Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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7 Dicembre 2007

Il Sant’Uffizio (Stampa) La Giuria di Vino al Vino

Dopo aver assolto all’esposizione dei capi d’accusa contro Franco degli Ziliani (leggi qui e qui), il Vinquisitore passò alla fase 2 (decisa in this moment da Briscola per dare una svolta interattiva al processo).
“Oh, popolo del vino! – disse il Vinquisitore, secondo la formula di rito – Oh, popolo di Vino al Vino! Vi sono ora chiare le ragioni che hanno condotto il qui presente Franco degli Ziliani al banco degli accusati.
Ma un giudizio di colpa o di innocenza non può essere soltanto il frutto dell’arbitrio di un singolo giudice, quale io sono per carica, ruolo e perizia, giacché il singolo può errare, ma il popolo no. Il popolo è sovrano”.
La Guida diede di gomito al Presidente e chiese: “Che sta a dì?”.
Il Vinquisitore gli lanciò un’occhiata di rimprovero: “E’ così che si fa, mica che uno arriva e comanda, altrimenti gli altri s’incacchiano. Bisogna che anche gli altri dicano la loro! Siamo in una democrazia!”. “Da quando?”, domandò ad alta voce Ampsicore del Cannonau. “Lei non può parlare senza alzare l’imbuto e senza attendere il mio permesso, che peraltro potrei negarle”, gli rispose il Vinquisitore.
Un silenzio colmo di punti interrogativi si diffuse nella sala. “E quindi – riprese il Vinquisitore – chiamo i lettori di Vino al Vino a pronunciarsi sulla sentenza: colpevole o innocente? La giuria popolare avrà modo di esprimersi sino a venerdì 14 dicembre.
Dopo di che, mi riservo di pronunciare la sentenza definitiva”.
La sentenza pareva, però, ormai scontata, non foss’altro per quel movimento di tronchi e rami portati sulla pubblica piazza dai boscaioli del villaggio.
Et per quel palo, issato fra i legni.
Et per quell’uomo, incappucciato di nero e a torso nudo che sembrava attendere qualcosa, accanto al palo.
Et per quel fumo che andava levandosi.
L’urlo di un predicatore errante penetrò dalla piazza alla sala del processo: “Penitenziagite! Penitenziagite!”.
Il Vinquisitore sobbalzò sullo scranno: “Ma questo del Penitenziagite non l’avevamo già fatto fuori l’altra volta, che nemmeno Sean Connery era riuscito a salvarlo?”
“Indulto, Venerabile Vinquisitore, era scattato l’indulto alla prima levata di fiamma!”, lo aggiornò un valletto in calzamaglia gialla e blu.
Il Vinquisitore sospirò, ricordando improvvisamente che là dove aveva fallito Gugliemo da Barkerville, tanto aveva potuto un cambio di Governo.
“Torniamo a noi – iniziò il Vinquisitore-. L’accusato è pregato di intervenire soltanto su domanda esplicita.
Franco degli Ziliani! La camera di giudizio, tenuto conto delle prove e degli indizi a tuo sfavore, affida alla Giuria Popolare di Vino al Vino il compito di valutare la tua innocenza o colpevolezza. Sebbene sia abbastanza chiaro dove andremo a parare…”.
Tutto il pubblico presente applaudì alla frase finale. I quattro Grandi Accusatori si strinsero le mani l’un l’altro.
Il lupo iniziò a ululacchiare allegramente, la civetta si librò nell’aria come colomba dal desio chiamata, il vento si trasformò in tiepida brezza, un sole splendente giuse a dar man forte al sole già alto in cielo e sbocciarono rose nei cortili, benché fosse dicembre.
Alcuni mercanti s’apprestarono ad allestire i loro banchetti intorno alla pira, noncuranti dell’orrendo foco: chi vendeva arance dell’Antartide, chi birra dell’Ecuador, chi la lumaca (una sola, presidiata) del Tanganica, cibi preziosi destinati ad accompagnare il più trendy banchetto dell’anno (non gratis, ovviamente, perché esserci costa).
In tale tripudio di cosmica armonia, Franco degli Ziliani chiese: “E la domanda esplicita?”. “Oh, già!” rammentò il Vinquisitore.
La folla tacque. Anche il lupo interruppe il suo ululacchiato, la civetta si posò su un ciuffo di margherite, il vento cessò, il secondo sole si affievolì di un paio di gradi, le rose si rattrappirono nei boccioli e i mercanti coprirono i loro banchetti con teli di nylon, avendo soprattutto cura che non scappasse la lumaca (presidiata) del Tanganica.
“Come ti dichiari?”, domandò il Vinquisitore. “Mi dichiaro giornalista, faccio il mio lavoro, del resto poco mi curo”, rispose Franco degli Ziliani.
Il Vinquisitore concluse con un sardonico “Staremo a vedere…”
Many kisses, by Briscola

