disponibili. Possiamo darle tutte le informazioni che desidera.
Qui noi sappiamo tutto, è tutto sotto controllo e regna un’armonia totale”. Ecco, appunto – si fece forza il Signor Uffa – dicevo che sarebbe il caso di comunicare quanto Lei ha appena detto. Sa com’è, negli ultimi tempi escono notizie un po’, diciamo, un po’ negative, ma solo un pochino. Io potrei aiutarvi a comunicare, è il mio lavoro”.
Al Direttore tremò il labbro inferiore e si inumidirono gli occhi: “Sono loro che sono brutti e cattivi – singhiozzò – quei brutti giornalisti, malvagi e perfidi. Ma perché mai devono scrivere e dire delle cose che noi sappiamo già? Se le sappiamo già, che bisogno c’è di dirle a tutti? Lo fanno perché sono invidiosi?
Oppure c’è un complotto, anzi, sicuramente c’è un complotto. Magari sono pagati dal nemico!”.
Il Signor Uffa guardò la presa della corrente elettrica: “Quello che sta lì dentro?”. Il Direttore assentì.
“Ma chi è questo nemico?” chiese il Signor Uffa.
Il Direttore sogghignò, strabuzzò gli occhi e sillabò: “Il nemico siamo noi!”…
Many Kisses! By Briscola

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9 aprile 2008

Apparenze (la finestra di Briscola)

Il Signor Uffa si sedette al tavolo ovale e attese. L’ordine del giorno prevedeva un solo punto di discussione: “Apparenze”.
Quando il Presidente dei Presidenti entrò nella stanza, con espressione mesta, anche l’Ufficio Promozione, in gessato blu, tacque dal parlare al telefonino (per pochi secondi, ma tacque).
Il Presidente dei Presidenti si schiarì la voce, poi iniziò. “Entrambi ben sapete che poteva andar peggio “, fu il suo esordio. Il Signor Uffa e l’Ufficio Promozione si guardarono l’un l’altro, per la prima volta accomunati da qualcosa: l’ignoto. “Avremmo potuto licenziarvi per giusta causa, ad esempio, e vi assicuro che avremmo avuto dozzine di giuste cause. Avremmo potuto sottoporvi a mobbing, cosa che come sapete è applicata a 360 gradi. Invece no: ve lo diciamo adesso”.
Il Signor Uffa inarcò le sopracciglia, così pure l’Ufficio Promozione. “Di soldi non ce ne stan più. Né pochi, né tanti. Finiti. Restano i soldi per me, ma quello non è nemmeno in discussione, anzi merito un aumento per quanto passato a causa vostra, aumento che credo di chiedere e anche di darmi. Ma per voi è finita. Grazie della collaborazione, tante buone cose anche alla famiglia”.
Il Presidente dei Presidenti si alzò dalla sedia. Il Signor Uffa sospirò: “Quindi non avrete più un Ufficio Promozione e un Ufficio Stampa?”, chiese. “
Chi l’ha detto?”, domandò il Presidente. E tornò a sedersi. “In primo luogo assumeremo un giovane neolaureato in contratto formazione lavoro. Costa poco”.
“E chi lo forma per il lavoro?”, chiese l’Ufficio Promozione. “Nessuno, ma questo non importa”, spiegò il Presidente. “Forse riusciremo anche a non pagarlo completamente, nominandolo Direttore dell’Organizzazione Prevedibile. La gloria dovrebbe bastargli”. Il Signor Uffa domandò: “Cos’è l’Organizzazione Prevedibile?”.
Il Presidente sorrise: “Non esiste, vuole che crei una sciocchezza del genere? Ma il giovane sarà comunque contento: finisce in –zione, come erezione, a anche in –ibile, come credibile”.
L’Ufficio Promozione fece scivolare lo sguardo lungo le pareti, un po’ disorientato. “Vedete… Siamo nel terzo millennio. Non è che uno può pensare che le cose vadano come 8 anni fa. Adesso è diverso. Guardate in America: a 25 anni dirigono già aziende. Volete restare ai vostri posti a 35???”.
“In America, forse, è un po’ diverso: a 25 anni dirigono Aziende ma hanno già 7 anni di esperienza di lavoro, vero e non apparente, e una scuola che insegna”, precisò il Signor Uffa.
“Be’, noi siamo in Italia e io assumo il cugino del cognato di mia zia perché così mi va, lo pago poco o nulla, lo nomino Dirigente e spero che non diriga, se poi dirige e combina guai, qualcuno ci penserà. Comunque, tranquilli: non dirò a nessuno che sono stato io a mandarvi altrove, dirò a tutti che avete impegni di famiglia e di salute e di distanza”.
“Ma non è vero!!!”strillò l’Ufficio Promozione balzando in piedi. “E chi se ne frega?” gli fece eco il Presidente dei Presidenti.
“Ma lei così fa un danno all’Azienda!” continuò l’Ufficio Promozione. “Ma l’Azienda non è mica mia, è dei soci!” gli rispose in pari tono il Presidente dei Presidenti.
Il Signor Uffa posò una mano sulla spalla dell’Ufficio Promozione e sfilò un sottile filo bianco, che usciva dal gessato blu. Il piccolo gesto lo fece sentire, chissà perché, più libero.
Many Kisses!
Briscola