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4 Dicembre 2007

Il Sant’Uffizio (Stampa) Capitolo II: Il Processo

Come dicevamo (qui) alla vista del volto di Franco degli Ziliani, il pubblico sospirò, soddisfatto.
Ormai da anni, sotto lo pseudonimo di Tirator Cortese (senza intendere il vino), Franco degli Ziliani diceva la sua e, a volte, rispondeva a quella d’altri. Chissà come, chissà perché, veniva a conoscere cose che altri non sapevano, sicuramente informato da spie occulte per ragioni oscure, attraverso inestricabili trame. Leggeva e commentava ciò che trovava scritto, cosa altamente disdicevole. Ancor peggio: scriveva cose che altri avrebbero letto e commentato. E magari, nel segreto del loro cuore, condiviso…
“Franco degli Ziliani – iniziò il Vinquisitore – sei consapevole delle accuse a tuo carico?”. “Al rogo, al rogo!”, gridò Alberico della Franciacorta. “Momento, lasciatemi fare il mio lavoro, che altrimenti vi leggo il contratto, eh? E’ un placito di un paio di pergamene, vedete voi”, avvertì il Vinquisitore.
“Ssssssttt!” sussurrò Guglielmo dell’Alta Marca a Alberico. Il Processo riprese. “Sono consapevole di essere un giornalista”, disse Franco degli Ziliani.
Il Vinquisitore, sovrintendente per il Sant’Uffizio Stampa, non poté trattenere un moto di nervosismo: “Eh no, non puoi confessare subito, altrimenti finisce il processo e buonanotte al secchio! Se mai, confesserai alla fine. Nel qual caso, ti sottoporremo al rogo e vedremo se ne uscirai vivo.
Riprendiamo dall’inizio. Franco degli Ziliani, sei consapevole delle accuse a tuo carico?”. Il degli Ziliani sbuffò: “No, anche se posso immaginarle”. Il Vinquisitore sogghignò: “Quindi hai la consapevolezza di aver commesso errori che possono corrispondere ai capi d’accusa! Quindi hai errato, sapendo di errare!”.
Il pubblicò sogghignò a propria volta: la logica del Vinquisitore era tranciante. Anche Franco degli Ziliani sogghignò. “Non possiamo sogghignare tutti! Che razza di scena è?” protestò Donna Esperanza del Montepulciano.
“Come vedi, alla mia destra si trovano i Grandi Accusatori: il ProduttoRe, il Giornalista, il Presidente, la Guida. Li riconosci?”, domandò il Vinquisitore.
Franco degli Ziliani osservò i quattro personaggi indicati. Il ProduttoRe, rivestito da un abito di broccato e damasco, accennò a un sorriso, una luce compiaciuta attraversò i suoi occhi color del cielo e si confuse con i riflessi del collo d’ermellino. Poteva avere intorno ai sessantacinque anni, forse qualcosa in meno, forse qualcosa in più. Cioè, non si sa quanti anni avesse, diciamolo.
Il Giornalista si schiarì la voce, ma non parlò. Il riverbero delle fiaccole lo fece apparire prima filiforme alto, poi tondo basso, prima capelluto, poi calvo, prima occhialuto, poi no. Sempre il riverbero diede la sensazione che indossasse una maglia del Milan, poi una della Juve, infine dell’Inter, della Lazio, della Roma. Ancora il riverbero disegnò strani simboli in vece della sua aura, simboli che si sarebbero detti ora destrorsi e ora sinistrorsi.
“Spegnete il riverbero, please”, chiese Ampsicore del Cannonau. Franco degli Ziliani dovette strizzare gli occhi per riconoscere il Presidente. “Ma è ancora un Presidente?”, chiese, riconoscendone il viso.
“Lui è IL Presidente, non un Presidente. Quando uno fa le cose che ha fatto lui, diventa Presidente per sempre. Inoltre lui è buono e ama i piccoli e i deboli, prende ai ricchi per dare ai poveri, a volte anche ai poveri per dare ai ricchi, giusto per non fare torti. Il popolo lo ama. I potenti lo amano. Lo ama il colto e l’incolto, perché anche l’incolto si sente colto acquistando a caro prezzo i prodotti da lui suggeriti.
L’apoteosi del pomodoro pachino: non si vive per lo stomaco, ma per l’idea, che rende (taluni) santi e (tal’altri) grassi. Non permetterti di metterlo in discussione. Come saprai, il mio stesso Uffizio ha appena avviato la causa di bEatificazione in vita”, spiegò il Vinquisitore.
A quel punto, la Guida proruppe in un “Damose ‘na mossa”, che terminò la descrizione. “Ora ti leggerò i capi d’accusa, Franco degli Ziliani. Sei accusato di lesa maestà nei confronti dei vini e delle iniziative del ProduttoRe. Hai osato non osannarlo, unica voce fuori dal coro. Ma cosa caspita ti costa fare come tutti gli altri? Seconda accusa: non hai portato rispetto per le firme blasonate. Ma lo sai o no che in Italia siamo tutti giornalisti? Figurati quelli che lo sono nero su bianco!
Riguardo al Presidente, è l’accusa più grave: gioca coi fanti, ma lascia stare i santi. “Ma non è soltanto sulla via della beatitudine?” ironizzò il degli Ziliani. “Diventerà anche santo, ci metto un attimo, se voglio” lo zittì il Vinquisitore.
Toccò quindi alla Guida. “Tu, Franco degli Ziliani, non puoi fra intendere che le guide sono troppe, che non si sa se, che si sa sì, e via dicendo. Insinui, ti rendi conto? E’ chiaro a tutti che si farebbe prima ad andare in un’enoteca, comperare un vino, degustarlo, giudicarlo e poi inserirlo oppure no nella Guida senza star ad avvisare un sacco di gente per avere e assaggiare una bottiglia. Ma questa cosa non possiamo né dirla né farla intendere”. “Io non ho mai detto niente del genere!”, spiegò il degli Ziliani.
“No, non l’hai detto, ma tutto il tuo manifestarti potrebbe far pensare che tu possa dirlo”. “Oh, che frase difficile!”, commentò Alberico di Franciacorta.
“E poi – proseguì il Vinquisitore, ignorandolo – sei accusato di invidia”. “Di chi?” domandò stupito Franco degli Ziliani. “Del Poeta”, rispose il Vinquisitore. “Dante? Petrarca? Carducci?” chiese Ziliani.
“Ma no, quell’altro, il Vate. E non stiamo parlando di D’Annunzio. Piacerebbe anche a te scrivere di una Barbera con quella sensazione di blu, rugiadoso di mischio muschio maschio di vendemmia, pur splendente e femmina, tentennante e timido al contatto, incandescente nel dopo?”
“Ma nemmeno per sogno!” assicurò Franco degli Ziliani. “Vedi che sei invidioso?!”, incalzò il Vinquisitore. La folla comprese che si era alla fine del processo. “Hai da dire qualcosa a tua discolpa?” chiese il Vinquisitore.
Franco degli Ziliani rifletté e poi disse: “Non è una frase mia…” “Vedete che copia dagli altri?” non si trattenne il Giornalista.
Franco degli Ziliani proseguì: “Scelgo i miei amici per il loro bell’aspetto, le mie conoscenze per il loro buon carattere e i miei nemici per la loro acuta intelligenza. Un uomo non può essere troppo attento nella scelta dei nemici. lo non ne ho uno che sia stupido. Si tratta di uomini di una certa levatura intellettuale e, di conseguenza, mi stimano”.
Il Vinquisitore ed il ProduttuRe corrugarono la fronte sospirando…
Many Kisses! Briscola (continua…)

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1 Dicembre 2007

Sant’Uffizio (Stampa) Capitolo I: non è “Il nome della rosa”

Il Vinquisitore prese posto sulla scranno di legno, sistemò il saio di raspi, si schiarì la voce e accarezzò, lieve, la superficie dei braccioli. “Allier…”, sussurrò. Era un suo vezzo, noto a tutti. Dieci anni prima, all’atto della nomina, aveva voluto che gli arredi della Sala del Giudizio, il rivestimento delle pareti, le panche, i tavoli, le transenne fra pubblico, accusati e accusatori fossero in legno di Allier. In seguito, aveva ingiunto che i legni venissero aspersi e detersi esclusivamente con vino bianco, di alta gradazione alcolica, non diluito.
Il saio di raspi produsse uno scricchiolio sinistro all’altezza dei gomiti. Anche questa era stata una sua invenzione: un saio che unisse l’umiltà della missione alla vocazione del missionario. Raspi di uve diverse, essiccati e intrecciati, come tela, ad accompagnare il Giudizio finale.
Si infilò il colbacco di foglie di vite. “Fiaccole!”, ordinò. Le fiaccole si accesero, rivelando volti mesti oltre la transenna del pubblico e volti tetri al di qua della transenna.
Fra il pubblico, il Vinquisitore riconobbe Guglielmo dell’Alta Marca, Federico del Negroamaro, Alberico di Franciacorta, Ampsicore del Cannonau e Donna Esperanza del Montepulciano. Si compiacque di tali presenze.
Un lampo saettò nella sala, scoppiò un tuono, un tintinnare di vetri frantumò il silenzio. Il lupo ululò, la civetta emise il suo lugubre verso (forse questo è esagerato… eliminiamo il lupo, il tuono, il lampo e la civetta. Lasciamo il vetro rotto, che fa tanto preparativo di degustazione).
“Entri l’accusato”, ordinò il Vinquisitore. Tutti gli occhi si volsero verso la porta della sala del Giudizio. Il grande portale che recava incise scene di potatura, vendemmia, pigiatura, imbottigliamento ed etichettatura (eliminiamo anche etichettatura, ma sì, insieme con il lupo, il tuono, il lampo e la civetta), si spalancò.
In un silenzio come quello di prima, entrò lui, il grande accusato.
Gli astanti si volsero nella sua direzione. Il grande accusato, legato mani e piedi con una catena che gli consentiva brevi e incerti movimenti, era incappucciato con un cappuccio di sughero.
Il Vinquisitore sollevò le sopracciglia e con esse il colbacco di foglie di vite. A quel gesto, il pubblico fu percorso da un fremito di inquietudine: il Vinquisitore stava per proferire la parola di rito! “Stappatelo!” urlò, infatti, non appena il grande accusato fu fatto fermare davanti allo scranno.
Due valletti in calzamaglia gialla e blu si avvicinarono all’uomo, afferrarono il cappuccio di sughero e iniziarono a sfilarlo. Quelli fra il pubblico più vicini alla transenna si sporsero in avanti, cercando di conoscere per primi l’identità del grande accusato.
Da dietro, qualcuno spinse (probabilmente, Guglielmo dell’Alta Marca), facendo carambolare contro la transenna Donna Esperanza del Montepulciano. La transenna ondeggiò e cadde, colpendo al petto Federico del Negroamaro. Ampsicore del Cannonau non riuscì a trattenere una risata nervosa.
“Ma siete sempre i soliti! Tutte le volte la stessa storia!”, tuonò il Vinquisitore.
In pochi secondi, la scena si ricompose. “Vorrà dire che anche questa volta condurrò l’interrogatorio alla cieca!”, sbuffò il Vinquisitore.
Il pubblico sospirò, deluso e mortificato. Alberico di Franciacorta scoccò un calcio a Guglielmo dell’Alta Marca, ma in modo che soltanto il destinatario potesse accorgersene. Guglielmo sventolò l’imbuto, come era prassi per chi chiedeva di poter prendere parola. “Concedo!”, disse il Vinquisitore.
“Volevo dire che è stata colpa mia, Venerabile Vinquisitore. Sarebbe segno di magnanimità da parte vostra la concessione di vedere il volto dell’imputato. Châteauneuf-du-Pape ve ne renderà mercé”.
Il Vinquisitore chinò il capo e pronunciò una serie di fac fac. Poi lo sollevò e pronunciò una serie di est est. La folla applaudì. “Non ho ancora deciso”, avvertì. Il pubblico si ammutolì. L’incappucciato emetteva bassi colpi di tosse dentro il cappuccio, colpi di tosse che, nel silenzio della sala parvero a tutti fulminee risate.
“E allora? – proruppe Ampsicore del Cannonau, tenendo alto il suo imbuto sopra le teste dei presenti – è mezz’ora che siamo qua, noi! Saranno almeno due minuti che stan leggendo, gli altri! E lo scranno, il lupo, il tuono, il lampo, la civetta, il colbacco, i due in calzamaglia, il saio di rami, il portale, il vetro, i boschi di Allier, oh!? Ecchepalle!! Facciamogli togliere ‘sto cappuccio!”.
Il Vinquisitore sobbalzò. Gli astanti rumoreggiavano. La situazione era tesa. Per la prima volta nella storia, il Vinquisitore si levò in piedi. Il saio di raspi crepitò rumorosamente.
“Ma sì, ma sì – proseguì Ampsicore del Cannonau – e scoppiò il lampo e partì il tuono. Sappiamo già tutto. Ce lo volete dire o no chi è?”
Donna Speranza del Montepulciano s’introdusse, sventolando l’imbuto e occhieggiando: “Su, dai, Venerabile Vinquisitore… Non vogliamo sapere perché, soltanto chi è. Magari il perché un’altra volta”.
“Anche perché in questa ci siamo già un po’ rotti…”, concluse Federico del Negroamaro. “Lei ha parlato senza imbuto”, lo riprese il Vinquisitore. “Ma tanto siamo alla fine di questa puntata”, lo rimbeccò Federico.
Il Vinquisitore fece un cenno ai due valletti. I valletti si avvicinarono all’uomo incappucciato. Il Vinquisitore fece un altro cenno. I valletti si fermarono. “Non fate come prima, eh? Che altrimenti si ricomincia dall’inizio e vi dico anche due o tre cose in latino, ok?” avvertì il Vinquisitore.
Alberico di Franciacorta lanciò un’occhiata infuocata a Guglielmo dell’Alta Marca, che con uno sventolio delle mani lo rassicurò sul fatto che non si sarebbe mosso. I valletti iniziarono a sfilare il cappuccio.
Lentamente, il volto del Grande Accusato iniziava a comparire. Prima il mento, poi la bocca, il naso, le gote, gli occhi, le sopracciglia, la fronte, i capelli (perfida Briscola!). Il Vinquisitore disse: “Il processo abbia inizio”.
E tutti lo riconobbero: era Franco degli Ziliani.
Fine primo capitolo (era ora!) Au revoir, many kisses ! Briscola
P.S. : per tranquillità, avviso che l’opera si compone di soli 3 capitoli, di cui questo era il primo. Il secondo tratterà del Processo e il terzo del Rogo. Ma il finale potrebbe essere a sorpresa.
Neppure Franco sa come andrà a finire. Nemmeno Briscola, a dire il vero.

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27 Novembre 2007

Hanno vinto loro, ma noi non abbiamo perso

Lo confesso: questa volta sono io il “mandante” di Briscola. Dopo aver ricevuto via e-mail il breve – e significativo - comunicato stampa seguente - “Gentile giornalista/spettabile redazione, invio in allegato un comunicato stampa per conto dell’Azienda Agricola XYZ. “La rivista americana Wine Spectator ha messo al primo e terzo posto dei suoi Top 100 due Châteauneuf-du-Pape. Il loro uvaggio è per il 70% Grenache, dalle stesse uve sui Colli B….i si ricava il Tocai Rosso, che però viene quasi sempre considerato un vino di pronta beva. ‘Questi riconoscimenti – dichiarano XY e YZ titolari dell’azienda agricola XYZ - ci convincono ancora una volta del valore del vitigno e ci spronano a proseguire nella strada intrapresa’. Con le uve Tocai Rosso dei Colli B….i l’azienda XYZ ottiene infatti il xxxx, vino di notevole corpo e affascinante complessità, ben distante dai Tocai Rosso dal colore rubino scarico a cui eravamo abituati” - le ho scritto proponendole di ragionarci sopra e di vedere se potesse essere lo spunto per un suo divertente apologo.
Detto fatto. Ed ecco “Hanno vinto loro, ma noi non abbiamo perso”, ovvero i Top 100 vengono sempre utili ad un’azienda, anche se i loro vini non sono stati minimamente selezionati e presi in considerazione… f.z.