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26 febbraio 2008

Seduti fa male: nascono gli “Up wine bar”

L’insegna s’accese all’improvviso, accompagnata da un “Ohhhhhhhhhhhh” di rapito entusiasmo degli astanti.
Seduti fa male”, diceva l’insegna, in uno sfrigolio di lampadine fucsia. “Questo rumore non mi piace”, sussurrò l’elettricista, ma l’”ohhhhhhhhhhhhh” coprì la sua voce e il suo pensiero.
“Nel più centrale centro del centro città”, come la radio preannunciava da due settimane, stava per essere inaugurato il primo “UP WINE BAR” d’Italia. Questo sarebbe accaduto alle ore 20.00 in punto.
Alle ore 20.03, l’insegna si sarebbe accesa nel secondo “UP WINE BAR” d’Italia, in un’altra città, ma sempre “nel più centrale centro del centro città”. Alle 20.06, il terzo e poi il quarto, il quinto, il sesto, a distanza di 3 minuti l’uno dall’altro, in ogni capoluogo di regione.
Un evento mediatico immancabile” – diceva lo spot – “Partecipa anche tu: cerca l’insegna ‘Seduti fa male’ nella tua città e attendi la sua accensione: se sarai fra i primi 50 clienti, potrai ricevere in dono il grazioso gadget Up Wine Bar, uno spillone fucsia che ti ricorderà che… Seduti fa male! Ma ricorda: l’insegna la trovi soltanto nel più centrale centro del centro città!”.
Nelle due settimane precedenti l’accensione in simultanea, i giornali avevano dedicato aperture a piena pagina all’iniziativa, sottolineando la novità dell’evento.
L’idea era, in sintesi, questa: contro la moda slow, foriera di lunghe sedute ai tavoli dei ristoranti con difficoltoso ricambio dei clienti, oltre la moda slim, con i suoi minuscoli sedili scomodi ai più, era stata escogitata la moda up, tutti in piedi a bere e a mangiare, preferibilmente in fretta, servendosi di un piatto bucato dentro al quale infilare un bicchiere cilindrico con ghiera centrale.
La ghiera sarebbe servita a bloccare il bicchiere nel buco, un oggetto di hot design (sia il cilindro sia il buco) che, per entrambi i motivi, assumeva pure un evidente significato sexy simbolico.
A conforto dell’up, del buco e del cilindro erano assurti alcuni nutrizionisti: star troppo seduti fa male, il movimento aiuta la digestione, il vino e il cibo devono scendere e non ristagnare nello stomaco, dunque meglio in piedi. Altri nutrizionisti erano scesi subito in polemica, rispolverando noti adagi sull’adagio.
Ma la forza comunicativa dell’iniziativa aveva avuto la meglio, confortata dall’ingaggio di un paio di testimonial del mondo del cinema e del calcio che, per ovvia competenza, s’erano dichiarati a sostegno dell’up.
E, s’erano trovati alla fine 300 produttori di vino italiani disposti a rifornire gli Up Wine Bar, convinti che, in fondo, in piedi o seduti l’importante è venderlo.
Venne, infine, la sera dell’accensione, con le telecamere di gran parte delle emittenti italiane disseminate “nel più centrale centro del centro città” di ogni città capoluogo d’Italia. I canali a copertura nazionale, indistintamente, s’apprestarono a trasmettere l’evento in diretta.
“Questo rumore non mi piace”, risussurrò l’elettricista del primo Up Wine Bar.
Ma la folla, già da qualche minuto astante, aveva iniziato a muoversi in massa verso l’interno del locale, coprendo la sua voce e il suo pensiero. Ad uno ad uno, i primi 50 fortunati clienti della catena “Seduti fa male” entrarono nei loro bar, ricevettero il piatto, il buco, il cilindro e lo spillone e iniziarono a destreggiarsi con i 4 elementi della nuova perfezione.
Finché esplose la prima lampadina del primo Up Wine Bar e poi la seconda, la terza, la quarta e tutte quelle che, dentro e fuori, illuminavano il verbo del terzo millennio alimentare.
E così accadde in simultanea in ognuno dei più centrali centri del centro città di tutti i capoluoghi d’Italia.
Dall’interno degli Up Wine Bar iniziarono a provenire voci concitate e grida di chi, al buio, cercava di infilare il cilindro nel buco, tentando di non infilare lo spillone fucsia nel proprio occhio o in quello del vicino, mentre il vino cadeva dal cilindro nel piatto, che, rovesciandosi, colava dal buco nel cilindro dell’altro, spingendo lo spillone un po’ nel buco, un po’ nel cilindro… Il tutto documentato in diretta nazionale.
“L’avevo detto che questo rumore non mi piaceva”, sussurrò l’elettricista. Many Kisses! Briscola
P.S.: l’idea degli Up Wine Bar è mia. Prima che qualche genio la applichi, preferirei fare due parole. Non so se il nome corrisponde a qualche Wine Bar esistente, ma la citazione nel caso è del tutto involontaria.
E non so se, per caso, ho anche descritto oggetti di design già esistenti così come li ho descritti. Mi auguro di no (nel senso che non esistano), ma qualora esistessero, chiedo scusa per l’involontaria citazione.

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