Fase 1: il celebre proprietario dell’Azienda non premiata, chiamato a intervenire pubblicamente senza preavviso, cerca qualcosa di sensato da dire.
“Prendo la parola su richiesta del coordinatore del concorso, accettando con piacere il suo invito a commentare il vino premiato, il Riesling “Scintilla di vento dell’ovest” annata 2003. E dire che io non volevo nemmeno venire qui, ma mi ha portato un amico. Come tutti sapete, nessun vino della mia Azienda è stato premiato. Benché la mia Azienda abbia una tradizione plurisecolare e produca ottimi vini, i più ottimi vini, direi. Si può dire i più ottimi? No? Va be’, facciamo che si può perché l’ho detto… ahahah, non sarò forse il migliore a fare vini, ma sono simpatico. Dicevo prima che… non sono stato premiato. Perché? Mah! Bisognerebbe chiederlo alla giuria, che però ritengo abbia agito nel migliore dei modi, comunque. Io ho fiducia nella giuria. E rendo onore al merito di chi ha vinto.
Del resto, come tutti sapete, io produco soltanto Barbera e questo concorso era riservato ai Riesling. Se producessi Riesling, avrei quasi sicuramente vinto. Perché mai il coordinatore del concorso ha dunque richiesto che io intervenissi? Forse per sentire l’altra campana. O no? ”
Fase 2: Verità rivelate (possiamo farcela?)
“La Barbera non è Riesling. Per quanto sia poco delicato da segnalare in questa sede, il Riesling a sua volta non è Barbera. Noto con piacere espressioni di assenso, segnale che anche voi la pensate come me su questo argomento. E non è soltanto una questione di vitigno, intendiamoci. Non è solo una questione di uve, perché sarebbe riduttivo distinguere il bianco dal nero. Esiste anche il grigio. Presente il Pinot? Ma non vorrei far confusione, perché oggi siamo chiamati a parlare di Barbera. No, di Riesling. E non di un Riesling a caso, ma di “Scintilla di vento dell’ovest” “.
Fase 3: Ontologia dell’etichetta
“Mi preme dunque formulare una riflessione, che riguarda l’etichetta premiata. Un’etichetta, come si sa, esprime in sintesi l’ésprit di un vino. E qui leggiamo in chiare lettere le parole “scintilla”, “vento” e “ovest”. La parola scintilla, non me voglia il collega produttore premiato, è un richiamo al fuoco. Il fuoco, com’è noto, è rosso. Il Riesling non è rosso. Il Riesling è bianco. Chi è rosso, invece, rispondete!? Sì! La Barbera! Riguardo al vento, è sicuramente metafora della sensazione al naso. Pur riconoscendo l’intensità degli aromi e dei sentori del Riesling, mi pare indiscutibile che, al naso, la Barbera rende di più. E’ immediata, franca, inebriante, avvolgente, intensa. E che dire di “ovest”? Non è forse l’ovest la terra del Barbera? Da tutto ciò possiamo trarre una sola conclusione: questo Riesling ha il nome di una Barbera”.
Fase 4: Dentro il tunnel
“Non sto dicendo che il produttore abbia sbagliato nome. Non mi permetterei mai. Forse ha sbagliato vino, nel senso che pensava a una Barbera quando ha prodotto il Riesling. E ciò, in un’epoca di globalizzazione, è più che comprensibile. E fornisce anche un risvolto se vogliamo ecumenico alla sua produzione, perché un vino con questa etichetta può coinvolgere sia chi ama il Riesling, sia chi ama la Barbera. Cioè: uno compera la “Scintilla di vento dell’ovest” pensando di comperare una Barbera, invece si ritrova un Riesling”.
Fase 5: loro hanno vinto, ma noi non abbiamo perso
“Quindi non posso far altro che prendere atto di un fatto: la giuria ha premiato il Riesling “Scintilla di vento dell’ovest” e, probabilmente, ha avuto le sue buone ragioni. Ma io, per le ragioni sopra esposte, non posso che gioire del premio assegnato che consacra la qualità del Barbera. Lui ha vinto, ma io non ho perso. Grazie”.
Many Kisses! Briscola

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22 Novembre 2007

Disciplinare del “Più che Perfettissimo Comunicatore Esperto” Doc

Art.1 Denominazione
La denominazione di origine controllata “Più che Perfettissimo Comunicatore Esperto” è riservata agli individui che rispondono alle condizioni e ai requisiti stabiliti dal presente disciplinare. Sono ammesse come sinonimi le denominazioni “Molto Perfettissimo Superiore” – “Assoluto Perfetto /Assoluto Perfettissimo” – “Troppo Perfettissimo (senza e con ) Riserva”.

Art. 2
Base Ampelografica
Incapacità: minimo 85%Presunzione, Improvvisazione e molto di ciò che finisce in -zione (congiuntamente o disgiuntamente): massimo 15%

Art. 3
Zone di presenza
Ovunque esista un buco dove infilarsi, toto orbe, compresa la fascia dalle Colonne d’Ercole al Fiume Giallo, da Formosa a Chicago, da Polo a Polo. E anche più in Alto.

Art. 4
Norme di riconoscimento
Le condizioni ambientali del “ Più che Perfettissimo” sono tradizionali della comunicazione in ambito vitivinicolo e, comunque, atte a conferire all’ambito specifiche caratteristiche di imprecisione, confusione, incasinamento, caos, disinformazione, messaggio pubblicitario sottoforma di notizia del secolo.
Le forme di allevamento possono essere “brado” (liberi non professionisti) e “cattività” (regolarmente e misteriosamente assunti). Isesti di impianto nell’ultimo caso dipendono dall’influenza della raccomandazione politica e/o economica e/o amministrativa e/o sindacale e/o meglio non scriverlo.
I sistemi di potatura, in questo caso, ovviamente non sono previsti.
E’ vietata ogni tipo di forzatura: fanno tutto da soli.
La resa massima non sarà mai superiore allo zero assoluto; nelle annate particolarmente favorevoli, sarà possibile ottenere danni maggiori del previsto.

Art.5
Norme e strumenti ambientali
Le operazioni di comunicazione da parte del “Più che Perfettissimo” Doc avvengono con modalità del tutto imprevedibili, in ogni luogo, ma di preferenza utilizzando la posta elettronica.

Art.6
Caratteristiche del Più che Perfettissimo al contatto diretto
Il Più che Perfettissimo, all’atto del contatto diretto, corrisponde alle seguenti caratteristiche:
uomo o donna, è indifferente
dà per scontato:
di essere famoso (inizia una comunicazione annunciando con entusiasmo munifico il proprio nome)
di essere un parente (ti dà del tu)
di essere in procinto di comunicarTI a che ora finirà il mondo (omettendo la data)
Firma sempre e soltanto con il nome di battesimo: essendo così famoso e parente, il resto non serve
Non chiede mai al telefono: “Disturbo?”. Nel caso – straordinario – lo chiedesse, rispondere “Sì, certo!” con uguale gioioso entusiamo e riappendere.
E inoltre:
Non sa se la testata che interpella sia ancora esistente e dichiara, comunque, di non leggere i giornali perché non ha il tempo per farlo, essendo impegnato a fare il comunicatore e talvolta arriva addirittura a confessare di leggere “poco i siti e i blog sul vino”, perché “qualche volta i blog mi danno mal di testa…”.
Prima o poi si presenta come colui che sa essere e fare quanto di seguito:
giornalista, degustatore, analista sensoriale, sensitivo (usato come sinonimo del precedente analista sensoriale), storico del vino, geografo del vino, organizzatore eventi, PR, sommelier, ampelografo, nutrizionista, ricercatore di bandi europei pubblicati in Internet per lo sviluppo della vitivinicoltura, moderatore di convegno, parlatore, account (che caspita vorrà dire?), ufficio stampa, co-ufficio stampa, colui/lei che dà una mano all’ufficio stampa, webmaster, webeditor, colui che scrive testi in un sito, colui che inserisce i testi in un sito (le ultime 4 attività si sovrappongono ma lui/lei non lo sa).
E poi, ancora, il responsabile di una News Letter, esperto d’immagine, responsabile della comunicazione di un’Azienda che non sa ancora (né forse saprà mai) di avere un responsabile della comunicazione dell’Azienda, promoter, manager, impaginatore di dépliant, ideatore di dépliant (quello già impaginato, il prima e il dopo non contano, in fondo), cuoco.
Alla fine, dirà di essere un creativo. Ma lo dirà con la C maiuscola e intenderà quei 6 giorni + 1 che cambiarono la storia, iniziandola.

Many kisses! Briscola

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15 Novembre 2007

Il vino afrodisiaco - La finestra di Briscola

Mmmmmmmmmhhh”, mugulò il degustatore. Socchiuse gli occhi, inspirò lentamente e assunse un’espressione di soddisfatta spossatezza. La sala osservò la nube di pensiero che andava formandosi sulla testa dell’esperto: la nube, solcata da volute di luce tenue, salì dapprima verso l’alto, poi ridiscese e si modellò in curve sinuose. Si dissolse, infine, in un languore di scintille verdi. “Mmmmmhhh”, ripeté il degustatore, “direi che è questo, l’abbiamo trovato”. Una serie di gesti simultanei movimentò la sala: chi iniziò a prendere appunti, chi s’affrettò ad accostare di nuovo alle labbra il vino selezionato, chi scosse il capo, non convinto. I giornalisti corsero fuori, cellulare alla mano, per riferire alle redazioni.
L’avevano trovato: il vino dell’amore. Da intendersi, però, non il vino del sentimento, ma l’alternativa naturale agli afrodisiaci chimici. Se ne parlava ormai da anni: su ostriche, tartufi, nocciole e liquirizia nessuno aveva dubbi. Né sui poteri anti inibitori del vino… sì… ma quale vino? Il rosso, il bianco, il rosé, lo spumante? Il vivace, il secco, il frizzante, l’amabile, il barricato? Italiano o francese, cileno, argentino, spagnolo? E, poi, perdere i freni è una cosa, ma farcela (in quel senso lì) e farcela bene (in quel senso là) è un’altra.
Sulle prime, la discussione era apparsa in qualche blog ed era sembrata una provocazione. Sulle seconde, ne avevano parlato le rubriche di costume televisive. A ruota, l’argomento era stato ripreso dalla carta stampata. Subito, un centinaio di Aziende, dalle Alpi a Lampedusa, s’era sentita in dovere di comunicare la presenza nella propria cantina del vino giusto al momento giusto. Qualche alimentarista pubblicò studi mirati, immediatamente smentito da qualche sessuologo. Le due categorie finirono per litigare fra loro.
Ci fu chi inventò una Guida, chiamandola semplicemente “V”, lettera che l’Ufficio Marketing e Promozione vedeva come significativa di vino, virile, viagra e una serie di altri valori semantici attinenti. Dopo la prima Guida, ne nacquero altre 736, suddivise in “ V rosso”, “V bianco”, “V dolce”, “ V invernale”, “V estivo”, “V quattrostagioni”, “V romantico”, “V di fretta” , “V a meno 10 euro” e via discorrendo.
Rimase avvolto nel mistero il criterio pratico di selezione dei vini, risultando chiaro a tutti che una degustazione tradizionale non sarebbe bastata: e l’effetto? Sta di fatto che in quel periodo si registrò un picco straordinario di iscrizioni ai corsi di degustazione, che moltiplicarono di numero e di costo. E se, in un primo tempo, i fortunati degustatori scelsero l’anonimato, (anche per ragioni di armonia coniugale), dopo qualche anno caddero anche tali schermi. Venne bandito il concorso di miglior degustatore dell’anno (in quel senso lì) e, a seguito della protesta di alcuni gruppi di pasionarie femministe, anche di miglior degustatrice dell’anno (in quel senso là).
Rimaneva però il problema iniziale: quale vino? Risultò chiaro ai più che non si poteva andar per tentativi. Occorrevano analisi chimiche, approfondimenti al Dna, test di laboratorio. Occorreva la scienza. Ma, obiettarono molti ai più, la scienza non avrebbe potuto disgiungersi dall’avvenenza: bere un vino, seppur afrodisiaco, in compagnia di un rospo della Papuasia non sarebbe servito comunque ad attivare l’effetto. E neppure l’avvenenza sarebbe bastata, disgiunta da quell’insieme di intelligenza e savoir faire che trasformano l’amabile in amato.
Fu allora che dall’America (e da dove, altrimenti?) arrivò la soluzione: il Wine Erotic Microchip. Il congegno consisteva in un microchip che, installato nello stomaco, avrebbe potuto sollecitare la rete nervosa, stimolando la formulazione di gradevoli immagini dell’altro sesso, abbinate al processo di digestione del vino. Un ologramma avrebbe reso visibili le sensazioni. Il Wem fu testato su un campione di 100 volontari, facendo scaturire inizialmente risultati ambigui.
Alcuni, invitati a bere vini di dubbia origine, produssero immagini di scarabei, aironi, rinoceronti e brontosauri. Altri, dopo aver assaggiato vini barricati, mostrarono sedie, tavoli e armadi. Un tizio di Philadelphia emanò l’ologramma di un tinello, completo di soprammobili.
A quel punto, gli esperti americani stabilirono che il Wem funzionava. Si decise, allora, di installare il Wem nello stomaco del più autorevole degustatore di vini del mondo. E, dopo 4 milioni di assaggi, successe quel che scrissi all’inizio: il vino dell’amore fu trovato.
Many kisses Briscola
P.S.: ho forse dimenticato di scrivere qualcosa?

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12 Novembre 2007

Lettera aperta ai curatori della Guida – la finestra di Briscola

A differenze dalle altre volte, quando c’è stato un contatto preliminare tra noi per decidere insieme il da farsi, o meglio, semplicemente per accendere il fuoco alle polveri della sua geniale creatività, Briscola questa volta non ha voluto annunciarmi in alcun modo questo suo delizioso, canagliesco (in senso positivo per me che “cattivista” orgogliosamente sono), graffiante intervento. Nell’inviarmelo ha solo speso queste poche sibilline parole: “sono certa che ti divertirà molto”. Nessun altro commento. Questa sua “lettera aperta ai curatori della Guida” mi ha non solo divertito e convinto di trovarmi di fronte ad una penna di grande valore, ma mi ha persuaso che a Briscola non sfugga nulla e che del dibattito-pettegolezzo su cibo & vino e dintorni che si agita nel Web e nella Blogosfera non si faccia scappare nulla.
Non me l’ha detto e non me lo dirà mai, ma sono (quasi) certo che a scatenare la sua fantasia siano stati, in particolare, due post: uno mio, quello sull’uscita di Carlin Petrini e le guide “obsolete” (leggi) e l’altro, una punzecchiatura in punta di forchetta fatta da Massimo Bernardi sul suo Kelablu (leggi), sulla mania di far presenziare “amici vips” e se ci riuscisse anche qualche “vippissimo” alle presentazioni delle proprie multiformi iniziative, che caratterizza il più noto “papillon” nel mondo del cibo & vino.
E brava Briscola, ancora una volta hai fatto centro!
f.z.

“… E siamo grati agli organizzatori per l’iniziativa che punta alla valorizzazione del nostro territorio. Va bene così?”. Il Presidente dei Presidenti si passò un fazzoletto sulla fronte e stese le gambe sotto la scrivania. “No, non va bene – sentenziò l’Ufficio Stampa – Abbiamo già usato la parola valorizzazione l’anno scorso”.
Il Presidente puntò gli occhi a mo’ di coltello negli occhi lamellari dell’Ufficio Stampa: ormai da due ore, si era alla ricerca di parole nuove per l’intervento previsto in occasione della presentazione di… “Ma cosa presentano?”, chiese il Presidente.
L’Ufficio Stampa sfogliò un plico di brochure che aveva poggiato sul tavolo. “Allora, stiamo parlando di giovedì. No, venerdì. Giovedì ci sarà il taglio del nastro del nuovo centro di inseminazione artificiale delle vacche, ma non dovrà parlare, soltanto tagliare il nastro. Invece mercoledì dovrà partecipare alla fase conclusiva del progetto sulle angurie, quello iniziato 10 anni fa e che alla fine doveva eliminare i semi dalle angurie”. “E li hanno eliminati?”, domandò il Presidente. “No”, rispose l’Ufficio Stampa. “E quindi cosa dovrò dire quando sarò lì?”, chiese con un certo affanno il Presidente. “Dica lo stesso che è contento: pare che non abbiano eliminato i semi, ma siano riusciti a diminuire lo spessore della buccia”.
Il Presidente guardò il riflesso del proprio volto nel vetro dell’attestato di Presidente, appeso alla parete di fronte. E vide un uomo perplesso e un po’ scapigliato. “Sabato ci sarà il convegno sulla migrazione periodica delle api regine – proseguì l’Ufficio Stampa – ma sono ancora incerti se farla intervenire oppure no. Devo informarmi?” domandò l’Ufficio Stampa. “Se ne guardi bene! – urlò il Presidente - Speriamo che si dimentichino di invitarmi. Se si ricordano, diciamo che ormai è troppo tardi e avevo già un altro impegno. Se si dimenticano, diciamo che non parteciperemo mai più a niente da loro organizzato. Così, dovremmo aver risolto per sempre”.
“Quindi torniamo a venerdì. Presentano una guida”, riferì l’Ufficio Stampa. Il Presidente sollevò leggermente il labbro superiore, mostrando gli incisivi. L’aveva visto fare a Scodinzolo, il suo bassotto, il giorno che il gatto del vicino era balzato di sorpresa in casa, passando dalla finestra aperta. Scodinzolo non era mai stato un cane feroce, ma quella volta diede il meglio di sé: alla vista dei denti di Scodinzolo, il gatto se n’era tornato da dove venuto. Un solo dubbio era rimasto fra causa (i denti di Scodinzolo) ed effetto (il dietro front del gatto): contemporaneamente, il padrone aveva chiamato il gatto per il pranzo.
“E di cosa parla questa guida?”, sibilò il Presidente. “Di vino”, chiarì l’Ufficio Stampa. “Ma va? Una cosa originale, finalmente!”, commentò il Presidente. L’Ufficio Stampa abbassò gli occhiali sulla punta del naso e, guardando il Presidente da sopra, domandò: “Mi sta prendendo in giro?”. L’efficienza prussiana dell’Ufficio Stampa era spesso annullata dalla sua ’assoluta mancanza di senso ironico. E quella volta rientrava nello spesso.
“Signorina… è la ventesima guida del vino che presentano quest’anno. Il che significa almeno 20 esperti che intendono guidarci, senza contare chi scrive a 4 mani, e allora gli autisti diventano 40” sbuffò il Presidente.
L’Ufficio Stampa risistemò gli occhiali al suo posto e sentenziò: “Non possiamo non esserci. Ci saranno il sindaco, il vescovo, due assessori e anche il cugino della Medaglia d’Oro”. Il Presidente sobbalzò: “Medaglia d’Oro di cosa?”. “Di salto in lungo”, spiegò l’Ufficio Stampa. “E cosa c’entra il cugino della Medaglia d’Oro di salto in lungo?” domandò il Presidente. “Niente, ma è stato in un Reality Show” dichiarò l’Ufficio Stampa.
Il Presidente contò fino a 30 prima di parlare. La tecnica gli era stata suggerita una cinquantina di anni prima dalla sua maestra delle Elementari e aveva sempre funzionato. “Allora…Vediamo di stupire i presenti, questa volta, che ne dice?” propose il Presidente. L’Ufficio Stampa scoppiò in una risata. “Non c’è niente da ridere, scriva ciò che le detterò. Chiamiamola… lettera aperta ai curatori della guida.
“Gentili Signori curatori della guida, che poi siate davvero gentili è tutto da verificare. Una persona gentile eviterebbe, ad esempio, di coinvolgere gente che non c’entra nulla in un’iniziativa che interessa voi e quelli che sono citati nella guida”. Di quante pagine è fatta questa guida?” L’Ufficio Stampa lesse la scheda: “Ottomila”. Il Presidente sorrise in modo maligno: “Pensate a quanti alberi sono stati abbattuti per stampare le vostre guide…” “Ma, Presidente – s’inserì l’Ufficio Stampa – questo non c’entra molto…”.
“C’entra, c’entra, aspetti che arrivi a orecchio di certi ambientalisti e poi vedrà se c’entra o no - sogghignò il Presidente – e poi pensate se, con 8000 pagine, rendete o no un buon servizio ai produttori citati: chi li trova? Chi li legge? Pertanto, quest’anno, la mia Presidenza si dissocia dalla vostra guida e dalla vostra presentazione”.
Il Presidente guardò il suo riflesso nel vetro e vide un uomo soddisfatto, sebbene ancora scapigliato. L’Ufficio Stampa si schiarì la voce: “Verrà anche l’onorevole”. Il Presidente sollevò di nuovo il labbro superiore. Un silenzio pesante invase la stanza. “Visto che valorizzazione l’abbiamo già usata come parola l’anno scorso, posso scrivere promozione?”, chiese l’Ufficio Stampa.
Many Kisses… Briscola

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7 Novembre 2007

Station Galateo, o del Disco per l’estate 1967

Il Signor Uffa spinse l’occhio all’interno del vagone. Aveva atteso per mezz’ora l’arrivo (in ritardo) dell’Eurostar da Lecce. In quella mezz’ora aveva ascoltato 15 volte l’attacco “Quando il sole tornerà aaaaaaaaaaa” di Al Bano, diffuso dagli altoparlanti della stazione. Sulle prime, il Signor Uffa aveva pensato a una catastrofe avvenuta sul parterre della stazione: il mondo doveva essere finito, il sole doveva essersi spento. Il Day After avrebbe avuto inizio dal binario 18.
S’era poi accorto che il lancinante urlo sonoro era abbinato a una pubblicità video, trasmessa in simultanea dai 45 video della stazione. Forse. Il Signor Uffa aveva ripetuto l’avverbio “forse” ognuna delle 15 volte dell’attacco, non riuscendo a individuare un legame logico fra ciò che vedeva e cià che udiva, alla faccia della sinestesia. Molto glamour. Fra l’urlo e le immagini aleggiava, quasi palpabile, l’ectoplasma dell’Ufficio Marketing, in gessato blu. Durante l’attesa, a ogni invocazione solare, il Signor Uffa s’era chiesto se i sindacati fossero al corrente che i dipendenti delle stazioni venivano sottoposti a un tale martellamento. Un caso da Asl: sordità per cause canore, tutta colpa del Disco per l’estate 1967.
L’arrivo del treno aveva suscitato nel Signor Uffa l’accorata speranza che dentro, nel vagone, l’urlo non sarebbe arrivato. Arrivava lo stesso, constatò in pochi minuti, ma più attutito. Quasi sopportabile. Prese posto nella carrozza numero 8, sedile 45, come da prenotazione. Anzi: tentò di prendere posto perché il sedile era occupato. “Avrei la prenotazione…”, sussurrò a una signorina con la pancia fuori, che in quel momento stava ridendo con il  cellulare. Non che stesse parlando e usando cellulare: lo guardava, semplicemente, e rideva.
“Uffa – disse la signorina, facendo sobbalzare il Signor Uffa, inaspettatamente chiamato per nome – in stazione mi hanno detto che i posti dal 60 al 70 sono liberi. “Questo è il posto 45…”, precisò Uffa. “Va be’ “,disse la signorina, alzandosi di un sedile e sedendosi nel 46. Fu un movimento rapido, poi riprese a ridere con il cellulare.
Qualche minuto dopo, entrò nello scompartimento un povero barbone. Almeno così parve al Signor Uffa. Si dispiacque di vedere un uomo così giovane, sui 30 anni, così in malarnese. Portava un soprabito in tinta militare troppo largo per lui, di almeno 3 taglie, evidentemente trovato in un contenitore della Caritas. Quando lo sfilò, il Signor Uffa sentì una contrizione allo stomaco: il ragazzo portava i pantaloni sotto il sedere, lasciando scoperti gli slip rossi per tutto il tratto della loro funzione. “Poverino”, pensò il Signor Uffa e iniziò a immaginare che triste, miserabile, desolata vita dovesse mai condurre quel giovane. Lo sventurato ragazzo si sedette, estrasse una bottiglietta d’acqua da uno zaino sgualcito, l’aprì lentamente, rovesciò il capo all’indietro con un movimento deciso (il Signor Uffa temette una sincope) e iniziò a bere a gargarozzo come una persona che non beve da mesi, strabuzzando gli occhi verso il soffitto dello scompartimento.
Il Signor Uffa s’alzò di scatto, afferrò la bottiglietta, scosse il giovane e urlò: “Che c’è? Che c’è?”. Il ragazzo lo guardò, attonito. “Stavo bevendo…”, rispose. Il Signor Uffa provò un grande imbarazzo: forse (forse) non aveva capito qualcosa. Il povero giovane riprese la sua bottiglietta d’acqua, avvitò il tappo, s’inserì un auricolare in un orecchio, maneggiò una scatoletta collegata all’auricolare e una canzone straziante si diffuse nello scompartimento. “Pure sordo, oltre che povero e assetato” – pensò Uffa, commiserandolo. La canzone dell’auricolare, in testa alle Hit Parade, diceva, più o meno, così: “Non ho lavoro, non ho una casa, tu non mi ami più, a scuola va uno schifo, la colpa è della società, ma mi restano 3 biglie di vetro e un petalo di ciclamino per ricordarmi di te, Martino”.
Il treno si mise in moto sull’eco dell’ultimo “Quando il sole tornerà….”, che parve persin bello al Signor Uffa. La ragazza con la pancia fuori prese a sua volta una bottiglia d’acqua dal suo zaino (fucsia, con una bancarella di pupazzi multicolori legata alla tracolla), voltò di scatto il capo all’indietro e bevve a gargarozzo, strabuzzando gli occhi. Finita l’operazione, si concentrò sul cellulare, però dicendogli “Eh, che ca..o!  Eh, che ca..o!”.
Il Signor Uffa vide con gli occhi della mente quelle parole. Però scritte così: “ekkeka..o  ekkeka..o”.
Da “Cronache non marziane, ahimé”, Autore Ignoto, 2007
Many kisses! Briscola

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30 Ottobre 2007

L’irrepetibile cotica, o dell’insostenibile leggerezza del comunicare

Sarà capitato anche a voi in questo periodo ricevere dall’azienda X, Y, o Z, il comunicato stampa trionfante che informa che l’azienda in oggetto ”riscuote unanimi consensi anche con la nuova annata che sta per proporre sul mercato” o fa notare al colto e all’inclita che “le maggiori guide dei vini italiani, edizione 2008, esaltano l’eccellenza dei vini della nostra azienda e riconoscono loro i massimi riconoscimenti”. Perbacco, mica pizza e fichi!
Bene, il tempo di leggerli, di dedicare solo un nanosecondo di riflessione al fatto che questi comunicati non servono proprio a niente, se non a far guadagnare la pagnotta alla persona (spesso un giornalista che poi magari scrive di quei vini e ne parla bene) incaricata di redigerli e di diffonderli, che la mail finisce ingloriosamente nel cestino.
E quante volte vi sarà successo anche di vedervi magnificare un cosiddetto “evento” del vino con le stucchevoli iperboli lessicali che recentemente sbeffeggiavo in questo post.
Con una perfetta sintonia d’intenti, telepatia, eno-simpatia, o che altro, la nostra Briscola mi ha letto nel pensiero ed ecco subito, perfetto e “cattivo” il giusto, il suo nuovo intervento, dall’irresistibile titolo de “L’irrepetibile cotica”, che spalanca le finestre sulla stupidità e l’insostenibile leggerezza e banalità dell’essere, pardon, del comunicare, che trionfa nel mondo del vino di oggi, tra aziende, consorzi, associazioni varie. Buon divertimento!

Aprì la porta lentamente e spinse il capo oltre la soglia, quel tanto che bastava a sporgere un occhio all’interno della stanza. “Vedo che ha imparato, signor Uffa”, lo accolse una voce baritonale, fintamente mielosa. La voce si riferiva all’occhio… provate a sporgere un e un solo occhio in una stanza e capirete che non si trattava di un complimento retorico. “Può entrare anche con il resto del corpo”, lo invitò la voce. “Può avvicinarsi e può sedersi. Mi ascolti”, proseguì, volendo ovviamente dire: “Stia zitto, parlo io”.
“Si è pensato di diramare un Comunicato Stampa”, proseguì la voce. Un lieve attacco tachicardico investì il Signor Uffa. “Dovremmo comunicare un evento”, continuò la Voce, mentre il batticuore di Uffa prendeva forma più definita. “La Direzione Marketing e Promozione - (il signor Uffa sentì il fiato farsi corto a quelle parole) – ha avuto un’idea”. Il fiato mancò per qualche secondo al Signor Uffa. “Abbiamo deciso di organizzare una cena, esclusivamente ad invito, a base di cotiche e vino rosso”. La voce fece una pausa. Poi chiese: “Non le sembra un’idea straordinaria? Può rispondere”.
Il Signor Uffa assentì con il capo. “All’idea di per sé straordinaria, la Direzione Marketing e Promozione - (il signor Uffa riprovò una sensazione sottile di crisi d’aria) – ha pensato di aggiungere un tocco di mondanità estetica. Lei mi capisce?”. Il Signor Uffa avrebbe voluto dire “no”, ma assentì di nuovo. “Mi ascolti attentamente, segua il labiale: Co – te – chi – ne”. Il Signor Uffa sorrise, con finto compiacimento. “Lei si chiederà cosa siano le Cotechine… giusto?”. Il Signor Uffa improvvisamente, e inspiegabilmente dato il contesto, pensò all’immagine di una spiaggia tropicale, deserta e assolata, che il sistema operativo del suo computer proponeva come sfondo desktop. Chissà perché. “Quattro giovani ragazze, in baby doll color cotechino”, pronunciò con tono autorevole la Voce. Il Signor Uffa sorrise di nuovo e pronunciò un deciso “Oh!”.
“Data la straordinarietà dell’evento – proseguì la Voce – s’è pensato di comunicarlo a tutta la stampa nazionale, internazionale e galattica con particolare riguardo alla stampa locale. Mi riferisco alle testate “L’Urlo del quartiere” e “Il Condominio parla – Sussurri e grida piano per piano”, con i quali, come Lei sa, abbiamo un accordo quinquennale di spazi pubblicitari. Ricordo che Lei non fu d’accordo con questa scelta della Direzione Marketing e Promozione, ma in fondo Lei è un comunicatore, ma i soldi li abbiamo noi”.
Il Signor Uffa pensò che avrebbe potuto cambiare sfondo del desktop, prima o poi. “Abbiamo deciso che il Comunicato non dovrà esser inferiore alle 40.000 battute. Di meno non si può, quindi non scriva come al suo solito 15 righe. Domani la direzione Marketing e Promozione Le trasmetterà i 25 loghi dei nostri partner e sponsor. Devono starci tutti, in ogni pagina. E non cerchi di abbassare la risoluzione dei loghi, come ha fatto già una volta, adducendo la stupidissima scusa che se il messaggio è pesante le redazioni non lo ricevono: se il logo fa schifo, lo sponsor se ne accorge e non paga. Chiaro?”.
Il signor Uffa deglutì e chinò il capo. “E poi – continuò la Voce – scriva in grassetto il nome dell’evento, in grassetto e corsivo la data e il luogo, in grassetto, corsivo e sottolineato i nomi delle autorità che interverranno. Il mio nome lo scriva in grassetto, corsivo, sottolineato e rosso. Se vuole, può linkare il mio nome al mio sito personale. Ho appena introdotto le foto del battesimo di mia cugina Carlotta. Mi linki, sì”.
Il Signor Uffa azzardò: “Ma nei comunicati scritti, quelli mandati via fax, il link… non funge”. La Voce si rizzò in piedi e sibilò: “E’ un problema suo. Lei è pagato per comunicare: devo forse pensare io a tutto?”. Il Signor Uffa assentì. “Ha preso appunti? Si ricorderà tutto? Prenda appunti, avanti!”. Il Signor Uffa afferrò un foglio e una penna dalla scrivania. “Il titolo del Comunicato sarà, scriva: Irripetibile cena con cotiche e vino rosso per celebrare la tipicità del posto con un tocco di estetica mondanità grazie alla partecipazione inedita delle Cotechine e tanto divertimento per tutti, compresi i signori sponsor invitati a presenziare con gentili consorti”. Il signor Uffa avrebbe voluto dire: “Un po’ lungo…”, ma si limitò a chiedere
“Irripetibile?” La Voce rispose: “Sì, lo scrivono tutti. Lei non legge i giornali? Ogni convegno, ogni cena, ogni degustazione è irripetibile. Saranno irripetibili anche le nostre cotiche! O dobbiamo ripetere le cotiche ogni volta che a Lei più aggrada, eh?”.
Il Signor Uffa scosse il capo in segno di diniego. “Bene, direi che è tutto. Può andare”, lo congedò la Voce. Il Signor Uffa si alzò. “Ha già scritto il comunicato?” lo sorprese la Voce “No, scommetto, non è ancora pronto. L’evento è questa sera e Lei si gingilla in elucubrazioni. Si dia una mossa, avanti”. l Signor Uffa aprì lentamente la porta, protese il collo, spinse il capo e sporse l’occhio: in quel momento, nel corridoio transitava la Direzione Marketing e Promozione, in gessato blu…
Da “Cronache non marziane, ahimè”, Autore Ignoto, 2007
Many Kisses! Briscola

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23 Ottobre 2007

Confessioni di un vino libero: a proposito di vini “glamour”

Come altri lettori sono rimasto astonished, pardon, basito, da tre commenti ultimamente inviati da una persona che si firmava Brisco.la. Ironici, fantasiosi, splendidamente scritti e soprattutto originali, mi sono sembrati opera non solo di una persona che con la penna si destreggia benone, ma che soprattutto ha idee ed una personale visione del vino e che sa esprimerle in maniera brillante.
Cosa ho dunque fatto, d’imperio, senza pensarci troppo? Ho scritto alla misteriosa Brisco.la proponendole di collaborare a questo blog, con uno spazio, totalmente autogestito, dove intervenire quando ne avrà voglia e deliziarci con i suoi testi. Nasce così quella che, da oggi in poi, sarà “la finestra di Briscola”, una rubrica non fissa dove la misteriosa scrittrice, di cui vi posso dire solo che è una donna e che svolge un’attività legata alla scrittura, ci intratterrà, da par suo, con apologhi, raccontini, divagazioni, raccontando e commentando le vicende del vino dalla sua particolarissima visuale. Un caloroso benvenuto a Briscola e buon divertimento a tutti i lettori.

Confessioni di un vino libero: a proposito di vini “glamour”
…Non sono un numero, sono un vino libero! A voi, che leggerete un giorno queste mie parole, voglio raccontare la mia storia. Mi chiamo e sono un vino, uno di quelli nati dall’uva, che nasce dalla vite, che sta sulla terra, che è quella cosa che se c’è il sole secca e se piove s’infanga. Qualcuno ha colto l’uva e ne ha ottenuto me. Quel qualcuno era il Contadino, che, chiamatelo come volete, è il Contadino. Ma un triste giorno il Contadino ha pensato di convocare singolari personaggi, con i nomi che finivano in – Logo, - Nomo e –Ista e - Tore. Io ero lì, quel giorno, nella mia botte. E ascoltavo. “Sarà pur buono, però…”, “Gli servirebbe qualcosa…”, “Così non va”.
Ogni parola mi scuoteva dentro, rimescolando in volute bordò il mio carattere fiero. Ma come, ma cosa? Mio padre, mio nonno, il nonno di mio nonno, e su su, sino all’ultimo ramo di vite del mio vigneto, sono sempre stati amati, bevuti, comprati. Non capivo, povero novello, che non si parlava di me. Si parlava di come rendermi schiavo. Mi spillarono, mi infilarono in una bottiglia più lunga delle altre, più affusolata, più… “Glamour”, disse Ista. “Certo, così è più trendy”, commentò Nomo. “E ora pensiamo all’etichetta”, aggiunse Tore. “Ho un’idea”, esordì Logo. Sulla bottiglia incollarono un triangolo isoscele blu, fosforescente. A uno dei lati del triangolo appiccicarono un pendaglio, uno di quei campanellini che si usano per il collare dei gatti. Sollevarono la bottiglia, mi scossero, rimescolando tutto il mio fondo, e, quando mi ribaltarono, il pendaglio fece: “din din”. “Benissimo!”, strepitarono Logo, Nomo, Ista e Tore. “Ora basta far sapere che quando il pendaglio suonerà, si avvererà un desiderio.
Il vino del desiderio, THE WINE OF DESIRE, ne venderemo a fiumi”, sentenziò – Ista. “Ma che vino è?”, chiese Nomo. “Ma che ce frega?” – rispose Tore. Comprendete l’umiliazione? Immaginate cosa provai in quel momento? La mia terra, la mia botte, la mia vigna: non valevano più nulla, non importava chi fossero, dove e come fossero. Non importava chi fossi io.
E, infine, mi mandarono in tournée. Mille degustazioni in mille eventi, in Italia e all’estero, in un solo anno. E io lì dentro, assordato dal “din din”, perché tutti, ma proprio tutti, non perdevano occasione per ribaltarmi. Iniziai a vincere premi. M’illusi che premiassero me, io, il vino! Ma premiavano il “din din”!. E fu così che mio valore si centuplicò. La gente che faceva la coda per comperare la mia bottiglia, a volte nemmeno mi beveva: pagava, usciva e mi ribaltava. E poi rideva, sapeste quanto mi ferivano quelle risate. E se, per un caso fortuito, il pendaglio non suonava, chi mi aveva comperato scagliava la bottiglia contro un muro, imprecando.
Molti concorsi mi attribuirono il massimo dei punteggi. Qualcuno iniziò a chiamarmi “il numero 1”. Ma io non ero un numero, non lo ero mai stato: io ero un vino libero!Il mio valore reale era di una decina di Euro, a volte meno, se comperato in Azienda. Ma ormai ero prigioniero. Prigioniero del mio “din din”.
Fonte: Fronte Nazionale di Liberazione dei Vini Glamour
Many kisses! Briscola

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